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  Ismael [ Il superstite del Pequod ]
         
















Non te lo chiedo per favore: non calpestarmi







Perduta nazione, avito suolo
Isole tra i monti, strade pei mari
Unico asilo ed eterno conforto
Per te prosperiamo
Liberi e reverenti





Due che hanno visto giusto





La situazione mediorientale spiegata
meglio che in mille editoriali





In memoria di Diamond
"Dimebag" Darrell
, e di tutti gli
interminabili pomeriggi di
gioventù trascorsi a sgomitare
sotto la sferza selvaggia
della sua chitarra!





Where I belong:



Il movimento liberale giovanile fondato e presieduto da Francesco Lorenzetti



Edoardo Ferrarese

Crea il tuo badge


Testate, think tank & community:





















Direttore Giancarlo Loquenzi
















































MY BEST SHOTS:

Meglio il Saruman monetarista
o il Sam vegetariano?

Sul proporzionale

Un sindaco efferato

Mineo-gate

La verità ribadita.
Grazie alla blogosfera


Le fiamme sopra Parigi

Religione e omosessualità -
Condannati per reato d'opinione


Buon anno e felice Epifania
con l'intemerata
laica-ma-non-laicista


Ipocralismi
(ipocrisie e moralismi)


Il sofferto capolavoro
di Arik


Munich

Jimmy, Fini e i joint

Il Programma dell'Unione:
non si fa, si fabbrica


Jin-Roh - Uomini e lupi

Cento domande sull'Islam

Il Caimano

Buona la seconda

Cinque minuti a mezzanotte

After-midnight abstracts

Martini l'apostata

Hanno già ricominciato
a farci "ridere"


What is the Matrix?

Federalismo e Democrazia

La riserva è scesa in campo

La Signora delle contumelie

Mimmu 'u Guardasigilli

Il Codice da Vinci

La lussazione

Pensierini bioetici

Referendum day...
compromission day


Centrodestra, anno zero

Padoa-Schioppa VS Bersani:
vince la politica

Paths of Glory -
Ciò ch'è fatto è reso


La guerra infinita,
l'ipocrisia al governo

United 93

Multilateralismo dalemiano:
molta astuzia, poca prospettiva

8 Settembre,
festa degli ondivaghi


Com'era il mondo

Propaganda welfare

La semplicità del Papa

Telecomgate, Prodi poteva
non sapere. Non è
la prima volta


Tra il Dio incarnato
e il Dio incartato


Più tasse per tutti.
E più inflazione

Miami Vice

Ipotesi su Gesù

Buona l'anima,
malo il vino


USA 2006:
l'America plurale


Laicità e diritto naturale,
ovvero: del cortocircuito
giacobino


La mossa del Casini

Né bio né equo
né solidale. Quindi
massimamente etico


Apocalypto

Pannella e la morte
per procura


Fassino, le sberle, la rivincita

Tri-dazer

"Prodienko": torti e ragioni

L'antiPACStico

Uno sguardo all'America
del prossimo futuro


Or sono tre anni

Come Prodi
cadono le foglie al vento


Life to lifeless

Proibizionismi all'orizzonte?

Ennesima political compass

A New Republic

300

Uomini, caporali
e parlamentari


Immigrazione e libertà

L'innatismo dei predestinati

Libertari o gobettiani?

Sarko e Silvio

Cronache straboscopiche

Sex Crimes & the Vatican

Michela Vittoria Brambilla

La valanga veronese

Gods of Metal 2007

Se Milano piange,
Parma non ride


Gianfranco, Daniela
e il  moralismo farisaico


Un altro partito liberale?
No, grazie


La battaglia che fermò
l'impero romano


Harry Potter 5

Mario e i miglioristi sognatori

L'Arciprete e il Cavaliere

Scemenze che vanno distinte

Cor magis tibi Sena pandit

Gli interrogativi di Walter

Il liberismo
è davvero di sinistra?


Fenomenologia del Grillo

Le cronache
del Ghiaccio e del Fuoco


Liberalismo

Eutanasia in progress

Rivalutiamo pure Hobbes,
ma solo oltre confine


Rosmini for dummies

Sapessi com'è strano/
morire democristiano


La Libertà e la Legge

Bioetica
autunno-inverno


Il caso Bianzino

Luigi Sturzo for dummies

Papa e Sapienza,
Fede e Ragione


USA 2008: Mac is back!

I figli di Hurin

Aborto all'italiana

Urbanistica di cronaca
e di mercato

Contro le tasse

Liste del Pdl:
guardiamo la luna,
non il dito


Cattolicesimo,
protestantesimo
e capitalismo


In difesa di Darwin/
Dimenticare Darwin


Multiculturalismo o razzismo?

Coerenza o completezza?
Il caso delle norme edili


Il teatrino fa comodo a tutti

Un'impronta illiberale?

La scelta di Eluana

La fine dell'economia

Il Cavaliere Oscuro

Il quoziente etico

Fallitalia

Quel che resta della crisi

 
 
 
 
 
 
 
 
 
Liberalizzazioni:
cosa resta da fare?

#1  #2


Il punto sulle bersanizzazioni
#1  #2  #3


Un giorno di libertà
#1  #2  #3


Metabio(gen)etica
#1  #2  #3  #4


Per il bene dell'Italia
#1  #2  #3  #4  #5
#6  #7  #8  #9  #10 


IsmaelVille
#1  #2  #3  #4  #5
#6 #6.1 #7  T13


Spigolature internautiche

"Uòlter Veltroni
a tajà er nastro
so' tutti bboni"

            by Giggimassi


"Far l'amore
col preservativo
è come fare il bagno
con lo scafandro"

                (Anonimo)


"Non sono né del partito
rivoluzionario né del
partito conservatore.
Ma tuttavia e dopotutto
tengo più al secondo che al
primo. Infatti dal secondo
differisco nei mezzi
piuttosto che nel fine,
mentre dal primo differisco,
insieme, nei mezzi e nel fine.
La libertà è la prima delle
mie passioni. Questa è la
verità"


      Alexis De Tocqueville
                    (by Zamax)


"Se Dio si candida,
lo stolto pensa alle elezioni
invece che al problema
dell'elezione"


            Giuliano Ferrara


"Io credo soltanto nella parola.
La parola ferisce, la parola
convince, la parola placa.
Questo, per me, è il senso
dello scrivere"


                    Ennio Flaiano
                (by Il Paroliere)


"L'ideazione di un sistema
resistente è atto creativo
che solo in parte si basa su
dati scientifici; la sensibilità
statica che lo determina, se
pure necessaria conseguenza
dello studio dell'equilibrio e
della resistenza dei materiali,
resta, come la sensibilità
estetica, una capacità
puramente personale, o per
meglio dire il frutto della
comprensione ed assimilazione,
compiutesi nello spirito del
progettista, delle leggi
del mondo fisico"


                       Pier Luigi Nervi
(Scienza o Arte del Costruire)


"L'unica cosa necessaria
per il trionfo del male
è l'inerzia dei buoni"

                         Edmund Burke
              (by Torre di Babele)


"Un governo così grande da
darti tutto quello che vuoi
è anche abbastanza grande
da toglierti tutto quello che hai"


               Barry M. Goldwater
          (by Retorica e Logica)


"L'amore è donare quello
che non si ha a qualcuno
che non lo vuole"


                     Jacques Lacan
                       (by Bernardo)


"Sono un conservatore nel
senso inteso da Hannah Arendt,
che si preoccupava della
preservazione del mondo.
Oggi comunque non c'è più
ordine costituito, ma solo
un cambiamento costituito.
La nostra sola tradizione è
il progresso. Viviamo in nome
del movimento e del
cambiamento continuo.
In questo contesto, io mi
considero un rivoluzionario,
perché ormai la sola
rivoluzione possibile è quella
che interrompe le derive
contemporanee"

               Alain Finkielkraut
                            (by Temis)


"Parliamo di politica:
quando si mangia?"


                 Alberto Mingardi


"Quella delle domeniche
a piedi è una messa rosso-
islamica, basata sulla nostalgia
del bel tempo della austerity
'regalataci' dall'Opec nel 1973.
E' un rito di espiazione e
autoflagellazione, direbbe un
Ernesto De Martino. E' una
autopunizione per aver pensato
di andare in auto a casa della
mamma, direbbe Freud. E' una
purga rivoluzionaria per
distruggere i beni di consumo
e tornare al valore d'uso,
direbbe Karl Marx"


                  Paolo Della Sala


"Quando uno conosce bene
una cosa se ne ha a male
se qualcun altro ne parla"


                          by Cruman


"Il vero conservatore sa che
a problemi nuovi occorrono
risposte nuove, ispirate a
principi permanenti"


             Giuseppe Prezzolini
  by Camelot Destra Ideale


"Una donna lo sa: le donne
adorano odiarsi. E' una cosa
vezzosa, niente di grave: solo
un po' di veleno qua e là, uno
sgambetto un sorriso e una
pugnalata alle spalle.
Non possiamo resistere"


              Annalena Benini


"Gli elettori delegano
il peccato ai potenti, così
possono immaginare
di non essere colpevoli
di nulla"


          Paolo Della Sala, again


"L'utilitarista deve nascondere
giudizi di valore da qualche
parte, per prendere decisioni
in base al suo principio,
e la teoria morale che ha
non è quindi l'utilitarismo,
ma lo specifico criterio
decisionale adottato"


                          LibertyFirst


"Non c'è più nessuno
a cui sparare, signore.
Se si tratterà solo di
costruire scuole e ospedali,
è a questo che serve l'esercito?"


                   Michael Ledeen


"L'idealista è uno che,
partendo dal corretto
presupposto che le rose hanno
un profumo migliore dei cavoli,
usa le rose per fare la zuppa"


                  Antonio Martino


"Sono sempre i migliori
ad andarsene dai forum"


                           Malvino


"Sapientia deriva da assaporare,
serve altro commento che non sia
mettere in moto il pensiero,
il ragionamento critico
come sapore delle cose?"


