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Non te lo chiedo per favore: non calpestarmi







Perduta nazione, avito suolo
Isole tra i monti, strade pei mari
Unico asilo ed eterno conforto
Per te prosperiamo
Liberi e reverenti





Due che hanno visto giusto





La situazione mediorientale spiegata
meglio che in mille editoriali





In memoria di Diamond
"Dimebag" Darrell
, e di tutti gli
interminabili pomeriggi di
gioventù trascorsi a sgomitare
sotto la sferza selvaggia
della sua chitarra!





Where I belong:



Il movimento liberale giovanile fondato e presieduto da Francesco Lorenzetti



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Immigrazione e libertà

L'innatismo dei predestinati

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Sarko e Silvio

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Liberalizzazioni:
cosa resta da fare?

#1  #2


Il punto sulle bersanizzazioni
#1  #2  #3


Un giorno di libertà
#1  #2  #3


Metabio(gen)etica
#1  #2  #3  #4


Per il bene dell'Italia
#1  #2  #3  #4  #5
#6  #7  #8  #9  #10 


IsmaelVille
#1  #2  #3  #4  #5
#6 #6.1 #7  T13


Spigolature internautiche

"Uòlter Veltroni
a tajà er nastro
so' tutti bboni"

            by Giggimassi


"Far l'amore
col preservativo
è come fare il bagno
con lo scafandro"

                (Anonimo)


"Non sono né del partito
rivoluzionario né del
partito conservatore.
Ma tuttavia e dopotutto
tengo più al secondo che al
primo. Infatti dal secondo
differisco nei mezzi
piuttosto che nel fine,
mentre dal primo differisco,
insieme, nei mezzi e nel fine.
La libertà è la prima delle
mie passioni. Questa è la
verità"


      Alexis De Tocqueville
                    (by Zamax)


"Se Dio si candida,
lo stolto pensa alle elezioni
invece che al problema
dell'elezione"


            Giuliano Ferrara


"Io credo soltanto nella parola.
La parola ferisce, la parola
convince, la parola placa.
Questo, per me, è il senso
dello scrivere"


                    Ennio Flaiano
                (by Il Paroliere)


"L'ideazione di un sistema
resistente è atto creativo
che solo in parte si basa su
dati scientifici; la sensibilità
statica che lo determina, se
pure necessaria conseguenza
dello studio dell'equilibrio e
della resistenza dei materiali,
resta, come la sensibilità
estetica, una capacità
puramente personale, o per
meglio dire il frutto della
comprensione ed assimilazione,
compiutesi nello spirito del
progettista, delle leggi
del mondo fisico"


                       Pier Luigi Nervi
(Scienza o Arte del Costruire)


"L'unica cosa necessaria
per il trionfo del male
è l'inerzia dei buoni"

                         Edmund Burke
              (by Torre di Babele)


"Un governo così grande da
darti tutto quello che vuoi
è anche abbastanza grande
da toglierti tutto quello che hai"


               Barry M. Goldwater
          (by Retorica e Logica)


"L'amore è donare quello
che non si ha a qualcuno
che non lo vuole"


                     Jacques Lacan
                       (by Bernardo)


"Sono un conservatore nel
senso inteso da Hannah Arendt,
che si preoccupava della
preservazione del mondo.
Oggi comunque non c'è più
ordine costituito, ma solo
un cambiamento costituito.
La nostra sola tradizione è
il progresso. Viviamo in nome
del movimento e del
cambiamento continuo.
In questo contesto, io mi
considero un rivoluzionario,
perché ormai la sola
rivoluzione possibile è quella
che interrompe le derive
contemporanee"

               Alain Finkielkraut
                            (by Temis)


"Parliamo di politica:
quando si mangia?"


                 Alberto Mingardi


"Quella delle domeniche
a piedi è una messa rosso-
islamica, basata sulla nostalgia
del bel tempo della austerity
'regalataci' dall'Opec nel 1973.
E' un rito di espiazione e
autoflagellazione, direbbe un
Ernesto De Martino. E' una
autopunizione per aver pensato
di andare in auto a casa della
mamma, direbbe Freud. E' una
purga rivoluzionaria per
distruggere i beni di consumo
e tornare al valore d'uso,
direbbe Karl Marx"


                  Paolo Della Sala


"Quando uno conosce bene
una cosa se ne ha a male
se qualcun altro ne parla"


                          by Cruman


"Il vero conservatore sa che
a problemi nuovi occorrono
risposte nuove, ispirate a
principi permanenti"


             Giuseppe Prezzolini
  by Camelot Destra Ideale


"Una donna lo sa: le donne
adorano odiarsi. E' una cosa
vezzosa, niente di grave: solo
un po' di veleno qua e là, uno
sgambetto un sorriso e una
pugnalata alle spalle.
Non possiamo resistere"


              Annalena Benini


"Gli elettori delegano
il peccato ai potenti, così
possono immaginare
di non essere colpevoli
di nulla"


          Paolo Della Sala, again


"L'utilitarista deve nascondere
giudizi di valore da qualche
parte, per prendere decisioni
in base al suo principio,
e la teoria morale che ha
non è quindi l'utilitarismo,
ma lo specifico criterio
decisionale adottato"


                          LibertyFirst


"Non c'è più nessuno
a cui sparare, signore.
Se si tratterà solo di
costruire scuole e ospedali,
è a questo che serve l'esercito?"


                   Michael Ledeen


"L'idealista è uno che,
partendo dal corretto
presupposto che le rose hanno
un profumo migliore dei cavoli,
usa le rose per fare la zuppa"


                  Antonio Martino


"Sono sempre i migliori
ad andarsene dai forum"


                           Malvino


"Sapientia deriva da assaporare,
serve altro commento che non sia
mettere in moto il pensiero,
il ragionamento critico
come sapore delle cose?"


