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  Ismael [ Il superstite del Pequod ]
         
















Non te lo chiedo per favore: non calpestarmi







Perduta nazione, avito suolo
Isole tra i monti, strade pei mari
Unico asilo ed eterno conforto
Per te prosperiamo
Liberi e reverenti





Due che hanno visto giusto





La situazione mediorientale spiegata
meglio che in mille editoriali





In memoria di Diamond
"Dimebag" Darrell
, e di tutti gli
interminabili pomeriggi di
gioventù trascorsi a sgomitare
sotto la sferza selvaggia
della sua chitarra!





Where I belong:



Il movimento liberale giovanile fondato e presieduto da Francesco Lorenzetti



Edoardo Ferrarese

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Testate, think tank & community:





















Direttore Giancarlo Loquenzi
















































MY BEST SHOTS:

Meglio il Saruman monetarista
o il Sam vegetariano?

Sul proporzionale

Un sindaco efferato

Mineo-gate

La verità ribadita.
Grazie alla blogosfera


Le fiamme sopra Parigi

Religione e omosessualità -
Condannati per reato d'opinione


Buon anno e felice Epifania
con l'intemerata
laica-ma-non-laicista


Ipocralismi
(ipocrisie e moralismi)


Il sofferto capolavoro
di Arik


Munich

Jimmy, Fini e i joint

Il Programma dell'Unione:
non si fa, si fabbrica


Jin-Roh - Uomini e lupi

Cento domande sull'Islam

Il Caimano

Buona la seconda

Cinque minuti a mezzanotte

After-midnight abstracts

Martini l'apostata

Hanno già ricominciato
a farci "ridere"


What is the Matrix?

Federalismo e Democrazia

La riserva è scesa in campo

La Signora delle contumelie

Mimmu 'u Guardasigilli

Il Codice da Vinci

La lussazione

Pensierini bioetici

Referendum day...
compromission day


Centrodestra, anno zero

Padoa-Schioppa VS Bersani:
vince la politica

Paths of Glory -
Ciò ch'è fatto è reso


La guerra infinita,
l'ipocrisia al governo

United 93

Multilateralismo dalemiano:
molta astuzia, poca prospettiva

8 Settembre,
festa degli ondivaghi


Com'era il mondo

Propaganda welfare

La semplicità del Papa

Telecomgate, Prodi poteva
non sapere. Non è
la prima volta


Tra il Dio incarnato
e il Dio incartato


Più tasse per tutti.
E più inflazione

Miami Vice

Ipotesi su Gesù

Buona l'anima,
malo il vino


USA 2006:
l'America plurale


Laicità e diritto naturale,
ovvero: del cortocircuito
giacobino


La mossa del Casini

Né bio né equo
né solidale. Quindi
massimamente etico


Apocalypto

Pannella e la morte
per procura


Fassino, le sberle, la rivincita

Tri-dazer

"Prodienko": torti e ragioni

L'antiPACStico

Uno sguardo all'America
del prossimo futuro


Or sono tre anni

Come Prodi
cadono le foglie al vento


Life to lifeless

Proibizionismi all'orizzonte?

Ennesima political compass

A New Republic

300

Uomini, caporali
e parlamentari


Immigrazione e libertà

L'innatismo dei predestinati

Libertari o gobettiani?

Sarko e Silvio

Cronache straboscopiche

Sex Crimes & the Vatican

Michela Vittoria Brambilla

La valanga veronese

Gods of Metal 2007

Se Milano piange,
Parma non ride


Gianfranco, Daniela
e il  moralismo farisaico


Un altro partito liberale?
No, grazie


La battaglia che fermò
l'impero romano


Harry Potter 5

Mario e i miglioristi sognatori

L'Arciprete e il Cavaliere

Scemenze che vanno distinte

Cor magis tibi Sena pandit

Gli interrogativi di Walter

Il liberismo
è davvero di sinistra?


Fenomenologia del Grillo

Le cronache
del Ghiaccio e del Fuoco


Liberalismo

Eutanasia in progress

Rivalutiamo pure Hobbes,
ma solo oltre confine


Rosmini for dummies

Sapessi com'è strano/
morire democristiano


La Libertà e la Legge

Bioetica
autunno-inverno


Il caso Bianzino

Luigi Sturzo for dummies

Papa e Sapienza,
Fede e Ragione


USA 2008: Mac is back!

I figli di Hurin

Aborto all'italiana

Urbanistica di cronaca
e di mercato

Contro le tasse

Liste del Pdl:
guardiamo la luna,
non il dito


Cattolicesimo,
protestantesimo
e capitalismo


In difesa di Darwin/
Dimenticare Darwin


Multiculturalismo o razzismo?

Coerenza o completezza?
Il caso delle norme edili


Il teatrino fa comodo a tutti

Un'impronta illiberale?

La scelta di Eluana

La fine dell'economia

Il Cavaliere Oscuro

Il quoziente etico

Fallitalia

Quel che resta della crisi

 
 
 
 
 
 
 
 
 
Liberalizzazioni:
cosa resta da fare?

#1  #2


Il punto sulle bersanizzazioni
#1  #2  #3


Un giorno di libertà
#1  #2  #3


Metabio(gen)etica
#1  #2  #3  #4


Per il bene dell'Italia
#1  #2  #3  #4  #5
#6  #7  #8  #9  #10 


IsmaelVille
#1  #2  #3  #4  #5
#6 #6.1 #7  T13


Spigolature internautiche

"Uòlter Veltroni
a tajà er nastro
so' tutti bboni"

            by Giggimassi


"Far l'amore
col preservativo
è come fare il bagno
con lo scafandro"

                (Anonimo)


"Non sono né del partito
rivoluzionario né del
partito conservatore.
Ma tuttavia e dopotutto
tengo più al secondo che al
primo. Infatti dal secondo
differisco nei mezzi
piuttosto che nel fine,
mentre dal primo differisco,
insieme, nei mezzi e nel fine.
La libertà è la prima delle
mie passioni. Questa è la
verità"


      Alexis De Tocqueville
                    (by Zamax)


"Se Dio si candida,
lo stolto pensa alle elezioni
invece che al problema
dell'elezione"


            Giuliano Ferrara


"Io credo soltanto nella parola.
La parola ferisce, la parola
convince, la parola placa.
Questo, per me, è il senso
dello scrivere"


                    Ennio Flaiano
                (by Il Paroliere)