                                 adlimina


"Se gli economisti fossero
in grado di prevedere l'economia
non sarebbero tali, cioè non
avrebbero bisogno di insegnare
per sbarcare il lunario"


                            Mario


"Chi è sovente accigliato,
chi alza spesso il ditino
ammonitore, chi giudica
severamente il mondo
è uno che nel mondo
ci si trova male"


                             Gianni Pardo


The unprofessional blog

L'autore dichiara apertamente
che gli audaci parti del suo
intelletto avrebbero bisogno
del conforto di dottrina
specialistica in più materie,
nessuna delle quali minimamente
padroneggiata: pregasi notare
- sia ricordato qui una volta
per tutte - che di siffatti
scrupoli accademici è
privilegio della corporazione
dei dilettanti infischiarsene
allegramente (TNX Zamax)


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3 agosto 2008

Il comandante diavolo



L’incredibile storia di Amedeo Guillet continua qui, qui, quiqui e qui


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permalink | inviato da Ismael il 3/8/2008 alle 16:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa



27 gennaio 2008

Operazione memoria - Una discesa nel lager




23 agosto 2007

Cor magis tibi Sena pandit

Ieri ha lanciato qualche tracciante tattico, ma oggi Ale Moroni, a difesa dell’amatissimo Palio di Siena, schiera compattamente una simbolica contraerea. E il maresciallo di terra è il celebre Franco Cardini.
Molto del manifesto morale redatto dallo storico fiorentino, in realtà, non mi appartiene: la calca rorida, le grida frastornanti, il machiavellico mercanteggiare. Epperò, d’altro canto, molto mi è familiare e merita ampiamente l’ospitata: la fierezza nel parteggiare per l’attaccamento agli umori inveterati che maturano nello studio e nella riflessione, la libera adesione alle “tradizioni viventi” di casa propria ma, soprattutto, la fascinazione per la rara coessenza dell’Ora e del Sempre. Roba forte, che scorre nelle vene e nei nervi.
Ale Moroni, amico e compagno di tante conversazioni natalizie e pasquali, è uomo di intense passioni e di peculiare cultura (andare qui e qui per farne esperienza diretta). Nel Palio, come dirà lui stesso più sotto, gli vive un pezzo dell’identità nascosta che ciascuno di noi scopre disseminata per il mondo. Buona lettura!


di Alessandro “Verdefoglia” Moroni

Mi hai chiesto un intervento personale, arrivando al punto di lusingarmi affermando che “un tuo minisaggio sul Palio in esclusiva per il blog sarebbe uno scoop sensazionale”. La tentazione era ghiotta: faccio appena in tempo a tornare dalla più bella città del mondo (senza tema di smentita!), alla Festa della quale per tanti anni ho sacrificato i ben più ameni e rilassanti intrattenimenti usufruibili in Luglio ed Agosto ai 4 angoli del globo, e cosa trovo ospitate sulle tue pagine? Le solite superficiali frettolosità – sì, oggi sono in vena di eufemismi… – sul Palio. Quello che più mi ha addolorato, alcune di esse scritte da penne che un’intensa attività di lurking dei link da te continuamente proposti mi aveva fatto apprezzare, e non poco. Tra gli altri, un contributo additato ai quattro venti come esemplare (tant’è che financo tu te lo sei letto 4 volte!) innegabilmente ben scritto, ma che sta a una corretta e approfondita descrizione del Palio di Siena quanto la Batracomiomachia può accostarsi all'Iliade, o Tersite rassomigliare a Diomede. D’altronde non vedo come avrebbe potuto essere altrimenti, visto che – dichiaratamente – è stato vergato da una neofita del Palio. Logico che tu pensassi che frequentando Siena e la sua Festa dall’ormai remoto 1981 avrei potuto aggiungere un contributo non banale. E invece no: vuoi perché ancora tutto preso a leccarmi le ferite dall’ennesima sconfitta patita dalla Contrada che amo (un appassionato di Palio, ancorché non Senese, non fa il tifo per una Contrada, la ama), da Giovedì scorso ufficialmente entrata nel diciottesimo anno consecutivo senza vittorie, vuoi perché l’età che inesorabilmente avanza mi sottrae anche gli ultimi rimasugli di vis polemica, ho ritenuto di soprassedere e di cedere la parola ad un senese autentico, sia pure per un solo ramo familiare: il Professor Franco Cardini, Ordinario di Storia Medievale presso l'Università degli Studi di Firenze. Mi sono preso la briga di editare, conservandone quindi uno stralcio perfettamente adeguato alla discussione in essere, la sua Introduzione al testo “Il Palio”, Sitcom Editore 2006, raccolta saggistica a carattere storico-antropologico. Premetto che non si tratta dello scritto più esaustivo ed erudito redatto dal Prof. Cardini sull’argomento in questione: se ho scelto in particolare questo contributo, che ha tra i suoi meriti quello di confermare, ribaltandoli sfacciatamente in positivo, alcuni dei luoghi comuni inerenti alla Festa, è stato per due motivi peculiari. Anzitutto perché rende perfettamente giustizia a quel modo di essere (prima ancora che di scrivere) peculiarmente sulfureo, dissacrante, sarcastico e ferocemente icastico che rappresenta – da sempre e per sempre – la senesità, che trova appunto nel Palio la sua quintessenza, festival del politically uncorrect se mai ci fu. In secondo luogo, perché lo trovo rappresentativo – diciamo al 102% volendo essere conservativi – non solo di come io vedo e soprattutto vivo il Palio, ma anche della mia indole personale spremuta fino al midollo. C’è in particolare un passaggio verso la fine che mi ha commosso perché è esageratamente vero, quando si spiega che non basta una vita per capire il Palio fino in fondo, pure se in un solo istante ti trapassa l’anima tu gli appartieni per la vita, e lui a te. È quel che è successo a me: così, semplicemente.

E così in qualche modo ti ho accontentato, caro Edo aka Ismael: c’è molto di me in questo pezzo.

Soddisfatto?!?

PER FORZA E PER AMORE
di Franco Cardini

  Dire che il Palio di Siena è una festa non vuol dir nulla. Così come paragonarlo ad altre feste, pur bellissime e che vantano a loro volta un'illustre tradizione, equivale soltanto a confondere le acque e le idee ed è, ancor prima che improponibile, offensivo. Forse, quanto a dignità e a profondità antropologica, solo il buzkashi afghano, quella splendida e barbara corsa che trova riscontri nell'antichità indoeuropea ed euroasiatica, può reggere il paragone.
 
Il Palio è un mito e un rito. Il Palio è lo spirito della Città, è la "Terra in Piazza", è l'afrore dei barberi (1) sudati, è il suono delle campane e il grido della folla che s'innalza verso il cielo come il filo sottile d'incenso che arriva fino al trono di Dio.
 
Il Palio è il Palio. Tanto nomini, nullum par elogium.
 
Per me, senese solo da parte di una delle mie nonne e quindi contradaiolo impuro e bastardo  poco più d'un barbaro straniero, con l'aggravante del sangue fiorentino – il Palio è il ricordo del sole a picco, della polvere, della sete, delle ore d'attesa; è il suono del tamburo che mi rintrona le orecchie e mi si ripercuote dentro, alla bocca dello stomaco, e mi sale fino agli occhi e mi scorre sulle guance per la commozione. Il Palio è il Segno di Croce che il Sacerdote traccia sul cavallo della Contrada mentre lo esorta con la benedizione antica “Va' e torna vincitore”. È l'attesa spasmodica dei sorteggi, della tratta (2) e della mossa (3); sono i mille auspici delle ore precedenti la corsa; è l'urlo di gioia ubriaca e assassina che saluta la vittoria, il “Daccelo!!!” minaccioso e trionfale che suona come uno stupro e una coltellata e sale dalla Piazza del Campo a ferire il cielo, e non sai se è più Te Deum o più bestemmia. È la disperazione di quando cade il fantino della tua Contrada. Sono i propositi di rivalsa e di vendetta di quando si perde e tutte le storie sui tradimenti e la scalogna per spiegare la sconfitta. È l'allegria della cena della Vittoria, e il cavallo ospite d'onore, coccolato come una bella ragazza e viziato come un bambino.
 
Nemmeno la storia basta a comprenderlo, a circoscriverlo, ad esaurirlo. Né quella vera, né quella inventata. Dico a voi, noiosi falsari che v’incaponite a “dimostrare l’autenticità” delle “origini storiche” della corsa e del premio e la loro “continuità” dalle origini ai giorni nostri, come se a questo mondo valesse solo il ricordare e invece l’immaginare e il reinventare non valesse un fico. Ma l’avete dimenticata la grande lezione di Lucien Febvre, che ci ha insegnato che l’uomo non ricorda nulla ma ricostruisce sempre?
 
Il Palio non è solo la storia di Siena, ne è l’essenza. La passione, il gusto forte dello stare in Piazza e di respirar la polvere, la devozione per Maria Nostra Signora che coinvolge tutti i figli della Civitas Virginis, atei compresi.
 
Antica festa crudele. Anni fa un celebre uomo di teatro fiorentino, molto impegnato in battaglie animaliste, si pose a capo d’una crociata antipaliesca. Morivan troppi cavalli, era una barbarie, una vergogna; e annunziarono, lui e i suoi seguaci, una “marcia su Siena” che avevan in animo di organizzare, quell’estate, per impedire il ripetersi dello scempio. “Davvero vengono?” si chiese un Contradaiolo col tono dubbioso di chi pensa che sarebbe stato troppo bello. Ricorderò sempre il sorriso feroce e il digrignar guerriero dei denti di Duccio, fiero nicchiaiolo (4), quando rispose “Volesse Iddio...”.
 
Il Palio dura tutto l’anno si dice, ed è vero. Passata la festa e finita la nottata delle bevute e delle scazzottate all’alba del 3 luglio e del 17 agosto si è di nuovo tutti lì, ché si ricomincia. Il Palio è una corsa truccata, la più corrotta di tutte, affermano scandalizzati i nipotini di Tartuffe credendo di condannarlo irreversibilmente: invece è proprio così, e gli si rende onore dicendolo. Alla faccia di tutti gli ipocriti e di tutte le ipocrisie. Vincere, bisogna: a tutti i costi. Quant’era scemo il signor De Coubertin, con quel suo insulso “l’importante è partecipare”! Macché, vincere, e costi quel che costi. C’è una sola cosa che conta e vale quanto e magari perfino di più della vittoria: la sconfitta e l’umiliazione dell'avversario. E, aggiungono i Contradaioli delle Contrade più fiere: non c’è nulla di più triste del “non avere nemici in Piazza”. Ma questa è una sentenza contestata: ché in fondo, non aver nemici tra le altre Contrade significa un po’ averle nemiche tutte.
 
