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  Ismael [ Il superstite del Pequod ]
         
















Non te lo chiedo per favore: non calpestarmi







Perduta nazione, avito suolo
Isole tra i monti, strade pei mari
Unico asilo ed eterno conforto
Per te prosperiamo
Liberi e reverenti





Due che hanno visto giusto





La situazione mediorientale spiegata
meglio che in mille editoriali





In memoria di Diamond
"Dimebag" Darrell
, e di tutti gli
interminabili pomeriggi di
gioventù trascorsi a sgomitare
sotto la sferza selvaggia
della sua chitarra!





Where I belong:



Il movimento liberale giovanile fondato e presieduto da Francesco Lorenzetti



Edoardo Ferrarese

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Testate, think tank & community:





















Direttore Giancarlo Loquenzi
















































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Meglio il Saruman monetarista
o il Sam vegetariano?

Sul proporzionale

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Mineo-gate

La verità ribadita.
Grazie alla blogosfera


Le fiamme sopra Parigi

Religione e omosessualità -
Condannati per reato d'opinione


Buon anno e felice Epifania
con l'intemerata
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Ipocralismi
(ipocrisie e moralismi)


Il sofferto capolavoro
di Arik


Munich

Jimmy, Fini e i joint

Il Programma dell'Unione:
non si fa, si fabbrica


Jin-Roh - Uomini e lupi

Cento domande sull'Islam

Il Caimano

Buona la seconda

Cinque minuti a mezzanotte

After-midnight abstracts

Martini l'apostata

Hanno già ricominciato
a farci "ridere"


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Mimmu 'u Guardasigilli

Il Codice da Vinci

La lussazione

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compromission day


Centrodestra, anno zero

Padoa-Schioppa VS Bersani:
vince la politica

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Ciò ch'è fatto è reso


La guerra infinita,
l'ipocrisia al governo

United 93

Multilateralismo dalemiano:
molta astuzia, poca prospettiva

8 Settembre,
festa degli ondivaghi


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Propaganda welfare

La semplicità del Papa

Telecomgate, Prodi poteva
non sapere. Non è
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Tra il Dio incarnato
e il Dio incartato


Più tasse per tutti.
E più inflazione

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Ipotesi su Gesù

Buona l'anima,
malo il vino


USA 2006:
l'America plurale


Laicità e diritto naturale,
ovvero: del cortocircuito
giacobino


La mossa del Casini

Né bio né equo
né solidale. Quindi
massimamente etico


Apocalypto

Pannella e la morte
per procura


Fassino, le sberle, la rivincita

Tri-dazer

"Prodienko": torti e ragioni

L'antiPACStico

Uno sguardo all'America
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Or sono tre anni

Come Prodi
cadono le foglie al vento


Life to lifeless

Proibizionismi all'orizzonte?

Ennesima political compass

A New Republic

300

Uomini, caporali
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Immigrazione e libertà

L'innatismo dei predestinati

Libertari o gobettiani?

Sarko e Silvio

Cronache straboscopiche

Sex Crimes & the Vatican

Michela Vittoria Brambilla

La valanga veronese

Gods of Metal 2007

Se Milano piange,
Parma non ride


Gianfranco, Daniela
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Un altro partito liberale?
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La battaglia che fermò
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Liberalismo

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Liberalizzazioni:
cosa resta da fare?

#1  #2


Il punto sulle bersanizzazioni
#1  #2  #3


Un giorno di libertà
#1  #2  #3


Metabio(gen)etica
#1  #2  #3  #4


Per il bene dell'Italia
#1  #2  #3  #4  #5
#6  #7  #8  #9  #10 


IsmaelVille
#1  #2  #3  #4  #5
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Spigolature internautiche

"Uòlter Veltroni
a tajà er nastro
so' tutti bboni"

            by Giggimassi


"Far l'amore
col preservativo
è come fare il bagno
con lo scafandro"

                (Anonimo)


"Non sono né del partito
rivoluzionario né del
partito conservatore.
Ma tuttavia e dopotutto
tengo più al secondo che al
primo. Infatti dal secondo
differisco nei mezzi
piuttosto che nel fine,
mentre dal primo differisco,
insieme, nei mezzi e nel fine.
La libertà è la prima delle
mie passioni. Questa è la
verità"


      Alexis De Tocqueville
                    (by Zamax)


"Se Dio si candida,
lo stolto pensa alle elezioni
invece che al problema
dell'elezione"


            Giuliano Ferrara


"Io credo soltanto nella parola.
La parola ferisce, la parola
convince, la parola placa.
Questo, per me, è il senso
dello scrivere"


                    Ennio Flaiano
                (by Il Paroliere)


"L'ideazione di un sistema
resistente è atto creativo
che solo in parte si basa su
dati scientifici; la sensibilità
statica che lo determina, se
pure necessaria conseguenza
dello studio dell'equilibrio e
della resistenza dei materiali,
resta, come la sensibilità
estetica, una capacità
puramente personale, o per
meglio dire il frutto della
comprensione ed assimilazione,
compiutesi nello spirito del
progettista, delle leggi
del mondo fisico"


                       Pier Luigi Nervi
(Scienza o Arte del Costruire)


"L'unica cosa necessaria
per il trionfo del male
è l'inerzia dei buoni"

                         Edmund Burke
              (by Torre di Babele)


"Un governo così grande da
darti tutto quello che vuoi
è anche abbastanza grande
da toglierti tutto quello che hai"


               Barry M. Goldwater
          (by Retorica e Logica)


"L'amore è donare quello
che non si ha a qualcuno
che non lo vuole"


                     Jacques Lacan
                       (by Bernardo)


"Sono un conservatore nel
senso inteso da Hannah Arendt,
che si preoccupava della
preservazione del mondo.
Oggi comunque non c'è più
ordine costituito, ma solo
un cambiamento costituito.
La nostra sola tradizione è
il progresso. Viviamo in nome
del movimento e del
cambiamento continuo.
In questo contesto, io mi
considero un rivoluzionario,
perché ormai la sola
rivoluzione possibile è quella
che interrompe le derive
contemporanee"

               Alain Finkielkraut
                            (by Temis)


"Parliamo di politica:
quando si mangia?"