"L'ideazione di un sistema
resistente è atto creativo
che solo in parte si basa su
dati scientifici; la sensibilità
statica che lo determina, se
pure necessaria conseguenza
dello studio dell'equilibrio e
della resistenza dei materiali,
resta, come la sensibilità
estetica, una capacità
puramente personale, o per
meglio dire il frutto della
comprensione ed assimilazione,
compiutesi nello spirito del
progettista, delle leggi
del mondo fisico"


                       Pier Luigi Nervi
(Scienza o Arte del Costruire)


"L'unica cosa necessaria
per il trionfo del male
è l'inerzia dei buoni"

                         Edmund Burke
              (by Torre di Babele)


"Un governo così grande da
darti tutto quello che vuoi
è anche abbastanza grande
da toglierti tutto quello che hai"


               Barry M. Goldwater
          (by Retorica e Logica)


"L'amore è donare quello
che non si ha a qualcuno
che non lo vuole"


                     Jacques Lacan
                       (by Bernardo)


"Sono un conservatore nel
senso inteso da Hannah Arendt,
che si preoccupava della
preservazione del mondo.
Oggi comunque non c'è più
ordine costituito, ma solo
un cambiamento costituito.
La nostra sola tradizione è
il progresso. Viviamo in nome
del movimento e del
cambiamento continuo.
In questo contesto, io mi
considero un rivoluzionario,
perché ormai la sola
rivoluzione possibile è quella
che interrompe le derive
contemporanee"

               Alain Finkielkraut
                            (by Temis)


"Parliamo di politica:
quando si mangia?"


                 Alberto Mingardi


"Quella delle domeniche
a piedi è una messa rosso-
islamica, basata sulla nostalgia
del bel tempo della austerity
'regalataci' dall'Opec nel 1973.
E' un rito di espiazione e
autoflagellazione, direbbe un
Ernesto De Martino. E' una
autopunizione per aver pensato
di andare in auto a casa della
mamma, direbbe Freud. E' una
purga rivoluzionaria per
distruggere i beni di consumo
e tornare al valore d'uso,
direbbe Karl Marx"


                  Paolo Della Sala


"Quando uno conosce bene
una cosa se ne ha a male
se qualcun altro ne parla"


                          by Cruman


"Il vero conservatore sa che
a problemi nuovi occorrono
risposte nuove, ispirate a
principi permanenti"


             Giuseppe Prezzolini
  by Camelot Destra Ideale


"Una donna lo sa: le donne
adorano odiarsi. E' una cosa
vezzosa, niente di grave: solo
un po' di veleno qua e là, uno
sgambetto un sorriso e una
pugnalata alle spalle.
Non possiamo resistere"


              Annalena Benini


"Gli elettori delegano
il peccato ai potenti, così
possono immaginare
di non essere colpevoli
di nulla"


          Paolo Della Sala, again


"L'utilitarista deve nascondere
giudizi di valore da qualche
parte, per prendere decisioni
in base al suo principio,
e la teoria morale che ha
non è quindi l'utilitarismo,
ma lo specifico criterio
decisionale adottato"


                          LibertyFirst


"Non c'è più nessuno
a cui sparare, signore.
Se si tratterà solo di
costruire scuole e ospedali,
è a questo che serve l'esercito?"


                   Michael Ledeen


"L'idealista è uno che,
partendo dal corretto
presupposto che le rose hanno
un profumo migliore dei cavoli,
usa le rose per fare la zuppa"


                  Antonio Martino


"Sono sempre i migliori
ad andarsene dai forum"


                           Malvino


"Sapientia deriva da assaporare,
serve altro commento che non sia
mettere in moto il pensiero,
il ragionamento critico
come sapore delle cose?"


                                 adlimina


"Se gli economisti fossero
in grado di prevedere l'economia
non sarebbero tali, cioè non
avrebbero bisogno di insegnare
per sbarcare il lunario"


                            Mario


"Chi è sovente accigliato,
chi alza spesso il ditino
ammonitore, chi giudica
severamente il mondo
è uno che nel mondo
ci si trova male"


                             Gianni Pardo


The unprofessional blog

L'autore dichiara apertamente
che gli audaci parti del suo
intelletto avrebbero bisogno
del conforto di dottrina
specialistica in più materie,
nessuna delle quali minimamente
padroneggiata: pregasi notare
- sia ricordato qui una volta
per tutte - che di siffatti
scrupoli accademici è
privilegio della corporazione
dei dilettanti infischiarsene
allegramente (TNX Zamax)


