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Perduta nazione, avito suolo
Isole tra i monti, strade pei mari
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Due che hanno visto giusto





La situazione mediorientale spiegata
meglio che in mille editoriali





In memoria di Diamond
"Dimebag" Darrell
, e di tutti gli
interminabili pomeriggi di
gioventù trascorsi a sgomitare
sotto la sferza selvaggia
della sua chitarra!





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Spigolature internautiche

"Uòlter Veltroni
a tajà er nastro
so' tutti bboni"

            by Giggimassi


"Far l'amore
col preservativo
è come fare il bagno
con lo scafandro"

                (Anonimo)


"Non sono né del partito
rivoluzionario né del
partito conservatore.
Ma tuttavia e dopotutto
tengo più al secondo che al
primo. Infatti dal secondo
differisco nei mezzi
piuttosto che nel fine,
mentre dal primo differisco,
insieme, nei mezzi e nel fine.
La libertà è la prima delle
mie passioni. Questa è la
verità"


      Alexis De Tocqueville
                    (by Zamax)


"Se Dio si candida,
lo stolto pensa alle elezioni
invece che al problema
dell'elezione"


            Giuliano Ferrara


"Io credo soltanto nella parola.
La parola ferisce, la parola
convince, la parola placa.
Questo, per me, è il senso
dello scrivere"


                    Ennio Flaiano
                (by Il Paroliere)


"L'ideazione di un sistema
resistente è atto creativo
che solo in parte si basa su
dati scientifici; la sensibilità
statica che lo determina, se
pure necessaria conseguenza
dello studio dell'equilibrio e
della resistenza dei materiali,
resta, come la sensibilità
estetica, una capacità
puramente personale, o per
meglio dire il frutto della
comprensione ed assimilazione,
compiutesi nello spirito del
progettista, delle leggi
del mondo fisico"


                       Pier Luigi Nervi
(Scienza o Arte del Costruire)


"L'unica cosa necessaria
per il trionfo del male
è l'inerzia dei buoni"

                         Edmund Burke
              (by Torre di Babele)


"Un governo così grande da
darti tutto quello che vuoi
è anche abbastanza grande
da toglierti tutto quello che hai"


               Barry M. Goldwater
          (by Retorica e Logica)


"L'amore è donare quello
che non si ha a qualcuno
che non lo vuole"


                     Jacques Lacan
                       (by Bernardo)


"Sono un conservatore nel
senso inteso da Hannah Arendt,
che si preoccupava della
preservazione del mondo.
Oggi comunque non c'è più
ordine costituito, ma solo
un cambiamento costituito.
La nostra sola tradizione è
il progresso. Viviamo in nome
del movimento e del
cambiamento continuo.
In questo contesto, io mi
considero un rivoluzionario,
perché ormai la sola
rivoluzione possibile è quella
che interrompe le derive
contemporanee"

               Alain Finkielkraut
                            (by Temis)


"Parliamo di politica:
quando si mangia?"


                 Alberto Mingardi


"Quella delle domeniche
a piedi è una messa rosso-
islamica, basata sulla nostalgia
del bel tempo della austerity
'regalataci' dall'Opec nel 1973.
E' un rito di espiazione e
autoflagellazione, direbbe un
Ernesto De Martino. E' una
autopunizione per aver pensato
di andare in auto a casa della
mamma, direbbe Freud. E' una
purga rivoluzionaria per
distruggere i beni di consumo
e tornare al valore d'uso,
direbbe Karl Marx"


                  Paolo Della Sala


"Quando uno conosce bene
una cosa se ne ha a male
se qualcun altro ne parla"


                          by Cruman


"Il vero conservatore sa che
a problemi nuovi occorrono
risposte nuove, ispirate a
principi permanenti"


             Giuseppe Prezzolini
  by Camelot Destra Ideale


"Una donna lo sa: le donne
adorano odiarsi. E' una cosa
vezzosa, niente di grave: solo
un po' di veleno qua e là, uno
sgambetto un sorriso e una
pugnalata alle spalle.
Non possiamo resistere"


              Annalena Benini


"Gli elettori delegano
il peccato ai potenti, così
possono immaginare
di non essere colpevoli
di nulla"


          Paolo Della Sala, again


"L'utilitarista deve nascondere
giudizi di valore da qualche
parte, per prendere decisioni
in base al suo principio,
e la teoria morale che ha
non è quindi l'utilitarismo,
ma lo specifico criterio
decisionale adottato"


                          LibertyFirst


"Non c'è più nessuno
a cui sparare, signore.
Se si tratterà solo di
costruire scuole e ospedali,
è a questo che serve l'esercito?"


                   Michael Ledeen


"L'idealista è uno che,
partendo dal corretto
presupposto che le rose hanno
un profumo migliore dei cavoli,
usa le rose per fare la zuppa"


                  Antonio Martino


"Sono sempre i migliori
ad andarsene dai forum"


                           Malvino


"Sapientia deriva da assaporare,
serve altro commento che non sia
mettere in moto il pensiero,
il ragionamento critico
come sapore delle cose?"


                                 adlimina


"Se gli economisti fossero
in grado di prevedere l'economia
non sarebbero tali, cioè non
avrebbero bisogno di insegnare
per sbarcare il lunario"


                            Mario


"Chi è sovente accigliato,
chi alza spesso il ditino
ammonitore, chi giudica
severamente il mondo
è uno che nel mondo
ci si trova male"


                             Gianni Pardo


The unprofessional blog

L'autore dichiara apertamente
che gli audaci parti del suo
intelletto avrebbero bisogno
del conforto di dottrina
specialistica in più materie,
nessuna delle quali minimamente
padroneggiata: pregasi notare
- sia ricordato qui una volta
per tutte - che di siffatti
scrupoli accademici è
privilegio della corporazione
dei dilettanti infischiarsene
allegramente (TNX Zamax)


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15 novembre 2011

Anche la speme fugge i sepolcri?