                                 adlimina


"Se gli economisti fossero
in grado di prevedere l'economia
non sarebbero tali, cioè non
avrebbero bisogno di insegnare
per sbarcare il lunario"


                            Mario


"Chi è sovente accigliato,
chi alza spesso il ditino
ammonitore, chi giudica
severamente il mondo
è uno che nel mondo
ci si trova male"


                             Gianni Pardo


The unprofessional blog

L'autore dichiara apertamente
che gli audaci parti del suo
intelletto avrebbero bisogno
del conforto di dottrina
specialistica in più materie,
nessuna delle quali minimamente
padroneggiata: pregasi notare
- sia ricordato qui una volta
per tutte - che di siffatti
scrupoli accademici è
privilegio della corporazione
dei dilettanti infischiarsene
allegramente (TNX Zamax)


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23 dicembre 2005

King Kong

Tutto lasciava presagire un tonfo memorabile o, per essere più precisi, la classica involuzione autoreferenziale che spesso si abbatte sui cineasti baciati dal successo. Il King Kong di Peter Jackson si annunciava infatti come la meta agognata al di là della gavetta, dell’anonimato, della frustrazione, per un regista che - similmente a molti suoi colleghi - sembrava aver battuto il sentiero diretto alla notorietà planetaria con l’unico scopo di rendere il grande pubblico partecipe di un “colpo di fulmine” occorsogli ancora fanciullo, quando ambizione e ingenuità si mescolano in un magma vocazionale indistinto e, nella maggior parte dei casi, destinato a solidificarsi senza dare alcun frutto.

I motivi per nutrire seri dubbi su questo progetto non avevano tardato a manifestarsi sin dal primo giorno di lavorazione, semmai amplificati dal tono tracotante assunto in quei comunicati stampa ufficiosi che sono i rumors artatamente centellinati a latere delle grosse produzioni. Regista, cosceneggiatore e coproduttore, Peter Jackson - spalleggiato dal suo entourage - non si è mai lasciato scappare l’occasione di ostentare la “totale libertà di movimento” che una tale concentrazione di incarichi gli metteva a disposizione. Il timore di dover assistere all’ennesima, tronfia celebrazione in sedicesimi dell’affinità elettiva sbocciata tra il Grande Autore e la Grande Tematica (la sindrome di Peter Pan nel Capitan Uncino di Spielberg) o, peggio ancora, il Grande Personaggio (l’Alexander imperatore magnanimo di Oliver Stone), poi, assieme al restyling fisiognomico capitato a Peter Jackson nel giro di pochi mesi dopo la pioggia di Oscar (il ciccione scarmigliato e malvestito ha purtroppo ceduto il passo ad un esile fighetto in grisaglie), contribuiva a delineare un quadro pregiudiziale abbastanza nefasto.

Eppure, malgrado alcune delle molte inquietudini di cui sopra abbiano trovato una sostanziale conferma durante la visione del film, non posso non censurare la mia sfiducia della vigilia e affermare che no, non è il fallimento che mi aspettavo. In quest’ultimo lavoro del regista neozelandese convivono molti degli elementi stilistici che contraddistinguono in modo ormai inconfondibile un’impronta figurativa originale e personalissima.

Sgomberiamo subito il campo da ogni possibile equivoco circa la mia valutazione del saldo tra disgrazie annunciate e difetti realmente riscontrati: dopo un’iniziale compattezza ritmica dell’insieme, la Venture leva le ancore e l’assenza di un controllore attento all’orologio sul set e in sala di montaggio - ma anche in fase di scrittura - si fa sentire eccome. Solo l’insindacabile “cassazione” esercitata da un produttore esecutivo impegnato nel forcing sui libri contabili della produzione, infatti, riesce ad impedire alla mano del regista di farsi pesante e all’intreccio narrativo di sfilacciarsi in prolungati leziosismi. Invece tutto il film, eccettuati come già detto i primi tre quarti d’ora, si ritrova appesantito da una cappa di lentezza che strappa qualche sbadiglio anche nel corso delle scene più concitate. Mi riferisco in particolare a qualcosa come la metà degli scapicollamenti su Skull Island (tra i quali la pluricitata carica dei brontosauri, che peraltro disgiunge in malo modo le sequenze dedicate all’avvicinamento tra Ann e lo scimmione), ma anche a buona parte della traversata oceanica (occupata in larga misura da una panoramica del tutto inessenziale sui membri dell’equipaggio) e della corsa per le strade di New York, nel preludio al finalone.

Altro frangente bisognoso di rettifiche è il sottotesto riservato al parallelismo tematico con Cuore di Tenebra, ripercorso tramite una mimesi scopertamente pretestuosa su cui - allorché il gruppo di soccorritori si accinge a valicare il “muro di separazione” eretto dagli abitanti di Skull Island - una stucchevole voce off “chioccia” prende per mano le riflessioni dello spettatore, anziché permettere loro di spaziare liberamente fino a raggiungere certe fondamentali conclusioni in totale autonomia. Forse il richiamo al romanzo di Conrad avrebbe funzionato meglio utilizzando riferimenti indiretti (un nome, un luogo); di sicuro sbattere in primo piano la copertina del libro non è un espediente che brilli per finezza di gradazione...

Dopodiché, evase le dolenti note - ma, attenzione, solo dopo averle stigmatizzate con la massima severità possibile -, ci si può (ci si deve) soffermare sui molti aspetti positivi presenti in questo filmone. Su tutti, il formidabile sguardo della cinepresa di Jackson, capace di un’efficacia nel “raccontare per immagini” che onora appieno la difficile arte della regia cinematografica. Non una parola, non un allettamento scenografico, non il montaggio convulso accompagnano la carrellata iniziale sulla New York sconvolta dalla Grande Depressione: c’è solo l’uso sapiente di un linguaggio non verbale ma visuale. Le tecniche e i soggetti adoperati dal regista contribuiscono a formare un repertorio stilistico molto particolare che, grazie alla forte riconoscibilità dei suoi codici espressivi più tipici, riesce ad instaurare un rapporto di sottile complicità con il pubblico seduto in sala. Così è facile, per chi ha dimestichezza almeno con Il Signore degli Anelli, ritrovare anche in King Kong i segni di una sensibilità ben definita, in grado di far convergere un ampio “pacchetto” di soluzioni visive ricorrenti sulla descrizione di vicende in odore di epicità. Parlando di gusto tipicamente jacksoniano, come non riconoscere immediatamente, dietro alle spaventose fisionomie degli indigeni sporchi e cattivi di Skull Island, la stessa fantasia perversa che ha partorito gli Uruk-hai di celluloide visti al cinema non più di due anni fa? E quella ricerca del controcampo dinamico, ottenuto senza giunzioni di montaggio semplicemente regolando l’ampiezza dell’inquadratura (come avviene per il contrattacco dell’equipaggio “in armi” durante il rito sacrificale, ad esempio), non ricorda le visioni d’insieme a Isengard, a Rohan, a Minas Tirith? Nella gola infestata da insetti giganteschi e mostruosi, poi, non rivive forse l’ossessione per i corpi umani smembrati, divorati e corrotti che tormenta gli incubi di PJ sin dai tempi di BadTaste?

