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Non te lo chiedo per favore: non calpestarmi







Perduta nazione, avito suolo
Isole tra i monti, strade pei mari
Unico asilo ed eterno conforto
Per te prosperiamo
Liberi e reverenti





Due che hanno visto giusto





La situazione mediorientale spiegata
meglio che in mille editoriali





In memoria di Diamond
"Dimebag" Darrell
, e di tutti gli
interminabili pomeriggi di
gioventù trascorsi a sgomitare
sotto la sferza selvaggia
della sua chitarra!





Where I belong:



Il movimento liberale giovanile fondato e presieduto da Francesco Lorenzetti



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Religione e omosessualità -
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Ipocralismi
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Multilateralismo dalemiano:
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8 Settembre,
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La semplicità del Papa

Telecomgate, Prodi poteva
non sapere. Non è
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Liberalizzazioni:
cosa resta da fare?

#1  #2


Il punto sulle bersanizzazioni
#1  #2  #3


Un giorno di libertà
#1  #2  #3


Metabio(gen)etica
#1  #2  #3  #4


Per il bene dell'Italia
#1  #2  #3  #4  #5
#6  #7  #8  #9  #10 


IsmaelVille
#1  #2  #3  #4  #5
#6 #6.1 #7  T13


Spigolature internautiche

"Uòlter Veltroni
a tajà er nastro
so' tutti bboni"

            by Giggimassi


"Far l'amore
col preservativo
è come fare il bagno
con lo scafandro"

                (Anonimo)


"Non sono né del partito
rivoluzionario né del
partito conservatore.
Ma tuttavia e dopotutto
tengo più al secondo che al
primo. Infatti dal secondo
differisco nei mezzi
piuttosto che nel fine,
mentre dal primo differisco,
insieme, nei mezzi e nel fine.
La libertà è la prima delle
mie passioni. Questa è la
verità"


      Alexis De Tocqueville
                    (by Zamax)


"Se Dio si candida,
lo stolto pensa alle elezioni
invece che al problema
dell'elezione"


            Giuliano Ferrara


"Io credo soltanto nella parola.
La parola ferisce, la parola
convince, la parola placa.
Questo, per me, è il senso
dello scrivere"


                    Ennio Flaiano
                (by Il Paroliere)


"L'ideazione di un sistema
resistente è atto creativo
che solo in parte si basa su
dati scientifici; la sensibilità
statica che lo determina, se
pure necessaria conseguenza
dello studio dell'equilibrio e
della resistenza dei materiali,
resta, come la sensibilità
estetica, una capacità
puramente personale, o per
meglio dire il frutto della
comprensione ed assimilazione,
compiutesi nello spirito del
progettista, delle leggi
del mondo fisico"


                       Pier Luigi Nervi
(Scienza o Arte del Costruire)


"L'unica cosa necessaria
per il trionfo del male
è l'inerzia dei buoni"

                         Edmund Burke
              (by Torre di Babele)


"Un governo così grande da
darti tutto quello che vuoi
è anche abbastanza grande
da toglierti tutto quello che hai"


               Barry M. Goldwater
          (by Retorica e Logica)


"L'amore è donare quello
che non si ha a qualcuno
che non lo vuole"


                     Jacques Lacan
                       (by Bernardo)


"Sono un conservatore nel
senso inteso da Hannah Arendt,
che si preoccupava della
preservazione del mondo.
Oggi comunque non c'è più
ordine costituito, ma solo
un cambiamento costituito.
La nostra sola tradizione è
il progresso. Viviamo in nome
del movimento e del
cambiamento continuo.
In questo contesto, io mi
considero un rivoluzionario,
perché ormai la sola
rivoluzione possibile è quella
che interrompe le derive
contemporanee"

               Alain Finkielkraut
                            (by Temis)


"Parliamo di politica:
quando si mangia?"