                 Alberto Mingardi


"Quella delle domeniche
a piedi è una messa rosso-
islamica, basata sulla nostalgia
del bel tempo della austerity
'regalataci' dall'Opec nel 1973.
E' un rito di espiazione e
autoflagellazione, direbbe un
Ernesto De Martino. E' una
autopunizione per aver pensato
di andare in auto a casa della
mamma, direbbe Freud. E' una
purga rivoluzionaria per
distruggere i beni di consumo
e tornare al valore d'uso,
direbbe Karl Marx"


                  Paolo Della Sala


"Quando uno conosce bene
una cosa se ne ha a male
se qualcun altro ne parla"


                          by Cruman


"Il vero conservatore sa che
a problemi nuovi occorrono
risposte nuove, ispirate a
principi permanenti"


             Giuseppe Prezzolini
  by Camelot Destra Ideale


"Una donna lo sa: le donne
adorano odiarsi. E' una cosa
vezzosa, niente di grave: solo
un po' di veleno qua e là, uno
sgambetto un sorriso e una
pugnalata alle spalle.
Non possiamo resistere"


              Annalena Benini


"Gli elettori delegano
il peccato ai potenti, così
possono immaginare
di non essere colpevoli
di nulla"


          Paolo Della Sala, again


"L'utilitarista deve nascondere
giudizi di valore da qualche
parte, per prendere decisioni
in base al suo principio,
e la teoria morale che ha
non è quindi l'utilitarismo,
ma lo specifico criterio
decisionale adottato"


                          LibertyFirst


"Non c'è più nessuno
a cui sparare, signore.
Se si tratterà solo di
costruire scuole e ospedali,
è a questo che serve l'esercito?"


                   Michael Ledeen


"L'idealista è uno che,
partendo dal corretto
presupposto che le rose hanno
un profumo migliore dei cavoli,
usa le rose per fare la zuppa"


                  Antonio Martino


"Sono sempre i migliori
ad andarsene dai forum"


                           Malvino


"Sapientia deriva da assaporare,
serve altro commento che non sia
mettere in moto il pensiero,
il ragionamento critico
come sapore delle cose?"


                                 adlimina


"Se gli economisti fossero
in grado di prevedere l'economia
non sarebbero tali, cioè non
avrebbero bisogno di insegnare
per sbarcare il lunario"


                            Mario


"Chi è sovente accigliato,
chi alza spesso il ditino
ammonitore, chi giudica
severamente il mondo
è uno che nel mondo
ci si trova male"


                             Gianni Pardo


The unprofessional blog

L'autore dichiara apertamente
che gli audaci parti del suo
intelletto avrebbero bisogno
del conforto di dottrina
specialistica in più materie,
nessuna delle quali minimamente
padroneggiata: pregasi notare
- sia ricordato qui una volta
per tutte - che di siffatti
scrupoli accademici è
privilegio della corporazione
dei dilettanti infischiarsene
allegramente (TNX Zamax)


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15 novembre 2011

Anche la speme fugge i sepolcri?

Probabilmente si rivelerà un’orazione funebre prematura, se non altro per l’insolente audacia con cui l’uomo ha ripetutamente mostrato di sapersi reinventare, ma trovo lo stesso che valga la pena di spendere qualche riflessione sul lascito della vicenda berlusconiana sin qui.

Il bilancio da trarre – specie per chi, come me, ha creduto in ogni occasione utile alla scommessa del Cavaliere – si diparte da voci molto poco materiche ma, nondimeno, perviene a saldi assolutamente concreti. Innanzitutto: in cosa è consistita la sfida lanciata dal capopopolo di Arcore, se ne proiettiamo la sostanza in una dimensione simbolica? Se il pensiero corresse pedissequamente alle corrive giaculatorie sulla (incompiuta) “rivoluzione liberale”, esso finirebbe immediatamente in un vicolo cieco. L’afflitto richiamo all’ormai mitologico “spirito del ‘94”, proveniente anche e soprattutto da commentatori più delusi che ostili, lascia trasparire l’indebita derubricazione di un disegno sistematico, finalizzato a trasformare radicalmente il rapporto tra politica ed elettorato, ai “motti di sintesi” prescelti nell’intento di anticiparne alcuni possibili sviluppi (meno tasse per tutti, meno stato più mercato, e così via). Non occorrevano particolari virtù precognitive, ad ogni buon conto, per sospettare che, amaggior ragione dopo la disfatta referendaria sulle riforme istituzionali, un ulteriore eventuale mandato berlusconiano avrebbe avuto carattere residuale, specialmente sotto il profilo dello slancio riformatore.

No, il cuore dell’iniziativa forzista (in passato, quando l’impulso appariva giovane e forte) e pidiellina (oggi che è moribondo, almeno a detta del giornalista collettivo) pulsava sul piano intensionale – scritto proprio così, con la esse. In altre parole, tra mutevoli fortune, Silvio Berlusconi è stato in grado di proporre una piattaforma politica intrinsecamente “in credito” con le alternative, anche senza il completo beneficio della controprova e/o davanti all’evidenza di promesse in larghissima misura disattese. Le scaturigini di questo capitale reputazionale detenuto a priori, di questa attendibilità congenita, si appunta(va)no al ben preciso archetipo incarnato dall’ex premier. L’epica berlusconiana ha saputo costruirsi attorno a suggestioni collaudate e, allorché impersonate da un temperamento più o meno alla loro altezza, tutto sommato persuasive. Mi riferisco ovviamente al romanzo verista dell’impresario arricchitosi col talento, del capitano coraggioso che rinuncia a godersi l’opulenza per scendere a battersi nell’agone politico. Ma soprattutto del manager che applica al governo della cosa pubblica un modello di gestione “aziendale”, agile e potente strumento per mettere fuori causa il patriziato politico, il mandarinato ministeriale, i padronati sindacali e confindustriali – detto altrimenti, i cartelli corporativi allestiti dai gruppi di potere non elettivi per tutelare interessi particolari di vario ordine e grado.

