.
Annunci online

  Ismael [ Il superstite del Pequod ]
         
















Non te lo chiedo per favore: non calpestarmi







Perduta nazione, avito suolo
Isole tra i monti, strade pei mari
Unico asilo ed eterno conforto
Per te prosperiamo
Liberi e reverenti





Due che hanno visto giusto





La situazione mediorientale spiegata
meglio che in mille editoriali





In memoria di Diamond
"Dimebag" Darrell
, e di tutti gli
interminabili pomeriggi di
gioventù trascorsi a sgomitare
sotto la sferza selvaggia
della sua chitarra!





Where I belong:



Il movimento liberale giovanile fondato e presieduto da Francesco Lorenzetti



Edoardo Ferrarese

Crea il tuo badge


Testate, think tank & community:





















Direttore Giancarlo Loquenzi
















































MY BEST SHOTS:

Meglio il Saruman monetarista
o il Sam vegetariano?

Sul proporzionale

Un sindaco efferato

Mineo-gate

La verità ribadita.
Grazie alla blogosfera


Le fiamme sopra Parigi

Religione e omosessualità -
Condannati per reato d'opinione


Buon anno e felice Epifania
con l'intemerata
laica-ma-non-laicista


Ipocralismi
(ipocrisie e moralismi)


Il sofferto capolavoro
di Arik


Munich

Jimmy, Fini e i joint

Il Programma dell'Unione:
non si fa, si fabbrica


Jin-Roh - Uomini e lupi

Cento domande sull'Islam

Il Caimano

Buona la seconda

Cinque minuti a mezzanotte

After-midnight abstracts

Martini l'apostata

Hanno già ricominciato
a farci "ridere"


What is the Matrix?

Federalismo e Democrazia

La riserva è scesa in campo

La Signora delle contumelie

Mimmu 'u Guardasigilli

Il Codice da Vinci

La lussazione

Pensierini bioetici

Referendum day...
compromission day


Centrodestra, anno zero

Padoa-Schioppa VS Bersani:
vince la politica

Paths of Glory -
Ciò ch'è fatto è reso


La guerra infinita,
l'ipocrisia al governo

United 93

Multilateralismo dalemiano:
molta astuzia, poca prospettiva

8 Settembre,
festa degli ondivaghi


Com'era il mondo

Propaganda welfare

La semplicità del Papa

Telecomgate, Prodi poteva
non sapere. Non è
la prima volta


Tra il Dio incarnato
e il Dio incartato


Più tasse per tutti.
E più inflazione

Miami Vice

Ipotesi su Gesù

Buona l'anima,
malo il vino


USA 2006:
l'America plurale


Laicità e diritto naturale,
ovvero: del cortocircuito
giacobino


La mossa del Casini

Né bio né equo
né solidale. Quindi
massimamente etico


Apocalypto

Pannella e la morte
per procura


Fassino, le sberle, la rivincita

Tri-dazer

"Prodienko": torti e ragioni

L'antiPACStico

Uno sguardo all'America
del prossimo futuro


Or sono tre anni

Come Prodi
cadono le foglie al vento


Life to lifeless

Proibizionismi all'orizzonte?

Ennesima political compass

A New Republic

300

Uomini, caporali
e parlamentari


Immigrazione e libertà

L'innatismo dei predestinati

Libertari o gobettiani?

Sarko e Silvio

Cronache straboscopiche

Sex Crimes & the Vatican

Michela Vittoria Brambilla

La valanga veronese

Gods of Metal 2007

Se Milano piange,
Parma non ride


Gianfranco, Daniela
e il  moralismo farisaico


Un altro partito liberale?
No, grazie


La battaglia che fermò
l'impero romano


Harry Potter 5

Mario e i miglioristi sognatori

L'Arciprete e il Cavaliere

Scemenze che vanno distinte

Cor magis tibi Sena pandit

Gli interrogativi di Walter

Il liberismo
è davvero di sinistra?


Fenomenologia del Grillo

Le cronache
del Ghiaccio e del Fuoco


Liberalismo

Eutanasia in progress

Rivalutiamo pure Hobbes,
ma solo oltre confine


Rosmini for dummies

Sapessi com'è strano/
morire democristiano


La Libertà e la Legge

Bioetica
autunno-inverno


Il caso Bianzino

Luigi Sturzo for dummies

Papa e Sapienza,
Fede e Ragione


USA 2008: Mac is back!

I figli di Hurin

Aborto all'italiana

Urbanistica di cronaca
e di mercato

Contro le tasse

Liste del Pdl:
guardiamo la luna,
non il dito


Cattolicesimo,
protestantesimo
e capitalismo


In difesa di Darwin/
Dimenticare Darwin


Multiculturalismo o razzismo?

Coerenza o completezza?
Il caso delle norme edili


Il teatrino fa comodo a tutti

Un'impronta illiberale?

La scelta di Eluana

La fine dell'economia

Il Cavaliere Oscuro

Il quoziente etico

Fallitalia

Quel che resta della crisi

 
 
 
 
 
 
 
 
 
Liberalizzazioni:
cosa resta da fare?

#1  #2


Il punto sulle bersanizzazioni
#1  #2  #3


Un giorno di libertà
#1  #2  #3


Metabio(gen)etica
#1  #2  #3  #4


Per il bene dell'Italia
#1  #2  #3  #4  #5
#6  #7  #8  #9  #10 


IsmaelVille
#1  #2  #3  #4  #5
#6 #6.1 #7  T13


Spigolature internautiche

"Uòlter Veltroni
a tajà er nastro
so' tutti bboni"

            by Giggimassi


"Far l'amore
col preservativo
è come fare il bagno
con lo scafandro"

                (Anonimo)


"Non sono né del partito
rivoluzionario né del
partito conservatore.
Ma tuttavia e dopotutto
tengo più al secondo che al
primo. Infatti dal secondo
differisco nei mezzi
piuttosto che nel fine,
mentre dal primo differisco,
insieme, nei mezzi e nel fine.
La libertà è la prima delle
mie passioni. Questa è la
verità"


      Alexis De Tocqueville
                    (by Zamax)


"Se Dio si candida,
lo stolto pensa alle elezioni
invece che al problema
dell'elezione"


            Giuliano Ferrara


"Io credo soltanto nella parola.
La parola ferisce, la parola
convince, la parola placa.
Questo, per me, è il senso
dello scrivere"


                    Ennio Flaiano
                (by Il Paroliere)


"L'ideazione di un sistema
resistente è atto creativo
che solo in parte si basa su
dati scientifici; la sensibilità
statica che lo determina, se
pure necessaria conseguenza
dello studio dell'equilibrio e
della resistenza dei materiali,
resta, come la sensibilità
estetica, una capacità
puramente personale, o per
meglio dire il frutto della
comprensione ed assimilazione,
compiutesi nello spirito del
progettista, delle leggi
del mondo fisico"


                       Pier Luigi Nervi
(Scienza o Arte del Costruire)


"L'unica cosa necessaria
per il trionfo del male
è l'inerzia dei buoni"

                         Edmund Burke
              (by Torre di Babele)


"Un governo così grande da
darti tutto quello che vuoi
è anche abbastanza grande
da toglierti tutto quello che hai"


               Barry M. Goldwater
          (by Retorica e Logica)


"L'amore è donare quello
che non si ha a qualcuno
che non lo vuole"


                     Jacques Lacan
                       (by Bernardo)


"Sono un conservatore nel
senso inteso da Hannah Arendt,
che si preoccupava della
preservazione del mondo.
Oggi comunque non c'è più
ordine costituito, ma solo
un cambiamento costituito.
La nostra sola tradizione è
il progresso. Viviamo in nome
del movimento e del
cambiamento continuo.
In questo contesto, io mi
considero un rivoluzionario,
perché ormai la sola
rivoluzione possibile è quella
che interrompe le derive
contemporanee"

               Alain Finkielkraut
                            (by Temis)


"Parliamo di politica:
quando si mangia?"


                 Alberto Mingardi


"Quella delle domeniche
a piedi è una messa rosso-
islamica, basata sulla nostalgia
del bel tempo della austerity
'regalataci' dall'Opec nel 1973.
E' un rito di espiazione e
autoflagellazione, direbbe un
Ernesto De Martino. E' una
autopunizione per aver pensato
di andare in auto a casa della
mamma, direbbe Freud. E' una
purga rivoluzionaria per
distruggere i beni di consumo
e tornare al valore d'uso,
direbbe Karl Marx"


                  Paolo Della Sala


"Quando uno conosce bene
una cosa se ne ha a male
se qualcun altro ne parla"


                          by Cruman


"Il vero conservatore sa che
a problemi nuovi occorrono
risposte nuove, ispirate a
principi permanenti"


             Giuseppe Prezzolini
  by Camelot Destra Ideale


"Una donna lo sa: le donne
adorano odiarsi. E' una cosa
vezzosa, niente di grave: solo
un po' di veleno qua e là, uno
sgambetto un sorriso e una
pugnalata alle spalle.
Non possiamo resistere"


              Annalena Benini


"Gli elettori delegano
il peccato ai potenti, così
possono immaginare
di non essere colpevoli
di nulla"


          Paolo Della Sala, again


"L'utilitarista deve nascondere
giudizi di valore da qualche
parte, per prendere decisioni
in base al suo principio,
e la teoria morale che ha
non è quindi l'utilitarismo,
ma lo specifico criterio
decisionale adottato"


                          LibertyFirst


"Non c'è più nessuno
a cui sparare, signore.
Se si tratterà solo di
costruire scuole e ospedali,
è a questo che serve l'esercito?"


