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Perduta nazione, avito suolo
Isole tra i monti, strade pei mari
Unico asilo ed eterno conforto
Per te prosperiamo
Liberi e reverenti





Due che hanno visto giusto





La situazione mediorientale spiegata
meglio che in mille editoriali





In memoria di Diamond
"Dimebag" Darrell
, e di tutti gli
interminabili pomeriggi di
gioventù trascorsi a sgomitare
sotto la sferza selvaggia
della sua chitarra!





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Liberalizzazioni:
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#1  #2  #3


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#1  #2  #3


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#1  #2  #3  #4


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#1  #2  #3  #4  #5
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IsmaelVille
#1  #2  #3  #4  #5
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Spigolature internautiche

"Uòlter Veltroni
a tajà er nastro
so' tutti bboni"

            by Giggimassi


"Far l'amore
col preservativo
è come fare il bagno
con lo scafandro"

                (Anonimo)


"Non sono né del partito
rivoluzionario né del
partito conservatore.
Ma tuttavia e dopotutto
tengo più al secondo che al
primo. Infatti dal secondo
differisco nei mezzi
piuttosto che nel fine,
mentre dal primo differisco,
insieme, nei mezzi e nel fine.
La libertà è la prima delle
mie passioni. Questa è la
verità"


      Alexis De Tocqueville
                    (by Zamax)


"Se Dio si candida,
lo stolto pensa alle elezioni
invece che al problema
dell'elezione"


            Giuliano Ferrara


"Io credo soltanto nella parola.
La parola ferisce, la parola
convince, la parola placa.
Questo, per me, è il senso
dello scrivere"


                    Ennio Flaiano
                (by Il Paroliere)


"L'ideazione di un sistema
resistente è atto creativo
che solo in parte si basa su
dati scientifici; la sensibilità
statica che lo determina, se
pure necessaria conseguenza
dello studio dell'equilibrio e
della resistenza dei materiali,
resta, come la sensibilità
estetica, una capacità
puramente personale, o per
meglio dire il frutto della
comprensione ed assimilazione,
compiutesi nello spirito del
progettista, delle leggi
del mondo fisico"


                       Pier Luigi Nervi
(Scienza o Arte del Costruire)


"L'unica cosa necessaria
per il trionfo del male
è l'inerzia dei buoni"

                         Edmund Burke
              (by Torre di Babele)


"Un governo così grande da
darti tutto quello che vuoi
è anche abbastanza grande
da toglierti tutto quello che hai"


               Barry M. Goldwater
          (by Retorica e Logica)


"L'amore è donare quello
che non si ha a qualcuno
che non lo vuole"


                     Jacques Lacan
                       (by Bernardo)


"Sono un conservatore nel
senso inteso da Hannah Arendt,
che si preoccupava della
preservazione del mondo.
Oggi comunque non c'è più
ordine costituito, ma solo
un cambiamento costituito.
La nostra sola tradizione è
il progresso. Viviamo in nome
del movimento e del
cambiamento continuo.
In questo contesto, io mi
considero un rivoluzionario,
perché ormai la sola
rivoluzione possibile è quella
che interrompe le derive
contemporanee"

               Alain Finkielkraut
                            (by Temis)


"Parliamo di politica:
quando si mangia?"


                 Alberto Mingardi


"Quella delle domeniche
a piedi è una messa rosso-
islamica, basata sulla nostalgia
del bel tempo della austerity
'regalataci' dall'Opec nel 1973.
E' un rito di espiazione e
autoflagellazione, direbbe un
Ernesto De Martino. E' una
autopunizione per aver pensato
di andare in auto a casa della
mamma, direbbe Freud. E' una
purga rivoluzionaria per
distruggere i beni di consumo
e tornare al valore d'uso,
direbbe Karl Marx"


                  Paolo Della Sala


"Quando uno conosce bene
una cosa se ne ha a male
se qualcun altro ne parla"


                          by Cruman


"Il vero conservatore sa che
a problemi nuovi occorrono
risposte nuove, ispirate a
principi permanenti"


             Giuseppe Prezzolini
  by Camelot Destra Ideale


"Una donna lo sa: le donne
adorano odiarsi. E' una cosa
vezzosa, niente di grave: solo
un po' di veleno qua e là, uno
sgambetto un sorriso e una
pugnalata alle spalle.
Non possiamo resistere"


              Annalena Benini


"Gli elettori delegano
il peccato ai potenti, così
possono immaginare
di non essere colpevoli
di nulla"


          Paolo Della Sala, again


"L'utilitarista deve nascondere
giudizi di valore da qualche
parte, per prendere decisioni
in base al suo principio,
e la teoria morale che ha
non è quindi l'utilitarismo,
ma lo specifico criterio
decisionale adottato"


                          LibertyFirst


"Non c'è più nessuno
a cui sparare, signore.
Se si tratterà solo di
costruire scuole e ospedali,
è a questo che serve l'esercito?"


                   Michael Ledeen


"L'idealista è uno che,
partendo dal corretto
presupposto che le rose hanno
un profumo migliore dei cavoli,
usa le rose per fare la zuppa"


                  Antonio Martino


"Sono sempre i migliori
ad andarsene dai forum"


                           Malvino


"Sapientia deriva da assaporare,
serve altro commento che non sia
mettere in moto il pensiero,
il ragionamento critico
come sapore delle cose?"


                                 adlimina


"Se gli economisti fossero
in grado di prevedere l'economia
non sarebbero tali, cioè non
avrebbero bisogno di insegnare
per sbarcare il lunario"


                            Mario


"Chi è sovente accigliato,
chi alza spesso il ditino
ammonitore, chi giudica
severamente il mondo
è uno che nel mondo
ci si trova male"


                             Gianni Pardo


The unprofessional blog

L'autore dichiara apertamente
che gli audaci parti del suo
intelletto avrebbero bisogno
del conforto di dottrina
specialistica in più materie,
nessuna delle quali minimamente
padroneggiata: pregasi notare
- sia ricordato qui una volta
per tutte - che di siffatti
scrupoli accademici è
privilegio della corporazione
dei dilettanti infischiarsene
allegramente (TNX Zamax)


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18 novembre 2008

Le istituzioni e la libertà

di Raimondo Cubeddu
Liberilibri, 302 pp., € 14,00

È raro che la filosofia politica di matrice liberale si mostri pienamente consapevole dell’ineliminabile divario teso tra essenze ed enti. Il più delle volte l’elaborazione teorica “d’area” tende a concepire in termini di perfetta identificazione il rapporto – invero problematico – tra linguaggio e realtà politica, sicché ad esempio si assiste frequentemente alla sbrigativa equiparazione tra “pluralismo etico” e “stato laico”. Come se determinati assetti istituzionali non costituissero l’annosa e perfettibile messa in opera della libertà individuale su un piano metaforico – o non performassero, per dirlo con un gioco di parole, la realizzazione dell’irrealizzabilità connaturata al loro oggetto ideale. [continua su Movimento Arancione]




