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  Ismael [ Il superstite del Pequod ]
         
















Non te lo chiedo per favore: non calpestarmi







Perduta nazione, avito suolo
Isole tra i monti, strade pei mari
Unico asilo ed eterno conforto
Per te prosperiamo
Liberi e reverenti





Due che hanno visto giusto





La situazione mediorientale spiegata
meglio che in mille editoriali





In memoria di Diamond
"Dimebag" Darrell
, e di tutti gli
interminabili pomeriggi di
gioventù trascorsi a sgomitare
sotto la sferza selvaggia
della sua chitarra!





Where I belong:



Il movimento liberale giovanile fondato e presieduto da Francesco Lorenzetti



Edoardo Ferrarese

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MY BEST SHOTS:

Meglio il Saruman monetarista
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Sul proporzionale

Un sindaco efferato

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La verità ribadita.
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Le fiamme sopra Parigi

Religione e omosessualità -
Condannati per reato d'opinione


Buon anno e felice Epifania
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Ipocralismi
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Il sofferto capolavoro
di Arik


Munich

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Il Programma dell'Unione:
non si fa, si fabbrica


Jin-Roh - Uomini e lupi

Cento domande sull'Islam

Il Caimano

Buona la seconda

Cinque minuti a mezzanotte

After-midnight abstracts

Martini l'apostata

Hanno già ricominciato
a farci "ridere"


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Mimmu 'u Guardasigilli

Il Codice da Vinci

La lussazione

Pensierini bioetici

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compromission day


Centrodestra, anno zero

Padoa-Schioppa VS Bersani:
vince la politica

Paths of Glory -
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l'ipocrisia al governo

United 93

Multilateralismo dalemiano:
molta astuzia, poca prospettiva

8 Settembre,
festa degli ondivaghi


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Propaganda welfare

La semplicità del Papa

Telecomgate, Prodi poteva
non sapere. Non è
la prima volta


Tra il Dio incarnato
e il Dio incartato


Più tasse per tutti.
E più inflazione

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Ipotesi su Gesù

Buona l'anima,
malo il vino


USA 2006:
l'America plurale


Laicità e diritto naturale,
ovvero: del cortocircuito
giacobino


La mossa del Casini

Né bio né equo
né solidale. Quindi
massimamente etico


Apocalypto

Pannella e la morte
per procura


Fassino, le sberle, la rivincita

Tri-dazer

"Prodienko": torti e ragioni

L'antiPACStico

Uno sguardo all'America
del prossimo futuro


Or sono tre anni

Come Prodi
cadono le foglie al vento


Life to lifeless

Proibizionismi all'orizzonte?

Ennesima political compass

A New Republic

300

Uomini, caporali
e parlamentari


Immigrazione e libertà

L'innatismo dei predestinati

Libertari o gobettiani?

Sarko e Silvio

Cronache straboscopiche

Sex Crimes & the Vatican

Michela Vittoria Brambilla

La valanga veronese

Gods of Metal 2007

Se Milano piange,
Parma non ride


Gianfranco, Daniela
e il  moralismo farisaico


Un altro partito liberale?
No, grazie


La battaglia che fermò
l'impero romano


Harry Potter 5

Mario e i miglioristi sognatori

L'Arciprete e il Cavaliere

Scemenze che vanno distinte

Cor magis tibi Sena pandit

Gli interrogativi di Walter

Il liberismo
è davvero di sinistra?


Fenomenologia del Grillo

Le cronache
del Ghiaccio e del Fuoco


Liberalismo

Eutanasia in progress

Rivalutiamo pure Hobbes,
ma solo oltre confine


Rosmini for dummies

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morire democristiano


La Libertà e la Legge

Bioetica
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Il caso Bianzino

Luigi Sturzo for dummies

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USA 2008: Mac is back!

I figli di Hurin

Aborto all'italiana

Urbanistica di cronaca
e di mercato

Contro le tasse

Liste del Pdl:
guardiamo la luna,
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Cattolicesimo,
protestantesimo
e capitalismo


In difesa di Darwin/
Dimenticare Darwin


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Un'impronta illiberale?

