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  Ismael [ Il superstite del Pequod ]
         
















Non te lo chiedo per favore: non calpestarmi







Perduta nazione, avito suolo
Isole tra i monti, strade pei mari
Unico asilo ed eterno conforto
Per te prosperiamo
Liberi e reverenti





Due che hanno visto giusto





La situazione mediorientale spiegata
meglio che in mille editoriali





In memoria di Diamond
"Dimebag" Darrell
, e di tutti gli
interminabili pomeriggi di
gioventù trascorsi a sgomitare
sotto la sferza selvaggia
della sua chitarra!





Where I belong:



Il movimento liberale giovanile fondato e presieduto da Francesco Lorenzetti



Edoardo Ferrarese

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Meglio il Saruman monetarista
o il Sam vegetariano?

Sul proporzionale

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La verità ribadita.
Grazie alla blogosfera


Le fiamme sopra Parigi

Religione e omosessualità -
Condannati per reato d'opinione


Buon anno e felice Epifania
con l'intemerata
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Ipocralismi
(ipocrisie e moralismi)


Il sofferto capolavoro
di Arik


Munich

Jimmy, Fini e i joint

Il Programma dell'Unione:
non si fa, si fabbrica


Jin-Roh - Uomini e lupi

Cento domande sull'Islam

Il Caimano

Buona la seconda

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Martini l'apostata

Hanno già ricominciato
a farci "ridere"


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La riserva è scesa in campo

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Mimmu 'u Guardasigilli

Il Codice da Vinci

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Centrodestra, anno zero

Padoa-Schioppa VS Bersani:
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La guerra infinita,
l'ipocrisia al governo

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Multilateralismo dalemiano:
molta astuzia, poca prospettiva

8 Settembre,
festa degli ondivaghi


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Propaganda welfare

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Telecomgate, Prodi poteva
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Tra il Dio incarnato
e il Dio incartato


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E più inflazione

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Ipotesi su Gesù

Buona l'anima,
malo il vino


USA 2006:
l'America plurale


Laicità e diritto naturale,
ovvero: del cortocircuito
giacobino


La mossa del Casini

Né bio né equo
né solidale. Quindi
massimamente etico


Apocalypto

Pannella e la morte
per procura


Fassino, le sberle, la rivincita

Tri-dazer

"Prodienko": torti e ragioni

L'antiPACStico

Uno sguardo all'America
del prossimo futuro


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Come Prodi
cadono le foglie al vento


Life to lifeless

Proibizionismi all'orizzonte?

Ennesima political compass

A New Republic

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Uomini, caporali
e parlamentari


Immigrazione e libertà

L'innatismo dei predestinati

Libertari o gobettiani?

Sarko e Silvio

Cronache straboscopiche

Sex Crimes & the Vatican

Michela Vittoria Brambilla

La valanga veronese

Gods of Metal 2007

Se Milano piange,
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Gianfranco, Daniela
e il  moralismo farisaico


Un altro partito liberale?
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La battaglia che fermò
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Harry Potter 5

Mario e i miglioristi sognatori

L'Arciprete e il Cavaliere

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Gli interrogativi di Walter

Il liberismo
è davvero di sinistra?


Fenomenologia del Grillo

Le cronache
del Ghiaccio e del Fuoco


Liberalismo

Eutanasia in progress

Rivalutiamo pure Hobbes,
ma solo oltre confine


Rosmini for dummies

Sapessi com'è strano/
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La Libertà e la Legge

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Il caso Bianzino

Luigi Sturzo for dummies

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I figli di Hurin

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Urbanistica di cronaca
e di mercato

Contro le tasse

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Cattolicesimo,
protestantesimo
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In difesa di Darwin/
Dimenticare Darwin


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Un'impronta illiberale?

La scelta di Eluana

La fine dell'economia

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Il quoziente etico

Fallitalia

Quel che resta della crisi

 
 
 
 
 
 
 
 
 
Liberalizzazioni:
cosa resta da fare?

#1  #2


Il punto sulle bersanizzazioni
#1  #2  #3


Un giorno di libertà
#1  #2  #3


Metabio(gen)etica
#1  #2  #3  #4


Per il bene dell'Italia
#1  #2  #3  #4  #5
#6  #7  #8  #9  #10 


IsmaelVille
#1  #2  #3  #4  #5
#6 #6.1 #7  T13


Spigolature internautiche

"Uòlter Veltroni
a tajà er nastro
so' tutti bboni"

            by Giggimassi


"Far l'amore
col preservativo
è come fare il bagno
con lo scafandro"

                (Anonimo)


"Non sono né del partito
rivoluzionario né del
partito conservatore.
Ma tuttavia e dopotutto
tengo più al secondo che al
primo. Infatti dal secondo
differisco nei mezzi
piuttosto che nel fine,
mentre dal primo differisco,
insieme, nei mezzi e nel fine.
La libertà è la prima delle
mie passioni. Questa è la
verità"


      Alexis De Tocqueville
                    (by Zamax)


"Se Dio si candida,
lo stolto pensa alle elezioni
invece che al problema
dell'elezione"


            Giuliano Ferrara


"Io credo soltanto nella parola.
La parola ferisce, la parola
convince, la parola placa.
Questo, per me, è il senso
dello scrivere"


                    Ennio Flaiano
                (by Il Paroliere)


"L'ideazione di un sistema
resistente è atto creativo
che solo in parte si basa su
dati scientifici; la sensibilità
statica che lo determina, se
pure necessaria conseguenza
dello studio dell'equilibrio e
della resistenza dei materiali,
resta, come la sensibilità
estetica, una capacità
puramente personale, o per
meglio dire il frutto della
comprensione ed assimilazione,
compiutesi nello spirito del
progettista, delle leggi
del mondo fisico"


                       Pier Luigi Nervi
(Scienza o Arte del Costruire)


"L'unica cosa necessaria
per il trionfo del male
è l'inerzia dei buoni"

                         Edmund Burke
              (by Torre di Babele)


"Un governo così grande da
darti tutto quello che vuoi
è anche abbastanza grande
da toglierti tutto quello che hai"


               Barry M. Goldwater
          (by Retorica e Logica)


"L'amore è donare quello
che non si ha a qualcuno
che non lo vuole"


                     Jacques Lacan
                       (by Bernardo)


"Sono un conservatore nel
senso inteso da Hannah Arendt,
che si preoccupava della
preservazione del mondo.
Oggi comunque non c'è più
ordine costituito, ma solo
un cambiamento costituito.
La nostra sola tradizione è
il progresso. Viviamo in nome
del movimento e del
cambiamento continuo.
In questo contesto, io mi
considero un rivoluzionario,
perché ormai la sola
rivoluzione possibile è quella
che interrompe le derive
contemporanee"

               Alain Finkielkraut
                            (by Temis)


"Parliamo di politica:
quando si mangia?"


                 Alberto Mingardi


"Quella delle domeniche
a piedi è una messa rosso-
islamica, basata sulla nostalgia
del bel tempo della austerity
'regalataci' dall'Opec nel 1973.
E' un rito di espiazione e
autoflagellazione, direbbe un
Ernesto De Martino. E' una
autopunizione per aver pensato
di andare in auto a casa della
mamma, direbbe Freud. E' una
purga rivoluzionaria per
distruggere i beni di consumo
e tornare al valore d'uso,
direbbe Karl Marx"


                  Paolo Della Sala


"Quando uno conosce bene
una cosa se ne ha a male
se qualcun altro ne parla"


                          by Cruman


"Il vero conservatore sa che
a problemi nuovi occorrono
risposte nuove, ispirate a
principi permanenti"


             Giuseppe Prezzolini
  by Camelot Destra Ideale


"Una donna lo sa: le donne
adorano odiarsi. E' una cosa
vezzosa, niente di grave: solo
un po' di veleno qua e là, uno
sgambetto un sorriso e una
pugnalata alle spalle.
Non possiamo resistere"


              Annalena Benini


"Gli elettori delegano
il peccato ai potenti, così
possono immaginare
di non essere colpevoli
di nulla"


          Paolo Della Sala, again


"L'utilitarista deve nascondere
giudizi di valore da qualche
parte, per prendere decisioni
in base al suo principio,
e la teoria morale che ha
non è quindi l'utilitarismo,
ma lo specifico criterio
decisionale adottato"


                          LibertyFirst


"Non c'è più nessuno
a cui sparare, signore.
Se si tratterà solo di
costruire scuole e ospedali,
è a questo che serve l'esercito?"