Curiosa e affascinante contraddizione: il leader carismatico dello schieramento conservatore, in Italia, negli ultimi diciassette anni è stato un teorico della disintermediazione totale tra il popolo e la sua guida. Ovvero l’esatto opposto di ciò che asseriscono, da qualche secolo a questa parte, le dottrine promosse dai “padri nobili” della schiatta politico-filosofica in senso lato destrorsa. Gli esempi si sprecano, dal Cicerone che ammoniva “potestas in populo, auctoritas in senatu” al Tocqueville che, dell’ancien régime, salvava proprio i corpi sociali intermedi in funzione anti-plebiscitaria. Addirittura, nella storia italiana recente, uno scontro frontale con i “poteri forti” spesso più narratologico che effettivo ha determinato, presso la parte moderata e conservatrice degli aventi diritto al voto, il “preconcetto positivo” di cui sopra.

Ebbene, dopo l’ultimo fragoroso tonfo, per quanto foriero di verdetti nel caso tutt’altro che definitivi, si può ben dare per acquisita almeno una certezza: il venire meno dell’illusione per cui si possa prendere a calci lo status quo ante “da destra”. No, non è trasferendo in ambito politico i processi decisionali della libera impresa che si risolve il problema di fare sintesi tra interessi divergenti. No, non tutto è lex mercatoria, nel senso che gli affari umani scontano anche circostanze impossibilitate a esaurirsi nella predefinizione, mediante la stesura di termini contrattuali inderogabili; esiste anche l’universo delle “mutate condizioni al contorno”, dello spregio alla parola data, dell’imponderabilità. E no, i mandati popolari, come qualunque altra risorsa di questo mondo, non si mantengono coesi all’infinito senza l’ausilio dei principi permanenti e dei contropoteri necessari a incanalarne l’abbrivo verso finalità socio-politiche compatibili con la realtà storica.

Quando le consapevolezze suddette penetrano a fondo nella coscienza critica della gente, come continua ad accadere in questi giorni davanti all’ennesimo crepuscolo del Cav, lo scarto pregiudiziale che finora ha contraddistinto nel bene i sottintesi del linguaggio berlusconiano si corrompe nel suo inverso diametrale, secondo un effetto analogo all’antipatia che suscitano le celebrità vittime della sovraesposizione mediatica. Bene che vada, si finisce per maturare la convinzione che non vi sia poi molta differenza tra un capitalista prestato alla politica e un ottimate bocconiano, se sono entrambi obbligati a districarsi nella stessa giungla di veti incrociati e di vincoli sovraordinati (questi ultimi imposti dai mercati internazionali e/o dalle istituzioni europee).

Per propiziare la speranza della memoria, Ugo Foscolo scrisse che “chi la scure asterrà pio dalle devote frondi men si dorrà di consanguinei lutti”, nella mia personalissima lettura stando a significare che, per coltivare l’ambizione di incidere sul presente e sul futuro, occorre saper riplasmare pazientemente le vestigia del passato, anziché demolirle a palle incatenate. La destra italiana deve ripartire dall’ardua missione di cambiare il sistema dal di dentro, senza lasciarsi sedurre da scorciatoie provvidenzialistiche: quelle appartengono evidentemente al dominio dell’irrealtà, se non le ha sapute percorrere nemmeno uno come Berlusconi.




18 giugno 2009

Tre pillole politiche

1. A margine dell’incresciosa vicenda Noemi-Papi è salito nuovamente alla ribalta il tema della morale politica, purtroppo ancora una volta secondo il frusto paradigma del bipolarismo etico invalso riguardo a qualunque “materia del contendere” di minima rilevanza pubblica. Su un fronte ha voce il moderno fariseismo per il quale i precetti comportamentali vanno sempre serviti in carta patinata, ovvero promossi da uomini coerenti con essi, per ambire a guadagnarsi l’agognata credibilità. Tralasciando la fallacia logica annessa al ritenere la coerenza un valore in sé, vale la pena di ricordare che il piano ideale e il piano concreto, benché convergenti sotto il profilo prasseologico, sono distinti sotto quello concettuale. Linea di fatto e linea di principio si giustappongono dialetticamente senza mai dissolversi l’una nell’altra, ovvero: se un ladro mi dice che rubare è sbagliato, al ladro devo dare ragione in linea di principio salvo domandargli conto del suo illecito in linea di fatto. Nel senso che appunto il concetto di illecito – o di peccato, per chi si rifà a una morale confessionale – va inteso al servizio del discernimento, non già della dannazione, per essere interpretato correttamente. Dal versante opposto si propende per una sorta di utilitarismo crociano applicato al culto della personalità che contraddistingue sempre più il rapporto tra i corpi elettorali e gli “uomini soli al comando” di turno. In sostanza si dice che il politico onesto è il politico capace: faccia quello che gli pare dalla cintola in giù, purché sappia trarmi in salvo dalla crisi, dal digital divide, dal logorio della vita moderna – purché sappia cioè far funzionare il marchingegno statale di modo da massimizzare l’utilità collettiva. Si tratta di due diverse varianti dello stesso relativismo per cui il bene e il male non esistono come essenze autonome a priori, ma emergono dalla concomitanza di fattori per lo più contingenti/strumentali/formali. Invece sarebbe il caso di tenere presente che vigilare sui vizi privati dei potenti non serve tanto a sconfessarne le virtù pubbliche, quanto a impedire che le posizioni di responsabilità siano ricoperte da persone a vario titolo ricattabili. Silvio Berlusconi è andato al compleanno di Noemi Letizia a favore di una serqua di telecamere, quindi nella fattispecie ha messo deliberatamente in piazza il rapporto che lo lega a questa ragazzina: se si trattasse davvero di una relazione amorosa, al premier andrebbe diagnosticato l’autolesionismo acuto. Ma se il Cav. coltivasse tresche occulte d’abitudine, in quale e quanta misura si troverebbe sotto minaccia di scandalo a mezzo stampa? E tale “minaccia” come si servirebbe del potere in mano al Presidente del Consiglio? Premendo magari per favori politici anche a scapito dell’equo trattamento della cittadinanza tutta?