                 Alberto Mingardi


"Quella delle domeniche
a piedi è una messa rosso-
islamica, basata sulla nostalgia
del bel tempo della austerity
'regalataci' dall'Opec nel 1973.
E' un rito di espiazione e
autoflagellazione, direbbe un
Ernesto De Martino. E' una
autopunizione per aver pensato
di andare in auto a casa della
mamma, direbbe Freud. E' una
purga rivoluzionaria per
distruggere i beni di consumo
e tornare al valore d'uso,
direbbe Karl Marx"


                  Paolo Della Sala


"Quando uno conosce bene
una cosa se ne ha a male
se qualcun altro ne parla"


                          by Cruman


"Il vero conservatore sa che
a problemi nuovi occorrono
risposte nuove, ispirate a
principi permanenti"


             Giuseppe Prezzolini
  by Camelot Destra Ideale


"Una donna lo sa: le donne
adorano odiarsi. E' una cosa
vezzosa, niente di grave: solo
un po' di veleno qua e là, uno
sgambetto un sorriso e una
pugnalata alle spalle.
Non possiamo resistere"


              Annalena Benini


"Gli elettori delegano
il peccato ai potenti, così
possono immaginare
di non essere colpevoli
di nulla"


          Paolo Della Sala, again


"L'utilitarista deve nascondere
giudizi di valore da qualche
parte, per prendere decisioni
in base al suo principio,
e la teoria morale che ha
non è quindi l'utilitarismo,
ma lo specifico criterio
decisionale adottato"


                          LibertyFirst


"Non c'è più nessuno
a cui sparare, signore.
Se si tratterà solo di
costruire scuole e ospedali,
è a questo che serve l'esercito?"


                   Michael Ledeen


"L'idealista è uno che,
partendo dal corretto
presupposto che le rose hanno
un profumo migliore dei cavoli,
usa le rose per fare la zuppa"


                  Antonio Martino


"Sono sempre i migliori
ad andarsene dai forum"


                           Malvino


"Sapientia deriva da assaporare,
serve altro commento che non sia
mettere in moto il pensiero,
il ragionamento critico
come sapore delle cose?"


                                 adlimina


"Se gli economisti fossero
in grado di prevedere l'economia
non sarebbero tali, cioè non
avrebbero bisogno di insegnare
per sbarcare il lunario"


                            Mario


"Chi è sovente accigliato,
chi alza spesso il ditino
ammonitore, chi giudica
severamente il mondo
è uno che nel mondo
ci si trova male"


                             Gianni Pardo


The unprofessional blog

L'autore dichiara apertamente
che gli audaci parti del suo
intelletto avrebbero bisogno
del conforto di dottrina
specialistica in più materie,
nessuna delle quali minimamente
padroneggiata: pregasi notare
- sia ricordato qui una volta
per tutte - che di siffatti
scrupoli accademici è
privilegio della corporazione
dei dilettanti infischiarsene
allegramente (TNX Zamax)