                   Michael Ledeen


"L'idealista è uno che,
partendo dal corretto
presupposto che le rose hanno
un profumo migliore dei cavoli,
usa le rose per fare la zuppa"


                  Antonio Martino


"Sono sempre i migliori
ad andarsene dai forum"


                           Malvino


"Sapientia deriva da assaporare,
serve altro commento che non sia
mettere in moto il pensiero,
il ragionamento critico
come sapore delle cose?"


                                 adlimina


"Se gli economisti fossero
in grado di prevedere l'economia
non sarebbero tali, cioè non
avrebbero bisogno di insegnare
per sbarcare il lunario"


                            Mario


"Chi è sovente accigliato,
chi alza spesso il ditino
ammonitore, chi giudica
severamente il mondo
è uno che nel mondo
ci si trova male"


                             Gianni Pardo


The unprofessional blog

L'autore dichiara apertamente
che gli audaci parti del suo
intelletto avrebbero bisogno
del conforto di dottrina
specialistica in più materie,
nessuna delle quali minimamente
padroneggiata: pregasi notare
- sia ricordato qui una volta
per tutte - che di siffatti
scrupoli accademici è
privilegio della corporazione
dei dilettanti infischiarsene
allegramente (TNX Zamax)


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16 gennaio 2009

Israele, lo Stato, la Giustizia

Le immagini e le notizie in arrivo dalla polveriera israelo-palestinese obbligano a entrare ancora una volta nel merito della questione mediorientale. Come ogni polemos di vecchia data che si rispetti, anche questa pluridecennale contesa viaggia in parallelo all’evolversi di un contrappunto dialettico agguerrito quasi quanto il suo precipitato bellico.

Sotto il profilo contingente, pur con tutta la buona volontà “equidistante” del caso”, è ben difficile mettere sullo stesso piano i danni collaterali provocati dalle operazioni di un esercito regolare, agente su mandato di una sovranità libera e democratica, e gli attentati di gruppi terroristici finalizzati all’indiscriminata carneficina di civili inermi. Da un lato aleggiano le “nebbie della guerra”, ovvero l’intrico di cinici machiavellismi e di nobili ideali che alimenta la supremazia della legittima ragion di stato, dall’altro domina un crimine organizzato su vasta scala. Non c’è partita.

Eppure basta osservare la problematica nella sua interezza storica per coglierne aspetti assai meno definiti e, per paradossale che possa sembrare, tanto meno risolvibili nell’immanente quanto più lo sguardo si spinge in profondità. Facciamo mente locale sul sionismo: la dottrina che rivendica il diritto degli ebrei ad avere un “focolare nazionale” in Israele, rifacendosi alla Legge del Ritorno, offre loro una sorta di cittadinanza garantita. Le basi di tale prerogativa sono, di fatto, ataviche. Ma cosa diremmo se in Italia sorgesse un movimento d’opinione finalizzato al ripristino della sovranità romana sull’Europa che, in fin dei conti, aveva luogo duemila anni fa proprio come l’ultima potestà giudaica sulla Terrasanta prima del ’48? Chi ha letto L’amico ritrovato di Fred Uhlmann ricorderà che, nel libro, anche il padre del protagonista esprime una perplessità analoga. È possibile obiettare che la fondazione ufficiale di Israele fu preceduta dalla diffusa – e salatissima – vendita a consorzi di migranti ebrei degli estesi appezzamenti di terra palestinese allora in mano ai maggiorenti ottomani. Ma se degli investitori iraniani comprassero la Calabria un lotto dopo l’altro, la Calabria entrerebbe a far parte dell’Iran?

A ragionare in termini rigidamente storici e “conseguenti”, come si vede, è arduo non parteggiare per Israele seguendo umori almeno un po’ gratuiti. Tuttavia deve pur esserci un criterio capace di sostenere in radice le evidenti ragioni israeliane, pur con tutte le loro umanissime screziature, al di là del mero pregiudizio. Ancora una volta ci viene in soccorso l’etica, segnatamente applicata al concetto stesso di stato-nazione. Quel era la temperie culturale in cui fiorirono gli stati moderni? Pensando all'Ottocento, secolo d'oro del nazionalismo, la si può individuare nello sforzo di istituire comunità di cittadini unite nel perseguire determinati fini politico-morali. La “legittimità” di una qualsiasi “ragion distato” deriva quindi da una strategia di autorappresentazione ben precisa, mai suscettibile di fondamento causale dimostrabile, che non può non assumere i contorni di una teologia secolare. Com'è stato detto mille volte, è impossibile riempire di senso nozioni quali “bene comune”, “utilità collettiva” o “volontà generale” estrapolandole dagli stessi contesti di significato in cui vengono impiegate, a meno di non avventurarsi nel terreno minato della retorica. Lo stesso carattere metapolitico, come dice Francesco, vale per la Giustizia, valore portante dell'ebraismo: a ben vedere, il sionismo ottocentesco segnò la presa d'atto che è impossibile prescindere da un ordine politico sovrano nell'intento di vivere in pace le proprie peculiarità, come gli ebrei della diaspora avevano tentato di fare per due millenni. O, per dirlo altrimenti, che l'autorità costituita è tanto trascendente e autoreferenziale rispetto al consesso civile quanto necessaria al sostentamento di qualunque “associazione di tendenza”.

Ora si potrebbe arguire che “ordine politico” non è per forza sinonimo di “stato”, che “diritto” e “legge” sono cose diverse, che “piccolo è bello” e così via, ripercorrendo le tipiche – e per quanto mi riguarda giustissime – suggestioni paleolibertarie. Qui però interessa stabilire una prevalenza tra “un modello di come la democrazia basata sui valori della morale testamentaria e della fiducia nella ragione di matrice greca possa avere ancora senso per il mondo” (Giorgio Israel) e il “poterismo” reclamato dai soldati dell'Islam insurrezionalista. Potere come impreteribile ausilio del diritto negativo contro potere come idolo politico: date due opzioni fondative siffatte, una ragione che abbia a cuore la ricerca di ciò che è universalmente necessario non può che risolversi per la prima – a meno di non perdersi nei giochi di parole dell'immanentismo integrale, laddove un'ermeneutica efficace può giustificare tutto e il suo contrario.