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19 dicembre 2008

Salta anche il patto Molotov-Ribbentrop

Non cessa di consolidarsi l'analogia – puramente formale e tutta giocata sul filo del paradosso, s'intende – tra le sorti della Germania nazista e quelle del Partito Democratico veltroniano. Prima l'annessione dell'Austria morotea e adesso la rottura dell'alleanza strategica con un partner politico ideologicamente agli antipodi da molti punti di vista, ma indispensabile per non avere nemici su due fronti. Va bene, lo ammetto: l'accostamento sinottico dei due accadimenti presenta più di una discrepanza. Là l'inopinata apertura delle ostilità avvenne a guerra in corso, mentre qui il “conflitto” elettorale (nazionale) si è concluso da un pezzo. Là il tradimento fu unidirezionale (tedesco), qui lo scambio di accuse in merito alle responsabilità della frattura sta mostrando ampi margini di reciprocità. Senza contare che l'aggredito, all'epoca, fece deliberatamente causa comune con i nemici dell'aggressore: risvolto, quest'ultimo, del tutto privo di corrispettivi proponibili nel presente politico italo-sinistrese.
Rimanendo alle somiglianze, comunque, è interessante ragionare sui possibili sviluppi della crisi tra Pd e Di Pietro. Sul suo blog l'ottimo Gianni Pardo cita una dichiarazione rilasciata da Maria Paola Merloni, ministro ombra per le Politiche Comunitarie, a margine dell'offensiva giudiziaria che sta affossando (Campania) o ha affossato (Abruzzo) la classe dirigente democratica: “Secondo me dietro tutte queste inchieste giudiziarie che riguardano il Pd c'è Antonio Di Pietro, che peraltro è l'unico che ci guadagna. Forse la magistratura ha scelto il suo partito come il nuovo referente”
. Fa bene Pardo a proseguire sviscerando alcuni sottotesti di quel “nuovo”; fra poco entrerò anch'io nel merito in modo da affrontarne gli aspetti meno contingenti.
Per il momento fermiamoci al dato politico dell'esternazione, con la tripletta di alternative che a mio avviso pone. La prima: la manovra a tenaglia delle procure esaurisce presto la sua furia distruttiva e assume i contorni di un semplice avvertimento. Come a dire che l'atteggiamento dialogante del Pd con la maggioranza, specie sulla riforma dell'ordinamento giudiziario, va rinnegato a favore di un ricompattamento della Sinistra attorno al “giustizialismo” spinto. Il che significherebbe in buona sostanza alzare nuovamente i toni dello scontro su conflitto d'interessi, leggi-vergogna e involuzione autocratica, con tanti saluti all'impudente spirito bipartisan che l'opposizione “moderata” ha creduto di potersi permettere in questi primi mesi di legislatura. La seconda: l'operazione è finalizzata al ripristino dell'Unione prodiana. Saremmo davanti a uno scenario, se non fattivamente congegnato, sicuramente assai apprezzabile da una componente margheritina sempre più alla ricerca di triangolazioni con l'ultrasinistra in chiave anti-diessina. La terza: lo scopo ultimo del polverone è provocare la morte in culla del neonato soggetto unitario progressista. Una sorta di “opzione nucleare”, vien fatto di dire. Laddove non può sfuggire che il fattore comune a tutte e tre le suddette realizzazioni concrete della “DDR” prossima ventura si individua facilmente nel tramonto del veltronismo, ammesso e non concesso che di quest'ultimo si possa rinvenire una cifra politica vera e propria.
È facile immaginare l'obiezione “dipietrista” al partito preso secondo cui, dietro all'intera vicenda, si insinua un disegno eterodiretto e persecutorio. Producendo sterminate biblioteche di pezze d'appoggio (veline tribunalizie, mattinali di polizia giudiziaria, sbobinature di intercettazioni e quant'altro) si troverebbe sicuramente il modo di agitare il feticcio dogmatico dei “fatti”. L'essenza del travaglismo – così come del veicolo di trionfo retorico più gettonato tra le blogstar – si riduce in effetti a questo: guardare con minuziosa acribia il dito sminuendo sapientemente l'importanza di ogni discorso sulla Luna. Oppure evadendone la disamina mediante un'ermeneutica tanto frettolosa quanto reiterata.
Volendo invece mettere in discussione proprio il nucleo fondativo della mentalità giustizialista, non si può non sottolineare ancora una volta il carattere ricattatorio dell'assetto giudiziario italiano. Frutto della confusione tra separazione e divisione dei poteri nonché del costruttivismo implicito nel combinato autoreferenzialità/obbligatorietà dell'azione penale, esso si traduce nel coacervo di piccole grandi vessazioni che in parte esemplificavo una settimana fa. Generalizzando: in un sistema politico nel quale l'iperregolamentazione genera illegalità latente diffusa, è legittimo ritenere che la volontà – giocoforza circoscritta nel tempo e nello spazio – di punire le trasgressioni sia discrezionale a intenti punitivi più o meno espliciti. È solo perché sono persuaso da questo argomento che mi ispira fiducia l'idea di riformare il sistema giudiziario in senso “anglosassone”, cioè improntato a una concezione autenticamente giurisprudenziale del diritto. Non già perché sia plausibile capovolgere i rapporti di causa ed effetto al punto di credere che la mentalità e il costume siano conseguenze della cornice procedurale architettata dall'alto, sarebbe contraddittorio.
Ecco per quale motivo si resta interdetti di fronte ai timori chi, su posizioni liberali e garantiste, dubita che gli italiani e la loro classe dirigente, moralmente e culturalmente tarati come sono, siano in grado di confrontarsi responsabilmente con la prassi della libertà applicata. Tale è infatti il sottofondo ideologico di coloro che confidano nell'indipendenza dei controllori a prescindere e nella coessenziale nozione di “interesse generale” - dei giacobini, per essere chiari. Anzi, nello specifico di quei liberali votatisi al giacobinismo per il loro forte pregiudizio anti-italiano. Se stavate cercando di spiegarvi la forma mentis del liberalismo dipietrista – e la ragione per cui l'Italia dei Valori siede tra le fila dell'ELDR a Strasburgo, tanto per riallacciarmi all'intelligente provocazione lanciata giorni fa da LC – forse queste mie considerazioni conclusive fanno al caso vostro.




23 giugno 2008

Il teatrino fa comodo a tutti

L’evoluzione del quadro politico italiano sta facendo registrare un deciso “indietro tutta”, nel percorso di avvicinamento programmatico e di tregua civile che aveva segnato i rapporti tra gli opposti schieramenti almeno fino alla formazione del nuovo governo. I giorni dell’idillio bipartisan tra Silvio e Walter sembrano già un lontano ricordo. A quanto pare, il faticoso lavoro di convergenza al vertice che andava prospettandosi sulle riforme “di sistema” dev’essere apparso eccessivamente ingrato, rispetto al gioco delle parti fatto di schermaglie a corta gittata cui il bipolarismo italiano ci ha abituati.
La contesa politica dovrebbe permettere di arrivare all’attuazione di un progetto di governo muovendosi entro un’architettura istituzionale il più possibile maneggevole e condivisa (America docet). L’Italia, com’è noto, si è sempre fondata e rifondata contro le parti di volta in volta sconfitte in seno al suo burrascoso consesso civile: contro il cattolicesimo temporale, contro l’italietta liberale, contro l’italiaccia fascista, contro le ruberie del pentapartito. Di fatto, con la caduta del proporzionale puro si è cercato di introdurre surrettiziamente un premierato materiale, di modo da aggirare l’irrilevanza della politica e la supremazia dei poteri non elettivi – i due prezzi da pagare per riscattare l’atavica allergia italiana all’assunzione di responsabilità chiare e distinte. Il risultato, a quindici anni dal referendum sul maggioritario, è nuovamente sotto gli occhi di tutti: i proclami decisionisti si scontrano con le farragini procedurali e svaporano nell’effetto-annuncio, la buona volontà dialogante si lascia corrompere dalla tentazione piazzaiola e il confronto costruttivo traligna nell’ultimatum.
Lo status quo mostra il suo lato confortevole, per un verso allettando il personale politico con la prospettiva di una navigazione a vista giustificabile a buon mercato – dato che la colpa dell’immobilismo è sempre scaricabile sul “sistema”, oggettivamente congegnato per essere irriformabile quale che sia l’ampiezza dei mandati popolari. Per l’altro mettendo in palio la comoda investitura a condottieri della lotta per bande perenne sancita dalla Costituzione – la quale, fondando la Repubblica sul feticcio ideologico del lavoro, attizza deliberatamente un conflitto sociale continuativo. Perché spartirsi le responsabilità di un riassetto istituzionale, se giocare a indiani e cowboy mantiene i grandi numeri del consenso – e le relative posizioni di potere – pressoché invariabili? Perché riformare le prerogative degli organi politico-decisionali, se la scusa dei “pochi poteri del Presidente del Consiglio” mette agevolmente al riparo dalle critiche dei delusi? È molto più semplice lasciare gli italiani a beccarsi come i capponi di Renzo Tramaglino.
Visto che riproporre schiettamente il Lodo Schifani sarebbe troppo impegnativo, ecco allora la scorciatoia di condire una più modesta selezione di priorità giudiziarie (sulla legittimità della quale si potrebbe aprire un interessante dibattito: dire che viola l’obbligatorietà dell’azione penale non è diverso dal sostenere l’incostituzionalità di qualsiasi ritocco alla progressività fiscale. Se si mette mano al come, secondo me, non si altera per forza il cosa) con esternazioni pirotecniche sui complotti degli immancabili magistrati rossi. E riecco, d’altro canto, la mobilitazione della coscienza civile progressista contro le nuove leggi-vergogna del Cavaliere.
A costo di essere ripetitivo e scontato, ribadisco che l’andazzo di cui sopra si deve al centralismo, modalità operativa che, oltre alla macchina statale, riguarda pure i partiti e il mercato del lavoro. Fino a non molto tempo addietro, mi illudevo che la situazione si potesse correggere gradualmente, tramite processi di riforma incrementali, conservativi. Ma la mentalità necessaria per risolversi – e un po’ rassegnarsi – a governare il cambiamento giorno dopo giorno è totalmente estranea al substrato culturale italiano, perfino presso le fasce socio-elettorali che in teoria dovrebbero averla a cuore. L’incolmabile voragine tra immobilismo e riformismo “per strappi” dà la misura dei mali nostrani, nell’ambito di un contesto politico drammaticamente menomato di un vero e proprio conservatorismo. Altro che normalizzazione: la strada verso una sensibilizzazione federalista e liberale dell’Italia è ancora lunghissima e pensare di poterla placidamente lastricare di laicità jeffersoniana sa di velleitarismo. Errore madornale sarebbe affrontarla arroccandosi nel purismo ideologico; piaccia o meno, occorre perseverare nel dragaggio del liberalismo latente tra l’elettorato di grossi contenitori partitici. Rimanere con niente per aver voluto tutto sarebbe sciocco e infantile.