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11 dicembre 2008

La giustizia della libertà

Rileggendo il decalogo aureo per un equo svolgimento delle ispezioni tributarie stilato dalla LIFE, ma anche ripensando all'esternazione sull'antistatalismo “consustanziale” alla mentalità veneta con cui Vincenzo Visco, non più di un anno e mezzo fa, credeva di criminalizzare a buon mercato un intero popolo, viene da pensare che l'Italia, così come tutto il mondo occidentale, sia attraversata da una spaccatura verticale che taglia in due la coscienza antropologica delle persone.
Alla radice di questo muro contro muro, sicuramente, pesa la – per così dire “rodata” – contrapposizione tra coloro che ritengono fondato il nesso di causalità “pagare tutti e poi pagare meno” e quanti, viceversa, capovolgono quel rapporto causa/effetto e rivendicano il diritto a vedersi applicate aliquote sostenibili prima di aderire al modello di conformità fiscale definito dal potere pubblico. I sostenitori della prima alternativa hanno nella giustizia il loro valore politico di riferimento, mentre per i fautori della seconda prevale la libertà. Si tratta di parole vaghe e, sul piano delle realizzazioni pratiche, obbligate a confondersi e mescolarsi continuamente. Da un lato vi è la fiducia nelle virtù dell'amministrazione istituzionalizzata, dall'altro si pone maggiormente l'accento sull'intrapresa spontanea: termini in tensione e in ultima analisi irriducibili a coerenza, ma anche indispensabili l'uno all'altro.
La giustizia nel “pagare tutti”, per dirsi tale, non può non rinviare all'esigenza di un limite alla tassazione. E la libertà – specie se negativa: impedire agli altri di impedire a me – necessita della problematica, ma imprescindibile, distinzione tra sfera pubblica e sfera privata. Le prese di posizione sommarie suscitate dallo scontro ideologico frontale fanno quasi sempre perdere di vista l'ineluttabilità della “compenetrazione di essenze” appena individuata.
Da acceso difensore della metafisica “di seconda specie”, dimentico spesso di circostanziare che la richiesta di meno tasse prima ha principalmente l'intento di concorrere al rientro nella legalità per chiunque sia vittima dell'ingiustizia ispettiva – unico naturale frutto di una fiscalità labirintica e opprimente. Mi succede spesso di contestare la sicumera di certi contribuenti che – animati da senso civico autentico, vediamo di capirci – si vantano e illudono di aver pagato le tasse “fino all'ultimo centesimo”. Ma basta un tocco di retroattività e/o di malizia per mettere alla gogna anche il cittadino più onesto. È risaputo che la Guardia di Finanza, quando esce, un verbale lo porta a casa comunque. E la stessa spada di Damocle pende sui titolari di attività soggette a vincoli antincendio o igienico-sanitari (fatto salvo il generalmente meno oneroso risvolto patrimoniale di questa seconda classe di “esazioni”).
Di questo si parla, non di altro, quando si portano avanti le istanze della semplificazione fiscale e dell'alleggerimento impositivo: della volontà di posizionarsi con certezza entro il perimetro della legalità, finalmente liberi da ogni ricatto asservito alla guerra tra ceti in cui sfocia la “spaccatura verticale” cui ci si richiamava all'inizio.