Probabilmente si rivelerà un’orazione funebre prematura, se non altro per l’insolente audacia con cui l’uomo ha ripetutamente mostrato di sapersi reinventare, ma trovo lo stesso che valga la pena di spendere qualche riflessione sul lascito della vicenda berlusconiana sin qui.

Il bilancio da trarre – specie per chi, come me, ha creduto in ogni occasione utile alla scommessa del Cavaliere – si diparte da voci molto poco materiche ma, nondimeno, perviene a saldi assolutamente concreti. Innanzitutto: in cosa è consistita la sfida lanciata dal capopopolo di Arcore, se ne proiettiamo la sostanza in una dimensione simbolica? Se il pensiero corresse pedissequamente alle corrive giaculatorie sulla (incompiuta) “rivoluzione liberale”, esso finirebbe immediatamente in un vicolo cieco. L’afflitto richiamo all’ormai mitologico “spirito del ‘94”, proveniente anche e soprattutto da commentatori più delusi che ostili, lascia trasparire l’indebita derubricazione di un disegno sistematico, finalizzato a trasformare radicalmente il rapporto tra politica ed elettorato, ai “motti di sintesi” prescelti nell’intento di anticiparne alcuni possibili sviluppi (meno tasse per tutti, meno stato più mercato, e così via). Non occorrevano particolari virtù precognitive, ad ogni buon conto, per sospettare che, amaggior ragione dopo la disfatta referendaria sulle riforme istituzionali, un ulteriore eventuale mandato berlusconiano avrebbe avuto carattere residuale, specialmente sotto il profilo dello slancio riformatore.

No, il cuore dell’iniziativa forzista (in passato, quando l’impulso appariva giovane e forte) e pidiellina (oggi che è moribondo, almeno a detta del giornalista collettivo) pulsava sul piano intensionale – scritto proprio così, con la esse. In altre parole, tra mutevoli fortune, Silvio Berlusconi è stato in grado di proporre una piattaforma politica intrinsecamente “in credito” con le alternative, anche senza il completo beneficio della controprova e/o davanti all’evidenza di promesse in larghissima misura disattese. Le scaturigini di questo capitale reputazionale detenuto a priori, di questa attendibilità congenita, si appunta(va)no al ben preciso archetipo incarnato dall’ex premier. L’epica berlusconiana ha saputo costruirsi attorno a suggestioni collaudate e, allorché impersonate da un temperamento più o meno alla loro altezza, tutto sommato persuasive. Mi riferisco ovviamente al romanzo verista dell’impresario arricchitosi col talento, del capitano coraggioso che rinuncia a godersi l’opulenza per scendere a battersi nell’agone politico. Ma soprattutto del manager che applica al governo della cosa pubblica un modello di gestione “aziendale”, agile e potente strumento per mettere fuori causa il patriziato politico, il mandarinato ministeriale, i padronati sindacali e confindustriali – detto altrimenti, i cartelli corporativi allestiti dai gruppi di potere non elettivi per tutelare interessi particolari di vario ordine e grado.

Curiosa e affascinante contraddizione: il leader carismatico dello schieramento conservatore, in Italia, negli ultimi diciassette anni è stato un teorico della disintermediazione totale tra il popolo e la sua guida. Ovvero l’esatto opposto di ciò che asseriscono, da qualche secolo a questa parte, le dottrine promosse dai “padri nobili” della schiatta politico-filosofica in senso lato destrorsa. Gli esempi si sprecano, dal Cicerone che ammoniva “potestas in populo, auctoritas in senatu” al Tocqueville che, dell’ancien régime, salvava proprio i corpi sociali intermedi in funzione anti-plebiscitaria. Addirittura, nella storia italiana recente, uno scontro frontale con i “poteri forti” spesso più narratologico che effettivo ha determinato, presso la parte moderata e conservatrice degli aventi diritto al voto, il “preconcetto positivo” di cui sopra.

Ebbene, dopo l’ultimo fragoroso tonfo, per quanto foriero di verdetti nel caso tutt’altro che definitivi, si può ben dare per acquisita almeno una certezza: il venire meno dell’illusione per cui si possa prendere a calci lo status quo ante “da destra”. No, non è trasferendo in ambito politico i processi decisionali della libera impresa che si risolve il problema di fare sintesi tra interessi divergenti. No, non tutto è lex mercatoria, nel senso che gli affari umani scontano anche circostanze impossibilitate a esaurirsi nella predefinizione, mediante la stesura di termini contrattuali inderogabili; esiste anche l’universo delle “mutate condizioni al contorno”, dello spregio alla parola data, dell’imponderabilità. E no, i mandati popolari, come qualunque altra risorsa di questo mondo, non si mantengono coesi all’infinito senza l’ausilio dei principi permanenti e dei contropoteri necessari a incanalarne l’abbrivo verso finalità socio-politiche compatibili con la realtà storica.

Quando le consapevolezze suddette penetrano a fondo nella coscienza critica della gente, come continua ad accadere in questi giorni davanti all’ennesimo crepuscolo del Cav, lo scarto pregiudiziale che finora ha contraddistinto nel bene i sottintesi del linguaggio berlusconiano si corrompe nel suo inverso diametrale, secondo un effetto analogo all’antipatia che suscitano le celebrità vittime della sovraesposizione mediatica. Bene che vada, si finisce per maturare la convinzione che non vi sia poi molta differenza tra un capitalista prestato alla politica e un ottimate bocconiano, se sono entrambi obbligati a districarsi nella stessa giungla di veti incrociati e di vincoli sovraordinati (questi ultimi imposti dai mercati internazionali e/o dalle istituzioni europee).

