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"Far l'amore
col preservativo
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"Non sono né del partito
rivoluzionario né del
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Ma tuttavia e dopotutto
tengo più al secondo che al
primo. Infatti dal secondo
differisco nei mezzi
piuttosto che nel fine,
mentre dal primo differisco,
insieme, nei mezzi e nel fine.
La libertà è la prima delle
mie passioni. Questa è la
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                    (by Zamax)


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"Io credo soltanto nella parola.
La parola ferisce, la parola
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(Scienza o Arte del Costruire)


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          (by Retorica e Logica)


"L'amore è donare quello
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                       (by Bernardo)


"Sono un conservatore nel
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che si preoccupava della
preservazione del mondo.
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un cambiamento costituito.
La nostra sola tradizione è
il progresso. Viviamo in nome
del movimento e del
cambiamento continuo.
In questo contesto, io mi
considero un rivoluzionario,
perché ormai la sola
rivoluzione possibile è quella
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contemporanee"

               Alain Finkielkraut
                            (by Temis)


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a piedi è una messa rosso-
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'regalataci' dall'Opec nel 1973.
E' un rito di espiazione e
autoflagellazione, direbbe un
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di andare in auto a casa della
mamma, direbbe Freud. E' una
purga rivoluzionaria per
distruggere i beni di consumo
e tornare al valore d'uso,
direbbe Karl Marx"


                  Paolo Della Sala


"Quando uno conosce bene
una cosa se ne ha a male
se qualcun altro ne parla"


                          by Cruman


"Il vero conservatore sa che
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principi permanenti"


             Giuseppe Prezzolini
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"Una donna lo sa: le donne
adorano odiarsi. E' una cosa
vezzosa, niente di grave: solo
un po' di veleno qua e là, uno
sgambetto un sorriso e una
pugnalata alle spalle.
Non possiamo resistere"


              Annalena Benini


"Gli elettori delegano
il peccato ai potenti, così
possono immaginare
di non essere colpevoli
di nulla"


          Paolo Della Sala, again


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giudizi di valore da qualche
parte, per prendere decisioni
in base al suo principio,
e la teoria morale che ha
non è quindi l'utilitarismo,
ma lo specifico criterio
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"Non c'è più nessuno
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partendo dal corretto
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serve altro commento che non sia
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chi alza spesso il ditino
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L'autore dichiara apertamente
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2 agosto 2006

Metabio(gen)etica/2

Vai alla prima parte

Ma è un altro l’errore davvero madornale commesso da Habermas nell’impostare la sua trattazione, sempre stando alla lettera di quanto sintetizzato da Chiara Lalli in questo passaggio:

 

“Secondo Habermas uno scenario probabile è il seguente: la diagnosi di preimpianto, oggi ritenuta eticamente ammissibile purché circoscritta ai rari casi di gravi malattie ereditarie, finirà per ampliare la sua sfera di liceità, a causa dei successi terapeutici e degli ulteriori sviluppi delle biotecnologie, fino a comprendere interventi genetici sulle cellule somatiche o sui primi stadi embrionali”.

 