Tuttavia il grado di fascinazione per il potenziale simbolico di King Kong, nel caso del regista neozelandese, si spinge ben oltre l’autocitazione o la mera riproposizione di ammiccamenti alla galassia dei B-movie. Un’avventura off-shore che narra dell’amore platonico tra una Bella e una Bestia; ma anche l’occasione per rituffarsi nelle abissali profondità dell’animo umano, in una perlustrazione che - sorprendentemente – rivela molti punti in comune con la saga tolkieniana dell’Anello. Laddove la perdita dell’innocenza edenica a livello collettivo (quale la bancarotta generalizzata degli anni ’30 può essere considerata) si riflette sulle aspirazioni professionali ed esistenziali dei singoli, solo un viaggio al centro dell’abiezione più pura consente di attingere una scintilla di salvezza alla sostanza di cui è fatto il Mistero. E non già per riconquistare nella sua interezza il Bene andato perduto, ma solo per recuperarne la minima parte e per mantenere vivo il ricordo di uno splendore originario ormai irrimediabilmente incrinato.

Nell’Isola del Teschio, dove l’uomo ripiomba nella primitiva inettitudine alla mercé degli elementi, esplode l’antinomia tra Bellezza e Bestialità, tra Natura e Grazia. Un contrasto ancestrale, al cui interno irrompe la figura indifesa di Ann a trasformare il sacrificio dell’altro per amore di sé (praticato dai nativi di Skull Island) nel sacrificio di sé per amore dell’altro, con cui la stessa “divinità di comodo” a lungo cibatasi di morte (Kong) sceglie infine di testimoniare la sua sottomissione all’amore. Ogni “metro di terra” sottratto all’ignoto chiede quindi al Bene di sporcarsi con il Male e viceversa, nella perpetua consunzione di un’armonia “duale” originaria.

Da sempre, il mito svolge la funzione di consegnare all’eternità l’abbellimento idealizzato di tutti i compromessi, le sofferenze, i miserabili inganni che l’itinerario conoscitivo appena descritto richiede. All’infinita serie di conquiste che l’ingegno trae dal soggiogamento della Natura corrisponde un uguale progresso degli strumenti per trasmettere i miti e le leggende. Il cinema è uno di questi: forse il filmato rappresenta addirittura il culmine assoluto della “produzione di mitologia”. I quattro archetipi impersonati da altrettanti dei protagonisti di King Kong (il regista, lo sceneggiatore, l’attrice smarrita e il divo patinato) delimitano la quintessenza stessa di un media in continua evoluzione. Il teatro, unitamente alla recitazione in presa diretta - più “a contatto” con la fisicità naturale - per conservare il suo ruolo “memoriale” si trova a dover rinascere nella registrazione differita - dunque sacrificando parte della sua “naturalità”. Il tramonto dell’autentica ferocia primordiale e l’alba dell’inautentica convenzionalità raziocinante suggellano questa doppia riflessione sulla caducità, che è poi la triste condizione per tentare il salvataggio del Bello. Con il rischio, perennemente in agguato, di passare dall’idolatria della brutalità ad un’altra, più sottile ma in fondo similare: quella della spettacolarità fine a se stessa.

Ripensando agli spunti di riflessione offerti da cotante metafore sul senso della vita e della sua messinscena, viene da chiedersi se con questo film Peter Jackson abbia o no portato a casa un risultato pienamente soddisfacente. Considerato anche il giudizio sugli effetti visivi (eccellenti finché tenuti sotto controllo, ma palesemente fasulli quando esageratamente ammucchiati) e sulla colonna sonora (scontata e anonima, tranne che nella bellissima sequenza sul laghetto ghiacciato, dove funziona egregiamente), la risposta non può che essere salomonica. Cioè deve promuovere un bel film che vale il prezzo del biglietto d’ingresso, ma che solo una maggiore capacità di “addensamento” avrebbe reso il capolavoro che meritava di essere.




17 dicembre 2005

Il Ritorno del Re

Visto che l'uscita ufficiale dell'ultima fatica targata Peter Jackson data a ieri...io vado controcorrente e, per celebrare l'evento, posto la mia vecchia rece del capitolo conclusivo della trilogia fantasy che ha consegnato l'ex ciccione neozelandese alla celebrità imperitura.
Va bene, va bene, è un espediente di bassa lega escogitato per ovviare alla mancanza di tempo da dedicare alla scrittura che attualmente mi attanaglia. Un commento su King Kong arriverà solo dopo il doveroso disbrigo dei miei ultimi impegni universitari, quindi non prima di mercoledì prossimo. Nel frattempo buona lettura e, per i miei ventidue lettori, buona attesa!


