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  Ismael [ Il superstite del Pequod ]
         
















Non te lo chiedo per favore: non calpestarmi







Perduta nazione, avito suolo
Isole tra i monti, strade pei mari
Unico asilo ed eterno conforto
Per te prosperiamo
Liberi e reverenti





Due che hanno visto giusto





La situazione mediorientale spiegata
meglio che in mille editoriali





In memoria di Diamond
"Dimebag" Darrell
, e di tutti gli
interminabili pomeriggi di
gioventù trascorsi a sgomitare
sotto la sferza selvaggia
della sua chitarra!





Where I belong:



Il movimento liberale giovanile fondato e presieduto da Francesco Lorenzetti



Edoardo Ferrarese

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Direttore Giancarlo Loquenzi
















































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Meglio il Saruman monetarista
o il Sam vegetariano?

Sul proporzionale

Un sindaco efferato

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La verità ribadita.
Grazie alla blogosfera


Le fiamme sopra Parigi

Religione e omosessualità -
Condannati per reato d'opinione


Buon anno e felice Epifania
con l'intemerata
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Ipocralismi
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Il sofferto capolavoro
di Arik


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Jimmy, Fini e i joint

Il Programma dell'Unione:
non si fa, si fabbrica


Jin-Roh - Uomini e lupi

Cento domande sull'Islam

Il Caimano

Buona la seconda

Cinque minuti a mezzanotte

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Padoa-Schioppa VS Bersani:
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Multilateralismo dalemiano:
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8 Settembre,
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Telecomgate, Prodi poteva
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USA 2006:
l'America plurale


Laicità e diritto naturale,
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Né bio né equo
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Apocalypto

Pannella e la morte
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"Prodienko": torti e ragioni

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cadono le foglie al vento


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Proibizionismi all'orizzonte?

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Uomini, caporali
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Immigrazione e libertà

L'innatismo dei predestinati

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Sarko e Silvio

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Sex Crimes & the Vatican

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Gianfranco, Daniela
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Liberalismo

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Quel che resta della crisi

 
 
 
 
 
 
 
 
 
Liberalizzazioni:
cosa resta da fare?

#1  #2


Il punto sulle bersanizzazioni
#1  #2  #3


Un giorno di libertà
#1  #2  #3


Metabio(gen)etica
#1  #2  #3  #4


Per il bene dell'Italia
#1  #2  #3  #4  #5
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IsmaelVille
#1  #2  #3  #4  #5
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Spigolature internautiche

"Uòlter Veltroni
a tajà er nastro
so' tutti bboni"

            by Giggimassi


"Far l'amore
col preservativo
è come fare il bagno
con lo scafandro"

                (Anonimo)


"Non sono né del partito
rivoluzionario né del
partito conservatore.
Ma tuttavia e dopotutto
tengo più al secondo che al
primo. Infatti dal secondo
differisco nei mezzi
piuttosto che nel fine,
mentre dal primo differisco,
insieme, nei mezzi e nel fine.
La libertà è la prima delle
mie passioni. Questa è la
verità"


      Alexis De Tocqueville
                    (by Zamax)


"Se Dio si candida,
lo stolto pensa alle elezioni
invece che al problema
dell'elezione"


            Giuliano Ferrara


"Io credo soltanto nella parola.
La parola ferisce, la parola
convince, la parola placa.
Questo, per me, è il senso
dello scrivere"


                    Ennio Flaiano
                (by Il Paroliere)


"L'ideazione di un sistema
resistente è atto creativo
che solo in parte si basa su
dati scientifici; la sensibilità
statica che lo determina, se
pure necessaria conseguenza
dello studio dell'equilibrio e
della resistenza dei materiali,
resta, come la sensibilità
estetica, una capacità
puramente personale, o per
meglio dire il frutto della
comprensione ed assimilazione,
compiutesi nello spirito del
progettista, delle leggi
del mondo fisico"


                       Pier Luigi Nervi
(Scienza o Arte del Costruire)


"L'unica cosa necessaria
per il trionfo del male
è l'inerzia dei buoni"