16 settembre 2006

Telecomgate, Prodi poteva non sapere. Non è la prima volta

“Essere isolati non rende nulla”, dichiara Romano Prodi in conferenza stampa dalla Cina. Il Presidente del Consiglio, molto comprensibilmente, a latere della trasferta asiatica da lui guidata preferisce menar vanto della sensazionale lungimiranza con cui avrebbe concepito la sua strategia commerciale “sinofila”, anziché elaborare una linea difensiva appena decente per respingere le accuse di falso ideologico che gli stanno piovendo addosso.
Di sicuro, il virgolettato prodiano di cui sopra riassume in esergo la cifra più profonda del cursus vitae sin qui condotto dal professore bolognese. All’affettata bonomia del personaggio, in effetti, si abbina la spiccata propensione per l’allestimento di fitte reti di cointeressenze con il reparto economico-industriale – dote che ha favorito in modo determinante la sua irresistibile ascesa. Al talento per la connivenza si uniscono inoltre una discrezione ed un tatto assoluti nel mantenere occulto e poco controllabile il suo coté finanziario di riferimento. Praticamente una dirittura all'opposto diametrale rispetto a quella di Berlusconi, mandatario di referenti ingombranti e protagonista di un conflitto d’interessi palese oltre ogni dire.
La carriera di Borborigma come Gran Commis dell’intendenza democristiana è ricca di spunti poco commendevoli. All’Iri dal 1982 al 1989 – guarda caso, gli stessi sette anni di reggenza demitiana della DC –, al termine del mandato omette di contabilizzare il disavanzo patrimoniale della siderurgia (3000 miliardi di vecchie lire) in base ad una scappatoia statutaria e arriva a proclamarsi artefice di un risanamento dell’Istituto pari a 1263 miliardi di utile. Nel 1989, con l’incarico in scadenza e con De Mita in declino a tutto vantaggio del triangolo Craxi-Andreotti-Forlani, tenta di entrare nelle grazie del Divo Giulio svendendo la Cassa di Risparmio di Roma all’andreottiano Cesare Geronzi. L’operazione, avviata senza nemmeno procedere ad una perizia estimativa preliminare, si meriterà un’interrogazione parlamentare firmata – tra gli altri – da Franco Bassanini e Vincenzo Visco: quando si dice l’ironia del destino. Nomisma, il centro studi facente capo a Prodi, è da sempre crocevia dei più svariati affarismi: dalla casa editrice Il Mulino alle ricerche immobiliari di Gualtiero Tamburini (cugino d’un celebre salumiere bolognese), dalla compartecipazione del fu Raul Gardini alle plurimiliardarie consulenze sull’Alta Velocità mietute nel ’92. Di nuovo all’Iri, nel 1994 privatizza in blocco Credit e Comit, permettendo a MedioBanca di imporsi come attore dominante nella campagna per l’acquisto delle due banche. Solo in seguito si scoperse che il collocamento di Credit sul mercato azionario era stato appaltato in via informale a Goldman Sachs. Romano Prodi si difese affermando che, quando si era riunito il consiglio di amministrazione dell’Iri per affidare l’incarico alla Goldman Sachs, lui era uscito (per ulteriori approfondimenti sulla “Prodeide” andate qui o leggete questo post di Paolo Della Sala).
Ma non è tutto. Per completare il quadro, occorrerà ricordare che l’accusa di abuso d’ufficio irrogata a Prodi in ordine alla cessione di SME – altro pezzo pregiato nella galleria di privatizzazioni truccate che pesano sul curriculum del Professore – cadde solo grazie all’approvazione di una legge ad personam scritta nel 1997 da Giovanni Maria Flick, avvocato di fiducia appositamente nominato Guardasigilli. Poi vi sarebbe lo scandalo Eurostat, verificatosi quando l’attuale premier presiedeva la Commissione Europea: a fronte di un rilevante episodio di peculato (un ammanco di 900 mila Euri dalle casse dell’ufficio statistico europeo), Prodi chiarì di non essere mai venuto a conoscenza delle irregolarità – segnatamente contestate non a qualche faccendiere di passaggio, ma a due dirigenti di primo piano.
Evitiamo di tirare tardi ulteriormente. Basti dire che, dopo un cinquantennio di sapiente lavorio al servizio di quel cronicario per lungodegenti che furono le Partecipazioni Statali, Romano Prodi divenne specialista nel compravendere il patrimonio industriale dello stato allo scopo di servire gli interessi particolari di questo o quel maggiorente. E - contestualmente - nel negare recisamente ogni addebito.