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5 ottobre 2008

Ron Paul: We need to believe in ourselves




28 marzo 2008

Nebbie cinesi

Quello dei rapporti sino-occidentali, anche per via del dibattito apertosi sulle ragioni del tremontismo, è un tema che sta progressivamente e meritatamente calamitando l’interesse dell’opinione pubblica. Qui provo a riassumere i molti dubbi e le poche certezze che, da modesto orecchiante, ho potuto mettere assieme sulla questione.
Dunque, se ho ben capito l’epicentro delle odierne tensioni economiche globali va individuato nell’agganciamento valutario tra dollaro americano e yuan cinese. Beneficiando di una moneta resa artificialmente “debole”, per anni la Cina ha esportato negli Stati Uniti molto più di quanto abbia importato da essi. L’artificio consiste nel drenare i dollari incassati dagli esportatori mediante l’emissione di titoli di stato pagabili in yuan, così da mantenere inalterato lo squilibrio della bilancia commerciale che, in condizioni di mercato davvero libero, sarebbe aggiustato dal tendenziale rafforzamento valutario della divisa inizialmente meno pregiata. Coi dollari raccolti la banca centrale cinese acquista poi buoni del tesoro e obbligazioni statunitensi, sicché in pratica la Cina apre crediti in dollari e debiti in yuan.
Non mi è chiaro se la politica monetaria espansiva condotta dalla Fed in questi ultimi mesi si possa spiegare con la volontà di “esportare” inflazione oltre il Pacifico e di spingere quindi la Cina a rivalutare (questa analisi di Alessio Moro, per la verità, cerca e trova da tutt’altra parte le cause della recente “inflazionomia” americana). Credo però che si tratterebbe di una strategia poco efficace: pur essendosi tolti il pensiero dell’inflazione i cinesi, rivalutando, diminuirebbero il valore relativo del loro introito in dollari. Per cui dovrebbero indebitarsi maggiormente in yuan, trasformando di fatto l’allineamento del cambio in debito pubblico. L’imposizione di dazi sulle merci cinesi in misura tale da coprire il mancato rialzo della loro valuta di riferimento, infine, rischia di colpire i prodotti delle multinazionali americane (e non solo) delocalizzate presso la Repubblica Popolare.
C’è di che provocare più di un’emicrania ai macroeconomisti, come si vede, ma anche ai teorici delle relazioni internazionali. A questi ultimi spetta infatti decidere se valga di più la caduta del muro (valutario) di Pechino, con annessa contropartita diplomatica in termini di tolleranza verso le nefandezze compiute dal regime comunista, oppure la fermezza nel domandare alla Cina il rispetto dei diritti umani. Chissà se esistono terze vie.


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24 ottobre 2007

Due link, due commenti

“Un paio d’anni fa, sul settimanale Famiglia cristiana, fece scalpore la pubblicazione della lista integrale degli azionisti della Banca d’Italia, poichè risultò che il suo capitale era detenuto al 95% da banche private commerciali mentre solo un 5% era in mano pubblica. Questo, in contrasto con lo stesso Statuto dell’ente, che prevede (art. 3) che la maggioranza delle azioni debba essere di proprietà del Tesoro. La questione non è di scarsa importanza, dato che la Banca d’Italia detiene tutt’oggi (seppure oramai di concerto con la Banca Centrale Europea) il monopolio dell’emissione monetaria nel nostro paese. Il fatto che gli azionisti siano privati pone infatti il problema del cosiddetto signoraggio, ossia del profitto derivante dalla emissione di banconote” – Francesco Lorenzetti, Signoraggio, la linfa dei poteri occulti

Da monetarista convinto, sostengo che la moneta sia un bene tra i tanti, dotato della particolare facoltà di consentire la separazione tra il momento dell’acquisto e quello del guadagno (cioè in grado di fornire un’alternativa al baratto). Per cui, se il bene in questione è per qualche motivo inflazionato, meglio optare per investimenti-rifugio come oro o immobili. Morale della favola: se per decenni gli italiani si sono visti remunerare i propri titoli di credito con carta straccia, la colpa è loro. E dei gestori di fondi ai quali si sono affidati corpo e anima, pressoché tutti dipendenti dei “banchieri privati” di cui all’articolo di Francesco.

“gli Stati Uniti, abbattendo Saddam Hussein, hanno servito nel peggior modo possibile i loro interessi. Hanno infatti liberato il loro più feroce nemico nell’area (l’Iran) dal suo più temibile nemico (Saddam appunto) e parallelamente hanno rafforzato l’avversario (i curdi) del loro secondo più importante alleato regionale (la Turchia)” – Andrea Gilli, L’Iraq, la Turchia e la complessità degli affari internazionali

Più leggo gli articoli di Andrea e Mauro Gilli, più la bolla ideologica gonfiata dai neocon mi appare destinata a scoppiare. Con la non trascurabile riserva riguardante l’apparato teorico realista che sorregge le argomentazioni di Gilli, ossia l’esigenza di un’alterità non radicalmente manichea tra i soggetti attivi di una moderna politica dell’equilibrio. Se una o più delle potenze in competizione sullo scenario internazionale si pongono l’obiettivo di esportare un ordine totalitario o distruttivo fuori dai loro confini, infatti, diventa perfino inconcepibile lo strumento della trattativa. Che era all’ordine del giorno nei conflitti regionali settecenteschi, in cui la contrapposizione identitaria veniva mitigata dalla comune matrice culturale dei contendenti. Ma oggi, con un Islam che punta a restaurare il proprio califfato subtropicale annientando Israele, decadono molti dei presupposti necessari a una politica estera davvero liberale (cioè realista) e non idealista (cioè costruttivista).
Consiglio di imparare a memoria il passaggio dell’articolo in cui Gilli confuta i due assunti-base del neoconservatorismo, comunque.




4 agosto 2007

Here comes the summertime - 13 Top of the posts

Riflessioni che rimangono impresse. Tasselli di una Verità che non appartiene a questo mondo.
Scritti autografi di autori ideologicamente variegati, ma accomunati da un’avvincente caratteristica: l’elevatissimo stimolo intellettuale che sanno suscitare. Sono tredici, a mo’ di sfida alla sfiga, come le canzoni di ieri.
Buona lettura!

L’ideologia è sapientemente vacua, il ritratto (neocon) è fedele – di Alberto Mingardi

Non è la condanna a morte di Saddam a minacciare il futuro del nuovo Iraq – di Federico Punzi, 28 Dicembre 2006

Bentornato maschio! – di Rita Serra, 8 Marzo 2007

Semplificazione fiscale, la prossima rivoluzione – di Mario Seminerio, 1 Dicembre 2006

L’omelia natalizia di Bioetica – di Giuseppe Regalzi, 25 Dicembre 2006

Se la Cina fosse un cervello – di Giovanni Maria Ruggiero, 30 Marzo 2007

Body & Soul – di Massimo Zamarion, 30 Marzo 2007

Maledetta coerenza – di Carlo Stagnaro

Il vero cristiano è anarco-capitalista – di Guglielmo Piombini

La relazione d’amore in Dante nella lettura di Benigni – di Paolo della Sala, 30 Settembre 2005

Il “fatto” morale (con note sul cannibalismo) – di Andrea Rossetti, 12 Gennaio 2006

