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  Ismael [ Il superstite del Pequod ]
         
















Non te lo chiedo per favore: non calpestarmi







Perduta nazione, avito suolo
Isole tra i monti, strade pei mari
Unico asilo ed eterno conforto
Per te prosperiamo
Liberi e reverenti





Due che hanno visto giusto





La situazione mediorientale spiegata
meglio che in mille editoriali





In memoria di Diamond
"Dimebag" Darrell
, e di tutti gli
interminabili pomeriggi di
gioventù trascorsi a sgomitare
sotto la sferza selvaggia
della sua chitarra!





Where I belong:



Il movimento liberale giovanile fondato e presieduto da Francesco Lorenzetti



Edoardo Ferrarese

Crea il tuo badge


Testate, think tank & community:





















Direttore Giancarlo Loquenzi
















































MY BEST SHOTS:

Meglio il Saruman monetarista
o il Sam vegetariano?

Sul proporzionale

Un sindaco efferato

Mineo-gate

La verità ribadita.
Grazie alla blogosfera


Le fiamme sopra Parigi

Religione e omosessualità -
Condannati per reato d'opinione


Buon anno e felice Epifania
con l'intemerata
laica-ma-non-laicista


Ipocralismi
(ipocrisie e moralismi)


Il sofferto capolavoro
di Arik


Munich

Jimmy, Fini e i joint

Il Programma dell'Unione:
non si fa, si fabbrica


Jin-Roh - Uomini e lupi

Cento domande sull'Islam

Il Caimano

Buona la seconda

Cinque minuti a mezzanotte

After-midnight abstracts

Martini l'apostata

Hanno già ricominciato
a farci "ridere"


What is the Matrix?

Federalismo e Democrazia

La riserva è scesa in campo

La Signora delle contumelie

Mimmu 'u Guardasigilli

Il Codice da Vinci

La lussazione

Pensierini bioetici

Referendum day...
compromission day


Centrodestra, anno zero

Padoa-Schioppa VS Bersani:
vince la politica

Paths of Glory -
Ciò ch'è fatto è reso


La guerra infinita,
l'ipocrisia al governo

United 93

Multilateralismo dalemiano:
molta astuzia, poca prospettiva

8 Settembre,
festa degli ondivaghi


Com'era il mondo

Propaganda welfare

La semplicità del Papa

Telecomgate, Prodi poteva
non sapere. Non è
la prima volta


Tra il Dio incarnato
e il Dio incartato


Più tasse per tutti.
E più inflazione

Miami Vice

Ipotesi su Gesù

Buona l'anima,
malo il vino


USA 2006:
l'America plurale


Laicità e diritto naturale,
ovvero: del cortocircuito
giacobino


La mossa del Casini

Né bio né equo
né solidale. Quindi
massimamente etico


Apocalypto

Pannella e la morte
per procura


Fassino, le sberle, la rivincita

Tri-dazer

"Prodienko": torti e ragioni

L'antiPACStico

Uno sguardo all'America
del prossimo futuro


Or sono tre anni

Come Prodi
cadono le foglie al vento


Life to lifeless

Proibizionismi all'orizzonte?

Ennesima political compass

A New Republic

300

Uomini, caporali
e parlamentari


Immigrazione e libertà

L'innatismo dei predestinati

Libertari o gobettiani?

Sarko e Silvio

Cronache straboscopiche

Sex Crimes & the Vatican

Michela Vittoria Brambilla

La valanga veronese

Gods of Metal 2007

Se Milano piange,
Parma non ride


Gianfranco, Daniela
e il  moralismo farisaico


Un altro partito liberale?
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La battaglia che fermò
l'impero romano


Harry Potter 5

Mario e i miglioristi sognatori

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Gli interrogativi di Walter

Il liberismo
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Fenomenologia del Grillo

Le cronache
del Ghiaccio e del Fuoco


Liberalismo

Eutanasia in progress

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Il caso Bianzino

Luigi Sturzo for dummies

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La fine dell'economia

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Quel che resta della crisi

 
 
 
 
 
 
 
 
 
Liberalizzazioni:
cosa resta da fare?

#1  #2


Il punto sulle bersanizzazioni
#1  #2  #3


Un giorno di libertà
#1  #2  #3


Metabio(gen)etica
#1  #2  #3  #4


Per il bene dell'Italia
#1  #2  #3  #4  #5
#6  #7  #8  #9  #10 


IsmaelVille
#1  #2  #3  #4  #5
#6 #6.1 #7  T13


Spigolature internautiche

"Uòlter Veltroni
a tajà er nastro
so' tutti bboni"

            by Giggimassi


"Far l'amore
col preservativo
è come fare il bagno
con lo scafandro"

                (Anonimo)


"Non sono né del partito
rivoluzionario né del
partito conservatore.
Ma tuttavia e dopotutto
tengo più al secondo che al
primo. Infatti dal secondo
differisco nei mezzi
piuttosto che nel fine,
mentre dal primo differisco,
insieme, nei mezzi e nel fine.
La libertà è la prima delle
mie passioni. Questa è la
verità"


      Alexis De Tocqueville
                    (by Zamax)


"Se Dio si candida,
lo stolto pensa alle elezioni
invece che al problema
dell'elezione"


            Giuliano Ferrara


"Io credo soltanto nella parola.
La parola ferisce, la parola
convince, la parola placa.
Questo, per me, è il senso
dello scrivere"


                    Ennio Flaiano
                (by Il Paroliere)


"L'ideazione di un sistema
resistente è atto creativo
che solo in parte si basa su
dati scientifici; la sensibilità
statica che lo determina, se
pure necessaria conseguenza
dello studio dell'equilibrio e
della resistenza dei materiali,
resta, come la sensibilità
estetica, una capacità
puramente personale, o per
meglio dire il frutto della
comprensione ed assimilazione,
compiutesi nello spirito del
progettista, delle leggi
del mondo fisico"


                       Pier Luigi Nervi
(Scienza o Arte del Costruire)


"L'unica cosa necessaria
per il trionfo del male
è l'inerzia dei buoni"

                         Edmund Burke
              (by Torre di Babele)


"Un governo così grande da
darti tutto quello che vuoi
è anche abbastanza grande
da toglierti tutto quello che hai"


               Barry M. Goldwater
          (by Retorica e Logica)


"L'amore è donare quello
che non si ha a qualcuno
che non lo vuole"


                     Jacques Lacan
                       (by Bernardo)


"Sono un conservatore nel
senso inteso da Hannah Arendt,
che si preoccupava della
preservazione del mondo.
Oggi comunque non c'è più
ordine costituito, ma solo
un cambiamento costituito.
La nostra sola tradizione è
il progresso. Viviamo in nome
del movimento e del
cambiamento continuo.
In questo contesto, io mi
considero un rivoluzionario,
perché ormai la sola
rivoluzione possibile è quella
che interrompe le derive
contemporanee"

               Alain Finkielkraut
                            (by Temis)


"Parliamo di politica:
quando si mangia?"