2. Per spezzare l’asse Fanfani-Almirante che orienta il gradiente politico-culturale del neonato Pdl, Gianfranco Fini ha scelto di fungere da cuneo repubblicano nell’intento di incrinare il monolite statalista da cui il soggetto unitario di centrodestra par muovere i primi passi. Come un Ugo La Malfa redivivo, tanto per rimanere in similitudine. È molto interessante – e molto urgente, a giudicare da spropositi come la legge Calabrò – porgere alla Destra italiana il tema della laicità. Corrivo e insignificante, invece, è pensare di riuscire nell’opera recitando a memoria slogan imparaticci e apodittici, anziché proponendo elaborazioni nuove e originali. Sarà che quelle richiedono tempo e fatica senza poi garantire qualche titolone brutalmente sintetico sulle prime pagine dei quotidiani? Per un conservatore, la laicità è un dovere dello Stato, non un obbligo del cittadino – ciò che diviene nell’azione politica impegnata a scorrelare disponibilità di risorse e stile di vita. Bene: ma come conciliare questo assunto alla temperie dell’oggi, in cui cresce la domanda di protezione sociale in tutti i campi? Come presidiare i confini tra la libertà negativa (politica) e libertà positiva (morale) laddove aumenta la domanda di realizzare, anziché “solo” di garantire, i diritti essenziali?

3. Bipartitista convinto da sempre, i tre quesiti referendari di Domenica e Lunedì mi mettono abbastanza in crisi. Sulla terza scheda nulla quaestio, voto sì perché la candidatura multi-circoscrizione è un privilegio sibaritico. Ma la prima e la seconda offrono l’opportunità di adottare una norma condivisibile solo a certe condizioni, nessuna delle quali allegabile a una consultazione abrogativa. Ebbi un problema analogo ai referendum sulla procreazione, allorché – sebbene favorevole all’eterologa – barrai il no sulla seconda scheda nel dubbio (dirimente) circa l’anonimato del donatore esterno alla coppia. Stavolta mi fa problema l’impossibilità di sapere a priori se un eventuale assetto bipartitico futuro sarà corredato dall’indispensabile ausilio delle primarie. Anzi, visto che probabilmente il testo del porcellum rimarrà invariato tranne le parti in predicato di abolizione, ho viceversa la certezza che una (improbabile) vittoria dei sì non farebbe che accentuare la partitocrazia castale arroccatasi sul meccanismo delle liste bloccate. Per tagliare la testa al toro voterò sì sulla scheda numero uno e non ritirerò la numero due: fingerò di credere alla favola del Senato federale e lascerò che nella camera alta ci si avvii coerentemente a privilegiare il pluralismo rappresentativo.




27 marzo 2009

Congiunzione di due mondi

Dopo una convivenza di prova durata un quindicennio, Forza Italia e Alleanza Nazionale sono in procinto di convolare a nozze. Saranno giuste nozze? Tutto dipende dagli assetti organici che il nuovo partito metterà a regime di prassi interna, con speciale riferimento alla cultura politica che l’attribuzione delle relative funzioni decisionali intenderà rispecchiare.
No, non mi interessa perorare la causa di questa o quella particolare “anima” ideologica destinata a confluire nel nuovo soggetto unitario. È difficile comprendere come un partito a vocazione maggioritaria possa costituirsi se non alla stregua di laboratorio dialettico in cui operare una sintesi di posizioni anche molto lontane tra loro. [continua su Movimento Arancione]




8 maggio 2008

Berlusca 4 - The final cut

A dispetto delle malelingue messe in circolazione dai pennaioli di regime, che adombravano ritardi nella formazione del governo causa pugnaci duelli all’ultima poltrona fra i vincitori delle elezioni, il quarto gabinetto Berlusconi è venuto alla luce nel minor tempo consentito dai nostri pachidermici riti istituzionali. [continua su Movimento Arancione]