Apro una doverosa parentesi. Se mai dovessi indicare un obiettivo enunciato con chiarezza tra le 280 pagine di sgrammaticature, luoghi comuni e preterizioni di cui si compone il programma di governo dell’Unione (vedi anche il dorso di questo blog alla voce “Per il bene dell’Italia”), quello riguarderebbe senza dubbio la linea d’indirizzo ivi adottata per pianificare la gestione delle infrastrutture di rete. Essa prevede sempre e comunque la nazionalizzazione di queste ultime, nel caso finalizzata ad un approvvigionamento di risorse sovrabbondante rispetto alla domanda: lo scopo, peraltro storicamente mai raggiunto tramite l’intervento diretto della mano pubblica, è di spezzare i monopoli bilaterali di produzione e distribuzione. Per esempio, a pag. 130 del documento si legge: “Nei servizi a rete (energia, trasporti) la proprietà delle reti deve rimanere pubblica. Nel settore cruciale dell’acqua dovranno essere assunti criteri di massima sensibilità [...]. In questo caso la distinzione tra rete e servizio e più complessa. Entrambe le funzioni dovranno dunque rimanere pubbliche”. E poi, a pag. 142: “Sicurezza di approvvigionamento e maggiore concorrenza richiedono per un verso che si rafforzi la rete interna e, per altro verso, che le società che gestiscono la rete di trasporto siano separate dalle imprese produttrici di energia e mantenute pubbliche”.
Estendendo questa piattaforma d’intenti anche al settore delle comunicazioni, il progetto di ristrutturazione “artigianale” – ancorché inoltrato su carta intestata della Presidenza del Consiglio dei Ministri – di Telecom Italia furtivamente recapitato a Marco Tronchetti Provera rientrerebbe di tutta coerenza in un disegno politico ad ampio raggio. Autore della velina, manco a dirlo circolata all’insaputa di Romano Prodi, è il reo confesso Angelo Rovati, consulente e fund raiser del Professore. In luogo dello scorporo della rete fissa di Telecom e di Tim in vista di un’alleanza multimediale con Rupert Murdoch, l’entourage del Primo Ministro preme sull’indebitato Tronchetti per una meno pretenziosa dismissione della sola rete telefonica, con conseguente transito della medesima - coi suoi 9 miliardi di valore - per la Cassa Depositi e Prestiti. Ultima tappa, una bella rivendita monotranche del pacchetto ad una platea di acquirenti giocoforza molto selezionata, come ai vecchi tempi. Nel frattempo, la libertà di movimento di Tronchetti Provera – attualmente zavorrata da 40 miliardi di passivo – si manterrebbe su livelli tali da non impensierire la cerchia prodiana nel suo lento ma inesorabile assalto al troncone “mielista” del patto di sindacato che controlla Rizzoli-Corriere della Sera. Ma Prodi non ne sapeva nulla.
Ora, senza voler conferire al sospetto della sua complicità in questa vicenda nulla più che il rango di semplice illazione – specie dopo aver lungamente rifiutato la logica perversa insita nella formula del “non poteva non sapere”, cioè quella mostruosità applicata per anni alla corrida giudiziaria contro Silvio Berlusconi –, è necessario mantenere una qualche equanimità di giudizio sul profilo biografico delle due personalità che, tra alterne fortune, hanno segnato l’avvento del bipolarismo in Italia. Il Cavaliere, non va dimenticato, è pur sempre al centro di un quadro processuale che getta un’ombra assai poco edificante sul suo passato imprenditoriale. È noto che anni fa, durante un’ispezione della Guardia di Finanza nella sede di Fininvest, Berlusconi si sia nascosto in un sottoscala fingendosi ragioniere, pur di sfuggire alle fiamme gialle. Eppure Prodi, dal canto suo, è la stessa persona che, in un saggio del ’92 intitolato Il tempo delle scelte. Lezioni di economia, scriveva: “Nella democrazia una regola non scritta molto importante è quella della separazione del potere politico dal potere economico. Quando fra questi due poteri si crea un corto circuito non c’è democrazia”.
Negli Stati Uniti, nazione sede di una mentalità e di una concezione morale lontanissime dalle nostre, basta aver raccontato una bugia alla maestra d’asilo per mettere a rischio vita natural durante un eventuale statuto di “personaggio pubblico”. Di là da ogni presunzione di innocenza, in Italia ci accontenteremmo di una via di mezzo.

