.
Annunci online

  Ismael [ Il superstite del Pequod ]
         
















Non te lo chiedo per favore: non calpestarmi







Perduta nazione, avito suolo
Isole tra i monti, strade pei mari
Unico asilo ed eterno conforto
Per te prosperiamo
Liberi e reverenti





Due che hanno visto giusto





La situazione mediorientale spiegata
meglio che in mille editoriali





In memoria di Diamond
"Dimebag" Darrell
, e di tutti gli
interminabili pomeriggi di
gioventù trascorsi a sgomitare
sotto la sferza selvaggia
della sua chitarra!





Where I belong:



Il movimento liberale giovanile fondato e presieduto da Francesco Lorenzetti



Edoardo Ferrarese

Crea il tuo badge


Testate, think tank & community:





















Direttore Giancarlo Loquenzi
















































MY BEST SHOTS:

Meglio il Saruman monetarista
o il Sam vegetariano?

Sul proporzionale

Un sindaco efferato

Mineo-gate

La verità ribadita.
Grazie alla blogosfera


Le fiamme sopra Parigi

Religione e omosessualità -
Condannati per reato d'opinione


Buon anno e felice Epifania
con l'intemerata
laica-ma-non-laicista


Ipocralismi
(ipocrisie e moralismi)


Il sofferto capolavoro
di Arik


Munich

Jimmy, Fini e i joint

Il Programma dell'Unione:
non si fa, si fabbrica


Jin-Roh - Uomini e lupi

Cento domande sull'Islam

Il Caimano

Buona la seconda

Cinque minuti a mezzanotte

After-midnight abstracts

Martini l'apostata

Hanno già ricominciato
a farci "ridere"


What is the Matrix?

Federalismo e Democrazia

La riserva è scesa in campo

La Signora delle contumelie

Mimmu 'u Guardasigilli

Il Codice da Vinci

La lussazione

Pensierini bioetici

Referendum day...
compromission day


Centrodestra, anno zero

Padoa-Schioppa VS Bersani:
vince la politica

Paths of Glory -
Ciò ch'è fatto è reso


La guerra infinita,
l'ipocrisia al governo

United 93

Multilateralismo dalemiano:
molta astuzia, poca prospettiva

8 Settembre,
festa degli ondivaghi


Com'era il mondo

Propaganda welfare

La semplicità del Papa

Telecomgate, Prodi poteva
non sapere. Non è
la prima volta


Tra il Dio incarnato
e il Dio incartato


Più tasse per tutti.
E più inflazione

Miami Vice

Ipotesi su Gesù

Buona l'anima,
malo il vino


USA 2006:
l'America plurale


Laicità e diritto naturale,
ovvero: del cortocircuito
giacobino


La mossa del Casini

Né bio né equo
né solidale. Quindi
massimamente etico


Apocalypto

Pannella e la morte
per procura


Fassino, le sberle, la rivincita

Tri-dazer

"Prodienko": torti e ragioni

L'antiPACStico

Uno sguardo all'America
del prossimo futuro


Or sono tre anni

Come Prodi
cadono le foglie al vento


Life to lifeless

Proibizionismi all'orizzonte?

Ennesima political compass

A New Republic

300

Uomini, caporali
e parlamentari


Immigrazione e libertà

L'innatismo dei predestinati

Libertari o gobettiani?

Sarko e Silvio

Cronache straboscopiche

Sex Crimes & the Vatican

Michela Vittoria Brambilla

La valanga veronese

Gods of Metal 2007

Se Milano piange,
Parma non ride


Gianfranco, Daniela
e il  moralismo farisaico


Un altro partito liberale?
No, grazie


La battaglia che fermò
l'impero romano


Harry Potter 5

Mario e i miglioristi sognatori

L'Arciprete e il Cavaliere

Scemenze che vanno distinte

Cor magis tibi Sena pandit

Gli interrogativi di Walter

Il liberismo
è davvero di sinistra?


Fenomenologia del Grillo

Le cronache
del Ghiaccio e del Fuoco


Liberalismo

Eutanasia in progress

Rivalutiamo pure Hobbes,
ma solo oltre confine


Rosmini for dummies

Sapessi com'è strano/
morire democristiano


La Libertà e la Legge

Bioetica
autunno-inverno


Il caso Bianzino

Luigi Sturzo for dummies

Papa e Sapienza,
Fede e Ragione


USA 2008: Mac is back!

I figli di Hurin

Aborto all'italiana

Urbanistica di cronaca
e di mercato

Contro le tasse

Liste del Pdl:
guardiamo la luna,
non il dito


Cattolicesimo,
protestantesimo
e capitalismo


In difesa di Darwin/
Dimenticare Darwin


Multiculturalismo o razzismo?