Chiamato a mediare tra le cesure del primo episodio e le dilatazioni ex novo del secondo, il trio Jackson-Walsh-Boyens raggiunge un equilibrio narrativo perfetto a tal punto da non poter non provocare un’attenta riflessione da parte del pubblico, anche di quello più critico oppure (come nel mio caso) meno propenso a sbilanciarsi in corso d’opera.
Il ritmo impresso ai cambi di scenario è magistrale, regolato da un'estrema attenzione al livello di coinvolgimento e di tensione sviluppato in ciascuna sottotrama; come in una partitura orchestrale polifonica, ciascuna sezione melodica accompagna con coerenza e uniformità un ordito sinfonico composito e meticolosamente strutturato. Stupisce profondamente la sapienza certosina con cui le varie parti di questa opera sono state assemblate di modo da non provocare alcuno sbalzo nella continuità del racconto; il ritmo sale con regolarità fino ai momenti topici (essenzialmente il Pelennor e il Morannon), poi rallenta per cedere il passo all’amara letizia del finale, che viene percepito “lungo” proprio perché segue un’ora e un quarto di estenuanti battaglie e duelli sul filo del rasoio.
Alcune scene sono approntate “col botto” per segnare un giro di boa; accade con il repentino rientro in scena di Shelob – ripresa da un’inquadratura di tre quarti con Frodo tagliato a mezzobusto, davvero un passaggio di enorme potenza visiva – oppure con l’ormai celebre gragnola di legnate in faccia che Gandalf, esasperato, rifila a Denethor poco prima di incitare i gondoriani alla battaglia, o ancora con la dissolvenza che abbandona Frodo e Sam su un crostone di roccia lambito dal magma rovente, che introduce all’epilogo. Ma in tutti questi casi lo scossone rientra e la narrazione ripiega sui ritmi abbandonati un attimo prima.
Al capolavoro “progettuale” offerto da Jackson & Co. si accompagna un generale aggiustamento nelle caratterizzazioni: i momenti di comicità, stavolta, non si accaniscono più sullo stesso personaggio, ma vengono distribuiti tra i soggetti che, per vari motivi, non esercitano una qualche forma di leadership. Così Gimli continua a parlare a sproposito di mangiare mentre Aragorn osserva spaurito l’imbocco della Via dei Morti, ma non rimane l’unico buffone in mezzo ad un gruppo di eroi. Anche Merry e Pipino, soprattutto quest’ultimo, guadagnano nuovamente la ribalta con uscite vivaci e fuori luogo, oppure con eccezionali siparietti come nel caso del primo colloquio con Denethor. Dirò di più, anche Gollum è riuscito a solleticare l’ineffabile humor degli inglesi (assistetti a questo film a Londra, in concomitanza con l’uscita internazionale, nel Dicembre 2003 - NdR) mentre cercava con le sue astute lusinghe di instillare il germe del sospetto nel cuore di Frodo, sempre più soggiogato dal suo “heavy burden”.
A proposito di sceneggiatura. Per dovere di obiettività devo – felicemente – constatare che il personaggio di Arwen, dopo due episodi segnati da un’invadenza a mio avviso totalmente ingiustificata, viene ridimensionato tornando a ricoprire il ruolo di comparsa che gli spetta; restituendo con un’efficacia grandemente più sintetica che nei primi due film il profondo dissidio che si trova ad affrontare, e comunicando en passant diversi aspetti del sofferto “compromesso ultraterreno” che si impone allorquando Uomini ed Elfi scelgono di congiungere i loro destini.
Del taglio della Voce di Saruman e dell’intercorso amoroso tra Eowin e Faramir può aversi facilmente ragione con l’acquisto della Extended Edition, ma posso garantire oltre ogni ragionevole dubbio che queste due assenze non si fanno assolutamente notare, o comunque non travalicano mai il limite del proverbiale “mi manca un pezzetto, ma non saprei bene quale”. Gli sviluppi sentimentali intervenuti nelle Case di Guarigione si intuiscono con la coda dello sguardo, non appena i due nobili innamorati presenziano in coppia all’incoronazione del Re; ma, al di là di esigui sottintesi del genere, uno spettatore all’oscuro del libro può soprassedere senza troppi patemi d’animo…
Unico appunto allo script, invero poco significativo: col senno del poi appare ancor più pleonastico e fuorviante il faccia a faccia tra Frodo e il Nazgul avvenuto in Le Due Torri. Di sicuro non è servito a far credere all’Oscuro Signore che l’Anello si trovasse a Minas Tirith, o perlomeno non dichiaratamente. Ma posso tranquillamente affermare che siamo dalle parti del puro genio, anche a dispetto di quei due/tre soprassalti “revisionisti” che - talora a ragione, come nel caso suddetto - hanno confuso il pubblico neofita e irritato i tolkienofili della prima ora. Stavolta nulla può creare incomprensioni, perché gli sceneggiatori hanno saputo giostrare il “mostrato” e il “detto” con assoluta perizia. Peter Jackson si conferma indiscusso maestro nella ripresa dei campi lunghi e delle panoramiche, filmate muovendo quasi sempre la macchina all’indietro e restituendo l’eterno contrasto tra le effimere vicende umane e la grandezza imperscrutabile della natura e dei tempi del cosmo. Ripenso anche alla sequenza dedicata ad Eowin, ripresa immobile sulla scalinata di Meduseld mentre contempla l’orizzonte, con un’inquadratura che parte lontana per arrivare quasi fino a lambire le sue vesti. Ma è una festa spettacolare ogni volta che PJ deve dare una visione d’insieme: lo schieramento dei Rohirrim davanti al Pelennor, prima mostrato solo di fronte e poi svelato in tutta la sua grandiosità semplicemente rialzando la macchina da presa; oppure l’arrivo a Minas Tirith di Gandalf in sella ad Ombromanto, ridotto ad un puntino che si staglia contro l’immensa Torre di Guardia. I momenti introspettivi, per converso, trovano riscontro nei primissimi piani e nei campi stretti, che consentono di sottolineare la drammaticità di alcuni momenti semplicemente modulando le espressioni dei protagonisti. Proprio sfruttando il contrasto tra l’ampiezza delle riprese PJ sa restituire quell’insieme di picchi narrativi che, emergendo con forza rispetto agli elementi in sottotraccia, rende coinvolgente la messa in scena complessiva. Logico quindi affermare che senza un adeguato “polso” del cast il regista avrebbe ottenuto proprio l’effetto di scadere nella comicità involontaria, utilizzando questa tecnica; e invece la compagine di attori a sua disposizione – la quale, eccezion fatta per Ian McKellen e Cristopher Lee, non vede elementi dotati di particolare temperamento drammatico – riesce a servire PJ nel migliore dei modi, a tratti raggiungendo vette di assoluta maestria recitativa. Più di ogni altro momento, mi riferisco alla disperata carica – consapevolmente suicida – portata da Faramir alle mura di Osgiliath. Tutto in ralenti, l’attacco viene intervallato da un canto struggente e inatteso di Pipino, che certo visibilmente non allieta il nervoso desinare di Denethor, il quale ingoia con rabbia l’ultima cibaria facendosene scorrere il succo sanguinoso agli angoli della bocca.
Durante l’assalto frontale agli Olifanti c’è anche spazio per una citazione da Star Wars: il rodeo degli sprinter attorno alle gambe degli AT e ST è riesumato sottoforma di un coraggioso assalto della cavalleria impegnata a schivare le zampe delle gigantesche cavalcature dei Sudroni.
Forse l’uso del carrello manuale non è adattissimo a chiarire la dinamica dei corpo a corpo, ma comunica senz’altro una diffusa caoticità.
L’esperienza maturata in due anni di post produzione mostra in questo caso tutto il suo valore. Lo screenplay è immerso nella consueta fotografia “sgranata” che ha reso celebre la trilogia. Poco da dire, se non che bisogna essere degli Istari per rendere belli financo Viggo Mortensen e Orlando Bloom, due signori che – con buona pace delle estimatrici ad oltranza… - sono e restano alquanto bruttarelli, senza un buon makeup preventivo…
Il montaggio avviene seguendo le logiche imposte dalla sceneggiatura. Stavolta senza incorrere in salti audiovisivi troppo marcati, come avveniva spessissimo in FOTR: non capita mai che si passi da una scena assolutamente placida e tranquilla ad una rumorosa e debordante di squartamenti.
Un piccolo erroruccio mi è balzato agli occhi in occasione del Morannon, quando Aragorn arringa i suoi uomini a cavallo, per poi apparire appiedato nella sequenza immediatamente successiva, quella in cui dà il via alla battaglia; immagino comunque che forzando un po’ la percezione dei tempi cinematografici questo fatto si possa spiegare in molti modi, magari immaginando che la discesa in massa dai cavalli avvenga fuori scena.
In quest’ultimo episodio, Gimli e Legolas passano al rango di comprimari; quindi sia Rhys-Davies sia Orlando Bloom offrono prestazioni di ordinaria amministrazione. Il solito simpatico brontolone il primo, perennemente impassibile il secondo. Davvero spettacolare il confronto che oppone Legolas al più agguerrito degli Olianti, con l’Elfo che ripropone sulla proboscide della mostruosa creatura le sue doti di surfista.
Aragorn ha definitivamente abbandonato ogni tentennamento, perciò Mortensen interpreta con convinzione la parte di un Uomo che ha scelto di accettare le grandi responsabilità che il destino gli ha riservato. Severo e battagliero, in lingua originale Viggo rivela anche il buon lavoro che ha fatto sull’impostazione della voce. Anche se devo proprio ammettere che Pino Insegno, doppiandolo, è un gradino più in alto di lui.
Ian Mckellen si conferma il migliore in campo, lo posso affermare una volta di più avendo gustato la teatralità delle sue declamazioni in originale e osservato la mimica della sua multiforme maschera facciale. Trasformista memorabile nel rimbrotto a Pipino al cospetto di Denethor, diventa torrido e sofferente in battaglia. Tecnicamente mostruoso.
Così come Legolas e Gimli perdono un po’ di scena, così la guadagnano Merry e Pipino, quindi Dominic Monaghan e Billy Boyd. Se il primo rivela discrete doti di interprete, il secondo esplode una performance che – assieme a quella di John Noble – è la vera sorpresa di ROTK. Come ho già accennato, una delle scene topiche del film lo vede protagonista mentre canta una melodia drammatica e commovente. Ma la novità straordinaria è il piano di assoluta parità con cui si confronta con McKellen nei loro frequenti dialoghi a due. Nessuna sensazione di scomparsa di fronte al grande maestro, nessun complesso di inferiorità, niente di niente.
John Noble (Denethor) è l’unica new entry, spero di non risultare ripetitivo se la definisco azzeccatissima. Il metodo da filodrammatico con cui carica il suo personaggio di esagerazioni teatrali è chiaramente richiesto dal copione, ma rimane una mirabile dimostrazione di autonomia artistica per le sfumature che riesce ad offrire in concreto: nei suoi occhi spiritati c’è tutto il disperato orgoglio di chi persiste orgogliosamente nell’eresia, senza nutrire alcuna volontà di redenzione.