                 Alberto Mingardi


"Quella delle domeniche
a piedi è una messa rosso-
islamica, basata sulla nostalgia
del bel tempo della austerity
'regalataci' dall'Opec nel 1973.
E' un rito di espiazione e
autoflagellazione, direbbe un
Ernesto De Martino. E' una
autopunizione per aver pensato
di andare in auto a casa della
mamma, direbbe Freud. E' una
purga rivoluzionaria per
distruggere i beni di consumo
e tornare al valore d'uso,
direbbe Karl Marx"


                  Paolo Della Sala


"Quando uno conosce bene
una cosa se ne ha a male
se qualcun altro ne parla"


                          by Cruman


"Il vero conservatore sa che
a problemi nuovi occorrono
risposte nuove, ispirate a
principi permanenti"


             Giuseppe Prezzolini
  by Camelot Destra Ideale


"Una donna lo sa: le donne
adorano odiarsi. E' una cosa
vezzosa, niente di grave: solo
un po' di veleno qua e là, uno
sgambetto un sorriso e una
pugnalata alle spalle.
Non possiamo resistere"


              Annalena Benini


"Gli elettori delegano
il peccato ai potenti, così
possono immaginare
di non essere colpevoli
di nulla"


          Paolo Della Sala, again


"L'utilitarista deve nascondere
giudizi di valore da qualche
parte, per prendere decisioni
in base al suo principio,
e la teoria morale che ha
non è quindi l'utilitarismo,
ma lo specifico criterio
decisionale adottato"


                          LibertyFirst


"Non c'è più nessuno
a cui sparare, signore.
Se si tratterà solo di
costruire scuole e ospedali,
è a questo che serve l'esercito?"


                   Michael Ledeen


"L'idealista è uno che,
partendo dal corretto
presupposto che le rose hanno
un profumo migliore dei cavoli,
usa le rose per fare la zuppa"


                  Antonio Martino


"Sono sempre i migliori
ad andarsene dai forum"


                           Malvino


"Sapientia deriva da assaporare,
serve altro commento che non sia
mettere in moto il pensiero,
il ragionamento critico
come sapore delle cose?"


                                 adlimina


"Se gli economisti fossero
in grado di prevedere l'economia
non sarebbero tali, cioè non
avrebbero bisogno di insegnare
per sbarcare il lunario"


                            Mario


"Chi è sovente accigliato,
chi alza spesso il ditino
ammonitore, chi giudica
severamente il mondo
è uno che nel mondo
ci si trova male"


                             Gianni Pardo


The unprofessional blog

L'autore dichiara apertamente
che gli audaci parti del suo
intelletto avrebbero bisogno
del conforto di dottrina
specialistica in più materie,
nessuna delle quali minimamente
padroneggiata: pregasi notare
- sia ricordato qui una volta
per tutte - che di siffatti
scrupoli accademici è
privilegio della corporazione
dei dilettanti infischiarsene
allegramente (TNX Zamax)


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13 gennaio 2011

The social network

Mark Zuckerbeg assurge ad archetipo dell’homo faber fortunae suae mentre la piazzagrande internettara da lui fondata draga le magnificenti autoschedature di intere generazioni. La scalata al potere e al successo fa strame dei rapporti umani autentici a maggior gloria del vano dominio sulle altrui proiezioni egoiche. Ebbene, ecco tutto quello che non si trova in The Social Network, a meno di non banalizzarne pigramente il movente narrativo – scambiandolo con l’ennesima riproposizione di triti motivi drammatici (il conflitto postadolescenziale tra precaria integrità e allettante spregiudicatezza) o epicheggianti (l’ascesa e la caduta del citizen Kane di turno), che forniscono casomai degli stilemi rodati abbastanza da performare speculazioni “impegnate” senza caricare i testi di verbosità.

A David Fincher preme infatti disegnare percorsi dialettici, più che emettere verdetti etici. Come già in 7even, Fight Club, Panic Room e Zodiac, anche qui le idiosincrasie e le ambizioni dei personaggi interagiscono nell’ambiente scenico impossibilitate a carpire un concluso netto, tessendo nei tempi e negli spazi della vicenda un dialogo mai foriero di sbocchi risolutivi. Per giunta, l’ultimo lavoro dell’ex adepto di Propaganda scava nell’esigenza di “comunicarsi” all’esterno indossando delle maschere e la riconduce a stigmate umane, troppo umane, che la tecnologia permette solo di lenire in modo viepiù potente e sofisticato. Il tema si presta a compiere il suo giro di spirale attorno alla struttura discorsiva, senza grandi concessioni all’estro registico (com’era peraltro già nelle corde del succitato Zodiac). Forse l’unico brandello di tecnica descrittiva dal sapore decisamente fincheriano si riconosce nella marchetta ai due coprotagonisti, un take in fuori campo visivo tagliato sulle due porte di altrettanti cessi-alcova – ispessito da cromatismi notturni e da un acido sottofondo musicale industrial – a rendere l’idea di un’innocenza congiuntamente perduta. Ma il grosso del materiale filmico si veicola attraverso la lineare esposizione di contenuti, come detto. Il filo della trama rilega l’alternanza di passato (con il riepilogo della serie di fatti a monte del fenomeno-facebook) e presente narrativo (focalizzato sul contenzioso stragiudiziale sorto in merito alla proprietà intellettuale del sito). I tempi dei momenti ricostruttivi sono sintetici, laddove quelli delle fasi analitiche sono dilatati: le frequenze nel passaggio tra i due registri scandiscono i ritmi del racconto e, quando si alzano di intensità (ad esempio per rievocare la cena con Sean Parker), marcano l’erompere di svolte ad alta temperatura simbolica. Si salta furiosamente tra “prima” e “ora” quando l’inciampo rende impellente un interrogativo chiave: rovinare amicizie in carne e ossa è davvero servito a creare un insuperabile mezzo (e luogo) di autorappresentazione, ha munito il fruitore del filtro capace di trattenere difetti e di esibire pregi al ludibrio del pubblico globale? L’immagine di Zuckerberg intento a martellare di ossessivi refresh il profilo della sua ex, ovvero a saggiare ansiosamente in prima persona l’efficacia dello strumento, è già un’implicita risposta alla domanda. Per un cineasta la più tranquillizzante, a onor del vero: se la strategia di contraffazione del reale non si può mai pienamente gestire “dal basso”, i professionisti della mitopoiesi non hanno troppo da temere.