23 giugno 2008

Il teatrino fa comodo a tutti

L’evoluzione del quadro politico italiano sta facendo registrare un deciso “indietro tutta”, nel percorso di avvicinamento programmatico e di tregua civile che aveva segnato i rapporti tra gli opposti schieramenti almeno fino alla formazione del nuovo governo. I giorni dell’idillio bipartisan tra Silvio e Walter sembrano già un lontano ricordo. A quanto pare, il faticoso lavoro di convergenza al vertice che andava prospettandosi sulle riforme “di sistema” dev’essere apparso eccessivamente ingrato, rispetto al gioco delle parti fatto di schermaglie a corta gittata cui il bipolarismo italiano ci ha abituati.
La contesa politica dovrebbe permettere di arrivare all’attuazione di un progetto di governo muovendosi entro un’architettura istituzionale il più possibile maneggevole e condivisa (America docet). L’Italia, com’è noto, si è sempre fondata e rifondata contro le parti di volta in volta sconfitte in seno al suo burrascoso consesso civile: contro il cattolicesimo temporale, contro l’italietta liberale, contro l’italiaccia fascista, contro le ruberie del pentapartito. Di fatto, con la caduta del proporzionale puro si è cercato di introdurre surrettiziamente un premierato materiale, di modo da aggirare l’irrilevanza della politica e la supremazia dei poteri non elettivi – i due prezzi da pagare per riscattare l’atavica allergia italiana all’assunzione di responsabilità chiare e distinte. Il risultato, a quindici anni dal referendum sul maggioritario, è nuovamente sotto gli occhi di tutti: i proclami decisionisti si scontrano con le farragini procedurali e svaporano nell’effetto-annuncio, la buona volontà dialogante si lascia corrompere dalla tentazione piazzaiola e il confronto costruttivo traligna nell’ultimatum.
Lo status quo mostra il suo lato confortevole, per un verso allettando il personale politico con la prospettiva di una navigazione a vista giustificabile a buon mercato – dato che la colpa dell’immobilismo è sempre scaricabile sul “sistema”, oggettivamente congegnato per essere irriformabile quale che sia l’ampiezza dei mandati popolari. Per l’altro mettendo in palio la comoda investitura a condottieri della lotta per bande perenne sancita dalla Costituzione – la quale, fondando la Repubblica sul feticcio ideologico del lavoro, attizza deliberatamente un conflitto sociale continuativo. Perché spartirsi le responsabilità di un riassetto istituzionale, se giocare a indiani e cowboy mantiene i grandi numeri del consenso – e le relative posizioni di potere – pressoché invariabili? Perché riformare le prerogative degli organi politico-decisionali, se la scusa dei “pochi poteri del Presidente del Consiglio” mette agevolmente al riparo dalle critiche dei delusi? È molto più semplice lasciare gli italiani a beccarsi come i capponi di Renzo Tramaglino.
Visto che riproporre schiettamente il Lodo Schifani sarebbe troppo impegnativo, ecco allora la scorciatoia di condire una più modesta selezione di priorità giudiziarie (sulla legittimità della quale si potrebbe aprire un interessante dibattito: dire che viola l’obbligatorietà dell’azione penale non è diverso dal sostenere l’incostituzionalità di qualsiasi ritocco alla progressività fiscale. Se si mette mano al come, secondo me, non si altera per forza il cosa) con esternazioni pirotecniche sui complotti degli immancabili magistrati rossi. E riecco, d’altro canto, la mobilitazione della coscienza civile progressista contro le nuove leggi-vergogna del Cavaliere.
A costo di essere ripetitivo e scontato, ribadisco che l’andazzo di cui sopra si deve al centralismo, modalità operativa che, oltre alla macchina statale, riguarda pure i partiti e il mercato del lavoro. Fino a non molto tempo addietro, mi illudevo che la situazione si potesse correggere gradualmente, tramite processi di riforma incrementali, conservativi. Ma la mentalità necessaria per risolversi – e un po’ rassegnarsi – a governare il cambiamento giorno dopo giorno è totalmente estranea al substrato culturale italiano, perfino presso le fasce socio-elettorali che in teoria dovrebbero averla a cuore. L’incolmabile voragine tra immobilismo e riformismo “per strappi” dà la misura dei mali nostrani, nell’ambito di un contesto politico drammaticamente menomato di un vero e proprio conservatorismo. Altro che normalizzazione: la strada verso una sensibilizzazione federalista e liberale dell’Italia è ancora lunghissima e pensare di poterla placidamente lastricare di laicità jeffersoniana sa di velleitarismo. Errore madornale sarebbe affrontarla arroccandosi nel purismo ideologico; piaccia o meno, occorre perseverare nel dragaggio del liberalismo latente tra l’elettorato di grossi contenitori partitici. Rimanere con niente per aver voluto tutto sarebbe sciocco e infantile.