6 aprile 2008

Operazione Verità - Veltrusconi, il fumetto




13 marzo 2008

Liste del Pdl: guardiamo la Luna, non il dito

Com’era prevedibile, anche le liste del Popolo della Libertà sono state motivo di delusione, mugugni e polemiche. Nonché di pretestuosa indignazione antifascista all’indirizzo di Giuseppe Ciarrapico.
Cominciamo da qui. L’idea di rendermi anche solo lontanamente complice dell’elezione a senatore del noto maneggione ciociaro mi ripugna, eppure lo strumentale ingigantimento mediatico del caso che lo riguarda non può essere subito in silenzio. Basta leggere la tanto vituperata intervista “nera” che il Ciarra ha rilasciato a La Repubblica, infatti, per rendersi conto di come la notizia della scandalosa esternazione nostalgica sia frutto di una deliberata coartazione fraseologica. Dire che “Il fascismo mi ha dato sofferenze e gioie. Mai rinnegato, mai confuso, mai intorpidita la mente da pensieri sconclusionati e antistorici”, fatta la tara alla sintassi un tantino telegrafica, può solo significare che l’uomo non rinnega la propria adesione giovanile al regime mussoliniano, ferma restando l’assurdità di volerlo riesumare a Duce morto. Altrimenti non si spiegherebbe quel riferimento simil-pragmatico ai “pensieri sconclusionati e antistorici”. In ogni caso, non sarà certo la Sinistra amica di Bassolino e compromessa con gente tipo Romano Misserville a dispensare tronfie lezioni di etica politica o a brandire l’opportunistico manganello dell’antifascismo militante.
Comunque sia le schermaglie propagandistiche fanno sorridere, se confrontate ai pesanti malumori suscitati dalle candidature pidielline presso molti osservatori normalmente bendisposti verso il centrodestra. Più che altro per il carattere superficiale e fuori bersaglio, quando non addirittura snob e contraddittorio, di tante prese di posizione critiche lette e sentite negli ultimi giorni. Il migliorismo liberale, come sempre assai zelante nell’esprimere il comodo dissenso “indipendente” che gli compete, a mio avviso sta argomentando il suo malcontento nel modo sbagliato.
Da un lato si accusano entrambi i partiti maggiori di disomogeneità ideologica, sicura fonte di spaccature trasversali sui temi più disparati, ma dall’altro, nel contempo, li si stigmatizza per aver candidato figuranti di infimo profilo, sbingibottoni e yesmen – caricando magari la reprimenda di toni elegiaci per l’assenza dalle liste di questo o quel bel nome del liberalismo di vaglia. Epperò delle due l’una: o abbiamo un problema con la scarsa disciplina di partito o ce l’abbiamo con l’eccessivo inquadramento. La prima ipotesi fa pensare a un difetto di leadership (da cui non stupirebbe l’affiorare di umori liberali non localizzati dai radar partitocratici alla stesura delle liste), la seconda al suo opposto (nel qual caso l’abbondanza di fedine liberali immacolate tra gli eletti non avrebbe alcun rilievo). Facendo mente locale, è facile comprendere che la situazione del Pdl, specie dopo la rottura con i dorotei casiniani, si avvicina maggiormente alla seconda casistica che non alla prima.
Perciò diventa un vuoto esercizio retorico rimpiangere i Rivolta, gli Sterpa e i Biondi: tanto oggi più che mai si decide tutto ad Arcore. Ecco perché gli strali antistatalisti, per acquistare consistenza politica, dovrebbero appuntarsi all’involuzione fanfaniana del Cav. in persona, non all’obbediente asservimento della probabile futura maggioranza di governo alla volontà del Capo (peraltro abbastanza giustificato, col parlamentarismo a colpi di fiducia che contraddistingue il nostro sistema istituzionale).
Berlusconi che avalla il Tremonti nemico della “tecnofinanza”, che annuncia di voler preservare l’italianità di Alitalia e che punta sull’inflazione edilizia a scopi sociali: questo, non altro, deve destare le nostre preoccupazioni di liberali e di conservatori.

Vai a vedere: Nequidnimis




25 gennaio 2008

Frana Prodi, ma in cauda venenum

 La disfatta prodiana al Senato sta a significare ben di più che l’ormai improcrastinabile atto di sfiducia verso un’esperienza di governo fallimentare sotto tutti i punti di vista. Dal tracollo “parlamentarizzato” dell’Unione emerge infatti la debolezza congenita della cifra politica incarnata da Romano Prodi, e per volontà – apparentemente cocciuta e autolesionista – del suo stesso ideatore. [continua su Movimento Arancione]

Update (17.10) - Il quadro politico forse sta già subendo i primi scossoni nel senso da me intuito: “L'Udc è pronto a confluire nella 'Cosa Bianca', una coalizione di centro che può contare sul consenso del 14-16% degli elettori. Ne è convinto il senatore dell'Udc, Mario Baccini” [link].
Si profila una riedizione del governo D’Alema su scala (molto più) allargata ai democristiani? In ogni caso, la leadership di Veltroni rischia davvero la morte in culla.