Per propiziare la speranza della memoria, Ugo Foscolo scrisse che “chi la scure asterrà pio dalle devote frondi men si dorrà di consanguinei lutti”, nella mia personalissima lettura stando a significare che, per coltivare l’ambizione di incidere sul presente e sul futuro, occorre saper riplasmare pazientemente le vestigia del passato, anziché demolirle a palle incatenate. La destra italiana deve ripartire dall’ardua missione di cambiare il sistema dal di dentro, senza lasciarsi sedurre da scorciatoie provvidenzialistiche: quelle appartengono evidentemente al dominio dell’irrealtà, se non le ha sapute percorrere nemmeno uno come Berlusconi.




31 dicembre 2010

La domanda di San Silvestro

Perduta la sua prima battaglia parlamentare sulla sfiducia all’esecutivo, la fronda finiana sta arrangiando in chiave diminutiva certe tesi precostituite. Sta cioè riconvertendo ad uso autoconsolatorio le stesse ragioni di dissenso che, nelle intenzioni degli ideologi al seguito del Presidente della Camera, sarebbero dovute servire ad aprire una faglia insanabile nella maggioranza di centrodestra a propulsione berlusconiana. Essenzialmente si tratta di una riproposizione pleomorfa del medesimo, piccato sotto-testo che anima i malumori dei “futuristi” sin dalle loro scaturigini. La direttrice narrativa, tracciata contro l’immobilismo di un premier che “regna senza governare”, dopo la mala parata del 14 Dicembre individua tre assi tematici di diversa plausibilità – dove quest’ultima, per tirannia del testo sul con-testo, si mostra inversamente proporzionale all’occasionalità di ciascuna variazione sul tema.

Il primo spunto suggerisce che il Governo, con l’esile maggioranza che si ritrova adesso, comunque sia andata non potrà che sopravvivere a spese del suo già modesto slancio riformatore. La volpe e l’uva: considerando che lo scopo dell’assalto frontale all’esecutivo era la destrutturazione degli equilibri parlamentari, la magra consolazione dello stentato predominio altrui prende il sapore del malinconico ripiego dialettico. In secondo luogo viene lo sdegno per il trasformismo: possibile che la maggioranza strablindata (?) uscita dalle urne nel 2008 abbia dovuto prezzolare rinforzi tra esponenti dell’opposizione? Vigente il premierato materiale che contraddistingue la cosiddetta “Seconda Repubblica”, in effetti l’assenza del vincolo di mandato prevista dalla Costituzione (art. 67) si stempera in una consolidata prassi di segno opposto. Argomento che sarebbe dovuto valere innanzitutto per i finiani, però.

Riesce più interessante e fondata l’obiezione circa la forma-partito ormai stabilmente assunta dal Pdl, cioè l’autentico motore delle divergenze in seno al centrodestra. Il popolo del Cav. si conferma una riedizione di Forza Italia, con dialogo interno azzerato e strutture territoriali ridotte a ectoplasmi di comitati politici. Fermo restando che, alla vigilia della confluenza pidiellina, solo per gli anacoreti di lungo corso era lecito nutrire aspettative di altro tenore, il “testo” di cui sopra si rifà allora a una critica del leaderismo plebiscitario perfettamente legittima – purché mossa con un minimo di coerenza. Volere la democrazia interna ma avercela col “bizantinismo” decisionale; sognare un partito in vorticoso fermento periferico ma tenere in gran dispetto i “costi della politica”; sapere già che reperire risorse economiche liberali, vigente l'attuale disciplina del finanziamento ai partiti, non significa inaugurare la “contendibilità” bensì gettarsi nel pozzo di san Patrizio della giustizia a orologeria – ma riempirsi comunque la bocca di legalismo etico: sono tutte spie di un bagaglio polemico fatto di poche idee molto confuse. Il tatarellismo e i suoi apostoli – quella che è la koinè eziologica del pretoriano di Fli – escono malconci dal varo del partito unico. Il Pdl non è e non potrà mai essere una grande An. Tuttavia tale presa d’atto non giustifica l’aggrapparsi a opinioni sommarie, disordinate e contraddittorie.

Su un piano più elevato, rifiutare l’idea per cui il consenso a un “capo carismatico” coincida ipso facto con l’adesione sostanziale a una piattaforma politica significa ridare peso ai contenuti, ovvero affermare la preminenza del messaggio sul mezzo. Cioè dire che i principi valgono più dei loro passeggeri e spesso smemorati corifei, che le parole non potranno mai esaurire la molteplicità fenomenica, che il pensabile non è già stato pensato del tutto. Bello, ma – lo dico senza ironia alcuna – un tantino fuori dal mondo contemporaneo, nel quale imperversano gli uomini della provvidenza (e non potrebbe essere altrimenti, vista l’eterogeneità e la vastità dei corpi elettorali). Di più, com’è possibile gettare le basi della rinascita programmatica destrorsa su un sottofondo progressista? La questione antropologica in salsa finiana è appaltata alla componente ex-radicale ed ex-repubblicana di Fli. Due cucine ideologiche unite da un ricettario ben noto, ascrivibile all’abolizione del carattere metaforico dei linguaggi, sulla scorta della quale il possesso di sé diviene “autoproprietà” (fine vita), l’individuo “persona” (aborto), il matrimonio “coppia” (famiglia) e così via, verso un mondo completamente mondato dai titoli e dai diritti soggettivi. Una destra consapevole della propria ragion d’essere dovrebbe sostenere visioni opposte, appunto in accordo con il sommario filosofico indegnamente riassunto poc’anzi.

Perciò la domanda di fine anno che rivolgo ai minarchici e ai conservatori “old-right”, allergici, come me, alla boria di chi pensava che fare le serpi in seno fosse il passatempo di un paio d’anni e non la vocazione di tutta una vita, è la seguente: come si fa a coniugare lo spirito riformatore con la massimizzazione del consenso elettorale, sapendo che quest’ultimo si lega al mantenimento di sovrabbondanti fette di status quo centralista, statalista e assistenzialista? Chi risponde senza profetizzare disastri imminenti (bella forza!) vince una cena a prezzi popolari.