Il trio Frodo-Sam-Gollum offre la prestazione ovviamente più importante ai fini della riuscita del film. Molto buona la prova di Wood e di Astin, anche se non offrono nulla di molto diverso da quello che si è già visto in precedenza (che è molto buono). Chi svetta prepotentemente, consentendo alla sottotrama “a tre” di compiere un vero e proprio salto di qualità è Andy Serkis. Nel prologo iniziale sperimenta sul suo corpo l’inquietante e progressivo decadimento di Smeagol/Gollum, non senza assecondare con smorfie trucide la “gore obsession” del regista, e nel racconto in presa diretta ripete l’inaudita prova offerta in TTT. Dopo aver sentito l’originale, posso solo sottolineare una volta di più le straordinarie doti di caratterista mostrate da questo signore che, senza nulla togliere all’estrema professionalità di Francesco Vairano, è davvero su un altro pianeta rispetto alla sua controparte italiana.
Sentitelo quando strozza le sue corde vocali, oppure quando modula in mille modi diversi il tono della voce a seconda delle vocali che incontra parlando. Un mostro, lui, davvero in tutti i sensi.
Ultimo su tutti i fronti David Wenham, sul quale non mi sentirei però di infierire troppo: il copione gli riserva una parte davvero difficile e ristretta.
Più di altre questa categoria di giudizio si giova dei progressi vertiginosi ottenuti dalle tecnologie digitali nel corso di questi due anni, com’è naturale che sia. I destrieri alati dei Nazgul mostrano più fluidità nelle sequenze aeree di quanta ve ne fosse in TTT, prova ne sia soprattutto la regolarità con cui fluttuano in volo ad ogni battito d’ali, prima totalmente assente. Migliorano anche i Trolls, che acquistano fisicità, e debuttano felicemente gli Olifanti.
Menzione a parte per Shelob, il mastodontico ragno che da sempre tormenta i sonni di PJ. Otto zampe isteriche unite all’addome flaccido e al capo, orrendamente squarciato da fauci traboccanti di viscidume, rendono questa creatura uno degli incubi di celluloide più terrorizzanti visti finora. L’interazione con Frodo e Sam – soprattutto con quest’ultimo! - è di un realismo tranquillamente paragonabile a quello mostrato dai due Hobbit nei contatti con Gollum, quindi estremamente elevato.
In generale si assiste ad un miglior livello qualitativo delle textures e dell’integrazione degli sprite in CG, anche se su questo fronte gli Olifanti fanno difetto, specie se soggetti a movimenti veloci o improvvisi (vedasi ad esempio l’impennata che uno di loro subisce quando viene colpito a morte).
I matte paintings rimangono di ottimo livello, sempre all’altezza della splendida scenografia naturale offerta dalla Nuova Zelanda. Lo stesso dicasi per i costumi e l’oggettistica, che appartengono alla branca degli effetti visivi (il workshop) meno influenzata dai progressi tecnologici.
In conclusione mi sento di esprimere una valutazione positiva anche per Howard Shore e la sua OST, a cui molti – non completamente a torto – avrebbero comunque preferito qualcosa di meno virtuoso ma più impattante. Qualcosa come John Williams, insomma.
Bellissimi i titoli di coda, che propongono i nomi del cast affiancati ai ritratti dei personaggi sulle note dell’emozionante brano di Annie Lenox.
Non protraggo oltre questo mio reverente panegirico: chiudo però aggiungendo che il terzo capitolo della saga tolkieniana visto al cinema, assieme anche ai suoi due predecessori, si posiziona in testa alla mia classifica filmica di sempre.
Senza dubbio la produzione cinematografica del decennio, oltre che un gioiello da allineare sullo scaffale delle opere del cuore.