Round-up: Jim Momo, Le Guerre Civili, A Conservative Mind.




13 luglio 2006

La guerra infinita, l'ipocrisia al governo

A diciassette giorni dall’attacco palestinese a Kerem Shalom, al confine con la Striscia di Gaza, le milizie terroriste sciite di Hezbollah, ieri mattina, hanno lanciato un’offensiva contro le postazioni israeliane dislocate alla frontiera con il Libano. L’evidente sincronia tra le due operazioni paramilitari tradisce un connubio strategico di vecchia data tra Hamas e il Partito di Dio, come del resto è stato ampiamente documentato dagli analisti più esperti di dinamiche mediorientali.
Nel corso del primo attacco, condotto da un commando reclutato dal braccio armato dell’attuale partito di governo palestinese, sono rimasti a terra due soldati di Tsahal e ne è stato sequestrato un terzo, Ghilad Shalit, tuttora prigioniero.
L’offensiva di ieri, dal canto suo, ha causato l’uccisione di tre militari e, a seguito dell’immediata controffensiva israeliana, la morte di altri quattro soldati e di due civili libanesi. Stando a quanto sostiene Eliezer Geizi Tsafrir – autore di Labyrinth in Lebanon – in una dichiarazione raccolta da Il Foglio di oggi, “La matrice dell’attacco è la stessa, non la tattica. I palestinesi hanno scavato per diversi mesi un tunnel sotterraneo, utilizzato per entrare in territorio israeliano e attaccare i militari. Hezbollah ha bombardato postazioni israeliane per spostare l’attenzione dal luogo in cui ha compiuto l’incursione. Hamas e Jihad islamico e alcune componenti armate del Fatah sono addestrati da Hezbollah, tra Siria e Iran”.
È della prima mattinata di oggi la notizia del bombardamento di alcuni obiettivi in territorio libanese – tra i quali l’aeroporto di Beirut e la sede televisiva di Hezbollah – ad opera dell’aviazione israeliana. I raid aerei hanno interrotto i collegamenti telefonici tra la capitale e il Sud del paese levantino. Quel ch’è peggio, nel corso del contrattacco israeliano sono morti ventisette civili, tra cui dieci bambini. Il primo ministro libanese, Fuad Siniora, ha convocato le rappresentanze diplomatiche presenti in loco per esortarle a riferire ai propri governi circa un vero e proprio stato di preallarme bellico. Dalle coste libanesi, inoltre, sta partendo un’ondata migratoria di turisti stranieri verso la Siria, dalla quale i “villeggianti profughi” intendono far ritorno ai propri paesi di residenza.
Come sempre, quando si cerca di guardare con un minimo di obiettività alla situazione mediorientale, è assurdo e mistificatorio mettere su un piede di parità i criminosi esiti delle iniziative para-belliche del terrorismo panarabo – assunte da un prepotere transfrontaliero totalmente estraneo ad una formazione minimamente “democratica” del consenso che lo sorregge – e le pur gravissime conseguenze dei “danni collaterali” arrecati da Tsahal all’incolumità delle popolazioni civili che incrociano il suo possente cammino. Perché nelle manovre condotte dall’esercito di un paese democratico – diversamente dalla prassi che contraddistingue l’azione di ogni possibile milizia irregolare, quale che sia il suo grado di stragismo deliberato – l’assassinio di innocenti è l’eccezione, non la regola. E una casistica di “eccezioni” si fronteggia commisurandole adeguate sanzioni penali e disciplinari, come usa negli stati di diritto di cui Israele è un fulgido esempio.