Coerenza o completezza?
Il caso delle norme edili


Il teatrino fa comodo a tutti

Un'impronta illiberale?

La scelta di Eluana

La fine dell'economia

Il Cavaliere Oscuro

Il quoziente etico

Fallitalia

Quel che resta della crisi

 
 
 
 
 
 
 
 
 
Liberalizzazioni:
cosa resta da fare?

#1  #2


Il punto sulle bersanizzazioni
#1  #2  #3


Un giorno di libertà
#1  #2  #3


Metabio(gen)etica
#1  #2  #3  #4


Per il bene dell'Italia
#1  #2  #3  #4  #5
#6  #7  #8  #9  #10 


IsmaelVille
#1  #2  #3  #4  #5
#6 #6.1 #7  T13


Spigolature internautiche

"Uòlter Veltroni
a tajà er nastro
so' tutti bboni"

            by Giggimassi


"Far l'amore
col preservativo
è come fare il bagno
con lo scafandro"

                (Anonimo)


"Non sono né del partito
rivoluzionario né del
partito conservatore.
Ma tuttavia e dopotutto
tengo più al secondo che al
primo. Infatti dal secondo
differisco nei mezzi
piuttosto che nel fine,
mentre dal primo differisco,
insieme, nei mezzi e nel fine.
La libertà è la prima delle
mie passioni. Questa è la
verità"


      Alexis De Tocqueville
                    (by Zamax)


"Se Dio si candida,
lo stolto pensa alle elezioni
invece che al problema
dell'elezione"


            Giuliano Ferrara


"Io credo soltanto nella parola.
La parola ferisce, la parola
convince, la parola placa.
Questo, per me, è il senso
dello scrivere"


                    Ennio Flaiano
                (by Il Paroliere)


"L'ideazione di un sistema
resistente è atto creativo
che solo in parte si basa su
dati scientifici; la sensibilità
statica che lo determina, se
pure necessaria conseguenza
dello studio dell'equilibrio e
della resistenza dei materiali,
resta, come la sensibilità
estetica, una capacità
puramente personale, o per
meglio dire il frutto della
comprensione ed assimilazione,
compiutesi nello spirito del
progettista, delle leggi
del mondo fisico"


                       Pier Luigi Nervi
(Scienza o Arte del Costruire)


"L'unica cosa necessaria
per il trionfo del male
è l'inerzia dei buoni"

                         Edmund Burke
              (by Torre di Babele)


"Un governo così grande da
darti tutto quello che vuoi
è anche abbastanza grande
da toglierti tutto quello che hai"


               Barry M. Goldwater
          (by Retorica e Logica)


"L'amore è donare quello
che non si ha a qualcuno
che non lo vuole"


                     Jacques Lacan
                       (by Bernardo)


"Sono un conservatore nel
senso inteso da Hannah Arendt,
che si preoccupava della
preservazione del mondo.
Oggi comunque non c'è più
ordine costituito, ma solo
un cambiamento costituito.
La nostra sola tradizione è
il progresso. Viviamo in nome
del movimento e del
cambiamento continuo.
In questo contesto, io mi
considero un rivoluzionario,
perché ormai la sola
rivoluzione possibile è quella
che interrompe le derive
contemporanee"

               Alain Finkielkraut
                            (by Temis)


"Parliamo di politica:
quando si mangia?"


                 Alberto Mingardi


"Quella delle domeniche
a piedi è una messa rosso-
islamica, basata sulla nostalgia
del bel tempo della austerity
'regalataci' dall'Opec nel 1973.
E' un rito di espiazione e
autoflagellazione, direbbe un
Ernesto De Martino. E' una
autopunizione per aver pensato
di andare in auto a casa della
mamma, direbbe Freud. E' una
purga rivoluzionaria per
distruggere i beni di consumo
e tornare al valore d'uso,
direbbe Karl Marx"


                  Paolo Della Sala


"Quando uno conosce bene
una cosa se ne ha a male
se qualcun altro ne parla"


                          by Cruman


"Il vero conservatore sa che
a problemi nuovi occorrono
risposte nuove, ispirate a
principi permanenti"


             Giuseppe Prezzolini
  by Camelot Destra Ideale


"Una donna lo sa: le donne
adorano odiarsi. E' una cosa
vezzosa, niente di grave: solo
un po' di veleno qua e là, uno
sgambetto un sorriso e una
pugnalata alle spalle.
Non possiamo resistere"


              Annalena Benini


"Gli elettori delegano
il peccato ai potenti, così
possono immaginare
di non essere colpevoli
di nulla"


          Paolo Della Sala, again


"L'utilitarista deve nascondere
giudizi di valore da qualche
parte, per prendere decisioni
in base al suo principio,
e la teoria morale che ha
non è quindi l'utilitarismo,
ma lo specifico criterio
decisionale adottato"


                          LibertyFirst


"Non c'è più nessuno
a cui sparare, signore.
Se si tratterà solo di
costruire scuole e ospedali,
è a questo che serve l'esercito?"


