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a tajà er nastro
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"Far l'amore
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con lo scafandro"

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"Non sono né del partito
rivoluzionario né del
partito conservatore.
Ma tuttavia e dopotutto
tengo più al secondo che al
primo. Infatti dal secondo
differisco nei mezzi
piuttosto che nel fine,
mentre dal primo differisco,
insieme, nei mezzi e nel fine.
La libertà è la prima delle
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      Alexis De Tocqueville
                    (by Zamax)


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"Io credo soltanto nella parola.
La parola ferisce, la parola
convince, la parola placa.
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                    Ennio Flaiano
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"L'ideazione di un sistema
resistente è atto creativo
che solo in parte si basa su
dati scientifici; la sensibilità
statica che lo determina, se
pure necessaria conseguenza
dello studio dell'equilibrio e
della resistenza dei materiali,
resta, come la sensibilità
estetica, una capacità
puramente personale, o per
meglio dire il frutto della
comprensione ed assimilazione,
compiutesi nello spirito del
progettista, delle leggi
del mondo fisico"


                       Pier Luigi Nervi
(Scienza o Arte del Costruire)


"L'unica cosa necessaria
per il trionfo del male
è l'inerzia dei buoni"

                         Edmund Burke
              (by Torre di Babele)


"Un governo così grande da
darti tutto quello che vuoi
è anche abbastanza grande
da toglierti tutto quello che hai"


               Barry M. Goldwater
          (by Retorica e Logica)


"L'amore è donare quello
che non si ha a qualcuno
che non lo vuole"


                     Jacques Lacan
                       (by Bernardo)


"Sono un conservatore nel
senso inteso da Hannah Arendt,
che si preoccupava della
preservazione del mondo.
Oggi comunque non c'è più
ordine costituito, ma solo
un cambiamento costituito.
La nostra sola tradizione è
il progresso. Viviamo in nome
del movimento e del
cambiamento continuo.
In questo contesto, io mi
considero un rivoluzionario,
perché ormai la sola
rivoluzione possibile è quella
che interrompe le derive
contemporanee"

               Alain Finkielkraut
                            (by Temis)


"Parliamo di politica:
quando si mangia?"


                 Alberto Mingardi


"Quella delle domeniche
a piedi è una messa rosso-
islamica, basata sulla nostalgia
del bel tempo della austerity
'regalataci' dall'Opec nel 1973.
E' un rito di espiazione e
autoflagellazione, direbbe un
Ernesto De Martino. E' una
autopunizione per aver pensato
di andare in auto a casa della
mamma, direbbe Freud. E' una
purga rivoluzionaria per
distruggere i beni di consumo
e tornare al valore d'uso,
direbbe Karl Marx"


                  Paolo Della Sala


"Quando uno conosce bene
una cosa se ne ha a male
se qualcun altro ne parla"


                          by Cruman


"Il vero conservatore sa che
a problemi nuovi occorrono
risposte nuove, ispirate a
principi permanenti"


             Giuseppe Prezzolini
  by Camelot Destra Ideale


"Una donna lo sa: le donne
adorano odiarsi. E' una cosa
vezzosa, niente di grave: solo
un po' di veleno qua e là, uno
sgambetto un sorriso e una
pugnalata alle spalle.
Non possiamo resistere"


              Annalena Benini


"Gli elettori delegano
il peccato ai potenti, così
possono immaginare
di non essere colpevoli
di nulla"


          Paolo Della Sala, again


"L'utilitarista deve nascondere
giudizi di valore da qualche
parte, per prendere decisioni
in base al suo principio,
e la teoria morale che ha
non è quindi l'utilitarismo,
ma lo specifico criterio
decisionale adottato"


                          LibertyFirst


"Non c'è più nessuno
a cui sparare, signore.
Se si tratterà solo di
costruire scuole e ospedali,
è a questo che serve l'esercito?"


                   Michael Ledeen


"L'idealista è uno che,
partendo dal corretto
presupposto che le rose hanno
un profumo migliore dei cavoli,
usa le rose per fare la zuppa"


                  Antonio Martino


"Sono sempre i migliori
ad andarsene dai forum"


                           Malvino


"Sapientia deriva da assaporare,
serve altro commento che non sia
mettere in moto il pensiero,
il ragionamento critico
come sapore delle cose?"


                                 adlimina


"Se gli economisti fossero
in grado di prevedere l'economia
non sarebbero tali, cioè non
avrebbero bisogno di insegnare
per sbarcare il lunario"


                            Mario


"Chi è sovente accigliato,
chi alza spesso il ditino
ammonitore, chi giudica
severamente il mondo
è uno che nel mondo
ci si trova male"


                             Gianni Pardo


The unprofessional blog

L'autore dichiara apertamente
che gli audaci parti del suo
intelletto avrebbero bisogno
del conforto di dottrina
specialistica in più materie,
nessuna delle quali minimamente
padroneggiata: pregasi notare
- sia ricordato qui una volta
per tutte - che di siffatti
scrupoli accademici è
privilegio della corporazione
dei dilettanti infischiarsene
allegramente (TNX Zamax)