Tutti possono comprare, tutti possono essere dei venduti. Come in guerra e in amore, pur di portare il Cencio (5) a casa tutto è lecito. E così, in questa danza circolare della menzogna alla fine tutto e tutti sono tanto corrotti e falsati che la corsa risulta limpida e pulita nella sua bella ferocia. E vince sempre il migliore, cioè chi arriva per primo perché Dio e la Fortuna hanno voluto così.
 
Il Nunc e il Semper. L’attimo fuggente della corsa, quei tre giri di Carriera che passano in un attimo e che sembrano un’eternità, la gioia e la rabbia di un istante dopo, l’urlare, lo spingersi, l’abbracciarsi, lo scazzottarsi. E il lungo ciclo dell’anno che non finisce mai perché ricomincia subito e di continuo, l’Eterno Ritorno dei riti del dopo-Palio ch’è subito la preparazione del prossimo, i battesimi alla fontanella di Contrada, i cenini a tema e le conferenze e i concerti, il ci-vediamo-in-Contrada e le feste per il Santo Patrono Contradaiolo, il custodire geloso i Drappelloni vinti e le monture della Comparsa (6). E l’orgoglio altero di chi ricorda l'anno che si fece Cappotto (7), e la tristezza stizzita di chi non riesce da tanti anni a togliersi la Cuffia della Nonna (8).
 
Cor magis tibi Sena pandit: sempre di più e per sempre, d’estate quando si muore dal caldo afoso ma si è contenti perché a Firenze bollono e d’inverno quando si trema di freddo ma si è felici perché Firenze è più umida e ci si bubbola anche quando ci sono un paio di gradi in più. Io ho solo la nonna senese, per il resto sono fiorentino e me ne vanto, ma prima ancora sono Ghibellino e me ne glorio: e a Montaperti c’ero anch’io, ho detto e ripetuto che dirlo è una scemenza, però lo dico lo stesso e allora gloria eterna a Farinata degli Uberti, a Messer Provenzan Salvani e soprattutto a Bocca degli Abati cavaliere e al suo ferro ben tranciante, e sputi sulla manaccia di Iacopo Nacca de’ Pazzi finita nel fango e calpestata da’ nostri cavalli insieme col maledetto gonfalone del Fiore “per division fatto vermiglio”; e accidenti anche a Dante per quel che ne ha detto nel Trentaduesimo dell'Inferno, e sempre a morte i Guelfi cani…
 
Non è sufficiente una vita per capirlo a fondo, il Palio: eppure l’amarlo per sempre e il comprenderlo appieno, come in una folgorazione, è questione di un attimo. Un barbaglio di sole riflesso da una corazza che per un attimo t’acceca, una bandiera che ti schiaffeggia le gote, l’urlo della folla e il pregar sommesso della vecchietta o del ragazzo che ti stanno accanto per caso, nella calca, e seguono disperatamente dal mezzo della Piazza il balenar di caschi colorati dei fantini, di nerbi di bue agitati in aria, di punte delle orecchie e di spennacchiere dei barberi. Se una sola di queste cose ti tocca una volta il cuore e ti trapassa l'anima tu sei suo per tutta la vita, per sempre.
 
Sei del Palio, e il Palio è tuo.

(1) i cavalli
(2) assegnazione dei cavalli alle Contrade
(3) la partenza della corsa
(4) Contradaiolo del Nicchio
(5) toscanismo per "Palio"
(6) i figuranti che sfilano in Piazza il giorno del Palio
(7) vincere entrambi i Palii di uno stesso anno
(8) la Contrada che non vince da più tempo

Update (25-08-2007) - Causa atavico malfunzionamento del Cannocchio, abr ha proseguito le sue riflessioni qui.




19 agosto 2007

Per la serie "chissenefrega"

Mi associo volentieri all’iniziativa di controinformazione lanciata da Phastidio qualche giorno fa, tesa a denunciare la dilagante fatuità mediatica agostana. Non ho nulla contro la voglia estiva di svago e divertimento, per carità, ma rimango molto perplesso ogniqualvolta l’offerta stagionale di un bene (nel nostro caso l’informazione) si omologa compattamente verso il basso. E quest’estate non si è nemmeno dimostrata delle peggiori: se non altro, Omnibus e Ottoemezzo sono stati trasmessi fino a fine Luglio, e La Storia siamo noi sta andando ancora in onda.
Riguardo al tema brevemente toccato da Mario, mi limito a dire che non sarei così severo nei confronti del Palio di Siena. Sarà forse perché considero le antiche manifestazioni folkloristiche un modo semplice ed efficacissimo di rappresentare i caratteri costitutivi e sociologici dei popoli che le tengono, ma trovo che un variopinto tuffo tra farsetti, fusciacche e gualdrappe, se ben radicato in “tradizioni viventi”, non sia mai l’evento più sciocco di cui rendere conto sui media. Se poi si teme che il certame stracittadino dell’Assunta sia l’ennesimo sintomo di arretratezza culturale di un popolo ancora troppo medievaleggiante per dirsi “avanzato”, basterà ricordare che paesi modernissimi come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna pullulano di fiere in costume, di rievocazioni storiche e di raduni esoterici. Non parliamo poi delle feste tradizionali in luoghi attaccatissimi al loro passato come la Baviera.
Ad ogni modo, volete la notizia che mi ha fatto esclamare il fatidico “chissenefrega”? Eccovela qua: secondo la tesi di un Pico de Paperis statunitense (quando si dice il “colore locale”!), “a scoprire l’America furono [...] navigatori provenienti dal Giappone preistorico”. In effetti, il sospetto che i tratti somatici dei nativi americani rimandino a origini asiatiche era sorto svariate decadi fa a qualunque lettore di Tex o appassionato di film western. Vuoi vedere che, prima di essere invaso dalle acque, lo stretto di Bering formava un ponte tra Siberia e Alaska e, quindi, offriva un corridoio di migrazione? Ciò significa forse che gli uomini che lo attraversarono a piedi circa undicimila anni fa “scoprirono l’America prima di Colombo”? Cosa non si arriva a dire, pur di negare che l’unico “disvelamento” storicamente rilevante del Nuovo Mondo fu portato a compimento da uno schifoso italiano (e papista, ça va sans dire), per giunta messo a libro paga dagli spagnoli!
Magagne del relativismo storiografico, che punta a leggere il passato come una successione di avvenimenti banali, di accidenti governati da un ridicolo materialismo episodico e strutturalista. Purtroppo per i nordici (a molti dei quali è perfino toccato chiamare “America” la loro nuova casa, sempre in omaggio al solito navigatore italico), si dà il caso che a Erik il Rosso non basti veleggiare con il suo drakar e il suo rude elmo cornuto verso Terranova, per rivendicare di aver scoperto alcunché. Le “scoperte”, specialmente quelle scientifiche e geografiche, per potersi dire tali devono ammettere una ragionevole sistematizzazione del dato che acquisiscono. Devono cioè avere grandi conseguenze per tutti o – meglio – devono avvenire con ben altra consapevolezza a posteriori che non quella di una ciurma vichinga dell’alto Medio Evo o di una tribù di pastori erranti nell’Asia di dieci millenni fa.
A margine, rimarrebbe da analizzare il risvolto mediatico del successo riscosso da simili “rivelazioni”, per certi versi analoghe a quelle ammannite da libri (e film) come Il Codice da Vinci. Forse i mezzi d’informazione cavalcano lo gnosticismo da fast food per cui “la realtà non è mai come sembra o come te l’hanno insegnata”.
La Storia diventa pret-a-porter con la benedizione dell’ANSA: gli storici “togati” non trovano proprio nulla da obiettare in merito?




20 gennaio 2007

Tri-dazer

1 – Fuoco

Non occorre possedere un eccezionale esprit de finesse per arguire che, da queste parti, il giudice Clementina Forleo non gode di grande considerazione, né umana né professionale. Questa seconda, decisiva categoria di valutazione ha ricevuto anche le stigmate della Corte di Cassazione, allorché ieri l’altro la sentenza di assoluzione a suo tempo formulata dalla magistrata noglobal nei confronti di alcuni membri di Ansar al Islam (formazione terroristica islamica facente capo al network di al Qaeda) è stata proclamata – per l’appunto – cassata.
Nelle motivazioni del verdetto, tra l’altro, si afferma che:

 

“Costituisce atto terroristico anche quello contro un obbiettivo militare, quando le peculiari e concrete situazioni fattuali facciano apparire certe ed inevitabili le gravi conseguenze in danno della vita e dell’incolumità fisica della popolazione civile, contribuendo a diffondere nella collettività paura e panico. [...]
[Sono quindi considerati atti terroristici non solo quelli] esclusivamente diretti contro la popolazione civile ma anche gli attacchi contro militari impegnati in compiti del tutto estranei alle operazioni belliche e a queste neppure indirettamente riconducibili, quale lo svolgimento di aiuti umanitari”. [fonte] 


