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E' un rito di espiazione e
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purga rivoluzionaria per
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una cosa se ne ha a male
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adorano odiarsi. E' una cosa
vezzosa, niente di grave: solo
un po' di veleno qua e là, uno
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              Annalena Benini


"Gli elettori delegano
il peccato ai potenti, così
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Se si tratterà solo di
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10 ottobre 2005

Meglio il Saruman monetarista o il Sam vegetariano?

Chiedo venia, ma questo zibaldone eco-catastrofista mi costringe a infrangere la promessa di concisione pronunciata appena due giorni fa. Perché rappresenta forse la più compiuta epitome dei rischi che si corrono a leggere J.R.R. Tolkien con uno spirito “decostruzionista” in cui mi sia mai capitato di imbattermi. Per due motivi: primo, perché offre davvero un esempio del “tralignamento” sempre in agguato a camminare con troppa disinvoltura sul filo logico tra “analogia” (che risiede nella libertà di mettere in relazione una bella storia con le proprie convinzioni ed esperienze) e “allegoria” (che significa attribuire ad un autore la volontà di concedere ai suoi fruitori un unico livello interpretativo, nel nostro caso quello di un’improbabile “teologia del danno ambientale”). Secondo, e più importante, perché tenta di far “passare in giudicato” alcune ipotesi che ritiene oggettive, fattuali, incontrovertibili, senza con ciò sottoporle al vaglio di una discussione a più voci. Nello specifico, ripercorrendo tutto il bagaglio scientifico-emozionale legato a futuri scenari di barbarie postpetrolifera.

Giusto perché ho dedicato a questi temi la disamina del libro di Mingardi e Stagnaro, che tratta le stesse questioni e col quale mi trovo d’accordo al 99%, vedrò di non ripetermi troppo.

Mi sembra di poter affermare senza tema di smentita che ci troviamo nuovamente di fronte ad un tentativo di sfumare “in verde” l’epos immaginato dal prof Tolkien, con le parole e i riferimenti culturali tipici di questa “scuola di pensiero” (non la voglio chiamare vulgata per puro fair play).

Per prima cosa, mettiamo (per la duemillesima volta...) alcuni paletti essenziali per discutere di ISDA con un minimo di cognizione di causa. Il Signore degli Anelli non vede la contrapposizione stentorea tra Buoni e Cattivi, calata in un agone da epica strapaesana denso di voluti agganci tematici con l’attualità. L’avventura si incentra piuttosto sulla tenzone psicologica e storica intorno al Libero Arbitrio, combattuto, in politica come nel buio della singola coscienza, tra la disponibilità ad obbedire la Provvidenza e la volontà di essere obbediti dai propri simili. Un realismo inattuale tanto da essere sempre valido. E’ proprio in virtù di tale realismo che, secondo Paolo Barbiano di Belgiojoso, è opportuno leggere ISDA come “una parabola, quel genere letterario che riesce meglio a rendere quello che Tolkien aveva definito applicabilità del pensiero all’esperienza del lettore. Questo concetto di applicabilità lascia molta libertà d’interpretazione dei suoi scritti.”

Tutto questo, però, non significa affatto che qualunque interpretazione sia plausibile in quanto spontanea, poiché l’attualizzazione del racconto tolkieniano può avere luogo se e solo se “il lettore vuole accettare questo mondo come un mondo cristiano”. Ora, questo Macsporan non solo sorvola sulla necessità di inquadrare Tokien nel contenitore culturale suo proprio, ma, forte di questo disconoscimento tra il furbo e lo sbadato, azzarda un’interpretazione estetica del romanzo completamente errata. Mi riferisco in particolare al paragrafo in cui individua nel “coraggio” la virtù centrale condivisa dai popoli liberi della Terra di Mezzo. Sbagliato. Le virtù innalzate a baluardo contro il Male sono le quattro cardinali: la prudenza di Gandalf (e di Sam), la giustizia di Aragorn, Merry e Pipino, la fortezza di Frodo, Legolas e Gimli, la temperanza di Elrond e Galadriel.