8 novembre 2007

Rivalutiamo pure Hobbes, ma solo oltre confine

Nella sua disamina delle “ragioni di Hobbes”, a mio avviso Francesco indulge a uno scetticismo gnoseologico di stampo protestante. In passato ho già avuto modo di argomentare come la dicotomia tra liberali e libertari, cioè tra volontaristi e razionalisti, rispecchi in senso lato lo scisma politico-culturale tra luterani e cattolici. Fu del resto Murray N. Rothbard a rimproverare nientemeno che Friedrich Von Hayek per la sua incapacità di svolgere un’indagine razionale sul diritto naturale: la profonda biforcazione interna del pensiero liberale risale peraltro a molto prima dello “scisma libertario”, e precisamente alla contrapposizione tra gli archetipi rappresentati per l’appunto da Locke e da Hobbes.
Sì, perché il teorico del Leviatano, malgrado la storia della filosofia in pillole lo cataloghi semplicisticamente come il fautore dell’assolutismo per antonomasia, fu in realtà il più lucido apologeta ante litteram dello stato moderno (è forse questo il punto che, nel suo intervento, Francesco coglie con maggiore chiarezza, allorché afferma di non riuscire a notare “la differenza” tra l’impianto ideologico hobbesiano e l’assetto costitutivo delle “moderne democrazie occidentali”).
Prima di esaminare l’antinomia giusnaturalismo-giuspositivismo sotto il profilo delle sue ricadute storiche e politiche, però, ritengo doveroso opporre qualche modesta controdeduzione alle tesi filosofiche sostenute dall’amico Lorenzetti. La sua applicazione della legge di Hume – inerente la ridondanza del passaggio da elementi fenomenologici (l’Essere) a prescrizioni etiche (il dover essere) – al campo del diritto naturale, infatti, espande indebitamente il terreno di indagine al novero delle leggi di natura. Mentre invece non è l’Essere in quanto tale a interpellare la legge naturale, ma l’Essere in quanto moralmente rilevante, legato cioè all’esigenza umana di indirizzare l’azione secondo giustizia. Se, ad esempio, è banale non considerare affatto l’imperativo darwiniano di eliminazione dell’inetto un imperativo morale, molto meno banale è riempire tale scarto logico di contenuti asseverativi partendo da posizioni relativistiche. Dire, come fa Bobbio, che “ogni ricerca del fondamento assoluto è, a sua volta, infondata” significa implicitamente ammettere solo la sussistenza di fondamenti sufficienti, dipendenti da variabili di tipo culturale e/o contingente – e quindi oggettivamente decostruibili, in quanto “consapevoli” della propria incompletezza. Capisaldi fragili, che non danno alcuna garanzia (non escludono una volta per tutte l’eventualità di un mondo nel quale si abbandonino davvero gli storpi al loro destino, tanto per capirci).
Proprio sull’indecidibilità vertono i teoremi di Gödel, che affermano rispettivamente l’impossibilità, per i sistemi formali, di soddisfare a un tempo i requisiti di completezza e coerenza e di dimostrare autonomamente la coerenza dei propri assiomi. Ciò equivale a subordinare l’esercizio della razionalità non tanto – o non solo – alla tirannide della volontà, quanto piuttosto all’assunzione di un quid veritativo in grado di assicurare la necessaria coerenza interna alle strutture logiche. Quel nucleo – quel “fondamento assoluto” – in accordo con Gödel non si può definire appieno dall’interno di un sistema; ciononostante, è da ritenersi scorretta la conclusione sottoscritta da Bobbio nel dedurre una inesistenza da una indeterminazione.
Di una teoria assiomatica si può casomai riuscire a dimostrare l’incoerenza, così come del castello sistemico costruito sopra di essa. Riferendoci a sistemi politici, tale dimostrazione potrà avere carattere dialettico, empirico, non solo logico-formale. Detto quindi che pretendere una prova della coerenza degli assiomi costituisce un assurdo logico, l’onere di illustrare l’incoerenza del trinomio vita-libertà-proprietà ricade sui critici del giusnaturalismo. A poco vale anche accusare di disfunzionalità un sistema basato sulla titolarità individuale di quei diritti paventando il caos dello “stato di natura”, che non è un dato storico bensì un’astrazione descrittiva.
Le grane della teoria hobbesiana, al contrario, sono molte e si pongono sia sul piano della logica che su quello della storia. Prima di tutto, come giustamente fa notare Francesco, dalla cessione selettiva al sovrano – o, per estensione, alla sovranità – dei soli diritti alla proprietà e alla libertà, ma non di quello alla vita, deriva un’ingiustificata discriminazione teoretica, tale da compromettere irrimediabilmente la coerenza interna dei capisaldi fondativi adottati da Hobbes. Ma l’interpretazione in termini giuridici dei teoremi di Gödel – che si deve a Vittorio Mathieu – permette di evidenziare i tratti oggettivamente paradossali del sistema hobbesiano anche da un punto di vista logico-formale più rigoroso. L’equivalente del primo teorema di Gödel si può formulare come segue: se un monarca (o un’assemblea) deve emanare solo leggi consistenti, egli (o essa) non può detenere pieni poteri – perché, se li avesse, potrebbe promulgare l’autocontraddittoria legge che dice “non obbedirmi”. L’omologo giuridico del secondo teorema sarebbe invece: se un monarca (o un’assemblea) vuole emanare soltanto leggi consistenti, egli (o essa) non può autolegittimarsi – perché, se potesse farlo, potrebbe anche arrogarsi pieni poteri, violando il primo teorema. Questo secondo risultato, oltre a rendere palese la gratuità volontaristica dei sistemi statizzati (giacché presumo di non dovermi soffermare sul fatto che pure il “contratto sociale” è una metafora esemplificativa), testimonia nuovamente l’assoluta necessità di ammettere la preesistenza dei tre diritti negativi fondamentali rispetto alle architetture istituzionali. A meno di non fare ingenuamente coincidere il concetto di “conflitto” con quello di “guerra”, inoltre, vien fatto di pensare che non sia nella società libertaria che si ha il bellum omnium contra omnes, ma semmai nel quadro delle moderne democrazie rappresentative, veri e propri coacervi di gruppi d’interesse particolare l’un contro l’altro armati.
Proprio per chi considera un presidio irrinunciabile la distinzione tra norma giuridica e legge morale, tra l’altro, l’impostazione hobbesiana (che vede nell’autorità costituita una sorta di “banca centrale” della valuta individuale) risulta inaccettabile. Perché il legalismo statalista, a differenza di quanto si sente spesso affermare dai cattivi esegeti della laicità, predicando come necessaria e sufficiente la sola etica pubblica nega il primato della coscienza individuale su di essa. Tale fu appunto la prospettiva politica adottata dal “protestantesimo reale” – e qui mi riallaccio allo spunto di riflessione che suggerivo all’inizio – che, non credendo nel libero arbitrio e abbracciando varie forme di millenarismo settario, piegò spesso il libero mercato e il mutualismo spontaneo al proposito di fondare la città di Dio sulla Terra.
Al diritto positivo, in definitiva, va riconosciuta una natura puramente tecnica, ossia dirimente le controversie dettate dalla contingenza. Di sicuro, esso non può aspirare a darsi autonomamente conto dei propri fondamenti, pena la degenerazione del metodo (quali che ne siano i fondamenti) in una mediocre metafisica tecnocratica. Diversamente, per subentrare alla moralità, la legalità deve ampliare a dismisura il suo raggio d’azione mentre, nel contempo, il liberale giuspositivista finisce per intrattenere pericolosi flirt con l’iper-legiferazione tipica dei socialismi.
Da quanto ho cercato di spiegare fin qui, sembra che in un’ottica liberale Hobbes vada respinto in blocco. In realtà, se ne riconduciamo i cascami al suo contesto storico di appartenenza, notiamo subito come l’antropologia teorizzata dal filosofo di Malmesbury abbia egregiamente funzionato da marchingegno ideologico giustificativo dell’impero marittimo britannico (il Leviatano, non a caso, è un mostro marino). Lo stesso si potrebbe dire del supporto ideale fornito da John Locke alla Gloriosa Rivoluzione del 1688.
Operata dunque un’opportuna separazione di ambiti, Locke diventa un ottimo riferimento per la politica interna e Hobbes un modello per delineare la politica estera. Malgrado, ovviamente, a distanza di ormai tre secoli le scelte politiche concrete su ambo i fronti siano il portato di una contaminazione reciproca tra le istanze che i due pensatori incarnarono, è più che sensato attribuire ai rapporti tra stati le caratteristiche di brutale utilitarismo che Hobbes, sbagliando, associava alle relazioni tra i singoli e tra le comunità ristrette nella fase pre-statuale. Il comportamento degli organismi pubblici allargati si può in effetti considerare orientato solo a perseguire o a difendere interessi di tipo materiale, tanto che le categorie etiche estranee al tornaconto economico e/o strategico diventano inconcepibili e inattuali a livello collettivo. Come in parte dimostra il caso iracheno, una politica estera votata principalmente a riscuotere prestigio umanitario spacca comunque l’opinione pubblica, ma non produce i benefici con cui un approccio più “cinico” sarebbe in grado di coprire i suoi costi di attuazione. Su premesse hobbesiane è quindi possibile fondare una solida politica estera di marca realista.
Ma quanti si ritengono libertari, vale a dire impegnati a escogitare e a costruire ordini politici senza e oltre lo stato-nazione, non possono non vedere nel riconoscimento sub condicione dei diritti individuali immaginato da Hobbes la quintessenza della ragion di stato in politica interna.

Per approfondire:
Andrea Rossetti, Come dev’essere Cesare per essere Cesare
Piergiorgio Odifreddi, Metamorfosi di un teorema




4 ottobre 2007

Liberalismo

di Ludwig Von Mises
La Biblioteca di Libero, 220 pp, € 5,00

“Se il liberalismo difende la proprietà privata,
non lo fa nell’interesse dei proprietari.
Esso non vuole conservare la proprietà privata
per il motivo che non potrebbe abolirla
senza ledere i diritti dei proprietari.
Se esso ritenesse che l’abolizione della proprietà privata
è utile nell’interesse della collettività, si batterebbe
per la sua abolizione senza alcun riguardo
per l’eventuale danno che ne deriverebbe ai proprietari”

“Ai pochi che giudicano l’azione alla luce di norme superiori,
e che esigono che anche nell’agire politico
si obbedisca all’imperativo categorico
(«Agisci in modo che la massima della tua volontà
possa valere come principio di una legislazione universale,
ovverosia che dal tentativo di pensare la tua azione
come legge osservata da tutti
non emerga alcuna contraddizione»),
l’ideologia dei partiti di interessi non ha nulla da offrire”