La scelta di Eluana

La fine dell'economia

Il Cavaliere Oscuro

Il quoziente etico

Fallitalia

Quel che resta della crisi

 
 
 
 
 
 
 
 
 
Liberalizzazioni:
cosa resta da fare?

#1  #2


Il punto sulle bersanizzazioni
#1  #2  #3


Un giorno di libertà
#1  #2  #3


Metabio(gen)etica
#1  #2  #3  #4


Per il bene dell'Italia
#1  #2  #3  #4  #5
#6  #7  #8  #9  #10 


IsmaelVille
#1  #2  #3  #4  #5
#6 #6.1 #7  T13


Spigolature internautiche

"Uòlter Veltroni
a tajà er nastro
so' tutti bboni"

            by Giggimassi


"Far l'amore
col preservativo
è come fare il bagno
con lo scafandro"

                (Anonimo)


"Non sono né del partito
rivoluzionario né del
partito conservatore.
Ma tuttavia e dopotutto
tengo più al secondo che al
primo. Infatti dal secondo
differisco nei mezzi
piuttosto che nel fine,
mentre dal primo differisco,
insieme, nei mezzi e nel fine.
La libertà è la prima delle
mie passioni. Questa è la
verità"


      Alexis De Tocqueville
                    (by Zamax)


"Se Dio si candida,
lo stolto pensa alle elezioni
invece che al problema
dell'elezione"


            Giuliano Ferrara


"Io credo soltanto nella parola.
La parola ferisce, la parola
convince, la parola placa.
Questo, per me, è il senso
dello scrivere"


                    Ennio Flaiano
                (by Il Paroliere)


"L'ideazione di un sistema
resistente è atto creativo
che solo in parte si basa su
dati scientifici; la sensibilità
statica che lo determina, se
pure necessaria conseguenza
dello studio dell'equilibrio e
della resistenza dei materiali,
resta, come la sensibilità
estetica, una capacità
puramente personale, o per
meglio dire il frutto della
comprensione ed assimilazione,
compiutesi nello spirito del
progettista, delle leggi
del mondo fisico"


                       Pier Luigi Nervi
(Scienza o Arte del Costruire)


"L'unica cosa necessaria
per il trionfo del male
è l'inerzia dei buoni"

                         Edmund Burke
              (by Torre di Babele)


"Un governo così grande da
darti tutto quello che vuoi
è anche abbastanza grande
da toglierti tutto quello che hai"


               Barry M. Goldwater
          (by Retorica e Logica)


"L'amore è donare quello
che non si ha a qualcuno
che non lo vuole"


                     Jacques Lacan
                       (by Bernardo)


"Sono un conservatore nel
senso inteso da Hannah Arendt,
che si preoccupava della
preservazione del mondo.
Oggi comunque non c'è più
ordine costituito, ma solo
un cambiamento costituito.
La nostra sola tradizione è
il progresso. Viviamo in nome
del movimento e del
cambiamento continuo.
In questo contesto, io mi
considero un rivoluzionario,
perché ormai la sola
rivoluzione possibile è quella
che interrompe le derive
contemporanee"

               Alain Finkielkraut
                            (by Temis)


"Parliamo di politica:
quando si mangia?"


                 Alberto Mingardi


"Quella delle domeniche
a piedi è una messa rosso-
islamica, basata sulla nostalgia
del bel tempo della austerity
'regalataci' dall'Opec nel 1973.
E' un rito di espiazione e
autoflagellazione, direbbe un
Ernesto De Martino. E' una
autopunizione per aver pensato
di andare in auto a casa della
mamma, direbbe Freud. E' una
purga rivoluzionaria per
distruggere i beni di consumo
e tornare al valore d'uso,
direbbe Karl Marx"


                  Paolo Della Sala


"Quando uno conosce bene
una cosa se ne ha a male
se qualcun altro ne parla"


                          by Cruman


"Il vero conservatore sa che
a problemi nuovi occorrono
risposte nuove, ispirate a
principi permanenti"


             Giuseppe Prezzolini
  by Camelot Destra Ideale


"Una donna lo sa: le donne
adorano odiarsi. E' una cosa
vezzosa, niente di grave: solo
un po' di veleno qua e là, uno
sgambetto un sorriso e una
pugnalata alle spalle.
Non possiamo resistere"