13 dicembre 2005

Prime recensioni per Kong

Diversamente da quanto mi aspettavo - appena possibile vedrò di spiegare meglio in che senso - sembra che l'ultima fatica di Peter Jackson si stia dimostrando all'altezza delle aspettative. Che, dopo il trionfo mondiale ottenuto con Il Signore degli Anelli, non potevano essere meno che stratosferiche.
Qui trovate un'entusiastica recensione in anteprima, mentre qui è disponibile un poderoso archivio contenente tutte le immagini, le voci di corridoio e le interviste accumulatesi nell'attesa dell'uscita ufficiale. 


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22 novembre 2005

Star Wars Episode III - La vendetta dei Sith

La profezia infine si è compiuta appieno: la Macchina, trasformatasi nello specchio delle brame del suo artefice, ne ha fagocitato le membra e il cuore stritolandolo tra i suoi ingranaggi al silicone. Ironico come l’epica Caduta dell’Eroe immaginata da Lucas si sia riverberata con tanta implacabile crudeltà sulla traiettoria artistica ed autoriale del suo stesso ideatore.

 

Diciamoci la verità, ragazzi. Guerre Stellari 2000 non è stato un progetto cinematografico in tre atti, bensì una fiera delle vanità computerizzate escogitata - non si sa se più per scaltrezza o per semplice ingenuità - da un padre del cinema moderno in cerca di conferme personali. Questo lungo demo promozionale delle meraviglie digitali made in ILM doveva infatti servire a sigillare un’attesa pluriventennale sotto il segno del progresso tecnologico. Come a dire che la quintessenza di quella “rivoluzione copernicana”, introdotta a cavallo tra i ’70 e gli ’80 da registi del calibro di Spielberg, Coppola e – per l’appunto – Lucas, avrebbe non solo mantenuta intatta la carica visionaria conferitale a suo tempo dall’uso sapiente degli effetti speciali, ma si sarebbe anche giovata delle novità intervenute nel frattempo.
Ma se ai tempi della prima, vecchia trilogia la scarsità di mezzi a disposizione aveva automaticamente obbligato il team creativo a non perdere di vista la centralità della cinepresa e della scrittura, ventott’anni dopo una superbia devastatrice ha condotto il buon George a scambiare i mezzi con i fini, nell’illusoria convinzione che la potenza di calcolo grafico potesse sostituirsi al tocco dell’artista, che una bella storia potesse raccontarsi da sola sotto l’ombrello della tecnica.
Invece gli straordinari elementi scenografici portanti (i matte paintings, da favola) e portati (gli edifici avveniristici, dal taglio curvaceo e asimmetrico), i mezzi meccanici a propulsione (ottimamente implementati, ma talora di disegno un po’ discutibile, come la monorotellona di Grievous o la navicella di Padme), il bestiario di creature a quattro (innaturali nelle movenze dinoccolate, oppure odiose come il basilisco stridulo cavalcato da Obi-Wan) e a due zampe (Yoda è lo stato dell’arte in materia di rendering e animazione digitale, mentre i cloni sono stranamente più riusciti delle bestie: ma non era più difficoltoso ricreare le fisionomie antropomorfe di quelle animali?), assieme ai personaggi biomeccanici (che camminano pattinando un po’), lasciano ammirati ma freddi.
E questo non per indulgere al passatismo dei bei vecchi tempi, quando lo straordinario artigianato offerto dai collaboratori di Lucas sapeva animare lo Yoda di gomma, intercalare  le estenuanti stop motion dei camminatori AT-AT e AT-ST, appendere ad un filo X-wing e Tie Fighter: sono il primo a rendere onore al merito degli sperimentatori seri come Peter Jackson, in grado di mettere le tecniche all’ultimo (o penultimo, dopo Ep3) grido al servizio del romanzo più anticinematografico della storia.
Le mirabilie visive di quest’ultimo SW, semplicemente, lasciano freddi perché non hanno quasi mai nulla da raccontare. Non si accompagnano ad uno sviluppo narrativo di costruzione organica, ma si limitano a fornire materiale dilatante per i vuoti di una vicenda sincopata e frammentaria, che salta di palo in frasca tra una dissolvenza (a cerchio, per frazioni di schermata, a spazzata, in diagonale, a tergicristallo: perché non anche a stella?) e l’altra a caccia di ammiccamenti indirizzati ai fan della prima ora.
Ma sono proprio i “fedeli seguaci” della saga classica a ravvisare il grosso punto a sfavore della nuova tripletta rispetto alla vecchia: la totale assenza di una sceneggiatura degna di tal nome. Ora, nessuno si sarebbe mai sognato di pretendere un copione all’altezza dei suoi stagionati predecessori - piccoli gioielli di rigore interno e di concisione, capaci di pescare nell’immaginario collettivo semplicemente riproponendo con grande autoironia alcuni spunti tematici, tratti per lo più dalla storia e dalla letteratura occidentali, come la cavalleria, l’imperialismo e la lotta all’idolatria. Però qui si ha la spiacevole impressione di essere passati dall’entusiasmante Ferrari dell’ingegner Enzo a quella patinata e affaristica di Montezemolo. Come per la scuderia di Maranello, infatti, un’esaltante avventura dell’intraprendenza artigianale e imprenditoriale pare essersi trasformata nel trionfo della spocchia e dell’arroganza, quelle tipiche di chi pensa di poter assecondare le passioni del suo pubblico rovesciandogli addosso il frutto di una carriera passata a vivere di rendite di posizione. Dove ogni riferimento ai quasi trent’anni di prestazioni esterne fornite dalla ILM - che hanno riposizionato le competenze di Lucas sul binario unico del settore tecnico - è fortemente voluto.
Per cui non importa se i rapporti tra la Federazione dei Mercanti (quei tipi vestiti da cammellieri e con l’accento bulgaro) e i l’esercito dei droidi rimangono poco chiari, peraltro sin dal primo fotogramma de “La Minaccia Fantasma”; non importa che, in un mondo dove la tecnologia rende possibile la clonazione di interi eserciti, per curare una mutilazione si debba ricorrere alle protesi meccaniche; non importa che le gravidanze durino pochi giorni, né che, pur con gli enormi mezzi di comunicazione esistenti nella “galassia lontana lontana”, il risibile doppiogiochismo di Palpatine sia immune dalla benché minima fuga di notizie.
Mettici qualche tunica, un po’ di spade laser e di montaggi tirati via, poi frulla tutto nel rutilante caleidoscopio elettronico di produzione propria, e vedrai che il gioco è fatto. E per sciogliere il nodo centrale della saga, recupera quella faccenda dei midichlorian (specie di atomi o moduli-base del flusso della Forza), così da motivare il potere taumaturgico del Lato Oscuro.
Nella pochezza concettuale e artistica che affligge tutta questa nuova trilogia, effettivamente il terzo episodio riesce a spiccare, ma si tratta in realtà di una luce riflessa dalla tematica a monte del film: è perfettamente logico che la genesi di Darth Vader riesca più affascinante delle corse sulle sgusci o dei primi pruriti sessuali di Anakin Skywalker. Quindi l’appagamento trasmesso da “La vendetta dei Sith” vive di un carisma indipendente dalla sua messa in scena, così come la prestazione di Hayden Christensen risalta perché legata ad un personaggio intrinsecamente accattivante.
Anche le possibilità simboliche dell’ultima mezz’ora di film escono decisamente squalificate dallo svolgimento dei fatti: bello il duello tra Yoda e Palpatine, va bene, ma perché i due vanno a finire proprio nell’aula del Senato? Forse l’elevatore che aziona la tribuna del Cancelliere deve condurci sul luogo della scena madre?
Si percepisce qualche velata allusione all’attualità geopolitica, tra le battute conclusive della vicenda, ma gli sviluppi in questione vanno incontro ad un tale avvitamento logico che sembra quasi impietoso metterli in evidenza. “Gli assoluti sono per i Sith”, tuona quel relativista di Obi-Wan. Che poi chiosa: “Palpatine è il Male, la Repubblica il bene!”. Perbacco, un “assoluto” in piena regola: forse l’unica reale analogia con la nostra galassia vicina vicina è l’allarmante trasformazione del pensiero debole in apologia di se stesso, ma non credo che la morale di prima intenzione fosse propriamente quella.
Spiace constatare il poco impegno con cui sembra essere stato affrontato il progetto SW 2000 da parte di molti dei suoi uomini-chiave: Ewan McGregor ha più volte ammesso di non essersi chiamato fuori solo per la clausola rescissoria, molto onerosa, del suo ingaggio, ma rimane decisamente sottotono anche Natalie Portman. Perfino John Williams sembra lasciarsi investire da questa ondata di scoramento contagioso, tant’è vero che si profonde nelle sue partiture sinfoniche più scialbe di sempre, a dispetto del buon periodo attraversato dal vecchio leone (dico, parliamo di un settantenne che, non pago dei traguardi raggiunti in una carriera straordinaria, sa rimettere completamente in discussione tutta la sua filosofia di contrappunto e fraseggio con la colonna sonora di Harry Potter 3...).