                         Edmund Burke
              (by Torre di Babele)


"Un governo così grande da
darti tutto quello che vuoi
è anche abbastanza grande
da toglierti tutto quello che hai"


               Barry M. Goldwater
          (by Retorica e Logica)


"L'amore è donare quello
che non si ha a qualcuno
che non lo vuole"


                     Jacques Lacan
                       (by Bernardo)


"Sono un conservatore nel
senso inteso da Hannah Arendt,
che si preoccupava della
preservazione del mondo.
Oggi comunque non c'è più
ordine costituito, ma solo
un cambiamento costituito.
La nostra sola tradizione è
il progresso. Viviamo in nome
del movimento e del
cambiamento continuo.
In questo contesto, io mi
considero un rivoluzionario,
perché ormai la sola
rivoluzione possibile è quella
che interrompe le derive
contemporanee"

               Alain Finkielkraut
                            (by Temis)


"Parliamo di politica:
quando si mangia?"


                 Alberto Mingardi


"Quella delle domeniche
a piedi è una messa rosso-
islamica, basata sulla nostalgia
del bel tempo della austerity
'regalataci' dall'Opec nel 1973.
E' un rito di espiazione e
autoflagellazione, direbbe un
Ernesto De Martino. E' una
autopunizione per aver pensato
di andare in auto a casa della
mamma, direbbe Freud. E' una
purga rivoluzionaria per
distruggere i beni di consumo
e tornare al valore d'uso,
direbbe Karl Marx"


                  Paolo Della Sala


"Quando uno conosce bene
una cosa se ne ha a male
se qualcun altro ne parla"


                          by Cruman


"Il vero conservatore sa che
a problemi nuovi occorrono
risposte nuove, ispirate a
principi permanenti"


             Giuseppe Prezzolini
  by Camelot Destra Ideale


"Una donna lo sa: le donne
adorano odiarsi. E' una cosa
vezzosa, niente di grave: solo
un po' di veleno qua e là, uno
sgambetto un sorriso e una
pugnalata alle spalle.
Non possiamo resistere"


              Annalena Benini


"Gli elettori delegano
il peccato ai potenti, così
possono immaginare
di non essere colpevoli
di nulla"


          Paolo Della Sala, again


"L'utilitarista deve nascondere
giudizi di valore da qualche
parte, per prendere decisioni
in base al suo principio,
e la teoria morale che ha
non è quindi l'utilitarismo,
ma lo specifico criterio
decisionale adottato"


                          LibertyFirst


"Non c'è più nessuno
a cui sparare, signore.
Se si tratterà solo di
costruire scuole e ospedali,
è a questo che serve l'esercito?"


                   Michael Ledeen


"L'idealista è uno che,
partendo dal corretto
presupposto che le rose hanno
un profumo migliore dei cavoli,
usa le rose per fare la zuppa"


                  Antonio Martino


"Sono sempre i migliori
ad andarsene dai forum"


                           Malvino


"Sapientia deriva da assaporare,
serve altro commento che non sia
mettere in moto il pensiero,
il ragionamento critico
come sapore delle cose?"


                                 adlimina


"Se gli economisti fossero
in grado di prevedere l'economia
non sarebbero tali, cioè non
avrebbero bisogno di insegnare
per sbarcare il lunario"


                            Mario


"Chi è sovente accigliato,
chi alza spesso il ditino
ammonitore, chi giudica
severamente il mondo
è uno che nel mondo
ci si trova male"


                             Gianni Pardo


The unprofessional blog

L'autore dichiara apertamente
che gli audaci parti del suo
intelletto avrebbero bisogno
del conforto di dottrina
specialistica in più materie,
nessuna delle quali minimamente
padroneggiata: pregasi notare
- sia ricordato qui una volta
per tutte - che di siffatti
scrupoli accademici è
privilegio della corporazione
dei dilettanti infischiarsene
allegramente (TNX Zamax)