23 novembre 2007

Sapessi com'è strano/morire democristiano

Silvio Berlusconi ha fatto benissimo a congedare seccamente i turiferari dello statalismo bianconero, quei Casini e Fini che Marco Pannella – con una battuta degna dei suoi tempi d’oro – ha definito i pilastri di un redivivo “asse Fanfani-Almirante”. La colpa della pigrizia riformatrice sofferta dal secondo governo di centrodestra può infatti ricadere solo sugli eredi della politica clientelare, capillarmente ramificata negli organigrammi del pubblico impiego e delle strutture di partito più organizzate, i quali temono che il federalismo e l’economia di mercato possano sottrarre loro il controllo dei serbatoi d’interesse (cioè di voti) a lungo cooptati.
Quello che lascia interdetti, casomai, è la tattica scelta dal Cav. per avere mani libere. Il dialogo con Veltroni sull’ipotesi di un nuovo sistema elettorale a impianto proporzionale, che riporterebbe le lancette della storia italiana indietro di quindici anni, secondo me può avere al massimo tre spiegazioni compatibili con la ragione politica del berlusconismo.
La prima è anche la più scontata: il capo del neonato partito dal doppio genitivo (del popolo della libertà), ben sapendo che i negoziatori del Pd daranno per irricevibile la condizione di voto anticipato in caso di accordo bipartisan sulla legge elettorale, punta a dominare l’area di centrodestra servendosi dell’eventuale bipartitismo post referendum Guzzetta. In un simile scenario, il completo padronato berlusconiano sulla ex Cdl avrebbe dalla sua la scusa pronta di diverse e più “collegiali” intenzioni manifestate tramite le attuali aperture proporzionaliste. E poi diventerebbe più chiaro il movente dell’operazione-Brambilla, con annessa registrazione di nome e simbolo del PdL l’estate scorsa.
Una seconda ipotesi potrebbe essere che Berlusconi abbia voluto anticipare con una mossa a sorpresa la bocciatura dei quesiti referendari da parte della Consulta. Nel caso in cui il tracollo della seconda “rivoluzione maggioritaria” azzerasse il conto alla rovescia che minaccia la già precaria stabilità del governo, per il leader dell’ormai giubilata Forza Italia si renderebbe necessaria una diversa strategia di logoramento antiprodiano. Per cui l’asse temporaneo con Veltroni – in teoria capace di assestare il colpo mortale alla cifra politica dell’ulivismo, ossia la coabitazione tra sinistra affarista e sinistra marxista indotta dalla camicia di forza maggioritaria – farebbe decisamente alla bisogna.
La terza possibile interpretazione del quadro politico odierno nega la seconda. Fino a non più di un mese fa, per Romano Prodi la trattativa sul proporzionale e su non meglio precisate “riforme istituzionali” rappresentava l’unico modo di prolungare la permanenza in carica del suo esecutivo. Forse Berlusconi vuole che il titolo di leader dell’opposizione, garantitogli dalla presenza del suo avversario storico sullo stesso palcoscenico politico, resti in mano sua fino al giorno in cui il governo imploderà una volta per tutte. Con la conseguente, trionfale rivincita nelle urne subito dopo.
Ma il gioco della fantapolitica perde ogni interesse, quando le sorti del nostro sgangherato consorzio civile rischiano di essere riconsegnate alla formula elettorale meglio calibrata sulle triste esigenze dei capitalisti senza capitale, dei boiardi in servizio permanente, del flautato solidarismo “centrista”, dei furbetti di via Solferino, della Camera dei Fasci e delle Corporazioni nota col nome di “concertazione” – e qui mi fermo, perché le gite allo zoo mi annoiano.
Non vorrei morire democristiano tra democristiani, insomma. Sarebbe perfino più frustrante che fare il liberista in compagnia dei nipotini di Giorgio e Amintore.




31 agosto 2007

Gli interrogativi di Walter

Rilasciando una pluricitata intervista al Corsera, Walter Veltroni ha rotto gli indugi sul fronte dell’understatement ecumenico e ha assunto la posa del decisionista con le idee chiare. Il sindaco di Roma dichiara infatti: “non ho timore di decidere... Si ascolta, si consulta, si tratta; ma, alla fine, si decide”. E ancora, a margine del suo incontro con il presidente del Consiglio di qualche giorno prima, altrettanto commentato: “Non si può giustificare la vaghezza o l'ambiguità del programma, in nome del feticcio dell'unità della coalizione... in nessuna grande democrazia europea sarebbe immaginabile presentarsi agli elettori con una coalizione priva dei requisiti minimi di coesione interna, tali da rendere credibile la sua proposta di governo”.