              Annalena Benini


"Gli elettori delegano
il peccato ai potenti, così
possono immaginare
di non essere colpevoli
di nulla"


          Paolo Della Sala, again


"L'utilitarista deve nascondere
giudizi di valore da qualche
parte, per prendere decisioni
in base al suo principio,
e la teoria morale che ha
non è quindi l'utilitarismo,
ma lo specifico criterio
decisionale adottato"


                          LibertyFirst


"Non c'è più nessuno
a cui sparare, signore.
Se si tratterà solo di
costruire scuole e ospedali,
è a questo che serve l'esercito?"


                   Michael Ledeen


"L'idealista è uno che,
partendo dal corretto
presupposto che le rose hanno
un profumo migliore dei cavoli,
usa le rose per fare la zuppa"


                  Antonio Martino


"Sono sempre i migliori
ad andarsene dai forum"


                           Malvino


"Sapientia deriva da assaporare,
serve altro commento che non sia
mettere in moto il pensiero,
il ragionamento critico
come sapore delle cose?"


                                 adlimina


"Se gli economisti fossero
in grado di prevedere l'economia
non sarebbero tali, cioè non
avrebbero bisogno di insegnare
per sbarcare il lunario"


                            Mario


"Chi è sovente accigliato,
chi alza spesso il ditino
ammonitore, chi giudica
severamente il mondo
è uno che nel mondo
ci si trova male"


                             Gianni Pardo


The unprofessional blog

L'autore dichiara apertamente
che gli audaci parti del suo
intelletto avrebbero bisogno
del conforto di dottrina
specialistica in più materie,
nessuna delle quali minimamente
padroneggiata: pregasi notare
- sia ricordato qui una volta
per tutte - che di siffatti
scrupoli accademici è
privilegio della corporazione
dei dilettanti infischiarsene
allegramente (TNX Zamax)