14 aprile 2010

Due narrazioni politiche a confronto

I vellutati esercizi di wishful thinking che taluni notisti, zelanti ripetitori dei loro sottogruppi politici di riferimento o – meno prosaicamente – di un ego assai restio alla contrizione, riescono puntualmente a compitare all’indomani dei “momenti topici” del caso (elezioni, referendum, impulsi legislativi a vario titolo degni di rilievo) non possono non rimarcare la preminenza della dialettica in un “mondo narrativo” altrove autoproclamatosi determinista a oltranza.

Prendi le ultime Regionali, per esempio. Il bilancio che ne trae la pubblicistica in senso lato finiana è, riassumendo, più o meno il seguente: Berlusconi è in declino, una Lega clerisocialista va progressivamente incorporandosi l’elettorato settentrionale mentre – anzi: poiché – il Pdl si limita a risultare un comitato elettorale verticistico, succube di linee programmatiche dettate al suo esterno e incapace di far concretamente valere la sua larga maggioranza parlamentare. Il tutto condito dall’immancabile strutturalismo di maniera, in forza del quale i temi etici non contano mai nulla e si vota sempre col portafoglio.

Senza fare troppo mistero di un certo straniamento, mi permetto di individuare qualche toppa malmessa, qualche incrinatura logica nell’impianto argomentativo appena schematizzato. Anzitutto è opportuno tenere presente che l’idea di un persistente leaderismo in seno al partito di maggioranza relativa e quella di un’avviata parabola discendente del premier si negano l’una con l’altra, almeno nell’immediato. Considerato che l’astensionismo è stato trasversale a sufficienza da non colpire a senso unico, per di più nel pieno di una dirompente crisi economica e in concomitanza con un’ottima occasione per scaricarne le tossine contro la classe politica (un’elezione di medio termine), probabilmente va scartata la seconda ipotesi. E quindi va recuperata la consapevolezza che il modello di partito-carisma, nel quale dottrina e profeta si tengono in uno, ovvero mezzo e messaggio coincidono, tiene abbastanza da far sì che il consenso per un “uomo solo al comando” definisca in sé l’adesione sostanziale a un certo schieramento politico. Piaccia o meno (e a me piace molto poco, detto per inciso), questo personalismo provvidenzialista è la vera cifra della politica contemporanea, anche ben al di fuori dei confini italiani: si pensi a fenomeni della retorica “nuovista”, deliberatamente avara di contenuti progettuali precisi, come Barack Obama e David Cameron. Casomai è la peculiare combinazione della tendenza generale così enucleata con l’annosa propensione del ceto imprenditoriale e intellettuale italiano, nelle sue molteplici forme di collateralità al potere pubblico del momento, a sfruttarla come alibi per giustificare la mancata assunzione di responsabilità riguardo agli esiti dell’azione di governo, a fornire interessanti spunti di riflessione.

Una chiave per comprendere il progressivo radicamento del leghismo si ottiene proprio a partire dal sussistere del gattopardismo di cui sopra. Si è detto e scritto di un Carroccio mercantilista e filoclericale, con l’aggravante di aver opportunisticamente rinnegato passate fidelizzazioni liberiste e neopagane; si è argomentato circa il ricatto padano cui l’intera maggioranza dovrebbe sottostare, con l’unica via d’uscita di differenziarsi agli occhi del “Nord produttivo” sposando la linea liberal dettata dal Presidente della Camera. Ho l’impressione che si tratti di letture parziali, incapaci di cogliere un dato politico-culturale d’insieme. A parte il fatto che non si capisce come mai, se ad avere peso sono solo i redditi e le misure politiche annunciate per difenderli, il voto “verde” sia così territorialmente segmentato, a non convincere è proprio l’idea che basti alzare una certa bandiera ideologica per apparire credibili quali suoi effettivi realizzatori politici. Una forza partitica in grado di raccogliere seguito interclassista e interconfessionale – giacché difficilmente l’incontro di dottrina sociale cattolica, sciovinismo agroalimentare, lotta all’immigrazione clandestina e stretta securitaria può definirsi altrimenti – oltre ad azzeccare un tema unificante, deve proporre personale attendibile a priori. La Lega, per arrivare al punto centrale della questione, non solo ha saputo porsi come il partito dell’equità orizzontale, ma ha anche interrotto la consuetudine di candidare utili idioti, mandatari di un notabilato sempre attento a mantenersi cautamente defilato (una specialità che in ambito pidiellino trova campioni indiscussi). Lo strapaese settentrionale, più che temere la mondializzazione o piangere la perdita di fantomatici “paradisi perduti”, non ne può più di immigrati che approfittano senza ritegno di un welfare al quale non hanno contribuito nemmeno in minima parte, di dover rispettare meticolosissimi vincoli burocratici, edilizi, igienico-sanitari, per poi subire la concorrenza di spregiudicati esercenti extracomunitari da un lato e di prodotti di ignota origine dall’altro, né di vedersi iscrivere a ruolo per aver pagato l’Ici con un’ora di ritardo quando in altre parti del Paese l’evasione è dilagante e sistematicamente impunita. Se a questa situazione si somma la comoda ignavia degli ambienti intellettuali e/o altolocati, sempre pronti a prodursi in leziose e stizzite ostentazioni di pensiero indipendente senza mai mettersi politicamente in gioco in prima persona, ben si capisce l’esasperazione di sempre più ampi strati popolari. Che fanno di necessità virtù e vanno a sbattere la testa laddove sono anche “solo” l’idraulico o l’infermiere a voler combattere ingiustizie, ma perlomeno in modo coeso e con la garanzia di farsi carico di eventuali insuccessi.

