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rivoluzionario né del
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Ma tuttavia e dopotutto
tengo più al secondo che al
primo. Infatti dal secondo
differisco nei mezzi
piuttosto che nel fine,
mentre dal primo differisco,
insieme, nei mezzi e nel fine.
La libertà è la prima delle
mie passioni. Questa è la
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      Alexis De Tocqueville
                    (by Zamax)


"Se Dio si candida,
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"Io credo soltanto nella parola.
La parola ferisce, la parola
convince, la parola placa.
Questo, per me, è il senso
dello scrivere"


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"L'ideazione di un sistema
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che solo in parte si basa su
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pure necessaria conseguenza
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resta, come la sensibilità
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puramente personale, o per
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compiutesi nello spirito del
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(Scienza o Arte del Costruire)


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"Un governo così grande da
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da toglierti tutto quello che hai"


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          (by Retorica e Logica)


"L'amore è donare quello
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che non lo vuole"


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                       (by Bernardo)


"Sono un conservatore nel
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che si preoccupava della
preservazione del mondo.
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un cambiamento costituito.
La nostra sola tradizione è
il progresso. Viviamo in nome
del movimento e del
cambiamento continuo.
In questo contesto, io mi
considero un rivoluzionario,
perché ormai la sola
rivoluzione possibile è quella
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contemporanee"

               Alain Finkielkraut
                            (by Temis)


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'regalataci' dall'Opec nel 1973.
E' un rito di espiazione e
autoflagellazione, direbbe un
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autopunizione per aver pensato
di andare in auto a casa della
mamma, direbbe Freud. E' una
purga rivoluzionaria per
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e tornare al valore d'uso,
direbbe Karl Marx"


                  Paolo Della Sala


"Quando uno conosce bene
una cosa se ne ha a male
se qualcun altro ne parla"


                          by Cruman


"Il vero conservatore sa che
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risposte nuove, ispirate a
principi permanenti"


             Giuseppe Prezzolini
  by Camelot Destra Ideale


"Una donna lo sa: le donne
adorano odiarsi. E' una cosa
vezzosa, niente di grave: solo
un po' di veleno qua e là, uno
sgambetto un sorriso e una
pugnalata alle spalle.
Non possiamo resistere"


              Annalena Benini


"Gli elettori delegano
il peccato ai potenti, così
possono immaginare
di non essere colpevoli
di nulla"


          Paolo Della Sala, again


"L'utilitarista deve nascondere
giudizi di valore da qualche
parte, per prendere decisioni
in base al suo principio,
e la teoria morale che ha
non è quindi l'utilitarismo,
ma lo specifico criterio
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                          LibertyFirst


"Non c'è più nessuno
a cui sparare, signore.
Se si tratterà solo di
costruire scuole e ospedali,
è a questo che serve l'esercito?"


                   Michael Ledeen


"L'idealista è uno che,
partendo dal corretto
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usa le rose per fare la zuppa"


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"Sono sempre i migliori
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"Sapientia deriva da assaporare,
serve altro commento che non sia
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come sapore delle cose?"


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"Se gli economisti fossero
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non sarebbero tali, cioè non
avrebbero bisogno di insegnare
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"Chi è sovente accigliato,
chi alza spesso il ditino
ammonitore, chi giudica
severamente il mondo
è uno che nel mondo
ci si trova male"


                             Gianni Pardo


The unprofessional blog

L'autore dichiara apertamente
che gli audaci parti del suo
intelletto avrebbero bisogno
del conforto di dottrina
specialistica in più materie,
nessuna delle quali minimamente
padroneggiata: pregasi notare
- sia ricordato qui una volta
per tutte - che di siffatti
scrupoli accademici è
privilegio della corporazione
dei dilettanti infischiarsene
allegramente (TNX Zamax)