                   Michael Ledeen


"L'idealista è uno che,
partendo dal corretto
presupposto che le rose hanno
un profumo migliore dei cavoli,
usa le rose per fare la zuppa"


                  Antonio Martino


"Sono sempre i migliori
ad andarsene dai forum"


                           Malvino


"Sapientia deriva da assaporare,
serve altro commento che non sia
mettere in moto il pensiero,
il ragionamento critico
come sapore delle cose?"


                                 adlimina


"Se gli economisti fossero
in grado di prevedere l'economia
non sarebbero tali, cioè non
avrebbero bisogno di insegnare
per sbarcare il lunario"


                            Mario


"Chi è sovente accigliato,
chi alza spesso il ditino
ammonitore, chi giudica
severamente il mondo
è uno che nel mondo
ci si trova male"


                             Gianni Pardo


The unprofessional blog

L'autore dichiara apertamente
che gli audaci parti del suo
intelletto avrebbero bisogno
del conforto di dottrina
specialistica in più materie,
nessuna delle quali minimamente
padroneggiata: pregasi notare
- sia ricordato qui una volta
per tutte - che di siffatti
scrupoli accademici è
privilegio della corporazione
dei dilettanti infischiarsene
allegramente (TNX Zamax)


Disclaimer
A norma della legge 62/2001
questo blog, aggiornato senza
periodicità, non è una testata
giornalistica né un prodotto
editoriale.
L'autore dichiara di non
essere responsabile dei
commenti inseriti nei post.
Eventuali commenti dei
lettori, lesivi dell'onorabilità
o dell'immagine di persone
terze, non sono da attribuirsi
al titolare.


Copyright
Tutti i testi presenti su questo
blog, salvo dove diversamente
indicato, sono da considerarsi
proprietà intellettuale
dell'autore. Senza il consenso
esplicito del titolare, è vietata
la riproduzione totale o parziale
di tali contenuti a scopo di lucro.
Il mancato rispetto di queste
indicazioni sarà perseguito
in sede legale, secondo i termini
previsti dalle leggi vigenti.


Creative Commons License
Questo/a opera è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons.