Come si può constatare leggendo la recensione “uno” per intero, questa escursione di Habermas nell’ucronia avveniristica permette a Chiara Lalli di ritorcergli contro la quasi totalità delle sue sudate conclusioni. Ammettere che il progredire della sfera immanente (la Storia) viaggi verso scenari pre-confezionati a partire da un certo sottofondo culturale presente (munito di psicosi collettive e di canoni etico-estetici verosimilmente transitori), infatti, significa avere la presunzione di decretare in anticipo il complesso di posizioni ideologiche presenti destinato ad avere la meglio su tutti gli altri ad esso contemporanei. Se poi quel “complesso di posizioni” risponde ai tratti essenziali del pattern antropologico prediletto proprio dal progressismo che si vorrebbe combattere, il cortocircuito è completo: non si può dar torto a qualcuno esplicitamente, dandogli però ragione implicitamente. In pratica, Habermas trasferisce su un topos situato in un generico “altrove” l’ineluttabile convergenza etica della prassi tecnoscientifica su un nomos che lo spaventa, prescindendo in toto dalla plausibilità e dalla prevedibilità del quadro generale così inferito. L’indefinita rincorsa tra Diritto ed Economia alla quale accennavo poc’anzi, però, ha sempre giocato contro l’avverarsi di tanti pretenziosi (e quasi sempre pessimistici) vaticini: si pensi, ad esempio, all’erroneo modo che ebbe George Orwell di immaginarsi il 1984 riassemblando le suggestioni che imperversavano nel 1948. Soprattutto, dissociare completamente storicità e previsionalità significa proiettare le proprie riflessioni su una scenografia di cartapesta, perlopiù priva di consistenza fattuale – perché del tutto o in parte priva di falsificabilità scientifica. Ciò equivale, in altre parole, a voler scaricare sull’eterogeneità dell’oggi tutto il peso di un’indimostrabile omogeneizzazione del domani. Costruendo un castello di congetture sulle sabbie mobili di una visione parodistica delle sorti del progresso scientifico (temuta dal reazionario e auspicata dal progressista, ma identica per entrambi), che è giocoforza far risalire agli utopici fasti di una vera e propria metafisica scientista.
Di nuovo: la questione si pone (o meglio, si potrà mai porre) davvero nei termini preconizzati da Habermas? Si va davvero verso un mondo dominato dal positivismo genetico e dall’infallibilità procreativa? Forse ricordare quale sia lo stato attuale delle possibilità tecniche e scientifiche della genetica può fornire una pietra di paragone con lo scenario delineato da Habermas (e felicemente “estremizzato” da Chiara Lalli).
Ad oggi, la diagnostica preimpianto mediante test genetico (biopsia del globulo polare, ma soprattutto biopsia dell’embrione), pur vantando una percentuale di affidabilità pari al 90-93%, non copre tutta la casistica delle malformazioni prenatali. Per esempio, questa metodologia non funziona per individuare le patologie – quali la sindrome di Down – dovute alla propagazione di difetti cromosomici ancora latenti nelle prime fasi di sviluppo embrionale. Tali difetti possono insorgere anche in seguito all’impianto dell’embrione in utero, quando non è più possibile condurre esami genetici su di esso, ma solo effettuare analisi sul fenotipo fetale (dimensioni, forma, movimenti). Perciò la diagnosi di preimpianto non solo non rappresenta una procedura alternativa alla diagnostica prenatale “classica” (villocentesi e amniocentesi), ma nemmeno potrà mai spingersi fino a monitorare e manipolare i genotipi fetali lungo tutte le fasi della gestazione. Ma, quand’anche fosse possibile progettare da cima a fondo il genoma di un figlio, ciò garantirebbe la certezza di poterne modulare a piacimento le caratteristiche psicofisiche?
Molto chiarificatrici, a tal proposito, risultano alcune annotazioni di un medico certo non sospettabile di nutrire ubbie antiscientifiche, vale a dire Luigi Castaldi:

 

“Un essere vivente è il suo Dna? No, [il Dna, NdIsmael] è la potenza di una sua parte (potenza che, peraltro, non è in atto, se non adeguatamente derepressa). Questa parte – il cosiddetto fenotipo (l’insieme dei caratteri visibili comuni agli individui d’una specie) – non dà ragione della sua interezza, che è il risultato dell’interazione del fenotipo con l’ambiente. Infiniti i fattori ambientali che possono, anche in modo assai significativo, modificare il fenotipo così come codificato nel suo genotipo – nel suo Dna.
Tutto daccapo: un uomo è il suo Dna? No, il suo Dna può dargli, salvo interferenze di molteplici fattori ambientali, quei caratteri comuni agli individui della sua specie e dei vari sottogruppi che la compongono. Dato questo suo particolare fenotipo, a partire dal particolare genotipo che ne era la codifica, ed escluse le interferenze che possono deviare dal progetto scritto sul suo Dna, l’uomo non è tutto in quel fenotipo, né è tutto desumibile a priori dal genotipo che reca in dote per la generazione successiva. Infiniti i fattori ambientali che possono, anche in modo assai significativo, esprimere un diverso complesso individuale a partire dallo stesso genotipo. L’esempio più noto è quello dei gemelli omozigoti: identico genotipo, fenotipo spesso identico, o quasi (giacché infiniti sono i fattori ambientali che possono rendere l’uno diabetico e l’altro no, l’uno paralitico e l’altro no, l’uno obeso e l’altro no, ecc.); ma potremo avere due individui assai diversi anche sotto molti altri aspetti, se non si vorrà liquidare la comparazione al colore degli occhi e al set di enzimi (chessò, l’uno con spiccata attitudine al calcolo differenziale e l’altro al virtuosismo pianistico, l’uno paranoico e l’altro no, l’uno misticissimo e l’altro ateo, l’uno eterosessuale e l’altro gay, ecc.).
Tutto daccapo, ancora: un uomo è il suo Dna? No, il suo Dna è la potenza di una sua parte, che appare preponderante sul resto per la tendenza a liquidare la comparazione tra simili e diversi sulla base dei dati di più diretto riscontro, se questa vorrà essere liquidata in tal modo o se, giocoforza, non potrà prendere in considerazione tutti i dati che danno luogo alla enorme complessità di ciò che è pienamente detta uomo”.