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7 marzo 2008

L'innegabile evidenza dell'anschluss

L’ambiguità congenita del Partito Democratico risiede nel difficile connubio tra cattolici a vario titolo “dissenzienti” e socialisti rimasti orfani del socialismo. Spettava alle sorti del governo Prodi bis emettere l’ardua sentenza: il nuovo soggetto unitario doveva nascere dossettista (cioè a vocazione maggioritaria e tendenzialmente onnicomprensivo) oppure berlingueriano (vale a dire sinistrorso con sbocchi coalizionali su ambo i lati)?
La conclusione della seconda biennale prodiana lascia in eredità al fronte progressista nostrano un percorso evolutivo obbligato, da un lato per ragioni culturali e dall’altro per un motivo contingente. Assieme al boiardo di Scandiano, infatti, è caduta una volta per tutte l’illusione di poter fondere il liberalismo idealista, il cattolicesimo democratico e il socialismo menscevico in un unico blocco politico-elettorale, al prezzo di abiurare parti apparentemente marginali – ma in realtà qualificanti – dei riferimenti ideologici di ciascuna delle tre componenti originarie.
Stante l’inefficacia dell’ecumenismo postconciliare come unico collante tra essenze tanto irriducibili, era logico aspettarsi che l’anima numericamente più consistente della sinistra egemonizzasse il campo democratico.
Eccoci quindi all’attualità, dove trovano conferma un paio di mie considerazioni del recente passato. La composizione delle liste del Pd suggella l’annessione diessina non solo della Margherita, con il trasferimento dei cosiddetti teodem alla Camera (dove saranno inoffensivi) e il siluramento di parecchi nomi eccellenti del popolarismo ulivista (Stefano Ceccanti, Mimmo Lucà e Marcella Lucidi su tutti), ma anche dei Radicali, che di fronte all’ultimatum dei vertici democratici deporranno senz’altro le armi ghandiane agitate in questi giorni. Meglio gabbati a metà che prossimi alla sparizione, dopotutto.
La nutrita rappresentanza rimediata dagli ex democristiani nella costituente del Pd si rivela dunque un fiore all’occhiello presto appassito, come del resto era lecito sospettare già all’indomani delle primarie bulgare tenutesi lo scorso Ottobre. A tutto vantaggio della leadership veltroniana, si dirà. E qui invece entra in gioco il secondo pozzo avvelenato da Prodi durante la sua personale Beresina: nelle more di un sistema proporzionale con premio di maggioranza, Walter Veltroni subentra trovandosi tra i due fuochi di un tradizionale apparato di partito da sfamare e di un elettorato ideologicamente plurale da attrarre. Per cui l’ex sindaco di Roma deve riuscire nel compito titanico di coniugare innocue candidature “nuoviste” a effetto con abbondanti, ma doverosamente in sordina, posizioni sicure per l’intendenza della quale in realtà è rimasto succube. Sebbene a forte impronta diessina, il personale politico espressione del passato governo è lautamente rappresentato nelle file democratiche. Se il malumore degli esclusi eccellenti mette in risalto questo dato di fatto, Veltroni rischia l’imbarazzo di dover difendere l’operato dell’esecutivo uscente. Se, viceversa, il segretario del Pd volesse davvero rivoluzionare la sinistra italiana con piglio decisionista, perderebbe l’appoggio dei partitocrati che l’hanno fatto mettere dov’è. Si noti il passaggio dall’indicativo al congiuntivo: cronaca recente alla mano, tra le due eventualità W sta in effetti dando preferenza alla prima. Con la fronda dalemiana pronta a mettersi il coltello tra i denti un minuto dopo la probabile sconfitta alle elezioni, non gli si può proprio dare torto.
In definitiva il lascito di Prodi si riassume così: senza di me la sinistra si trasformerà in un mandamento postcomunista, quindi sarà condannata alla minorità.
La prospettiva di facili vittorie nel medio termine avrà funesti effetti sulle già asfittiche attitudini riformatrici dello schieramento opposto, che a questo punto dovrà solo scegliere per quale padre nobile optare tra Fanfani e Almirante. Ho il timore che questo sarà uno spunto di discussione molto frequentato, nel prossimo futuro.