La chiave di volta tolta la quale crolla tutta l’arcata argomentativa ivi proposta sta proprio nella malintesa identificazione di una estetica (suppergiù medievaleggiante, pagana e precristiana) con l’etica che vi palpita, indiscutibilmente cristiana. Nella versione di questo signore, sembra di assistere alle vicende di eroi muscolosi e temerari, pronti a brandire la spada contro il destino cinico e baro manovrato da un “fato relativista”, che gioca a dadi con l’umanità. Non è così; queste suggestioni appartengono forse al genere fantasy “sword & sorcery” che si è fatto reggere bordone dal successo di ISDA, non a ISDA stesso.

Anche nel nostro caso, allora, si torna a vedere con chiarezza la forzatura che risiede nel piegare l’epopea tolkieniana a qualsivoglia lettura “obbligata”: lo smarrimento della completezza simbolica che la contraddistingue. Menomato delle sue fondamenta, l’universo di ISDA può voler dire tutto e il contrario di tutto. Anche il falso conclamato. Si prenda ad esempio la (ridicola) ricostruzione della dittatura di Saruman sulla Contea. Stando a Macsporan, sembra quasi che la vittoria contro lo stregone di Isengard avvenga grazie al recupero di un fantomatico “egualitarismo sociale”, per di più accompagnato dall’impegno a istituire “un livello di organizzazione sociale superiore a quello locale”. Qui si scambia la cura con il male! Chi ha pianificato la “equa distribuzione” dei raccolti è Saruman, chi ha accentrato il governo della Contea sulla sua persona è di nuovo egli stesso. Nella Contea libera dal giogo del totalitarismo esistevano invece le gerarchie nobiliari (i Conti Tuc) e sociali (i ricchi Baggins di Hobbiville), così come il suo sistema di governo non viene affatto “sottaciuto”, ma descritto in tutto il suo minimalismo: una confederazione di quattro decumani (entità localistiche, quindi) retta da un Sindaco, a sua volta depositario dell’autorità concessagli da un Re più teorico che pratico. Ancora, sembra che nella visione personale di questo signore gli Hobbit siano delle simpatiche palle di pelo, buone e zuccherose. Al contrario, anch’essi sanno essere gretti e corruttibili (Lobelia e Lotho, ad esempio), anche se la loro integrità si salvaguarda grazie ad un’atavica predisposizione all’isolazionismo e al disinteresse per “i grandi temi di politica”. Proprio quelli che Macsporan gli vorrebbe far veicolare!

Ma è tutta l’ottica ambientalista a non attagliarsi minimamente a ciò che Tolkien ha immaginato accadesse nella Terra di Mezzo. Un mondo segnato dal susseguirsi di catastrofi e di progressive “riconquiste dell’Eden”, certo, ma il tema portante di tutta l’impalcatura mitologica assemblata dal Professore è che la tracotanza dei malvagi non è rivolta verso la “Madre Terra”, se non come riflesso secondario di una sfida che è al Cielo. La hybris sboccia sempre nell’usurpazione del sacro, del vero, del reale. Mettere a fuoco solo l’impatto ambientale della malvagità svilisce tremendamente un respiro narrativo così enormemente ampio!