Abolire il liberalismo – di Marco Respinti, 20 Maggio 2006

La così detta “cultura di destra” – di Luigi Castaldi, 21 Luglio 2006




8 maggio 2007

Sarko e Silvio

Nicolas Sarkozy, leader della destra repubblicana francese, sale all’Eliseo con oltre il 53% dei suffragi contro la socialista Ségolene Royal. Alla notizia della vittoria di Sarko, i politici italiani non hanno resistito alla provincialissima tentazione di mettere il cappello sugli esiti delle presidenziali d’oltralpe. Romano Prodi spaccia la mancata ibridazione in salsa ulivista tra socialisti e centristi come causa primaria della debacle franco-progressista; curioso, per l’amministratore delegato del cartello politico-elettorale che a lungo ebbe a decantare l’uninominale a doppio turno come eccellente strumento a salvaguardia dell’indipendenza decisionale dei cittadini. La Repubblica di stamattina dedica titoloni scatolari alle voci (tutte da confermare) che ventilano l’imminente nomina di un esecutivo per metà al femminile; la lezione di Zapatero e l’effetto-donna prodotto dal carisma “rosa” di Ségolene avrebbero impresso un inconfondibile tratto “de sinistra” all’indole di Sarkozy. Eppure sono pronto a scommettere che il neoeletto presidente non arriverà mai a baloccarsi con le palingenesi omonuziali, avendo egli molto a cuore un riconoscimento dei diritti che passi attraverso l’analisi di congruità – non già l’equiparazione a priori – delle rivendicazioni sociali. Né Sarko dà l’impressione di voler elevare la demoscopia a metodica portante della democrazia: il nuovo presidente assumerà iniziative politiche verosimilmente senza scaricarne le responsabilità sugli ultimi sondaggi d’opinione.
“Paese che vai, conservatore che trovi”, sembrano voler dire gli zapateros e gli zapatories nostrani alla koiné destrorsa d’Italia. Guardate quant’è cavalleresco Sarko, che appena eletto dice ai suoi: “Il mio primo pensiero va a Madame Royal. Ho rispetto per lei e per le sue idee, in cui tanti francesi si sono riconosciuti. Rispettare Madame Royal è rispettare i milioni che hanno votato per loro. Un presidente deve amare tutti i francesi”. In realtà l’anomala contrapposizione bipolare che ha contraddistinto la nostra cosiddetta “seconda Repubblica” nasce con Mani Pulite, allorquando un rinato fronte popolare di maggioranza relativa, forte dell’appoggio dei settori più politicizzati della magistratura requirente, si apprestava a rendere l’Italia inabitabile per chiunque non fosse comunista o giù di lì. La celebre “discesa in campo” di Silvio Berlusconi, con rocambolesco tempismo, seppe porre un argine alla deriva antidemocratica che si prospettava anche grazie al capestro maggioritario su cui avrebbero dovuto immolarsi i residuati di una classe politica ampiamente screditata in seguito all’alzamiento dipietrista. In quello scenario, la leadership carismatica del Cav esibì le peculiarità che costituiscono tuttora la sua forza e nel contempo la sua debolezza: grande sostegno popolare, ma formazione del consenso esile e aleatoria; suggestione ed entusiasmo epidermici, quasi da curva, ma aggiramento giocoforza provvisorio del dissenso interno al partito e alla coalizione, con l’apnea dei nipotini di Fanfani e di Almirante esplosa durante il quinquennio di governo 2001-2006. Per cui occorreva e occorre diffidare delle aspirazioni sinistrorse a una destra “presentabile”, perché dietro alla retorica perbenista si nasconde solo la malcelata insofferenza verso un avversario competitivo ancorché perennemente estemporaneo: chi coccola Fini vorrebbe vincere facile (con un postmissino oltre il 45% non si va, e sono ottimista), mentre chi carezza Casini pensa già ad azzopparlo per via giudiziaria (nulla di più facile che trovare scheletri nell’armadio di un postdemocristiano).
Dimenticando le miserie di casa nostra e tornando in Gallia, viene da pensare che l’italianità e la francesità – malgrado scorrano nel comune alveo neolatino – rappresentino categorie sistemiche diametralmente opposte. Lo statalismo cartesiano dei francesi, che consente alla politica di esprimersi attraverso partiti molto strutturati e di gestire la pubblica amministrazione con geometrico (e dispendioso) coordinamento dei vari livelli di governo, è il contrario formale e sostanziale della congerie di interessi particolari di cui brulica il Belpaese – gli assetti istituzionali del quale, guardacaso, affondano le radici proprio nel fallimentare tentativo di scimmiottamento francofilo azzardato circa un secolo e mezzo fa dalla ristretta élite di benpensanti liberal-sabaudi che unificò il Paese. Oltralpe, quindi, le personalità politiche si affermano grazie al sistema; in Italia si mette in evidenza la scaltrezza di chi sa aggirarlo, o tutt’al più si guadagna sul campo il marchio del “politico di razza” colui che sa oliare gli addentellati giusti dell’ingranaggio: il già citato Casini offre un ottimo esempio di questo secondo idealtipo.
Logico che in un contesto come quello francese emergano splendide figure di politico puro: De Gaulle, Pompidou, Giscard, Mitterand. Qui si tende a preferire il Sarkozy della prima ora, spregiudicato al punto di provare a “uccidere il padre” Chirac (preferendogli Edouard Balladur nel 1995) e di rompere sul piano ideologico con il laicismo di stato datato 1905, ma anche capace di riassorbire la dura sconfitta al referendum per l’autonomia della Corsica tenutosi nel Luglio 2003. So già che il Sarko "in carica" potrà solo deludere chi vagheggia un’impossibile rigenerazione liberista nel cuore della vecchia Europa: alcune idee lanciate dal neopresidente in campagna elettorale, come la politica attiva dei cambi da parte della Bce o il controllo degli appalti pubblici a favore della piccola impresa nazionale, hanno un chiaro retroterra dirigista e antiliberale. Ma è affascinante osservare come oltralpe l'avvincente miscela di radicalismo e conservatorismo proposta da Sarkozy – in cui spicca il sacrosanto principio secondo cui identità culturale arricchibile, merito, autodisciplina e legalità siano eccezionali strumenti a tutela dei più deboli – si sia potuta affermare seguendo la via maestra, e non entrando dalla porta di servizio a suo tempo spalancata in Italia da un noto imprenditore brianzolo.
Il gollismo, come si vede, è sopravvissuto a De Gaulle. Ma il berlusconismo sopravviverà a Berlusconi?

Vai a vedere: Zamax, Phastidio, Le Guerre Civili, Andrea Gilli




20 gennaio 2007

Tri-dazer

1 – Fuoco

Non occorre possedere un eccezionale esprit de finesse per arguire che, da queste parti, il giudice Clementina Forleo non gode di grande considerazione, né umana né professionale. Questa seconda, decisiva categoria di valutazione ha ricevuto anche le stigmate della Corte di Cassazione, allorché ieri l’altro la sentenza di assoluzione a suo tempo formulata dalla magistrata noglobal nei confronti di alcuni membri di Ansar al Islam (formazione terroristica islamica facente capo al network di al Qaeda) è stata proclamata – per l’appunto – cassata.
Nelle motivazioni del verdetto, tra l’altro, si afferma che:

 

“Costituisce atto terroristico anche quello contro un obbiettivo militare, quando le peculiari e concrete situazioni fattuali facciano apparire certe ed inevitabili le gravi conseguenze in danno della vita e dell’incolumità fisica della popolazione civile, contribuendo a diffondere nella collettività paura e panico. [...]
[Sono quindi considerati atti terroristici non solo quelli] esclusivamente diretti contro la popolazione civile ma anche gli attacchi contro militari impegnati in compiti del tutto estranei alle operazioni belliche e a queste neppure indirettamente riconducibili, quale lo svolgimento di aiuti umanitari”. [fonte] 


Tutto è bene quel che finisce bene, dunque? Ma nemmeno per sogno. Gli stralci di cui sopra, infatti, suscitano un interrogativo per nulla secondario: e se i militari coinvolti negli attentati non fossero affatto stati “impegnati in compiti del tutto estranei alle operazioni belliche e a queste neppure indirettamente riconducibili, quale lo svolgimento di aiuti umanitari”? Sarebbero forse apparse meno “certe ed inevitabili le gravi conseguenze in danno della vita e dell’incolumità fisica della popolazione civile”, provocate dall’attacco a tradimento lanciato da formazioni armate sprovviste di uniformi, mandato democratico e autorità giudiziarie di riferimento? Bisogna pensare qualche momento a dove si possano rinvenire dati giurisprudenziali in grado di far luce sul rovello in questione.
Ecco: magari pescando tra le passate sentenze della Suprema Corte. Ma in quali circostanze può essersi mai verificato uno scenario para-bellico paragonabile a quello creatosi nell’Iraq di oggi, con truppe di occupanti colpite dai sabotaggi e dalle imboscate di cellule armate spontaneamente organizzatesi tra la popolazione civile? Mumble mumble.
Ecco: la lotta partigiana in Italia dal 1943 al 1945. Lungi da me ogni parallelismo fuori luogo, s’intende: americani e nazisti non costituiscono certo la medesima tipologia di “occupanti”, né mi sogno lontanamente di assimilare la lotta partigiana alle poco eroiche gesta dei tagliagole capeggiati dal fu al Zarqawi. Però anche in quel contesto furono condotte operazioni militari informali che causarono “danni collaterali” tra i civili. Ma quali, in particolare? Pensa che ti ripensa...
Ecco: l’attentato di Via Rasella del 23 Marzo 1944. Basta un clic su Google e salta fuori un bilico di risultati. L’ultima sentenza relativa all’episodio di specie risale al 1999, ed è stata emessa proprio della Cassazione. Dopo aver motivato l’accoglimento del ricorso da parte degli attentatori – precedentemente fatti oggetto di una archiviazione in malam partem – con osservazioni di carattere sostanziale e procedurale, la sentenza entra nel merito. E, tra l’altro, dice che:

 

“L'azione fu attuata facendo esplodere, mediante detonatore collegato ad una miccia, 18 kg di tritolo contenuti in un carretto per la spazzatura, in coincidenza del passaggio, usuale e previsto, di una compagnia del battaglione "Bozen". Secondo la ricostruzione del consulente tecnico della parte offesa Zuccheretti, riportata nel provvedimento impugnato (pag. 14), l'esplosione dell'ordigno ebbe a determinare la morte di 42 soldati tedeschi (dei quali 32 morti quasi immediatamente e gli altri nei giorni seguenti), e di almeno due civili italiani, il minore Pietro Zuccheretti e Antonio Chiaretti. [...]
Il fatto oggetto della richiesta di archiviazione proposta dal P.M. e del provvedimento impugnato per la qualità di chi lo commise, per l'obiettivo contro il quale era diretto e per la finalità che lo animava, rientra, in tutta evidenza, nell'ambito di applicazione del D.L.vo Lgt.12.4.1945 n. 194, che dispone: «Sono considerate azioni di guerra, e pertanto non punibili a termini delle leggi comuni, gli atti di sabotaggio, le requisizioni e ogni altra operazione compiuta dai patrioti per la necessità di lotta contro i tedeschi e i fascisti nel periodo dell'occupazione nemica. Questa disposizione si applica tanto ai patrioti inquadrati nelle formazioni militari riconosciute dai comitati di liberazione nazionale, quanto agli altri cittadini che li abbiano aiutati o abbiano, per loro ordine, in qualsiasi modo concorso nelle operazioni per assicurarne la riuscita». [...]
La legittimità dell'operazione considerata, unitaria nell'azione e nello scopo perseguito, deve essere pertanto valutata nel suo complesso, senza che sia possibile scinderne le conseguenze a carico dei militari tedeschi che ne costituivano l'obiettivo da quelle coinvolgenti i civili che ne rimasero vittima, in rapporto alla sua natura di «azione di guerra». Le azioni predette sono purtroppo per loro natura caratterizzate da effetti consimili, come emerge dal «bombardamento» disciplinato dal Titolo II, Capo II Sez. II della legislazione di guerra di cui al R.d. 1415 del 1938, all. A.
[...] Esclusa così la configurabilità del reato di strage contestato, il provvedimento d'archiviazione impugnato, abnorme, può essere riportato a legalità sostituendosi, a quella parte nella quale si dichiara la responsabilità dei denunciati per il reato predetto e si motiva l'archiviazione sulla base dell'amnistia disposta con D.L.vo Lgt. 5.4.1944 n. 96, la motivazione inerente alla non previsione del fatto come reato dalla legge”. [fonte]

 

Laddove naturalmente le sottolineature sono mie. A questo punto, per non contraddire se stessa, la Cassazione – nel caso in cui fosse chiamata a esprimersi sulla legittimità di un attentato dinamitardo contro soldati americani nel pieno svolgimento di “operazioni belliche” – dovrebbe pronunciarsi pro reo. Col non proprio spettacolare risultato di equiparare giuridicamente, sebbene solo in parte, la posizione delle truppe USA oggi di stanza in Iraq alle SS della buonanima Kesselring.
Cristallino, nevvero?

 

2 – Fulmine

Giuseppe Regalzi trae spunto da un’intervista rilasciata da Ugo De Carlo al quotidiano L’Avvenire per ribadirsi favorevole all’introduzione del testamento biologico. Il brano chiamato in causa:

 

“quando una persona passa improvvisamente da una situazione di relativo benessere a uno stato in cui debbono essergli praticati trattamenti sanitari mentre si trova in una situazione di incapacità, emerge un altro problema. In questi casi, infatti, il consenso di cui si terrebbe conto è quello espresso in circostanze completamente differenti. Ritengo infatti che la non attualità del consenso, o meglio, del dissenso preventivo, sia senz’altro l’aspetto più inquietante di questo strumento.

Per quali motivi?

Al di là dei possibili miglioramenti diagnostici e terapeutici che possono intervenire nel medio termine, mi chiedo chi potrebbe garantire che le scelte fatte quando si gode di un’apprezzabile salute sarebbero confermate nel momento in cui si vivesse una certa situazione di malattia. Per limitare tale aspetto, che costituisce la più grande controindicazione al testamento biologico, è necessario affermare che il medico non può essere vincolato in modo assoluto alle dichiarazioni anticipate del paziente”.

 

Le controargomentazioni di Regalzi:

 

“Al di là degli argomenti traballanti (anche un testamento non biologico viene «espresso in circostanze completamente differenti» da quelle in cui viene attuato, ma ciò non impedisce certo che sia valido; e in ogni caso quale approssimazione migliore della volontà di un paziente incapacitato può esistere, prima facie, se non quella da lui stesso espressa in passato?), emerge anche stavolta – come in tutti i pronunciamenti di questo genere e da questo pulpito – un disprezzo malcelato, profondo, livido, per l’autonomia delle persone, ritenute incapaci persino di immaginarsi in una condizione diversa da quella solita, eterni minorenni bisognosi di libri che pensano per loro, di direttori spirituali che si occupano della loro coscienza, e di medici che decidono ciò che conviene loro”.

 

Adesso immaginate di dover discutere con un ingegnere strutturista, in via del tutto preliminare, le specifiche costruttive di un telaio in c. a. situato in zona sismica 1, quella più gravosa ai sensi dell’Ordinanza 3274. Senza enfasi, siete i committenti di un progetto che coinvolge questioni letteralmente di vita o di morte (le quali, come saprete, possono presentarsi anche all’infuori dall’ambito medico).
In fase di progettazione di massima, occorre ponderare precise alternative tecniche. È possibile calcolare l’ossatura portante in modo da conferirle caratteristiche meccaniche e geometriche di forte duttilità o, invece, di elevata rigidezza alla traslazione. Si tratta di scelte che hanno profonde e differenti ricadute sia sul tipo di comportamento del complesso edilizio eccitato da un terremoto che sul livello di qualifica professionale da richiedere all’impresa costruttrice, quindi sui costi di realizzazione dell’immobile. Immagino lo sappiate tutti, del resto.
Il committente deve scegliere tra una struttura duttile (travi ricalate con rottura bilanciata, nodi ad armatura continua, confinamento del calcestruzzo e tante altre amenità di dominio corrente), che richiederà grande perizia – cioè disponibilità di tempo e denaro – nella realizzazione degli elementi orizzontali, e una struttura rigida (travi in spessore, nodi con armatura risvoltata e rottura delle travi anche nel campo 2a del diagramma di Prandtl), che, all’opposto, obbligherà a gettare pilastri molto ingombranti, sovente di difficile implementazione nell’insieme di vincoli architettonici stabiliti in fase meta-progettuale. Inezie, si dirà. Però bisogna almeno fornire un’indicazione preliminare al progettista.
Ora, per disgraziata combinazione, al committente occorre un colpo d’apoplessia proprio all’uscita dallo studio di progettazione. C’è da sperare che, tramite apposito documento olografo, egli abbia potuto/saputo/voluto anticipare le direttive necessarie alla prosecuzione dell’accantieramento (lo scavo di sbancamento, come spesso avviene in casi del genere, è stato eseguito preventivamente; e tutti gli adempimenti amministrativi sono stati completati). Dopotutto, si tratta di consegne alla portata di chiunque. Mica siete dei fanciulli; saprete pur discernere queste elementari faccende in anticipo e con assoluta cognizione di causa, o no?