                   Michael Ledeen


"L'idealista è uno che,
partendo dal corretto
presupposto che le rose hanno
un profumo migliore dei cavoli,
usa le rose per fare la zuppa"


                  Antonio Martino


"Sono sempre i migliori
ad andarsene dai forum"


                           Malvino


"Sapientia deriva da assaporare,
serve altro commento che non sia
mettere in moto il pensiero,
il ragionamento critico
come sapore delle cose?"


                                 adlimina


"Se gli economisti fossero
in grado di prevedere l'economia
non sarebbero tali, cioè non
avrebbero bisogno di insegnare
per sbarcare il lunario"


                            Mario


"Chi è sovente accigliato,
chi alza spesso il ditino
ammonitore, chi giudica
severamente il mondo
è uno che nel mondo
ci si trova male"


                             Gianni Pardo


The unprofessional blog

L'autore dichiara apertamente
che gli audaci parti del suo
intelletto avrebbero bisogno
del conforto di dottrina
specialistica in più materie,
nessuna delle quali minimamente
padroneggiata: pregasi notare
- sia ricordato qui una volta
per tutte - che di siffatti
scrupoli accademici è
privilegio della corporazione
dei dilettanti infischiarsene
allegramente (TNX Zamax)


Disclaimer
A norma della legge 62/2001
questo blog, aggiornato senza
periodicità, non è una testata
giornalistica né un prodotto
editoriale.
L'autore dichiara di non
essere responsabile dei
commenti inseriti nei post.
Eventuali commenti dei
lettori, lesivi dell'onorabilità
o dell'immagine di persone
terze, non sono da attribuirsi
al titolare.


Copyright
Tutti i testi presenti su questo
blog, salvo dove diversamente
indicato, sono da considerarsi
proprietà intellettuale
dell'autore. Senza il consenso
esplicito del titolare, è vietata
la riproduzione totale o parziale
di tali contenuti a scopo di lucro.
Il mancato rispetto di queste
indicazioni sarà perseguito
in sede legale, secondo i termini
previsti dalle leggi vigenti.


Creative Commons License
Questo/a opera è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons.

Wikio - Top dei blogs - Politica


16 marzo 2009

Un luogo chiamato libertà

di Ken Follett
Oscar Mondadori, 465 pp., € 9,00

L’anglosfera tardosettecentesca, laboratorio precursore dei conflitti socio-politici innescati dall’industrializzazione e dalla globalizzazione delle attività produttive, è l’ambientazione di questo romanzo storico del 1995, cronologicamente il quarto nella bibliografia “passatista” di Ken Follett.
Il racconto si snoda dapprima nella Scozia mineraria, dove le rivendicazioni protosindacali del combattivo Malachi McAsh si scontrano con gli interessi dell’aristocrazia del carbone; poi nella Londra spaccata tra i partiti whig e tory, divisa cioè tra le spinte riformatrici esercitate dalla piccola borghesia commerciale e le esigenze conservative dell’establishment britannico; infine nella Virginia coloniale già percorsa da accesi fremiti indipendentisti, in cui bastano pochi giorni di viaggio per oltrepassare il confine tra ordine civile costituito e libertà assoluta. In sostanza le varie tappe dell’avventura, come d’abitudine in Follett, collocano le vicissitudini dei protagonisti entro diverse cornici di ampio respiro narrativo, che permettono alla poetica dell’opera di esprimersi sotto temperie estetiche di sapiente variabilità.
Non siamo ai livelli artistici di Mondo senza fine, quindi nemmeno lontanamente si sfiorano gli impareggiabili fasti de I pilastri della Terra, eppure il talento figurativo di Ken Follett nello scolpire personalità è notevole anche alle basse intensità di gradazione. Si guardi con quanta nettezza l’autore descrive le incomprensioni tra Malachi e la sua amata Lizzie, esplorando i tormenti psicologici di entrambi i personaggi con una sintesi talora capace di stupire per come sa elevarsi a modello rappresentativo di quell’angoscioso ginepraio di fraintendimenti che sono i rapporti tra uomini e donne. Soprattutto torna a porsi con forza il tema follettiano per eccellenza, vale a dire l’erraticità dei giusti. Le figure positive sono anche qui le persone disposte a mettersi in gioco pur di realizzare le proprie aspirazioni, ben sapendo che nulla rende ovunque esuli come il rifiuto di rinunciare a se stessi. Prima di trovare la sua vera casa, Malachi deve spingersi ai limiti del mondo sopravvivendo a insidie micidiali, ma il premio del superstite è il privilegio di abbattere le frontiere del suo universo esistenziale, in un’avventura di ridefinizione del mondo stesso che – per l’appunto – agli spiriti liberi si ripresenta “senza fine”.
Peccato che questa pregnanza di contenuto stavolta indossi un vestito intaccato da qualche spiacevole smagliatura, come il finale parecchio tirato via e il rozzo espediente adottato dall’autore per sbarazzarsi di Esther, la gemella di Malachi, quando ormai non sa più cosa farsene. Forse il lato positivo di queste pecche, le quali posizionano il romanzo ben al di sotto delle vette letterarie toccate prima e dopo da Follett, è di rendere Un luogo chiamato libertà un discreto punto di partenza per il neofita follettiano: pur senza fare sfracelli, il libro consente cioè di avvicinarsi alla produzione del romanziere gallese in crescendo anziché, come accade sempre scoprendo un artista dal suo capolavoro, introducendo a una sequela di progressive delusioni.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Libri Letteratura Ken Follett

permalink | inviato da Ismael il 16/3/2009 alle 9:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa



28 novembre 2008

Gargoyle

di Andrew Davidson
Mondadori, 478 pp., € 20,00

Io sono il recipiente in cui l'acqua viene versata
e da cui l'acqua esce. È un cerchio,
un cerchio ininterrotto tra Dio, i gargoyle e me,
perché questo è Dio:
un cerchio il cui centro è in ogni luogo
e la cui circonferenza non è in nessun luogo”

Prendete Il paziente inglese, mescolatelo a Highlander e a Le mille e una notte, quindi legate il tutto con un'abbondante spruzzata di sardonismo simil-kubrickiano: otterrete, a grandi linee, gli elementi costitutivi della curiosa temperie narrativa in cui s'incastona questo sorprendente gioiellino canadese.
Gargoyle si può in effetti descrivere come la fusione e la rivisitazione di temi letterari tradizionali in un'originale chiave moderna, attraversata da molteplici suggestioni di genere. Grottesco, melò, romanzo storico epicheggiante e amaro flusso di coscienza concertano l'aggregazione – talvolta appena slabbrata, ma sempre su ritmi coinvolgenti e sostenuti – di un costrutto tramico giocato sul racconto della potenza salvifica del raccontare stesso.
L'anonimo protagonista della vicenda è un pornografo miscredente e cocainomane che, proprio quando un ricco successo e il fiore degli anni sembrano arridergli, resta vittima di un devastante incidente stradale. Quasi arso vivo nel rogo della sua auto, dopo il ricovero ospedaliero d'emergenza subisce la draconiana terapia (ma sarebbe più corretto definirla supplizio) riservata ai grandi ustionati, durante la quale – oltre a trasformarsi in un patetico mostro – resiste stoicamente a sofferenze inenarrabili grazie a generose iniezioni di morfina e alla spietata determinazione nel programmare l'unico scopo rimastogli nella vita: il suicidio.
Finché un giorno il sussurro del destino gli si fa d'accanto mormorando un'enigmatica parola: “Engelthal”. Marianne, eccentrica scultrice in libera uscita dall'attiguo reparto psichiatrico, riconosce nell'incuriosito degente la reincarnazione del suo perduto ma indimenticato amore medievale. Nonostante la totale assurdità di simili, stravaganti farneticazioni agli occhi di uno scettico (ex) libertino come lui, lì per lì l'uomo si trova spiazzato di fronte a tanta bizzarria e, giorno dopo giorno di progressiva confidenza con la sedicente immortale, comincia a gradirne gli sviluppi e ad affezionarvisi. Inizia così un viaggio a puntate nella reminiscenza della precedente vita di coppia dei due personaggi, ambientata nella Germania del XIV secolo, ma anche nella struggente immedesimazione in tragiche storie d'amore situate nella Firenze rinascimentale, nel Giappone antico, nell'Inghilterra vittoriana e nell'Islanda barbarica.
Tramite Marianne emerge una concezione estremamente “carnale” dell'arte figurativa: nei mostruosi gargoyle che la donna, dopo averne sognato le fattezze dormendo nuda sui blocchi di roccia da rimaneggiare, scolpisce alacremente in preda a furiose estasi mistiche, la creatività opera unificando isolate porzioni di “normalità formale” in complessi morfologici inusitati – ma, proprio perché frutto di un'elaborazione comunque ancorata alla realtà delle cose, universalmente leggibili nella loro avvincente singolarità. Tale è pure il senso del suo provvidenziale intervento sul dolore sordo del protagonista e sulla “ecologia della narrazione” in generale: l'intermezzo elegiaco come condivisione e sublimazione di una sventura troppo crudele per avere senso, così come efficace contrappunto alla letteratura psicanalitico/descrittiva che, per quanto qui sorretta da una divertente vena sarcastica, abbandonata a se stessa finisce sempre per infilarsi nella morta gora del vaniloquio introspettivo.
Certo, tutto questo appassionato e coraggioso slancio verso la commistione di registri non manca di qualche caduta un po' naif (quando si avventura in escursioni “neodantesche” la storia conosce i suoi momenti più velleitari), ma non sono i difetti circoscritti a intaccare il valore dei piccoli capolavori. Siamo davanti a un ottimo esordio per il promettente Andrew Davidson.