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19 dicembre 2008

Salta anche il patto Molotov-Ribbentrop

Non cessa di consolidarsi l'analogia – puramente formale e tutta giocata sul filo del paradosso, s'intende – tra le sorti della Germania nazista e quelle del Partito Democratico veltroniano. Prima l'annessione dell'Austria morotea e adesso la rottura dell'alleanza strategica con un partner politico ideologicamente agli antipodi da molti punti di vista, ma indispensabile per non avere nemici su due fronti. Va bene, lo ammetto: l'accostamento sinottico dei due accadimenti presenta più di una discrepanza. Là l'inopinata apertura delle ostilità avvenne a guerra in corso, mentre qui il “conflitto” elettorale (nazionale) si è concluso da un pezzo. Là il tradimento fu unidirezionale (tedesco), qui lo scambio di accuse in merito alle responsabilità della frattura sta mostrando ampi margini di reciprocità. Senza contare che l'aggredito, all'epoca, fece deliberatamente causa comune con i nemici dell'aggressore: risvolto, quest'ultimo, del tutto privo di corrispettivi proponibili nel presente politico italo-sinistrese.
Rimanendo alle somiglianze, comunque, è interessante ragionare sui possibili sviluppi della crisi tra Pd e Di Pietro. Sul suo blog l'ottimo Gianni Pardo cita una dichiarazione rilasciata da Maria Paola Merloni, ministro ombra per le Politiche Comunitarie, a margine dell'offensiva giudiziaria che sta affossando (Campania) o ha affossato (Abruzzo) la classe dirigente democratica: “Secondo me dietro tutte queste inchieste giudiziarie che riguardano il Pd c'è Antonio Di Pietro, che peraltro è l'unico che ci guadagna. Forse la magistratura ha scelto il suo partito come il nuovo referente”
. Fa bene Pardo a proseguire sviscerando alcuni sottotesti di quel “nuovo”; fra poco entrerò anch'io nel merito in modo da affrontarne gli aspetti meno contingenti.
Per il momento fermiamoci al dato politico dell'esternazione, con la tripletta di alternative che a mio avviso pone. La prima: la manovra a tenaglia delle procure esaurisce presto la sua furia distruttiva e assume i contorni di un semplice avvertimento. Come a dire che l'atteggiamento dialogante del Pd con la maggioranza, specie sulla riforma dell'ordinamento giudiziario, va rinnegato a favore di un ricompattamento della Sinistra attorno al “giustizialismo” spinto. Il che significherebbe in buona sostanza alzare nuovamente i toni dello scontro su conflitto d'interessi, leggi-vergogna e involuzione autocratica, con tanti saluti all'impudente spirito bipartisan che l'opposizione “moderata” ha creduto di potersi permettere in questi primi mesi di legislatura. La seconda: l'operazione è finalizzata al ripristino dell'Unione prodiana. Saremmo davanti a uno scenario, se non fattivamente congegnato, sicuramente assai apprezzabile da una componente margheritina sempre più alla ricerca di triangolazioni con l'ultrasinistra in chiave anti-diessina. La terza: lo scopo ultimo del polverone è provocare la morte in culla del neonato soggetto unitario progressista. Una sorta di “opzione nucleare”, vien fatto di dire. Laddove non può sfuggire che il fattore comune a tutte e tre le suddette realizzazioni concrete della “DDR” prossima ventura si individua facilmente nel tramonto del veltronismo, ammesso e non concesso che di quest'ultimo si possa rinvenire una cifra politica vera e propria.
È facile immaginare l'obiezione “dipietrista” al partito preso secondo cui, dietro all'intera vicenda, si insinua un disegno eterodiretto e persecutorio. Producendo sterminate biblioteche di pezze d'appoggio (veline tribunalizie, mattinali di polizia giudiziaria, sbobinature di intercettazioni e quant'altro) si troverebbe sicuramente il modo di agitare il feticcio dogmatico dei “fatti”. L'essenza del travaglismo – così come del veicolo di trionfo retorico più gettonato tra le blogstar – si riduce in effetti a questo: guardare con minuziosa acribia il dito sminuendo sapientemente l'importanza di ogni discorso sulla Luna. Oppure evadendone la disamina mediante un'ermeneutica tanto frettolosa quanto reiterata.
Volendo invece mettere in discussione proprio il nucleo fondativo della mentalità giustizialista, non si può non sottolineare ancora una volta il carattere ricattatorio dell'assetto giudiziario italiano. Frutto della confusione tra separazione e divisione dei poteri nonché del costruttivismo implicito nel combinato autoreferenzialità/obbligatorietà dell'azione penale, esso si traduce nel coacervo di piccole grandi vessazioni che in parte esemplificavo una settimana fa. Generalizzando: in un sistema politico nel quale l'iperregolamentazione genera illegalità latente diffusa, è legittimo ritenere che la volontà – giocoforza circoscritta nel tempo e nello spazio – di punire le trasgressioni sia discrezionale a intenti punitivi più o meno espliciti. È solo perché sono persuaso da questo argomento che mi ispira fiducia l'idea di riformare il sistema giudiziario in senso “anglosassone”, cioè improntato a una concezione autenticamente giurisprudenziale del diritto. Non già perché sia plausibile capovolgere i rapporti di causa ed effetto al punto di credere che la mentalità e il costume siano conseguenze della cornice procedurale architettata dall'alto, sarebbe contraddittorio.
Ecco per quale motivo si resta interdetti di fronte ai timori chi, su posizioni liberali e garantiste, dubita che gli italiani e la loro classe dirigente, moralmente e culturalmente tarati come sono, siano in grado di confrontarsi responsabilmente con la prassi della libertà applicata. Tale è infatti il sottofondo ideologico di coloro che confidano nell'indipendenza dei controllori a prescindere e nella coessenziale nozione di “interesse generale” - dei giacobini, per essere chiari. Anzi, nello specifico di quei liberali votatisi al giacobinismo per il loro forte pregiudizio anti-italiano. Se stavate cercando di spiegarvi la forma mentis del liberalismo dipietrista – e la ragione per cui l'Italia dei Valori siede tra le fila dell'ELDR a Strasburgo, tanto per riallacciarmi all'intelligente provocazione lanciata giorni fa da LC – forse queste mie considerazioni conclusive fanno al caso vostro.