Wikio - Top dei blogs - Politica


13 novembre 2006

Flags of our Fathers

Aggredire la materia narrativa, modellandone i significanti visuali con sofisticate finalità estetiche, non è la specialità di Clint Eastwood. Con gli anni, l’ex pupillo di Sergio Leone ha infatti maturato un’identità stilistica basata sulla scrupolosa trasposizione in immagini di sceneggiature da compitare alla stregua di progetti definitivi, ai quali garantire sviluppi esecutivi il più possibile conformi a ossature testuali interamente responsabili del fatto narrato. Si tratta di un approccio rischioso, poiché formalizza la sostanza scritta senza poterne e volerne prescindere in alcun modo, se non – minimamente – in fase di rifinitura. Ci sono dunque in palio capolavori assoluti come Mystic River o solenni schifezze come The Million Dollar Baby.
L’esecrabile feuilleton in guantoni bioetici che ha elevato Eastwood a dominatore incontrastato della notte degli Oscar 2005, a maggior gloria del profilo autoriale testé descritto, reca il segno dello stesso sentimentalismo pidocchioso e ricattatorio che attraversa impetuosamente anche quest’ultimo Flags of our Fathers. Non per niente il soggettista – Paul Haggis – è rimasto lo stesso.
La vicenda – posta su tre piani temporali distinti, con il presente contemporaneo a introdurre un passato intervallato da numerosi flashback guerreschi prossimali – verte sulla campagna di sensibilizzazione voluta dal governo statunitense all’indomani della cruenta battaglia di Iwo Jima. Lo sforzo bellico finale richiese il diretto contributo finanziario dei cittadini americani, spinti a sottoscrivere in massa buoni di guerra dalla tournée propagandistica affidata ai superstiti del celeberrimo alzabandiera immortalato da Joe Rosenthal. Gli è che la volontà di smitizzare la carica simbolica di quello scatto fotografico, mostrando le molte miserie e le poche nobiltà da cui ha tratto sublimazione, quale esclusivo movente filmico non solo non basta a costruire una storia appassionante. Ma è anche un viatico foriero di infortuni sintattici marchiani, per chi maneggi con eccessivo zelo decostruzionista un media naturalmente “mitopoietico” come il cinema, in quanto lo smodato utilizzo dell’anti-retorica cangia anch’esso in retorica. E di cifra particolarmente stucchevole: prove lampanti ne siano profilmici sorprendentemente rozzi (un gelato, scolpito per riprodurre in miniatura l’eroica foto, viene sommerso di salsa rosso-sangue prima di staccare su un drammatico ricordo di battaglia), metafore scontatissime (l’assalto al montarozzo di cartapesta, tra le grida belluine di uno stadio ricolmo e fuochi d’artificio tonanti come colpi di cannone, vuole banalmente raffigurare la o-scenità della guerra contrapponendola all’ingannevole trionfalismo dei rituali celebrativi) e pesanti contraddizioni in termini (perché iniettare tanta enfasi nella scena del doppio alzabandiera, con tanto di fastoso accompagnamento sonoro, se a quel momento non va allegato alcuno spessore sostanziale?).
Come se non bastasse, lo slittamento cronologico tra fatti e antefatti scompone una vicenda già volatile di suo in spezzoni narrativi che non arrangiano virtuosi incastri tramici, ma sminuzzano la fabula in sequenze sparpagliate e giuntate senza apparente costrutto. Un’esposizione a singhiozzo che impedisce allo spettatore di familiarizzare con i personaggi principali del film, presentandoli fino all’ultimo senza associarli a un pattern comportamentale definito. E quando vengono tirate le fila sulla sorte dei protagonisti – saltando di palo in frasca tra le interviste ai canuti veterani di Iwo Jima, che reggono bordone a una prolungata raffica di tronfi motteggi fuori campo – il pedagogismo targato Paul Haggis raggiunge livelli intollerabili.
Passi l’accanimento contro la magniloquenza annessa al linguaggio dell’«eterno presente» che si condensa nei miti, anche se tale fenomeno dovrebbe casomai affascinare, non insospettire, chi di mestiere sforna epos come il cineasta. Passi anche l’ambientazione astutamente funzionale a una tesi di fondo preconfezionata – il nemico, in Flags of our Fathers, spara e muore, ma non si vede quasi mai: l’espediente (che a Marzo verrà compensato da un hindsight sul versante nipponico intitolato Letters from Iwo Jima, protagonista Ken Watanabe) ammicca all’idea che i conflitti armati nascano dall’assurda pretesa di non volersi equamente spartire colpe e meriti tra contendenti, come buonismo comanderebbe. Ma veicolare questi assunti tramite una cascata di stereotipi (i politici sono cinici teatranti col sigaro all’angolo della bocca, i capi militari non si fanno problemi a sacrificare uomini pur di guadagnarsi prima possibile gli allori della vittoria, gli americani sono talmente ipocriti e opportunisti che si fabbricano eroi a gettone per poi dimenticarseli rapidamente passata la buriana) in caduta libera da uno strapiombo controfattuale invero per niente originale né scandalizzante (intuivamo già che i soldati, in guerra, non pensano alla gloria imperitura ma a salvare la pelle: cosa c’è di male? Dove starebbe il disincanto?) tradisce ampiamente la considerazione in cui Haggis deve tenere il suo pubblico: una platea di educande da indottrinare.
Non fosse che il ticket Clint Eastwood/Paul Haggis è già stato portato sugli scudi ben al di là dei suoi reali meriti artistici, questo film avrebbe tutte le carte in regola per piacere moltissimo all’Academy hollywoodiana. Al momento l’ipotesi sembra improbabile, ma l’innegabile ascendente del vecchio regista sul consesso losangelino potrebbe giocare qualche brutto scherzo alla coppia Inarritu/Arriaga.

Sullo stesso film: Colinmckenzie, Alessio Guzzano


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Cinema Clint Eastwood Sergio Leone Paul Haggis

permalink | inviato da il 13/11/2006 alle 9:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa



13 novembre 2005

Mystic River

Non si possono comprendere le passioni contrastanti suscitate dalla filmografia di Clint Eastwood senza avere ben presenti i caratteri fondamentali della sua impronta di regista. Essi consistono nella lezione d’autore impartitagli a suo tempo da Sergio Leone, cioè regia essenziale e incisiva al servizio di una trama scritta a regola d’arte. Un simile viatico mette in risalto una scelta di fondo molto impegnativa, cioè quella di privilegiare il lato strutturale rispetto al “rivestimento visivo”, nell’affrontare il difficile compito di realizzare un film. Volendo adoperare un lessico a me molto familiare, si potrebbe dire che il vecchio Clint si concentra moltissimo sulla progettazione, prima che sulla costruzione esecutiva dell’edificio (filmico). Il che significa rinunciare alle vanità creativiste e a tutti gli alibi che queste ultime sanno garantire, specie presso certa critica, ma anche dividersi i meriti e i demeriti con uno staff di adeguata caratura - quindi tutt’altro che docile o genuflesso.
Dunque il nodo centrale da sciogliere fa capo alla scelta e alla scrittura del soggetto, se si cerca una chiave stilistica dei lavori di Clint Eastwood. Un indirizzo agli antipodi del tazebao cinefilo regalatoci da Quentin Tarantino con Kill Bill, ad esempio, nel quale la trama è praticamente subalterna alla ricerca del compiacimento visivo.
Puntare sulla trama, a ben vedere, è insieme l’idea più banale e più coraggiosa per chi decide di “raccontare” per professione: permette di semplificare la vita al pubblico con l’accesso a differenti livelli di immedesimazione e di comprensione, concede alla regia un buon margine di creatività senza il rischio della pesantezza o dell’ermetismo concettuale, ma di contro espone a tonfi clamorosi nel caso in cui il soggetto prescelto sia di scarso valore. Può avvenire per mancanza di adattabilità, per motivi tecnici come un casting sciagurato, a causa del rapporto eccessivamente intimo che spesso si instaura tra il regista e i suoi riferimenti intellettual-elettivi, e per mille ragioni ancora.
Con cui si chiarisce come mai lo stesso regista riesca ad alternare melensaggini tromboniche, retoriche e facilone quali se ne sono viste e sentite in “Million Dollar Baby” con un capolavoro del calibro di “Mystic River”. Il tragitto è stato dalle stelle alle stalle, ci auguriamo vivamente che all’andata segua il ritorno.
Il romanzo di Dennis Lehane al quale si ispira il film, adattato da Brian Helgeland, contiene tutto lo slancio tragico di Dostoevskij intessuto con il meglio del poliziesco americano ad alta tensione emotiva.
Un film che prende le mosse tra remote atmosfere proletarie macchiate dalla violenza, per poi spostarsi con destrezza sullo spietato debito di sangue e disperazione che il fato riscuote agli innocenti e agli indifesi.
La vicenda ricorda più che vagamente “Sleepers”, film di qualche anno fa con Brad Pitt, Vittorio Gassmann e Kevin Bacon, quest’ultimo evidentemente incline al thriller di coscienza. Solo che, mentre in quel caso la trama evolve alla ricerca di un’analogia con “Il conte di Montecristo”, quindi rintraccia nella giustizia vendicativa il suo approdo naturale, in MR prende il sopravvento l’introspezione dei recessi più inquietanti dell’anima umana. E si erge prepotentemente sullo sfondo il bisogno di redenzione, ferito dalle laceranti ambiguità del male, con cui i capri espiatori predestinati accettano di farsi inghiottire nel fiume (mistico, per l’appunto) dei peccati del mondo. L’estremo sacrificio quindi, anche se iniquo, scaccia i demoni e restituisce speranza perfino a chi meriterebbe i peggiori castighi.
Solo merito di un soggetto ad alto tasso di pathos, allora? Assolutamente no: la regia, innanzitutto, si giova di ampi territori da esplorare con mano ferma. Ci sono le dissolvenze sfumate che convogliano la tensione verso i punti di rottura, gli sguardi angosciosi perfettamente inquadrati, e poi le due magnifiche sequenze in simultanea inserite nei momenti culminanti della vicenda.
E poi svettano per lo straziante temperamento drammatico Sean Penn e Tim Robbins, due eccezionali professionisti. Assisti ai loro pianti e pensi che da bambino, tra le altre cose, sognavi di diventare un attore così. Altro che le rigide maschere pietrificate esibite ultimamente da Hillary Swank e dal pur grandissimo Clint “due espressioni” Eastwood.
Il tutto contornato da una fotografia in linea col clima generale della narrazione, cupa e opaca tranne che nelle rare scene soleggiate.
Col senno di poi, si fa largo il rimpianto per il mezzo siluramento rifilato ad un simile capolavoro in occasione degli Oscar di due anni fa; anche dando per scontatissimi i premi ai due straordinari interpreti, forse si poteva ricorrere all’estrema ratio di separare i riconoscimenti al miglior film e alla miglior regia. D’altra parte, lo spiritoso e cicciuto individuo che se li è meritati entrambi (lo conoscete? E’ un neozelandese col pallino per il Signore degli Anelli...) era in lista d’attesa già da un paio di edizioni. Proprio vero che l’unica altra istituzione dotata di un tempismo paragonabile a quello dell’Academy è l’ONU. E credo di aver detto tutto.




19 ottobre 2005

I sette samurai

A scuola i compagni lo canzonavano e gli davano del “Signor Caramella”, per via della filastrocca popolare in cui il protagonista versava dei lacrimoni grossi come caramelle. Era un timido piagnone, Akira Kurosawa (Tokyo 1910 - Tokyo 1998), il tipico bimbo estraniato e singolare che le maestre non sanno mai come prendere.