29 ottobre 2008

Come vola il corvo

di Ann-Marie MacDonald
Mondadori, 923 pp., € 12,40

“Tanto il mondo non esiste. La realtà è soggettiva.
Viviamo tutti in un sogno, che forse non è nemmeno il nostro”

Il tratto emblematico della narrativa occidentale, almeno dal XVII secolo in avanti, può riassumersi nella problematizzazione a oltranza del rapporto uomo-realtà. Da quando il cogito cartesiano ha travolto l’apparentemente stabile equilibrio premoderno di essenze ed esistenze, anche e soprattutto in letteratura la dilatazione dell’io ha progressivamente risucchiato la codifica dell’azione in un vortice di introversione sempre più frammentario, sempre più indefinito. Facendo mente locale sui “prodotti” di questo orizzonte poetico, culminato nelle opere di scrittori come Kafka o Svevo, ci accorgiamo dello stridente paradosso che ne ha seguito l’evoluzione. Al crescere dell’adesione al verismo nell’ambientazione e, più in generale, nel conferimento di una “veste fenomenica” alla porzione di spazio-tempo rappresentata, corrisponde infatti il maggiorato ricorso a una fantasia angosciata ed evanescente, gettata com’è nei più profondi recessi della psiche senza la minima possibilità di connettersi per analogia formale a dei termini fissi, a dei riferimenti esterni. Sembra quasi che il disinteresse – o la sfiducia – riguardo alla capacità di disporre creativamente del mondo stante l’interposizione limitatrice della realtà oggettiva conduca inevitabilmente a un arcigno appiattimento dello sguardo sul “di fuori”, controbilanciato da una caotica messe di congetture nell’esplorazione del “dentro”. L’invenzione, in buona sostanza, cede il passo all’immaginazione.
Come vola il corvo racconta una dolente storia di riconciliazione con la realtà. È una favola nera sull’innocenza corrotta di Madeleine McCarthy, una bambina canadese di otto anni di ritorno nella madrepatria con la sua famiglia al seguito del padre, ufficiale dell’aviazione reduce dalle basi alleate in Europa. Ma è anche uno spaccato sugli anni Sessanta e sulle mezze verità con cui, allora come oggi, l’illusione e l’attesa collettive di una imminente “fine della Storia” permeavano i mass media e la morale pubblica. Il romanzo semi-autobiografico di Ann-Marie MacDonald contrappunta antinomie stranianti sul tessuto lacerato di una trama, di una psicologia, di un brano di vita bisognosi di inserirsi in un concluso più ampio e definitivo. Lo fa rappacificando un testo di studiata nudità con un contesto ambiguo e policentrico, tramite intermezzi significativamente contrassegnati dal corvo e dalla montagna, simboli dei due punti di vista – esteriore e interiore – che l’autrice si avventura a ricongiungere.
L’ormai trentenne Madeleine elabora il suo trauma prendendo di petto la verità che giace latente nella realtà e appropriandosi di una consapevolezza finalmente non più di comodo o provvisoria; il romanzo introspettivo incontra tematiche universali (la funzionalità del “diverso” come capro espiatorio da sacrificare a un falso idillio, l’eterogenesi benefica dei fini politici più strumentali e viceversa, le conseguenze devastanti del proteggersi chiudendosi in se stessi) e sublima il racconto della “vero” nel racconto della realtà; il contenuto riempie il contenitore e nel frattempo rinuncia a nullificarsi nella sterile rincorsa a un’impossibile autosufficienza.
Un percorso di ricerca stilistica e figurativa che però rimane intrappolato nelle stesse farragini “moderniste” che si propone di emendare. Il meccanismo narrativo, centrato sulla prolissa ripetizione di incursioni introspettive, gira a vuoto per due terzi del romanzo. L’alienazione, figlia della “fuga dal mondo” di Madeleine, finisce così per riverberarsi sul fruitore. I momenti di svolta narrativa si contano sulle dita di una mano, rinfrancando la lettura come le sporadiche risalite in superficie ossigenano i polmoni di un subacqueo tra un’asfissiante apnea verso gli abissi della psiche e la successiva.
Ne risulta un volume di quasi mille pagine per una vicenda che in mani più spicce – per esempio quelle di Ken Follett – avrebbe rasentato a fatica le duecento. L’eclettica e brillante prosa della scrittrice canadese giunge quindi al suo scopo – illustrare lo spreco di parole cui va incontro la scrittura se rifiuta di mettersi in dialettica con l’essenza della realtà – al caro prezzo di diventare esemplificazione essa stessa del “rischio” che denuncia.




5 giugno 2008

Liberarsi dei demoni

 di Giorgio Israel
Marietti 1820, 331 pp., € 20,00

“La «scienza per la scienza»
è formula vuota di contenuto sociale.
Il sapere può porgere alla volontà
soltanto i mezzi dell’operare, non i fini;
ché è assurdo cercare nella Scienza
le norme della vita”
 