Molto convincente Jesse Eisenberg (Mark Zuckerberg) nell’impersonare caratteri inflazionati quali il mix di genialità e autismo; forse ancora un po’ acerbo Andrew Garfield (Eduardo) comunque alle prese con la parte più difficile e umana del copione; a dir poco sorprendente Justin Timberlake (Sean Parker, il redivivo fondatore di Napster) come inarrivabile prototipo di sopraffino paraculo.

 

Vai a vedere: Gli Spietati, Badtaste, Alessio Guzzano, Matteo Bittanti






19 maggio 2009

Cinque volte perduti in Lost

Con il doppio episodio The Incident passa in cavalleria anche la quinta stagione del telefilm-culto che ha rivoluzionato i canoni stilistici e gli standard qualitativi della fiction seriale. Dopo aver toccato il fondo con le ambasce esibite durante buona parte della seconda serie e almeno metà della terza, la saga ideata da J. J. Abrams e Damon Lindelof aveva saputo riprendere quota già solo grazie all’originale trovata – che è stata un po’ il marchio di fabbrica del quarto ciclo – di spezzare la continuità diegetica delle puntate per avanzamento anziché per digressione. Eppure un convincente riallineamento delle tante sottotrame intessute sin qui dai due dioscuri del serial – dopo che il gigantismo dell’intreccio,come detto, ha a lungo dato l’impressione di soffocarne irrimediabilmente la vena creativa – si è avuto solo Mercoledì sera (Giovedì scorso, per noi corsari del peer to peer), al termine di una stagione finalmente capace di bissare i fasti della prima. A mente fredda, dei vecchi fronti narrativi al momento rimangono irrisolti giusto la sorte di Desmond e il significato profondo dalla successione numerica che tanti guai ha procurato a Hugo: non male, se pensiamo allo stato confusionale in cui versava la serie ai tempi dello sciagurato (filmicamente parlando) ricongiungimento di Locke e compagni con i naufraghi “di coda” del volo 815.
Come sempre quando si parli di intrattenimento audiovisivo, la rilevanza artistica dei prodotti finiti dipende dall’estetica rappresentata più che dall’etica veicolata, dal sapiente utilizzo dei costituenti mediatici di base (regia, sceneggiatura, fotografia, montaggio, colonna sonora, mixaggio) più che dall’efficace compendio delle tesi care agli autori. Ciononostante è la vicendevole contaminazione del mezzo col messaggio, ovvero l’impiego di una “grammatica espressiva” allo scopo di consentire la coerente trasmissione figurativa di un contenuto implicito, se ben implementata, a rendere palpitante di pathos un’opera d’arte. Non a caso la dualità – o meglio: la co-essenzialità degli opposti – è il tema portante di Lost. A cominciare senz’altro dal connubio arte-tecnica che imposta i percorsi realizzativi della serie. Pensando appunto alla quinta, l’ambivalenza del discorso narrativo si esplicita mediante l’alternanza di capitoli passati e presenti. Stavolta non più latori di eventi diacronici, ma sincronici perché, com’è noto, ora il gruppo dei losties si divide tra epoche differenti, creando una tensione tra “prima” e “dopo” tramite il collaudato espediente di mettere i personaggi provenienti dal futuro nelle condizioni di dovere/volere cambiare il corso della storia. A questo proposito è estremamente significativo che la macchina da presa, nell’ultima puntata, perda il consueto occhio clinico e distaccato, lanciandosi in vivaci travelling, proprio allorché si trova a registrare il lavorio attorno alla bomba a idrogeno (per smontarla e asportarne il nucleo) e alla trivella in azione al Cigno (in procinto di intercettare la sacca di energia “responsabile” di tutta la vicenda), cioè dei filoni tramici più gravidi di pesanti ripercussioni sul futuro. Sembra quasi che l’istanza narrante si ecciti, davanti allo schietto estrinsecarsi della (inutile? fortunata? indifferente?) lotta dell’uomo contro la Caduta mediante la Macchina. Perché in fin dei conti il centro tematico di Lost è dato dall’intersezione tra la già citata linea (est)etica dualista e quest’altro itinerario di senso appena individuato.
La mole di suggestioni ricavata da questa stringata chiave di lettura, nondimeno, stupisce per imponenza e per la molteplicità di variazioni simboliche sul tema escogitata dagli autori. Si pensi alla metafora del backgammon o alla missione salvifica dell’iniziativa Dharma ma anche, per rimanere a The Incident, alle schermaglie tra due archetipi semi-divini rivali ai piedi di un colosso raffigurante il dio egizio Sobek (traggo molti di questi riferimenti da un blog di bene informati). Ognuno di questi risvolti concorre a definire una poetica imperniata su una concezione classicheggiante – per la precisione presocratica, ad avviso mio e di Francesco – della dialettica scelta/destino e, soprattutto, della sua interconnessione con l’esistenza di un Principio veritativo. Gli enti contrapposti sul piano ontico si combattono per conferire dinamismo all’universo nell’assoluta unità costitutiva. La “ragione” per cui tutto accade, quindi, si dà e si sottrae senza che l’intelletto – individuale o collettivo – possa interamente figurarsela in termini logico-formali, dunque senza che il “dover fare” – del singolo o di una comunità di individui – si possa sottomettere a opzioni morali definitive e preformate. Kate, in prima battuta, si spende contro il piano di azzeramento atomico degli eventi, sostenendo che è crudele mettere sulla bilancia il detrimento di alcuni a beneficio di altri, ma alla fine partecipa all’attacco. E Juliet si ricrede in modo analogo. Difficile valutare una volta per tutte la bontà di un’azione solo in base alle sue conseguenze o solo compulsandone le intenzioni, perché la morale – ben inserita nella temperie gnoseologica “unitaria” di cui sopra – mal si presta a risolversi secondo partizioni nette.
Difficile, soprattutto, è prevedere quali sviluppi linguistici seguirà la sesta serie nell’intento di rispondere o meno agli interrogativi aperti sin qui. Nel caso in cui si scegliesse di voler illustrare l’insistere di una “zona oscura” sull’umana discernibilità delle cose, come si rappresenterà la conseguente fallacia degli indicatori diretti (dunque delle visualizzazioni in scena)? Per adesso è già tantissimo potersi confrontare con un’epica in grado di coniugare impegno e divertimento a questi elevatissimi livelli.

Scrivevo di Lost già qui, ma allora prevaleva un certo scetticismo. È bello ricredersi.