 

Il botteghino sembra aver dato ragione a George Lucas e al suo giocattolone di mezza età. Buon pro gli faccia; personalmente trovo che l’unica speranza superstite per il grande cinema di intrattenimento sia che almeno Frodo (Peter Jackson) rifiuti le lusinghe digitali della Macchina e si ostini a non inseguire il miraggio di un cinema prefabbricato al computer, dove le emozioni si pretendono codificate in serie come algoritmi di programmazione. Probabilmente, stando alle reazioni suscitate da “La guerra dei mondi”, ci siamo persi per strada anche Spielberg: se MacLuhan aveva ragione (“il mezzo è il messaggio”), col media "cinema" ridotto a videogioco passivo stiamo freschi.




12 ottobre 2005

Uno sguardo fino al mare

di Pietro Baroni, Caterina Isoldi, Edoardo Rialti, Mattia Zupo

170 pp. Il Cerchio, 15 euro

 

Nell’interminabile partita che oppone Tolkien al mondo accademico, l’enorme successo dei film di Peter Jackson si inserisce ad ampliare il divario, non certo per smorzare la contrapposizione. Lo stesso dicasi di tutte le “hit parade” letterarie che, da posizioni talora molto autorevoli (la Folio Society) o talaltra di scarsa attendibilità (Amazon.com), hanno visto primeggiare “Il Signore degli Anelli” secondo i più disparati parametri statistici.

In entrambi i casi, emergono chiaramente non solo le prove dell’enorme seguito di cui l’oxoniense già gode, ma anche del potenziale, immenso proselitismo garantitogli dall’intreccio con la cultura popolare e le sue molteplici espressioni – di cui quella cinematografica rappresenta indubbiamente uno dei vertici.

Non stupisce affatto come simili riscontri suonino nefasti per la critica togata contemporanea. Perché se da un lato l’opera di Tolkien priva i suoi colleghi professori di un canale privilegiato di accesso, dall’altro essa è viziata da un peccato originale di ordine filologico: non possiede infatti i crismi della rappresentazione guidata, cioè dell’arte “di progetto”.

E’ proprio il carattere irrimediabilmente libertario della narrativa tolkieniana a sconvolgere la prassi consolidata tra gli eruditi, abituati da oltre un secolo a detenere in via esclusiva lo scettro della decodifica estetica e a lasciare alle masse l’intrattenimento puro, magari accompagnato dalle opportune prefazioni ex cathedra.

La consuetudine illuminista concepisce le arti plastiche e figurative come una sorta di rebus, o comunque di stratificazione allegorica a crittografia crescente, sulla quale i guardiani del sapere preconfezionato possano esercitare un’autorità decisiva e persistente. Viceversa, Tolkien scelse - quanto consapevolmente, non è dato sapere - di sovvertire questo paradigma costruendo una simbologia mobile, sostituendo cioè alla volontà dello scrittore l’indipendenza dell’utente-lettore, libero in tal modo di riassaporare il gusto della fabula classica e della continua dialettica con il proprio vissuto.

Per cui, stretti tra l’incudine del mancato elitismo e il martello dell’approccio libero, i salotti buoni hanno ben pensato di esiliare il tolkienismo nella “città proibita” delle mode letterarie; generando, tra l’altro, l’assenza di capisaldi critici all’origine delle innumerevoli aberrazioni (politiche, carnevalesche, commerciali) abbattutesi sul culto del Prof, di cui in Italia siamo perfettamente al corrente.

Nell’attesa che alla vecchia generazione di letterati se ne sostituisca una nuova , forse una pluralità di voci può impedire prese di posizione arbitrarie e fenomeni di costume fuori luogo.