Al Pdl occorre senz’altro sciogliere il nodo dell’identità politica, per tornare ad abbinare alla “stabilità” di marca leghista l’imprescindibile contraltare della “crescita”. Ma spingere nella direzione di una differenziazione purchessia, per giunta di segno ideologico contrario alle esigenze di equità manifestate da un elettorato sempre più vasto e consolidato, significherebbe solamente fare il gioco del pervicace tatticismo caro agli eredi dello statalismo nero (non a caso svelti a intuire come la declinazione più attuale del dirigismo, dopo l’era dell’imporre e quella del vietare, consista nel modulare attentamente il permettere). Nei prossimi anni sarà già tanto se si riuscirà ad affiancare all’attuazione del “federalismo fiscale” bossiano una riformicchia tributaria improntata alla semplificazione, cioè al disboscamento dell’intrico di deduzioni, detrazioni, esenzioni, crediti, incentivi e disincentivi all’oggi in vigore.

Il compito di far capire che il “pari trattamento” davanti alle regole si conquista anche e soprattutto deflazionando la massa normativa spetterebbe a chi ha già ricevuto adeguata “evangelizzazione” in materia. Peccato si tratti quasi sempre di personaggi usi a lamentare il deficit di riformismo di una realtà socio-culturale spesso e volentieri ritenuta irriformabile per sue tare morali congenite, perciò destinata a precipitare in un baratro del fato più che a emendare autonomamente i suoi difetti costitutivi. Un partito preso sterile, oltre che contraddittorio.




18 giugno 2009

Tre pillole politiche

1. A margine dell’incresciosa vicenda Noemi-Papi è salito nuovamente alla ribalta il tema della morale politica, purtroppo ancora una volta secondo il frusto paradigma del bipolarismo etico invalso riguardo a qualunque “materia del contendere” di minima rilevanza pubblica. Su un fronte ha voce il moderno fariseismo per il quale i precetti comportamentali vanno sempre serviti in carta patinata, ovvero promossi da uomini coerenti con essi, per ambire a guadagnarsi l’agognata credibilità. Tralasciando la fallacia logica annessa al ritenere la coerenza un valore in sé, vale la pena di ricordare che il piano ideale e il piano concreto, benché convergenti sotto il profilo prasseologico, sono distinti sotto quello concettuale. Linea di fatto e linea di principio si giustappongono dialetticamente senza mai dissolversi l’una nell’altra, ovvero: se un ladro mi dice che rubare è sbagliato, al ladro devo dare ragione in linea di principio salvo domandargli conto del suo illecito in linea di fatto. Nel senso che appunto il concetto di illecito – o di peccato, per chi si rifà a una morale confessionale – va inteso al servizio del discernimento, non già della dannazione, per essere interpretato correttamente. Dal versante opposto si propende per una sorta di utilitarismo crociano applicato al culto della personalità che contraddistingue sempre più il rapporto tra i corpi elettorali e gli “uomini soli al comando” di turno. In sostanza si dice che il politico onesto è il politico capace: faccia quello che gli pare dalla cintola in giù, purché sappia trarmi in salvo dalla crisi, dal digital divide, dal logorio della vita moderna – purché sappia cioè far funzionare il marchingegno statale di modo da massimizzare l’utilità collettiva. Si tratta di due diverse varianti dello stesso relativismo per cui il bene e il male non esistono come essenze autonome a priori, ma emergono dalla concomitanza di fattori per lo più contingenti/strumentali/formali. Invece sarebbe il caso di tenere presente che vigilare sui vizi privati dei potenti non serve tanto a sconfessarne le virtù pubbliche, quanto a impedire che le posizioni di responsabilità siano ricoperte da persone a vario titolo ricattabili. Silvio Berlusconi è andato al compleanno di Noemi Letizia a favore di una serqua di telecamere, quindi nella fattispecie ha messo deliberatamente in piazza il rapporto che lo lega a questa ragazzina: se si trattasse davvero di una relazione amorosa, al premier andrebbe diagnosticato l’autolesionismo acuto. Ma se il Cav. coltivasse tresche occulte d’abitudine, in quale e quanta misura si troverebbe sotto minaccia di scandalo a mezzo stampa? E tale “minaccia” come si servirebbe del potere in mano al Presidente del Consiglio? Premendo magari per favori politici anche a scapito dell’equo trattamento della cittadinanza tutta?

2. Per spezzare l’asse Fanfani-Almirante che orienta il gradiente politico-culturale del neonato Pdl, Gianfranco Fini ha scelto di fungere da cuneo repubblicano nell’intento di incrinare il monolite statalista da cui il soggetto unitario di centrodestra par muovere i primi passi. Come un Ugo La Malfa redivivo, tanto per rimanere in similitudine. È molto interessante – e molto urgente, a giudicare da spropositi come la legge Calabrò – porgere alla Destra italiana il tema della laicità. Corrivo e insignificante, invece, è pensare di riuscire nell’opera recitando a memoria slogan imparaticci e apodittici, anziché proponendo elaborazioni nuove e originali. Sarà che quelle richiedono tempo e fatica senza poi garantire qualche titolone brutalmente sintetico sulle prime pagine dei quotidiani? Per un conservatore, la laicità è un dovere dello Stato, non un obbligo del cittadino – ciò che diviene nell’azione politica impegnata a scorrelare disponibilità di risorse e stile di vita. Bene: ma come conciliare questo assunto alla temperie dell’oggi, in cui cresce la domanda di protezione sociale in tutti i campi? Come presidiare i confini tra la libertà negativa (politica) e libertà positiva (morale) laddove aumenta la domanda di realizzare, anziché “solo” di garantire, i diritti essenziali?