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25 marzo 2006

Per il bene dell'Italia - Osservazioni conclusive

Il mio dilettantesco processo alle intenzioni politiche dell’Unione prodiana, celebrato nel corso degli ultimi trenta giorni o giù di lì, non nutre assolutamente la pretesa di fornire un esaustivo contraltare all’incessante lavorio condotto da chi di dovere nei più accreditati pensatoi sinistrorsi – come la Fabbrica del Programma – o dai pulpiti comiziali della campagna elettorale, televisiva o stradaiola che sia. Nulla come la viva voce dei politici, malgrado la sempre più dilagante sfiducia verso la reale importanza del loro mestiere nell’era di internet e dei grandi potentati economico-finanziari, può infatti trascinare la coscienza critica dell’elettorato in una “direzione di priorità” piuttosto che in un’altra. Io potrò anche essere liberista, antiproibizionista e più pro life che pro choice, ma starà al politico onesto (cioè al politico capace) sapersi sintonizzare sui miei ricettori, capitalizzando i punti di incontro e contemporaneamente minimizzando le ragioni di dissenso. Dosare il richiamo di fidelizzazione lanciato ad “aventi diritto” eterogenei, frantumando un ampio progetto di governo in piccoli semi altrettanto disuguali da somministrare con cura ai destinatari giusti – infine tirare le fila del consenso così formatosi: questa è l’arte dello statista.
Si tratta dunque di saper giocare un ruolo determinante nel calcolo di quella “media ponderata” tra issues che ogni elettore esegue alla vigilia di una chiamata alle urne. È il friccicore del condottiero carismatico (catodico, ma non solo), ma anche la principale dote dell’opinion maker di razza. Lungi da me la pretesa di poter anche solo ambire ad appartenere ad una qualsiasi delle due categorie di cui sopra, in margine all’impegno tra il polemico e il superfluo che ultimamente mi ha così appassionato mi sovvengono tuttavia un paio di interrogativi.
Primo: di quanto si sarebbe moltiplicata o addirittura elevata all’ennesima potenza, l’efficacia della mia iniziativa, se affiancata da analoghe controanalisi di altri aspiranti “esegeti” disposti ad accollarsi l’onere di fare le pulci ad uno-due capitoli del Programmone a testa? Organizzare con perizia e autoironia un faldone di controdeduzioni anti-unioniste, forse, avrebbe significato poter davvero schierare sul campo un’artiglieria pesante in grado di “colpire” l’opinione pubblica telematica ben oltre le possibilità strategiche di schermaglie estemporanee come le mie che, nel fuoco della battaglia preelettorale, forniscono solo fanteria “tattica”.
Secondo: non sarà proprio la mancanza di coordinamento pubblicistico spontaneo, a determinare il divario tra la nostrana blogosfera liberalconservatrice e la sua controparte statunitense, protagonista appena due anni fa della blog revolution che ha smascherato le bugie dei notiziari di sinistra spuntandone le soverchianti armi mediatiche?
Certo, ci vuole poco ad intuire che più o meno il 70% dei tocque-villers il 9 e 10 aprile voterà a destra; e che nessuno di loro (di noi) può essersi emozionato granché di fronte ad un programma “per il bene dell’Italia” dimentico delle grandi parole (PACS, TAV, cuneo fiscale) a tutto vantaggio di un irritante vaniloquio privo di riscontri numerici oggettivi, interrotto solo episodicamente da esili brandelli di liberalismo giavazzista (mi riferisco alla riforma degli ordini professionali, laddove è risaputo che colpire il blocco sociale “nemico” non richiede mai grande coraggio politico).
Da principiante alle prime armi, posso solo auspicare che al dibattito interno sugli estremi ideologici del liberalismo – interessantissimo, ma senza dubbio autoreferenziale – l’aggregatore possa al più presto abbinare il ruolo di evangelizzatore di “infedeli”.

 

(10.Fine)