La sovrapposizione dei due virgolettati con cui apro queste brevi note lascia trasparire, in tutta la sua maestosità aporistica, l’involontario paralogismo che attraversa a capitoli alterni l’opera che il grande Von Mises dedicò all’idea politica liberale.
Scritto nel 1927 – ossia durante il crepuscolo dell’umanità libera: la notte sarebbe calata di lì a poco –, Liberalismo nacque anche con l’intento di sfidare i trionfanti totalitarismi dell’epoca sul terreno della socialità. Altrimenti non si spiegherebbe il ripetuto richiamo dell’autore allo scivoloso concetto di “interesse collettivo” quale punto d’approdo del liberalismo applicato. Proprio da un contesto storico avido di ideologie competitive sotto il profilo del bene comune origina l’impasse teorica che emerge confrontando il lato “pubblicistico” del libro in esame con i suoi risvolti più strettamente analitici.
Dopo un rapido inquadramento introduttivo, il saggio prende in considerazione i fondamenti della politica liberale. Essi, secondo l’asserto di Mises, consisterebbero nelle basi filosofiche gettate dai “padri nobili” dell’utilitarismo britannico, vale a dire David Hume, Jeremy Bentham e John Stuart Mill. Stando ai criteri illustrati nel primo capitolo, il liberalismo sarebbe dunque giusto perché “funziona”: oltre che nella prima delle due citazioni di cui sopra, questa tesi trova conferma nel passo in cui l’autore sostiene che, per dimostrare l’irrazionalità della schiavitù, esiste un solo argomento valido, “e cioè che il lavoro libero è incomparabilmente più produttivo del lavoro effettuato da chi non è libero”. Eppure l’inservibilità metodologica delle postulazioni utilitaristiche, improntate all’empirismo più radicale, si esplica nell’impossibilità di misurare concretamente il benessere individuale e di aggregare tale grandezza mediante sommatoria. La felicità, detto altrimenti, non è una funzione matematica. Senza contare che un’interpretazione rigorosamente soggettiva del principio utilitario – essendo il tornaconto sia la ratio del rispetto di una norma che la ratio della sua violazione – conduce all’anomia, mentre una sua declinazione oggettiva – puntando a massimizzare la somma delle singole utilità – porta al socialismo, ovvero ad anteporre il beneficio delle moltitudini alla felicità dei singoli. In appendice, non a caso Mises chiosa il pensiero di Stuart Mill definendolo “responsabile della disinvolta mescolanza di idee liberali e socialiste che ha portato alla decadenza del liberalismo inglese” e il suo artefice come il “più grande avvocato del socialismo”, al cui cospetto tutti gli altri autori socialisti “quasi scompaiono”. Possibile però che al capostipite della Scuola Austriaca sfuggisse l’influenza esercitata da Bentham su Mill e, precedentemente, da Hume su Bentham? Possibile, poi, che egli ignorasse l’alternativa etico-gnoseologica all’utilitarismo rappresentata dalla tardoscolastica di Salamanca o, per rimanere in più ravvicinato ambito britannico, dal giusnaturalismo lockiano?
Nel secondo capitolo, dedicato alla politica economica liberale, Von Mises coglie il punto da un’angolazione diversa ma convergente. Analizzando i caratteri costitutivi dei diversi sistemi economici, l’autore osserva che “in un sistema economico integralmente socialista, [...] non potendo esserci proprietà privata dei mezzi di produzione, non c’è neanche un loro scambio sul mercato, e di conseguenza non possono esserci né prezzi monetari né calcolo monetario”. Un teorema di validità effettiva direttamente proporzionale alla durata dell’intervallo di tempo considerato: in una prospettiva utilitaristica, coerentemente vincolata alle scarse profondità cronologiche delle “preferenze immediate”, diventa addirittura impossibile effettuare un’analisi dinamica delle interazioni economiche. Ed è appunto nel breve termine che l’interventismo produce i suoi illusori risultati. Ecco allora che diventa necessario conferire solidi contenuti morali al concetto di felicità, specificando – come fa Mises stesso – che il liberalismo predica di sacrificarsi per tenere in piedi la società “ora” in vista di guadagni maggiori e permanenti “dopo”. Il comportamento razionale degli individui, in altre parole, si può presupporre solo dopo aver ipotizzato l’universale rispetto di capisaldi etici autoevidenti – perché necessari al funzionamento del sistema che sottendono: l’esigenza di un sistema di assiomi a priori nega quindi le premesse totalmente a posteriori dell’utilitarismo.
Il terzo capitolo del libro verte sulla politica estera liberale. Debitore di una concezione “romantica” dei rapporti umani, secondo la quale gli uomini sarebbero naturalmente predisposti alla pacifica cooperazione, Von Mises afferma che non esiste “un’antitesi insuperabile tra gli interessi della nazione e quelli dell’umanità”. Poi, en passant, incappa nell’ennesima negazione implicita dell’utilitarismo ove sostiene che “si può parlare di vera autodeterminazione [nazionale, NdIs] solo se la decisione di ciascuno deriva dalla sua libera volontà e non dalla paura di rimetterci o dalla speranza di guadagnarci”. Infine fa professione di costruttivismo: “Il liberale [...] chiede che l’organizzazione statale trovi la sua prosecuzione e la sua conclusione in una unione politica paritetica di tutti gli Stati in uno Stato mondiale. [...] è per questo che chiede l’istituzione di tribunali e autorità al di sopra degli Stati che assicurino la pace internazionale”. Scadere nell’idealismo tecnocratico, per il quale le istituzioni storico-culturali si possono ricondurre a un piano predeterminato e “verticistico”, è a mio avviso un infortunio teorico madornale, da parte dell’autore comunemente ritenuto il portabandiera del pensiero razionale ma non razionalista. Davvero penosa e inacidita, poi, l’invettiva contro le presunte tare morali del popolo russo lanciata nell’ultimo paragrafo della sezione esteri, nel quale Mises arriva addirittura a sputacchiare su Dostoevskij e Tolstoj, apostrofando per giunta come “nevrastenici” i lettori dei due grandi romanzieri.
Nel quarto capitolo, l’ultimo tra quelli “maggiori”, ad ogni modo la trattazione misesiana ha un colpo d’ala che, da solo, vale l’acquisto del saggio. Occupandosi del rapporto tra il liberalismo e i partiti politici, Mises, sebbene indulgendo nuovamente al candido ottimismo in base al quale un sistema “liberalizzato” darebbe luogo a un consesso di buoni samaritani privi di interessi corporativi, contesta alla radice il proposito dell’unità liberale. Liberale – cioè laico – dev’essere semmai il metodo che informa il sistema democratico, al fine di scongiurare la proliferazione di interessi particolari che contraddistingue la politica dei partiti mono-fidelizzati. Il liberalismo negherebbe se stesso, se si riunisse a sua volta in un partito d’interessi. Ecco perché, nei sistemi liberaldemocratici presi a campione dall’autore, “esistono [...] in fondo soltanto due partiti, quello che governa, e quello che vuole governare”. Parole tombali nei confronti di qualsiasi languore proporzionalista.
Di un libro che, in fin dei conti, riepiloga il classico programma politico liberale – forse sorvolando un po’ troppo disinvoltamente sulla questione fiscale, a dire il vero – io trattengo la parte che fa capo al secondo dei due virgolettati d’apertura, quella che sposa un liberalesimo che funziona perché è giusto, non viceversa. L’altra, quella utilitarista, dopo essersi resa responsabile del tracollo novecentesco del liberalismo, mi appare logora e datata.

Da ultimo, segnalo che LibertyFirst sta dedicando una serie di ottimi post alla teoria della conoscenza in Mises. Ha già pubblicato il primo, il secondo e il terzo.




10 agosto 2007

Scemenze che vanno distinte

Francesco Caruso chiama, Giancarlo Gentilini risponde? A giudicare dalla veste grafica adottata dalla stampa per dare conto della duplice sparata – occhielli affiancati o incolonnati su tutte le prime pagine di oggi –, sembrerebbe proprio di sì. Il deputato di Rifondazione sostiene che “Tiziano Treu e Marco Biagi sono assassini” perché “certe leggi hanno armato le mani dei padroni, per permettere loro di precarizzare e sfruttare con maggior intensità la forza-lavoro e incrementare in tal modo i loro profitti, a discapito della qualità e della sicurezza”. Il “prosindaco” di Treviso, dal canto suo, auspica un po’ di sana “pulizia etnica contro i culattoni” e taglia corto: “a Treviso non c'è nessuna possibilità per culattoni e simili”.
Esternazioni particolarmente idiote e violente, ma sopra le quali si corre il rischio di rinverdire i fasti di un luogo comune infondato e qualunquista. Uguale imbecillità, infatti, non vuol dire uguale pericolosità, nemmeno sul mero piano politico. Se il primo membro dell’equazione si può dare tranquillamente per scontato, sul secondo c’è la possibilità di illustrare almeno un paio di distinguo.
Gentilini, che sin dai tempi della fantomatica “razza Piave” mostra una spiccata prossimità alla semeiotica della demenza psicofisica, spara a salve. Delle sue invettive, per fortuna, non è mai morto nessuno. Si dà invece il caso che il marxismo giuslavorista del Caruso di turno, recepito presso gli effervescenti vivai extraparlamentari dell’odio sindacale verso le figure tacciate di “collateralismo”, abbia già fatto le sue vittime in passato (una è proprio Marco Biagi). E che, seguendo dinamiche analogamente collaudate, possa farne altre in futuro.
Per quanto riguarda l’equiparazione del “potere di ricatto” esercitato dalle “ali oltranziste” dei due schieramenti politici italiani, poi, prima di teorizzare l’abolizione delle categorie di “destra” e “sinistra” occorrerebbe approfondire su quali criticità si appuntino gli ultimatum di cui sopra. Pretendere il rispetto di patti programmatici che prevedevano l’introduzione di (deboli) elementi di federalismo e di misure più rigide (ancorché male indirizzate) nei confronti dell’immigrazione clandestina, al netto della stupidità comiziale nel rivendicarle, è un “ricatto” al quale un’alleanza di centrodestra dovrebbe sottostare abbastanza serenamente. Inventarsi di finanziare la spesa corrente intaccando le riserve aurifere della Banca d’Italia o di mettere in discussione una controriforma della previdenza già dispendiosa sono diktat sempre e comunque nefasti, perché inconsulti.
Senza attardarmi su quale delle due tipologie di “ricatto” dovrebbe allettare maggiormente i liberali, torno a ribadire che destra e sinistra sono discrimini tuttora carichi di significato, perché rispondono a domande senza tempo. La legge è conseguenza della morale o viceversa? L’ordine della Storia emerge dalla storia dell’Ordine o viceversa? La domanda è conseguenza dell’offerta o viceversa? Le tradizioni pongono un argine alle pretese del potere o la legislazione deve indirizzare gli usi e costumi? La filosofia vince sulla gnosi o viceversa?
Non voglio semplificare troppo le sfumature di gradazione delle risposte che ciascuno può dare a queste domande, ma solo evidenziare come determinati interrogativi rappresentino spartiacque validi per ripartire “di qua o di là” tutte le famiglie politiche, compresa quella liberale. Sicché nel contingente i liberali possono eccome essere “di destra” o “di sinistra”. E nello specifico non tutte le prese di posizione estremistiche si equivalgono.
La caduta delle ideologie (in realtà, del solo comunismo) ha solamente fatto sì che la competizione elettorale non dovesse necessariamente disputarsi tra statalismi contrapposti: è quindi inutile invocare trasversalismi decisionisti tanto ambigui quanto insussistenti.