11 maggio 2008

Operazione verità - Le ragioni di una disfatta




15 aprile 2008

Dopo il trionfo

Ieri pomeriggio, mentre le schede elettorali di Senato e Camera scorrevano sotto i nostri occhi di scrutatori e rappresentanti di lista, montava uno stupore congolese. L’orologio della Storia sembrava essersi nuovamente posizionato sul 1992, allorché il Carroccio vestì i panni dell’angelo sterminatore per conto di un tessuto sociale lombardo-veneto esasperato dalla partitocrazia. Lega e Pdl hanno viaggiato per cinquantine parallele (la cui effettiva consistenza numerica è spettato al sottoscritto conteggiare materialmente...) durante tutte le operazioni di spoglio, fino al sorprendente risultato definitivo: il partito di Bossi si è attestato al 30%, col Pdl al 36%. Fatti due conti, se si tiene presente che in paese Forza Italia ha sempre raggiunto il 30-35% in assoluta scioltezza, è evidente che i voti degli aennini locali si sono spostati in blocco sotto i tiepidi raggi del sole alpino. La defezione di strati sempre più ampi della base forzista, comprensibilmente disgustata dall’involuzione feudale e familistica del suo personale politico di riferimento sul territorio, ha fatto il resto. Stamattina, poi, i risultati definitivi per l’intera area comunale mi hanno lasciato definitivamente allibito: Lega 40,64%, Pdl 32,13%. Non esattamente un plebiscito progressista, insomma. Udc ferma a poco meno del 4%, Pd al 14,27%, agli altri le briciole.
A Verona la musica, seppur mitigata dal contesto ideologicamente meno monolitico del capoluogo di provincia, non cambia troppo. Anche se il Pd, con ardimentoso sprezzo del ridicolo, si strombazza “primo partito della città” (29,25%), il fatto che la somma di Lega e Pdl dia un 51% quasi tondo rimane lì a testimoniare come i numeri dell’exploit leghista dell’anno scorso (60%, al quale vanno sottratti il 5,42% dell’Udc e le frattaglie di estrema destra) siano sostanzialmente invariati.
Anche in regione i valori storici del consenso politico restano pressoché gli stessi da almeno quindici anni. Pdl+Lega al 54,3%, Pd+Idv 31,5%: per riaggregare il consueto rapporto di 60/40 occorre usare gli stessi accorgimenti indicati nel caso di Verona, visto che stavolta i due principali contendenti correvano con coalizioni leggere. A questo proposito, la tenuta dell’Udc veneta (5,7%) costituisce uno spunto di riflessione da estendere al piano nazionale.
Perché sarà pur vero che le elezioni hanno decretato la fine dei partiti identitari – quelle formazioni, cioè, che intendono vivere di rendita recintando il perimetro dei “valori” di loro esclusiva competenza – e l’enorme successo della Lega Nord, ma il dato da tenere in maggior considerazione per figurarsi le dinamiche della politica italiana prossima ventura è rappresentato proprio dalla discreta prestazione del partito di Casini. Al loft veltroniano si profila una – letterale – resa dei conti: il Popolo della Libertà, da solo, ha ottenuto grossomodo gli stessi voti del Partito Democratico e dell’Italia dei Valori messi insieme. Con il tracollo del cartello antagonista messo in piedi da Bertinotti, Diliberto e Pecoraro, per il Pd è da ritenere archiviata ogni ipotesi di alleanza strategica con le forze politiche alla sua sinistra. Quindi nel novero dei progetti per la rivincita democratica rimane solo un patto con l’Udc, il che avrebbe ottime credenziali per divenire il perno della probabile fronda dalemiana in seno alla nomenclatura ex diessina. Fagocitando un’altra razione di democristiani, al prossimo giro la partita sarebbe tutt’altro che scontata: 37,55%+5,62% dopotutto fa un buon 43,17%, sicché basterebbe solo che la Lega perdesse un po’ di mordente protestatario e i giochi sarebbero fatti.
Questa legge elettorale potrebbe favorire la semplificazione del panorama politico ben oltre il livello già registrato dai suoi estimatori dell’ultima ora.