11 maggio 2008

Operazione verità - Le ragioni di una disfatta




6 aprile 2008

Operazione Verità - Veltrusconi, il fumetto




9 marzo 2008

Operazione plagio - Un romano a Springfield


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7 marzo 2008

L'innegabile evidenza dell'anschluss

L’ambiguità congenita del Partito Democratico risiede nel difficile connubio tra cattolici a vario titolo “dissenzienti” e socialisti rimasti orfani del socialismo. Spettava alle sorti del governo Prodi bis emettere l’ardua sentenza: il nuovo soggetto unitario doveva nascere dossettista (cioè a vocazione maggioritaria e tendenzialmente onnicomprensivo) oppure berlingueriano (vale a dire sinistrorso con sbocchi coalizionali su ambo i lati)?
La conclusione della seconda biennale prodiana lascia in eredità al fronte progressista nostrano un percorso evolutivo obbligato, da un lato per ragioni culturali e dall’altro per un motivo contingente. Assieme al boiardo di Scandiano, infatti, è caduta una volta per tutte l’illusione di poter fondere il liberalismo idealista, il cattolicesimo democratico e il socialismo menscevico in un unico blocco politico-elettorale, al prezzo di abiurare parti apparentemente marginali – ma in realtà qualificanti – dei riferimenti ideologici di ciascuna delle tre componenti originarie.
Stante l’inefficacia dell’ecumenismo postconciliare come unico collante tra essenze tanto irriducibili, era logico aspettarsi che l’anima numericamente più consistente della sinistra egemonizzasse il campo democratico.
Eccoci quindi all’attualità, dove trovano conferma un paio di mie considerazioni del recente passato. La composizione delle liste del Pd suggella l’annessione diessina non solo della Margherita, con il trasferimento dei cosiddetti teodem alla Camera (dove saranno inoffensivi) e il siluramento di parecchi nomi eccellenti del popolarismo ulivista (Stefano Ceccanti, Mimmo Lucà e Marcella Lucidi su tutti), ma anche dei Radicali, che di fronte all’ultimatum dei vertici democratici deporranno senz’altro le armi ghandiane agitate in questi giorni. Meglio gabbati a metà che prossimi alla sparizione, dopotutto.
La nutrita rappresentanza rimediata dagli ex democristiani nella costituente del Pd si rivela dunque un fiore all’occhiello presto appassito, come del resto era lecito sospettare già all’indomani delle primarie bulgare tenutesi lo scorso Ottobre. A tutto vantaggio della leadership veltroniana, si dirà. E qui invece entra in gioco il secondo pozzo avvelenato da Prodi durante la sua personale Beresina: nelle more di un sistema proporzionale con premio di maggioranza, Walter Veltroni subentra trovandosi tra i due fuochi di un tradizionale apparato di partito da sfamare e di un elettorato ideologicamente plurale da attrarre. Per cui l’ex sindaco di Roma deve riuscire nel compito titanico di coniugare innocue candidature “nuoviste” a effetto con abbondanti, ma doverosamente in sordina, posizioni sicure per l’intendenza della quale in realtà è rimasto succube. Sebbene a forte impronta diessina, il personale politico espressione del passato governo è lautamente rappresentato nelle file democratiche. Se il malumore degli esclusi eccellenti mette in risalto questo dato di fatto, Veltroni rischia l’imbarazzo di dover difendere l’operato dell’esecutivo uscente. Se, viceversa, il segretario del Pd volesse davvero rivoluzionare la sinistra italiana con piglio decisionista, perderebbe l’appoggio dei partitocrati che l’hanno fatto mettere dov’è. Si noti il passaggio dall’indicativo al congiuntivo: cronaca recente alla mano, tra le due eventualità W sta in effetti dando preferenza alla prima. Con la fronda dalemiana pronta a mettersi il coltello tra i denti un minuto dopo la probabile sconfitta alle elezioni, non gli si può proprio dare torto.
In definitiva il lascito di Prodi si riassume così: senza di me la sinistra si trasformerà in un mandamento postcomunista, quindi sarà condannata alla minorità.
La prospettiva di facili vittorie nel medio termine avrà funesti effetti sulle già asfittiche attitudini riformatrici dello schieramento opposto, che a questo punto dovrà solo scegliere per quale padre nobile optare tra Fanfani e Almirante. Ho il timore che questo sarà uno spunto di discussione molto frequentato, nel prossimo futuro.