26 luglio 2007

Mario e i miglioristi sognatori

L’alta politica, ovvero il terreno di elaborazione intellettuale che in lingua albionica occupa la sottile distinzione semantica tra le policies e i politicians, è sempre più minacciata da una congerie di suggestioni oniriche formato fast food a sinistra e dalla bruciante sete di fidelizzazione ideologica a destra.
Questa sclerosi bilaterale permanente (e progressiva) trova un formidabile luogo di esemplificazione dialettica all’interno dei cosiddetti “nuovi media”, e in particolar modo nella blogosfera. Cioè proprio laddove le possibilità di comunicazione individualista e “orizzontale” offerte dai siti personali sarebbero in teoria più numerose.
Ho salutato con scetticismo la discesa in campo di Daniele Capezzone appunto per l’ansia di “unità” (liberale) che a mio avviso rischia di contraddistinguerne le premesse. Non meno disincanto, d’altra parte, si merita l’annuncio di candidatura alla guida del nascente Partito Democratico diramato da Mario Adinolfi, bonaria e corpulenta blogstar di area margheritina.
Perché storco la bocca anche stavolta? Innanzitutto a causa della forma-manifesto assunta dal programma adinolfiano. Da Marx a Marinetti, i manifesti comprimono sterminati patrimoni culturali in poche, pretestuose righe vergate a uso e consumo del capopopolo di turno. Quindi invasellinano immancabilmente le più originali varianti del sempreverde adagio “armiamoci e partite” o, specularmente, dell’altrettanto appetitoso “armatemi e statevene dove siete”. La seconda alternativa fa decisamente al caso di Adinolfi: nessuno slogan inneggiante al “reticolo orizzontale” di contatti può infatti eludere l’esigenza di ripartire l’organigramma della sua candidatura in leader (lui) e sostenitori più o meno attivi (gli aderenti). È pertanto auspicabile che, qualora il metodo delle primarie democratiche dovesse attecchire a tutti i livelli di consultazione preelettorale, la piattaforma di Generazione U sappia/intenda esprimere un’adeguata gamma di candidature. Si spera insomma che l’intuizione di Adinolfi offra davvero un’opportunità allargata a quanti stanno credendo in lui, senza risolversi nell’ennesima bolla mediatica utile solo a (ri)proiettare l’ennesimo figurante nell’Olimpo delle Interviste Barbariche o, chissà, dei ring di Buona Domenica.
Come tutti i manifesti, poi, anche quello adinolfiano, quando va sul concreto, delinea proposte assai discutibili nel merito mentre, quando scivola sull’astratto, stende parole senza sugo su un letto di ambiguità. Così, passando in rivista il decalogo sunteggiato dalle cifre (politiche) cento, due e zero, scopriamo che urge rompere gli schemi oligarchici dei partiti, e come si fa a dissentire, che ci vogliono zero vincoli all’ingresso nelle libere professioni, e ci mancherebbe, che devono esserci zero dubbi sul fatto che lo Stato (maiuscola!) è laico, laico, laico, e figuriamoci, che bisogna arrivare a zero mafia, zero camorra, zero 'ndrangheta, e via di questo passo a sfondare porte aperte.
Ma c’è anche l’idea di portare a quota 100 la somma tra anni di contributi previdenziali versati e anzianità di servizio, per non rubare futuro ai giovani d’oggi. Ai timidi riformatori italiani non passa nemmeno per l’anticamera del cervello che, forse, è il sistema pensionistico a ripartizione ad aver fatto il suo tempo. Guai a parlare di capitalizzazione, si rischia l’anatema equo e solidale, ma anche a immaginare fondi pubblici e privati concorrenti su un piede di parità.
Adinolfi vuole il due per cento di PIL investito in ricerca, ma da chi? Dallo stato o dalle imprese? E “due” è anche “il numero della coppia, della giovane coppia” alla quale spettano tutele assistenziali “a prescindere dall’orientamento sessuale”. Prescindendo con coerenza da qualsivoglia discriminante affettiva, il principio dev’essere allora esteso a tutte le convivenze solidali “di coppia”. Alle coppie di amici, di studenti fuori sede, di semplici conoscenti. Chissà se la costituzione in “coppia”, nella vision adinolfiana, contempla una ratifica pubblica.
Zero interessi sui mutui per le giovani coppie. Pure! Ho il sospetto che, unitamente alle sopraddette agevolazioni binarie estensive e al metodo del reperimento welfaristico delle risorse necessarie, convenga mantenere lo status quo. Zero omissis sui misteri d’Italia. Così la lotta al terrorismo e allo spionaggio internazionali, dall’abolizione del segreto di stato in avanti, anziché a professionisti con licenza di uccidere sarà messa in mano ai privati cittadini, che la combatteranno direttamente nel giardino di casa loro. E l’elenco delle perplessità potrebbe continuare a lungo. Insussistente onnicomprensività veltroniana versione 2.0 mista al criptocorporativismo della cooptazione in quota alla doppia categoria di “giovane e blogger”, per riassumere il tutto.
Il fatto sorprendente, però, è che l’iniziativa di Adinolfi ha raccolto il plauso di un gruppo di importanti blogger liberal-destrorsi. Di nuovo, il riflesso esclusivista sembra mietere vittime illustri in campo cidiellino. Innanzitutto a causa della forma-appello assunta dalla presa di posizione dei firmatari. Gli appelli sono lo strumento principe delle adunanze civili proclamate da élite “miglioriste”, quasi sempre acquartierate a sinistra, e sottintendono l’antipatica presunzione di superiore discernimento vantata dai loro estensori rispetto alle “masse” destinatarie del sollecito. Sul documento in questione sta scritto che gli autori da sempre credono “nello strumento blog quale possibile mezzo di influenza culturale e politica”, e qui si potrebbe anche interrompere definitivamente la lettura. Essere veicolo “di influenza culturale e politica” è un’ambizione smisurata, se avanzata dallo “strumento blog” in quanto tale. La blogosfera è una rete informativa ad alta efficienza ma a bassa selettività: sta al parco lettori saper filtrare i contenuti in circolazione sul web in ordine alla loro attendibilità. I blog sono finestre dalle quali disquisire nella speranza che qualche passante si fermi ad ascoltare. Pensare di poter esercitare “influenza culturale e politica” sul mondo delle idee in simili condizioni equivale a illudersi di vincere una guerra atomica armati di sciabola e moschetto. Allo stato attuale, il blogging sintetico (generalista) serve nella migliore delle ipotesi a rafforzare le proprie convinzioni, mentre il blogging analitico (specializzato) è utile per raccogliere pezze d’appoggio altamente selezionate, ma sempre a sostegno di tesi precostituite.
Ma il nucleo ideale di questo appoggio suscitato in partibus infidelium non attiene tanto la massmediologia del blog o il merito del programma di Adinolfi, quanto il brodo di coltura in cui quest’ultimo è cresciuto e la forza comunicativa che esibisce. Insomma, “dall’altra parte qualcosa si muove: Adinolfi parte dal blog e tenta di intraprendere la sua «rivoluzione in bermuda». Una scelta coraggiosa, quasi suicida politicamente ma di sicuro impatto mediatico”. Volendo giocare coi se e coi ma, queste osservazioni lasciano aperto un interrogativo centrale: se esistesse un partito unitario di centrodestra aduso alle elezioni primarie, che nome proporrebbero i firmatari dell’appello per la corsa alla premiership? Conoscendo abbastanza bene le loro idee politiche, molto diversificate, immagino che la scelta del nominativo accenderebbe vivaci discussioni. Tanto più se estratto dalla blogosfera conservatrice iscritta a TocqueVille, il controverso aggregatore su cui si appuntano nemmeno troppo velatamente le critiche dei nostri “dissenzienti”.
Questo dettaglio offre un altro notevole spunto di riflessione. Nell’appello, gli autori affermano: “Abbiamo sempre cercato [di creare] un canale di comunicazione anche con chi non la pensa come noi”. Eppure molti di loro hanno sollevato ripetute polemiche riguardanti i confini della “città dei liberi”, giudicati troppo incerti. Chi in funzione antiradicale, chi in funzione antifascista, chi in funzione anticlericale, hanno più volte invocato la stretta identitaria in nome di un’irrinuciabile unità d’intenti tocquevilliana. Colpire mediaticamente sotto il segno di un comune denominatore ideologico, indispensabile premessa di sbocchi politici compattamente presidiati: se non ho capito male, il leitmotiv sarebbe così riassumibile.
Io ho il timore che bloggare all’unisono significherebbe allestire un ripetitore di pensiero unico capace solo di far sentire a tutti l’eco delle proprie voci, con deleteri effetti su un media già pesantemente condizionato da elevati livelli di “narcisismo onanistico” intrinseco. Ossia proprio ciò che adesso anche i puristi più accaniti di un tempo dicono di voler evitare. Il che, però, ripropone la difficoltà di implementare una piattaforma politica unitaria a partire dal blogging in tutta la sua insormontabilità. Ma non tutti i mali vengono per nuocere: se vuole davvero nutrire qualche flebile speranza di esercitare pressione contro-informativa o di confezionare munizioni da impiegare nella battaglia culturale (propositi titanici anche per i più quotati think tank), la blogosfera (aggregata e non) deve rimanere ben distinta dall’iniziativa politica. Affinché i politicians non fagocitino e/o eterodirigano l’indipendenza e l’originalità di pensiero che i blog hanno da offrire, è consigliabile non vagheggiare il “sogno” di poter un giorno anche noi reggere come un sol uomo lo strascico al nostro candidato di riferimento. Ne va delle policies che a parole diciamo di voler elaborare in libertà.