Federigo Enriques
 

Lo iato tra natura e storia è uno dei due fuochi attorno ai quali orbitano le pluridecennali riflessioni di Giorgio Israel, professore ordinario di Storia della Matematica presso l’Università “La Sapienza” nonché valente epistemologo. L’altro, il mito del controllo scientifico/palingenetico dei fenomeni sociali in relazione all’autocomprensione dell’uomo, è quello cui fa riferimento il titolo del presente saggio. Come ne I demoni di Dostoevskij, infatti, la rappresentazione che l’umanità dà di se stessa annoda bilateralmente il legame tra concezione della scienza e filosofia politica. Se l’uomo è una macchina tarata per massimizzare una “funzione di utilità” matematicamente determinata, il consesso civile diviene un marchingegno strutturato manovrabile – o, all’occorrenza, rifondabile – operando solo su parametri quantitativi.
Ma può la scienza, e segnatamente la biologia, farsi carico in solitudine della responsabilità di eleggere quello materiale a unico piano fenomenologico degno di considerazione, occultando quindi l’espediente metaforico insito nel fare “come se” anima, trascendenza e metafisica non sussistessero? Per Israel “i fenomeni biologici si svolgono per lo più nel tempo storico, e quindi non sono prevedibili e riproducibili allo stesso modo dei fenomeni del mondo fisico inanimato, a meno che non si voglia pretendere che esistano delle leggi della storia”. Ne viene una limitazione intrinseca di tutti i saperi a forte base induttiva – come anche l’economia politica e la sociologia – che, unita all’abbandono dell’oggettivismo cartesiano perfino da parte delle scienze “dure”, dovrebbe consigliare cautela e senso della misura.
Invece l’arrancare della teoresi appresso alle conquiste di un progresso tecnico apparentemente inarrestabile e autosufficiente a molti suggerisce l’opportunità di sbarazzarsi a cuor leggero della fase elaborativa. Tant’è che mai come oggi tende ad affermarsi una visione puramente manipolatoria dell’impresa scientifica, nella quale la ricognizione teorica preliminare all’avvio della prassi esecutiva viene sbrigata quasi con insofferenza, perché “improduttiva” e dunque, in fin dei conti, letteralmente controproducente. I naturali complementi di questo quadro culturale sono due. Uno, di ordine etico, è il dilagare del consequenzialismo, “secondo cui non esiste alcuna nozione autonoma di morale, di bene o di male, ma soltanto la possibilità di sviluppare delle analisi logico-matematiche circa le conseguenze dell’adozione di differenti sistemi normativi, [sicché] la scelta fra questi sistemi va fatta in base a criteri di ottimalità”, che però devono pur “essere definiti in qualche modo, e quindi il problema” di stabilire un’etica dall’esterno dei sistemi medesimi “si ripropone in modo circolare”. L’altro, di tipo filosofico, è l’immanentismo, cioè l’idea che l’essere sia sempre riconducibile a categorie intranaturali. Un’ideologia materialista che culmina, spesso non senza contaminarsi con alcuni capisaldi del liberalismo classico, nel riduzionismo neurofisiologico della mente. Poiché considerare apertamente il pensiero come una secrezione tra le tante renderebbe arduo distinguere tra corporeità e soggettività, relegando quest’ultima nell’ambito della naturalità oggettivata (o comunque sicuramente oggettivabile), di solito i fautori del “neurocentrismo” si premurano di muovere “da una critica del paradigma del riduzionismo – il tutto è somma delle parti – per asserire che nei sistemi ad alta complessità (nozione a dir poco fumosa) nascono proprietà «nuove» e non deducibili dal comportamento delle singole parti. L’Io cosciente sarebbe una di queste”. Ma così facendo, ovviamente, ci si addentra in una “metafisica purissima e, per di più, sconclusionata: la proprietà «emergente» [...], pure derivando dalla materia non è materiale, essendo una «proprietà». Per giunta, chiamare l’Io cosciente una «proprietà» non è molto diverso dal chiamarlo anima”. L’unica alternativa a questo anello di aporie spiritualiste sarebbe un materialismo schietto che tuttavia, come si diceva poc’anzi, non è esente da complicazioni dogmatiche a sua volta.
Pur con questo parafernale di traballanti premesse concettuali, lo scientismo – dottrina che predica l’irrazionalità dei saperi non formulati in termini quantitativi – non esita a mostrare il suo volto utopistico, promuovendo ideali come ad esempio il transumanesimo, e dispotico, paventando criteri per l’attribuzione progressiva del diritto alla vita. Nel primo caso vengono dipinti futuribili scenari di emancipazione dalla naturalità che, oltre a riposare sul paradosso di voler fuggire dalla dimensione materiale negando il carattere spirituale delle costruzioni mentali, con ogni evidenza surrogano l’apocatastasi religiosa con una, tecnologica, non meno gravida di tensione all’immortalità. Nel secondo fa nuovamente capolino l’inconciliabilità del materialismo col dualismo. Vigente l’analogia uomo-macchina, il salto da oggetto a soggetto è solo un artifizio retorico. Se invece, come spesso viene detto, il requisito determinante per accedere allo status di “persona” è l’autocoscienza, si riconosce l’identità fra mente e sistema nervoso. Ma mettere il pensiero in capo all’apparato che consente, da un certo momento in poi, l’estrinsecazione dei sensi è fare ancora una volta della metafisica: nessuno, infatti, può dire con assoluta certezza che prima di quel “momento” la mente non sia collocata in una sede diversa, introflessa nel badare all’organizzazione dei precedenti stadi di sviluppo embrionali.
Entrambi questi risvolti dello scientismo sono accomunati da una concezione antropologica assai lontana dall’individualismo libertario: i rapporti economici sono visti come una schiavitù da superare (l’illusione di potersi eternare in un hard disk o in un cyborg mira chiaramente a liberare l’uomo dal giogo della scarsità) e il diritto alla vita si acquisisce grazie alle facoltà relazionali (di cui l’autocoscienza fa parte a pieno titolo, essendo “io” altro da “me stesso” sul piano cognitivo primo).
Per cacciare questi fantasmi dall’orizzonte, Israel propone di coniugare la filosofia del “giusto mezzo” allo spirito che fu dell’Umanesimo e del Rinascimento. Giustamente allarmato dall’imperversare dell’antinomianesimo tra opposti simpatetici, con il fisico Tito Arecchi l’autore rileva il “«diffondersi di due fondamentalismi», quello dei creazionisti e quello di chi vuole imporre il «credo che la scienza possa dire tutto e che non esista altro di cui parlare»” e aggiunge che “«si tratta in ambo i casi di una forma di intolleranza per cui il predicatore familiare con la Bibbia o lo scienziato familiare con le sue procedure tendono a svalutare modi alternativi di conoscenza, senza cercare di esplorarne la validità»”. Occorre perciò recuperare la visione umanistica della dialettica, capace di portare a sintesi feconde il progresso scientifico e le tradizioni culturali consolidate abbastanza da impedire tanto pericolose “fughe nell’ignoto” quanto assurde chiusure identitarie.
È in questa ricetta, ispirata alla tolleranza deista dei padri costituenti americani e alla “necessità inderogabile di fondare l’ordine sociale su un complesso di principi condivisi che sono inevitabilmente espressione di una cultura dominante”, che a mio avviso si può annidare il rischio di una singolare eterogenesi dei fini. Oggi che la strategia di promozione del combinato scientismo/relativismo si avvale di slogan liberali, cercando di sgombrare il campo da tentazioni coercitive e puntando invece a rendere “common sense” proprio le temute dottrine consequenzialiste e naturaliste, il neoumanesimo non finirà in breve tempo per ridursi a combattere una battaglia di minoranza? Quando Pico della Mirandola constatava che “l’uomo è libero e non ha limiti”, le possibili applicazioni pratiche di questo dato di fatto non erano certo quelle odierne. Allo stato attuale, l’opinione pubblica non avverte grandi minacce alla dignitate hominis: la genetica prenatale rientra nelle potestà parentali, un po’ come le vaccinazioni. Il mito della caduta è stato decostruito dalla routine di laboratorio; eventuali soprusi non si “vedono”. La tecnoscienza ha metabolizzato la consapevolezza del “limite” da non valicare. Basta non fare esperimenti su esseri umani troppo in là coi giorni affinché tale pratica non susciti riprovazione e il dibattito rimanga circoscritto a un’esigua cerchia di addetti ai lavori. Nel frattempo, l’utilitarismo si diffonde e la “cultura dominante” ne diventa espressione. Come prendere contromisure che non siano né prevaricatorie né di ardua comprensione per l’uomo comune?