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permalink | inviato da Ismael il 19/5/2009 alle 17:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa



1 ottobre 2008

Burn after reading

Sulla tragedia del divenire che lambisce la farsa – e viceversa – i fratelli Coen hanno costruito un’inconfondibile poetica d’autore. Fino al memorabile Non è un paese per vecchi la linea è stata seguita lavorando sulle storie, alla ricerca di percorsi tramici da avviluppare per immagini. Nel film premio Oscar testo e metatesto concertavano l’identificazione psicologica dello spettatore con lo sceriffo Bell, catapultando l’osservatore esterno nello stesso spaesamento provato dal protagonista davanti al vuoto di senso nel suo manifestarsi sordo e improvviso.
Con Burn after reading i due cineasti di Minneapolis imboccano un sentiero espressivo affatto diverso. Anziché sulla narrazione si concentrano sulla caratterizzazione, seguendo un indirizzo concettuale – ma assolutamente non estetico – vagamente hitchcockiano. Il McGuffin non è niente o quasi, cosicché rimane spazio per una drammaturgia proclamantesi libera dall’obbligo di dipendere dal “fuori scena”. Non per nulla il film ha i suoi momenti migliori nei siparietti surreali (su tutti la messa in funzione di un singolare lettino “snodato”) e nelle istantanee sulle nevrosi caratteriali (specialmente quelle “ginniche”) che esaltano la fisicità della recitazione. Il cast esce sublimato da tanto riguardo per l’interpretazione di ruoli topici: se dopo Jesse James la bravura di Brad Pitt non dovrebbe più stupire nessuno, colpisce invece il borghese piccolo piccolo incarnato senza strafare coi manierismi gigioni da George Clooney. Molto convincenti anche Frances McDormand (già vista in Fargo) e Richard Jenkins (il manager Ted, il personaggio meglio riuscito del gruppo). Un po’ imballato John Malkovich, ma lo prevede la parte.
A fare le spese del nuovo corso coeniano è proprio il marchingegno narrativo alla base di questo polittico semiserio – sfilacciato in tre sottotrame da subito restie a combaciare e, nell’ultima mezzora, cigolante quanto basta per supporre che stavolta chiudere la partita debba aver procurato più di un grattacapo ai due cosceneggiatori. Senza troppo infierire sul pretestuoso ammiccamento alla satira antigovernativa che mette capo alla pellicola, va detto che da autori tanto celebrati ci si aspetta ben altra finezza d’elisione.
Come molti altri tentativi di cesellare il contenitore a discapito del – o a prescindere dal – contenuto, anche questo si risolve in uno sterile esercizio di stile. In attesa di The wrestler, il primo film-evento dell’annata cinematografica si rivela una mezza delusione.

Round-up: “l’arte dei Coen è essenzialmente fatta di disgiunzioni – oggetti trovati da qualche parte (il cinema, soprattutto) e privati dei loro naturali contesti e delle loro abituali associazioni. L’empatia, intesa nel modo tradizionale, è semplicemente esclusa dalle premesse stesse del cinema dei Nostri” [Roberto Tallarita]




14 agosto 2008

Il cavaliere oscuro

Una volta proiettate nella dimensione corporea, le antitesi astratte si contaminano reciprocamente, al punto da frammentare l’identità delle stesse “maschere” designate ad archetipizzarle. I modelli concettuali di riferimento vedono cioè la loro integrità estetica multisfaccettarsi in un bagno di “realtà narrativa” dove proprio la tensione tra opposti comunicanti, nel suo liberarsi, diviene motore della trama raccontata. Questo nucleo tematico/partito stilistico ha molti precedenti in Christopher Nolan (regista di Memento, Batman begins, The prestige), ma ne Il cavaliere oscuro domina la scena con inusitata abbondanza di varianti figurative. La dualità si pone su più strati di significato, informando livelli di lettura capaci di spaziare con la massima scioltezza dalla stretta vicinanza all’estrema lontananza dallo specifico filmico. Due sono le menti dietro all’opera, con Christopher coadiuvato nella scrittura dal fratello Jonathan Nolan; due i registri espressivi da coniugare, cinema d’autore e d’intrattenimento (Il cavaliere oscuro, riuscendo nell’impresa di confezionare una robusta epica pop, mantiene ciò che Wanted prometteva solamente). Tutta la vicenda, inoltre, ruota attorno alle due serie di polarità incarnate da Batman e Joker (Bene e Male, Amore e Odio, Ordine e Caos), fino a convogliare il suo potenziale simbolico sullo sdoppiamento solo interiore del protagonista positivo e pure esteriore del povero Harvey Dent.
Regia e sceneggiatura concorrono nell’esporre con grande maestria una simile densità di contenuto. Nel memorabile prologo – una delle più belle rapine in banca viste al cinema a mia memoria – l’immaginario dello spettatore è chiamato a riconoscere in una maschera da clown la presenza di un mito vivente, di un simbolo ultroneo, iconizzato tramite un oggetto-feticcio isolato nella sua solitudine. Il rivale, al contrario, viene messo in un’analoga luce “mitica” tramite un espediente moltiplicativo, nella scena in cui oltre ai soliti malviventi gli tocca neutralizzare anche un gruppo di mitomani intenzionati a emulare le eroiche gesta del Pipistrello. Il maligno pagherà l’identità a sé rimanendo vittima della stessa casualità al servizio della quale lavora (quando il suo “esperimento sociale” fallisce miseramente), laddove il buono disporrà infine della labile frontiera tra vero e verosimile in omaggio al bene comune quale ricompensa per la sue profonde contraddizioni (parliamo di un “paladino della giustizia” che accarezza l’idea di appendere il mantello al chiodo pur di riconquistare la vecchia fiamma e, per la stessa ragione, non esita a scegliere quest’ultima tra due ostaggi da salvare). È significativo, poi, che la caduta del già citato Harvey Dent inizi di fronte alle titubanze sentimentali di Rachel, vale a dire nella classica situazione in cui è impossibile “fabbricarsi la propria fortuna”.
L’estro dei Nolan bros nel combinare testo e immagini, d’altro canto, sorvola un po’ sbrigativamente su snodi critici consegnati senza troppi riguardi alla sospensione d’incredulità: Joker che si infila nel polsino della camicia tutta la mala e tutta la polizia di Gotham, Gordon che a metà film estrae dal cilindro uno stratagemma molto somigliante a una scappatoia per sceneggiatori in difficoltà e qualche personaggio secondario (il commissario pre-Gordon, il detective Wuertz) catapultato sulla scena di punto in bianco. Una regia altrimenti elegantissima ha un paio di cadute in occasione di altrettanti, pacchianissimi carrelli circolari (Wayne e Alfred intenti a pianificare la spedizione a Hong Kong, il faccia a faccia tra Joker e Rachel). E la colonna sonora di Hans Zimmer, sebbene emendata dal contributo di James Newton Howard, di fatto copincolla lo score de Il Codice Da Vinci.
Peccati sui quali si può chiudere un occhio, avendo presente le interpretazioni superlative di Heath Ledger e di Aaron Eckhart (Joker e Harvey Dent), la caratura drammatica dell’opera nel suo complesso e la perizia descrittiva con cui Christopher Nolan sa illustrare le azioni più concitate (di molto superiore a quella di celebrati maestri del genere come John Woo, che probabilmente avrebbe trovato il bandolo del complicato balletto sul grattacielo del Joker con un tripudio di esplosioni).
Ma certi commentatori hanno preferito guardare il dito e prendere a pretesto le pecche suddette al fine di posizionare su coordinate analitiche uno sgradimento invero tutto ideologico nei confronti dell’ultima fatica nolaniana. Il “messaggio” del film, ahilui, effettivamente non fa per i palati progressisti (vedi anche l’articolo di Rocca linkato qui sotto): certi uomini nascono crudeli senza che vi siano cause ambientali in grado di spiegare la loro malvagità (Joker si diverte a scherzare sull’origine delle sue cicatrici tirando in ballo violenze domestiche ogni volta diverse), la verità talora può e deve cedere il passo alla fiducia che innerva il tessuto sociale e, dulcis in fundo, l’unica speranza di spezzare la catena del male sta nel farsi anti-eroicamente carico di colpe altrui.
Inutile ripetere che nulla è più lontano da una buona critica cinematografica dell’anteporre l’etica all’estetica o, peggio, del nascondere questo erroneo metro di giudizio dietro categorie valutative apparentemente “tecniche”.