3. Bipartitista convinto da sempre, i tre quesiti referendari di Domenica e Lunedì mi mettono abbastanza in crisi. Sulla terza scheda nulla quaestio, voto sì perché la candidatura multi-circoscrizione è un privilegio sibaritico. Ma la prima e la seconda offrono l’opportunità di adottare una norma condivisibile solo a certe condizioni, nessuna delle quali allegabile a una consultazione abrogativa. Ebbi un problema analogo ai referendum sulla procreazione, allorché – sebbene favorevole all’eterologa – barrai il no sulla seconda scheda nel dubbio (dirimente) circa l’anonimato del donatore esterno alla coppia. Stavolta mi fa problema l’impossibilità di sapere a priori se un eventuale assetto bipartitico futuro sarà corredato dall’indispensabile ausilio delle primarie. Anzi, visto che probabilmente il testo del porcellum rimarrà invariato tranne le parti in predicato di abolizione, ho viceversa la certezza che una (improbabile) vittoria dei sì non farebbe che accentuare la partitocrazia castale arroccatasi sul meccanismo delle liste bloccate. Per tagliare la testa al toro voterò sì sulla scheda numero uno e non ritirerò la numero due: fingerò di credere alla favola del Senato federale e lascerò che nella camera alta ci si avvii coerentemente a privilegiare il pluralismo rappresentativo.




27 marzo 2009

Congiunzione di due mondi

Dopo una convivenza di prova durata un quindicennio, Forza Italia e Alleanza Nazionale sono in procinto di convolare a nozze. Saranno giuste nozze? Tutto dipende dagli assetti organici che il nuovo partito metterà a regime di prassi interna, con speciale riferimento alla cultura politica che l’attribuzione delle relative funzioni decisionali intenderà rispecchiare.
No, non mi interessa perorare la causa di questa o quella particolare “anima” ideologica destinata a confluire nel nuovo soggetto unitario. È difficile comprendere come un partito a vocazione maggioritaria possa costituirsi se non alla stregua di laboratorio dialettico in cui operare una sintesi di posizioni anche molto lontane tra loro. [continua su Movimento Arancione]




19 dicembre 2008

Salta anche il patto Molotov-Ribbentrop

Non cessa di consolidarsi l'analogia – puramente formale e tutta giocata sul filo del paradosso, s'intende – tra le sorti della Germania nazista e quelle del Partito Democratico veltroniano. Prima l'annessione dell'Austria morotea e adesso la rottura dell'alleanza strategica con un partner politico ideologicamente agli antipodi da molti punti di vista, ma indispensabile per non avere nemici su due fronti. Va bene, lo ammetto: l'accostamento sinottico dei due accadimenti presenta più di una discrepanza. Là l'inopinata apertura delle ostilità avvenne a guerra in corso, mentre qui il “conflitto” elettorale (nazionale) si è concluso da un pezzo. Là il tradimento fu unidirezionale (tedesco), qui lo scambio di accuse in merito alle responsabilità della frattura sta mostrando ampi margini di reciprocità. Senza contare che l'aggredito, all'epoca, fece deliberatamente causa comune con i nemici dell'aggressore: risvolto, quest'ultimo, del tutto privo di corrispettivi proponibili nel presente politico italo-sinistrese.
Rimanendo alle somiglianze, comunque, è interessante ragionare sui possibili sviluppi della crisi tra Pd e Di Pietro. Sul suo blog l'ottimo Gianni Pardo cita una dichiarazione rilasciata da Maria Paola Merloni, ministro ombra per le Politiche Comunitarie, a margine dell'offensiva giudiziaria che sta affossando (Campania) o ha affossato (Abruzzo) la classe dirigente democratica: “Secondo me dietro tutte queste inchieste giudiziarie che riguardano il Pd c'è Antonio Di Pietro, che peraltro è l'unico che ci guadagna. Forse la magistratura ha scelto il suo partito come il nuovo referente”
. Fa bene Pardo a proseguire sviscerando alcuni sottotesti di quel “nuovo”; fra poco entrerò anch'io nel merito in modo da affrontarne gli aspetti meno contingenti.
Per il momento fermiamoci al dato politico dell'esternazione, con la tripletta di alternative che a mio avviso pone. La prima: la manovra a tenaglia delle procure esaurisce presto la sua furia distruttiva e assume i contorni di un semplice avvertimento. Come a dire che l'atteggiamento dialogante del Pd con la maggioranza, specie sulla riforma dell'ordinamento giudiziario, va rinnegato a favore di un ricompattamento della Sinistra attorno al “giustizialismo” spinto. Il che significherebbe in buona sostanza alzare nuovamente i toni dello scontro su conflitto d'interessi, leggi-vergogna e involuzione autocratica, con tanti saluti all'impudente spirito bipartisan che l'opposizione “moderata” ha creduto di potersi permettere in questi primi mesi di legislatura. La seconda: l'operazione è finalizzata al ripristino dell'Unione prodiana. Saremmo davanti a uno scenario, se non fattivamente congegnato, sicuramente assai apprezzabile da una componente margheritina sempre più alla ricerca di triangolazioni con l'ultrasinistra in chiave anti-diessina. La terza: lo scopo ultimo del polverone è provocare la morte in culla del neonato soggetto unitario progressista. Una sorta di “opzione nucleare”, vien fatto di dire. Laddove non può sfuggire che il fattore comune a tutte e tre le suddette realizzazioni concrete della “DDR” prossima ventura si individua facilmente nel tramonto del veltronismo, ammesso e non concesso che di quest'ultimo si possa rinvenire una cifra politica vera e propria.
È facile immaginare l'obiezione “dipietrista” al partito preso secondo cui, dietro all'intera vicenda, si insinua un disegno eterodiretto e persecutorio. Producendo sterminate biblioteche di pezze d'appoggio (veline tribunalizie, mattinali di polizia giudiziaria, sbobinature di intercettazioni e quant'altro) si troverebbe sicuramente il modo di agitare il feticcio dogmatico dei “fatti”. L'essenza del travaglismo – così come del veicolo di trionfo retorico più gettonato tra le blogstar – si riduce in effetti a questo: guardare con minuziosa acribia il dito sminuendo sapientemente l'importanza di ogni discorso sulla Luna. Oppure evadendone la disamina mediante un'ermeneutica tanto frettolosa quanto reiterata.
Volendo invece mettere in discussione proprio il nucleo fondativo della mentalità giustizialista, non si può non sottolineare ancora una volta il carattere ricattatorio dell'assetto giudiziario italiano. Frutto della confusione tra separazione e divisione dei poteri nonché del costruttivismo implicito nel combinato autoreferenzialità/obbligatorietà dell'azione penale, esso si traduce nel coacervo di piccole grandi vessazioni che in parte esemplificavo una settimana fa. Generalizzando: in un sistema politico nel quale l'iperregolamentazione genera illegalità latente diffusa, è legittimo ritenere che la volontà – giocoforza circoscritta nel tempo e nello spazio – di punire le trasgressioni sia discrezionale a intenti punitivi più o meno espliciti. È solo perché sono persuaso da questo argomento che mi ispira fiducia l'idea di riformare il sistema giudiziario in senso “anglosassone”, cioè improntato a una concezione autenticamente giurisprudenziale del diritto. Non già perché sia plausibile capovolgere i rapporti di causa ed effetto al punto di credere che la mentalità e il costume siano conseguenze della cornice procedurale architettata dall'alto, sarebbe contraddittorio.
Ecco per quale motivo si resta interdetti di fronte ai timori chi, su posizioni liberali e garantiste, dubita che gli italiani e la loro classe dirigente, moralmente e culturalmente tarati come sono, siano in grado di confrontarsi responsabilmente con la prassi della libertà applicata. Tale è infatti il sottofondo ideologico di coloro che confidano nell'indipendenza dei controllori a prescindere e nella coessenziale nozione di “interesse generale” - dei giacobini, per essere chiari. Anzi, nello specifico di quei liberali votatisi al giacobinismo per il loro forte pregiudizio anti-italiano. Se stavate cercando di spiegarvi la forma mentis del liberalismo dipietrista – e la ragione per cui l'Italia dei Valori siede tra le fila dell'ELDR a Strasburgo, tanto per riallacciarmi all'intelligente provocazione lanciata giorni fa da LC – forse queste mie considerazioni conclusive fanno al caso vostro.