“Il mondo del Signore degli Anelli è post-catastrofico”, dice Macsporan - e qui si passa alla mia confutazione delle sue tesi di fondo. Anche il nostro mondo, gli ribatterei, lo è. Anzi, dal Big Bang in avanti l’intero universo si espande a suon di cataclismi cosmici, e questo senza che l’uomo abbia contribuito con assiduità all’accumulo dei gas-serra. Né avveniva nell’800 d.C., quando le temperature erano di tre gradi più alte senza la giustificazione delle ciminiere a pieno regime. Ma la comparsa dell’Uomo ha inverato l’inedita opportunità di opporre l’ingegno alle mostruosità di cui la Natura (Madre, forse, ma quasi mai amorevole e misericordiosa) è capace. La Natura, a dispetto della catarsi postatomica paventata da Macsporan, non ci accoglierà nel suo seno tra zampilli d’acqua cristallina e canti di gioia se solo sapremo “voltare le spalle all’Anello e all’Ombra”, ma ci riprecipiterà nella pestilenza, negli tsunami, negli uragani dai quali, senza lo sviluppo della tecnologia, non avremmo mai potuto proteggerci. Ciò che spaventa e sorprende dell’ideologia ambientalista è proprio la sua riduzione dell’Uomo a “variabile dipendente” dell’ecosistema eletto ad unico fine dell’agire intellettivo. Un “declassamento” dell’homunculus da cui traspare la sua cuginanza ideologica con l’eugenetica, anch’essa sorta come scienza positiva del sovraffollamento e osannata dai salotti accademici ufficiali del suo tempo, per poi rivelare solo con anni di ritardo le macabre implicazioni che il ritenere l’uomo un “virus” (razziale o ecologico) inevitabilmente comporta. A questo proposito, va detto come siano ormai anche autorevoli personalità “liberal” come Michael Chrichton ad avversare l’ambientalismo. Tra le somme tirate da Macsporan, vi è poi l’auspicio di una dieta vegetariana, elemento non secondario del falansterio bucolico che attende l’umanità previo scatenamento di una guerra nucleare per l’approvvigionamento energetico: come faccia il maggior riguardo riservato a piante e animali, accomunate dalla preminenza sull’uomo, ad informare il benché minimo tassello tematico tolkieniano, rimane un mistero.

Nel minisaggio si affacciano anche molte altre tesi tipiche della misinterpretazione “sinistrogira” del testo tolkieniano. Il binomio tra “profitto e potere” è una di queste: identificare il potere politico (che spesso non fa aggio su alcun esplicito assenso da parte di chi vi è sottoposto) con quello economico (basato sull’accettazione bilaterale di ben precise clausole contrattuali) è un vero cavallo di battaglia per chi intravede in Tolkien un noglobal ante litteram. Ma come la mettiamo, allora, col “profitto” incamerato dai dolci e pacifici Hobbit con la vendita dell’erba-pipa ai quattro angoli del mondo conosciuto? La verità è che il potere e il mercato, lungi dall’essere alleati, il più delle volte sanno essere nient’altro che mortali nemici.

Per finire, è noto come l’espediente retorico preferito da Saruman fosse rovesciare sugli interlocutori il processo alle intenzioni che, al contrario, sempre si preannunciava ai suoi danni. Macsporan fa lo stesso quando maledice gli “odierni vermilingui”, mallevadori dell’economia di mercato, e parimenti si improvvisa turiferario dei “maghi buoni della nostra era”, gli ecologisti.

Forse mette le mani avanti perché sa che il “Picco petrolifero”, passato o futuro che sia, vuole fomentare le paure dei profani disegnando scenari futuribili impiccati alla “fine del petrolio”, vista (o attesa?) puntualmente come la fine dell’energia che alimenta il sistema industriale capitalistico. Per esemplificare la barbarie prossima ventura, Macsporan accenna al Medioevo europeo. Di grazia, per l’esaurimento di quale risorsa energetica quel periodo avrebbe avuto luogo? Probabilmente - o magari no - gli sfugge che nessuna risorsa energetica è mai stata portata ad esaurimento nel corso della storia, perché la scarsità è governata dalla formazione del prezzo all’incontro tra domanda e offerta Quando quest’ultima si contrae, obbliga la prima ad assecondarla. Quando la prima si allarga a dismisura, quest’ultima reagisce alzando la base d’asta. Varrebbe anche per il petrolio, se non esistessero vasti consorzi di nazioni produttrici (per lo più rette da regimi politicamente dirigisti e/o instabili) che ostacolano la prospezione di nuovi giacimenti in regime di privativa. Ma l’età della pietra non è finita con la fine delle pietre: il carbone e il nucleare puliti, assieme all’efficientamento dei consumi perseguito dall’ingegneria meccanica e all’introduzione dei motori misti elettro-endotermici, ci consentiranno di continuare ad esercitare il privilegio riservato agli uomini. Ovvero quello di plasmare l’ambiente secondo le proprie esigenze, alla faccia di chi ci vorrebbe veder tornare alla pastorizia e al vomere aratro. Con quale esplosione del latifondismo estensivo (e del disboscamento) è facile immaginare: come tutte le ideologie illiberali, anche l’ambientalismo si morde infine la coda.



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