30 aprile 2008

In difesa di Darwin/Dimenticare Darwin

di Telmo Pievani
Bompiani, 123 pp., € 8,00

e di Giuseppe Sermonti
Il Cerchio, 150 pp., € 16,00

“È impossibile, in storia,
evacuare i fatti e spiegare tutto”
Alexandre Koyré

Dal 1859 a oggi, la teoria darwiniana ha suscitato roventi passioni ideologiche. I fautori del separatismo scientifico le hanno sempre trovate dispute fuori luogo, poiché per costoro la razionalità – con le discipline speculative e applicative a essa connesse – si esprime in forme e modi del tutto indipendenti dall’intuito. Sicché tra fede e scienza, così come tra arte e tecnica, andrebbe eretta e presidiata un’arcigna barriera d’ambito.
La visione epistemologica sottesa a tale assunto, in verità, è erronea nelle premesse e limitante negli esiti. Anzitutto perché fissare sotto il profilo storico una demarcazione assoluta tra scienza e non-scienza è compito titanico, a meno di non guardare alla ricerca scientifica condotta nel passato secondo il metro di riferimento giocoforza provvisorio disponibile nel presente. La lunga tradizione del creazionismo biologico, durante la quale fu l’idea dell’immutabilità delle specie (di chiara matrice teologica) a favorire l’attività di classificazione dei viventi, gettò le basi documentali su cui Charles Darwin poté costruire la sua celebre teoria evolutiva. La gravitazione e la dinamica newtoniane, frutti di una cosmogonia facente capo ai piani di un Grande Orologiaio, hanno rappresentato l’apogeo della meccanica classica. E gli esempi di come la “barriera d’ambito” di cui sopra abbia più volte esibito la tenuta stagna di uno scolapasta potrebbero proseguire a lungo.
Per non parlare poi del diffuso convincimento secondo cui la scienza sarebbe il regno inviolabile dell’oggettività empirica, solo a partire dalla quale l’astrazione trarrebbe i dati da elaborare in un secondo momento entro modelli sistematici. Questo paradigma aristotelico, che dal sensibile arriva all’ideale, rappresenta invece l’esatto opposto di quello (ri)affermatosi con la rivoluzione scientifica: grazie al recupero del platonismo avvenuto dal Quattrocento in avanti, è progressivamente tornata alla ribalta la gnoseologia che compie il percorso inverso, dall’ideale al sensibile. Priva di un buon motore metafisico, senza cioè essere cosciente di come all’intelletto occorra elaborare l’impulso di fattori non suscettibili di fondamento razionale, la riflessione scientifica moderna non avrebbe nemmeno potuto prendere le mosse. La scienza come sapere incontaminato è un animale probabilmente destinato a rimanere mitologico: essa “è intrisa di preconcetti metafisici, di visioni del mondo, di teologie, di filosofie di vario tipo. Nel suo percorso storico, associa sovente vecchi risultati con interpretazioni del mondo nuove e magari contrapposte a quelle precedenti” (Giorgio Israel).
Essenzialmente di queste tematiche si occupa il libello che Telmo Pievani, professore associato di Filosofia della Scienza presso l’Università di Milano Bicocca e acceso filo-darwiniano, dedica al “bestiario dell’antievoluzionismo all’italiana”. Benché attraversato da una vena polemica a tratti inutilmente e sgradevolmente astiosa, in più occasioni il pamphlet di Pievani punta il dito contro personaggi e atteggiamenti davvero indifendibili. Come altro qualificare la sorniona sparizione dell’evoluzionismo dai libri di testo di elementari e medie inferiori, con la panoplia di argomenti traballanti balbettata in difesa del provvedimento da Giuseppe Bertagna – all’epoca consulente ministeriale per la revisione dei programmi? Correva il 2004, allorché si tentò di rimediare al fattaccio istituendo una commissione di esperti per dirimere la questione: peccato che il dossier con cui il gruppo di scienziati tirava le somme sulla necessità di reinserire l’insegnamento del darwinismo nei programmi scolastici sia stato pressoché secretato.
Passando in rivista questo e altri esempi di depistaggio scientifico-pubblicistico, Pievani svolge però una linea argomentativa maestosamente ambigua. Oscillando spesso tra il “separatismo” e l’obliqua commistione tra naturalismo filosofico e teoria evolutiva, egli incorre in sottili contraddizioni e petizioni di principio. Quando prende di mira il “fisicalismo” antidarwiniano del solito, odiatissimo Antonino Zichichi, l’autore prima lo irride perché “ancora alla ricerca di un’equazione che gli dimostri la scientificità dell’evoluzione” (p. 42), poi lo critica rammentandogli “quanta matematica vi sia nella genetica delle popolazioni da ottant’anni a questa parte” e “quanti modelli quantitativi si usino in genomica” (p. 56). Questo secondo rilievo, se vogliamo, si rifà precisamente il nucleo epistemologico che Pievani costeggia senza mai addentrarvisi veramente: la biologia può ritenersi una scienza “dura” oppure no? Che la matematica sia propedeutica a un’importante sottoparte del raggruppamento disciplinare di cui la teoria dell’evoluzione si avvale, infatti, non evade il quesito una volta per tutte. Se consideriamo strettamente “scientifico” solo quel metodo che, tramite l’imposizione di precise condizioni al contorno, permette di operare una “de-storicizzazione” controllata e replicabile dei fenomeni oggetto di studio, va detto che perlomeno uno dei quattro pilastri del moderno neodarwinismo rientra a fatica nella definizione. Mi riferisco alla macroevoluzione per selezione competitiva, un processo ben lontano dall’essere osservabile e, di conseguenza, eventualmente falsificabile nelle spiegazioni che se ne danno. I batteri sottoposti all’attacco degli antibiotici mutano e si rinforzano, per esempio, ma non diventano balene per trasformazioni successive.
Inoltre l’anti-riduzionismo professato da Pievani aderendo alla concezione antropologica per cui i tratti umani caratteristici vanno studiati a tutto campo, senza tralasciare “la particolare evoluzione culturale, sociale e cognitiva della nostra specie” (p. 72), oltre a stridere fortemente con il matematismo metodologico sposato – non senza qualche incertezza, come detto – appena sedici pagine prima, morde la coda all’ontologia comunque naturalista avallata subito dopo. Se prevale l’immanentismo del “tutto è nella natura”, vale a dire riducibile a conoscenza, il riduzionismo cacciato dalla porta rientra dalla finestra: è quantomeno singolare come spesso tale prospettiva, trasferita nell’ambito della filosofia morale, si capovolga fino a deprecare ogni riferimento alla “natura” a tutto vantaggio della “cultura”. Nella sua battaglia contro i mulini a vento della metafisica e della trascendenza, Pievani rischia di svellere il chiodo al quale sta appesa la consapevolezza che il darwinismo non conferma né smentisce “se vi sia o meno un’entità ultraterrena”, specie dove l’autore conclude che però esso “ci mostra come non sia più in alcun modo necessario ricorrere ad alcuna causa finale né ad alcun principio finalistico” per spiegare “la storia naturale della materia e degli esseri viventi” (p. 97). Poiché l’idea di “causa finale” rinvia inevitabilmente all’agente che la determina, giova ricordare che il cardine dell’evoluzionismo è e rimane la generazione spontanea della vita, notoriamente indimostrabile e vivacemente dibattuta sin dai tempi di Redi e Spallanzani. L’indebita rimozione del quid metaforico a monte della teoria darwiniana ricorda la tattica dello struzzo; per giunta senza che ci sia alcun motivo di farvi ricorso, se si tiene presente che secondo Lakatos l’adozione di “ipotesi prime” chiuse alla falsificabilità è assolutamente legittimo per una teoria scientifica. Impossibile che Pievani dimentichi la lezione del filosofo ungherese, come peraltro dimostra il reiterato utilizzo dell’espressione “programma di ricerca” a proposito del darwinismo. Perché allora esporsi a queste critiche? Tanto più che, emendato da tutte le aporie del caso, il miglior argomento “in difesa di Darwin” – ovvero: quand’anche la teoria del naturalista inglese fosse falsificata, nulla autorizzerebbe per ciò stesso a cacciare le scienze naturali nella morta gora del creazionismo o nel larvato riduzionismo del “disegno intelligente” – è ottimamente padroneggiato dal saggista.
Tutt’altra temperie permea il libro del genetista romano Giuseppe Sermonti, ormai un classico dell’antidarwinismo. Nella prefazione, l’autore si chiama fuori dalla “disputa tra evoluzionisti e creazionisti”, in quanto “i primi propugnano una teoria sbagliata (che essi stessi hanno abbondantemente contraddetta), i secondi nessuna teoria («Dio solo sa...»)”. In estrema sintesi, per Sermonti la scienza studia le leggi invarianti e ripetibili della natura, mentre è la storiografia ad avere per oggetto gli eventi non sperimentabili, quelli che avvengono una volta sola – tipo l’evoluzione per selezione della singola specie. La critica sermontiana ha sicuramente in uggia l’induttivismo, poiché esalta la necessità contro la contingenza, il testo contro il contesto. Ma quali sarebbero le norme da rendere oggetto di formalizzazione a-storica per descrivere la “frazione codificabile” della cladogenesi? Secondo Sermonti, esse vanno ricondotte alle “leggi della forma” che accomunano i tre regni naturali. Impegnati a sezionare e studiare compulsivamente le unità elementari dei tessuti organici, gli scienziati avrebbero perso di vista le strutture complesse date dalla loro organizzazione.
Il grosso problema del suddetto asse tematico portante viene dalla mancanza di sbocchi teorici in grado di andare al di là della mera suggestione – per quanto affascinanti possano risultare i lirismi pindarici pennellati da Sermonti per restituire l’idea-forza del suo peculiare strutturalismo. L’analogia formale tra la morfogenesi dei viventi e la geometria dei frattali (Mandelbrot, 1975), famiglia di disegni in cui “ogni parte è la riproduzione miniaturizzata della figura di partenza”, non si salda in un impianto teorico dal quale trarre i criteri predittivi atemporali che l’autore giustamente invoca. Tant’è vero che, giunta alle battute conclusive, la trattazione ripara nelle meno tempestose acque dell’ereditarietà proteica, dove si “limita” a denunciare che tra le cause dell’ordine biologico i fattori epigenetici svolgono un ruolo di primo piano. Come del resto intuiva anche Darwin stesso accreditando la teoria della pangenesi, secondo cui “l’uovo era fatto dalle particolarità dell’organismo, che riversavano nel liquido seminale i loro trascorsi terreni sotto forma di particelle. «Pangenesi» vuol dire che tutto l’organismo genera il figlio”. Ma è un ripiegamento nella sfera della storicità e della contingenza anche questo spostare l’hindsight dai filamenti di nucleotidi alle catene di amminoacidi. Forse che l’unica scienza rigorosamente avulsa dall’accidentalità è la matematica?
Tuttavia l’opera di Sermonti ha il merito di voler contribuire senza infingimenti alla riappacificazione tra i due emisferi del cervello dopo la bisecolare dialettica Illuminismo-Romanticismo. L’inconcludenza dell’ermeneutica mitografica e letteraria alla quale l’ex professore ricorre apertamente per metaforizzare molti passaggi del suo discorso, infatti, non deve impedire di respingere la falsa coscienza del determinismo integrale, che ambisce a recintare spazi di oggettività insindacabile nei quali sia finalmente lecito – anzi, addirittura doveroso – abdicare alla fastidiosa necessità di sottoporre i “fatti” all’esercizio dell’interpretazione attiva. Essenzialmente perché non c’è nulla di male nel riempire i vuoti conoscitivi con “preconcetti metafisici, visioni del mondo, teologie e filosofie di vario tipo”: basta non indulgere alla iattante pretesa di potersi/essersi potuti esimere dal transito per questa ineludibile classe di presupposti, s’intende.




4 aprile 2008

Cattolicesimo, protestantesimo e capitalismo

di Paolo Zanotto
Rubbettino/Leonardo Facco, 286 pp., € 10,00

“Ogni muta attività può ricoprire
l’intuizione dell’essere”
Elémire Zolla

Tempo fa scrivevo che le “divergenze parallele” tra liberali e libertari sono il riflesso della spaccatura gnoseologica tra protestantesimo e cattolicesimo nel ristretto ambito della dottrina individualista. Il senese Paolo Zanotto, esperto di pensiero libertario statunitense ed europeo, proprio al tema delle ripercussioni socio-economiche delle differenti sensibilità teologiche tra cristiani riformati e non dedica il presente saggio. [continua su Movimento Arancione]




11 febbraio 2008

I figli di Hurin

di J.R.R. Tolkien
Bompiani, 325 pp., € 20
a cura di Cristopher Tolkien

“Mi lascerò alle spalle la mia ombra,
o per lo meno non la proietterò su coloro che amo”