Vai a vedere: L’Occidentale, Le Guerre Civili




25 gennaio 2008

Frana Prodi, ma in cauda venenum

 La disfatta prodiana al Senato sta a significare ben di più che l’ormai improcrastinabile atto di sfiducia verso un’esperienza di governo fallimentare sotto tutti i punti di vista. Dal tracollo “parlamentarizzato” dell’Unione emerge infatti la debolezza congenita della cifra politica incarnata da Romano Prodi, e per volontà – apparentemente cocciuta e autolesionista – del suo stesso ideatore. [continua su Movimento Arancione]

Update (17.10) - Il quadro politico forse sta già subendo i primi scossoni nel senso da me intuito: “L'Udc è pronto a confluire nella 'Cosa Bianca', una coalizione di centro che può contare sul consenso del 14-16% degli elettori. Ne è convinto il senatore dell'Udc, Mario Baccini” [link].
Si profila una riedizione del governo D’Alema su scala (molto più) allargata ai democristiani? In ogni caso, la leadership di Veltroni rischia davvero la morte in culla.




11 novembre 2007

Operazione verità - Il gruppo IRI e relative "privatizzazioni"




10 ottobre 2007

Veltroni, più Rommel che Montgomery

 Dopo che la fragilità dell’attuale assetto di governo ha finito per rivelarsi insormontabile, cioè grossomodo dopo appena cento giorni dal secondo ingresso di Romano Prodi a Palazzo Chigi, la prima e più impellente cura del vertice diessino è stata quella di trasformare con assoluta certezza la costituzione del Partito Democratico nella “quarta tappa” del percorso PCI-Pds-Ds. Un obiettivo in aperto conflitto con i piani dell’entourage prodiano, da sempre impegnato a ratificare il compromesso storico cattocomunista del terzo millennio. [continua su Movimento Arancione]




6 maggio 2007

Operazione verità - Quando Prodi è contestato




1 marzo 2007

Come Prodi cadono le foglie al vento

I vespri unionisti si sono conclusi con un sospiro di sollievo: il Senato ha approvato la fiducia al governo Prodi con 162 sì e 157 no. Tuttavia agli appassionati di numerologia parlamentare non sfuggirà che, solo nove mesi addietro, alla Camera Alta la maggioranza aveva potuto contare su 165 voti a favore. Seppur pallidamente rimpiazzati dal soccorso folliniano, l’eloquente congedo simil-aventiniano di Andreotti e Pininfarina e le defezioni di De Gregorio e Cossiga pesano come macigni sulla rotondità numerica del sostegno all’esecutivo in carica. [segue su Robinik.net]