Tutto è bene quel che finisce bene, dunque? Ma nemmeno per sogno. Gli stralci di cui sopra, infatti, suscitano un interrogativo per nulla secondario: e se i militari coinvolti negli attentati non fossero affatto stati “impegnati in compiti del tutto estranei alle operazioni belliche e a queste neppure indirettamente riconducibili, quale lo svolgimento di aiuti umanitari”? Sarebbero forse apparse meno “certe ed inevitabili le gravi conseguenze in danno della vita e dell’incolumità fisica della popolazione civile”, provocate dall’attacco a tradimento lanciato da formazioni armate sprovviste di uniformi, mandato democratico e autorità giudiziarie di riferimento? Bisogna pensare qualche momento a dove si possano rinvenire dati giurisprudenziali in grado di far luce sul rovello in questione.
Ecco: magari pescando tra le passate sentenze della Suprema Corte. Ma in quali circostanze può essersi mai verificato uno scenario para-bellico paragonabile a quello creatosi nell’Iraq di oggi, con truppe di occupanti colpite dai sabotaggi e dalle imboscate di cellule armate spontaneamente organizzatesi tra la popolazione civile? Mumble mumble.
Ecco: la lotta partigiana in Italia dal 1943 al 1945. Lungi da me ogni parallelismo fuori luogo, s’intende: americani e nazisti non costituiscono certo la medesima tipologia di “occupanti”, né mi sogno lontanamente di assimilare la lotta partigiana alle poco eroiche gesta dei tagliagole capeggiati dal fu al Zarqawi. Però anche in quel contesto furono condotte operazioni militari informali che causarono “danni collaterali” tra i civili. Ma quali, in particolare? Pensa che ti ripensa...
Ecco: l’attentato di Via Rasella del 23 Marzo 1944. Basta un clic su Google e salta fuori un bilico di risultati. L’ultima sentenza relativa all’episodio di specie risale al 1999, ed è stata emessa proprio della Cassazione. Dopo aver motivato l’accoglimento del ricorso da parte degli attentatori – precedentemente fatti oggetto di una archiviazione in malam partem – con osservazioni di carattere sostanziale e procedurale, la sentenza entra nel merito. E, tra l’altro, dice che:

 

“L'azione fu attuata facendo esplodere, mediante detonatore collegato ad una miccia, 18 kg di tritolo contenuti in un carretto per la spazzatura, in coincidenza del passaggio, usuale e previsto, di una compagnia del battaglione "Bozen". Secondo la ricostruzione del consulente tecnico della parte offesa Zuccheretti, riportata nel provvedimento impugnato (pag. 14), l'esplosione dell'ordigno ebbe a determinare la morte di 42 soldati tedeschi (dei quali 32 morti quasi immediatamente e gli altri nei giorni seguenti), e di almeno due civili italiani, il minore Pietro Zuccheretti e Antonio Chiaretti. [...]
Il fatto oggetto della richiesta di archiviazione proposta dal P.M. e del provvedimento impugnato per la qualità di chi lo commise, per l'obiettivo contro il quale era diretto e per la finalità che lo animava, rientra, in tutta evidenza, nell'ambito di applicazione del D.L.vo Lgt.12.4.1945 n. 194, che dispone: «Sono considerate azioni di guerra, e pertanto non punibili a termini delle leggi comuni, gli atti di sabotaggio, le requisizioni e ogni altra operazione compiuta dai patrioti per la necessità di lotta contro i tedeschi e i fascisti nel periodo dell'occupazione nemica. Questa disposizione si applica tanto ai patrioti inquadrati nelle formazioni militari riconosciute dai comitati di liberazione nazionale, quanto agli altri cittadini che li abbiano aiutati o abbiano, per loro ordine, in qualsiasi modo concorso nelle operazioni per assicurarne la riuscita». [...]
La legittimità dell'operazione considerata, unitaria nell'azione e nello scopo perseguito, deve essere pertanto valutata nel suo complesso, senza che sia possibile scinderne le conseguenze a carico dei militari tedeschi che ne costituivano l'obiettivo da quelle coinvolgenti i civili che ne rimasero vittima, in rapporto alla sua natura di «azione di guerra». Le azioni predette sono purtroppo per loro natura caratterizzate da effetti consimili, come emerge dal «bombardamento» disciplinato dal Titolo II, Capo II Sez. II della legislazione di guerra di cui al R.d. 1415 del 1938, all. A.
[...] Esclusa così la configurabilità del reato di strage contestato, il provvedimento d'archiviazione impugnato, abnorme, può essere riportato a legalità sostituendosi, a quella parte nella quale si dichiara la responsabilità dei denunciati per il reato predetto e si motiva l'archiviazione sulla base dell'amnistia disposta con D.L.vo Lgt. 5.4.1944 n. 96, la motivazione inerente alla non previsione del fatto come reato dalla legge”. [fonte]

 

Laddove naturalmente le sottolineature sono mie. A questo punto, per non contraddire se stessa, la Cassazione – nel caso in cui fosse chiamata a esprimersi sulla legittimità di un attentato dinamitardo contro soldati americani nel pieno svolgimento di “operazioni belliche” – dovrebbe pronunciarsi pro reo. Col non proprio spettacolare risultato di equiparare giuridicamente, sebbene solo in parte, la posizione delle truppe USA oggi di stanza in Iraq alle SS della buonanima Kesselring.
Cristallino, nevvero?

 

2 – Fulmine

Giuseppe Regalzi trae spunto da un’intervista rilasciata da Ugo De Carlo al quotidiano L’Avvenire per ribadirsi favorevole all’introduzione del testamento biologico. Il brano chiamato in causa:

 

“quando una persona passa improvvisamente da una situazione di relativo benessere a uno stato in cui debbono essergli praticati trattamenti sanitari mentre si trova in una situazione di incapacità, emerge un altro problema. In questi casi, infatti, il consenso di cui si terrebbe conto è quello espresso in circostanze completamente differenti. Ritengo infatti che la non attualità del consenso, o meglio, del dissenso preventivo, sia senz’altro l’aspetto più inquietante di questo strumento.

Per quali motivi?

Al di là dei possibili miglioramenti diagnostici e terapeutici che possono intervenire nel medio termine, mi chiedo chi potrebbe garantire che le scelte fatte quando si gode di un’apprezzabile salute sarebbero confermate nel momento in cui si vivesse una certa situazione di malattia. Per limitare tale aspetto, che costituisce la più grande controindicazione al testamento biologico, è necessario affermare che il medico non può essere vincolato in modo assoluto alle dichiarazioni anticipate del paziente”.

 

Le controargomentazioni di Regalzi:

 

“Al di là degli argomenti traballanti (anche un testamento non biologico viene «espresso in circostanze completamente differenti» da quelle in cui viene attuato, ma ciò non impedisce certo che sia valido; e in ogni caso quale approssimazione migliore della volontà di un paziente incapacitato può esistere, prima facie, se non quella da lui stesso espressa in passato?), emerge anche stavolta – come in tutti i pronunciamenti di questo genere e da questo pulpito – un disprezzo malcelato, profondo, livido, per l’autonomia delle persone, ritenute incapaci persino di immaginarsi in una condizione diversa da quella solita, eterni minorenni bisognosi di libri che pensano per loro, di direttori spirituali che si occupano della loro coscienza, e di medici che decidono ciò che conviene loro”.

 

Adesso immaginate di dover discutere con un ingegnere strutturista, in via del tutto preliminare, le specifiche costruttive di un telaio in c. a. situato in zona sismica 1, quella più gravosa ai sensi dell’Ordinanza 3274. Senza enfasi, siete i committenti di un progetto che coinvolge questioni letteralmente di vita o di morte (le quali, come saprete, possono presentarsi anche all’infuori dall’ambito medico).
In fase di progettazione di massima, occorre ponderare precise alternative tecniche. È possibile calcolare l’ossatura portante in modo da conferirle caratteristiche meccaniche e geometriche di forte duttilità o, invece, di elevata rigidezza alla traslazione. Si tratta di scelte che hanno profonde e differenti ricadute sia sul tipo di comportamento del complesso edilizio eccitato da un terremoto che sul livello di qualifica professionale da richiedere all’impresa costruttrice, quindi sui costi di realizzazione dell’immobile. Immagino lo sappiate tutti, del resto.
Il committente deve scegliere tra una struttura duttile (travi ricalate con rottura bilanciata, nodi ad armatura continua, confinamento del calcestruzzo e tante altre amenità di dominio corrente), che richiederà grande perizia – cioè disponibilità di tempo e denaro – nella realizzazione degli elementi orizzontali, e una struttura rigida (travi in spessore, nodi con armatura risvoltata e rottura delle travi anche nel campo 2a del diagramma di Prandtl), che, all’opposto, obbligherà a gettare pilastri molto ingombranti, sovente di difficile implementazione nell’insieme di vincoli architettonici stabiliti in fase meta-progettuale. Inezie, si dirà. Però bisogna almeno fornire un’indicazione preliminare al progettista.
Ora, per disgraziata combinazione, al committente occorre un colpo d’apoplessia proprio all’uscita dallo studio di progettazione. C’è da sperare che, tramite apposito documento olografo, egli abbia potuto/saputo/voluto anticipare le direttive necessarie alla prosecuzione dell’accantieramento (lo scavo di sbancamento, come spesso avviene in casi del genere, è stato eseguito preventivamente; e tutti gli adempimenti amministrativi sono stati completati). Dopotutto, si tratta di consegne alla portata di chiunque. Mica siete dei fanciulli; saprete pur discernere queste elementari faccende in anticipo e con assoluta cognizione di causa, o no?

 

3 – Acqua

Paolo della Sala linka una sinossi storica sul sionismo e la nascita di Israele, quale pezza d’appoggio per sostenere le sincere intenzioni liberatrici di Vladimir Jabotinskij nei confronti degli arabi sottomessi all’Impero Ottomano (correva l’anno 191) e la prevalenza demografica degli ebrei in Terra Santa già nel 1947.
Sennonché i 2Twins controbattono in rapida successione che:

 

“È pretestuoso affermare che la Jabotinskij abbia «liberato» gli arabi. La sua partecipazione alla prima guerra mondiale in Medio Oriente, converrai con me, non aveva proprio nulla a che fare con la volontà di liberare alcun popolo. Allora si combatteva per «power politics» (politica di potenza), per sconfiggere il nemico. Capitò che l'impero ottomano scelse la parte sbagliata. Che questo abbia portato alla liberazione degli arabi è poi un'altra faccenda. Ma non dipingiamo Jabotinskij come un partigiano degli arabi.
[...] nel sito che riporti non è riportata la data del censimento, ma poiché si parla di «popolazione in Israele», ovviamente non può trattarsi di dati relativi al 1947 – come tu scrivi – se non altro perché allora Israele non esisteva ancora. Probabilmente si riferisce al 1948.
Stessa cosa? Non proprio. Nel 1947, secondo l'Agenzia Ebraica, c'erano 500.000 ebrei in Palestina. Ciò significa che la differenza – ed è assolutamente credibile, dati i tassi di immigrazione di allora – con le cifre del sito che riporti è data da nuovi immigrati”.