24 marzo 2006

Per il bene dell'Italia/9

Dire che gli “obiettivi strategici delle nostre politiche contro il rischio di dissesto idrogeologico sono una corretta politica ordinaria della gestione del territorio, l’affermazione di una tutela integrata ed il rafforzamento della sua manutenzione” (pag. 150), al di là dei pleonasmi concettuali insiti in sfuggenti espressioni quali “tutela integrata”, significa aver ben presente una delle calamità naturali di maggior incidenza statistica nel nostro Paese. L’Italia è la prima nazione d’Europa per decessi legati ad eventi franosi, anche a causa di una conformazione altimetrica a forte prevalenza montuosa. A questo punto, chiunque abbia felicemente concluso la quinta elementare intuisce che non è possibile salvaguardare la stabilità dei pendii mentre, nel contempo, si privilegia l’energia idroelettrica estensiva “di piccola taglia” (pag. 143) tra le molte fonti di approvvigionamento a disposizione. La creazione di un bacino artificiale – necessario ad immagazzinare le cadenti idrauliche che, una volta liberate, scorrono attraverso apposite giranti palettate – sconvolge irreversibilmente i delicati equilibri idrogeologici in cui l’energia si nasconde sotto forma di “potenziale”. Le tragedie dovute ad una sbrigativa valutazione dell’impatto ambientale di opere come le dighe, spesso rimaste sulla coscienza di quanti avevano cavalcato l’onda dell’entusiasmo “verde” fino ad un attimo prima, stanno a testimoniare la mancanza di facili panacee energetiche e il dubbio saldo costi-benefici talora offerto dalle soluzioni considerate più allettanti perché “pulite”.
Bypassiamo le odi all’acqua e al mare di pagg. 151-152, che spostano per qualche riga il campo significante del Programmone dalla politica alla poesia d’amorosi sensi, per accorgerci che a pag. 153, dopo aver perorato la progressiva abolizione della “ricerca e [della] sperimentazione che [...] facciano uso [...] di animali”, il testo si ripete identico a se stesso a fondo pagina (“occorre promuovere e favorire la ricerca effettuata con metodi alternativi all’utilizzo di animali e progressivamente abolire la ricerca e la sperimentazione che ne facciano ancora uso”). Abbiamo capito, non c’era bisogno di reiterare l’antifona: speriamo bene.
Il penultimo paragrafo del primo dei due sottocapitoli economici è riservato al comparto agroalimentare. Guidato con piglio littorio dal ministro Alemanno, il dicastero dell’Agricoltura ha mostrato alla base moderata il volto della peggior “destra” possibile. Protezionista, clientelare (il rinnovo contrattuale ai forestali calabresi), retrograda (lo sdegnoso pregiudizio anti-OGM) e, in fin dei conti, separata dalla sinistra solo da un esile diaframma ideologico, conciato con le pelli dello stesso vitello d’oro statalista. La sinistra sostiene di voler ingaggiare una serrata “lotta ad un protezionismo egoistico” ma, attenti bene, sempre con un occhio di riguardo “all’affermazione di politiche che garantiscano la sostenibilità” (pag. 154). La tecnica del contrappunto cerchiobottista, immancabilmente impiegata ogniqualvolta il programma rischia di prendere posizioni troppo definite (e dunque per forza di cose sgradite almeno a qualche cespuglio unionista), torna a sedare i bollenti spiriti del lettore col suo sieroso placebo doroteo. Così, ormai sonnecchiante, la palpebra quasi cala proprio laddove si stabilisce che “è necessario confermare l’importanza della Politica Agricola Comunitaria”, cioè mantenere lo status quo senza sbandamenti riformatori, altro che lotta al protezionismo. Sotto il nome di politica agricola comunitaria (PAC) va un sistema di sovvenzionamento dei mercati agricoli europei che, in pratica, pre-paga sostanziose quote dei prodotti del settore con denaro pubblico proveniente dalle tasche di tutti i contribuenti di Eurolandia – a prescindere dal loro reale interessamento nei riguardi di quei generi di consumo – e dai dazi doganali riscossi alle agricolture extracomunitarie che intendono varcarne i confini. Con esiti devastanti sulle economie in via di sviluppo, teoricamente imbattibili nel primario grazie agli immensi spazi di coltura a loro disposizione, ma escluse dalla regolare competizione per mezzo del combinato disposto dazi/sovvenzioni adottato dalla Comunità Europea e – sia pur con minore intensità – dagli USA.
Poi c’è da “custodire i valori della biodiversità e privilegiare la naturalità dei processi incentivando [...] l’agricoltura biologica” (pag. 155), magari tirando a campare su pregiudizi di cartapesta, muniti della loro brava testa di turco. Sì, la litania “bio” va a parare proprio dove state pensando: “verso gli Organismi geneticamente modificati [adotteremo] il principio di massima precauzione”. Un orientamento apparentemente equanime, da parte degli appaltatori verdi di questo segmento di programma, ma che non cessa di rivelare la loro profonda ignoranza in materia di botanica e una sesquipedale ipocrisia a proposito di “prudenzialità”.
Ignoranza, perché tutti i prodotti ortofrutticoli che mangiamo sono il risultato, bene che vada, di qualche secolo di modifiche genetiche ottenute con la tecnica dell’innesto: non tutti ne sono al corrente, ma i primi pomodori giunti dalle Americhe erano tossici. I nostri sughi e ragù, in realtà, sono legati con un ortaggio che deriva da ripetute intersezioni geniche con specie vegetali atossiche (soprattutto pesche). I procedimenti all’avanguardia consentono semplicemente di arrivare ai medesimi risultati in minor tempo e con un maggior livello di precisione nell’eliminazione delle sostanze nocive eventualmente presenti in frutta e verdura. La salute si difende togliendo gli agenti cancerogeni da polenta e basilico, oppure arroccandosi nella difesa di improbabili categorie dello spirito come la “biodiversità”?
Di nient’altro che di ipocrisia si può parlare, poi, considerando l’impalcatura ideologica di un sistema di pensiero che trova normalissimo consentire un far west di protocolli medici occisivi sugli embrioni umani, opponendo per contro il più secco rifiuto ai ritrovati delle biotecnologie agricole. Si facciano pure a pezzi gli embrioni, insomma, ma guai a chi tocca la foca monaca e/o i semi di soia.
Sempre della serie “indirizzi programmatici verosimilmente inconciliabili”, arrivano le direttrici di massima per quanto attiene al posizionamento del primario italiano nella dialettica tra istanze comunitarie ed esigenze nazionali. Non si espone solo l’assicurazione che “pur in un contesto comunitario si rende sempre più necessaria una forte politica agricola nazionale” (pp. 155-156), ma anche un pilatesco controcanto, per giunta a distanza ridottissima: “no ad una rinazionalizzazione della politica agricola comunitaria” (pag. 155). Le decisioni, ancora una volta, sembrano appese al filo della vaghezza identitaria ulivista.
C’è posto anche per la promessa di un “nuovo protagonismo delle donne in agricoltura” (pag. 156); peccato che il rapporto tra l’impegno femminile e maschile nei campi – e parlo per esperienza diretta – sia grossomodo di 5:1 da sempre. Per verificarlo, basta farsi un giretto in risaia o tra i “trimi” di un campo di tabacco in periodo di raccolta.
Molto originale, infine, appare l’idea di istituire “un’Agenzia Nazionale per la Sicurezza Alimentare” (pag. 157) che, prodiga di maiuscole come si preannuncia, senz’altro saprebbe agevolmente risolvere le inefficienze dell’apparato statale... ingrossandone i ranghi. Se ti si buca una ruota, perché sostituirla? Basta agganciarne una sana di fianco alla vecchia: questa è la filosofia di chi confida nel potere salvifico delle authorities.
In definitiva, se statalismo ottuso deve essere, meglio tenersi la fisiocrazia alle vongole di Alemanno, col tanto di vantaggio che deriva dal dissenso tra alleati.
Prima di affrancarmi dal ruolo di censore fai da te del programmone, rimane da perlustrare il paragrafo dedicato al turismo. Torna utile a tal fine uno di quei begli elenchi di ideone scandite dai trattini a capo riga. Sta tutto a pagina 157: “aumentare la qualità dei prodotti” – prodotti? E io che pensavo che il turismo offrisse accoglienza, comfort, svago e roba simile; “diminuire i differenziali di prezzo con i nostri concorrenti”, cioè far loro concorrenza nell’unico modo conosciuto; “rendere più agevole il raggiungimento delle destinazioni turistiche”, ossia puntare molto su nuove infrastrutture stradali, recisamente avversate in altri passi del programma; “contrastare il lavoro nero ed irregolare nel settore turistico”, per esempio estendendo l’applicabilità della Legge Biagi, abbassando le tasse e diminuendo il peso degli adempimenti burocratici?
Potrebbe funzionare molto bene la “riduzione del differenziale IVA tra le imprese turistiche italiane e quelle dei competitori europei” (pag. 158), ma tenendo ben presente che questo genere di provvedimenti incontra serie difficoltà di circoscrizione, poiché i segmenti di indotto esclusi dai benefici fiscali in predicato hanno sempre gioco a protestarsi discriminati. Tra il dire e il fare c’è di mezzo la capacità di modulare gli sgravi tra le parti sociali coinvolte nel progetto. Dulcis in fundo, arriva l’uovo di Colombo, la trovata semplice ma geniale per risollevare le sorti del turismo italico: “È [...] necessari[a] [...] la creazione di un Dipartimento [...] del turismo”. Scorrere le paginate di suggerimenti prodiani “per il bene dell’Italia” e scoprirvi – ma tu guarda! – l’intento di allargare la mangiatoia del parastato, nella fattispecie sovrapponendo le competenze di nuove autorità “indipendenti” agli incarichi dei centri direzionali preesistenti, è stata per me una sensazionale epifania di intelletto politico, un distillato di sapiente elaborazione programmatica. Mi ha lasciato di stucco, chi se lo sarebbe mai aspettato.