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23 febbraio 2006

Jin-Roh - Uomini e Lupi

Sorto da una costola del mondo immaginario ideato da quel geniale visionario che è Mamoru Oshii (Ghost in the Shell, Innocence, Avalon), il progetto Jin-Roh ha vissuto una gestazione travagliata. Dapprima pensata come una miniserie anime di sei episodi da sottoporre alla supervisione di Oshii, l’opera ha attraversato in seguito varie fasi di ripensamento da parte della produzione, per poi trovare compimento definitivo sotto forma di lungometraggio.
La regia, a dispetto delle aspirazioni di Oshii stesso, che ambiva a condurre in prima persona la direzione di questa sua faticata creatura, è stata affidata al figlioccio naturale del sensei - cioè a Hiroyuki Okiura, già coinvolto in capolavori del calibro di Patlabor e Innocence. L’intenzione dei produttori appare evidente: strappare il bastone del comando dalle mani del soggettista, noto per la sua fama di egocentrico accentratore, e distribuire equamente gli incarichi salienti ad un team creativo giovane e dinamico. Flessibilità operativa al servizio di un genio tanto inarrivabile quanto ostico, dunque.
I fatti si svolgono nel Giappone turbolento dei primi anni ’60, in cui gli ultimi sprazzi di agitazione sociale postbellica e di conseguente repressione poliziesca stanno cedendo il passo ad un promettente benessere economico di massa. Assieme all’atmosfera tesa e ideologizzata della ricostruzione nazionale, vivono il loro declino storico anche gli attori sociali e istituzionali che l’avevano governata. Quindi, mentre i gruppi sovversivi di protesta popolare appassiscono in una sterile e rabbiosa clandestinità, le forze di polizia iniziano a scontrarsi con il peso di un’opinione pubblica sempre più informata. In questo quadro si inseriscono le manovre complottarde ai vertici della pubblica sicurezza, ordite per decidere il destino del controverso reparto antiterrorismo DIME, e le spericolate azioni di guerriglia urbana portate a segno dalla cellula armata nota come “la Setta”.
Proprio durante una sommossa fomentata dalla Setta, l’agente DIME Kazuki Fuse è impegnato in una operazione di alleggerimento nel sottosuolo. Di fronte a una terrorista poco più che bambina esita, fino quasi ad indietreggiare, permettendo così alla giovane dinamitarda di innescare l'ordigno che trasporta e di farsi saltare in aria. Condannato al riaddestramento da una commissione disciplinare, Fuse cerca di rovistare nel passato di quella suicida appena ragazzina e, mentre il rimorso inizia a montare, gli capita di incontrare quella che sembrerebbe sua sorella, Kei.
Il disperato rapporto che nasce tra i due, in realtà, si muoverà all’ombra dei machiavellici disegni architettati da una frangia di poliziotti dissidenti, intenzionati a boicottare l’unità speciale, e della spietata reazione preparata dal controspionaggio clandestino, guidato dai famigerati Jin-Roh (uomini-lupo).
La metafora portante di tutta la vicenda ruota attorno alla similitudine concettuale che collega gli avvenimenti narrati alla favola di Cappuccetto Rosso. Ma della fiaba non rivive la versione dolcificata dei Grimm, bensì quella originale di Perrault, ovvero la spaventosa elegia di morte in cui la bimba, irretita dal lupo, divora la carne e ingoia il sangue della madre.
Le piccole bimbe-corriere, arruolate dalla Setta per il trasporto delle bombe, indossano sempre una mantellina scarlatta con cappuccio per rendersi riconoscibili ai complici, e popolano gli incubi di Fuse zampettando in giro per le fogne, braccate da orde di lupi assassini. Teneri innocenti agnelli votati alla morte oppure inconsapevoli carnefici? E gli uomini della DIME, avvolti nelle loro avveniristiche corazze a metà tra Darth Vader e le antiche armature samurai, dietro gli occhiali a infrarossi celano solo crudeltà o anche il senso di un ruolo irrinunciabile nella commedia umana?