 

E che:

 

“Jabotisnkij era un convinto sionista con il particolare difetto di concepire gli arabi come intimamente avversi tanto da suggerire di costruire «un muro di ferro, fino a quando non si saranno stufati di combatterci». Insomma: non solo non ha combattuto per l'indipendenza degli arabi, ma neppure la voleva.
[...] gli Americani non hanno acquisito alcun diritto sull'Italia per via della liberazione. Senza contare poi che, COMUNQUE, il contributo della legione ebraica e' stato certamente minoritario (non ho numeri, ma dubito si potesse trattare di più di qualche migliaia di individui).
Infine, solleva anche diversi dubbi «l'oppressione ottomana». In realtà il dominio Ottomano era praticamente inesistente in Terra Santa. Prova ne è il fatto che Francesi e Inglesi maneggiavano comodamente la zona, già dal 1981”.

 

Risponde infine Paolo:

 

“quella su Jabotinskij è una iperbole, ma certamente la sua «guerra» contro i turchi portò a qualcosa di tangibile, non solo alla dichiarazione Balfour, ma anche a un nuovo assetto del M.O.
Indubbiamente non fu l'altra faccia dell'intervento italiano in Libia; non fu, cioè, una battaglia per la liberazione di tutti i popoli dall'oppressione. Fu piuttosto una prima mossa verso l'indipendenza (di Israele, prima di tutto, ma per effetto domino, di tutti).
[...] Gerusalemme (il suo centro, almeno) era a maggioranza ebrea già nell'800. Idem altre città sulla costa. Basta leggersi il «Viaggio da Parigi a Gerusalemme e ritorno» di Chateubriand. Il punto, nel contesto retorico di un blog, non è di puntualizzare i dati storici uno alla volta e scollegati (il che diventa un limite nella comunicazione web), ma di fare sintesi e interconnetterli per formarne un messaggio.
Quindi il post vuole segnalare che – contrariamente a quanto l'opinione pubblica crede – la presenza di popolazione ebrea nell'attuale Israele è sempre stata viva e reale. Israele non è pertanto solo uno stato artificiale, creato all'indomani della Shoah, ma anche parte di un lungo movimento di liberazione nazionale”.

 

Dibattito senz’altro molto affascinante, questo, ma viziato all’origine da un errore di prospettiva “giuridicistica” che mette gli interlocutori nelle condizioni di non venirne mai a capo. Posto che l’autodeterminazione nazionale non basta, da sola, a garantire il rispetto dei diritti umani o di standard minimi di libertà individuali, va ricordato altresì che una predominanza etnica non giustifica di per sé la fondazione di uno stato nazionale sottoposto ad essa.
Se domani si scoprisse che esistono alcune enclave albanesi in Puglia (anzi, ora che ci penso quest’ultima non è una supposizione, ma un dato di fatto), ciò non consentirebbe assolutamente all’Albania di avanzare pretese espansionistiche su tali ipotetiche circoscrizioni. Né fu la presenza di coloni yankee in Texas, tra il 1836 e il 1845, a sancirne automaticamente l’annessione agli Stati Uniti a spese del Messico.
Le dispute territoriali si risolvono in favore di chi siede al tavolo delle trattative da vincitore dopo “regolare” conflitto bellico. È questo il caso degli israeliani, che hanno vinto più volte sul campo il loro diritto ad abitare negli ex-latifondi ottomani di Palestina, e dei texani di Sam Houston, che sconfissero Santana e si conquistarono la terra in cui abitano tuttora.
Se non si spezza questo nodo gordiano iniziale, hanno ragione tutti e nessuno, nello stabilire torti e ragioni in Medio Oriente.




7 maggio 2006

1915-1919 diario di guerra

di Paolo Caccia Dominioni
Mursia Editore, 350 pp. Circa, € 10

Come da sottotitolo, 1915-1919 è un vero e proprio diario di guerra redatto tra il 18 aprile 1915 (quando Paolo Caccia Dominioni era poco più che diciannovenne) e il 25 aprile 1919, in cui viene descritto un po’ di tutto: dagli agitati giorni della dichiarazione di guerra dell'Italia (conditi da un po’ di retorica interventista e di indolenza universitaria) ai mesi trascorsi all'Accademia nella ingenua impazienza di raggiungere il fronte, fino a scontrarsi con la durissima realtà della guerra e la vita della trincea (ma anche i periodi di licenza, i trasferimenti, le settimane di convalescenza in ospedale e quant'altro). Un resoconto dove vengono raccolti anche gli stralci delle lettere del fratello e degli amici impegnati, anche loro, al fronte (saranno pochi a vedere la fine della guerra: "ad excelsa tendo") e un sacco di aneddoti che riescono a trovare umanità e ironia anche nei momenti più drammatici e atroci della guerra.
A completare il tutto una quindicina di disegni e una manciata di mappe esplicative (disegnate dallo stesso PCD) delle principali zone di guerra dove è stato impegnato (ad Ajba, nel maggio del 1917, per il forzamento del fiume Isonzo con il Genio Pontieri e sul Carso, tra agosto e ottobre dello stesso anno, a comando di una sezione lanciafiamme).
Considerazioni generali sul conflitto, sia politiche che militari, sono rare, accennate in qualche discussione tra commilitoni o legate più o meno direttamente agli eventi militari che coinvolgono il "diarista" (come i vari commenti sulla inumana vita di trincea, causata anche dall'ottusa negligenza delle alte sfere, oppure un accenno al "pestilenziale libretto intitolato Attacco frontale e ammaestramento tattico").
Prossimamente potrei aggiornare il post con un paio di passi del diario, così da stuzzicare alla (meritata) lettura: intanto, per restare in scia, mi ordino Alamein.

posted by Bort

UPDATE - Come promesso, ecco un piccolo stralcio di 1915-1919:

Diario . . . . . . . . . Mainizza, 4 novembre 1916

Mi ha telefonato da Villa Fausta il tenente Rossi, del 3° artiglieria di campagna, invitandomi a cena e promettendomi uno spettacolo da rabbrividire.
Dopo cena abbiamo raggiunto il Peuma. Sono passati tre mesi dalla battaglia; ed era terribile, così silenzioso e macabro nella notte lunare, intatto nella sua ciclopica devastazione. Un ricovero sfondato da un grosso calibro si apriva tra i reticolati divelti; si vedevano le travi stroncate, i sacchi a terra semivuoti e squarciati, le lamiere di zinco crivellate dal tiro. Sull'ingresso inferiore del ricovero, tra i proiettili, ossa, armi e stracci, stava coricato un fiasco vuoto, illeso tra tanta rovina.
Tuttavia quel fiasco aveva una sua fiera e panciuta dignità; unico simbolo di gioia nello squallore della morte.
A quindici anni, quando pensavamo alla guerra, immaginavamo subito un gran luccicare di baionette tra i campi di grano o sotto le selve fosche. Così fantasticavano i nostri cervelli, con la scorta di libri di scuola e dei racconti uditi dai vecchi. Ma quando abbiamo constatato che le cose procedevano diversamente siamo rimasti assai male.
Non credo che il campo di grano sia una caratteristica saliente della nostra guerra: non ne ho mai visti, né in Carso né sull'Isonzo. In cima alle Alpi, poi, ce ne devono essere meno ancora. Esclusi i campi di grano.
Quanto alle selve fosche, ce n'erano effettivamente alcune. Ma è bastato un quarto d'ora di guerra perchè divenissero meno fosche: e dopo qualche giorno avevano pure cessato di essere selve. Nudo terreno maledetto, mozziconi di tronchi scheggiati e riarsi. Escluse le selve fosche.
Rimane il luccicare delle baionette. Escluso, escluso. Prima di tutto la baionetta è diventata un ingrediente secondario, spesso ingombrante (per tagliare la pagnotta basta un temperino, per pugnare va meglio la bomba Sipe); e poi non luccica mai, perché il fango della trincea l'ha coperta di ruggine. Se luccica significa che si è a riposo nel villaggio friulano, dove non c'è la guerra.
La vera essenza della guerra è il fiasco.
Vi leggiamo sopra, molto spesso: "Chianti Ruffino"; ma non bisogna poi prendere tutto alla lettera, diavolo. Qualche volta non è neppure vino, e allora i raffinati si mettono a sacramentare. Ciò è poco saggio. Noi abbiamo sostituito il bianco letto con la roccia del Carso o il fango dell'Isonzo: andiamo a casa due settimane all'anno: siamo stati piantati dalla morosa (caspita, non tutti possono essere irresistibili aviatori col pollastro d'oro sul braccio): vediamo morire ogni giorno tanti bravi figlioli: e dopo tutto ciò dovremmo ancora sofisticare sulla trascurabile contraffazione dei fiaschi di Chianti?
Comunque il fiasco dà la serenità al buon vecchiotto che comanda tremila uomini e domani li deve portare a farsi fracassare contro il reticolato austriaco che sembra aperto a chi lo guarda dall'osservatorio: ma se si tratta di passarlo con le ondate d'assalto è un altro paio di maniche. Il fiasco infonde ardore al goliardo nervoso che comanda il plotone e deve uscire in pattuglia con una ventina di giannizzeri e non gli permettono neppure di aspettare il buio.
Il fiasco dà la rassegnazione al poveraccio che non comanda un cavolo, che è appena uscito dalla settima azione e già vede delinearsi l'ottava.
E quel tale che domani doveva andare in licenza, e s'era già fatto tagliare i capelli, ed è arrivato il fonogramma dal comando "licenze sospese fino a nuovo ordine stop dare assicurazione stop", e infatti da stamane proiettili e proiettili si vanno accatastando presso i cannoni, e sta già arrivando il cognac per la fanteria che sta in linea, viatico inconfondibile del prossimo assalto; come farà, qual tale, senza il suo bravo fiasco (se è fante, zappatore o bombardiere), a scacciare l'incubo di quella tal pallottola che arriva prima del "nuovo ordine"?
Malinconia delle ore eterne, attese sfibranti di questa guerra. "Ehi, psst, porta su da bere", dice il capitano sdraiato nel fango senza aprire gli occhi. E si immagina che subito, uscito dagli spazi irreali, magico e sorridente, gli appaia il fante con il fiasco di vino.