7 marzo 2008

L'innegabile evidenza dell'anschluss

L’ambiguità congenita del Partito Democratico risiede nel difficile connubio tra cattolici a vario titolo “dissenzienti” e socialisti rimasti orfani del socialismo. Spettava alle sorti del governo Prodi bis emettere l’ardua sentenza: il nuovo soggetto unitario doveva nascere dossettista (cioè a vocazione maggioritaria e tendenzialmente onnicomprensivo) oppure berlingueriano (vale a dire sinistrorso con sbocchi coalizionali su ambo i lati)?
La conclusione della seconda biennale prodiana lascia in eredità al fronte progressista nostrano un percorso evolutivo obbligato, da un lato per ragioni culturali e dall’altro per un motivo contingente. Assieme al boiardo di Scandiano, infatti, è caduta una volta per tutte l’illusione di poter fondere il liberalismo idealista, il cattolicesimo democratico e il socialismo menscevico in un unico blocco politico-elettorale, al prezzo di abiurare parti apparentemente marginali – ma in realtà qualificanti – dei riferimenti ideologici di ciascuna delle tre componenti originarie.
Stante l’inefficacia dell’ecumenismo postconciliare come unico collante tra essenze tanto irriducibili, era logico aspettarsi che l’anima numericamente più consistente della sinistra egemonizzasse il campo democratico.
Eccoci quindi all’attualità, dove trovano conferma un paio di mie considerazioni del recente passato. La composizione delle liste del Pd suggella l’annessione diessina non solo della Margherita, con il trasferimento dei cosiddetti teodem alla Camera (dove saranno inoffensivi) e il siluramento di parecchi nomi eccellenti del popolarismo ulivista (Stefano Ceccanti, Mimmo Lucà e Marcella Lucidi su tutti), ma anche dei Radicali, che di fronte all’ultimatum dei vertici democratici deporranno senz’altro le armi ghandiane agitate in questi giorni. Meglio gabbati a metà che prossimi alla sparizione, dopotutto.
La nutrita rappresentanza rimediata dagli ex democristiani nella costituente del Pd si rivela dunque un fiore all’occhiello presto appassito, come del resto era lecito sospettare già all’indomani delle primarie bulgare tenutesi lo scorso Ottobre. A tutto vantaggio della leadership veltroniana, si dirà. E qui invece entra in gioco il secondo pozzo avvelenato da Prodi durante la sua personale Beresina: nelle more di un sistema proporzionale con premio di maggioranza, Walter Veltroni subentra trovandosi tra i due fuochi di un tradizionale apparato di partito da sfamare e di un elettorato ideologicamente plurale da attrarre. Per cui l’ex sindaco di Roma deve riuscire nel compito titanico di coniugare innocue candidature “nuoviste” a effetto con abbondanti, ma doverosamente in sordina, posizioni sicure per l’intendenza della quale in realtà è rimasto succube. Sebbene a forte impronta diessina, il personale politico espressione del passato governo è lautamente rappresentato nelle file democratiche. Se il malumore degli esclusi eccellenti mette in risalto questo dato di fatto, Veltroni rischia l’imbarazzo di dover difendere l’operato dell’esecutivo uscente. Se, viceversa, il segretario del Pd volesse davvero rivoluzionare la sinistra italiana con piglio decisionista, perderebbe l’appoggio dei partitocrati che l’hanno fatto mettere dov’è. Si noti il passaggio dall’indicativo al congiuntivo: cronaca recente alla mano, tra le due eventualità W sta in effetti dando preferenza alla prima. Con la fronda dalemiana pronta a mettersi il coltello tra i denti un minuto dopo la probabile sconfitta alle elezioni, non gli si può proprio dare torto.
In definitiva il lascito di Prodi si riassume così: senza di me la sinistra si trasformerà in un mandamento postcomunista, quindi sarà condannata alla minorità.
La prospettiva di facili vittorie nel medio termine avrà funesti effetti sulle già asfittiche attitudini riformatrici dello schieramento opposto, che a questo punto dovrà solo scegliere per quale padre nobile optare tra Fanfani e Almirante. Ho il timore che questo sarà uno spunto di discussione molto frequentato, nel prossimo futuro.

Vai a vedere: L’Occidentale, Le Guerre Civili




19 ottobre 2007

Primarie ex post

Marchiane irregolarità o no, deliberata premeditazione degli esiti o meno, i risultati definitivi delle primarie democratiche di Domenica scorsa hanno comunque da dire qualcosa. Come previsto, gli outsider Adinolfi e Gawronski hanno raccolto percentuali lillipuziane. Ma il dato più significativo riguarda la (tacita) sfida tra il vincitore annunciato e le due eminenze catto-governative – Rosy Bindi ed Enrico Letta – che gli contendevano la scontata nomination. Su 3.517.370 voti validi, Walter Veltroni si è aggiudicato il 75,81% dei consensi. Più chiara di come è scritta in questa schiacciante proporzione di tre a uno, l’Anschluss post-diessina del cattolicesimo democratico non avrebbe potuto essere. Il nervosismo con cui Giuseppe Fioroni si è affrettato a mettere le mani avanti a tale proposito (“i cattolici popolari sono il 50 per cento, le radici cattolico popolari sono presenti. La società civile è solo un’espressione culturale e gli incivili sono tutti nostri?”) è di palmare eloquenza. Gli ex comunisti avranno anche perso qualche compagno duro e puro sul fianco sinistro, ma la contropartita alla loro destra si è rivelata senza dubbio conveniente. Ora rimane da capire se la base elettorale della vecchia sinistra Dc accetterà passivamente la cannibalizzazione dei suoi apparati di riferimento o se, come ritengo, il travaso di voti cattolici da sinistra a destra iniziato con le elezioni politiche dell’anno passato toccherà l’apice. In questa seconda ipotesi, lo spostamento a sinistra del baricentro ideologico del neonato soggetto unitario pregiudicherebbe seriamente le possibilità di successo del fronte progressista nell’eventualità di nuove elezioni a breve termine.
Uno sguardo ai rapporti di forza tra le singole liste a sostegno del sindaco di Roma non fa che confermare la lieve ma inequivocabile fisionomia sinistrorsa impressa dal suffragio al “tema natale” del Pd. La lista “Democratici con Veltroni”, cioè la più quotata in lizza, riscuote il 43,82% dei voti totali, mentre sorprende il risultato di “A sinistra con Veltroni”, che raggiunge il 7,65% sulla stessa base. È probabile che il raggruppamento capeggiato da Massimo Brutti si avvii a raccogliere l’eredità politica del cosiddetto “correntone”, consistente nel ruolo di interfaccia strategica fra la “casa madre” e la sinistra antagonista. L’asse tattico con i prodiani ribelli, come previsto, sta dando i suoi frutti naturali: più che genericamente “democratico”, quindi, il nuovo partito prende vita socialdemocratico. Peraltro la distribuzione geografica del voto fa pensare a una compagine radicata al Centro-Sud ma con poco seguito al Nord, area dalla quale proviene solamente un quarto dell’affluenza. Un ulteriore segnale di disaffezione moderata al nuovo contenitore, quest’ultimo.
In simili condizioni, qualunque proposito di rottura con la vecchia politica in senso riformista – oltre a poter essere soltanto inviso a Romano Prodi, che dell’immobilismo ha fatto la sua cifra e il suo capestro – assume i connotati dell’innocuo annuncio a effetto, privo com’è del percorso di elaborazione e affermazione costato ai pluricitati Blair e Sarkozy decenni di lotte fratricide.
L’insussistenza della discontinuità proclamata da Veltroni a favore di telecamera genera paralisi programmatica e intellettuale anche presso lo schieramento avversario, ormai mollemente adagiato sulla popolarità a buon mercato che le ambasce del Prodi bis gli garantiscono. Aspettando il Godot di un cambio di mentalità da parte della classe politica italiana, sarebbe ingenuo voler anticipare il verificarsi di novità positive tramite eventi purificatori catastrofici e/o repentini sulla falsariga di Mani Pulite, che poi innescano solo speculari fenomeni di riflusso e ripristino dello status quo.
Chi ama la politica e vede senza onirici semplicismi la via d’uscita liberale ai mali d’Italia deve invece rassegnarsi a un ingrato lavoro quotidiano di semina culturale, da svolgersi in ogni circostanza della pur minima pertinenza. Senza il favore della truppa, gli ufficiali non vanno da nessuna parte: fuor di metafora, finché le riforme liberali rimarranno il settario auspicio di ristrette élite intellettuali e/o altolocate, prive di appoggio popolare, i vertici politici potranno tutt’al più farne materia da conferenza stampa.