28 giugno 2007

Un altro partito dei liberali? No, grazie

Ora che ha finalmente riposto la grancassa scordata del laicismo militante tra i rifiuti ideologici ingombranti, Daniele Capezzone si è calato nella parte del gentiluomo liberale. Moderato nei toni ma intransigente sui contenuti, l’ex delfino pannelliano coltiva da qualche tempo ambizioni da leader. Parla ormai al passato prossimo dell’iniziativa extraparlamentare avviata con i Volenterosi (“È stata un’esperienza davvero straordinaria”), ma si appresta a varare un movimento d’opinione “esplorativo” il prossimo 4 Luglio. I padri nobili evocati al battesimo della nuova avventura capezzoniana sono alcuni fuoriclasse della scena politica internazionale: Sarkozy, Blair, Aznar, Giuliani, Thompson, Anders Borg (il neoministro delle Finanze svedese). Eccetto l’uscente premier britannico, si tratta di un vero e proprio empireo della destra liberale contemporanea.
Non mi richiamo per caso all’attributo di “destra”, in questo periodo così prodigo di rigurgiti qualunquisti, nel riferirmi alla famiglia liberale. Benché neghi di voler dare vita all’ennesima, incongrua “Italia di Mezzo” (“Non ha senso avere velleità terzopoliste”), l’ex segretario radicale sembra comunque vagheggiare una fidelizzazione partitica sulla deprimente falsariga, se non proprio del vecchio PLI, perlomeno di una mimesi destrorsa della Rosa nel Pugno. Certo, l’appoggio condizionato al più appetibile e bendisposto dei due poli – il nuovo network intende infatti lanciare una “offerta pubblica di alleanza” al sistema politico italiano – vorrebbe far trasparire un approccio diverso, meno rigido, al mercato delle intese programmatiche. Niente “ultimi giapponesi”, insomma.
Eppure è evidente l’estremo bisogno di “discontinuità” che un’importante fetta del riformismo sente di dover convogliare lontano dal governo Prodi, già sclerotizzato ad appena un anno dal suo insediamento. La necessità di rompere con frequenza sempre maggiore i legami strategici allacciati con le parti politiche realisticamente a disposizione, unita all’annosa nostalgia di una “casa comune” per i pronipoti di Sella e Cavour, è però sintomatica dell’immaturità e dell’incongruenza che contraddistinguono molti liberali italiani.
Dopo essersi meritoriamente battuti per l’introduzione di regole maggioritarie e “spartitizzanti” nella competizione elettorale nostrana, quindi dopo aver spostato il giudizio dei votanti dalle bandiere alle persone, è una straziante contraddizione in termini inseguire il miraggio di una rinata unità liberale. Struggersi nel ricordo del passato può risultare comprensibile per i democristiani, che se non altro possono a buon diritto sostenere di rimpiangere il perduto ruolo di potenza egemone. Ma che senso avrebbe resuscitare un simbolo capace, nella sua uscita migliore, di calamitare appena il 7% dei consensi? Quale forza contrattuale avrebbero mai i liberali, concentrandosi in un simile cronicario per lungodegenti?
Dopo il crollo del comunismo, al liberalesimo si è presentata l’occasione per ridiventare una episteme, un seme capace di fecondare sterminati terreni di coltura intellettuali senza rinsecchire in uno sterile purismo. Con la diaspora post-Tangentopoli, voci liberali si sono potute levare dalla stragrande maggioranza delle nostre forze politiche.
Oggi, ancora una volta, la prospettiva di un lungo e faticoso lavoro di sensibilizzazione culturale – giocoforza interno a due schieramenti alternativi, conservatore e progressista – spaventa gli impazienti fautori di un “ritorno alle origini” destinato al fallimento operativo, prima che segnato da un grave equivoco di fondo. L’idea che esista un “ottimo ideologico” inscritto nel triangolo liberale-liberista-libertario, infatti, è suggestiva ma retorica. Uno dei refrain più battuti dai lobbysti del liberalismo settario recita che “un liberista contrario al matrimonio gay o alla liberalizzazione delle droghe è in realtà un conservatore”. Frase di sicuro effetto, ma incapace di formalizzare una tassonomia politicamente invariante: rimanendo alla griglia tematica di cui sopra, come definire chi – come me – tendenzialmente liberalizzerebbe tutte le droghe (non senza immaginare un severissimo apparato deterrente, beninteso), trova che il matrimonio gay rappresenti un’evoluzione espansiva del welfarismo e si ritiene ultra-liberista?
Osservato che è impossibile quantificare in assoluto, al di là dello spazio e del tempo, il quoziente individuale di liberalismo, meglio marciare divisi e contaminarsi che rinchiudersi in una caserma costruttivista capace solo di annichilire la nostra ragion politica.

Due eccellenti riflessioni sul tema dell’unità liberale, da angolazioni diverse ma convergenti: Alberto Mingardi, Dino Cofrancesco. Sulla sostanza di cui sono (erano) fatti i Volenterosi: Zamax.