Piuttosto, è la posizione attendista mantenuta dal governo italiano in questo come in altri frangenti di politica estera a destare più d’una perplessità. Perché se il giudizio di Massimo D’Alema sulla “sproporzionata” entità della rappresaglia israeliana di questi giorni fa parte di uno scoperto – ancorché discutibile – gioco al riposizionamento diplomatico sulla mappa delle alleanze postberlusconiane, non può invece trovare giustificazione alcuna l’opportunistica ambiguità che percorre l’atteggiamento dell’esecutivo negli ambiti politici più disparati, dall’economia ai trasporti alle infrastrutture alla diplomazia – per l’appunto. L’«equivicinanza», ormai assurta a cifra distintiva del prodismo teorico e applicato, sta diventando la foglia di fico sotto la cui egida far passare le più avventurose coartazioni ideologiche. I preparativi per il cospicuo drenaggio fiscale escogitato da Vincenzo Visco – non senza la volonterosa complicità di un circuito mediatico assai compiacente – vengono gabellati per meri strumenti accessori alle tanto celebrate “liberalizzazioni” di Bersani, neanche questi ultimi provvedimenti fossero qualcosa di diverso dalla minimale (ma sacrosanta!) cosmesi socio-economica che sono.
Allo stesso modo, l’improntitudine diplomatica dalemian-prodiana sembra davvero volersi spiegare adoperando parole come “equilibrio”, “saggezza” e “pragmatismo”. Il vero volto dello sciatto dilettantismo che fa da sfondo alla sconcertante titubanza del governo in materia di politica estera, invece, emerge da dichiarazioni come quelle rilasciate stamani dal viceministro degli Esteri Ugo Intini (RnP) a RadioDue: la violenza di Hezbollah, a suo dire, non si può addebitare alle autorità libanesi “ufficiali”, che non possono rispondere dell’iniziativa terrorista di alcune schegge impazzite.
Regge? No, non regge: Hezbollah, da formazione partitica strutturata qual è, esprime un nutrito gruppo parlamentare e un membro dell’esecutivo libanese. Dunque appartiene a pieno titolo ad un arco costituzionale riconducibile ad una sovranità chiamata a dotarsi di tutti gli strumenti legislativi, esecutivi e giudiziari atti a preservare la sua legalità interna.
Ma è ovvio come Intini non possa ignorare l’obiezione di cui sopra. Basta leggere i giornali per essere al corrente della frammentazione trasversale che affligge le fragili democrazie arabe. Dunque l’opinione del viceministro appare studiata per inscenare un triste gioco delle parti. Se in economia ci sono il gatto liberista (Bersani), la volpe keynesiana (Visco) e il Lucignolo che distrae le masse (Cento), agli esteri vanno in scena il filoarabo (Intini), l’ultrà amerikana (la Bonino, da un posto di vista solo apparentemente defilato) e il saggio paciere equidistante (D’Alema). Alla fine della fiera, tanto, qualcuno di loro dovrà pure essere nel giusto e poterne menar vanto.
Vecchio il trucco bolscevico, scontato lo sbocco nell’irrilevanza. Ma quel che conta è sopravvivere, con tanti saluti alla politica delle scelte di campo nette.