 

(9.Continua)




21 marzo 2006

Per il bene dell'Italia/8

Prosegue il mio immaginifico viaggio tra le profferte energetiche a marchio unionista. Si legge a pag. 142 che “Tra gli obiettivi dell’azione di Governo rientrano l’aumento della concorrenza [e] la riduzione dei divari di prezzo dell’offerta energetica rispetto agli altri paesi europei”, ma va altresì aggiunto che la “diversificazione delle importazioni” si realizza anche differenziando le “provenienze del gas naturale” e le “soluzioni di trasporto”. A premesse largamente condivisibili, se la prolungata frequentazione di questo programma e dei suoi stilemi non mi trae in inganno, corrisponderanno sicuramente ricette sconclusionate e/o incisi sibillini a mo’ di “righe piccole” – compitate per ammansire un coté di firmatari troppo eterogeneo per non essere considerato cedevole sull’unanime adozione dei nodi programmatici più stringenti.
Segue un’infilata di perle propositive tra il serio e il faceto, a conferma della mia sfiducia preconcetta. Sempre a pag. 142 sta scritto che l’Enel deve “cedere all’asta capacità di generazione per eliminare l’eccesso di potere di mercato che tuttora detiene” e che “occorre favorire la generazione distribuita, passando da pochi grandi impianti a numerosi impianti più piccoli ad elevata efficienza, distribuiti sul territorio”. Contemporaneamente, l’Unione ritiene che “le società che gestiscono la rete di trasporto [debbano essere] separate dalle imprese produttrici di energia e mantenute pubbliche” e che per tali società rimanga valido l’asserto secondo cui “i vecchi ‘campioni nazionali’ dell’energia abbiano la capacità di crescere come ‘campioni europei’ e di operare anche fuori dai confini nazionali”.
A parte il fatto che, come torno a ripetere, lo scenario misto dirigista-estensivo così prospettato colpisce retroattivamente gli interessi di chi ha acquistato azioni del gruppo Terna all’epoca della loro emissione, la dialettica di mercato testé descritta non convince del tutto. Il gestore di rete, pubblico, secondo quanto proposto dovrebbe costantemente garantire un’offerta di capacità di trasporto superiore alla domanda, per scongiurare il formarsi di monopoli sul lato della generazione. Il tutto mentre i produttori, nanerottoli sotto la frusta perenne – si presume – dell’antitrust, avrebbero a disposizione un ampio ventaglio di possibilità insediative sul territorio. Siamo sicuri?
Il surplus di trasporto implica un’attenzione per l’innovazione e la manutenzione delle reti che la mano pubblica, dati storici alla mano, non ha mai dimostrato di saper coltivare a dovere. Eventuali utili d’impresa nel settore pubblico, da che mondo è mondo, subiscono le pressioni esercitate dal menagement boiardo che, ansioso di foraggiare i suoi mandatari, preme per convertirli in dividendi da pompare nelle casse dello stato. Mai si è visto – in Italia, poi! – un pannello dirigente disposto ad “affamare la bestia” pur di investire in migliorie tecnologiche competitive. Inoltre, se siamo consapevoli di riferirci ad un settore in cui il progresso avanza a ritmi galoppanti, delineiamo appieno i contorni vagamente utopici del primo lato (quello “statalista”) della proposta complessiva. Sul secondo versante, che prefigura un arcipelago di piccoli capitalisti del kilowattora in regime di concorrenza perfetta, pesano analoghe pregiudiziali di ingenuità, dovute però ad un eccesso di ottimismo di segno opposto rispetto al contrappunto dirigista di cui sopra. Senza insistere sull’aperta discrasia ideologica interna ad un documento che, sul terreno della politica industriale, tuona più volte contro il cosiddetto “nanismo” e poi, quando si focalizza su un settore specifico e – quello sì – “dimensionalmente sensibile” come il comparto energetico, predica le virtù del policentrismo sparpagliato, mi limito a segnalare due miei personali dubbi di merito. Primo dubbio: in un Paese nel quale basta ventilare l’ipotesi di una nuova discarica per scatenare oceaniche sommosse popolari, verrebbe davvero accettata così pacificamente una ridistribuzione in senso “estensivo” delle strutture per la trasformazione energetica? Secondo dubbio: tanto zelo nella sorveglianza sulla concorrenza interna al nostro mercato nazionale non espone l’Italia all’impotenza nei confronti di partner europei meno “virtuosi” in materia di antitrust? I recenti fattacci franco-spagnoli lascerebbero supporre di sì...
A pagina 143 campeggia un severo monito modernizzatore: “puntiamo alla costruzione di nuovi gasdotti e terminali di rigassificazione del gas naturale liquefatto (GNL)”. Anche in questo caso, lo slancio propositivo enunciato sfonda un cancello aperto più a destra che a sinistra, stanti le ubbie cavalcate dagli ambientalisti – se del caso spalleggiati da una variopinta fauna di comici e comizianti, sempre disposti ad improvvisarsi tribuni del malcontento popolare – e dagli enti locali allorché ci si azzarda ad ipotizzare la costruzione di un terminale, di un termovalorizzatore, di una piccola turbina a gas, e così via. Più avanti si lancia l’idea di una  rivitalizzazione della Autorità garante per il gas e l’energia elettrica, in accordo con l’unico asse portante coerentemente sviluppato nel programma prodiano: authority, authority, authority. Poi arriva l’angolo della fantascienza pura : “Quanto alle ‘nuove fonti rinnovabili’ (eolico, biomasse, fotovoltaico, solare a concentrazione, solare termico, idroelettrico di piccola taglia, geotermia), vogliamo nell’arco della legislatura siano almeno raddoppiate, in modo da giungere nel 2011 al 25% di produzione elettrica da rinnovabili”. Un consiglio col sorriso sulle labbra: puntate sull’ “idroelettrico di piccola taglia”, qualunque cosa significhi la locuzione, perché le altre fonti hanno già raggiunto il loro capolinea strutturale. E non infierisco oltre.
Parliamo di fonti davvero proiettate verso il futuro, parliamo di nucleare. L’impegno unionista è orientato a produrre “azioni di messa in sicurezza del combustibile e delle scorie esistenti in Italia” e “partecipazion[i] in sede internazionale alla ricerca sul nucleare pulito di nuova generazione”. Nel primo caso censurando implicitamente la condotta tenuta dalla sinistra (e dalla peggior destra) in occasione dell’arcinota vertenza di Scanzano Jonico; nel secondo rinunciando a giocare un ruolo davvero di rilievo nello sviluppo della tecnologia che, piaccia o meno, un giorno sostituirà i combustibili fossili. Ma, da parte della pubblicistica di sinistra, è già molto poter incontrare una aperta ammissione dell’esistenza di un nucleare qualificabile come “pulito”. Accontentiamoci.
Saltando senza rimpianti il logorroico preambolo al paragrafo riguardante “La nuova alleanza con la natura: ambiente e territorio per lo sviluppo” (pagg. 144-145-146), che già dal titolo promette abbondanti dosi di retorica ecologista e – di conseguenza – sottilmente neopagana, giungo direttamente a pagina 147. Dove il governo Berlusconi riceve una dura critica per non aver varato “un’organica riforma della legge n. 97 del 1994” sulle comunità montane, “malgrado [ve ne] fossero le condizioni”. Indipendentemente dall’effettivo contenuto di quel testo normativo, viene da domandarsi come mai l’accusa di inconcludenza debba ricadere solamente sui responsabili dell’ultima legislatura, visto che la sinistra avrebbe avuto a disposizione il quinquennio di governo che le toccò in sorte nel ’96, per adempiere agli aggiustamenti del caso. Se era tanto importante rimettere mano alla disciplina delle comunità montane, perché non l’hanno fatto loro? Argomenti che ricordano da vicino quelli, tipicamente forzisti, utilizzati per difendere l’esecutivo e la sua maggioranza dall’accusa di non aver seriamente legiferato sul conflitto di interessi.
A pag. 149 fa capolino un problema che può sembrare secondario sola a chi non abbia dimestichezza con il processo edilizio: “Nonostante la diffusione di attività di recupero e riciclaggio la pratica dell’abbandono degli inerti da demolizione è ancora diffusa”, con ripercussioni anche inaspettatamente gravose sul tasso di inquinamento delle aree contermini. La soluzione al problema è stata in parte ottenuta in Spagna, dove i materiali edilizi di risulta vengono ammassati ai bordi dei cantieri e messi a disposizione di chiunque voglia rifornirsi di laterizi, tondini d’acciaio, guaine isolanti e componentistica varia. Sembra una sciocchezza, ma questa forma di “riciclaggio no profit” consente di smaltire rifiuti scarsamente degradabili con costi di transazione pressoché nulli.
In definitiva, come orientamento di massima in materia di salvaguardia ambientale, emerge una ennesima variazione a tema della sfiducia “sinistrese” per il regime di privativa in genere, veicolata per mezzo di una stanca riproposizione della pianificazione territoriale come unico strumento di tutela paesaggistica delle aree di pregio. Invece è solo tramite un ripensamento dei diritti di proprietà privata che la protezione dell’ambiente può conoscere una stagione di rinascita: un pascolo pubblico finisce devastato dall’incuria (non è di nessuno), mentre un pascolo privato viene sfruttato in modo sostenibile (appartiene ad un padrone che ha tutto l’interesse a preservarne l’integrità).