31 marzo 2006

EutanaJimìa

Le controversie in materia di bioetica, che in futuro influenzeranno la formazione del consenso politico ben oltre la somma algebrica di voci “classiche” come economia, ordine pubblico, esteri o difesa, vanno affrontate tenendo ben presente che l’avanzamento della sensibilità collettiva, su questi temi, può non procedere affatto “in linea retta” come ai progressisti piace pensare, però galoppa su una curva evolutiva unidirezionale. Come ha scritto Filippo Facci al Foglio di sabato scorso, “forse ci ritroveremo tutti quanti a cena, una sera, e ci chiederemo ancora una volta se le questioni bioetiche non siano in realtà che dei meri disaccordi sulle scadenze, se l’unica variabile che ci separa da un certo futuro non sia che il presto o il tardi, se questo futuro non sia ineluttabile e se non saranno ovunque, presto o tardi, i pacs, i matrimoni omosessuali, le adozioni da parte di chicchessia, il progetto genetico dei figli come ordinare gli optional di un’automobile, e ogni religione secolarizzata, ammaestrata”. Sappiano dunque i “conservativi” come il sottoscritto che la loro prudenza, il loro mordere il freno alla continua ricerca di soluzioni etico-giuridiche in grado di favorire la reversibilità, sono solo di temporaneo intralcio alle sorti già scritte nel genoma della modernità, come una mano tesa verso l’arrancante rincorsa della morale mentre l’altra tiene la tecnoscienza afferrata per la collottola.
Il fronte caldo, in questi giorni, è situato sulla “linea Groningen”, dal nome del documento-guida recepito dai protocolli di eutanasia infantile attualmente in fase di sperimentazione nei Paesi Bassi. Vi è quindi da rimproverare la prima di una lunga serie di imprecisioni al sempre ficcante JimMomo: le dibattute procedure di eutanasia pediatrica non appartengono affatto ad una legge di cui gli olandesi si sarebbero “democraticamente dotati”, come sostenuto in un post di qualche giorno fa. Esse costituiranno la base empirica per l’approvazione definitiva di un testo di legge vero e proprio che, per quanto scontatissima, ancora non ha avuto luogo ufficialmente. Ma da dove nascono le polemiche?
Pietra dello scandalo è stata la dichiarazione rilasciata una quindicina di giorni fa dal ministro Giovanardi, con cui l’esponente udiccino rivolgeva al disciplinare olandese sull’eutanasia precoce l’epiteto di nazista. Apriti cielo. Il dogma politically correct che impone il divieto di paragonare l’Olocausto (epifenomeno del nazismo) a qualunque altra calamità storica – atteggiamento peraltro paradossalmente all’origine del grossolano comparativismo che induce taluni a chiamare “lager” i CPT o la prigione di Guantanamo, caro Jim – detta le controargomentazioni dei commentatori favorevoli alle procedure olandesi.
E poi, anche volendo difendere l’ammissibilità del confronto, i punti di distinzione non mancherebbero – dicono gli interlocutori disponibili all’analisi comparata dei due contesti, olandese oggi e tedesco ieri. Una prima sostanziale differenza col nazismo, scrive JimMomo, è che nella Germania hitleriana si terminavano “vite umane anche per imperfezioni minori e se appartenenti a razze ritenute inferiori, nella convinzione che ciò potesse migliorare la razza ariana. Per eseguire i loro scopi i nazisti mentivano ai genitori, promettendo cure miracolose, quando non li obbligavano. Il programma, questa è la seconda sostanziale differenza, era imposto dallo Stato”. Ma è falso: come ricorda Wesley J. Smith in un articolo pubblicato da Weekly Standard e ripreso dal Foglio di mercoledì, “è importante notare che durante gli anni in cui l’eutanasia è stata applicata in Germania, come parte del programma di governo ufficialmente approvato o per altre vie, il governo non obbligava i dottori a uccidere”. E ancora, riprendendo stavolta il pezzo che Carlo Cardia, sempre sul Foglio, ha dedicato all’argomento appena ieri, “forse non tutti sanno che il programma dell’eutanasia del nazismo non derivò da una legge. Hitler non se la sentiva di emanare e pubblicare una legge che tutti avrebbero letto, in Germania e nel mondo”. Va sottolineato che, secondo le teorie naziste, la correlazione tra le coordinate medico-biologiche indispensabili al rilievo di un quadro clinico esauriente rinvia ad un asettico collante utilitaristico, per lo più proveniente dall’eugenetica teorizzata – e praticata – in ambienti liberali angloamericani (Francis Galton, inventore della disciplina, era appunto inglese). Il nazismo si peritò di stabilire improbabili – e indimostrabili – nessi causali tra il ceppo razziale di appartenenza, lo scarso livello “sanitario” in senso lato, dunque la congenita inefficienza ai fini di un eventuale contributo alle grandi sfide collettive cui la Germania nazista si pretendeva chiamata. Alla luce di queste rapide considerazioni, al nazismo si può a buon diritto contestare il feroce pervertimento del concetto di predestinazione, tipicamente protestante e nordeuropeo, senza nulla concedere alla mistificazione che ne vorrebbe gabellare per “inspiegabile” la palingenesi.
Il protocollo Groningen tripartisce la casistica di applicazione tra infanti “senza possibilità di sopravvivenza”, con una “prognosi infausta e dipendenti da cure intensive” e “infanti con una prognosi disperata”, compresi quelli che “non dipendono da cure mediche intensive, ma per i quali è prevedibile una scarsissima qualità di vita”. Per seicento delle circa mille morti neonatali registrate ogni anno in Olanda, il decesso è dovuto ad un intervento medico. Mille diviso duecentomila (il totale delle nascite annuali olandesi) significa il cinque per mille: siamo quindi attestati sulle “fisiologiche” percentuali di mortalità infantile per un Paese occidentale. Di quelle seicento morti indotte, come chiarisce JimMomo, “in 580 casi [...] si tratta di rifiuto dell'accanimento terapeutico”, mentre “solo in 20 casi sui 600 si è praticata l'eutanasia attiva. Questi neonati non sono dipendenti dalle macchine, ma hanno prognosi altrettanto disperata, sono senza possibilità di miglioramento e vivono sofferenze insopportabili”. Va altresì aggiunto che “in Olanda, a prendere la drammatica decisione dell'eutanasia sono i genitori del neonato, con il parere unanime di tre medici della struttura e uno esterno, e l'avallo del magistrato. Tutto sotto un rigido protocollo”. Tiriamo un sospiro di sollievo: sono queste le vere ragioni – non quelle, invero piuttosto debolucce, indicate in prima battuta da Jim – per ritenere che le pratiche eseguite in Olanda non siano da equiparare tout-court ad ipotetici corrispettivi nazistoidi. In Germania la classe medica, grazie ad una normativa (come ricordato) aleatoria e sottotraccia, era libera di esercitare una sorta di mobbing sulle famiglie dei disabili senza preoccuparsi di rientrare nel territorio della legalità.
Cionondimeno, pur con tutte le differenze del caso, l’impalcatura normativa olandese è stata in parte costruita utilizzando materiale pseudoscientifico di risulta, allarmante lascito dell’eugenetica già pianificata dai liberali (negli USA anni ’20, e oltre), dai nazisti e dai progressisti socialdemocratici (nella Svezia anni ’50-’60). Mi riferisco naturalmente al terzo raggruppamento protocollare, delineato attraverso la definizione di una non-grandezza, peraltro assolutamente incommensurabile per conto terzi, come la “qualità della vita”. In base a quali criteri che non siano altamente “eteronomi” rispetto all’opinione del malato è possibile quantificare la dignità e la qualità della vita? Carlo Giovanardi, per non incappare in infortuni diplomatici e dialettici macroscopici – laddove si deve tener presente che l’attributo “nazista” era riferito ad una singola legge, non ad un popolo intero –, avrebbe dovuto casomai ricorrere ad argomenti più fini, contestando la lontana – ma fattiva – parentela tra le consuetudini naziste e le attuali, è vero.
Ma anche senza voler giudicare troppo severamente i criteri di delimitazione adottati per i primi due gruppi di bambini eventualmente “candidati” all’eutanasia, non si può non riflettere sul vero motivo per cui la tecnologia è arrivata a dotarsi di strumenti all’avanguardia, quali i sofisticati macchinari per lungodegenza che rendono possibile il profilarsi di molti casi eticamente estremi. E cioè che proprio l’ “accanimento terapeutico” è il motore del progresso medico: se l’evoluzione del rapporto medico-paziente avesse trovato sbocco solo nell’arrendevole paradigma stoicizzante secondo cui, per “prendersi cura” del sofferente, conviene più alleviargli inutili pene psicofisiche che allearsi con lui per sconfiggere il male, moriremmo ancora di vaiolo o di difterite. Senza contare che, ad esempio, le terapie contro il cancro puntano a “cronicizzare” un quadro patologico, piuttosto che a sanarlo completamente: stando alla logica “compassionevole” adoperata da taluni, in simili condizioni sarebbe meglio gettare la spugna e lasciarsi morire col beneplacito del medico curante. JimMomo afferma poi che “ il dono della coscienza, dell'etica e della responsabilità appart[iene] all'individuo e non allo stato”. In linea di massima è il punto di vista corretto, ma ricordiamoci sempre che la completa autodeterminazione presuppone la completa autosufficienza. Le circostanze in cui trova compimento l’eutanasia vedono necessariamente la presenza di un soggetto che, impossibilitato a darsi la morte da sé, chiede una sospesiva del “non uccidere” tramite un’istanza soggettiva presentata in sede pubblica. L’esistenza di una legge ad hoc, o di una sperimentazione monitorata come quella olandese, non può che comprimere di fatto la sfera delle libertà individuali: è la pubblica amministrazione ad elaborare i criteri in base ai quali si può chiedere e ottenere la morte pietosa, laddove il vero discrimine è rappresentato da un giudizio sulla qualità della vita operato dalle strutture dello stato, non dalla coscienza individuale. Solo il vuoto normativo, per assurdo, garantirebbe all’autocoscienza di spaziare in totale anomia, ma col cortocircuito di disfarsi proprio della legalità democraticamente codificata. Non aggrappiamoci ad arringhe libertarie ad effetto, quindi, nell’illusione di poter spazzare a buon mercato il campo “etico” dalle ubbie dei conservatori: la disciplina dei temi eticamente sensibili, in democrazia, si contraddistingue per attributi di metodo (la costante perfezionabilità), non di merito (ricette lassiste e/o sbrigative, spesso adamantine solo all’apparenza).
E infine: possibile che ogni frangente ermeneutico del liberalismo interno a Tocqueville debba sempre sfociare in un tripudio di anatemi retorici contrapposti – dove ogni riferimento alla strumentale accusa di involuzionismo è fortemente voluto?