Vai a vedere: L’Occidentale, Le Guerre Civili




3 febbraio 2008

Operazione Verità - Promesse con le gambe corte


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25 gennaio 2008

Frana Prodi, ma in cauda venenum

 La disfatta prodiana al Senato sta a significare ben di più che l’ormai improcrastinabile atto di sfiducia verso un’esperienza di governo fallimentare sotto tutti i punti di vista. Dal tracollo “parlamentarizzato” dell’Unione emerge infatti la debolezza congenita della cifra politica incarnata da Romano Prodi, e per volontà – apparentemente cocciuta e autolesionista – del suo stesso ideatore. [continua su Movimento Arancione]

Update (17.10) - Il quadro politico forse sta già subendo i primi scossoni nel senso da me intuito: “L'Udc è pronto a confluire nella 'Cosa Bianca', una coalizione di centro che può contare sul consenso del 14-16% degli elettori. Ne è convinto il senatore dell'Udc, Mario Baccini” [link].
Si profila una riedizione del governo D’Alema su scala (molto più) allargata ai democristiani? In ogni caso, la leadership di Veltroni rischia davvero la morte in culla.




19 ottobre 2007

Primarie ex post

Marchiane irregolarità o no, deliberata premeditazione degli esiti o meno, i risultati definitivi delle primarie democratiche di Domenica scorsa hanno comunque da dire qualcosa. Come previsto, gli outsider Adinolfi e Gawronski hanno raccolto percentuali lillipuziane. Ma il dato più significativo riguarda la (tacita) sfida tra il vincitore annunciato e le due eminenze catto-governative – Rosy Bindi ed Enrico Letta – che gli contendevano la scontata nomination. Su 3.517.370 voti validi, Walter Veltroni si è aggiudicato il 75,81% dei consensi. Più chiara di come è scritta in questa schiacciante proporzione di tre a uno, l’Anschluss post-diessina del cattolicesimo democratico non avrebbe potuto essere. Il nervosismo con cui Giuseppe Fioroni si è affrettato a mettere le mani avanti a tale proposito (“i cattolici popolari sono il 50 per cento, le radici cattolico popolari sono presenti. La società civile è solo un’espressione culturale e gli incivili sono tutti nostri?”) è di palmare eloquenza. Gli ex comunisti avranno anche perso qualche compagno duro e puro sul fianco sinistro, ma la contropartita alla loro destra si è rivelata senza dubbio conveniente. Ora rimane da capire se la base elettorale della vecchia sinistra Dc accetterà passivamente la cannibalizzazione dei suoi apparati di riferimento o se, come ritengo, il travaso di voti cattolici da sinistra a destra iniziato con le elezioni politiche dell’anno passato toccherà l’apice. In questa seconda ipotesi, lo spostamento a sinistra del baricentro ideologico del neonato soggetto unitario pregiudicherebbe seriamente le possibilità di successo del fronte progressista nell’eventualità di nuove elezioni a breve termine.
Uno sguardo ai rapporti di forza tra le singole liste a sostegno del sindaco di Roma non fa che confermare la lieve ma inequivocabile fisionomia sinistrorsa impressa dal suffragio al “tema natale” del Pd. La lista “Democratici con Veltroni”, cioè la più quotata in lizza, riscuote il 43,82% dei voti totali, mentre sorprende il risultato di “A sinistra con Veltroni”, che raggiunge il 7,65% sulla stessa base. È probabile che il raggruppamento capeggiato da Massimo Brutti si avvii a raccogliere l’eredità politica del cosiddetto “correntone”, consistente nel ruolo di interfaccia strategica fra la “casa madre” e la sinistra antagonista. L’asse tattico con i prodiani ribelli, come previsto, sta dando i suoi frutti naturali: più che genericamente “democratico”, quindi, il nuovo partito prende vita socialdemocratico. Peraltro la distribuzione geografica del voto fa pensare a una compagine radicata al Centro-Sud ma con poco seguito al Nord, area dalla quale proviene solamente un quarto dell’affluenza. Un ulteriore segnale di disaffezione moderata al nuovo contenitore, quest’ultimo.
In simili condizioni, qualunque proposito di rottura con la vecchia politica in senso riformista – oltre a poter essere soltanto inviso a Romano Prodi, che dell’immobilismo ha fatto la sua cifra e il suo capestro – assume i connotati dell’innocuo annuncio a effetto, privo com’è del percorso di elaborazione e affermazione costato ai pluricitati Blair e Sarkozy decenni di lotte fratricide.
L’insussistenza della discontinuità proclamata da Veltroni a favore di telecamera genera paralisi programmatica e intellettuale anche presso lo schieramento avversario, ormai mollemente adagiato sulla popolarità a buon mercato che le ambasce del Prodi bis gli garantiscono. Aspettando il Godot di un cambio di mentalità da parte della classe politica italiana, sarebbe ingenuo voler anticipare il verificarsi di novità positive tramite eventi purificatori catastrofici e/o repentini sulla falsariga di Mani Pulite, che poi innescano solo speculari fenomeni di riflusso e ripristino dello status quo.
Chi ama la politica e vede senza onirici semplicismi la via d’uscita liberale ai mali d’Italia deve invece rassegnarsi a un ingrato lavoro quotidiano di semina culturale, da svolgersi in ogni circostanza della pur minima pertinenza. Senza il favore della truppa, gli ufficiali non vanno da nessuna parte: fuor di metafora, finché le riforme liberali rimarranno il settario auspicio di ristrette élite intellettuali e/o altolocate, prive di appoggio popolare, i vertici politici potranno tutt’al più farne materia da conferenza stampa.