8 ottobre 2008

Federalismo fiscale, aria di fregatura

In Italia, quando l’adozione di un progetto di riforma viene salutata dall’approvazione generalizzata della classe politica, bisogna preoccuparsi. L’accordo tagliato per soddisfare le esigenze di contraenti eterogenei e discordanti come gli apparati istituzionali del fu Belpaese al gran completo, infatti, può essere stipulato solo al ribasso. Un pregiudizio che la lettura della sintesi di federalismo fiscale emanata la settimana scorsa dal Consiglio dei Ministri non fa che alimentare.

Leggi che “è stata in particolare stabilita l’autonomia di entrata e di spesa di Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni, con l’attribuzione a tali enti di tributi propri e di compartecipazioni al gettito di tributi erariali riferibile al loro territorio” e ti domandi se le prove tecniche di vessazione svoltesi col passaggio ai Comuni delle funzioni catastali siano state solo un assaggio – e quanto rappresentativo – della grassazione prossima ventura. Si delinea l’obiettivo di responsabilizzare i centri di spesa tramite il “riferimento ai costi corrispondenti ad una media buona amministrazione (costi standard)” e non può non porsi il dilemma di come definire i benchmark di un siffatto parametro aureo dell’efficiente amministrazione. Il beneplacito di sindaci e presidenti di regione verso criteri contabili tanto ambigui, a voler ricamare qualche malizia sull’inedita concordia tra enti territoriali litigiosi come i nostri, instilla il dubbio che i futuri metri di paragone probabilmente non saranno Lombardia e Veneto. Quando poi l’estensore partorisce sotto forma di captatio benevolentiae la constatazione che l’onere tributario complessivo dovrà mantenersi invariato o tutt’al più ridursi, verrebbe da chiedergli come sarà possibile conciliare quest’ultima linea-guida con le prime due.

Il federalismo, tecnicamente, è la trascrizione politica della collusione formale come rapporto economico. Non si tratta necessariamente di un patto tra “amici”, come la storia americana – malgrado la paciosa etimologia del termine foedus – dimostra. Esso, rispecchiando sul piano costituzionale la legittima diversificazione delle “parti” regionali rispetto al “tutto” statale, garantisce il carattere transitorio dell’etica pubblica anche in senso orizzontale. In quello verticale, com’è noto, agisce la laicità come metodo proprio dei sistemi liberali. Assieme, queste modalità funzionali “ortogonali” concorrono nel perseguire una forma di governo delle aspettative sociali per l’appunto super partes. Il che comporta la consegna della fermezza di fronte alla sperequazione: libertà e uguaglianza sono finalità irriducibili a coerenza.

Il “federalismo solidale” diviene allora un ossimoro maestoso, di quelli che fanno la gioia dei politici impegnati a fare sintesi di materia e antimateria. Nel futuro le regioni in deficit dovranno rassegnarsi a sottoscrivere titoli di debito a uso interno con le controparti virtuose. A meno di non riempire di raziocinio inattaccabile il principio secondo cui i confederati economicamente bisognosi vantano una sorta di “credito interregionale” automatico nei confronti dei partner più cospicui, naturalmente.