18 febbraio 2007

Operazione Guzzanti (Corrado) - Imitazione di Romano Prodi




28 gennaio 2007

Operazione verità - I Sermoni di un Pacifico Curato


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25 gennaio 2007

"Prodienko": torti e ragioni

La ricostruzione della connection Guzzanti-Scaramella-Litvinenko-Prodi, per il modo frammentario e contorto in cui è stata fornita dal circuito mediatico (anche e soprattutto su internet), continua a lasciarmi con numerosi dubbi irrisolti. Ne ho esposti parecchi qui, ma ne ripeto e aggiungo qualcuno in breve: la lista esaminata dall’informatore napoletano e dall’ex spia russa al sushi bar di Piccadilly Circus conteneva i nomi delle potenziali vittime di ritorsioni putiniane (come sostenuto ad esempio qui e qui) oppure un elenco di indiziati dell’omicidio di Anna Politkovskaja (vedi qui e qui)? Se la risposta giusta è la prima, perché mai Scaramella avrebbe dovuto provare tanto sconcerto – al punto da attraversare precipitosamente la Manica – leggendo il suo nome e quello di Guzzanti tra i possibili bersagli, se tale status di perseguitato gli era noto già da un anno grazie a una dritta dello stesso Litvinenko (ulteriori dettagli qui)? Se invece fosse buona la seconda, a qual pro tirare in ballo l’equivoco ruolo giocato dal faccendiere Eugenij Limarev, prima accusandolo di aver “forgiato” la mail responsabile dell’infingarda trasferta londinese di Scaramella e poi sollevandolo da ogni responsabilità in quanto strumentalizzato e manipolato dai giornalisti-fabbricatori di Repubblica? E ancora: di quale credibilità può godere l’ex consulente della Commissione Mitrokhin, con quel curriculum vitae che sembra uscito dalla penna di Maurizio Milani?
Sono poi dello stesso schietto avviso di Arturo Diaconale, quando approfitta dell’intricata faccenda per rimproverare “di sponda” a Guzzanti alcune sue innegabili idiosincrasie. Più in generale, non se ne può davvero più dei tanti orfani del sinistrismo – ex comunisti, ex PotOp, ex FGCI, ex Lotta Continua, ex PSI, radicali cannibalizzati da Pannella e quant’altro – che, approdati buoni ultimi ai meno disastrati ma culturalmente più disomogenei lidi di centrodestra, pretendono di imporre a tutta una parte politica il loro elitismo intellettuale da operetta e il loro modus operandi. Con precisi – e, dal mio punto di vista di liberalconservatore mai ricreduto, inopportuni – effetti anche sul modo di fare informazione e di rapportarsi alle proprie fasce sociali di riferimento. Da cui quella venatura di micro-settarismo rinfocolatore che contraddistingue coloro che, come ultimamente capita abbastanza spesso a Paolo Della Sala, sembrano ritenersi gli isolati depositari di una superiore comprensione della realtà di cui, “per mancanza di garantismo, per viltà, per ignoranza, o per furbizia”, il gregge dei “candidi babbioni di centrodestra” si ostinerebbe a privarsi. Anche dopo essere passati dall’altra parte della barricata politica, in pratica, taluni non perdono il vizio di voler ammaestrare masse ritenute incapaci di capire appieno e autonomamente il mondo che le circonda, e mi rincresce profondamente dover prendere a modello di questo atteggiamento proprio uno dei cinque blogger presenti sin dal mio primo giorno di “vita” tra i link disponibili a destra dello schermo.
Magari Paolo non ci crederà ma, di fronte ai primi particolari trapelati a margine di questa spy story anglo-sovietica, il mio primo pensiero fu che, di fronte alla notizia di presunti legami di Berlusconi con la CIA, si sarebbero immediatamente mobilitati i potenti mezzi della stampa più accreditata. E che Prodi, invece, avrebbe beneficiato ancora una volta del solito speciale riguardo in cui il mainstream media progressista tiene i suoi beniamini. Capirai che osservazioni risolutive. Per fronteggiare questo stato di cose, io che di sinistra non sono (mai stato) voglio poter adoperare strumenti controintuitivi diversi da quelli utilizzati dai miei avversari. Il gioco delle retoriche contrapposte – cioè delle antitesi dialettiche forzose – non mi interessa e non mi appartiene.
Quindi, prendendo visione di questo articolo pubblicato lo scorso 26 Novembre su La Repubblica (molto interessante, anche per ragioni che illustrerò in seguito), tutto mi era venuto da pensare meno che tralasciasse di specificare quale fosse stato l’argomento di discussione tra Litvinenko e gli italiani. Eccone un estratto molto significativo:

“Ho raccontato come l'Fsb, il nuovo servizio segreto russo, sia una struttura mista di intelligence e crimine organizzato. Ne ho spiegato le origini nella dissoluzione del Kgb. Ho offerto i nomi degli uomini che avevano operato in Italia, ma Mario insisteva su tre questioni.
a) Il sequestro Moro e i rapporti di Prodi con il Kgb. Mario mi raccontò che Prodi conosceva l'indirizzo dove le Br tenevano sequestrato Moro per averlo appreso durante una seduta spiritica. Mi chiese se non ritenevo che Prodi avesse appreso del covo dal Kgb. Mi chiese anche se il sequestro non fosse stato organizzato dal Kgb e se avesse addestrato le Br. Dissi che non conoscevo alcun dettaglio del sequestro e che non avevo mai sentito parlare di Prodi. Osservai soltanto che, se volevano il mio parere di esperto, era poco credibile che Prodi avesse appreso la notizia durante una seduta spiritica e che sicuramente il Kgb aveva seguito il sequestro provando ad acquisire informazioni. Io non avevo e non ho nessun tipo di prove su Prodi.
b) Le attività dei Verdi. Mario sembrava ossessionato dal gruppo dei Verdi. Non avevo particolari informazioni. Piuttosto fui io ad ascoltarlo attentamente, mentre sosteneva che dietro la loro attività politica potessero nascondersi interessi del Kgb.
c) La Olivetti. Mario voleva sapere se gli affari dell'Olivetti nell'ex Unione Sovietica nascondevano legami con il Kgb”.