10 ottobre 2007

Veltroni, più Rommel che Montgomery

 Dopo che la fragilità dell’attuale assetto di governo ha finito per rivelarsi insormontabile, cioè grossomodo dopo appena cento giorni dal secondo ingresso di Romano Prodi a Palazzo Chigi, la prima e più impellente cura del vertice diessino è stata quella di trasformare con assoluta certezza la costituzione del Partito Democratico nella “quarta tappa” del percorso PCI-Pds-Ds. Un obiettivo in aperto conflitto con i piani dell’entourage prodiano, da sempre impegnato a ratificare il compromesso storico cattocomunista del terzo millennio. [continua su Movimento Arancione]




31 agosto 2007

Gli interrogativi di Walter

Rilasciando una pluricitata intervista al Corsera, Walter Veltroni ha rotto gli indugi sul fronte dell’understatement ecumenico e ha assunto la posa del decisionista con le idee chiare. Il sindaco di Roma dichiara infatti: “non ho timore di decidere... Si ascolta, si consulta, si tratta; ma, alla fine, si decide”. E ancora, a margine del suo incontro con il presidente del Consiglio di qualche giorno prima, altrettanto commentato: “Non si può giustificare la vaghezza o l'ambiguità del programma, in nome del feticcio dell'unità della coalizione... in nessuna grande democrazia europea sarebbe immaginabile presentarsi agli elettori con una coalizione priva dei requisiti minimi di coesione interna, tali da rendere credibile la sua proposta di governo”.
Sono parole che si prestano ad almeno tre livelli di lettura. Uno è quello tattico: spezzando l’asfittica triangolazione tra la cerchia prodiana e l’ultrasinistra (cioè il collegamento portante dell’ulivismo stesso), Veltroni punta a ottenere il duplice effetto di fare premio sull’ala più moderata della Margherita e, tramite l’esplicita messa in mora di Romano Prodi e del suo pretoriano, di accelerare il logoramento dell’esecutivo in carica. Negando di voler “sostituire” Prodi e di “poter andare a Palazzo Chigi senza aver vinto le elezioni”, Veltroni fa ben più che solfeggiare l’ovvio rispetto della legge: il messaggio, obliquo, comporta la rivendicazione di un primato decisionale applicabile all’intera alleanza di centrosinistra.
Onde per cui si arriva al secondo, più intricato piano d’analisi: quello strategico. Se, come sostengono i bene informati, gli scenari che vanno delineandosi trovano un soddisfatto patrocinatore in Franco Marini, un uguale avallo alle manovre politiche in corso non può non provenire dalla decennale sponda diessina del presidente del Senato, ossia Massimo D’Alema. Il doppio placet dalemian-mariniano ai prodromi del Partito Democratico può significare solo che l’ossatura del nuovo soggetto politico – malgrado i propositi maggioritari, bipartitici e meritocratici del Veltroni a favore di telecamera – sarà in grado di soddisfare le esigenze “conservative” più volte manifestate dalle nomenclature di cui Marini e D’Alema sono espressione. Assisteremo a una convergenza parallela cattocomunista strombazzata in un rutilare di annunci a effetto e piccole operazioni di cosmesi mediatica, in altre parole. Ma il passo decisivo del ragionamento riguarda l’evoluzione del quadro politico che le ultime notizie descrivono. Mentre Silvio Berlusconi, tra lo scherno degli