Sono parole che si prestano ad almeno tre livelli di lettura. Uno è quello tattico: spezzando l’asfittica triangolazione tra la cerchia prodiana e l’ultrasinistra (cioè il collegamento portante dell’ulivismo stesso), Veltroni punta a ottenere il duplice effetto di fare premio sull’ala più moderata della Margherita e, tramite l’esplicita messa in mora di Romano Prodi e del suo pretoriano, di accelerare il logoramento dell’esecutivo in carica. Negando di voler “sostituire” Prodi e di “poter andare a Palazzo Chigi senza aver vinto le elezioni”, Veltroni fa ben più che solfeggiare l’ovvio rispetto della legge: il messaggio, obliquo, comporta la rivendicazione di un primato decisionale applicabile all’intera alleanza di centrosinistra.
Onde per cui si arriva al secondo, più intricato piano d’analisi: quello strategico. Se, come sostengono i bene informati, gli scenari che vanno delineandosi trovano un soddisfatto patrocinatore in Franco Marini, un uguale avallo alle manovre politiche in corso non può non provenire dalla decennale sponda diessina del presidente del Senato, ossia Massimo D’Alema. Il doppio placet dalemian-mariniano ai prodromi del Partito Democratico può significare solo che l’ossatura del nuovo soggetto politico – malgrado i propositi maggioritari, bipartitici e meritocratici del Veltroni a favore di telecamera – sarà in grado di soddisfare le esigenze “conservative” più volte manifestate dalle nomenclature di cui Marini e D’Alema sono espressione. Assisteremo a una convergenza parallela cattocomunista strombazzata in un rutilare di annunci a effetto e piccole operazioni di cosmesi mediatica, in altre parole. Ma il passo decisivo del ragionamento riguarda l’evoluzione del quadro politico che le ultime notizie descrivono. Mentre Silvio Berlusconi, tra lo scherno degli ingenui, si assicura contemporaneamente la primogenitura del Partito della Libertà prossimo venturo e una formidabile arma contro gli eventuali effetti aggreganti del referendum Guzzetta, sta a Veltroni progettare la cornice normativa più compatibile con gli scenari a venire. Affinché il Pd non diventi un grosso vaso di coccio circondato da tanti vasetti di ferro, occorrerà infatti un sistema elettorale che coniughi l’avvento di alleanze di “nuovo conio” centrista con la salvaguardia dei partitocrati che sostengono il candidato premier. L’adozione del proporzionale alla tedesca farebbe egregiamente alla bisogna, ma sarebbe un regalo d’oro a un governo tenuto sotto comodo schiaffo da così tanti cespugli, mortalmente minacciati dalla prospettiva di uno tsunami referendario. L’uninominale a doppio turno – a cui Veltroni ha fatto più volte riferimento – sarebbe parimenti funzionale, ma manca il consenso trasversale per approvarlo. Forse il permanere di liste bloccate, previsto dall’ipotesi di legge Guzzetta, rappresenta un inusitato uovo di Colombo sia per il Cav. che per il sindaco d’Italia.
Ma, mentre per Silvio cambierebbe tutto senza cambiare nulla, per Walter – e siamo al terzo strato di significato, quello culturale – una riforma elettorale lascerebbe aperte numerose incognite. Si dice che il “nuovo corso” veltroniano imprimerà una rivoluzione copernicana a sinistra, di modo che finalmente si partirà dai programmi per arrivare alle alleanze e non più viceversa. Eppure nella (tuttora vaghissima) piattaforma programmatica democrat convivono opposti irriducibili, anche prescindendo da qualsivoglia patto con la sinistra antagonista: si va dal doroteo Rutelli al “sinistro” Brutti. La scontata vittoria di Veltroni, in pratica, rende puramente fittizia la selezione di leadership (e di priorità) annessa al meccanismo delle primarie. Con non minore cautela, allora, va presa la notizia di un “tavolo di lavoro sul fisco”, presieduto dai liberal Enrico Morando e Nicola Latorre, in grado di fornire facili panacee contro l’antiliberismo della sinistra.
Il fenomeno Veltroni, anche in relazione a fantomatiche rivoluzioni liberali incompiute a destra, dà l’idea che il progressismo italiano abbia messo a verbale una comprensione davvero superficiale e infantile del berlusconismo. Che non è tanto – o non solo – l’intuizione populista di un teleguitto che, “se avesse appena una puntina di tette, farebbe anche la velina” (questo era Enzo Biagi), ma soprattutto la capacità di rendere credibile la fattibilità un progetto politico ben preciso presso le fasce sociali interessate ad esso. Di scrivere proposte politiche “moderne e avanzate” per poi recitarne a soggetto il canovaccio di fronte a microfoni compiacenti è capace qualunque intendente di partito, ma saper convincere la gente di avere la forza per realizzarle è tutto un altro paio di maniche.
Considerando che, seppur stanti tali premesse, l’azione del passato governo ha faticato moltissimo a imboccare i binari liberisti indicati (d)al popolo delle partite IVA, viene da domandarsi quali potranno essere le “rotture” praticabili da un capopartito come Veltroni, refrattario a qualsiasi vera battaglia culturale.