Laddove a parlare in prima persona è Alexander Litvinenko (e la sottolineatura è mia): basta una lettura frettolosa, per cogliere al volo la materia del contendere, ossia le infiltrazioni dei servizi segreti sovietici negli ambienti della sinistra italiana e in particolare la posizione preminente attribuita a Prodi in questa rete di collaborazionismi. Da notare che il testo repubblichino viene presentato come la trascrizione di un colloquio tenutosi il 3 Marzo 2005 tra l’ex tenente colonnello del Kgb e alcuni inviati del quotidiano. Il nocciolo della contro-testimonianza sta in un ribaltamento di prospettiva, per cui Litvinenko dichiara di aver collaborato con la Commissione Mitrokhin solo allo scopo di evitare che suo fratello Maxim – residente a Rimini con un visto studentesco – fosse espulso in Russia e consegnato a morte certa. L’esule russo, poi, non risparmia attacchi pesantissimi a Berlusconi, accusato di aver scambiato con Putin le informazioni raccolte da Scaramella (tramite Litvinenko stesso) per ottenere “altro” in contropartita. Cosa fosse questo “altro” non è dato sapere, ma del resto è noto che l’importante è calunniare: qualcosa resta sempre.
Facciamo mente locale. Repubblica dispone di notizie scottanti già nel 2005, ma le tiene nel cassetto in vista di un loro pronto utilizzo contro i “mestatori” al soldo della Mitrokhin. Una sincronia precognitiva alquanto sospetta, tenuto conto della spendibilità preelettorale di uno scoop antiberlusconiano di tale portata. Passo fondamentale dell’articolo è però quello in cui Litvinenko afferma di non aver mai sentito parlare di Romano Prodi prima di essere interrogato da Mario Scaramella. Gli aficionados di questa vicenda non possono altresì ignorare che l’indiscrezione secondo cui Prodi sarebbe stato “l’uomo del Kgb in Italia” fu trasmessa a Litvinenko dal generale Trofimov quando, nel 2000, l’ex spia mediatava di muovere verso il Belpaese. Qui c’è qualcuno che non la conta giusta, a quanto sembra, perché delle due l’una: o Litvinenko sapeva dei trascorsi prodiani già nel 2000 o gliene ha dato contezza solo l’interrogatorio protetto con Scaramella, nel 2005. Chi è che mente?
Ieri La Repubblica ha dato alle stampe un nuovo articolo inerente la connection, stavolta per smentire l’attendibilità del video – in cui compaiono Scaramella, Litvinenko e suo fratello in veste di interprete – trasmesso Lunedì sera da Panorama della BBC. Nello speciale si dà conto precisamente della soffiata su Prodi e sulle sue implicazioni con il regime sovietico, ma i republicones sostengono si tratti di una montatura orchestrata da Scaramella nel Febbraio 2006, con relativa imbeccata di due complici per forza di cose (ancora per via del “ricatto al fratello” di cui sopra, si presume). Le date combacerebbero peraltro con quelle a cui alludeva l’eurodeputato inglese Gerard Batten nel suo celebre intervento (repetita iuvant, qui il video e qui la trascrizione) del 3 Aprile 2006.