 

3 – Acqua

Paolo della Sala linka una sinossi storica sul sionismo e la nascita di Israele, quale pezza d’appoggio per sostenere le sincere intenzioni liberatrici di Vladimir Jabotinskij nei confronti degli arabi sottomessi all’Impero Ottomano (correva l’anno 191) e la prevalenza demografica degli ebrei in Terra Santa già nel 1947.
Sennonché i 2Twins controbattono in rapida successione che:

 

“È pretestuoso affermare che la Jabotinskij abbia «liberato» gli arabi. La sua partecipazione alla prima guerra mondiale in Medio Oriente, converrai con me, non aveva proprio nulla a che fare con la volontà di liberare alcun popolo. Allora si combatteva per «power politics» (politica di potenza), per sconfiggere il nemico. Capitò che l'impero ottomano scelse la parte sbagliata. Che questo abbia portato alla liberazione degli arabi è poi un'altra faccenda. Ma non dipingiamo Jabotinskij come un partigiano degli arabi.
[...] nel sito che riporti non è riportata la data del censimento, ma poiché si parla di «popolazione in Israele», ovviamente non può trattarsi di dati relativi al 1947 – come tu scrivi – se non altro perché allora Israele non esisteva ancora. Probabilmente si riferisce al 1948.
Stessa cosa? Non proprio. Nel 1947, secondo l'Agenzia Ebraica, c'erano 500.000 ebrei in Palestina. Ciò significa che la differenza – ed è assolutamente credibile, dati i tassi di immigrazione di allora – con le cifre del sito che riporti è data da nuovi immigrati”.

 

E che:

 

“Jabotisnkij era un convinto sionista con il particolare difetto di concepire gli arabi come intimamente avversi tanto da suggerire di costruire «un muro di ferro, fino a quando non si saranno stufati di combatterci». Insomma: non solo non ha combattuto per l'indipendenza degli arabi, ma neppure la voleva.
[...] gli Americani non hanno acquisito alcun diritto sull'Italia per via della liberazione. Senza contare poi che, COMUNQUE, il contributo della legione ebraica e' stato certamente minoritario (non ho numeri, ma dubito si potesse trattare di più di qualche migliaia di individui).
Infine, solleva anche diversi dubbi «l'oppressione ottomana». In realtà il dominio Ottomano era praticamente inesistente in Terra Santa. Prova ne è il fatto che Francesi e Inglesi maneggiavano comodamente la zona, già dal 1981”.

 

Risponde infine Paolo:

 

“quella su Jabotinskij è una iperbole, ma certamente la sua «guerra» contro i turchi portò a qualcosa di tangibile, non solo alla dichiarazione Balfour, ma anche a un nuovo assetto del M.O.
Indubbiamente non fu l'altra faccia dell'intervento italiano in Libia; non fu, cioè, una battaglia per la liberazione di tutti i popoli dall'oppressione. Fu piuttosto una prima mossa verso l'indipendenza (di Israele, prima di tutto, ma per effetto domino, di tutti).
[...] Gerusalemme (il suo centro, almeno) era a maggioranza ebrea già nell'800. Idem altre città sulla costa. Basta leggersi il «Viaggio da Parigi a Gerusalemme e ritorno» di Chateubriand. Il punto, nel contesto retorico di un blog, non è di puntualizzare i dati storici uno alla volta e scollegati (il che diventa un limite nella comunicazione web), ma di fare sintesi e interconnetterli per formarne un messaggio.
Quindi il post vuole segnalare che – contrariamente a quanto l'opinione pubblica crede – la presenza di popolazione ebrea nell'attuale Israele è sempre stata viva e reale. Israele non è pertanto solo uno stato artificiale, creato all'indomani della Shoah, ma anche parte di un lungo movimento di liberazione nazionale”.

 

Dibattito senz’altro molto affascinante, questo, ma viziato all’origine da un errore di prospettiva “giuridicistica” che mette gli interlocutori nelle condizioni di non venirne mai a capo. Posto che l’autodeterminazione nazionale non basta, da sola, a garantire il rispetto dei diritti umani o di standard minimi di libertà individuali, va ricordato altresì che una predominanza etnica non giustifica di per sé la fondazione di uno stato nazionale sottoposto ad essa.
Se domani si scoprisse che esistono alcune enclave albanesi in Puglia (anzi, ora che ci penso quest’ultima non è una supposizione, ma un dato di fatto), ciò non consentirebbe assolutamente all’Albania di avanzare pretese espansionistiche su tali ipotetiche circoscrizioni. Né fu la presenza di coloni yankee in Texas, tra il 1836 e il 1845, a sancirne automaticamente l’annessione agli Stati Uniti a spese del Messico.
Le dispute territoriali si risolvono in favore di chi siede al tavolo delle trattative da vincitore dopo “regolare” conflitto bellico. È questo il caso degli israeliani, che hanno vinto più volte sul campo il loro diritto ad abitare negli ex-latifondi ottomani di Palestina, e dei texani di Sam Houston, che sconfissero Santana e si conquistarono la terra in cui abitano tuttora.
Se non si spezza questo nodo gordiano iniziale, hanno ragione tutti e nessuno, nello stabilire torti e ragioni in Medio Oriente.