16 settembre 2006

Telecomgate, Prodi poteva non sapere. Non è la prima volta

“Essere isolati non rende nulla”, dichiara Romano Prodi in conferenza stampa dalla Cina. Il Presidente del Consiglio, molto comprensibilmente, a latere della trasferta asiatica da lui guidata preferisce menar vanto della sensazionale lungimiranza con cui avrebbe concepito la sua strategia commerciale “sinofila”, anziché elaborare una linea difensiva appena decente per respingere le accuse di falso ideologico che gli stanno piovendo addosso.
Di sicuro, il virgolettato prodiano di cui sopra riassume in esergo la cifra più profonda del cursus vitae sin qui condotto dal professore bolognese. All’affettata bonomia del personaggio, in effetti, si abbina la spiccata propensione per l’allestimento di fitte reti di cointeressenze con il reparto economico-industriale – dote che ha favorito in modo determinante la sua irresistibile ascesa. Al talento per la connivenza si uniscono inoltre una discrezione ed un tatto assoluti nel mantenere occulto e poco controllabile il suo coté finanziario di riferimento. Praticamente una dirittura all'opposto diametrale rispetto a quella di Berlusconi, mandatario di referenti ingombranti e protagonista di un conflitto d’interessi palese oltre ogni dire.
La carriera di Borborigma come Gran Commis dell’intendenza democristiana è ricca di spunti poco commendevoli. All’Iri dal 1982 al 1989 – guarda caso, gli stessi sette anni di reggenza demitiana della DC –, al termine del mandato omette di contabilizzare il disavanzo patrimoniale della siderurgia (3000 miliardi di vecchie lire) in base ad una scappatoia statutaria e arriva a proclamarsi artefice di un risanamento dell’Istituto pari a 1263 miliardi di utile. Nel 1989, con l’incarico in scadenza e con De Mita in declino a tutto vantaggio del triangolo Craxi-Andreotti-Forlani, tenta di entrare nelle grazie del Divo Giulio svendendo la Cassa di Risparmio di Roma all’andreottiano Cesare Geronzi. L’operazione, avviata senza nemmeno procedere ad una perizia estimativa preliminare, si meriterà un’interrogazione parlamentare firmata – tra gli altri – da Franco Bassanini e Vincenzo Visco: quando si dice l’ironia del destino. Nomisma, il centro studi facente capo a Prodi, è da sempre crocevia dei più svariati affarismi: dalla casa editrice Il Mulino alle ricerche immobiliari di Gualtiero Tamburini (cugino d’un celebre salumiere bolognese), dalla compartecipazione del fu Raul Gardini alle plurimiliardarie consulenze sull’Alta Velocità mietute nel ’92. Di nuovo all’Iri, nel 1994 privatizza in blocco Credit e Comit, permettendo a MedioBanca di imporsi come attore dominante nella campagna per l’acquisto delle due banche. Solo in seguito si scoperse che il collocamento di Credit sul mercato azionario era stato appaltato in via informale a Goldman Sachs. Romano Prodi si difese affermando che, quando si era riunito il consiglio di amministrazione dell’Iri per affidare l’incarico alla Goldman Sachs, lui era uscito (per ulteriori approfondimenti sulla “Prodeide” andate qui o leggete questo post di Paolo Della Sala).
Ma non è tutto. Per completare il quadro, occorrerà ricordare che l’accusa di abuso d’ufficio irrogata a Prodi in ordine alla cessione di SME – altro pezzo pregiato nella galleria di privatizzazioni truccate che pesano sul curriculum del Professore – cadde solo grazie all’approvazione di una legge ad personam scritta nel 1997 da Giovanni Maria Flick, avvocato di fiducia appositamente nominato Guardasigilli. Poi vi sarebbe lo scandalo Eurostat, verificatosi quando l’attuale premier presiedeva la Commissione Europea: a fronte di un rilevante episodio di peculato (un ammanco di 900 mila Euri dalle casse dell’ufficio statistico europeo), Prodi chiarì di non essere mai venuto a conoscenza delle irregolarità – segnatamente contestate non a qualche faccendiere di passaggio, ma a due dirigenti di primo piano.
Evitiamo di tirare tardi ulteriormente. Basti dire che, dopo un cinquantennio di sapiente lavorio al servizio di quel cronicario per lungodegenti che furono le Partecipazioni Statali, Romano Prodi divenne specialista nel compravendere il patrimonio industriale dello stato allo scopo di servire gli interessi particolari di questo o quel maggiorente. E - contestualmente - nel negare recisamente ogni addebito.
Apro una doverosa parentesi. Se mai dovessi indicare un obiettivo enunciato con chiarezza tra le 280 pagine di sgrammaticature, luoghi comuni e preterizioni di cui si compone il programma di governo dell’Unione (vedi anche il dorso di questo blog alla voce “Per il bene dell’Italia”), quello riguarderebbe senza dubbio la linea d’indirizzo ivi adottata per pianificare la gestione delle infrastrutture di rete. Essa prevede sempre e comunque la nazionalizzazione di queste ultime, nel caso finalizzata ad un approvvigionamento di risorse sovrabbondante rispetto alla domanda: lo scopo, peraltro storicamente mai raggiunto tramite l’intervento diretto della mano pubblica, è di spezzare i monopoli bilaterali di produzione e distribuzione. Per esempio, a pag. 130 del documento si legge: “Nei servizi a rete (energia, trasporti) la proprietà delle reti deve rimanere pubblica. Nel settore cruciale dell’acqua dovranno essere assunti criteri di massima sensibilità [...]. In questo caso la distinzione tra rete e servizio e più complessa. Entrambe le funzioni dovranno dunque rimanere pubbliche”. E poi, a pag. 142: “Sicurezza di approvvigionamento e maggiore concorrenza richiedono per un verso che si rafforzi la rete interna e, per altro verso, che le società che gestiscono la rete di trasporto siano separate dalle imprese produttrici di energia e mantenute pubbliche”.
Estendendo questa piattaforma d’intenti anche al settore delle comunicazioni, il progetto di ristrutturazione “artigianale” – ancorché inoltrato su carta intestata della Presidenza del Consiglio dei Ministri – di Telecom Italia furtivamente recapitato a Marco Tronchetti Provera rientrerebbe di tutta coerenza in un disegno politico ad ampio raggio. Autore della velina, manco a dirlo circolata all’insaputa di Romano Prodi, è il reo confesso Angelo Rovati, consulente e fund raiser del Professore. In luogo dello scorporo della rete fissa di Telecom e di Tim in vista di un’alleanza multimediale con Rupert Murdoch, l’entourage del Primo Ministro preme sull’indebitato Tronchetti per una meno pretenziosa dismissione della sola rete telefonica, con conseguente transito della medesima - coi suoi 9 miliardi di valore - per la Cassa Depositi e Prestiti. Ultima tappa, una bella rivendita monotranche del pacchetto ad una platea di acquirenti giocoforza molto selezionata, come ai vecchi tempi. Nel frattempo, la libertà di movimento di Tronchetti Provera – attualmente zavorrata da 40 miliardi di passivo – si manterrebbe su livelli tali da non impensierire la cerchia prodiana nel suo lento ma inesorabile assalto al troncone “mielista” del patto di sindacato che controlla Rizzoli-Corriere della Sera. Ma Prodi non ne sapeva nulla.
Ora, senza voler conferire al sospetto della sua complicità in questa vicenda nulla più che il rango di semplice illazione – specie dopo aver lungamente rifiutato la logica perversa insita nella formula del “non poteva non sapere”, cioè quella mostruosità applicata per anni alla corrida giudiziaria contro Silvio Berlusconi –, è necessario mantenere una qualche equanimità di giudizio sul profilo biografico delle due personalità che, tra alterne fortune, hanno segnato l’avvento del bipolarismo in Italia. Il Cavaliere, non va dimenticato, è pur sempre al centro di un quadro processuale che getta un’ombra assai poco edificante sul suo passato imprenditoriale. È noto che anni fa, durante un’ispezione della Guardia di Finanza nella sede di Fininvest, Berlusconi si sia nascosto in un sottoscala fingendosi ragioniere, pur di sfuggire alle fiamme gialle. Eppure Prodi, dal canto suo, è la stessa persona che, in un saggio del ’92 intitolato Il tempo delle scelte. Lezioni di economia, scriveva: “Nella democrazia una regola non scritta molto importante è quella della separazione del potere politico dal potere economico. Quando fra questi due poteri si crea un corto circuito non c’è democrazia”.
Negli Stati Uniti, nazione sede di una mentalità e di una concezione morale lontanissime dalle nostre, basta aver raccontato una bugia alla maestra d’asilo per mettere a rischio vita natural durante un eventuale statuto di “personaggio pubblico”. Di là da ogni presunzione di innocenza, in Italia ci accontenteremmo di una via di mezzo.

Round-up: Jim Momo, Le Guerre Civili, A Conservative Mind.



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