Round-up: Batman è segato in sezioni, mescolate in sé alla rinfusa, che lo rendono incerto e contraddittorio. Joker entra in Batman: affermata nettamente la funzione disvelatrice (“Nei loro ultimi istanti vedi le persone come sono”), lo perlustra nell’intimo” [Emanuele Di Nicola]; “Christopher Nolan gioca pesante – e spesso estenuante – con la contaminazione a specchio tra Pipistrello e Nemico, tra Bene ambiguo ma necessario e Male scintillante” [Alessio Guzzano]; “La gente di Gotham, così come l’opinione pubblica mondiale, pensa che se l’eroe non avesse scatenato la sua crociata a favore del bene, Joker o Bin Laden non avrebbero fatto saltare in aria ospedali e treni, ucciso decine di innocenti e terrorizzato il mondo civile” [Christian Rocca]




10 luglio 2008

Wanted - Scegli il tuo destino

Il kazako Timur Bekmambetov ha un debole conclamato per la rivisitazione in chiave “spara e scappa” delle mitologie basate su esoteriche confraternite di giustizieri predestinati. In Nightwatch si fronteggiavano i guardiani del giorno e della notte, due schiere di controllori della non-ingerenza reciproca nel libero arbitrio dei comuni mortali – a loro volta tenute sotto stretta sorveglianza da super vigilanti eletti tra gli eletti.
Stavolta sale alla ribalta una congrega di sicari votati alla feroce esecuzione dei responsi di morte orditi da un telaio meccanico, le cui inappellabili sentenze sono tradotte in caratteri alfabetici dall’aruspice a capo dell’ordine. Di nuovo si pone l’interrogativo “chi controlla i controllori?” – o, nella fattispecie, “chi giustizia i giustizieri?” – che fece vibrare di suggestioni filosofiche le vignette del Watchmen di Alan Moore. Non per nulla il soggetto originale di Wanted si ispira all’omonima graphic novel di Mark Millar e J. G. Jones.
Nel film la risposta si chiama Wesley Gibson (James McAvoy, già visto ne L’ultimo re di Scozia e in Espiazione), ragioniere depresso che, sequestrato dalla fatalona Fox (Angelina Jolie, qui in versione anoressica) e sottoposto a un crudele tirocinio, da sfigatissimo travet si trasforma in macchina da guerra e assurge al rango di sterminatore apicale – di giustiziere dei giustizieri, per l’appunto. Il principio (ri)unificante incarnato dal protagonista incorpora valenze etico-escatologiche che il regista elabora servendosi di strumenti visivi tra l’estroso e il burino, ma mai dotati della carica immaginifica necessaria ad accompagnare adeguatamente il tema portante della vicenda.
Il sottofondo narrativo, in buona sostanza, rimanda al conflitto tra scelta e destino nell’ambito dello spietato utilitarismo che innerva il codice deontologico della confraternita (“ne uccidi uno, ne salvi mille”). Il Fato propone, la necessità di mantenere in equilibrio il Caos dispone: questa è la brutale consapevolezza che traspare dai dettami dell’ordine. È significativo che la metafora più efficace in tutta la pellicola venga dal moto dei proiettili, curvare la linearità del quale rappresenta, assieme, la prova provata della compiuta attitudine alla guardianìa e l’evidenza di una deliberata hybris verso l’ordine naturale del mondo. Un ordine rettilineo contrapposto alla circolarità cui tende l’imperativo “contabile” e ricorsivo dei giustizieri, contro il quale solo la travagliata riconciliazione con la paternità – l’origine degli eventi sottolineata dai rewind iniziale e finale – sembra poter fare da scudo.
Un risvolto metaforico pure greve e scontato, però, che ben sintetizza la levatura generale di un film chiassoso, sboccato e mainstream nella peggiore accezione del termine. Se bastasse far leva con brio su spunti tematici accattivanti (e abbastanza datati, vista l’età non indifferente del mito delle Parche), per dare vita a prodotti validi, il cinema recente abbonderebbe di chicche imperdibili. Invece si assiste nuovamente all’omologante predominio del montaggio a singhiozzo e dell’effettisitica visiva debordante sul nucleo artistico della rappresentazione, di sconfortante pochezza drammaturgica – e scritturale: come può Fox, nel finale, prendere in parola con tanta sicumera il rilancio di un priore (Morgan Freeman) già dimostratosi infido?
C’è spesso da ridere di pancia, lo ammetto, ma il più delle volte si tratta della comicità involontaria dovuta alle esagerazioni acrobatiche di certe scene d’azione (l’avvitamento laterale al ralenti della macchina di Wesley nell’uccisione della sua seconda vittima, ad esempio). Va bene, il finale ultra-coatto strappa una risata sincera e cercata. Ma è un po’ poco, per l’opera che avrebbe dovuto convertire Hollywood all’impegno divertito delle nuove avanguardie europee.