Ora, tra il Marzo 2004 – periodo in cui Litvinenko, stando alla sbobinatura di Rep., dice di aver incontrato Scaramella per la prima volta – e il Febbraio 2006 intercorrono più di due anni. Un lasso di tempo più che sufficiente per permettere a una ex spia di sottrarre se stesso e i suoi cari alle macchinazioni occulte escogitate da Berlusconi e dai suoi sgherri. Va bene che parliamo di una “barba finta” un tantino arrugginita, stante la sequela di trabocchetti e di fregature in cui il Nostro è caduto senza mai mettersi sull’avviso, ma rimanere passivamente ostaggio dei mandatari della Mitrokhin per tutto quel tempo diventa troppo anche per lui. Uno che realizza di essere stato “usato” dagli uomini di “un piccolo bugiardo, degno della stessa considerazione che si dà al proprio cagnolino cui si dà da mangiare sotto il tavolo” (dove il grazioso attestato di stima è riferito a Berlusconi), tratte simili conclusioni organizza qualche contromossa. Non rimane a collaborare con gente che lo paga in nero e gli cripto-sequestra il fratello. Invece, secondo Repubblica, in due anni Litvinenko deve quantomeno aver dimostrato di sapersi adattare piuttosto remissivamente alle disavventure impreviste e alle consulenze sottobanco. Lui, fuggito in modo rocambolesco dalla Russia putiniana, capace di mettere al sicuro anche suo fratello in un contesto simile e ammazzato atrocemente assieme alle sue scomode verità, sarebbe stato un individuo così meschino? Si fa fatica a crederlo.
Anche le versione di Rep. tradisce discrete dosi di tendenziosità e di approssimazione logica, per farla breve. Se a questa constatazione si aggiunge che Paolo Guzzanti accusa il giornale del gruppo DeBenedetti di non disporre delle registrazioni dell’intervista postuma a Litvinenko datata 2005, il sapore della faccenda vira al fiele.
Lasciando perdere ogni mia ubbia sull’ermeneutica del giusto modo di “essere di destra”, qui abbiamo un senatore della Repubblica (italiana, beninteso) che si protesta vittima di una diffamazione a mezzo stampa mutilata del sacrosanto diritto di replica. Ma non solo: dagli attacchi di Rep. traspare la volontà di screditare le risultanze peritali dei lavori di una commissione parlamentare d’inchista con metodi estranei alle procedure democratiche. Di più: i cadaveri di Trofimov, della Politkovskaja e di Litvinenko chiedono giustizia. Ancora di più: con accuse che investono la reputazione del Presidente del Consiglio, alle prime, comprensibili cautele (da dilettante allo sbaraglio, pensavo che la grande stampa stesse attendendo il momento giusto per mettere in campo notizie di prima mano, previo vaglio di fonti informative auspicabilmente riservate ed esclusive) continua a fare seguito un silenzio che francamente inizia a preoccupare. A fronte di ipotesi che mettono pesantemente in discussione l’onorabilità dei vertici istituzionali non si può fare finta di nulla, specie ove si appartenga organicamente alle strutture di quel “quarto potere” che, per l'appunto, dovrebbe essere nella condizione di potere (e volere) guardare ai grandi temi di attualità da posti di osservazione ben più esaustivi di quelli di un blogger munito delle sue brave nozioni di riporto.
Insomma: Presidenti di Camera e Senato, testate giornalistiche rinomate, dove siete? Cosa aspettate a ristabilire un minimo di correttezza istituzionale? La democrazia è fatta di forme, sapete?