La sua fantasia avrebbe continuato a lavorare in segreto, oppure a manifestarsi solo in parte, se il nostro non fosse stato dotato della capacità di riconoscere e far fruttare gli incontri davvero importanti. Disse lui stesso di essere stato “un uomo fortunato”, proprio in virtù del perfetto tempismo con cui i personaggi salienti della sua vita gli si erano presentati davanti. Ogni sua crisi o svolta esistenziale ha saputo accompagnarsi all’intervento provvidenziale di un mentore prodigo di consigli, affetti, esempi.

Primo della serie dei “legami pesanti” vi fu quello con il padre, un severo militare di origini samurai, che nonostante il suo rigore educativo seppe incoraggiare la curiosità intellettuale dei figli anche nei confronti delle “novità” come il cinema, che per molti tradizionalisti era ancora tabù.

Decisivo fu poi l’apporto del fratello Heigo, un ragazzo estroverso e brillante, che spesso provocava amorevolmente il piccolo Akira, pur di scuoterlo dai suoi lunghi silenzi e di arricchirne il bagaglio emotivo.

Fuori dall’ambito familiare si avvicendarono un professore libertario amante dei suoi disegni intimisti, un coetaneo lagnoso e suo futuro cosceneggiatore, un regista ascetico e paludato (Kajiro Yamamoto) disposto ad assumerlo come assistente. Sullo sfondo, mentre il coraggio affiorava grazie alla meditazione e al kendo, si sviluppava una personalità costantemente in bilico tra individualismo e spirito di gruppo, tra ribellione e disciplina.

Quindi, nel biennio 1943-45, il battesimo del fuoco con l’opera prima (“Sugata Sanshiro”) e il via al periodo che segnerà maggiormente l’impronta artistica e professionale del regista. Il quale, peraltro, fu  perseguitato dall’incubo della censura lungo tutto il suo primo decennio di attività: prima sotto la casta militarista nipponica, poi con i vari comitati di controllo americani. Due ambienti saturi di psicosi diametralmente opposte sul piano tematico, ma ugualmente limitanti su quello creativo.

Sperimentatore, perfezionista, volitivo, Kurosawa si rifaceva con particolarissima sensibilità personale ai pilastri del cinema e della letteratura mondiali (Renoir e Ford, Shakespeare e Dostoevskij); dedicò la sua vita interamente alla cinepresa, arrivando a dire che “se prendete me stesso e sottraete ‘cinema’, il risultato sarà zero”. Sul suo cammino, oltre all’abbandono della pittura per mancanza di “un modo personale di vedere le cose”, vi furono l’università mai nemmeno iniziata e un grave lutto in fondo all’animo: la prematura scomparsa dell’adorato Heigo, che di mestiere commentava i film muti, morto suicida dopo l’introduzione del sonoro.

Di sicuro, “I sette samurai” (1954) è il suo lavoro più noto e apprezzato, ma forse non tutti sanno che la pellicola dovette affrontare cospicui rimaneggiamenti, nonché numerose disavventure di lavorazione e di postproduzione. La versione approdata al festival di Venezia e premiata col Leone d’argento, poi circolata per trent’anni, era stata infatti decimata per un totale di 76 minuti. L’originale apparve in Italia solo nel 1986, trasmesso a tarda notte per fare spazio ad un discorso di Fanfani.

Questa profonda deformazione inflitta alla sua creatura avrebbe contribuito a tradire le intenzioni dell’autore già abbastanza, senza che vi si aggiungesse anche la febbre del remake in salsa western. Invece prima il fortunato “I magnifici sette” di John Sturges, poi le piccole e grandi rievocazioni da parte di Sergio Leone non fecero che infastidire ulteriormente Kurosawa il quale, tra il serio e il faceto, si chiedeva: “Perché rifare tale e quale un film travisandone in parte lo spirito?”.

Quello “spirito” intendeva proporre un’immaginifica rivisitazione dell’epoca Sengoku (XVI secolo) che fosse in grado di svettare nei cieli dell’epica, non solo di evidenziarsi come piccolo capolavoro di genere - magari sbrigativamente etichettato come “cappa e spada”. La combinazione di tagli e rifacimenti, invece, unita alla pessima abitudine occidentale di ragionare tramite gli schemi coniati dai giornalisti, generò la convinzione che “I sette samurai” fosse una sorta di western alla giapponese. Marchiando en passant l’autore come uno specialista del genere.

Al contrario Kurosawa aveva sognato l’utopico incontro tra due caste storicamente segregate, quella dei samurai e quella dei contadini. I primi, stanchi di orizzonti esistenziali effimeri e consci del loro debito nei confronti degli umili, decidono di allearsi ai secondi, vittime designate della prepotenza e della barbarie. La fusione delle culture, degli umori e delle passioni di questi due gruppi sociali saprà erigere una barriera contro l’ingiustizia destinata a varcare i secoli. Mica ammazza-accoppa-affetta.