 

(8.Continua)




17 marzo 2006

Per il bene dell'Italia/7

L’idilliaca permanenza nell’oasi liberale che, con provvida rabdomanzia, si riesce a localizzare girovagando tra le desertiche lande del programmismo dirigista prodiano in materia di economia, a leggere con attenzione i capoversi conclusivi del mio ultimo “quaderno critico”, sembra segnare il passo già a partire dalle proposte su risparmio e diritto fallimentare. Pare proprio che l’addio alla concorrenza sorgiva, fresca e dissetante come acqua di fonte, e alla riforma del mercato dei servizi, nutrimento per anima e corpo come una messe di frutta matura, sia ormai improrogabile e che la traversata quaresimale debba riprendere senza ulteriori indugi.
Ma forse la vacanza non è finita per davvero, forse dopo una radura rinsecchita l’Eden liberale e liberista continua ancora. A pagina 136, il paragrafo dedicato alla politica dei trasporti parte così: “Uno dei gravi limiti dello sviluppo italiano è costituito dalla debolezza delle infrastrutture viarie e della logistica”. Come non essere d’accordo? La mobilità fisica sul suolo italiano è confinata su una rete viaria dimensionata in base ai flussi veicolari di quarant’anni fa. Poter spostare agevolmente le merci e la forza lavoro è la prima condizione necessaria ad un piano di riforme improntato alle liberalizzazioni: una circolazione deficitaria dei fattori produttivi preclude ogni sviluppo dell’economia in termini di flessibilità. Basti tenere presente che il valore della produzione nel settore dei trasporti contribuisce per circa l’8% al valore della produzione dell’intera economia nazionale, oppure che ad un incremento del PIL dell’1% corrisponde un incremento del 4/5% del trasporto delle merci. E certamente le problematiche inerenti alle grandi reti non sono estranee all’assetto giuridico dei servizi collegati: ha perfettamente ragione Francesco Giavazzi, quando sottolinea che non ha senso realizzare con tutti i crismi l’Alta Velocità, se poi i taxi si fanno attendere più di un’ora una volta scesi dal treno.
Non del tutto inattesa, arriva la prima tegola sulle illusioni del viandante stremato: la Legge Obiettivo per la realizzazione delle grandi opere [...] si è rivelata un fallimento” (pag. 137). Un verdetto che, messo giù così brutalmente, difetta di motivazioni articolate, direi. Ma gli argomenti critici verso lo spirito di quella legge sono disseminati nella continuazione del discorso programmatico, pur mancando i riferimenti espliciti: “Si è [...] abbandonata ogni corretta forma di programmazione delle opere coerente con il ‘Piano generale dei trasporti e logistica’ e di relazione con gli enti locali”. Cioè si è cercato di combattere la frammentazione decisionale caratteristica di strumenti regolatori concertativi come le Conferenze dei Servizi, che consegnano al borgomastro di S. Giovanni sul Sacro Monte lo stesso diritto di veto spettante al sindaco di Milano, riservando a Roma l’ultima parola almeno per quanto riguarda i corridoi viari di livello transfrontaliero. Si torna dunque all’antico? Parrebbe di sì: “proponiamo di riordinare la legislazione sui lavori pubblici in un unico corpo normativo”. In sessant’anni di Testi Unici, ogni passo sulla strada dell’accorpamento normativo ha significato nuovi attacchi ai diritti di proprietà dei cittadini, con restrizioni sempre più pesanti allo ius aedificandi dei privati, a tutto vantaggio di un progressivo travaso delle loro titolarità nelle mani degli amministratori locali. I quali, bontà loro, rilasciano ai sudditi “concessioni edilizie” o “autorizzazioni a costruire” discrezionali ad un regime urbanistico che, di fatto, instaura una sorta di espropriazione parziale permanente dei beni immobili.
Andando a pag. 138, si incontra una di quelle raffiche di proposte “per punti” che, trattino dopo trattino, crivellano la prosa del programma unionista. Nella fattispecie, si tratta di buoni propositi ispirati al potenziamento dell’intermodalità, cioè della presenza di snodi logistici in cui passare da un “modo” di trasporto ad un altro: lavorare sugli interporti, sui parcheggi scambiatori, sulle ferrovie e sulle autostrade del mare va benissimo, tant’è vero che già l’azione dell’attuale governo ha sposato questa filosofia obbligata. A cavallo con pagina 139, poi, si afferma di voler privilegiare le “scelte di riconversione delle tracce liberate dall’entrata in funzione dell’Alta Velocità”, a beneficio della funzionalità ferroviaria per chi vive di pendolarismo. Già, ma prima la TAV bisogna degnarsi di lasciarla fare, anche sfidando i dissensi interni al proprio elettorato.
Poco oltre, i fabbricanti del programma tentano una penosa sortita sul campo delle poche novità realmente apprezzate introdotte nel corso di quest’ultima legislatura: in due sul motorino, con le visiere dei caschi oscurate, gli scugnizzi ulivisti si lanciano allo scippo della patente a punti. Sprezzante dell’onestà intellettuale e del ridicolo, il conducente sta già suonando il clacson per indurre la vittima designata a girarsi di scatto: il provvedimento, infatti, era “già previst[o] nella legge-delega approvata nella scorsa legislatura (legge n. 85 del 2001)”. Peccato che, in politica, sia l’attuazione pratica a dividere la concretezza dalle chiacchiere malmostose. Dal canto suo, il ladruncolo seduto dietro allunga le mani per agguantare il prezioso bottino: “l’introduzione della patente a punti [...] avrebbe dovuto contribuire a ridurre sensibilmente il tasso di incidentalità in Italia, [ma] non ha sortito i risultati attesi a causa della mancata attuazione, da parte del governo di centrodestra, delle altre misure che il centrosinistra aveva previsto”. La missione dei rubagalline prodiani si schianta però contro il muro delle statistiche ufficiali, che attestano una cospicua diminuzione della sinistrosità.