In giro ne parlano così: “il vulcanico kazako Timur Bekmambetov (“I guardiani della notte” ecc.), trae un frenetico gioiello visivo e – perché no? – filosofico che manda a casa sazi e affamati di seguiti” [Alessio Guzzano]; “Diciamo le cose come stanno: Wanted è un film coatto. E’ un film cafone. E’ un film che fa fomentare la gente e la fa esultare, sghignazzare e commentare ampiamente e ad alta voce lungo tutta la durata della pellicola. E’ un film che ti lascia con il sorriso” [Jinzo]; “E’ un film di azione “puro”. Inseguimenti, sparatorie, colpi di scena. Lontano dunque da certo cinema “intellettuale”, può essere criticato da molteplici punti di vista. Fatto sta che non ci si annoia mai” [In Visigoth]




16 maggio 2008

Iron Man

Nell’usuale catalogazione binaria, i supereroi si dividono in “somatici” e “autonomi”: i classici emblemi della dicotomia sono Superman (ferreo golem dalla nascita) e Batman (self made hero grazie ai soldi e alla tecnologia). Una tassonomia a prova di bomba, sembrerebbe proprio il caso di dire; non fosse per l’importanza dei fattori psicologici e ambientali nel contribuire all’estrinsecazione delle doti innate di Clark Kent – chi ha visto qualche puntata di Smallville sa a cosa mi riferisco – e per l’essenzialità del bagaglio intellettuale congenito nell’avviare all’eroismo il buon vecchio Bruce Wayne.
L’Iron Man Tony Stark appare il miglior candidato possibile a far parte della schiera degli autonomi. Riccastro resipiscente dopo aver toccato con mano le capacità distruttive del suo prodotto di punta (le armi da guerra), il nostro si reinventa uomo d’acciaio indossando un esoscheletro raddrizzatorti. Ma è il genio del protagonista a ideare il sistema di propulsione in grado di mettere in moto il favoloso marchingegno – o, meglio, a capire come sfruttare per quel fine l’alimentazione dell’apparato salvavita rimastogli nel torace a causa dell’incidente che provoca il suo ravvedimento. È quel fusto metallico conficcato in pieno petto, ripetutamente ed enfaticamente vezzeggiato dalla macchina da presa, a rappresentare l’esemplificazione strumentale per eccellenza del connubio cuore-cervello, predestinazione-acquisizione, arte-tecnica che innerva l’epopea cinematografata da Jon Favreau.
Tuttavia l’approfondimento tematico di questo lampante catalizzatore di senso rimane sospeso tra la mera suggestione e il simbolismo irrisolto, missione incompiuta di una regia fin troppo giudiziosa. E di una scrittura pericolosamente propensa a sbrogliare in eccessiva scioltezza il bandolo della trama: svolte narrative assai forzate come la fuga iniziale dalla grotta simil-afghana (possibile che ai sorveglianti sfugga la smaccata insubordinazione dei due prigionieri?) o la dinamica della vittoria nel duello finale (possibile che Iron Monger non si avveda del trappolone tesogli?) sottraggono indubbiamente rilievo al vero “soggetto centrale” della vicenda. Pericolosi scricchiolii si levano anche non troppo lontano dallo specifico filmico, con l’impegno pacifista ripiegato su se stesso non appena il paradosso latente dell’armaiolo ribelle per mezzo di un micidiale ritrovato bellico, esplicitato in zona Cesarini con tanto di battuta ad hoc, si sublima in una sconcertante fanfaronata a mezzo stampa. Non si capisce bene, in effetti, se il problema di fondo sia la guerra in re ipsa o se, più prosaicamente, conti non vendere armi alle persone sbagliate.
Le buone notizie vengono dal cast e dalla direzione del terzetto di interpreti principali. Robert Downey Jr. si dimostra una volta di più eclettico e convincente, Jeff Bridges – quasi irriconoscibile nella sua calvizie – gigioneggia sotto controllo e Gwyneth Paltrow si trova a suo agio nei panni dell’assistente/moderatrice. Gli effetti speciali esibiscono il pezzo forte della Industrial Light & Magic, ossia la digitalizzazione di superfici antropomorfe: vedansi l’armatura rosso-oro di Iron Man e quella argentata di Iron Monger.
Per chi ancora non lo sapesse, il film termina dopo i titoli di coda. A questo proposito, pare che il nuovo pacchetto-sicurezza contempli una cospicua gamma di pene corporali per i proiezionisti frettolosi. Speriamo funzioni da deterrente contro la dilagante tendenza allo sforbiciamento inconsulto.

La parola agli esperti: il nuovo cuore artificiale [...] diventa metafora di un’umanità la cui industria potrebbe (così sembra) rivolgersi a fini costruttivi invece che distruttivi” [Marco Compiani]; “Jon Favreau, già regista di Elf e interprete di Foggy in Daredevil, dosa sapiente gustosi dialoghi ed effetti speciali ma non troppo” [Alessio Guzzano]




11 aprile 2008

Juno

Incinta dopo la prima volta col suo ragazzo, la pepata sedicenne Juno (Ellen Page) decide di tenere il bambino e di darlo in adozione a una malassortita coppia di yuppie, ansiogena lei (Jennifer Garner) e bamboccione lui (Jason Bateman). Scoprirà di quanta pressione psicologica sia capace il conformismo della gente, ma anche di aver fatto la scelta giusta.
Jason Reitman, figlio d’arte già apprezzato alla regia del caustico Thank you for smoking, torna a scolpire personalità con una pellicola visibilmente attraversata dalla vena sardonica che lo contraddistingue. Riecco allora i beffardi siparietti extradiegetici, come la “vestizione” della secchiona-tipo o il ralenti del preservativo srotolato su una banana (perfetta metonimia dell’educazione sessuale istituzionalizzata), ma anche eleganti istantanee del disagio a un tempo adolescenziale e adulto sperimentato dalla protagonista. Il suicidio simulato fingendo di impiccarsi a un “cappio” di liquirizia ripiena saluta amaramente l’inizio di un’esperienza tanto gravosa quanto precoce, mentre le due semisoggettive sull’ingresso a scuola di Juno prima e dopo la gravidanza visualizzano altrettante varianti – quella ammassata e quella additata – della solitudine giovanile.
È però nel conferire spessore caratteriale al suo micromondo di personaggi che Reitman dà il meglio di sé. Appassionato ai loro destini all’evidente limite del coinvolgimento affettivo in prima persona, indugia su manie e dilemmi esistenziali con rapide passate di cinepresa (penso alle mani della futura mamma adottiva impegnate a rassettare nervosamente una fila di salviette) e senza mai diluire inutilmente il compattissimo copione. Incassando poi la superlativa interpretazione della primadonna Ellen Page, dotata di una gamma espressiva davvero eclettica, nonché l’elevato apporto recitativo del cast nel suo complesso, su cui svetta la sorridente emotività di Vanessa (Jennifer Garner).
Tutto questo in poco più di novanta minuti: occorrerebbe scomodare parole come “gioiello” e “capolavoro”, se solo la pur lodevole sceneggiatura del premio Oscar Diablo Cody non scontasse qualche ingenuità (vedasi l’atteggiamento dei genitori di Juno, forse un po’ troppo comprensivo per risultare credibile in una situazione del genere) e non imboccasse un epilogo all’insegna di un ottimismo sicuramente edificante, ma a maggior ragione in netto contrasto con il tono della commedia agrodolce messa in scena fino al quarto d’ora finale. Tanto sarcasmo politicamente scorretto per approdare a un macchina indietro della serie “due cuori una capanna”?