E’ proprio con questo obiettivo che nasce “Uno sguardo fino al mare”, antologia di saggi curata da un gruppetto di laureati e studenti dell’Università di Firenze: provocare il confronto tra i professori, inclini al determinismo riduzionista, e i loro discepoli dall’altra parte della barricata. La pubblicazione è suddivisa in tre parti, che ripercorrono la cronologia e il grado di divulgazione con cui la società letteraria si è avvicinata a Tolkien; nella prima è lo stesso Professore ad introdurre la sua opera, per mezzo delle due prefazioni che scrisse in concomitanza con le altrettante edizioni de “Il Signore degli Anelli”(ISDA, da qui in poi); la seconda raccoglie i contributi critici - soprattutto recensioni - che accolsero per primi l’ingresso del lavoro tolkieniano sulla scena mondiale; mentre nella terza, di gran lunga la più corposa, viene arruolata una sontuosa compagine di esperti contemporanei - tra cui gli stessi curatori del testo - per fare da apripista al dibattito che verrà, o che perlomeno si sta iniziando a profilare all’orizzonte.

Il tema portante di questa sorta di “workshop universitario” è ottimamente riassunto dal monito lanciato in apertura da Tolkien stesso: “Potrebbero essere ideate (altre) associazioni a seconda delle preferenze o dei pareri di coloro che amano le allegorie e i riferimenti topici. Ma io detesto cordialmente l’allegoria in tutte le sue manifestazioni ed è sempre stato così, fino da quando sono diventato grande e cauto abbastanza da riuscire a coglierne l’esistenza. Io di gran lunga preferisco la storia, vera o inventata, con le sue molteplici applicabilità al pensiero e all’esperienza dei lettori”.

L’intenzione di fondo, in pratica, è quella di sgomberare il campo da ogni possibile lettura “orizzontale” della poiesis tolkieniana, capace solo di appiattire il respiro dell’opera su un unico piano di analisi, per recuperare invece la veduta “verticale” della Creazione che ISDA può fornire a chi ne sa cogliere l’essenza autentica. Cioè a coloro che decidono di salire in cima a quella torre - l’Arte - da cui spingere il proprio sguardo “fino al mare”.

Eppure il professor Mario Domenichelli, dopo aver sportivamente accettato la sfida lanciatagli dai suoi alunni, persiste nei suoi diversi convincimenti e, scettico, si chiede:”Tolkien […] a più riprese volle far rimarcare come nessuna lettura allegorica del suo mondo fosse legittima. Ma è proprio così? Io credo di no”. E ancora: “possibile che Tolkien, pubblicando quel suo libro nel 1954, non vedesse, almeno non vedesse, le possibilità simboliche dell’Anello del Potere?”. Proseguendo su questa linea d’analisi, la Contea è Little England e gli Hobbit rappresentano un’idealizzazione degli inglesi, gli unici sufficientemente refrattari all’usurpazione da potersi fare carico del Fardello (dell’uomo bianco?).

Viaggiava sulla stessa lunghezza d’onda Isaac Asimov quando, meno recentemente, ritenne di porre ISDA sul binario unico della contestazione ambientalista: “Ecco cosa aveva in testa Tolkien. L’Anello era la tecnologia industriale, che inaridiva la terra e la sostituiva con orrende strutture che si ergevano nella caligine della polluzione chimica”. Forse intravedendo per primo una cospicua dose di semplicismo didascalico in queste conclusioni, Asimov tenta poi di rimediare professandosi comunque un convinto assertore del potere benefico della tecnologia, soprattutto considerando il ruolo decisivo che essa ha svolto nel processo di emancipazione dei diseredati. I quali, continua Asimov, costituivano proprio il primo riflesso della società agreste, chiusa e conservatrice, implicitamente vagheggiata da Tolkien.

Ma i ragazzi non accettano queste prospettive, sovente tautologiche e sommarie, e alzano la posta: “Ne ‘Il Signore degli Anelli’ la profondità psicologica, la percezione delle nuove tragedie che il Novecento ha comportato, il peso e l’orrore di tutti conflitti verificatisi sono presenti in tutta la loro ricchezza e drammaticità; tuttavia questi elementi collaborano alla costruzione di un’opera il cui centro è ancora più ampio […]le leggende sono vere, l’uomo nell’inventare conosce il mondo, non evade la realtà ma la coglie, ed in maniera particolarmente acuta, ‘in trasparenza’[…] uno dei motivi di bellezza e quindi il valore dell’opera di Tolkien consiste nell’essere concepita attorno a parole universali, che caratterizzano ed uniscono gli uomini di ogni tempo: amicizia, potere, eroismo, bellezza, ma soprattutto verità e di conseguenza lotta all’idolatria, lotta tra Bene e Male”.

Ben inquadrata in quest’ottica, la cosmogonia tolkieniana viene restituita alla sua statura di manifestazione del divino (o “ierofania”, intesa come apparizione improvvisa di un segno di speranza) attraverso l’arte, che assurge a viatico per l’illuminazione mistica aprendo un varco tra la nostra e la dimensione della “vera” realtà. In sostanza, è solo ponendo l’accento sulle posizioni religiose di Tolkien, viste come motore immobile della sua produzione, che si riesce ad affrontarne l’opera senza compitare pedissequamente le sue supposte intenzioni tematiche.

Menzione d’onore per il saggio inedito di Paolo Gulisano, al termine della serie finale, che sigilla meravigliosamente la riscoperta di Tolkien intesa come “eucatastrofe letteraria”, cioè scossa positiva per la cultura umana, contrapposta alla disillusione e al pessimismo antropologico di un altro Signore, quello delle mosche narrato da William Golding nello stesso periodo.

Qua e là, leggendo questo libello, si incontrano i segni di una certa impazienza espositiva, che sfociano ad esempio nell’abuso delle note a pie’ di pagina all’interno di alcuni dei contributi offerti, ma qualche periodo prodigo di subordinate non pregiudica certo il valore di questa iniziativa, soprattutto in un’ottica di possibili sviluppi futuri. I quali magari vedranno la doverosa integrazione e sintesi dei tratti cristiani e cattolici presenti in Tolkien - come detto, abbondantemente richiamati in questa pubblicazione - con il risvolto più specificamente “politico” del suo dettato simbolico, ricco di riferimenti alla monarchia illuminata e liberale.

Per il momento, è già entusiasmante aver incontrato una prima avvisaglia del processo di profonda trasformazione che la nostra critica dovrà attraversare per poter rendere adeguatamente conto di fenomeni come ISDA. Il che non sta affatto a significare che si dovranno adoperare gli stilemi dolciastri del “pensiero debole” o della “equidistanza di valutazione”, capaci unicamente di mistificare la proficuità di un qualsivoglia confronto. Occorrerà solamente tanto, tantissimo impegno, magari affiancato da una buona dose “nerve”, serenità. E solo il tempo può provvedere.



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