4 aprile 2006

Buona la seconda

Niente di che, vediamo di chiarirci subito. Ma ieri sera, se non altro, Berlusconi non ha manifestato i sintomi dell’insofferenza alle regole pattuite con la medesima stizza di due settimane fa. Certo, qualche sbocco di bile c’è stato, addirittura fino a dare sulla voce al competitore in spregio alla regola che impone tempi, inquadrature e risposte contingentati. Eppure gli errori commessi durante il precedente faccia-a-faccia hanno insegnato molto al Cav.: niente occhi al tavolo, sguardo in tralice a favore di camera, via quella penna scarabocchiosa dalle mani.
Da questa rivitalizzazione berlusconiana ha tratto giovamento la godibilità di tutta la sfida “di ritorno”, a partire dall’abbondante iniezione di simpamina fluita nelle vene di un Prodi insolitamente vivacizzato – il quale, en passant, ha in parte censurato l’artefatta bonomia che il suo soporifero personaggio ama affettare.
Mentre l’avanti causa riscaldava i motori con qualche balbettio a proposito di un non meglio chiarito nesso semantico tra la locuzione “proposta chiarissima” ed espressioni come “tassa di successione solo su chi possiede parecchi milioni di Euro”, “copertura del taglio del cuneo fiscale” o “limite di reddito oltre il quale non può esservi felicità”, un Cavaliere ad un tempo laicissimo (ha fatto fuori i temi etici con un’alzata di spalle) e cristianissimo (a lui il legno dell’italica umanità piace “storto” così com’è) sfoderava in scioltezza molti dei suoi grandi classici, più qualche sorpresona pasquale. Bonus bebè, quoziente familiare, basic tax e contenimento della progressività fiscale sono vecchie glorie, ma la promessa di un vicepremier donna e – colpo di teatro finale – dell’abolizione totale dell’Ici hanno fatto scorrere un brivido di allampanata incredulità sulla colonna vertebrale degli spettatori. La prima allusione emenda con stile la magra figura rimediata dal premier nello scorso dibattito allorché la discussione s’era soffermata sul tema delle politiche femminili, quinci e quivi liquidate alla stregua di un banale soprammercato elettorale per casalinghe anni ’50. L’idea di una Condoleeza italiana o giù di lì, invece, ripara al danno e lo scarica su un Prodi alla sempre più affannosa ricerca di valide giustificazioni a sostegno delle quote rosa, tutela di stampo malthusiano-ambientalista (binomio guardacaso sinergico da cent’anni a questa parte) per deboli specie in via di estinzione.
Naturalmente l’abrogazione dell’Ici va vista come una provocazione al fulmicotone, serbata per un’arringa finale senza debito di replica. A meno di non voler direttamente abolire i Comuni, la cannonata va vista come un espediente per amplificare il contrasto ideale tra le opposte visioni della vita (associata e non) incarnate da Berlusconi e da Prodi rispettivamente: io – sembra voler ammiccare Silvio – litigo e m’impantano tra le plaghe del fondale politico, certo, ma sempre e solo con lo scopo di combattere l’invadenza dello stato; lui, il vecchio mandatario di De Mita all’IRI, rimane ancorato ad una concezione artatamente perequativa dell’azione politica. Tanto più che la sparata berlusconiana fa il paio con l’assegno di duecento Euro mensili che, nelle intenzioni prodiane, dovrebbe accompagnare i nuovi nati fino all’età di sedici anni. Cinquecentomila (i nuovi nati ogni anno, per difetto) per duecento per dodici fa un miliardo e duecento milioni di Euro solo nel primo anno: chi vuol ridere è libero di farlo, chi non ha capito i criteri di ammissione al sussidio è in buona compagnia.
Certo, anche Berlusconi nicchia alla grande quando si sente chiamato a rendere conto della copertura finanziaria per i provvedimenti assistenziali che ha in animo di assumere, chi lo nega. Ma mentre la ricetta contabile adottata da Tremonti rimarrà verosimilmente la stessa anche in futuro (cartolarizzare l’attivo patrimoniale dello Stato), quella del successore di Visco in Via XX Settembre si preannuncia già da ora assai zelante nel seguire le orme di cotanto draculesco antesignano. Senza contare gli enormi costi necessari all’attuazione dei maxi controlli fiscali annunciati da Prodi, per l’occasione cantore di una preoccupante “maestà” delle leggi tributarie italiane – la cui iniquità, per giunta, si ripromette di aumentare tramite la revisione degli estimi catastali, cioè dell’imposizione sui valori patrimoniali accumulati dai privati.
Non mi illudo, no di sicuro. La sconfitta della CdL è scritta nell’aritmetica spicciola: ma forse la debàcle sarà abbastanza contenuta da chiarire come, in politica, la leadership e la compattezza nell’esercizio di un’opposizione costruttiva siano alla lunga credenziali ben più convincenti che non il costituirsi in cartello elettorale pur di professarsi “anti” o “filo” chicchessia. Ora le scaramucce prima della battaglia tacciono. In lontananza rullano i tamburi: arrivano. Io, si parva licet, preferisco anteporre i miei interessi individuali ad ogni altra possibile (e tutto sommato doverosa) considerazione sull’anomalia impersonata da Silvio Berlusconi lungo tutti questi anni. E – perché no – sento anche di affidarmi alla guida di un personaggio che, nel poco bene e nel molto male che rappresenta, mi scalda il cuore (oltre al borsello), quando dico che voterò per Forza Italia.

UPDATE: A Conservative Mind chiarisce le confuse idee di quanti hanno straparlato circa l'abolizione dell'Ici sulla prima casa ventilata da Berlusconi: "Il gettito Ici sulla prima casa è pari a due terzi del gettito Ici prodotto da tutte le case. Il quale è però una quota minoritaria di quei dieci miliardi di euro, che rappresentano l'intero gettito dell'imposta. Di quei dieci miliardi, infatti, 6,7 provengono dalla tassazione degli immobili commerciali e industriali. Dei restanti 3,3 miliardi di euro, un miliardo di euro è prodotto dal gettito sulle seconde case e solo 2,3 miliardi provengono dalla tassazione delle abitazioni principali". Il post completo qui.
Naturalmente, mi avvio senza indugio verso la malabolgia dei dubbiosi, uomo di poca fede che non sono altro. Farò penitenza.



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