La parola agli esperti: “incisiva e divertente la commedia senza pretese di dramma, lezione di cinema & dialoghi e non di morale. Non la si rovini per paraculi motivi elettorali” [Alessio Guzzano]; “un film particolarmente garbato, capace di sollevare questioni di notevole richiamo mediatico (la società raccontata da Reitman, per quanto strampalata, non è nient’altro che l’odierno mondo in cui ci muoviamo) senza però imporre una precisa chiave di lettura” [Priscilla Caporro]




4 febbraio 2008

Into the wild

Nel 1992, Cristopher McCandless (Emile Hirsch) intraprende un itinerario di rinascita on the road che lo porterà a sfidare le terre selvagge dell’Alaska. Liberatosi dal giogo della sua identità borghese, scoprirà quant’è caro il prezzo da pagare per riuscire finalmente a “chiamare le cose con il loro vero nome” in completa solitudine.
Tratto da una storia vera, Into the wild racconta la sofferta riconquista di se stessi nel lavacro purificante di un vagabondaggio “finalizzato”, laddove il fine consiste nell’intento di misurarsi con la natura in totale assenza di qualsivoglia intermediazione (vincolante perché) in senso lato tecnologica. Nel film, Cristopher si disfa dell’automobile, delle carte di credito, dei risparmi, persino del suo vecchio nome – ma non evade mai del tutto dalla sua innaturalità intrinseca: la dipendenza dall’artefatto, seppur ridotta ai minimi termini, lo accompagna fino alla meta. Strumenti come il fucile, gli abiti, un riparo o qualche rudimento di botanica alimentare si confermeranno a più riprese dotazioni di vitale importanza e questa imprescindibilità, oltre a costituire il vero cuore simbolico dell’allestimento visivo, insinua nel protagonista la consapevolezza di aver lottato contro un falso nemico. Dopo aver arrancato dietro al chimerico proposito di affrancarsi dai legami, Cristopher si rende conto di come, in realtà, conti saper scegliere con chi e come stringerli. Perché nell’isolamento non troverà maggior libertà, ma solo ferace privazione.
Il travaglio dell’uomo preso tra l’incudine della natura e il martello della tecnica, per lo Sean Penn regista, si rivela una sorgente tematica alla quale attingere tra alti e bassi. Un cast di elevato livello (oltre al bravissimo Hirsch, che non si lascia mai staccare gli occhi di dosso, segnalo Catherine Keener nei panni di una hippie di mezza età e Hal Holbrook in quelli di un anziano militare a riposo) e una soluzione narrativa molto appropriata, con la trama suddivisa in due tronconi paralleli (uno per il viaggio e uno per la permanenza in Alaska), vanno annoverati tra i primi. Gli spunti di regia adottati per veicolare visivamente l’antinomia portante, invece, finiscono spesso tra i secondi. Non tanto perché banalotti – come il tradurre in immagini lo scontro natura/cultura mediante il contrasto tra registri espressivi “classici” (campi lunghi e soprascritte) e “moderni” (ralenti e dissolvenze) – o inflazionati (gli stormi d’uccelli in volo, le api tra fiori da impollinare), quanto per la frammentazione espositiva che ripercuotono inutilmente su un plot già amplificato a sufficienza dalla narrazione “in parallelo” di cui si diceva poc’anzi. Spesso si ha l’impressione di veder ripetere concetti perfettamente trasmessi dal testo tramite ridondanti esercizi di stile nel sottotesto, in altre parole.
Peccato, perché l’affiancamento del momento “itinerante”, carico di incontri decisivi lasciati alle spalle nella foga di arrivare a destinazione, a quello “stanziale”, nel quale il novello eremita rielabora e rimpiange i suoi trascorsi più o meno ravvicinati, rendono comunque Into the wild il film più interessante del nuovo anno.

“È [...] nell’interazione che il protagonista “evolve”, nel mutuo riconoscimento di solitudini che rimodella la sua vita (ogni identificazione dell’altro è una re-identificazione di sé)” [Manuel Billi]; “Faticoso, molto faticoso, così che la marcia sia condivisa. Musicato con foga libertaria. Emilie Hirsch scala il ruolo della vita fino a uno dei più struggenti tramonti umani mai visti al cinema” [Alessio Guzzano]