4 settembre 2006

Multilateralismo dalemiano: molta astuzia, poca prospettiva

L’avvio della missione Leonte da un lato e l’apparente riduzione a più miti consigli di Siria e Iran ad opera di un Kofi Annan particolarmente serafico dall’altro, mutatis mutandis, sembrano avvenimenti in grado di riproporre ancora una volta la “fine della storia” come realistico punto d’arrivo di una vicenda umana che, a dispetto delle azzardate profezie costruttiviste così spesso affrettatesi ad annunciarne la definitiva pacificazione in punta di diritto universale, finora ha seguitato con irrazionale ostinazione a tenere il tempo dei tamburi di guerra.
L’idea che, grazie ad una circolazione globale delle informazioni e – di conseguenza – del sapere tecnico-scientifico portata al massimo grado di efficienza, le relazioni internazionali possano autonomamente tendere all’equilibrio di poteri (cioè di domanda ed offerta) come, in determinate condizioni, può accadere tra singoli individui, per quanto affascinante, è però viziata da un’erronea premessa di fondo. Essa, in effetti, sconta un materialismo di derivazione marxista, giacché non attribuisce alcuna causalità storica indipendente ai fattori immateriali (quali religione e anelito di libertà), ma solamente ai transitori rapporti di forza economico-produttiva che si determinano, “in verticale”, tra gli strati sociali di una stessa nazione e, “in orizzontale”, tra le classi dirigenti di nazioni diverse.
Le sottili ambivalenze tattiche di D’Alema, che salta da una passeggiata a braccetto con un ministro di Hezbollah ad un amabile scambio di confidenze telefoniche con “bye bye Condi” Rice, si muovono appunto nell’ambito dell’atavico utilitarismo onusiano il quale, a sua volta, vorrebbe spacciare il perseguimento degli interessi petroliferi di alcuni suoi membri per machiavellismo, mentre invece ripete con diabolica perseveranza l’errore di guardare alla geopolitica di oggi con gli occhi di Westfalia. Peccato, però, che l’attività terroristica di Hamas a Gaza e di Hezbollah in Libano non si “limiti” a combattere per conto siro-iraniano una guerra strategicamente finalizzata all’egemonia territoriale sul Medio Oriente, come – ancora mutatis mutandis – poteva valere per le guerre interconfessionali tra i cavallereschi eserciti europei del ‘600, ma costituisca lo stadio intermedio di un jihad per l’esportazione globale di una scala di valori totalitaria e fondamentalista. Lo sbocco terminale di tale progetto – ossia la cancellazione di Israele prima e l’annientamento della civiltà occidentale poi – non ammette revisioni negoziali in itinere, ma solo il ricorso alla tregua strategica (hudna) in funzione del suo conseguimento.
Ulteriore frutto di questa successione di fraintendimenti è la convinzione che, una volta dotata la forza multinazionale di interposizione di un dispositivo giuridico calibrato per sedare conflitti convenzionali, i rischi per l’incolumità dei militari in copricapo blu siano adeguatamente ridotti al minimo. Ma, nella fattispecie, le truppe Onu si troveranno strette tra due milizie di natura estremamente diversa tra loro e, nel caso di Hezbollah, lontanissime dal modello di “esercito regolare” caro alla diplomazia old school. I gruppi paramilitari sciiti, infatti, non recano contrassegni di inquadramento come mostrine, gradi et similia, né rispondono ad una vera e propria catena di comando militare, essendo i terroristi sudlibanesi privi di uno stato maggiore, di un controllo politico, di una reale dipendenza dall’approvazione popolare. Inoltre, mancando loro gli scrupoli umanitari minuziosamente (e per lo più giustamente) riguardati dalla cultura bellica figlia della Convenzione di Ginevra e dei reportage audiovisivi in tempo reale, l’adozione di regole di ingaggio “robuste” non basta, di per sé, a garantire appieno l’incolumità dei soldati chiamati a gestire una tale asimmetria di condotta. Ancorché, all’occorrenza, siano previste forme di difesa preventiva, come (e contro chi) risponderebbero le truppe Onu, qualora fatte segno ad un lancio di Katyusha o ad un attentato kamikaze? Va ricordato che ogni ipotesi di risposta armata a formazioni terroristiche spregiudicate come Hezbollah coinvolge quasi sempre la popolazione civile, di cui gli sciiti mandatari di Teheran si sono fatti più volte scudo senza troppi rimorsi. Che l’interventismo “pacificatore” si trovi tremendamente in difficoltà a rapportarsi col contesto libanese, del resto, lo insegna l’esperienza franco-statunitense del 1983: estromessa diplomaticamente la deterrenza israeliana, facilmente controllabile e sanzionabile, dal terreno di lotta, ci si trova ad affrontare le sue stesse difficoltà operative con minore preparazione, efficacia e risolutezza.
Alle incognite di ordine tattico, infine, per la nuova missione Unifil si profilano pesanti interrogativi in materia di direttrici strategiche. Escluso a priori il dispiegamento di un cordone sanitario sul confine tra Libano e Siria, chi si occuperà di bloccare i rifornimenti di armi ed equipaggiamento che, complice il salvacondotto garantito dal regime baathista di Bashar El Assad, giungono in abbondanza al braccio armato del Partito di Dio? È realistico ritenere che il disarmo di Hezbollah possa essere compiuto dal fragile esercito regolare libanese, per giunta sotto la guida di un esecutivo numericamente ostaggio proprio del gruppo parlamentare espresso da quel partito? L’assorbimento e la normalizzazione delle formazioni paramilitari sciite mediante il loro inquadramento entro i ranghi delle forze armate libanesi non è una velleità che rischia di ottenere risultati opposti a quelli preventivati, cioè la dell’esercito libanese? Da ultimo, ma non per importanza: quando la missione potrà dirsi conclusa?
L’europeismo di facciata e l’ossessiva ripetizione di slogan inneggianti alla messa in mora dell’odiato “unilateralismo” israeliano e americano, da soli, forse animano le tavole rotonde organizzate sotto i tendoni dei vari festival dell’Unità settembrini, ma non sciolgono alcuno dei principali nodi tattico-strategici di questa nuova missione all’estero. La troppa sindrome di protagonismo che affligge la diplomazia europea, italiana in testa, rischia di far dimenticare che, in teoria, la grancassa mediatica dovrebbe venire dopo un’attenta analisi dei rischi, dei costi e dei benefici che un impegno militare comporta, non prima.