10 ottobre 2007

Veltroni, più Rommel che Montgomery

 Dopo che la fragilità dell’attuale assetto di governo ha finito per rivelarsi insormontabile, cioè grossomodo dopo appena cento giorni dal secondo ingresso di Romano Prodi a Palazzo Chigi, la prima e più impellente cura del vertice diessino è stata quella di trasformare con assoluta certezza la costituzione del Partito Democratico nella “quarta tappa” del percorso PCI-Pds-Ds. Un obiettivo in aperto conflitto con i piani dell’entourage prodiano, da sempre impegnato a ratificare il compromesso storico cattocomunista del terzo millennio. [continua su Movimento Arancione]




31 agosto 2007

Gli interrogativi di Walter

Rilasciando una pluricitata intervista al Corsera, Walter Veltroni ha rotto gli indugi sul fronte dell’understatement ecumenico e ha assunto la posa del decisionista con le idee chiare. Il sindaco di Roma dichiara infatti: “non ho timore di decidere... Si ascolta, si consulta, si tratta; ma, alla fine, si decide”. E ancora, a margine del suo incontro con il presidente del Consiglio di qualche giorno prima, altrettanto commentato: “Non si può giustificare la vaghezza o l'ambiguità del programma, in nome del feticcio dell'unità della coalizione... in nessuna grande democrazia europea sarebbe immaginabile presentarsi agli elettori con una coalizione priva dei requisiti minimi di coesione interna, tali da rendere credibile la sua proposta di governo”.
Sono parole che si prestano ad almeno tre livelli di lettura. Uno è quello tattico: spezzando l’asfittica triangolazione tra la cerchia prodiana e l’ultrasinistra (cioè il collegamento portante dell’ulivismo stesso), Veltroni punta a ottenere il duplice effetto di fare premio sull’ala più moderata della Margherita e, tramite l’esplicita messa in mora di Romano Prodi e del suo pretoriano, di accelerare il logoramento dell’esecutivo in carica. Negando di voler “sostituire” Prodi e di “poter andare a Palazzo Chigi senza aver vinto le elezioni”, Veltroni fa ben più che solfeggiare l’ovvio rispetto della legge: il messaggio, obliquo, comporta la rivendicazione di un primato decisionale applicabile all’intera alleanza di centrosinistra.
Onde per cui si arriva al secondo, più intricato piano d’analisi: quello strategico. Se, come sostengono i bene informati, gli scenari che vanno delineandosi trovano un soddisfatto patrocinatore in Franco Marini, un uguale avallo alle manovre politiche in corso non può non provenire dalla decennale sponda diessina del presidente del Senato, ossia Massimo D’Alema. Il doppio placet dalemian-mariniano ai prodromi del Partito Democratico può significare solo che l’ossatura del nuovo soggetto politico – malgrado i propositi maggioritari, bipartitici e meritocratici del Veltroni a favore di telecamera – sarà in grado di soddisfare le esigenze “conservative” più volte manifestate dalle nomenclature di cui Marini e D’Alema sono espressione. Assisteremo a una convergenza parallela cattocomunista strombazzata in un rutilare di annunci a effetto e piccole operazioni di cosmesi mediatica, in altre parole. Ma il passo decisivo del ragionamento riguarda l’evoluzione del quadro politico che le ultime notizie descrivono. Mentre Silvio Berlusconi, tra lo scherno degli ingenui, si assicura contemporaneamente la primogenitura del Partito della Libertà prossimo venturo e una formidabile arma contro gli eventuali effetti aggreganti del referendum Guzzetta, sta a Veltroni progettare la cornice normativa più compatibile con gli scenari a venire. Affinché il Pd non diventi un grosso vaso di coccio circondato da tanti vasetti di ferro, occorrerà infatti un sistema elettorale che coniughi l’avvento di alleanze di “nuovo conio” centrista con la salvaguardia dei partitocrati che sostengono il candidato premier. L’adozione del proporzionale alla tedesca farebbe egregiamente alla bisogna, ma sarebbe un regalo d’oro a un governo tenuto sotto comodo schiaffo da così tanti cespugli, mortalmente minacciati dalla prospettiva di uno tsunami referendario. L’uninominale a doppio turno – a cui Veltroni ha fatto più volte riferimento – sarebbe parimenti funzionale, ma manca il consenso trasversale per approvarlo. Forse il permanere di liste bloccate, previsto dall’ipotesi di legge Guzzetta, rappresenta un inusitato uovo di Colombo sia per il Cav. che per il sindaco d’Italia.
Ma, mentre per Silvio cambierebbe tutto senza cambiare nulla, per Walter – e siamo al terzo strato di significato, quello culturale – una riforma elettorale lascerebbe aperte numerose incognite. Si dice che il “nuovo corso” veltroniano imprimerà una rivoluzione copernicana a sinistra, di modo che finalmente si partirà dai programmi per arrivare alle alleanze e non più viceversa. Eppure nella (tuttora vaghissima) piattaforma programmatica democrat convivono opposti irriducibili, anche prescindendo da qualsivoglia patto con la sinistra antagonista: si va dal doroteo Rutelli al “sinistro” Brutti. La scontata vittoria di Veltroni, in pratica, rende puramente fittizia la selezione di leadership (e di priorità) annessa al meccanismo delle primarie. Con non minore cautela, allora, va presa la notizia di un “tavolo di lavoro sul fisco”, presieduto dai liberal Enrico Morando e Nicola Latorre, in grado di fornire facili panacee contro l’antiliberismo della sinistra.
Il fenomeno Veltroni, anche in relazione a fantomatiche rivoluzioni liberali incompiute a destra, dà l’idea che il progressismo italiano abbia messo a verbale una comprensione davvero superficiale e infantile del berlusconismo. Che non è tanto – o non solo – l’intuizione populista di un teleguitto che, “se avesse appena una puntina di tette, farebbe anche la velina” (questo era Enzo Biagi), ma soprattutto la capacità di rendere credibile la fattibilità un progetto politico ben preciso presso le fasce sociali interessate ad esso. Di scrivere proposte politiche “moderne e avanzate” per poi recitarne a soggetto il canovaccio di fronte a microfoni compiacenti è capace qualunque intendente di partito, ma saper convincere la gente di avere la forza per realizzarle è tutto un altro paio di maniche.
Considerando che, seppur stanti tali premesse, l’azione del passato governo ha faticato moltissimo a imboccare i binari liberisti indicati (d)al popolo delle partite IVA, viene da domandarsi quali potranno essere le “rotture” praticabili da un capopartito come Veltroni, refrattario a qualsiasi vera battaglia culturale.