Le riprese, iniziate nel maggio 1953, furono ripetutamente sospese a causa dell’annosa penuria di “piogge e cavalli”; il tutto mentre il preventivo era stato abbondantemente sforato e la produzione cominciava a rumoreggiare. Lo scaltro regista, abituato a montare il quotidiano per controllare l’avanzamento dei lavori, presentò allora le due ore di film già pronte, giurando che mancava solo la battaglia finale - cioè, guarda caso, proprio il rullo di ripresa più costoso. “Se non avessi girato il film con tanta cura”, ebbe a dire in seguito, “la Toho non avrebbe incassato tutti quei soldi. Al cinema povero io non credo”. Poi vennero le direttive della produzione, basate su una sciagurata interpretazione dei gusti occidentali, e così un film di tre ore e venti divenne lungo due.

 

Questo per quanto riguarda il “qui e prima”. Per il “qui e ora”, invece, è impossibile non partire dal sussulto emotivo, dall’assalto di energia plastica che questo film riesce ancora a sprigionare. “Shinichin no Samurai” ha segnato dei traguardi cinematografici definitivi, ai quali la settima arte guarda con deferenza ancora oggi. Certo, gli anni passano anche per i mostri sacri: il bianco e nero, il montaggio analogico, la recitazione affettata stanno a testimoniare che molta acqua è passata sotto i ponti, e davvero non mi azzarderei a programmare un film del genere nell’ambito di qualche cineforum aziendale forzato in stile “tragico Fantozzi”.

Eppure l’anima di un’opera simile trascende il suo involucro formale, dettato dalle possibilità tecniche a disposizione dei realizzatori, proprio perché ruota attorno a consolidate suggestioni narrative.

Come l’iniziazione del principiante, impersonato dal giovane Katsushiro, uno dei cavalli di battaglia di Kurosawa - il quale, come si è detto, durante la sua vita sperimentò più volte il senso e l’importanza del confronto dell’apprendista col suo “sensei”. Oppure come il sodalizio tra personaggi eterogenei (ciascuno dei Sette è un idealtipo umano a sé stante) o tra i diversi esponenti di una rigida gerarchia sociale (i servi della gleba e il ceto guerriero), in nome dell’alleanza contro una minaccia superiore, che oltrepassa ogni divisione politica, religiosa o culturale. Un ventaglio tematico abbastanza familiare, a noi Tolkien-fans.

Per chi non ha assistito nel giusto ordine cronologico all’evoluzione del cinema, esiste il rischio di invertire la percezione del deja-vu, e di individuare le somiglianze coi film recenti al contrario. Perciò potrebbe scappare detto che la discesa dei briganti dalle montagne ricorda la galoppata dei Rohirrim ne “Le due torri”, oppure che la galoppata degli assalitori tra i fusti degli alberi fa venire in mente la carica guidata da Massimo ne “Il gladiatore”, o ancora che il regista ha imparato a riprendere la stessa scena da più postazioni separate col sapiente calibro del controcampo..

Ma sarebbero sensazioni totalmente capovolte, perché in questi come in molti altri casi è stato proprio Kurosawa la sorgente di un’innovazione tecnica e artistica che ha fatto scuola. L’alternanza tra primissimi piani e campi lunghi, il dinamismo delle inquadrature e degli attori, le ellissi, la concisione dei dialoghi sono solo altri esempi di idee concepite o rinnovate dal regista nipponico.

E l’avventura, sceneggiata tra gli alti e i bassi di una difficile “coabitazione forzata”, si scioglie infine proclamando che le opere dei contadini sopravvivono a quelle dei samurai. Il cerchio si chiude sotto lo sguardo dolente del vecchio Kambei, rivolto amaramente verso i sepolcri di chi è morto senza inutili ambizioni.

Coerenza, sintesi, realismo, alta qualità. All’epoca il cinema doveva essere affare per fisici robusti, specie in una realtà difficile come quella del Giappone postatomico. Le immagini de "I sette samurai” richiamano una forte impressione di precarietà e di pionierismo, di artigianato e di fatica campale, come solo le battute iniziali (o poco più avanzate) di una disciplina in rapida evoluzione sanno trasmettere. Si intuisce che il cinema di allora doveva implicare una grande manualità, una profonda esperienza pratica, quasi da mestiere preindustriale, in cui non contava l’accademia bensì la lunga gavetta.

Oggi le tecnologie digitali, unite all’avvento degli effetti visivi computerizzati, hanno moltiplicato il numero di professionalità coinvolte nella lavorazione di un film. I mezzi tecnici hanno raggiunto una tale varietà di applicazioni, che spesso hanno finito per essere scambiati con le finalità del cinema. Si è arrivati così a film ripieni di elettronica ma svuotati dei fondamentali (si pensi ad esempio alla nuova trilogia di  “Guerre Stellari”), senza contare che oramai bastano una telecamera interfacciabile e un software dedicato per rendere chiunque, potenzialmente, un “regista”.