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13 luglio 2006

La guerra infinita, l'ipocrisia al governo

A diciassette giorni dall’attacco palestinese a Kerem Shalom, al confine con la Striscia di Gaza, le milizie terroriste sciite di Hezbollah, ieri mattina, hanno lanciato un’offensiva contro le postazioni israeliane dislocate alla frontiera con il Libano. L’evidente sincronia tra le due operazioni paramilitari tradisce un connubio strategico di vecchia data tra Hamas e il Partito di Dio, come del resto è stato ampiamente documentato dagli analisti più esperti di dinamiche mediorientali.
Nel corso del primo attacco, condotto da un commando reclutato dal braccio armato dell’attuale partito di governo palestinese, sono rimasti a terra due soldati di Tsahal e ne è stato sequestrato un terzo, Ghilad Shalit, tuttora prigioniero.
L’offensiva di ieri, dal canto suo, ha causato l’uccisione di tre militari e, a seguito dell’immediata controffensiva israeliana, la morte di altri quattro soldati e di due civili libanesi. Stando a quanto sostiene Eliezer Geizi Tsafrir – autore di Labyrinth in Lebanon – in una dichiarazione raccolta da Il Foglio di oggi, “La matrice dell’attacco è la stessa, non la tattica. I palestinesi hanno scavato per diversi mesi un tunnel sotterraneo, utilizzato per entrare in territorio israeliano e attaccare i militari. Hezbollah ha bombardato postazioni israeliane per spostare l’attenzione dal luogo in cui ha compiuto l’incursione. Hamas e Jihad islamico e alcune componenti armate del Fatah sono addestrati da Hezbollah, tra Siria e Iran”.
È della prima mattinata di oggi la notizia del bombardamento di alcuni obiettivi in territorio libanese – tra i quali l’aeroporto di Beirut e la sede televisiva di Hezbollah – ad opera dell’aviazione israeliana. I raid aerei hanno interrotto i collegamenti telefonici tra la capitale e il Sud del paese levantino. Quel ch’è peggio, nel corso del contrattacco israeliano sono morti ventisette civili, tra cui dieci bambini. Il primo ministro libanese, Fuad Siniora, ha convocato le rappresentanze diplomatiche presenti in loco per esortarle a riferire ai propri governi circa un vero e proprio stato di preallarme bellico. Dalle coste libanesi, inoltre, sta partendo un’ondata migratoria di turisti stranieri verso la Siria, dalla quale i “villeggianti profughi” intendono far ritorno ai propri paesi di residenza.
Come sempre, quando si cerca di guardare con un minimo di obiettività alla situazione mediorientale, è assurdo e mistificatorio mettere su un piede di parità i criminosi esiti delle iniziative para-belliche del terrorismo panarabo – assunte da un prepotere transfrontaliero totalmente estraneo ad una formazione minimamente “democratica” del consenso che lo sorregge – e le pur gravissime conseguenze dei “danni collaterali” arrecati da Tsahal all’incolumità delle popolazioni civili che incrociano il suo possente cammino. Perché nelle manovre condotte dall’esercito di un paese democratico – diversamente dalla prassi che contraddistingue l’azione di ogni possibile milizia irregolare, quale che sia il suo grado di stragismo deliberato – l’assassinio di innocenti è l’eccezione, non la regola. E una casistica di “eccezioni” si fronteggia commisurandole adeguate sanzioni penali e disciplinari, come usa negli stati di diritto di cui Israele è un fulgido esempio.
Piuttosto, è la posizione attendista mantenuta dal governo italiano in questo come in altri frangenti di politica estera a destare più d’una perplessità. Perché se il giudizio di Massimo D’Alema sulla “sproporzionata” entità della rappresaglia israeliana di questi giorni fa parte di uno scoperto – ancorché discutibile – gioco al riposizionamento diplomatico sulla mappa delle alleanze postberlusconiane, non può invece trovare giustificazione alcuna l’opportunistica ambiguità che percorre l’atteggiamento dell’esecutivo negli ambiti politici più disparati, dall’economia ai trasporti alle infrastrutture alla diplomazia – per l’appunto. L’«equivicinanza», ormai assurta a cifra distintiva del prodismo teorico e applicato, sta diventando la foglia di fico sotto la cui egida far passare le più avventurose coartazioni ideologiche. I preparativi per il cospicuo drenaggio fiscale escogitato da Vincenzo Visco – non senza la volonterosa complicità di un circuito mediatico assai compiacente – vengono gabellati per meri strumenti accessori alle tanto celebrate “liberalizzazioni” di Bersani, neanche questi ultimi provvedimenti fossero qualcosa di diverso dalla minimale (ma sacrosanta!) cosmesi socio-economica che sono.
Allo stesso modo, l’improntitudine diplomatica dalemian-prodiana sembra davvero volersi spiegare adoperando parole come “equilibrio”, “saggezza” e “pragmatismo”. Il vero volto dello sciatto dilettantismo che fa da sfondo alla sconcertante titubanza del governo in materia di politica estera, invece, emerge da dichiarazioni come quelle rilasciate stamani dal viceministro degli Esteri Ugo Intini (RnP) a RadioDue: la violenza di Hezbollah, a suo dire, non si può addebitare alle autorità libanesi “ufficiali”, che non possono rispondere dell’iniziativa terrorista di alcune schegge impazzite.
Regge? No, non regge: Hezbollah, da formazione partitica strutturata qual è, esprime un nutrito gruppo parlamentare e un membro dell’esecutivo libanese. Dunque appartiene a pieno titolo ad un arco costituzionale riconducibile ad una sovranità chiamata a dotarsi di tutti gli strumenti legislativi, esecutivi e giudiziari atti a preservare la sua legalità interna.
Ma è ovvio come Intini non possa ignorare l’obiezione di cui sopra. Basta leggere i giornali per essere al corrente della frammentazione trasversale che affligge le fragili democrazie arabe. Dunque l’opinione del viceministro appare studiata per inscenare un triste gioco delle parti. Se in economia ci sono il gatto liberista (Bersani), la volpe keynesiana (Visco) e il Lucignolo che distrae le masse (Cento), agli esteri vanno in scena il filoarabo (Intini), l’ultrà amerikana (la Bonino, da un posto di vista solo apparentemente defilato) e il saggio paciere equidistante (D’Alema). Alla fine della fiera, tanto, qualcuno di loro dovrà pure essere nel giusto e poterne menar vanto.
Vecchio il trucco bolscevico, scontato lo sbocco nell’irrilevanza. Ma quel che conta è sopravvivere, con tanti saluti alla politica delle scelte di campo nette.




27 gennaio 2006

Il sofferto capolavoro di Arik

Si parlava appena una settimana fa di come la netta frattura tra valori professi e introiti materiali, con tutta probabilità figlia della “simbiosi tra opposti” instauratasi sotto la falsa antitesi di gnosticismo e materialismo, sia all’origine della vuota retorica moralista regolarmente ammannita dagli eredi delle ideologie illiberali. Tema peraltro ripreso dall’enciclica papale dell’altro giorno, con cui il pontefice ha ribadito il rifiuto cristiano della dialettica tesi/antitesi/sintesi come chiave formale per la piena comprensione del principe tra i “valori idealizzabili”, cioè l’amore. Eros o agape, sesso o sentimento? Metterla in questi termini, dice in un certo senso il Papa, significa già mettere un piede nell’inganno neopagano.
Facendo scorrere una carrellata sui valori più gettonati nell’agone politico, non può non emergere quello maggiormente strumentalizzato dopo il crollo delle due torri newyorchesi: la pace.
Eterea, impalpabile, agitata come un idolo totemico, la nonviolenza si è imposta all’interno del dibattito pubblico alla stregua di uno spauracchio antipolitico, sempre e comunque a prescindere dalla sua effettiva messa in pratica da parte di ciascuno. Senza timore del paradosso, i suoi zelanti (zeloti?) sostenitori l’hanno brandita come una clava da suonare sul cranio di avversari destituiti di ogni considerazione, perfino sottilmente disumanizzati a priori. Non una lezione di vita, non un codice comportamentale da testimoniare in prima persona - magari dimorando proprio in quell’Amore maiuscolo a cui si riferisce la Deus Caritas est.
Perciò tutti a compitare giù per terra il fumettone dei buoni e dei cattivi, per lo più trasformati in feticci incorporei e caricaturali: il cowboy Bush, il novello Epulone Berlusconi, il bugiardo Aznar, il reprobo Blair. Ultimo solo per comodità di esposizione, manca ancora quel boia di Ariel Sharon - ossia il più bersagliato, tra tutti gli statisti condannati e disinvoltamente riabilitati presso il cenacolo di soloni che certifica la sana e robusta costituzione democratica di chicchessia.
Se giudicato snocciolando archetipi puerili - prima lo spietato guerrafondaio, poi l’angioletto pacifista - il suo profilo dell’ormai ex leader israeliano risulta schizofrenico e contraddittorio, come solo una realtà filtrata dai manicheismi materialisti sa essere. Per comprendere invece l’estrema coerenza strategica del suo disegno politico, attualmente in evoluzione senza il diretto apporto dell’interessato, occorre considerare l’alta politica sì come una serie di tappe “etiche”, ma sempre da raggiungersi scendendo a patti con l’umana arte del compromesso. Non esiste vera pace senza prima averne garantito la concreta difendibilità, finanche tramite il ricorso alle armi, sembra dirci Arik dal suo capezzale.
Il risultato delle elezioni palestinesi, a sorpresa largamente favorevole (con 76 seggi su 132) al braccio politico dei terroristi di Hamas, annuncia al mondo l’impermeabilità del fondamentalismo islamico all’elegante determinismo dei “valori ideali”. Liberati dall’occupazione con un piano di disimpegno unilaterale appena agli inizi, i palestinesi hanno incassato con un plebiscito integralista quella che evidentemente a loro è sembrata una resa in battaglia. Per fortuna Israele non si è gettato nel buio, ma ha avviato il ritiro dai Territori solo dopo essersi adeguatamente coperto le spalle sul piano strategico (con l’edificazione del muro di difesa, ad esempio). Per fortuna adesso la comunità internazionale - messa di fronte all’evidenza che il paradigma politicistico “li libero e li sovvenziono, così loro poi si calmano” non funziona dappertutto – si trova costretta ad alzare la guardia nei confronti di possibili svolte autoritarie in Palestina, e quindi ad attuare tutte le contromisure economiche e diplomatiche del caso.
Non ci sono più scuse o giustificazionismi possibili, adesso, per silenziare le ragioni di Israele: il capolavoro di Sharon è di aver saputo indurre anche le anime belle più refrattarie a guardare in faccia la nuda realtà di una pace che, anche nelle migliori ipotesi, sarà solo tra nemici.


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