13 giugno 2007

Se Milano piange, Parma non ride

Il prossimo sei tu!Per la maggioranza in queste ore ardono le ultime braci di una settimana infernale. Come ampiamente preventivato, nessun tizzone ha scottato la sinistra abbastanza da provocare una crisi di governo. La vertenza Visco-Speciale trova una pur minima giustificazione nel surrettizio spoil system instauratosi a margine di un bipolarismo privo di adeguato corredo normativo e istituzionale. L’esito delle amministrative, senza l’espugnazione di Genova, vede l’Unione attestarsi sulla sua linea del Piave ma non implodere (situazione che la Cdl visse solo dopo quattro anni di governo, con la Caporetto alle regionali del 2005: considerato che l’anno prossimo ci sono in ballo il Friuli – Venezia Giulia e la provincia di Roma, tanti auguri a Prodi e compagnia). La divulgazione delle conversazioni telefoniche tra i vertici del comitato d’affari diessino e il loro referente operativo, stante l’irrilevanza penale delle parole sbobinate, si limita “solo” a sollevare una grave questione morale (relativa non agli inevitabili “legami tra politica e affari”, ma all’odiosa ipocrisia con cui da oltre tredici anni la sinistra tenta di circoscrivere la conflittualità d’interessi al solo Berlusconi, occultando la propria dietro il paravento di una presunta superiorità antropologica).
Il clamore mediale su queste tre criticità, però, sta facendo passare sotto silenzio il consumarsi di una scandalosa ingiustizia. I due tronconi – milanese e parmigiano – del processo a Calisto Tanzi per il crack Parmalat si avviano infatti a risolversi in un nulla di fatto. Malgrado una quindicina di giorni fa il giudice ambrosiano Livia Ponti abbia respinto le richieste di patteggiamento avanzate dagli imputati, a Milano il procedimento sta per azzerarsi a causa di una opportunistica inerzia da parte del ministro Mastella nell’applicazione del combinato disposto indulto-legge Cirielli. La prescrizione delle accuse è prevista per il 2008, ma l’indulto prodian-berlusconiano avrebbe cancellato l’intero iter processuale in ogni caso. La continuazione tra i reati contestati a Milano e a Parma – dove si procede per associazione a delinquere finalizzata alla bancarotta – era poi preordinata a legare gli esiti dei due processi, con il bel risultato di pene non oltre il mese di reclusione per aggiotaggio. Nel tribunale del capoluogo emiliano, inoltre, pendono diciotto tronconi d’inchiesta inerenti la vicenda; il tutto a fronte della vera e propria emorragia di organico che, da un paio d’anni a questa parte, coinvolge endemicamente quel palazzo di Giustizia.
L’indulto rappresenta una dichiarazione di resa dello stato di diritto nei confronti del crimine e la responsabilità della sua promulgazione pesa come una macigno sulla quasi totalità del plenum parlamentare italiano (solo Lega e An votarono contro). Ma la Cirielli – almeno per quanto riguarda la parte garantista della legge, che riduce i termini di prescrizione per i reati finanziari – andava recepita e applicata come incentivo all’efficientamento dei tribunali, non come sprone alla fuga dei magistrati dalle strutture periferiche. Il Guardasigilli, garante di un programma di governo improntato al ripristino del falso in bilancio come reato “di pericolo”, dà tuttavia l’impressione di dormire sugli allori. Non si fa molta fatica a comprendere il motivo di un simile atteggiamento: già intendente dell’agglomerato politico più copiosamente foraggiato dalle Parmabustarelle (la compianta sinistra Dc), il vispo sannita dagli occhi a palla temporeggia pro domo sua.
Ora si potrebbero alzare accorati lamenti contro la “casta”, colpevole di menare per il naso i poveri risparmiatori due volte. Invece io preferisco non tanto mostrare indulgenza verso gli sprovveduti che hanno incautamente sottoscritto prodotti finanziari ad alto rischio quali i corporate bond, quanto rammaricarmi per la riuscita della strategia escogitata dagli istituti di credito italiani al fine di sottrarsi ancora una volta a qualsiasi assunzione di responsabilità. Un quadro normativo ingenuamente concepito e dolosamente applicato, purtroppo, ha consentito alle cinghie di trasmissione tra popolo bue e industria decotta (nonché corrotta) di eludere una sempre più improcrastinabile resa dei conti davanti alla giustizia.
Le casseforti dei padronati editoriali e confindustriali – con i cui portavoce taluni “volenterosi” si illudono di poter scendere a patti liberisti – allontanano quindi il momento della loro trasformazione in un moderno mercato bancario al servizio della gente. Per noi comuni mortali, un’opportunità in meno per non essere più trattati – volenti o nolenti – come titolari di crediti perennemente in sofferenza.