Addenda fuori tema sulla discesa in campo di Veltroni, visto che le circostanze lo richiedono: La pulce di Voltaire, The Right Nation, L’Occidentale, Mario Sechi.


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permalink | inviato da Ismael il 28/6/2007 alle 9:5 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (21) | Versione per la stampa



16 maggio 2007

Cronache straboscopiche

Un rapido sguardo alla cronaca recente offre più di un aggancio metaforico allo strabismo, inteso come difetto di allineamento del campo visivo. O, detto altrimenti, come urgente bisogno di chiarirsi le idee da parte di molti.
Lo dico subito: trovo che da piazza San Giovanni, dove sabato scorso si è svolto il Family Day, sia partito un messaggio di fondo quantomeno ambiguo. Per alcuni è stata una manifestazione anti-Dico; per altri si è trattato dell’adunata di una minoranza rumorosa e combattiva, con cui questo papato – tramite il clero periferico – ha inteso proseguire la sua battaglia in difesa della tradizione (familiare) cattolica. Sul piano delle rivendicazioni politiche si osserva la medesima indeterminazione: per Max l’agenda dell’evento è stata chiaramente orientata a domandare “quoziente familiare, detassazione, revisione dei criteri di assistenza pubblica per le famiglie più deboli, libertà scolastica”. Eppure una mobilitazione dal taglio vagamente “sindacale”  – guardacaso tra gli organizzatori dell’evento figura quella vecchia volpe cislina di Savino Pezzotta – non ha mancato di lanciare slogan assistenzialisti ben lontani dal sommario leave us alone che può averci voluto leggere il partecipante di tendenze reaganiane. Più in generale, sembra quasi che la folla riunitasi in Laterano quattro giorni fa punti a una vera e propria strategia della normalizzazione per la famiglia naturale e monogamica, segnatamente attraverso l’invocazione di un abbraccio (mortale) con lo Stato e il suo attraente potere di codifica del lecito.
Stessi mezzi, opposti fini rispetto ai laici “coraggiosi” accorsi in piazza Navona: statalismo negativo contro statalismo positivo, ma sempre di statalismo si parla. Lo stracco balletto di cifre tramite il quale le due iniziative si sono volute contrapporre sotto il mero profilo quantitativo, che da solo non elargisce né torti né ragioni a nessuno, fa emergere un primo esempio di “deviazione oftalmica”. Le cifre del Family Day sono state senz’altro gonfiate ad arte, perché la capienza di piazza San Giovanni non supera fisicamente le 250 mila unità circa. Eppure viene da chiedersi come mai un bell’accertamento degli afflussi non sia toccato anche alla manifestazione concorrente: cristiana carità deve aver suggerito di sorvolare sulla conta delle effettive presenze all’appuntamento con il coraggio rossolaico, presumo. Lo sguarnito raduno anticlericale, se non altro, ha inneggiato senza possibilità d'equivoco alla discutibile concatenazione giuridica tra desideri, bisogni, diritti soggettivi e diritti positivi.
Ripeto brevemente il mio punto di vista sulla questione: il diritto di famiglia non deve sancire la liceità di qualsivoglia legame affettivo, ma ha tutto l’interesse a premiare (con agevolazioni tributarie per i figli a carico, ad esempio) l’incoercibile e spontanea propensione degli individui di sesso opposto a vincolarsi l’un l’altro secondo il modello antropologico che “liberalizza” maggiormente i rapporti di parentela, discostandosi al massimo grado dal tribalismo clanico. Ogni altra formazione sociale espone il suo “statuto interno” al vaglio del potere solo ed esclusivamente dopo essersi costituita, per cui definisce fattispecie da regolamentare in termini di diritto civile: a nessuno salterebbe mai in mente di sposare un datore di lavoro e un suo dipendente, eppure tra i due soggetti intercorrono comunque “mutue obbligazioni” in senso lato. Per converso due fidanzati non godono della pensione di reversibilità, eppure se stanno assieme molto probabilmente si amano.
Sempre a proposito di Family Day, ha occhi incrociati anche chi, bontà sua, considera “rispettabile” la scelta di dare vita a famiglie numerose, ma poi avvelena la sua magnanimità avanzando il sospetto che le signore prolifiche possano aver subito “pressioni morali”. Mai che lo spauracchio di analoghe circonvenzioni venga agitato in merito all’atteggiamento repressivo di tanti genitori, che obbligano letteralmente le proprie figlie a studiare fino alla laurea quando, magari, alcune ragazze preferirebbero dedicarsi liberamente alla maternità già sulla ventina. È strabico Vauro, che disegna una caustica (e divertente, via) vignetta sulla pedofilia pretesca, ma che pure ebbe a risentirsi per la satira anti-maomettana apparsa sul periodico danese Jyllands Posten. Bulbi oculari a X, infine, anche per Vittorio Zucconi, il quale lamenta la strumentalizzazione piazzaiola di inconsapevoli bambini perpetrata dai manifestanti cattolici, ma poi si dimentica delle ostentate presenze infantili anche all’adunata pro-Pacs – quella con le sveglie sincronizzate – tenutasi mesi addietro proprio a piazza Navona.
Si potrebbe perfino uscire dal seminato, tematizzando in chiave oftalmologica anche la ridda di reazioni orripilate che, a sinistra, sta accompagnando l’acquisto di Endemol da parte di Mediaset. Dopo i rigurgiti dirigisti del prodismo di governo, dopo la tenaglia di leggi contra personam sul c.d. conflitto di interessi e sul sistema radiotelevisivo, dopo il mini-golpe a Viale Mazzini seguito al siluramento di Angelo Petroni, taluni non trovano niente di meglio da stigmatizzare che una fantomatica “occupazione berlusconiana dei programmi RAI”.
Qui, forse, non c’entra nemmeno lo strabismo, quanto piuttosto il metamorfismo: da facce a glutei.

Vai a vedere: Zamax, Fausto Carioti, Le Guerre Civili, Watergate




10 maggio 2007

Della Vedova su famiglia e tradizione

Abbisognerebbe di qualche precisazione circa la “mutevolezza” della famiglia, che riguarda le forme giuridiche e non le “materie prime” (etero-monogamiche, come argomentavo qui), ma l’articolo di Benedetto Della Vedova dedicato al Family Day di dopodomani mi vede sostanzialmente d’accordo. Specie nelle sue considerazioni conclusive, che riporto di seguito:

«Anche la tradizione che si riflette nelle scelte degli individui e nella cultura della società è una “tradizione vivente”, al pari di quella religiosa, affidata al magistero e alla mutevole dottrina della Chiesa. Io da liberale ho sempre creduto che la tradizione, come esito dei pensieri, dei confronti e dei commerci umani e delle diverse e libere sperimentazioni sociali, dovesse costituire un argine alla legislazione e imporre un limite alle pretese del potere. Francamente, nel Family Day vedo il contrario: l’invocazione della legge come custode di un fondamentale istituto della tradizione (la famiglia), per impedirne il mutamento e per arginarne la temuta dissoluzione.
Non mi convince il “catastrofismo familiare”, che ha tanti caratteri comuni con il “catastrofismo ambientale”, lo stesso pessimismo escatologico e soprattutto lo stesso bersaglio: “l’homo americanus”, l’individualista-consumista e lo scettico-relativista, che non saprebbe riconoscere il limite o la “verità” naturale della condizione umana e del suo rapporto con le cose e con gli altri. Insomma “l’occidentale” forte della propria identità, ma anche del gusto della propria libertà; l’uomo che crede nella disciplina, nella sicurezza e nell’autorità, ma che non confonde politicamente il “bene” (l’ordine morale della libertà) con il “per-bene” (l’ordine moralistico dei gusti, delle opinioni e delle ideologie prevalenti e invadenti).
C’è in questo bisogno ideologico di restaurazione di un ordine perduto lo stesso “odio di sé” che altri giustamente denunciano nelle idee che attingono al mito della palingenesi progressista; c’è di fondo l’idea di rigettare come inservibile e rinnegare come colpevole la libertà giuridica e spirituale di cui è intessuta ogni nostra scelta e su cui si è costruita la nostra vita “occidentale”. E tutto questo non solo non mi convince, ma proprio non mi piace.
Nel confronto tra cristianesimo e liberalismo – universi dai confini incerti e in parte coincidenti – ha le sue più solide radici l’occidente che profondamente amiamo. Confronto e dialogo presuppongono che non vi siano gratuite o strumentali condiscendenze intellettuali». [link]

La pacatezza dei toni usati contribuisce molto a bendispormi verso quello che è, a tutti gli effetti, un modo alternativo di esporre anche il mio punto di vista. Proprio per l'inedito aplomb, vi dirò, non mi dispiace affatto il Capezzone ultima maniera.