Agli albori, invece, l’autore seguiva direttamente tutta la costruzione di un filmato. Lo sceneggiava, lo girava, lo montava, lo produceva: erano professionalità complete e altamente qualificate, per lo più garantite dal fatto stesso di essere “arrivate” a ricoprire il loro ruolo. Di sicuro, l’epoca in cui ci si poteva fidare del cinema a scatola chiusa - confidando nel sicuro valore dei suoi protagonisti - è arrivata al capolinea da un pezzo, anche con la morte di Akira Kurosawa.

 

Questa edizione speciale de “I sette samurai” contiene un doppio DVD più una bio-monografia su Kurosawa, curata da Aldo Tassone (al quale sono debitore di qualche aneddoto sparso). Sul primo disco si trova la versione integrale del film, le solite opzioni per lingue e sottotitoli, e l’immancabilmente superflua compilation di tutti i trailer possibili. Il secondo disco racchiude il film accorciato, un “dietro le quinte” da 53 minuti, l’audiocommento del critico Claudio G. Fava e del maestro di Daito Ryu Tonino Certa, nonché il cast e le biografie di Fava e Certa. Due marchettone, queste ultime, di cui avremmo fatto volentieri a meno.

Sembra quasi incredibile, ma la maggior continuità visiva e narrativa restituita alla versione originale rende l’opera integrale più “leggera” di quella sforbiciata, che spesso risulta sfilacciata e precipitosa.

Piccola annotazione a latere, rivolta all’editor del libretto allegato: forse i refusi sono un po’ troppi. E forse si poteva optare per un packaging leggermente più voluminoso, magari evitando un corpo del testo così microscopico.

 

I sette samurai – Edizione speciale

Mondo Home Entertainment, € 16,90



sfoglia     ottobre        dicembre
 


Ultime cose
Il mio profilo



11 Settembre
1972
2twins/M&A
Accessibile
A Conservative Mind
Aislinn
Alef
Alessio Guzzano
Alexandra Amberson
Astrolabio
Atroce Pensiero
Azioneparallela
Benedetto Della Vedova
Bernardo
Bioetiche
Bourbaki
Broncobilly
Cadavrexquis
Calamity Jane
Camillo
Cantor
Carlo Panella
Carlo Scognamiglio
Carlo Zucchi
Ce lo dice Hillman
Climate Audit
Coast2Coast
Crossroads
Davide Giacalone
David the Gray
Daw
Deborah Fait
De Libero Arbitrio
DestraLab
DMC (un amico di vecchia data)
El Boaro
Face the Truth
ffdes
Filosofo austro-ungarico
Freedomland
From being to becoming
Germany News
Gianni Pardo
Giorgio Israel
Giovanni Boggero
Giovanni Maria Ruggiero
Giulia NY
Green Report
Greg Mankiw
Happy Trails
Harry
House of Maedhros
Hugh Hewitt
Ideas Have Consequences
Il blog dell'Anarca
Il bosco dei 100 acri
Il Castello
Il Filo a Piombo
Il Megafono
Il piccolo Zaccheo
Il Politico
Ingrandimenti
In Visigoth
Ipazia
Italian Libertarians
JimMomo
Joyce
Karamazov
Karl Kraus
Krillix
L'apota
La Cittadella
La Pulce di Voltaire
La voce del Gongoro
Le Guerre Civili
Lew Rockwell
L'estinto
Lexi
Liberali per Israele
Liberalizzazioni
Lino Jannuzzi
Little Green Footballs
Lo PseudoSauro
Lo Schiavo
Lo straniero di Elea
L'Ussaro
Macromonitor
Mario Sechi
Marco Taradash
Massimo Fini
Mau
Michael Ledeen
Miss Prissy
Mondo Ingegneri
Napoli Viva
Neocon Italiani
Ne quid nimis
Noise from America
Numendor
Oggettivista
Orpheus
Otimaster
Paolo Longhi
Parbleu!
Passaggio al Bosco
Pensiero Conservatore
Perla Scandinava
Phastidio
Principessa Lea
Processi di mercato
Realismo Energetico
Riflessioni di un Conservatore
Robinik
Schegge di Vetro
Snow Crash
SocraticaMente
Starsailor
The Mote in God's eye
The Right Nation
Topgonzo
Ultima Thule
Valentina Meliadò
Ventinove Settembre
Walking Class
Watergate
Wellington
Wind Rose Hotel
Zamax
Zona Franca


Blog letto 1 volte

Feed RSS di questo blog Rss 2.0
Feed ATOM di questo blog Atom