(Attenzione: area spoiler!)
La tentazione di un approccio naturalista o perfino
decostruzionista è forte, al cospetto di un film come Jin-Roh; gli elementi per ipotizzare un forte legame tra l’estetica iperrealista e le soluzioni grafiche escogitate dai disegnatori ci sono tutti, così come appaiono perfettamente sovrapponibili la ricerca della verosimiglianza - vissuta da ogni forma di verismo come “missione dell’artista” - e il minuzioso livello di dettaglio raggiunto dalla sceneggiatura. La nuvola di vapore sbuffato a fiotti dopo una corsa a perdifiato, la guida goniometrica di un vecchio tram, lo sguardo attonito di un bambino che osserva sfilare un corteo, la fiamma stiracchiata dal vento di un accendino, sono tutti piccoli particolari all’apparenza inseguiti per rafforzare una prospettiva verista.
Per estensione percettiva, allora, il contesto in cui viene calata l’avventura diventa obbligatoriamente partenza e approdo di un breve viaggio intellettuale: nel clima repressivo e fascista che lo circonda, un soldato del potere attraversa una crisi di coscienza che scuote la sua umanità profonda.
Dentro il canone di un’arte figurativa al servizio della quotidianità e della pedagogia formativa, invece, la lettura critica di Jin-Roh può solo rintracciare una delle sue virtualmente infinite interpretazioni. Il corpus narrativo concepito da Mamoru Oshii con “Occhiali Rossi” (1986), pur mancando di un filo conduttore organico, si muove infatti su uno sfondo assolutamente fantastorico: gli Stati Uniti non sono scesi in campo durante la II Guerra Mondiale, il Giappone è rimasto alleato della Gran Bretagna, la Germania nazista ha sviluppato la bomba atomica. Il fungo nucleare rappresenta dunque l’unico punto di inesorabile convergenza di questa storiografia alternativa rispetto ai fetti reali, di cui del resto non fanno parte nemmeno la DIME e tutti i protagonisti di Jin-Roh.
Se non bastasse la veste storica immaginaria, sarebbero le numerose parentesi visionarie che intervallano le vicissitudini di Kei e Fuse a scoraggiare ogni velleità strettamente sociologica nei confronti di questo lavoro. Gli intermezzi onirici, assieme ai capitoli di Cappuccetto Rosso raccontati fuori campo, servono a confezionare una metafora intricata e di ampio respiro.
L’animazione giapponese riflette in pieno l’estetica del Bushi-Do, cioè la “via del guerriero” che prevede una costante belligeranza con il proprio “nemico interiore”, piuttosto che con gli avversari incontrati lungo il cammino della vita. Anch’essi non saranno altro che creature straziate, combattute, soverchiate da immani complessità etiche e psicologiche. Solo il polemos, il confronto, scioglie di volta in volta la dialettica tra posizioni all’apparenza equivalenti, in favore di quella maggiormente progredita sulla via di una completa comprensione di sé.
Non vince quindi “il buono”, ma “la migliore” delle parti in lotta secondo il criterio appena esposto.
E’ stata invece l’animazione americana a proporre quasi sempre avventure segnate da rigide contrapposizioni, quelle sì piuttosto infantili, tra “buoni e cattivi”. E quando si è avanzato l’antidoto del politically correct, abbiamo trovato la cura peggiore della malattia.
L’infelice relazione tra Fuse e Kei riassume il carico di indissolubili contraddizioni che opprime il tragico gioco delle parti recitato da ciascuno di noi. Facile attribuire ai visi angelici dei “cappuccetti rossi” solo innocenza e letizia, ma quando loro stessi sono pedine di una gara al doppio gioco (Kei, in realtà, è un’infiltrata dei dissidenti), magari colpevoli di svariate azioni terroristiche, il giudizio si complica.
D’altro canto, sembrerebbe automatico rovesciare sul personaggio di Fuse (membro del gruppo Jin-Roh sin dall’inizio) tutto il biasimo normalmente riservato al “cattivo” di turno. Ma, a ben vedere, è proprio quando il protagonista crede di poter illuminare la sua esistenza con un lampo di umanità - risparmiando la vita di una ragazzina, ma anche solo abbandonandosi alla gioia dell’affetto, di una carezza, di un bacio appassionato - che si scatena una serie di eventi nefasti, capace di far impennare la macabra conta finale dei morti ammazzati.
“E poi, alla fine, il lupo divorò Cappuccetto Rosso”, conclude l’istruttore di Fuse: l’agente ha compiuto fino in fondo il suo dovere, ansimando convulsamente, ma infine sopprimendo Kei assieme alla sua inutile e ormai dannosa presenza. Nelle parole del mentore non vi è traccia di trasporto, di inflessione oppure di angoscia. Si tratta di una constatazione pura e semplice, pronunciata dall’alto di un’eloquente impassibilità.
La tragedia esistenziale dell’uomo-lupo non investe solo il reparto dei Jin-Roh, ma l’intero genere umano: per quanto si possa semplificare la scontro quotidiano mediante lo schema “lupi e agnelli”, l’essenza di un’azione o di un compito predefinito non potrà mai essere completamente ed esclusivamente “buona” o “cattiva”. In fondo, il dilemma non svanisce mai: senza i lupi, non vi sarebbe spazio per gli agnelli, ma solo per nuovi lupi. (fine spoiler)