 

Considerazioni tombali, per l’insulsa retorica fiorita sopra lo spauracchio (o, nel caso dello scientista, il miraggio) del fantomatico figlio à la carte, convitato di pietra di ogni chiacchierata bioetica televisiva che si rispetti. Non andremo a finire , non è possibile. Ma allora perché Habermas impone alla sua trattazione “condizioni al contorno” tanto svincolate dalla fattibilità, se è proprio su quest’ultima – cioè sulla realtà – che si fondano lo stato di necessità e, di conseguenza, le problematiche etiche e morali? Chiara Lalli localizza sin da subito questa crepa logica e inizia ad allargarla piazzando al suo interno una prima zeppa:

 

“A parere di Habermas questo probabile slittamento ci costringe a distinguere una genetica negativa (i cui scopi sono terapeutici) da una genetica positiva (i cui scopi sono migliorativi), ovvero a distinguere interventi genetici ritenuti moralmente accettabili e interventi invece ritenuti inammissibili. Ma come è possibile distinguere una genetica positiva da una genetica negativa? E, soprattutto, perché quest’ultima viene considerata moralmente accettabile, mentre la genetica positiva è criticata aspramente come immorale e disumana?
Lo stesso Habermas è costretto a ammettere che tracciare un confine tra genetica positiva e genetica negativa è difficile e comporta l’annoso problema di operare una cesura in una sequenza discreta non interrotta da avvenimenti moralmente significativi. [...]
Habermas [...] non fornisce alcuno strumento per definire il confine tra genetica terapeutica e genetica migliorativa, non offre alcun criterio per indicare, lungo il continuum degli interventi genetici, il punto in cui un intervento non è più terapeutico ma diventa migliorativo”.

 

Naturalmente, prendendo come sistema di riferimento le coordinate spazio-temporali dell’attualità, rimarrebbe abbastanza agevole distinguere tra il rifiuto di gravi patologie congenite – ossia il ristretto insieme di mali estremi che non si desiderano per il proprio figlio – e la deliberata cosmesi genetica su un embrione assolutamente sano, esercitata subordinando l’attesa di un figlio al rispetto, da parte del nascituro, di una serie di requisiti psicofisici perlopiù voluttuari. La distinzione, d’altra parte, è facilitata dal carattere totalmente immaginifico del secondo ordine di ipotesi che, come detto, appartiene più alla sfera della fantascienza che a quella della medicina. Ma nell’eden scientista il miglioramento genetico prenatale sembra essere moneta corrente, per non tacere dei risultati pressoché perfetti che è (sarà? sarebbe?) in grado di garantire.
In simili condizioni, va da sé che si riveli impresa proibitiva fissare un confine tra genetica negativa e genetica positiva. Anzi, più precisamente: al crescere della capacità di controllo “esecutivo” delle caratteristiche genotipiche, fenotipiche e psicosomatiche esibite dalla figliolanza, per genitori e medici diventa persino superfluo porsi il problema della negazione prenatale. A qual pro stabilire le patologie tanto gravi da determinare il rifiuto di una gravidanza se, tramite interventi migliorativi (si legga positivi) di vario genere, è possibile ricondurre qualunque difetto congenito a normalità? In circostanze del genere, la sparizione della necessità e della privazione aprirebbero la strada, come unica bussola etica, al concetto di utilità. Ma vale la pena ricordare il sistematico fallimento degli innumerevoli tentativi di dedurre matematicamente l’etica e la morale assiologiche dalla teoria utilitaristica. Nessuna ottimizzazione di tale teoria può produrre principi come “non uccidere”; perciò Chiara Lalli, quando chiede ad Habermas “un confine tra genetica positiva e genetica negativa” a partire da simili premesse, pretende l’impossibile e sa di farlo. Piuttosto, è sorprendente che per la Lalli la natura convenzionale di un limite di norma – “proprio come lo è il confine politico tra due paesi o la definizione di maggiore età a partire dal compimento dei diciotto anni” – costituisca motivo di critica alla solidità oggettiva del campo di liceità che esso definisce e, di conseguenza, delle problematiche che lo sottendono. Per la portavoce di una piattaforma ideologica in senso lato liberale, la mobilità dei paletti legislativi dovrebbe casomai rappresentare un irrinunciabile veicolo di adeguamento del diritto all’impermanenza del quadro socio-culturale.

                                                                                              (2.Continua)


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