22 settembre 2008

Fallitalia

Come tutti i fallimenti aziendali, anche quello di Alitalia – ma pure le maxi bancarotte a catena oltreoceano, a voler ampliare il campo visivo – assume rilievo sotto corposi profili di filosofia morale e politica. È almeno dal 2005 che l’accanimento terapeutico su una compagnia di bandiera a encefalogramma piatto mostra pericolose commistioni con la negromanzia. La ricapitalizzazione fasulla di tre anni or sono (tredici nuove azioni ai soci ogni due vecchie alla modica cifra di 0,8 euri cadauna: il depauperamento della partecipazione del Tesoro fece le veci del consueto biberon di Stato) rese scoperto oltre ogni ragionevole dubbio il gioco assistenziale della nostra classe politica. Poi venne il turno della privatizzazione a ostacoli prodiana che, forse per restare sulla falsariga delle primarie unioniste all’epoca celebrate di fresco, chiamò a raccolta molti candidati civetta e un vincitore designato. Vale a dire Intesa/AirOne dei sodali Bazoli e Toto, dopo che all’altro amico De Benedetti era scappato da ridere per i, diciamo così, ridotti margini di verificabilità contabile dell’azienda. Sennonché l’offerta economicamente più vantaggiosa, irrefutabile in termini di consistenza imprenditoriale a meno dei fiacchi sofismi sul made in Italy aeronavale da preservare, arrivò da Air France/Klm. Poco male, pensò l’astuto boiardo di Scandiano: sarebbe bastato mettere i franco-olandesi nella condizione di esigere a vuoto dai sindacati l’assenso al piano di vendita, per far finire la trattativa a carte quarantotto. Ciò che poi in effetti capitò, ma nel frattempo il cadaverino conosciuto col nome di “Prodi-bis” era caduto al primo refolo di vento giudiziario ostile. Era riapparso Berlusconi, il taumaturgo capace di trasformare l’acqua in vino, quindi anche 2,6 miliardi bruciati in dieci anni in un luminoso futuro di bilanci in attivo. Come? Semplice: dividendo Alitalia in due tronconi aziendali. Uno, la “NewCo”, finalizzato a riunire gli asset profittevoli della compagnia previo investimento d’un miliarduccio da parte di noti simpatizzanti ulivisti – hai visto mai che la responsabilità di un eventuale flop venga messa in conto solo al centrodestra. L’altro, la “Bad Company”, da commissariare sul groppone dei contribuenti dietro la nomina di un curatore fallimentare anch’egli prodiano di lungo corso (idem come sopra). La trama di questa soap opera ha raggiunto un apparente stallo con il passo indietro dei non-particolarmente-coraggiosi oligarchi acquirenti, è cronaca recentissima. Bluff? Preludio al sospirato fallimento del carrozzone alato? Lo scopriremo nelle prossime puntate.
Qui interessa ragionare sugli aspetti culturali ed etici di questo come di ogni altro tema economico. Dal pulpito della precomprensione “liberista” – parola con cui usa definire l’allotropo destrorso dell’utilitarismo – anche stavolta fioccano sentite lamentazioni contro lo statalismo bipartisan dei vertici politici italiani. Il migliorismo, specie nelle sue componenti a vario titolo filogovernative, alza la voce con la tipica prosopopea degli ottimati ex cathedra. Si privatizzano i guadagni e si socializzano le perdite; un’impresa privata fallirebbe domani ma lo Stato no, perché può manlevare legalmente i cittadini dei loro averi. Sono gli argomenti standard ripetuti a ogni pie’ sospinto in certi ambienti, quelli nei quali ieri l’altro sono girati gli auguri di buon XX Settembre e, di fronte alla suburra morale di questo Paese ancora troppo cattolico e mediterraneo, sempre si scuote la testa con fare rassegnato. Gli stessi ripetitori ideologici, con ignominiosa torsione argomentativa, amano poi sostenere di volere “il bene” della stessa gente che tanto disprezzano – affermando però di muoversi su coordinate valutative totalmente estranee alla dimensione “morale”.
Ma il problema delle giaculatorie liberiste è che, per rendere percorribili determinate soluzioni prasseologiche, occorre individuarne la compatibilità all’“oggetto” che il sistema istituzionale considerato si pone a livello di premesse. Il libero mercato è lo strumento più adatto a favorire una sostenibile selezione delle aspettative (qui il positivista, liberale o meno, direbbe “razionale allocazione delle risorse”, dando prova di aver già sistemato i concetti di “razionale” e di “risorsa” in qualche sgabuzzino metafisico di suo gradimento), certo, ma solo nei sistemi nomocratici, cioè consuetudinari. L’Italia, grazie al centralismo che la contraddistingue per volere dei “padri nobili” cari ai soloni di cui sopra, non lo è affatto, altrimenti non sarebbe stato possibile né metterla né tenerla assieme come nazione. Dopo il tracollo sabaudo, la neonata repubblica si scoprì “fondata sul lavoro” mantenendo inalterate le propaggini operative ereditate dallo statalismo regio: se le parole hanno un senso, tale presupposto comporta il primato dell’impiego come diritto positivo sulla libertà “coordinativa” come diritto negativo. Quindi, nella fattispecie del caso Alitalia, la fermezza liberista è stata coerentemente posposta al supremo obiettivo di salvare più posti di lavoro possibile.
Stante l’organizzazione del nostro consesso civile, l’applicazione dei dettami liberali ai fenomeni di relazione sarà sempre all’ultimo punto di qualunque agenda politica. Ci pensino sopra, gli odierni epigoni di Pisacane, Mazzini e Cavour.

Per una introduzione strutturata al dossier Alitalia, consiglio vivamente l’archivio tematico di Phastidio.




1 luglio 2008

Un'impronta illiberale?

Ha destato polemiche infiammate e talora pretestuose, la decisione di Roberto Maroni di raccogliere le impronte digitali dei bambini zingari. La bottega della memoria storica, si sa, è prodiga di Olocausti a uso e consumo delle rivendicazioni – leggi strumentalizzazioni – di parte più disparate [continua su Movimento Arancione]




28 giugno 2008

Operazione verità - Intoccabili (e fannulloni)


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