Aggiornamento (15-06-2007)  Nemmeno a farlo apposta, per il crack Parmalat banche rinviate a giudizio. Il fatto che si tratti solo di istituti esteri (Citigroup, Ubs, Deutsche Bank e Morgan Stanley) e che l'istruttoria inizi con così tanto ritardo, però, mi lascia molto perplesso. Anche le ipotesi di reato contestate dalla procura, basate sulla responsabilità oggettiva, mi sembrano poco stringenti e assai opinabili in sede dibattimentale. Comunque spero che queste premesse siano funzionali a un impianto accusatorio ben pianificato dagli inquirenti. La prescrizione incombe.




16 maggio 2007

Cronache straboscopiche

Un rapido sguardo alla cronaca recente offre più di un aggancio metaforico allo strabismo, inteso come difetto di allineamento del campo visivo. O, detto altrimenti, come urgente bisogno di chiarirsi le idee da parte di molti.
Lo dico subito: trovo che da piazza San Giovanni, dove sabato scorso si è svolto il Family Day, sia partito un messaggio di fondo quantomeno ambiguo. Per alcuni è stata una manifestazione anti-Dico; per altri si è trattato dell’adunata di una minoranza rumorosa e combattiva, con cui questo papato – tramite il clero periferico – ha inteso proseguire la sua battaglia in difesa della tradizione (familiare) cattolica. Sul piano delle rivendicazioni politiche si osserva la medesima indeterminazione: per Max l’agenda dell’evento è stata chiaramente orientata a domandare “quoziente familiare, detassazione, revisione dei criteri di assistenza pubblica per le famiglie più deboli, libertà scolastica”. Eppure una mobilitazione dal taglio vagamente “sindacale”  – guardacaso tra gli organizzatori dell’evento figura quella vecchia volpe cislina di Savino Pezzotta – non ha mancato di lanciare slogan assistenzialisti ben lontani dal sommario leave us alone che può averci voluto leggere il partecipante di tendenze reaganiane. Più in generale, sembra quasi che la folla riunitasi in Laterano quattro giorni fa punti a una vera e propria strategia della normalizzazione per la famiglia naturale e monogamica, segnatamente attraverso l’invocazione di un abbraccio (mortale) con lo Stato e il suo attraente potere di codifica del lecito.
Stessi mezzi, opposti fini rispetto ai laici “coraggiosi” accorsi in piazza Navona: statalismo negativo contro statalismo positivo, ma sempre di statalismo si parla. Lo stracco balletto di cifre tramite il quale le due iniziative si sono volute contrapporre sotto il mero profilo quantitativo, che da solo non elargisce né torti né ragioni a nessuno, fa emergere un primo esempio di “deviazione oftalmica”. Le cifre del Family Day sono state senz’altro gonfiate ad arte, perché la capienza di piazza San Giovanni non supera fisicamente le 250 mila unità circa. Eppure viene da chiedersi come mai un bell’accertamento degli afflussi non sia toccato anche alla manifestazione concorrente: cristiana carità deve aver suggerito di sorvolare sulla conta delle effettive presenze all’appuntamento con il coraggio rossolaico, presumo. Lo sguarnito raduno anticlericale, se non altro, ha inneggiato senza possibilità d'equivoco alla discutibile concatenazione giuridica tra desideri, bisogni, diritti soggettivi e diritti positivi.
Ripeto brevemente il mio punto di vista sulla questione: il diritto di famiglia non deve sancire la liceità di qualsivoglia legame affettivo, ma ha tutto l’interesse a premiare (con agevolazioni tributarie per i figli a carico, ad esempio) l’incoercibile e spontanea propensione degli individui di sesso opposto a vincolarsi l’un l’altro secondo il modello antropologico che “liberalizza” maggiormente i rapporti di parentela, discostandosi al massimo grado dal tribalismo clanico. Ogni altra formazione sociale espone il suo “statuto interno” al vaglio del potere solo ed esclusivamente dopo essersi costituita, per cui definisce fattispecie da regolamentare in termini di diritto civile: a nessuno salterebbe mai in mente di sposare un datore di lavoro e un suo dipendente, eppure tra i due soggetti intercorrono comunque “mutue obbligazioni” in senso lato. Per converso due fidanzati non godono della pensione di reversibilità, eppure se stanno assieme molto probabilmente si amano.
Sempre a proposito di Family Day, ha occhi incrociati anche chi, bontà sua, considera “rispettabile” la scelta di dare vita a famiglie numerose, ma poi avvelena la sua magnanimità avanzando il sospetto che le signore prolifiche possano aver subito “pressioni morali”. Mai che lo spauracchio di analoghe circonvenzioni venga agitato in merito all’atteggiamento repressivo di tanti genitori, che obbligano letteralmente le proprie figlie a studiare fino alla laurea quando, magari, alcune ragazze preferirebbero dedicarsi liberamente alla maternità già sulla ventina. È strabico Vauro, che disegna una caustica (e divertente, via) vignetta sulla pedofilia pretesca, ma che pure ebbe a risentirsi per la satira anti-maomettana apparsa sul periodico danese Jyllands Posten. Bulbi oculari a X, infine, anche per Vittorio Zucconi, il quale lamenta la strumentalizzazione piazzaiola di inconsapevoli bambini perpetrata dai manifestanti cattolici, ma poi si dimentica delle ostentate presenze infantili anche all’adunata pro-Pacs – quella con le sveglie sincronizzate – tenutasi mesi addietro proprio a piazza Navona.
Si potrebbe perfino uscire dal seminato, tematizzando in chiave oftalmologica anche la ridda di reazioni orripilate che, a sinistra, sta accompagnando l’acquisto di Endemol da parte di Mediaset. Dopo i rigurgiti dirigisti del prodismo di governo, dopo la tenaglia di leggi contra personam sul c.d. conflitto di interessi e sul sistema radiotelevisivo, dopo il mini-golpe a Viale Mazzini seguito al siluramento di Angelo Petroni, taluni non trovano niente di meglio da stigmatizzare che una fantomatica “occupazione berlusconiana dei programmi RAI”.
Qui, forse, non c’entra nemmeno lo strabismo, quanto piuttosto il metamorfismo: da facce a glutei.

Vai a vedere: Zamax, Fausto Carioti, Le Guerre Civili, Watergate



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