Altro potpourri di ideuzze per punti, altra galleria degli orrori: “procedere ad una riforma organica del nuovo Codice della Strada, secondo i principi e i criteri direttivi della legge-delega del governo di centrosinistra”, della quale, a questo punto, mi piacerebbe conoscere i particolari con un po’ più di precisione; “rifinanziare il Piano Nazionale per la Sicurezza Stradale e “ripristinare l’Ispettorato generale per la circolazione e la sicurezza stradale”, seguendo quindi logiche controriformiste; “abolire tutte le recenti disposizioni che hanno innalzato i limiti di velocità degli autoveicoli”, di modo da poter tosare ancora più impunemente il parco guidatori, colpevole solo di percorrere suo malgrado una rete stradale largamente obsoleta; “potenziare gli organici della Polizia Stradale”, che già debordano di inutili ipertrofie pletoriche. Il portato delle note programmatiche sin qui esaminate non fatica a contraddistinguersi per la sua diffusa ostilità al trasporto privato, additato a iattura collettiva abbastanza apertamente e traslato in una specie di duello all’ultimo sangue con il trasporto pubblico, rispetto al quale sembra non bastare lo stimolo alla concorrenza, ma deve sprigionarsi un soprammercato di inconciliabilità strutturale attribuita al presunto “egoismo” di chi preferisce spostarsi in automobile. La prevalenza del “pubblico” sul “privato”, in effetti, torna coessenziale alla cultura politica di molta sinistra. Si limitassero ad ammodernare e ad ampliare la rete stradale (di cui, come già detto, i parcheggi scambiatori sono parte integrante), invece di moralizzare il popolo, questi soloni alla vaccinara.
Si riaffaccia, a pag. 140, il filo conduttore che innerva l’unica vera “cifra politica” di tutto il documento preelettorale pubblicato dalla sinistra. “[C]rediamo che vada istituita una ‘Autorità dei trasporti’, che abbia lo scopo di definire le tariffe autostradali e [...] anche le tariffe stradali”. Il tessuto programmatico su cui poggia la piattaforma socio-culturale approntata dall’Unione, alla fine della fiera, si risolve in un progetto di potenziamento del parastato attraverso la proliferazione di consorterie, dipartimenti speciali, commissioni peritali e uffici di consulenza – presumibilmente da affidare alle curatele degli amici degli amici di turno. Il silenzio mediatico della Cdl berlusconiana, che da quindici anni promette di riformare l’Italia all’insegna del “minor stato”, è davvero inspiegabile a questo proposito. Nel dibattito TV di martedì scorso il Cav. ha fatto cenno alla questione di sfuggita, ma a mio avviso con troppo poca convinzione: il popolo moderato va messo al corrente della proliferazione statalista che lo attende. Chicca di suggello al capitolo trasporti: “riguardo al ponte sullo stretto di Messina, proponiamo di sospendere l’iter procedurale in atto per realizzare le priorità infrastrutturali del Mezzogiorno”, tra cui – e qui la stropicciata a occhi e orecchie è d’obbligo – la Salerno-Reggio Calabria-Palermo. La dorsale col buco.
Con cotanta analisi del quadro trasporti alle spalle, dal paragrafo intitolato “Per cambiare con energia. L’innovazione e la sicurezza in campo energetico” mi aspetto tutto il peggio possibile. E faccio bene: se il futuro dipende dalla capacità di “rispondere alle grandi sfide energetico-ambientali, in presenza dei rischi dei cambiamenti climatici e della crescita [...] del prezzo del petrolio”, cioè dalla rispondenza della politica energetica a due falsi problemi, stiamo messi male. I cambiamenti climatici di cui tra virgolette sono tutto fuorché assodati, né va dimenticato che le tendenze meteo-idrogeologiche esibite da questi fenomeni sono prive di un decorso comune e scientificamente documentato. Inoltre, dovrebbe essere proprio la “contromisura naturale” (il rialzo del prezzo) con cui il mercato controlla la domanda di risorse vieppiù scarseggianti a riempire di gioia i fautori di un progresso tecnologico in senso “verde”: tanto più costa il barile, tanto più la ricerca sarà spronata a trovare delle valide alternative, no? La politica dovrebbe tenersi sempre alla larga dal meccanismo automatico di formazione dei prezzi (cioè la dialettica tra domanda e offerta), pena l’aggravarsi delle “patologie” che l’interventista spera – in buona o in mala fede – di curare mediante l’utilizzo di “modelli previsionali” quasi sempre concepiti a prescindere dalla natura – imprevedibile – dei comportamenti umani. Non poteva mancare, infine, la greve tirata d’orecchie al governo sulle “emissioni di gas serra (che invece di diminuire del 6,5%, come previsto dal Protocollo di Kyoto, sono aumentate del 13%)” (pag. 141). Ma non basta: “Noi crediamo che il Protocollo di Kyoto rappresenti un’opportunità per l’innovazione delle politiche energetiche e per una riduzione della dipendenza dall’importazione di combustibili fossili”. Ora, molto ci sarebbe da dire su quanto si sia realmente ottenuto con l’adozione di una risoluzione politicistica, schiava del mercimonio tra burocrati preposti al monitoraggio delle “quote gas” e condannata a sicuro fallimento come il Protocollo di Kyoto. Di sicuro, ad oggi nessuno dei suoi firmatari di rilievo sta rispettandone le clausole.
Ma, allo stato attuale della mia disamina “amatoriale” del programma unionista, la domanda che sorge prepotentemente è un’altra. Com’è possibile conciliare le giaculatorie sul “rilancio industriale” del Paese – così spesso brandite con piglio contundente – ai peana al Protocollo nippo-ambientalista, che appesantisce come una zavorra la produttività profittevole tassandola surrettiziamente?