Ogni filone culturale può essere suddiviso in molti sottogruppi, mediante una classificazione spazio-temporale della diversificazione interna che lo caratterizza. Così, per esempio, vi furono un Illuminismo francese (enciclopedico e razionalista, con Diderot e D’Alembert) e un Illuminismo scozzese (scettico ed empirista, con Smith e Hume). Lo stesso, a livello individuale, vale per la produzione artistica o la sensibilità ideologica dei singoli autori: si pensi solo ai vari periodi (come il blu, il rosa, l’africano) di Pablo Picasso, oppure alla controversa cesura tra le vedute politiche del Luigi Sturzo pre- e post- esilio angloamericano.
All’avventura letteraria di John R.R. Tolkien è possibile applicare un analogo schema descrittivo per ragioni di natura concettuale, prima ancora che biografica. Linguista e glottologo d’eccezione, in effetti, il professore oxoniense non fu che un romanziere dilettante, ancorché di gran lusso. Sempre dedito al maniacale cesello della perfetta ossatura filologica per il suo universo immaginario – in linea con una concezione della fiaba che vede nel soffio ispiratore della Parola l’albero e nei suoi molteplici terminali creativi le foglie –, Tolkien fu assai prolifico di abbozzi narrativi poi abbandonati o sospesi a causa della loro indisponibilità a rientrare in una trama armonica rispetto al “discorso” di fondo. Aspirando per deformazione professionale contemporaneamente alla completezza e alla coerenza, egli soffrì l’inconcludenza. Non è un caso se le opere che ne immortalano l’apogeo stilistico e la compiuta maturazione autoriale sono quelle postume, pubblicate grazie al certosino lavoro di redazione curato dal meno visionario ma senz’altro più risoluto terzogenito Cristopher. È in capolavori come Il Silmarillion, i Racconti Perduti, i Racconti Incompiuti e i Racconti Ritrovati che la poietica di Tolkien raggiunge le sue vette di lirismo più celestiali, coniugando prosa rifinita e compatto spessore tematico.
Dalla mitografia della Terra di Mezzo risalta indubbiamente la variazione di tono che distingue due “foglie” estemporanee come Lo Hobbit e Il Signore degli Anelli, venate di umorismo inglese e di leggerezza fiabesca, dall’albero da cui ricevono linfa vitale, che affonda le radici nelle cupe atmosfere elegiache dei Tempi Remoti, durante i quali favola e orrore si fondono per dare vita a memorabili leggende nere.
Tra di esse, spiccano senz’altro l’afflato amoroso del Lai di Beren e Luthien e il potente respiro epico de La caduta di Gondolin. Ma dove la dimensione tragica della Prima Era si condensa in un’unica vicenda a sé stante è nella triste storia dei figli di Hurin, da pochi mesi compendiata in questa inedita versione integrale. Le amare vicissitudini di Turin e Nienor parlano di un mondo sofocleo, nel quale la morsa del Fato soffoca ogni velleità di libero arbitrio: perseguitato dalla maledizione che Morgoth (il Lucifero della Terra di Mezzo) ha lanciato contro suo padre, al culmine del racconto Turin ha l’ardire di ribattezzarsi Turambar, cioè Padrone della Sorte. Novello Edipo, egli vive un’inutile e disperata fuga dal proprio destino che lo porterà, assieme alla perduta sorella, a infrangere “uno dei più forti tabù dell’umanità sin da quando essa si è aperta alla ragione”, come scrive acutamente Gianfranco de Turris in postfazione. Ossia, lungi dal rimodellarla secondo volontà, ad aggravare enormemente la sua posizione esistenziale. Il tutto sotto lo sguardo muto e impotente – forse addirittura disinteressato – della divinità.
Quanta differenza tra l’archetipo incarnato da questo eroe neoclassico – schiacciato dall’eterno ritorno di un Male sempre uguale a se stesso, al quale il pensiero e l’azione possono opporre solo resistenze di bandiera – e quello del “nordico” Frodo Baggins. Il celeberrimo Hobbit protagonista de Il Signore degli Anelli, infatti, si muove in un mondo ricolmo di attese messianiche, pronte a divenire certezze tramite un sacrificio para-cristologico partecipato in prima persona dalle forze ultraterrene (va ricordato che Gandalf è un Maia, una creatura angelica). Frodo è l’anti-Turin: il suo eroismo deriva dalla consapevole accettazione del “mandato” affidatogli dal destino, dal suo tener fede a un piano più alto e imperscrutabile del previsto, con la positiva (e paradossalmente liberatoria) catena di conseguenze innescata dalla sua condotta.
Nelle cronache dei Tempi Remoti, al contrario, c’è poco spazio per l’eucatastrofe – il lieto fine, come teorizzato dal Tolkien nel saggio Sulle fiabe (1939). Questa discontinuità di registro è probabilmente dovuta al peculiare contesto storico in cui il suo oggetto letterario vide la luce. Benché la definitiva stesura in prosa de I figli di Hurin risalga al periodo immediatamente successivo alla pubblicazione de Il Signore degli Anelli, la fase embrionale della storia fu un affare tra Tolkien, il suo taccuino e la trincea sulla Somme che li ospitò entrambi durante la Grande Guerra. L’idea di questo racconto non nacque in un periodo particolarmente foriero di ottimismo antropologico, diciamo.
L’ennesima perla – l’ultima? – che l’ormai ottantaquattrenne Christopher Tolkien estrae dallo scrigno dei gioielli paterni si presenta al pubblico di casa nostra nella traduzione asciutta e lineare di Caterina Ciuferri. Siamo molto lontani dall’aulica trasposizione a suo tempo redatta da Francesco Saba Sardi per Il Silmarillion, che rappresentò il tentativo di conferire alla versione italiana del corpus mitologico tolkieniano una veste linguistica in grado di riecheggiare le stesse, antichissime fonti ispirative dell’originale. Trattandosi qui di un unico racconto autoconclusivo e non della summa fantastoriografica di materiale composito, la scelta di un regime sintattico più planare è ugualmente appropriata, anche se non altrettanto evocativa.
Colpisce favorevolmente la già citata postfazione al testo di Gianfranco de Turris: anziché prodursi in una delle sue bizzarre esegesi evolian-gnosticheggianti di Tolkien (altrove* scrisse che le immagini più suggestive de Il Signore degli Anelli simboleggiano “il viaggio iniziatico, il percorso sotterraneo, l’ascesa al monte, il continuo combattimento con la parte materiale di se stessi”, corsivo mio), il saggista ausonio svolge riflessioni estremamente pertinenti, con le quali riconosco un’identità di vedute pressoché completa.
Sentenziosa e discutibile, invece, la breve nota finale di Quirino Principe. Affermando il carattere “metastorico” e “metapolitico” del lascito tolkieniano, il letterato goriziano si avventura in un’apodittica legittimazione di quella “società esoterica” che è la congrega dei “fedeli di Tolkien”, plaudendo en passant al venire meno di ogni “gerarchia d’importanza e di primarietà” tra le opere dell’oxoniense. Un modello critico col quale sconvengo su tutta la linea: l’opera di Tolkien va sottoposta eccome al vaglio di molteplici interpretazioni stilistiche, sociologiche, politiche e religiose, proprio per sottrarla al ghetto carnevalesco in cui gli esoterismi settari del fandom hanno gioco facile a confinarla. Oltre che per consegnarla finalmente alla Letteratura con la elle maiuscola: un obiettivo che solo la cernita scientifica della produzione tolkieniana “di punta” permette di raggiungere, non certo il compiacimento nel constatare che “gli Hobbit, Frodo, Eowyn, Aragorn, Arwen, la Terra di Mezzo, sono divenuti quasi termini di auto-identificazione” per mai troppo esigue schiere di stramboidi.

Il mio “archivio Tolkien”: Uno sguardo fino al mare, La Verità su Tolkien, Invito alla lettura di Tolkien

* “Il caso Tolkien”, in Gianfranco de Turris [a cura di], J.R.R. Tolkien Creatore di Mondi [Rimini: Il Cerchio, 1992], pag. 22. Devo questa osservazione al pamphlet tolkieniano di Alberto Mingardi e Carlo Stagnaro (vedi sopra).




30 novembre 2007

La Libertà e la Legge

di Bruno Leoni
La Biblioteca di Libero, 214 pp, € 5,00

“Chiunque può dare la propria definizione di libertà,
ma se vuole che sia accettata deve produrre argomenti convincenti.
Tuttavia il problema non riguarda solo la definizione di libertà,
bensì ogni tipo di definizione.
È un merito indubbio della filosofia analitica contemporanea
aver sottolineato l’importanza della questione.
Quindi, per analizzare la libertà, l’impostazione filosofica
deve essere combinata a quella economica, politica e giuridica”

Guardandosi con circospezione dalle sistemazioni teoriche strutturate, da circa due secoli a questa parte sospettate di generare ideologie a vario titolo interventiste, molto pensiero liberale odierno vezzeggia un castrante pregiudizio antifilosofico. La formazione specifica di numerosi “venerati maestri” del liberalismo postmoderno, nati quasi tutti economisti, non poteva che assecondare i tratti qualificanti dell’ubbia suddetta, abbracciando di fatto la tecnocrazia quale percorso speculativo obbligato di teorie politiche modellate in base a variabili di tipo esclusivamente quantitativo. Come se non bastasse, le poche eccezioni a questo stato di cose sono rappresentate da campioni dell’idealismo (Croce) e/o del giuspositivismo (Kelsen), cioè da illustri sostenitori di opzioni culturali sostanzialmente “nemiche” del liberalesimo classico. [continua su Movimento Arancione]

Trackback: Liberalizzazioni.it, Ricordando Bruno Leoni




31 ottobre 2007

Mondo senza fine

di Ken Follett
Mondadori, 1367 pp, € 20,00

«I braccianti stanno scomparendo dai miei villaggi
e quando indago su di loro
scopro che si sono spostati nelle tue proprietà,
dove prendono paghe più alte.»
Caris annuì.
«Se voi metteste in vendita il vostro cavallo
e due persone lo volessero comprare,
non lo dareste a chi vi offre di più?»