Oltre che nel post già linkato, JimMomo ha ribadito le sue posizioni qui. Sullo stesso argomento hanno scritto Robinik (qui, qui e qui), Harry e Watergate.




8 marzo 2006

Cento domande sull'islam

di Samir Khalil Samir
Marietti 1820, 223 pp, € 13,00
a cura di Giorgio Paolucci e Camille Eid

In un recente discorso pubblico, il Presidente della Repubblica Ciampi ha formulato abbastanza chiaramente la sua ricetta per favorire il pacifico incontro tra culture e religioni differenti. Imparando a conoscere l’altro da sé con sincero spirito negoziale sia a livello intersoggettivo che interculturale, e senza lasciarsi spaventare dall’ingente sacrificio in termini di tempo materiale e di dedizione all’interscambio che un simile sforzo richiede, le paure e le incomprensioni reciproche svaniscono automaticamente. Dialogando ad pacem pervenimus, tanto per sintetizzare il concetto parafrasando un noto adagio cartesiano. Il fondamento di questa filosofia, evidentemente ispirata ad un larvato scetticismo postmoderno, risiede nella convinzione che qualunque preghiera scaturisca dalla fede riconduca in ultima analisi ad un “interlocutore trascendente” comune, nei suoi tratti costitutivi essenziali, a tutte le credenze religiose.
Il magistero di teologia comparata accumulato dall’insigne islamologo egiziano Samir Khalil Samir, agilmente condensato in questa maxi-intervista raccolta e curata dai due giornalisti di Avvenire Giorgio Paolucci e Camille Eid, rovescia una vera e propria doccia scozzese sui seguaci del comodo irenismo espresso dal capo dello stato. Per dissodare il terreno di coltura su cui far germogliare i frutti di una convivenza salubre e duratura, com’è nelle dichiarate intenzioni di questo contributo divulgativo, la documentazione storica si incarica di consegnare al lettore gli strumenti con i quali arare il suo “campo visivo” più agevolmente che a mani nude.
“Da cosa nasce la xenofobia?”
, si chiede l’autore a latere dell’ampia riflessione sociologica che affianca le altre due direttrici – storica e teologica – battute parallelamente nel libro. La risposta permane uguale a se stessa sin dalla notte dei tempi: “Dalla paura che il ‘diverso’ metta a rischio una convivenza già di per sé fragile perché non fondata su valori e certezze, quindi dall’esistenza di un ‘vuoto’ (anche se spesso negato) piuttosto che dall’ostentazione di un ‘pieno’ che in realtà nasconde fragilità e insicurezza”. E ancora: “[...] solo se è garantito un ‘nucleo duro’ iniziale, un sottofondo di riferimento a livello antropologico, [...] si può evitare che la convivenza civile ‘impazzisca’, magari dopo essersi illusa di poter evolvere secondo i canoni dell’ugualitarismo indifferenziato e del relativismo senz’anima propugnato dai fautori della società multiculturale”.
Un esempio di modello funzionante, alla luce delle indicazioni succitate, è quello americano. Esso fonda la sua estrema inclusività su una manciata di architravi giuridiche che il deismo illuminato dei Padri Fondatori – erede di una tradizione religiosa e filosofica, tipicamente giudaico-cristiana, impegnata già da secoli a svelare in progress i dettami del “diritto naturale” – poteva permettersi il lusso di definire “autoevidenti”. Il segreto di una valida “formula dialettica” consiste quindi nel rifiuto degli infigimenti tesi a voler mascherare le differenze e a interpretare i “punti comuni” come condizioni iniziali del confronto, anziché – più correttamente – come eventuali risultati tangibili di un cammino giocoforza irto di asperità. Non esistono facili scappatoie a portata di mano, “il dialogo non consiste nel dire ciò che piace all’interlocutore che si ha di fronte, questo appartiene piuttosto alla diplomazia. Il dialogo autentico richiede amore per la verità a qualsiasi costo e rispetto dell’altro nella sua integralità, non è minimalista ma esigente”.
L’autentica “cifra educativa” di questo libro, pertanto, fa perno sulla mobilitazione delle profonde divergenze che segnano il confine tra islam e cristianesimo, tra islam e Occidente. Da dove partire, allora, per marcare le origini del contenzioso in merito alla nozione di “diritto universale autoevidente”? Innanzitutto da considerazioni di carattere teologico: “Per i musulmani il Corano si può paragonare a Cristo: Cristo è il verbo di Dio incarnato, il Corano – mi si perdoni il gioco di parole – è il verbo ‘incartato’, fissato sulla carta. Questo parallelo dovrebbe permettere ai musulmani di considerare il Corano come divino e umano nello stesso tempo, come fanno i cristiani riconoscendo le due nature di Gesù, ma di fatto lo considerano soltanto come divino”. La parola di Allah si presenta già dettata al Profeta e increata come fatta-e-finita. La Bibbia raccoglie testi formalizzati con uno spirito completamente diverso, poiché, in quanto redatti interpretando la volontà di Dio, essi si prestano alla continua esegesi di un Mistero che solo la trascendenza (il passaggio nell’aldilà) può svelare del tutto. Trascendenza e immanenza, nella mentalità occidentale, si mantengono “ortogonali” proprio in virtù di questa concezione del rapporto tra finito e infinito – peraltro palesemente antesignana del metodo scientifico. L’islam, al contrario, racchiude la “vera” realtà immanente nel cono di luce vivificante irradiato dalla sottomissione alla legge coranica (la shari’a), al di fuori della quale sussiste solo una meontologia, un coacervo di entità che nemmeno esistono nel vero senso della parola. Le stesse tensioni con gli ebrei, nonostante il circuito dei media abbia gioco a presentarle in chiave prettamente anti-israeliana, rimandano ad un episodio dai forti contorni metastorici. Mi riferisco alla mancata sottomissione dei giudei di Medina a Maometto, culminata nel giro di pochi anni nella “battaglia di Khaybar, un’oasi non lontana da Medina, dove gli ebrei che vi si erano rifugiati vengono sconfitti al termine di un lungo assedio durato quarantacinque giorni. La vittoria di Khaybar è entrata nella mitologia musulmana come testimonianza della superiorità sugli ebrei, tant’è vero che viene ancora oggi evocata negli slogan dei militanti islamici e dei giovani dell’Intifada palestinese”. Le coordinate di lettura da utilizzare per capire il sentire islamico, dunque, vanno sistematicamente cercate al cuore della religiosità totalizzante predicata da Maometto.
Come devono comportarsi allora la politica e il consesso civile, di fronte alla necessità di integrare al meglio gli aderenti ad un credo tanto “battagliero” da non annoverare nemmeno, tra i novantanove nomi di Dio che la tradizione islamica ha desunto dal Corano, quello di “Padre”? Per Samir “la coabitazione all’interno di società dove vigono principi fondamentali come il rispetto dei diritti della persona, la parità tra uomo e donna, la democrazia e il pluralismo, la libertà religiosa, la separazione tra religione e Stato, nel lungo periodo” influirà “positivamente sulle comunità musulmane”. Ma solo a condizione che le autorità di governo adoperino estremo rigore nel ribadire i principi di cui sopra; che, da parte dei musulmani, cresca il desiderio di “sentirsi a pieno titolo cittadini delle società in cui hanno messo radici”; che l’inserimento scolastico svolga un ruolo preponderante nelle dinamiche dell’integrazione.
Riempire i vuoti lasciati aperti dall’inevitabile vaghezza di merito di queste prospettive, naturalmente, è compito del legislatore. Ma il pensiero di padre Samir, gesuita che non esita a definirsi “di religione cristiana, ma culturalmente musulmano”, preferisce correre al suo Egitto e al Libano, da secoli laboratori di feconda collaborazione tra islamici e cristiani. “[...] noi cristiani arabi possiamo aiutare i cristiani occidentali sia a capire l’islam in tutte le sue dimensioni, sia a convivere con esso[...]. Siamo come un ponte che unisce due sponde [...]. Non siamo uguali agli occidentali perché siamo arabi, né ai musulmani in quanto siamo cristiani [...]. Ed è questa la nostra autentica vocazione storica, simile [...] alla posizione di Gesù sulla croce, che unisce verticalmente la terra e il cielo, l’umanità alla divinità, e orizzontalmente l’Oriente e l’Occidente, i vicini e i lontani”.
In appendice, il volume contiene un breve compendio di storia dell'islam, due mappe con la presenza islamica in Europa e in Italia rispettivamente, nonché un glossario con molti vocaboli della terminologia giuridico-religiosa maggiormente in uso presso la dottrina musulmana applicata. Per cominciare a conoscere l’argomento (in quanto una preparazione “dotta” richiederebbe ben altro grado di approfondimento individuale), siamo su livelli di assoluta eccellenza.




6 febbraio 2006

Tutti i figli della Bomba

Se volete liberarvi dalle molte imprecisioni storiografiche e dai moltissimi luoghi comuni che circondano il Progetto Manhattan, ovverosia il gruppo di lavoro che tenne a battesimo l’arma nucleare, potete consultare il dossier in tre puntate (quiqui e qui) completato proprio quest'oggi da Alessandro Moroni.
Per quanto attiene la fabbricazione e l’impiego degli strumenti di offesa, il posto di vista di Alessandro non è propriamente al di sopra della parti: il suo contributo si inquadra infatti all’interno delle attività svolte dal Sermig torinese, un’associazione missionaria cattolica fondata quarant’anni orsono da Ernesto Olivero. Per cui la filosofia che anima questo resoconto - a partire dal cappello introduttivo sulle armi che "uccidono quattro volte" - tradisce volutamente il suo segno antimilitarista (sia pure in un'accezione inedita, per chi è avvezzo al pacifismo militante di matrice rossastra).
Ma, come accade quasi sempre, è proprio la schietta dichiarazione della propria "parrocchia" di appartenenza, unita all’estrema competenza in materia (Alessandro è fisico nucleare) a far guadagnare all’estensore una notevole dose di obiettiva franchezza. Garantisce un weapon libertarian come il sottoscritto!