2 maggio 2007

Libertari o gobettiani?

Del liberalismo – parola dalla carica ideologica che, com’è noto, non amo e al cui campo semantico preferisco riferirmi in termini di liberalesimo – esistono sostanzialmente due interpretazioni “cugine” ma rivali. La prima definisce una concezione gnoseologica che pone univocamente la libertà individuale a oggetto di un canone conoscitivo basato sull’adeguamento del pensiero teorico alla realtà. È il ramo empirista della biforcazione filosofica che caratterizzò il liberalismo sin dalle sue origini, erede del tomismo, del rasoio di Ockham, del fasificazionismo popperiano e friedmaniano. La seconda variante nega invece l’esistenza di “noumeni” (cioè di fondamenti oggettivi del mondo sensibile), riconducendo ogni percezione al soggettivo palesarsi di “fenomeni” e rimproverando all’empirismo di costeggiare una vera e propria apologetica del reale.
Volendo azzardare una partizione dialettica forse fin troppo netta delle antitesi generate dalla “cuginanza significante” testé illustrata, si potrebbe dire che in epistemologia si assiste alla lotta tra realismo e costruttivismo, che in filosofia si fronteggiano liberalismo e idealismo e che in politica competono conservatorismo e progressismo. Ipotizzare il superamento delle logore categorie ottocentesche di “destra” e “sinistra” nella contrapposizione tra “liberali” e “conservatori” equivale perciò a confondere piani di paragone ben distinti.
A proposito delle difficoltà di definizione del liberalismo, secondo il politologo Giovanni Sartori «un liberale americano non sarebbe chiamato liberale in nessun paese europeo; lo chiameremmo un radicale di sinistra. Viceversa, un liberale italiano negli Stati Uniti sarebbe definito un conservatore». Valerio Zanone, attualmente senatore della Margherita, sostiene che «in quanto radice della libertà, la ragione, figlia della discussione, si contrappone ai dogmi coltivati nella clausura: è antimetafisica, relativistica, tollerante e, di conseguenza, democratica. Le prime origini di questa filosofia politica vanno ricercate nel pensiero classico, presso i sofisti». Al contrario – prosegue – «da Platone a Tommaso d'Aquino a Dante, i metafisici furono sempre spregiatori del principio di maggioranza in nome del principio di autorità». L’economista austro-britannico Friedrich A. Von Hayek, infine, distingue tra il liberalismo anglosassone (o liberismo) e quello continentale (fortemente permeato di laicismo, vale a dire l’etica pubblica per cui la laicità non è più “solo” un dovere dello stato, ma anche e soprattutto un obbligo del cittadino e del politico). Anche Von Hayek scrive che le due forme di liberalismo derivano da diverse concezioni filosofiche di fondo: «La prima – quella anglosassone – poggia su una interpretazione evoluzionistica di tutti i fenomeni della cultura e dello spirito e sulla visione dei limitati poteri della ragione umana. La seconda si basa su ciò che è chiamato razionalismo “costruttivistico”, una concezione che tende a considerare tutti i fenomeni culturali come il prodotto di un preciso disegno, e sulla fiducia che sia possibile e desiderabile ricostruire conformemente ad un piano determinato ogni istituzione storica. La prima forma, di conseguenza, rispetta la tradizione e riconosce che ogni conoscenza e ogni civiltà riposano sulla tradizione, mentre il secondo tipo la disprezza poiché ritiene che un ragionamento sia di per se stesso in grado di esprimere una civiltà. (Si pensi all'asserzione di Voltaire: “Se volete buone leggi, bruciate quelle che avete e datevene di nuove”)».
«Un risultato di questa differenza – conclude l'autore – è che il liberalismo della prima forma è perlomeno non incompatibile con le credenze religiose e spesso è stato sostenuto e persino sviluppato da uomini con una fede religiosa molto salda, mentre il liberalismo di tipo “continentale” è stato spesso contrario a tutte le religioni e politicamente in costante conflitto con le religioni organizzate» [fonte].
Nel liberalismo anglosassone descritto da Hayek, che io sposo pressoché integralmente, le facoltà intellettive individuali collaborano con il patrimonio culturale tramandato dall’ethos nella perenne costruzione di una civiltà giuridica consuetudinaria. L’innovazione continua – fatta di trasformazioni, per così dire, quasi-statiche – pur rifiutando l’immobilismo non rigetta il buono del passato, poiché nessun cambiamento benefico si è mai realizzato con materiali interamente nuovi. Il razionalismo di marca francofona, al contrario, predica l’assenza di correlazione tra la fenomenologia (l’Essere) e l’etica (il Bene) e considera dunque il pensiero come fondamento e principio di ogni realtà fattuale.
In un bellissimo articolo intitolato Salviamo il libertarismo dall’azionismo, il patron dell’IBL Carlo Lottieri affronta da par suo più o meno le stesse tematiche sviluppate sin qui. Gliene dà occasione un intervento di Dino Cofrancesco, nel quale si prendono pannelliani per libertarians. Alcuni brani tratti dalla riflessione del professor Lottieri, da leggere comunque tutta: «Cofrancesco critica con forza il “libertarismo”, espressione con cui egli designa una versione tutta particolare della democrazia moderna, legata nel nostro Paese alla “ideologia gobettiana e azionista” e a quella visione anti-comunitaria e in larga misura giacobina che vorrebbe fare di ogni individuo una monade isolata: “senza Dio né padroni”. A questa visione del tutto astratta e artificiosa (destinata, per giunta, a convertirsi facilmente in statalismo nel momento in cui mina alla radice le principali protezioni storiche della persona: la famiglia, le chiese, le associazioni, e via dicendo), Cofrancesco oppone la tradizione liberale classica, la quale non demonizzava in alcun modo le istituzioni sociali ma invece esaltava quella libertà di entrata e di uscita (exit) e quel dinamismo concorrenziale che “assicuravano ai consoci di assecondare le rispettive vocazioni”».
«[...] la “democrazia libertaria” è intimamente avversa ad ogni valore che non si rappresenti come precario e provvisorio: ad ogni idea di verità, ad ogni universalismo e ad ogni retaggio morale. Tutto deve essere spazzato via affinché sia lasciato libero campo a quel “signorino soddisfatto” (per usare una felice formula di Ortega y Gasset) che da decenni domina la scena e non conosce altro che pure volizioni, illimitati desideri, ingiustificate pretese».
«[...] quando si è cancellato l’intrico di relazioni comunitarie e associative degli antichi “corpi intermedi” gli isolati individui che si volevano sovrani sono in realtà pronti a diventare sudditi di un Leviatano che tende a farsi onnipotente».
«Detto anche “Mr. Libertarianism”, Rothbard [...] si definisce “aristotelico-tomista”, poiché difende un diritto naturale che costantemente metta in discussione le decisioni del potere sovrano e crei una perenne tensione tra legalità e legittimità».
Il diritto naturale, che traduce la corrispondenza tra realtà e razionalità (assolutizzata dai totalitarismi e negata dai sofismi) in principi che non cambiano al volgere del tempo, si conferma quindi la base normativa necessaria a fondare sistemi politici nei quali le prerogative degli individui non siano mere concessioni del sovrano. Difficile conciliare questa constatazione con l’applicazione estensiva del “principio di maggioranza” tanto caro a Valerio Zanone e agli “azionisti gobettiani” stigmatizzati da Lottieri.

Vedi anche: Ventinove Settembre, Il libertarismo non esiste



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