Inghilterra, anno Domini 1327. È il giorno di Ognissanti, quando un improvvisato gruppetto di ragazzini – i fratelli Ralph e Merthin Fitzgerald con le amiche Gwenda e Caris – si avventura nella boscaglia oltre le mura di Kingsbridge per giocare liberamente al tiro con l’arco. Nascosti tra i cespugli, sono testimoni del duplice omicidio in cui sfocia la colluttazione tra due guardie della regina e un cavaliere fuggiasco. Ralph, atletico e gradasso, soccorre il ricercato scegliendosi uno degli inseguitori come inconsapevole bersaglio; Merthin, sveglio e affidabile, una volta caduto anche il secondo armigero aiuta il nobiluomo ferito a occultare il messaggio di cui è latore. Il solenne giuramento di non svelare l’ubicazione del nascondiglio prescelto, assieme al potenziale politicamente destabilizzante che il segreto affidato a quel dispaccio acquisisce nel corso degli anni, suggellerà come un patto di sangue la ridda di amori, intrighi, complotti e sopraffazioni destinata a legare il quartetto di fanciulli nel trentennio successivo.
Diciassette anni – circa duecento nella finzione narrativa – dopo I pilastri della Terra, Ken Follett torna a disegnare metaforiche architetture di senso tra le strade e le costruzioni immaginarie della sua Kingsbridge. La prosa ricercata ma sempre scorrevole del più grande scrittore vivente conferisce dunque nuova linfa autoriale al racconto dell’esistenza umana, catalizzandone la volatile temperie mediante il collaudato topos dell’edilizia medievale. Ma mentre ne I pilastri l’allegoria portante faceva premio sulle storie di vita dei protagonisti, interconnesse da un potente collante storiografico e filosofico (il turbinio di vicissitudini amorose e di esulcerate rivalità che attraversava la trama di quel libro, accostato per similitudine all’estenuante processo costruttivo della cattedrale, trovava sbocco in una profonda riflessione sul necessario equilibrio tra potere temporale e potere spirituale, tra fede e ragione), in Mondo senza fine il motivo “cantieristico” si appunta invece alle speculazioni che mettevano capo al testo predecessore, incapsulandole in un tessuto connettivo tipicamente sentimentale. Il secondo membro di questa variazione simbolica per contrappunto individua un nucleo tematico ben preciso: i “pilastri” del vecchio mondo stanno cedendo assieme a tutti i criteri con cui sono stati progettati, perciò occorre sostituire gli uni e aggiornare gli altri. E migliorare la condizione umana significa innanzitutto perseverare nella faticosa lotta contro la superstizione teologica – spesso artatamente fomentata dagli uomini di chiesa più reazionari – secondo cui Dio castiga gli uomini per i loro peccati tramite disgrazie e calamità. Il passaggio da Medio Evo a Età Moderna può in effetti riassumersi nella presa di coscienza collettiva della libertà d’intrapresa quale veicolo di affrancamento dall’atavismo, con tutti gli attriti che l’emancipazione di strati popolari sempre più ampi ebbe a creare tra plebe e aristocrazia.
Nella storia narrata da Ken Follett, l’avventura della libertà incontra a più riprese le resistenze conservatrici opposte dalle categorie interessate al mantenimento dello status quo; queste ultime, rappresentate per esigenze di contesto da clero retrivo e nobiltà sfruttatrice, malgrado i loro sforzi assistono alla costante erosione della propria autorità secolare.
Merthin e Caris, perdutamente e alle volte disperatamente avvinti in un amore metafisico, proiettato al di là del tempo e dello spazio, incarnano alla perfezione il prototipo dell’uomo e della donna moderni, artefici delle proprie fortune grazie al sapere scientifico e alla creatività imprenditoriale. Allo stesso modo Gwenda, seppur calata nella più “rurale” dimensione della servitù della gleba, affronta un percorso di liberazione dal destino capitatole in sorte. Ralph, al contrario, impersona l’arrivismo e lo spirito di rivalsa della nobiltà decaduta in tutta la sua suburra morale. Per i quattro protagonisti la vita si snoda tra esaltanti momenti di successo e drammatici rovesciamenti di fronte, in una giostra di passioni capace di regalare onori e gioie a chi sa giocare con scaltrezza le sue carte, ma anche di infliggere dolorose punizioni agli inetti e agli sfortunati.
Come ogni sequel che si rispetti, anche Mondo senza fine ricalca stilemi precodificati e viaggia su binari tematici piuttosto angusti, dovendo rispettare i canoni espressivi dettati da un’opera-pilota. Così, se Ralph racchiude in sé il corredo psicologico di tre dei personaggi conosciuti ne I pilastri della Terra (vale a dire Will Hamleigh, Alfred e Richard di Shiring), i priori Anthony, Godwyn e Philemon “frammentano” la farisaica santimonia del vecchio Waleran, mentre Caris e Merthin sono la copia conforme rispettivamente di lady Aliena e di Jack il costruttore.
Rispetto all’invidiabile compattezza narrativa esibita nel prequel, in questo seguito appaiono veniali difetti di tenuta tramica (come accade per il repentino cambio di atteggiamento da parte del succitato Godwyn, oppure per il rocambolesco salvataggio di Caris dalle grinfie del tribunale ecclesiastico), qualche caratterizzazione sbozzata un po’ tendenziosamente (il viscido leguleio Gregory e l’intellettuale borioso Sime) e una “chiusura del cerchio” finale abbastanza deludente (il gran segreto nascosto tra i boschi di Kingsbridge si rivela tutto sommato privo di grosse ripercussioni sull’economia della narrazione, dopo aver teso un filo conduttore nemmeno paragonabile alla geniale agnizione di gruppo servita sul finire de I pilastri). Da parte dell’autore persiste poi una certa rigidezza nell’introspezione della crudeltà, sempre descritta come gratuita o banale.
Spiace, infine, che l’esigenza di clamore mediatico a buon mercato abbia spinto Follett a promuovere la sua ultima fatica recitando a soggetto sciocchi refrain antireligiosi. Oltre a lanciare provocazioni corrive, le polemiche a gettone “contro la Chiesa” hanno la ben più grave colpa di far apparire pretestuose e anacronistiche le cornici ambientali tracciate nel libro: se la cultura cristiana medievale avesse davvero incoraggiato il diffondersi di oscurantismo e ignoranza, a quale spinta propulsiva far risalire la capacità di sottrarsi autonomamente al sottosviluppo, alla pestilenza e alla carestia dimostrata dall’Europa premoderna, unico caso di civiltà “a evoluzione endogena” in tutta la storia dell’umanità? Evidentemente la koiné europea doveva contenere in sé già allora gli elementi di una concezione “fluida” del mondo, altrimenti l’azione modernizzatrice esercitata dalle vulcaniche individualità di tipi come Merthin e Caris sarebbe rimasta lettera morta, somma di vuoti accidenti come se ne sarebbero potuti benissimo manifestare di uguali nella Cina o nelle Americhe del tempo. Tanto più che, a dispetto dell’ostentata intransigenza progressista esibita a favore di rotocalco, nel suo libro Ken Follett riesce a rendere conto delle molte anime ideologiche di un’istituzione onnicomprensiva come il cattolicesimo in modo intelligente ed equilibrato.
Ma il logoramento estetico causato dalla riproposizione e dalla promozione di un prodotto letterario di grido può a malapena scalfire il fascino esercitato dal magistrale affresco follettiano dell’anelito d’amore e di salvezza che l’uomo medievale, così come il suo discendente moderno, trae senza sommario, senza requie, senza controprova. Senza fine.

Trackback: Phastidio, Italy Starts Crackdown on Immigrants Deemed a Threat to Society [Weekend Open Trackback]


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Libri Ken Follett

permalink | inviato da Ismael il 31/10/2007 alle 10:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa



4 ottobre 2007

Liberalismo

di Ludwig Von Mises
La Biblioteca di Libero, 220 pp, € 5,00

“Se il liberalismo difende la proprietà privata,
non lo fa nell’interesse dei proprietari.
Esso non vuole conservare la proprietà privata
per il motivo che non potrebbe abolirla
senza ledere i diritti dei proprietari.
Se esso ritenesse che l’abolizione della proprietà privata
è utile nell’interesse della collettività, si batterebbe
per la sua abolizione senza alcun riguardo
per l’eventuale danno che ne deriverebbe ai proprietari”

“Ai pochi che giudicano l’azione alla luce di norme superiori,
e che esigono che anche nell’agire politico
si obbedisca all’imperativo categorico
(«Agisci in modo che la massima della tua volontà
possa valere come principio di una legislazione universale,
ovverosia che dal tentativo di pensare la tua azione
come legge osservata da tutti
non emerga alcuna contraddizione»),
l’ideologia dei partiti di interessi non ha nulla da offrire”