Il cofanetto DVD dedicato a Jin-Roh è uscito sotto etichetta Yamato Video solo verso la fine del 2004. Piuttosto tardi, se si considera che il film risale al 1999. Motivo di un’attesa tanto prolungata è l’intenzione, a quanto pare abbondantemente frustrata, di concedere alla pellicola un passaggio cinematografico paragonabile a quelli di altre opere nipponiche apparse nelle sale italiane: La Principessa Mononoke, La Città Incantata, Knocking on Heaven’s Door (Cowboy Bebop). Le prospettive di guadagno devono essere sembrate sfavorevoli da subito, e la ragione primaria è ben nota a chiunque bazzichi anche solo saltuariamente il variegato mondo dell’anime-fandom. Si tratta essenzialmente di sintetizzare in due parole l’inveterato pregiudizio che oppone il grande pubblico al mondo dell’animazione: è roba per bambini, dice il neofita saccente.
Anche se questo muro di conformismo dozzinale sta mostrando le prime crepe (anche grazie alle nuove leve della critica ufficiale, spesso cresciute a pane e anime), è impossibile non intravederne la stretta parentela con quella vulgata socio-naturalistica, tuttora sostenuta dalle intelligenze più ortodosse, che vede il fantastico come fumo negli occhi. E l’animazione è l’antitesi del filmato “dal vero”, quindi sottocultura. La marcia verso lo sdoganamento delle arti reiette si preannuncia pertanto ancora lunga.
Tornando al packaging pubblicato in Italia, possiamo accoglierlo con favore sia per l’essenzialità del contenuto testuale, racchiuso interamente nella sottocopertina estraibile, che per la scelta pertinente degli extra. Niente interviste esclusive con il figlio dell’amante del fonico, ma un viaggio nel progetto Jin-Roh per bocca dei suoi artefici; ossia Mamoru Oshii (soggetto e sceneggiatura), Hiroyuki Okiura (regia), Hajime Mizoguchi (musiche) e Hiromasa Ogura (direzione artistica). La voce dei tetrarchi rivela lo sforzo intellettuale compiuto per affiancare a tematiche tanto agghiaccianti e profonde una messa in scena riflessiva, imperniata su piani sequenza prolungati e sovraccarichi, a cui si sono voluti amalgamare temi musicali pertinentemente cupi - basso melodico, poca chitarra, lamento di voci soliste - nonché colori torbidi e velati, sciacquati di ogni possibile brillantezza.
Altri capitoli del secondo disco sono dedicati alle curiosità tecniche, come ad esempio l’elencazione dei pochissimi passaggi di grafica computerizzata presenti nel film. Gli animatori rivendicano con giusto orgoglio la realizzazione di un punto d’arrivo nel disegno manuale su rodovetro, che sfrutta il digitale solo per sopperire alle poche manchevolezze dell’analogico. Poi c’è spazio per un video-artbook coi bozzetti preparatori dei personaggi principali e per una serie di brani tratti dalle animazioni preliminari del film, ancora schizzate e prive di colore, confrontate col prodotto finito, riquadrato in basso a destra. Chiudono i contenuti extra i trailer giapponesi e italiani del film, riempitivi e rinunciabilissimi.


Senza dilungarmi oltre, penso di poter definire Jin-Roh il miglior anime di sempre (per quanto la weltanshauung radicalmente stoicizzante che esprime, ben lungi dal persuadermi, non cessi di turbarmi profondamente). E, più in generale, uno dei film del decennio: la sua sola pubblicazione giustifica l’acquisto di un lettore DVD. Anche per un conservatore del VHS come il sottoscritto



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