ingenui, si assicura contemporaneamente la primogenitura del Partito della Libertà prossimo venturo e una formidabile arma contro gli eventuali effetti aggreganti del referendum Guzzetta, sta a Veltroni progettare la cornice normativa più compatibile con gli scenari a venire. Affinché il Pd non diventi un grosso vaso di coccio circondato da tanti vasetti di ferro, occorrerà infatti un sistema elettorale che coniughi l’avvento di alleanze di “nuovo conio” centrista con la salvaguardia dei partitocrati che sostengono il candidato premier. L’adozione del proporzionale alla tedesca farebbe egregiamente alla bisogna, ma sarebbe un regalo d’oro a un governo tenuto sotto comodo schiaffo da così tanti cespugli, mortalmente minacciati dalla prospettiva di uno tsunami referendario. L’uninominale a doppio turno – a cui Veltroni ha fatto più volte riferimento – sarebbe parimenti funzionale, ma manca il consenso trasversale per approvarlo. Forse il permanere di liste bloccate, previsto dall’ipotesi di legge Guzzetta, rappresenta un inusitato uovo di Colombo sia per il Cav. che per il sindaco d’Italia.
Ma, mentre per Silvio cambierebbe tutto senza cambiare nulla, per Walter – e siamo al terzo strato di significato, quello culturale – una riforma elettorale lascerebbe aperte numerose incognite. Si dice che il “nuovo corso” veltroniano imprimerà una rivoluzione copernicana a sinistra, di modo che finalmente si partirà dai programmi per arrivare alle alleanze e non più viceversa. Eppure nella (tuttora vaghissima) piattaforma programmatica democrat convivono opposti irriducibili, anche prescindendo da qualsivoglia patto con la sinistra antagonista: si va dal doroteo Rutelli al “sinistro” Brutti. La scontata vittoria di Veltroni, in pratica, rende puramente fittizia la selezione di leadership (e di priorità) annessa al meccanismo delle primarie. Con non minore cautela, allora, va presa la notizia di un “tavolo di lavoro sul fisco”, presieduto dai liberal Enrico Morando e Nicola Latorre, in grado di fornire facili panacee contro l’antiliberismo della sinistra.
Il fenomeno Veltroni, anche in relazione a fantomatiche rivoluzioni liberali incompiute a destra, dà l’idea che il progressismo italiano abbia messo a verbale una comprensione davvero superficiale e infantile del berlusconismo. Che non è tanto – o non solo – l’intuizione populista di un teleguitto che, “se avesse appena una puntina di tette, farebbe anche la velina” (questo era Enzo Biagi), ma soprattutto la capacità di rendere credibile la fattibilità un progetto politico ben preciso presso le fasce sociali interessate ad esso. Di scrivere proposte politiche “moderne e avanzate” per poi recitarne a soggetto il canovaccio di fronte a microfoni compiacenti è capace qualunque intendente di partito, ma saper convincere la gente di avere la forza per realizzarle è tutto un altro paio di maniche.
Considerando che, seppur stanti tali premesse, l’azione del passato governo ha faticato moltissimo a imboccare i binari liberisti indicati (d)al popolo delle partite IVA, viene da domandarsi quali potranno essere le “rotture” praticabili da un capopartito come Veltroni, refrattario a qualsiasi vera battaglia culturale.



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