 

(7.Continua)




11 marzo 2006

Per il bene dell'Italia/6

È a partire dal paragrafo vergato tra le pagine 127, 128 e 129, sia pure con qualche eccesso d’indulgenza per i cadeau da pagare ai Verdi (“la conservazione e produzione di energia pulita, la sanità e la protezione ambientale”, maliziosamente insinuate tra “aree d’avanguardia” come “l’applicazione dell’ICT ai servizi sociali, il programma satellitare Galileo, [...] i settori europei aerospaziale, navale e delle comunicazioni”, c’entrano come i cavoli a merenda), che il programma dell’Unione conosce alcune delle sue proposte più felici.
Tra le ragioni delle sempre più scarse performance dell’export vi è senz’altro l’abbassamento “della produttività italiana [con un] costo del lavoro per unità di prodotto [che] negli anni 2000 è cresciuto dell’1% in Germania, del 10% in Francia [e] del 20% in Italia” (pag. 127); ma va pur sempre ricordato che i tedeschi, per mantenere intatto quel tendenziale, non hanno esitato a sussidiare cinque milioni di cittadini disoccupati, scorporando quindi le loro (mancate) prestazioni lavorative dal costo unitario dei manufatti. Rimane un mistero, poi, il correttivo tributario da adottare per sanare le criticità di tale quadro: detassare sul lato dell’offerta di lavoro (agendo sul noto “cuneo fiscale”) o della domanda (diminuendo le imposte sul reddito)? Illuminante, in ogni caso, risulta lo sviluppo successivo dell’analisi, specie quando individua la necessità di “puntare sull’attrazione degli investimenti diretti esteri in Italia” e afferma che le “politiche per l’accoglimento di imprese estere devono riguardare la rimozione delle difficoltà sia di entrata sia di uscita” (pag. 128), con un occhio di riguardo per l’agevolazione dello start up imprenditoriale. Solo favorendo l’ingresso di nuove aziende – straniere o meno non ha importanza, laddove sappiano reggere e stimolare la concorrenza – sui nostri mercati si possono “obbligare” i soggetti già presenti a migliorare sul piano della produttività e su quello della convenienza.
Queste linee guida specifiche devono però concretizzarsi in margine ad un piano di riforme economiche coerentemente improntato alla liberalizzazione dei mercati: contendibilità delle imprese, flessibilità lavorativa, detassazione e privatizzazioni innanzitutto. Invece spiace dover osservare che spesso lo spargimento di sentenze propagandistiche (“l’esperienza passata ha privilegiato l’aspetto della privatizzazione su quello della de-monopolizzazione”, pag. 129) tende a precludere lo sviluppo di riflessioni dettagliate o, in alternativa, il beneficio di un’onorevole ammissione di colpa. Furono i governi dell’Ulivo, infatti, ad attuare le privatizzazioni senza prima liberalizzare i mercati, traghettando così la grande industria da un monopolio statale ad uno privato. Alla collocazione azionaria di pacchetti troppo ingenti corrispose l’eccessiva selezione dei compratori, che si ridussero così alla cerchia delle solite grandi famiglie. Lasciando per il momento da parte ogni velleità polemica, devo riconoscere che il prosieguo della disamina relativa alle politiche per la concorrenza (pp. 130, 131 e 132) incontra decisamente i miei personali orientamenti in materia. Lo stringato documento programmatico presentato dalla CdL non riesce nemmeno a sfiorare certe vette di (ipotetico) liberismo: “Liberalizzare ha senso se significa contrastare la rendita e aumentare l’efficienza del sistema economico”; “Politiche di liberalizzazione e trasparenza crediamo vadano attuate [...] nei settori della distribuzione dei farmaci e dei taxi”; un “settore che necessita di specifiche politiche di liberalizzazione e tutela degli [...] interessi dei cittadini, è il settore dei servizi professionali”; “nei paesi più liberali [...] la maggior libertà nelle professioni consente maggior ricchezza complessiva”, e così via. Non nascondo di riporre una certa masochistica aspettativa nello slancio riformatore della sinistra in materia di ordini professionali. Masochistica per due motivi: primo perché il sottoscritto, salvo improbabili rivoluzionamenti esistenziali dell’ultima ora, con ogni probabilità è destinato ad approdare al mondo della libera professione (e avrebbe quindi tutto l’interesse a mantenerne lo status quo); secondo perché solo il centrosinistra può lanciare una sfida credibile al corporativismo professionale, in quanto il centrodestra trema alla sola idea di alienarsi il consenso di quello che è da sempre un suo affezionato bacino elettorale (tocca quindi augurarsi che vinca Prodi, limitatamente a questa issue).
Ovviamente anche in questa “isola felice”, fortuitamente avvistata navigando per lo sterminato oceano del programma prodiano, non mancano i motivi di perplessità, per lo più dovuti agli accessi di pilatesca ambiguità di cui – come più volte ribadito – è disseminato ogni snodo realmente impegnativo del documento in esame. Un sincero “mercatista” non sentirebbe mai la necessità di sottolineare che una robusta liberalizzazione, nell’ambito dei servizi pubblici locali, “deve significare altresì garantire comunque le caratteristiche universalistiche dei servizi” (pag. 130). Smantellare gli oligopoli collusivi avvantaggia in primo luogo il consumatore nei confront dei potentati economici, perciò soddisfa egregiamente la sensibilità “di sinistra”: perché dubitarne? Alla stessa pagina, inoltre, si afferma che “nei servizi a rete (energia, trasporti) la proprietà delle reti deve rimanere pubblica”. Posto che una sommaria distinzione della casistica avrebbe giovato all’intelligibilità dell’asserto di cui sopra – che relativamente al trasporto su gomma, in effetti, scadrebbe nell’assurdo –, riesce difficile figurarsene la congruenza con quanto argomentato in materia di concorrenza fino a questo punto. Bisogna probabilmente riferire tale indicazione al mantenimento di quote minime di golden share: altrimenti, in accordo con l’obiettivo deliberato, la cessione ai privati della prima tranche di azioni del gruppo Terna (rete elettrica) andrebbe revocata. Per quanto riguarda il “settore cruciale dell’acqua”, poi, “la distinzione fra rete e servizio è più complessa. Entrambe le funzioni dovranno dunque rimanere pubbliche”. Stante, voglio sperare, almeno la conferma del vigente regime concessorio!
Passando alle misure da adottare al fine di intervenire sulle rigidezze della grande distribuzione commerciale (pp. 132-133), ci si torna ad addentrare in fitte cortine di nebbia politichese. Va benissimo “promuovere la spinta concorrenziale nel settore [...], favorendo [...] il contenimento dei prezzi finali al consumo”, ma come si può conciliare l’accrescimento della “dimensione delle catene distributive nazionali, per far fronte [ai] grandi gruppi stranieri” con la tutela della “permanenza nei centri urbani delle piccole attività commerciali”? In un’ottica di contenimento dei prezzi, aumentare le dimensioni dei grandi distributori complica molto la vita, perché, moltiplicando per forza di cose gli intermediari di filiera, non può che rivelarsi svantaggioso per il fruitore terminale di un bene o di un servizio. Cosa significa peritarsi di “garantire un equilibrio tra esigenze competitive ed esigenze sociali e produttive, attraverso la selettività degli interventi in un quadro di programmazione territoriale”? Sembrano i vaniloqui sconclusionati di uno studente ansioso di buttar giù alla meno peggio le ultime righe di tesina prima di uscire in tutta fretta con gli amici...
Capitolo “mercati finanziari” (pp. 133-134). Il quadro delineato fornisce una corretta sintesi dell’attuale centro nevralgico di tutti i problemi del settore. In sintesi, negli ultimi anni un rapidissimo processo di aggregazione degli istituti di credito ha portato alla formazione di spiacevoli intrecci tra imprese finanziate e partecipazioni proprietarie, con conseguente proliferazione dei conflitti di interesse. Di tutto quello che viene detto circa la possibile normalizzazione dello scenario, l’unica verità è che in Italia manca del tutto l’azionariato diffuso sul modello della public company, per ottenere il quale bisognerebbe riformare le Fondazioni bancarie. Prodi, mandatario dei maggiori tycoon del credito italiano, oserebbe tanto? Mah...
Meglio lasciar perdere ogni lungaggine sul ricorso alle class actions come strumento di tutela dei risparmiatori truffati: basterebbe ammodernare le procedure di costituzione in parte civile, io credo, per giungere agli stessi risultati auspicati nel testo programmatico (azione collettiva, suddivisione delle spese processuali).
Infine, viene espresso un indirizzo decisamente “perdonista” a proposito di diritto fallimentare, che stride apertamente con l’inflessibilità manifestata dalla sinistra in merito al diritto societario. In soldoni, si vuole rivalutare il ruolo del giudice rispetto a quello del curatore fallimentare, di modo da contemperare le istanze dei creditori maggiori (le banche), attualmente molto privilegiati, con quelle dei piccoli e medi. Le residue potenzialità produttive dell’impresa verrebbero così sacrificate alle esigenze di chi ha tutto l’interesse a riscuotere la liquidazione. Lo scoraggiamento di una ripartenza produttiva su scala la più ampia possibile appare evidente, così come la contraddizione con la lotta al “nanismo” delle imprese, più volte enfaticamente proclamata.