6 febbraio 2006

I fuochi dei kelt

di Giovanni D'Alessandro
Mondadori, 276 pp, €17,50

L’antico nome dell’odierna città di Bourges, situata nella Francia centrale, scorre immerso nelle acque del suo fiume, l’Auron. Au-ron, Au-aricum, Aw-reik. Il plurimillenario accumulo di vocaboli cresciuto assieme agli insediamenti urbani europei, dove al permanere dei luoghi si è sovrapposto il ricambio dei linguaggi e delle civiltà, ha invece seppellito sotto il nome di Bourges le radici storiche dei popoli nativi che per primi ne abitarono le terre. Bour-ges, Bitur-iges, Bitw-ureik. Fu Giulio Cesare, conquistando definitivamente la Gallia Transalpina nel 52 a.C., ad annettere a Roma anche la tribù dei Biturigi con la sua capitale, Avarico.
Ed è proprio lì che Giovanni D’Alessandro, giunto in visita a Bourges nel 2003, immagina di lasciarsi trasportare in comunione con gli elementi, per narrare fuso con essi la tragica capitolazione delle nazioni galliche sconfitte. Il suo racconto opera un duplice rovesciamento di visuale rispetto all’immaginario collettivo neolatino, erede di una tradizione culturale per lo più agiografica nei confronti della romanità. Se, da un lato, le alterne vicende di quella sanguinosa campagna militare vengono qui riportate dalla parte dei Galli - i celti, i kelt - e della loro lingua aspra e gutturale, dall’altro gli avvenimenti narrati non si riflettono sulle grandiose gesta di qualche importante condottiero, ma rivivono nell’umile testimonianza di vita di un giovane schiavo.
Hocham, Falco, è un auriga di belle speranze; diciassettenne, appartiene alla tribù dei wellaf, famosi allevatori e domatori di cavalli sottomessi agli arwern, gli Arverni, una delle due maggiori nazioni kelt. L’altra - gli haidwen - sembra essersi schierata al fianco delle legioni di Kaisar, l’invasore d’oltralpe, trascinando con sé gran parte delle popolazioni galliche del sud. In questa guerra fratricida, Hocham presta servizio al cocchio di Werkassvellauns, Vercassivellauno, cugino e fedelissimo alleato del comandante in capo della sollevazione antiromana, quel Werkinketrix meglio noto nella sua trascrizione latinizzata, Vercingetorige.
I ribelli, arroccati nei pressi di Awreik (Avarico), pregustano il sapore della vittoria sugli aggressori, ormai sfiancati e tagliati fuori da tutte le vie di approvvigionamento alimentare. Alcune vedette romane, sorprese e catturate durante una perlustrazione, subiscono perfino il supplizio del fuoco sotto gli occhi atterriti dei loro commilitoni acquartierati nella fortificazione dirimpetto, a poca distanza dalle mura. Immolate al dio Taranis, le vittime sacrificali vengono arse vive dentro gabbioni pensili fiammeggianti. Le loro urla disumane giungono alle orecchie di Kaisar come un insopportabile schiaffo morale e militare. I prodromi della vicenda non lasciano certo intravedere il repentino capovolgimento di fortune che, di lì a poco più d’un mese, avrebbe portato all’espugnazione di Avarico e all’eccidio dei suoi abitanti - di quarantamila ne rimasero in vita ottocento - nonché al ripiegamento degli eserciti kelt su Kerkof - capitale del principato arwern - e infine sulla città mandwaf di Alesia.
I sogni e le speranze di Hocham - destinati all’oblio che attende gli umili di ogni epoca, siano essi vinti o vincitori - procedono di pari passo con l’orologio della Grande Storia, scolpita nelle brevi citazioni liberamente tratte dal De Bello Gallico di Cesare. D’Alessandro sfrutta quel celeberrimo rapporto militare, redatto a beneficio dei posteri dal generale vittorioso, per restituire la freddezza della cronache ufficiali alle esperienze vissute in prima persona da tutti i loro protagonisti grandi e piccoli, mescolando emozioni romanzate e fatti documentati. Così, mentre le armate kelt si avviano verso una sempre più mesta anabasi passando da un assedio all’altro, il giovane auriga coltiva segretamente l’aspirazione di essere promosso sul campo esstahrt, cavaliere, come gli eroici combattenti che il suo padrone guida in battaglia. La trionfale cavalcata di Hocham verso il riscatto, interrotta solo da un fugace idillio amoroso con una focosa serva della moglie di Werkassvellauns, dovrà tuttavia fare i conti con lo spaventoso bagno di sangue che l’attende sotto le mura di Alesia.
Il filone del romanzo storico in salsa classicheggiante - tardivamente esploso in Italia grazie all’enorme successo commerciale ottenuto dal suo capofila, Valerio Massimo Manfredi - trova in D’Alessandro un validissimo interprete. Senz’altro per la sua capacità di far sembrare frutto dell’immaginazione alcuni particolari realmente suffragati dalla documentazione storica, com’è del resto abbastanza comune per uno studioso sufficientemente agile di penna. Ma anche in virtù della bravura con cui l’autore sa compiere il percorso inverso, cioè rendere verosimili le necessarie invenzioni del caso. Questa doppia direttrice narrativa, abilmente fasciata attorno alla verità storica nuda e cruda, conferisce all’intero racconto i crismi dell’intrattenimento piacevolmente istruttivo. Mentre Hocham si destreggia tra briglie e carriaggi, si apprendono molte interessanti notizie sull’addestramento dei cavalli presso i kelt; inoltre, lungo tutto la durata della vicenda, ma soprattutto quando i galli convocano le loro adunate generali, si può cogliere nel dettaglio la straordinaria ricchezza di una civiltà articolata in bacini etnografici estremamente compositi: oltre ai già citati arwern, bitwureik, wellaf, haidwen e mandwaf, abitavano la Gallia anche gli arcieri namneits, i seqwen, i marinai awlereik, i brannweik, i parieis (con capitale l’inaccessibile isola-città di Lutes, ossia Parigi) e ancora i kapal, i kadurk, lemweik, i wenet e i belk.
Sullo sfondo dell’avventura bellica in pieno svolgimento, però, non può non ergersi la figura veneranda e temibile di Giulio Cesare, Kaisar, mitizzata al punto da consegnarsi all’immortalità come emblema dell’imperatore per antonomasia. Nelle sue formidabili doti di stratega si misura il divario che separa lo sprezzo del pericolo puro e semplice dall’espansionismo scientificamente pianificato. I romani, avverte Werkinketrix poco prima del sacco di Awreik, "Combattono con la terra, non meno che con il ferro, combattono con i tronchi degli alberi, non meno che con le macchine, usando ogni risorsa a loro disposizione. Non conoscono una sola guerra, ne conoscono molte, diverse a seconda dei casi, e sanno combatterle tutte. [...]A differenza dei kelt, hanno in spregio il furore di Taranis, [...]poiché acceca la mente. Ogni loro follia è freddo calcolo. Ogni loro azione viene dal pensiero". Maestro nella spietata applicazione dell’adagio divide et impera, Cesare dirime le vertenze tribali dei kelt suoi alleati appellandosi alle loro antichissime leggi druidiche, guadagnandosi nel contempo un’aura di paternalistica autorevolezza da spendere contro i suoi nemici - cioè altri kelt. Abbandonato dagli haidwen, si rivolge allora ai germani insediati al di là del fiume Rhein, per poi sconfiggere agevolmente anche questi ultimi in separata sede, una volta vinta la guerra. Genio della poliorcetica (arte dell’espugnazione di città fortificate), Kaisar si rivela precursore della "guerra totale" moderna, in cui sul valore delle armi prevale l’attitudine a sostenere uno sforzo bellico a tutto campo, rapidamente convertibile da logistico a diplomatico, fino a impegnare le più avanzate conoscenze di ingegneria militare disponibili all’epoca. L’assedio di Awreik, costruita sulla cima di un colle, vede Cesare disporre la realizzazione di una "corsia sopraelevata" di avanzamento per le torri mobili; per reggere all’attacco di Alesia - lanciato contemporaneamente dalla città e, nella direzione opposta, dall’immensa armata di rinforzo in arrivo da tutte le province di Gallia - il generale ordina di circondare la città con una cerchia di bastioni, difendibile dall’alto e su ambo i lati.
Incuneandosi nell’atavica debolezza che, dagli albori dell’Impero Romano fino a quelli dell’Impero Britannico, contraddistinguerà i celti nei secoli a seguire - ossia la tendenza alla frammentazione clanica -, Cesare riesce infine ad avere ragione di una civiltà fiera e per nulla "primitiva". D’altra parte, l’epilogo della campagna gallica è un dato storico arcinoto. È merito di D’Alessandro, se un finale già scritto riesce comunque a sospendere l’incredulità del lettore. Lo spunto "tolkieniano" nell’imperniare la narrazione sul vissuto di un umile funziona da catalizzatore, mentre la particolare scelta dei tempi verbali (presente, sempre in seconda persona), anche se sulle prime risulta un po’ stucchevole, a lungo andare fluidifica la possibilità di immedesimazione. Un espediente, quest’ultimo, che lascia ancor più strozzato in gola il grido di disperazione che prorompe dalle battute conclusive del libro, urlato contro la guerra e le sofferenze di chi ne è vittima.
La gloria dei grandi, asetticamente trasmessa dai manuali scolastici, se esaminata accuratamente rivela pertanto di essersi sempre nutrita del sangue degli ultimi.

"Chi nasce sull’erba, respira il cielo; chi sulla paglia, la stalla" - proverbio kelt


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