La sovrapposizione dei due virgolettati con cui apro queste brevi note lascia trasparire, in tutta la sua maestosità aporistica, l’involontario paralogismo che attraversa a capitoli alterni l’opera che il grande Von Mises dedicò all’idea politica liberale.
Scritto nel 1927 – ossia durante il crepuscolo dell’umanità libera: la notte sarebbe calata di lì a poco –, Liberalismo nacque anche con l’intento di sfidare i trionfanti totalitarismi dell’epoca sul terreno della socialità. Altrimenti non si spiegherebbe il ripetuto richiamo dell’autore allo scivoloso concetto di “interesse collettivo” quale punto d’approdo del liberalismo applicato. Proprio da un contesto storico avido di ideologie competitive sotto il profilo del bene comune origina l’impasse teorica che emerge confrontando il lato “pubblicistico” del libro in esame con i suoi risvolti più strettamente analitici.
Dopo un rapido inquadramento introduttivo, il saggio prende in considerazione i fondamenti della politica liberale. Essi, secondo l’asserto di Mises, consisterebbero nelle basi filosofiche gettate dai “padri nobili” dell’utilitarismo britannico, vale a dire David Hume, Jeremy Bentham e John Stuart Mill. Stando ai criteri illustrati nel primo capitolo, il liberalismo sarebbe dunque giusto perché “funziona”: oltre che nella prima delle due citazioni di cui sopra, questa tesi trova conferma nel passo in cui l’autore sostiene che, per dimostrare l’irrazionalità della schiavitù, esiste un solo argomento valido, “e cioè che il lavoro libero è incomparabilmente più produttivo del lavoro effettuato da chi non è libero”. Eppure l’inservibilità metodologica delle postulazioni utilitaristiche, improntate all’empirismo più radicale, si esplica nell’impossibilità di misurare concretamente il benessere individuale e di aggregare tale grandezza mediante sommatoria. La felicità, detto altrimenti, non è una funzione matematica. Senza contare che un’interpretazione rigorosamente soggettiva del principio utilitario – essendo il tornaconto sia la ratio del rispetto di una norma che la ratio della sua violazione – conduce all’anomia, mentre una sua declinazione oggettiva – puntando a massimizzare la somma delle singole utilità – porta al socialismo, ovvero ad anteporre il beneficio delle moltitudini alla felicità dei singoli. In appendice, non a caso Mises chiosa il pensiero di Stuart Mill definendolo “responsabile della disinvolta mescolanza di idee liberali e socialiste che ha portato alla decadenza del liberalismo inglese” e il suo artefice come il “più grande avvocato del socialismo”, al cui cospetto tutti gli altri autori socialisti “quasi scompaiono”. Possibile però che al capostipite della Scuola Austriaca sfuggisse l’influenza esercitata da Bentham su Mill e, precedentemente, da Hume su Bentham? Possibile, poi, che egli ignorasse l’alternativa etico-gnoseologica all’utilitarismo rappresentata dalla tardoscolastica di Salamanca o, per rimanere in più ravvicinato ambito britannico, dal giusnaturalismo lockiano?
Nel secondo capitolo, dedicato alla politica economica liberale, Von Mises coglie il punto da un’angolazione diversa ma convergente. Analizzando i caratteri costitutivi dei diversi sistemi economici, l’autore osserva che “in un sistema economico integralmente socialista, [...] non potendo esserci proprietà privata dei mezzi di produzione, non c’è neanche un loro scambio sul mercato, e di conseguenza non possono esserci né prezzi monetari né calcolo monetario”. Un teorema di validità effettiva direttamente proporzionale alla durata dell’intervallo di tempo considerato: in una prospettiva utilitaristica, coerentemente vincolata alle scarse profondità cronologiche delle “preferenze immediate”, diventa addirittura impossibile effettuare un’analisi dinamica delle interazioni economiche. Ed è appunto nel breve termine che l’interventismo produce i suoi illusori risultati. Ecco allora che diventa necessario conferire solidi contenuti morali al concetto di felicità, specificando – come fa Mises stesso – che il liberalismo predica di sacrificarsi per tenere in piedi la società “ora” in vista di guadagni maggiori e permanenti “dopo”. Il comportamento razionale degli individui, in altre parole, si può presupporre solo dopo aver ipotizzato l’universale rispetto di capisaldi etici autoevidenti – perché necessari al funzionamento del sistema che sottendono: l’esigenza di un sistema di assiomi a priori nega quindi le premesse totalmente a posteriori dell’utilitarismo.
Il terzo capitolo del libro verte sulla politica estera liberale. Debitore di una concezione “romantica” dei rapporti umani, secondo la quale gli uomini sarebbero naturalmente predisposti alla pacifica cooperazione, Von Mises afferma che non esiste “un’antitesi insuperabile tra gli interessi della nazione e quelli dell’umanità”. Poi, en passant, incappa nell’ennesima negazione implicita dell’utilitarismo ove sostiene che “si può parlare di vera autodeterminazione [nazionale, NdIs] solo se la decisione di ciascuno deriva dalla sua libera volontà e non dalla paura di rimetterci o dalla speranza di guadagnarci”. Infine fa professione di costruttivismo: “Il liberale [...] chiede che l’organizzazione statale trovi la sua prosecuzione e la sua conclusione in una unione politica paritetica di tutti gli Stati in uno Stato mondiale. [...] è per questo che chiede l’istituzione di tribunali e autorità al di sopra degli Stati che assicurino la pace internazionale”. Scadere nell’idealismo tecnocratico, per il quale le istituzioni storico-culturali si possono ricondurre a un piano predeterminato e “verticistico”, è a mio avviso un infortunio teorico madornale, da parte dell’autore comunemente ritenuto il portabandiera del pensiero razionale ma non razionalista. Davvero penosa e inacidita, poi, l’invettiva contro le presunte tare morali del popolo russo lanciata nell’ultimo paragrafo della sezione esteri, nel quale Mises arriva addirittura a sputacchiare su Dostoevskij e Tolstoj, apostrofando per giunta come “nevrastenici” i lettori dei due grandi romanzieri.
Nel quarto capitolo, l’ultimo tra quelli “maggiori”, ad ogni modo la trattazione misesiana ha un colpo d’ala che, da solo, vale l’acquisto del saggio. Occupandosi del rapporto tra il liberalismo e i partiti politici, Mises, sebbene indulgendo nuovamente al candido ottimismo in base al quale un sistema “liberalizzato” darebbe luogo a un consesso di buoni samaritani privi di interessi corporativi, contesta alla radice il proposito dell’unità liberale. Liberale – cioè laico – dev’essere semmai il metodo che informa il sistema democratico, al fine di scongiurare la proliferazione di interessi particolari che contraddistingue la politica dei partiti mono-fidelizzati. Il liberalismo negherebbe se stesso, se si riunisse a sua volta in un partito d’interessi. Ecco perché, nei sistemi liberaldemocratici presi a campione dall’autore, “esistono [...] in fondo soltanto due partiti, quello che governa, e quello che vuole governare”. Parole tombali nei confronti di qualsiasi languore proporzionalista.
Di un libro che, in fin dei conti, riepiloga il classico programma politico liberale – forse sorvolando un po’ troppo disinvoltamente sulla questione fiscale, a dire il vero – io trattengo la parte che fa capo al secondo dei due virgolettati d’apertura, quella che sposa un liberalesimo che funziona perché è giusto, non viceversa. L’altra, quella utilitarista, dopo essersi resa responsabile del tracollo novecentesco del liberalismo, mi appare logora e datata.

Da ultimo, segnalo che LibertyFirst sta dedicando una serie di ottimi post alla teoria della conoscenza in Mises. Ha già pubblicato il primo, il secondo e il terzo.



sfoglia     novembre       
 


Ultime cose
Il mio profilo



11 Settembre
1972
2twins/M&A
Accessibile
A Conservative Mind
Aislinn
Alef
Alessio Guzzano
Alexandra Amberson
Astrolabio
Atroce Pensiero
Azioneparallela
Benedetto Della Vedova
Bernardo
Bioetiche
Bourbaki
Broncobilly
Cadavrexquis
Calamity Jane
Camillo
Cantor
Carlo Panella
Carlo Scognamiglio
Carlo Zucchi
Ce lo dice Hillman
Climate Audit
Coast2Coast
Crossroads
Davide Giacalone
David the Gray
Daw
Deborah Fait
De Libero Arbitrio
DestraLab
DMC (un amico di vecchia data)
El Boaro
Face the Truth
ffdes
Filosofo austro-ungarico
Freedomland
From being to becoming
Germany News
Gianni Pardo
Giorgio Israel
Giovanni Boggero
Giovanni Maria Ruggiero
Giulia NY
Green Report
Greg Mankiw
Happy Trails
Harry
House of Maedhros
Hugh Hewitt
Ideas Have Consequences
Il blog dell'Anarca
Il bosco dei 100 acri
Il Castello
Il Filo a Piombo
Il Megafono
Il piccolo Zaccheo
Il Politico
Ingrandimenti
In Visigoth
Ipazia
Italian Libertarians
JimMomo
Joyce
Karamazov
Karl Kraus
Krillix
L'apota
La Cittadella
La Pulce di Voltaire
La voce del Gongoro
Le Guerre Civili
Lew Rockwell
L'estinto
Lexi
Liberali per Israele
Liberalizzazioni
Lino Jannuzzi
Little Green Footballs
Lo PseudoSauro
Lo Schiavo
Lo straniero di Elea
L'Ussaro
Macromonitor
Mario Sechi
Marco Taradash
Massimo Fini
Mau
Michael Ledeen
Miss Prissy
Mondo Ingegneri
Napoli Viva
Neocon Italiani
Ne quid nimis
Noise from America
Numendor
Oggettivista
Orpheus
Otimaster
Paolo Longhi
Parbleu!
Passaggio al Bosco
Pensiero Conservatore
Perla Scandinava
Phastidio
Principessa Lea
Processi di mercato
Realismo Energetico
Riflessioni di un Conservatore
Robinik
Schegge di Vetro
Snow Crash
SocraticaMente
Starsailor
The Mote in God's eye
The Right Nation
Topgonzo
Ultima Thule
Valentina Meliadò
Ventinove Settembre
Walking Class
Watergate
Wellington
Wind Rose Hotel
Zamax
Zona Franca


Blog letto 1 volte

Feed RSS di questo blog Rss 2.0
Feed ATOM di questo blog Atom