14 gennaio 2008

Lussuria - Seduzione e tradimento

Nel 1942, un gruppo patriottico cinese organizza un attentato al principale collaborazionista dei giapponesi a Shanghai, il signor Yee (Tony Leung). La guardia dell’obiettivo, secondo i piani della resistenza clandestina, viene fatta abbassare infiltrando la seducente Wong Chia Chi (Tang Wei) nel suo entourage. Dall’incontro tra gli animi tormentati dei due protagonisti – Wong deve approntare una simulazione dagli incerti confini passionali, mentre Yee può finalmente espellere le scorie psicopatologiche di un’esistenza vissuta nel timore del fingere altrui – nasce una rivisitazione in salsa oriental-sovversiva della storia di Mata Hari.
La sofisticata regia di Ang Lee si addentra quindi nelle torbide pieghe di una vicenda che ruota attorno alla crisi d’identità in entrambe le sue varianti, interiore ed esteriore: giacendo con la sua vittima designata, Wong la scopre carnefice di un’integrità emotiva faticosamente ricostruita dopo pesanti travagli giovanili e, nel contempo, sente incrinarsi la risolutezza con cui dovrebbe prepararne la morte.
Interpellato a proposito del sesso softcore presente nel film, il regista ha spiegato di aver ripreso le copule a fini drammaturgici, nell’intento cioè di rappresentare visivamente un rimescolarsi di anime. Sarà, ma una maggior dimestichezza con la fisicità erotica avrebbe consentito di catturare le stesse suggestioni anche con maggior pathos pur senza inquadrature tanto esplicite, specie se si considera l’evidente rigidezza espressiva esibita da Tony Leung durante le scene più scabrose. Il sospetto che, dopo Brokeback Mountain, il cineasta taiwanese voglia riscuotere una sorta di cambiale mediatica alimentando la sua fama di provocatore si fa strada a dispetto delle giustificazioni estetiche di rito. Soprattutto alla luce della ridondanza espressiva causata dall’innesto di amplessi tanto coreografici e macchinosi (tranne forse il primo) in un tessuto narrativo già in grado di veicolare i propri contenuti-cardine altrove, e con ben altra eleganza. Si pensi soltanto alle pluricitate partite di mahjong che impegnano a più riprese le mogli dei gerarchi collaborazionisti: alla stregua di uno spettatore invisibile, Lee ne scruta i risvolti simbolici e psicologici. Quelle donne, che manovrano gli uomini come pedine, in realtà gareggiano a misurare la loro presa sull’altro sesso da un posto di vista sì comodo e defilato, ma che nondimeno le costringe a portare il peso di un “non detto” che serpeggia tra occhiate maliziose e nervosi maneggi delle tessere da gioco. E Wong, quando ammette di non essere “molto brava a mahjong”, riconosce apertamente le sue difficoltà “professionali” del momento. La moglie di Yee, per quanto relegata ad angelo del focolare, sembra paradossalmente avvantaggiarsi della sua abitudine a governare quotidianamente il rapporto col marito.
Queste speculazioni d’autore si accompagnano alla modulazione d’indecifrabilità conferita da Lee ad alcuni elementi materici. Si va dall’anello incastrato nel dito di Wong, regalo d’amore che sintetizza efficacemente l’inaspettata reciprocità di un sentimento ormai conclamato, alla traccia di rossetto che la donna lascia in un paio di occasioni su altrettanti bicchieri, di significato analogo (stavolta verso Yee, che nota questa “impronta” alla sua prima apparizione) ma meno definito.
C’è molto di cui dibattere in punta di semiotica, ma ciononostante l’opera rimane percettibilmente lunga (157 minuti) e (leggi perché) attraversata da una freddezza glaciale. Consigliato solo agli amanti del melò senza se e senza ma (come il sottoscritto).

La parola agli esperti: “La giovane protagonista è l’emblema della finzione femminile, che cerca di barcamenarsi tra i mille comprensibili dubbi che si manifestano nel corso della storia: fino a che punto ci si può spingere nella menzogna? A che punto si trova la distinzione fra una relazione “vincolata” dalle esigenze ideologiche e un sentimento sincero? Fino a quando si finge? E cosa accade quando non è più finzione?” [Priscilla Caporro]; “Ang Lee, taiwanese capace di contaminare l’occidente senza lasciarsene contaminare, ha bissato il Leone veneziano ottenuto con i cowboy gay. Sembra sfogare qui, in amplessi dettagliati e necessari, tutta la passione carnale che allora dovette trattenere” [Alessio Guzzano]


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29 ottobre 2007

Molto incinta

Proprio allorquando viene promossa da assistente di studio ad annunciatrice televisiva, la bella Alison (Katherine Heigl, la Isobel di Grey’s Anatomy) scopre di aspettare un bambino da Ben (Seth Rogen), un fricchettone sfaccendato e sovrappeso, suo amante occasionale la notte dei festeggiamenti per l’eccitante avanzamento di carriera. Per inquadrare il tipo, basti sapere che il ragazzo è abbastanza familiare con la prima infanzia da trattare i marmocchi come cani da riporto e che è un partito talmente buono da sperare di mantenersi curando un sito internet dedicato ai nudi delle star. I due malassortiti fidanzati dovranno dire addio all’egocentrismo giovanile e sacrificare i loro progetti al bene del nascituro.
Morale della commedia: i figli si fanno quando capita con chi capita, la vita si prende saggiamente gioco delle tabelle di marcia troppo rigide e, dulcis in fundo, forse l’unico modo totalmente “responsabile” di procreare è...non procreare affatto. Il combinato disposto così riassunto sembra avere urtato la suscettibilità della critica politicamente corretta, la quale – non si capisce bene se per malafede o distrazione – ha pure tacciato di scarso realismo il comportamento della protagonista, che secondo taluni non prenderebbe nemmeno in considerazione l’ipotesi di interrompere la gravidanza. Eppure nel film il suggerimento di “correre ai ripari” spunta in due dialoghi consecutivi, uno dei quali si svolge tra la ragazza incinta e sua madre. Durante una telefonata, poi, Alison avverte Ben di voler tenere il bambino: a rigor di logica, decidersi per una scelta implica l’aver consapevolmente vagliato tutte le soluzioni alternative.
Coartazioni radical a parte, occorre pur (riba)dire che “mandare un messaggio” più o meno condivisibile, di per sé, non è condizione necessaria né sufficiente a confezionare del buon cinema. E che Molto incinta, se può vantare alcune gag capolavoro (su tutte l’orgia simulata dagli amici di Ben quando Alison si fa risentire e l’imbarazzo del futuro papà durante l’amplesso per la “presenza” del feto), accusa d’altro canto qualche lungaggine nella scrittura (alcune sottotrame, come ad esempio le indagini sulla presunta relazione extraconiugale del cognato Pete, smagliano inutilmente il tessuto narrativo del film).
La buona presa sul cast da parte del regista e sceneggiatore Judd Apatow, molto convincente nel ritrarre l’amicizia tra i componenti della sgangherata combriccola con cui gozzoviglia e vive Ben, unito al pertinente utilizzo di classici strumenti visivi come controcampi e montaggi alternati, contribuisce comunque a realizzare un prodotto nel complesso piacevole. Davvero carini i titoli di coda, con il fotoalbum dei bimbi avuti sinora dalla squadra di tecnici e attori che hanno lavorato alla pellicola.

La parola agli esperti: “il tentativo è quello di innestare (neutralizzare?) in commedia le intemperanze sessual/verbali del nerd [...] Scurrilità con destino rosa, rutti votati al lietofine, cameratismo cialtrone messo sull’attenti romantico, ribellismo flautato in retorica da pannolino” [Alessio Guzzano]; “Delle tante cose che funzionano di "Molto incinta", la coppia protagonista è l'asso nella manica dell'intera operazione. Per una volta hai la sensazione che la donna sia molto più sexy dell'uomo. Rivoluzionario” [Francesco Alò]; “Apatow è diventato sinonimo di una comicità giovanile fresca ed originale, che sembra trovare le sue radici nelle pellicole di John Landis degli anni settanta, ma anche dai migliori programmi comici della televisione attuale. Piccolo problema, non si sta spremendo troppo?” [Colinmckenzie]


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