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18 gennaio 2007

Fassino, le sberle, la rivincita

La notizia del momento sarebbe che il Presidente del Consiglio, con una tournure lessicale tra il pilatesco e il vescovile, ha risolto il problema della base militare americana da ampliare in quel di Vicenza dichiarando che “il problema non è di natura politica ma urbanistica e amministrativa”, cioè in pratica demandando la politica estera italiana al sindaco del capoluogo berico.
Eppure, per quanto se ne tragga conferma anche in margine a questo scampato stallo diplomatico, il fatto di rilievo riguarda la sempre più evidente localizzazione di una vittima politica tanto fissa quanto illustre, nella quotidiana resa dei conti che agita i ben poco compatti ranghi dell’Unione prodiana. Precisando che “qualcuno ha parlato di referendum, sono tutte decisioni locali. Non siamo chiamati a nessun atto amministrativo”, il Professore ha infatti sferrato solo l’ultimo della discreta serie di schiaffoni morali collezionati nel corso di questa legislatura da Piero Fassino, il quale aveva proposto un plebiscito municipale per venire a capo della faccenda senza ferire i sentimenti della sinistra antagonista.
Il macilento erede di Togliatti e Berlinguer sembra essere stato scelto quale supremo capro espiatorio degli insuccessi del centrosinistra giudizioso e riformista. Gli alleati massimalisti, invece, gongolano, e ne hanno ben donde. L’agenda liberal messa in programma per il summit di Caserta è evaporata come rugiada sotto il sole estivo, l’asse privilegiato con Romano Prodi è più saldo e indispensabile che mai e le continue divergenze di schieramento sul piccolo cabotaggio lasciano campo libero ai temi su cui si coagula con meno difficoltà la koiné “de sinistra”: pacs, eutanasia e la cosiddetta “libertà religiosa”, il tutto ipervitaminizzato con abbondanti iniezioni di demagogia ambientalista e di retorica nonviolenta. Senza contare la relativamente agevole approvazione della mastodontica manovra Finanziaria “tassa e spendi” varata per il 2007.
All’orizzonte si profila dunque una striscia di elezioni intermedie negative per l’Unione, proprio come accadde al centrodestra durante gli anni del governo Berlusconi. In particolare i sondaggi prevedono una notevole erosione di consenso moderato, per l’alleanza di centrosinistra. Perciò su Fassino, oltre ai tatticismi precongressuali che minacciano la sua leadership sul Botteghino, si stringono a tenaglia le viste di una possibile sconfitta alle amministrative di primavera. Ecco perché al segretario dei Ds corre ogni giorno di più l’obbligo di accreditarsi quale voce critica nei confronti del “deficit di riformismo” dell’esecutivo, per esempio appellandosi all’avvio di una fantomatica “fase due” nell’azione di governo.
Romano Prodi pensava di aver preso sufficienti precauzioni, assegnando incarichi di primo piano ai congiurati che seppero fotterlo nel ’98: Fausto Bertinotti alla presidenza della Camera, Massimo D’Alema al Ministero degli Esteri e Franco Marini alla presidenza del Senato. Aver sottovalutato la capacità d’interdizione di un Fassino a corto di capitale politico da spendere, però, potrebbe rivelarsi fatale per i disegni strategici del premier. Sarà la prospettiva dell’incombente referendum sulla legge elettorale bipartitica a offrire il destro alla controffensiva fassiniana. Com’è stato lampante dalla conferenza stampa di fine anno in poi, Prodi punta tutte le sue carte su una collaborazione nemmeno tanto occulta con l’Udc per introdurre il proporzionale alla tedesca, tenendo quindi a battesimo il Partito Democratico come ratifica definitiva del compromesso storico cattocomunista. Ma è qui che si mette di traverso la proposta di dialogo bipartisan che Fassino, tramite Giuliano Amato, ha lanciato a Forza Italia e ad Alleanza Nazionale con l’idea di una convenzione bicamerale per la discussione di un sistema di voto condiviso. Con il sigillo maggioritario che i diessini vogliono imprimere al nascituro progetto democrat, il nuovo soggetto politico diverrebbe l’ultimo stadio della travagliata metamorfosi PCI-Pds-Ds, relegando una volta per tutte la cerchia prodiana nel ruolo ancillare che, numeri alla mano, le competerebbe dacché è salita alla ribalta.
La mossa di Fassino riporterebbe Forza Italia al centro dello scacchiere politico, con effetti dirompenti sui rapporti tra i Democratici di Sinistra e il patto d’acciaio tra Prodi e Rifondazione Comunista. Ma soprattutto, grazie alla consistenza numerica delle forze parlamentari che intende coinvolgere, sui residui sogni di restaurazione partitocratica: è questo il motivo che mi spinge a guardare con simpatia al nuovo inciucio tra postcomunisti e forzitalioti.



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