 

(6.Continua)




3 marzo 2006

Per il bene dell'Italia/5

Come accennavo di sfuggita l’ultima volta, il fiume carsico delle proposte economiche unioniste alterna vere e proprie perle di saggezza a onirici residuati dirigisti della peggior specie. Così, se auspicare “una politica del lavoro che coniughi flessibilità e stabilità, superando quindi la precarietà” (pag. 120), similmente all’idea di un sistema elettorale che contemperi “rappresentanza e governabilità”, evoca l’immagine dell’ingenuo marito che spera di ubriacare la moglie senza rimetterci una goccia di vino, garantire invece “l’efficienza della pubblica amministrazione e della giustizia civile” (ivi) frutterebbe senz’altro la più vasta approvazione possibile. Già, ma come? Forse con “la creazione di economie esterne, soprattutto attraverso l’investimento sul capitale umano” (ivi)? E cosa vorrebbe dire, in pratica? Tanto più che la “flessibilità stabilizzata” cui viene fatto riferimento nel programma esiste già grazie alla legge Biagi, e costituisce forse l’unico autentico fiore all’occhiello del governo Berlusconi.
Ancora a pag. 120 compare un pastiche di suggestioni politico-industriali assortite: “[...] dovremo attuare [...] un sistema di incentivi mirato [...] al rafforzamento patrimoniale e dimensionale di impresa [...] e all’innovazione di prodotto nei settori individuati come strategici, con particolare riferimento al settore manufatturiero (sic!). Accanirsi sul manifatturiero in quanto tale, a dire la verità, potrebbe rivelarsi un atteggiamento retrogrado e inutilmente conservatore. Date le premesse, si farebbe meglio a parlare esplicitamente di produzioni ad alto valore tecnologico aggiunto, cioè di beni difficilmente surrogabili a breve termine. Sarebbe esiziale illudersi di preservare la competitività del “sistema Italia” potenziando l’incentivazione di comparti come il tessile o l’arredocasa: le categorie merceologiche facilmente imitabili, infatti, vedranno sempre più affermarsi la supremazia dei paesi emergenti (soprattutto la Cina) e delle loro immense economie di scala. Ma queste sono indicazioni di dominio pubblico, diamole per acquisite e continuiamo a leggere.
Emerge la necessità di “una riqualificazione della domanda pubblica, attraverso [...] la capacità di parlare alle imprese, [...] offrendo le informazioni necessarie perché intraprendano adeguati investimenti: ad esempio, nelle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICT) in connessione con una politica di informatizzazione della PA; in pannelli solari, nei motori a metano, nella progettazione dei motori a idrogeno”. Devono essere dei teneroni, gli autori di questo passaggio: hanno provveduto ad allungare un solerte zuccherino agli ambientalisti, annoverando tra gli investimenti per il futuro una burla come il fotovoltaico (fatevi due conti sul rendimento di Watt per metro quadro di pannello solare, poi ne riparliamo), un carburante ad alto rischio come il metano (vi siete mai chiesti come mai i distributori e i serbatoi di gas vengano dislocati lontano dai centri abitati?) e una chimera come l’idrogeno (che è un vettore, non già una fonte d’energia!). Sono poi convinto che fornire uno sbocco sicuro alle tecnologie nazionali, istituendo ope legis una sorta di “aggiotaggio controllato” sui flussi informativi destinati al mercato interno dell’ICT, conduca a tutto fuorché allo stimolo dell’innovazione. Si pensi alle obsolete telescriventi che la Olivetti continuava a produrre mentre la IBM rivoluzionava il settore con l’avvento del personal computer: la sicurezza di poter contare su un fedele committente “istituzionale” (nella fattispecie lo Stato italiano o, peggio, quello sovietico) le consentiva di sedersi sugli allori senza l’assillo dell’aggiornamento continuo.
Bene, invece, “il sostegno ai settori emergenti, [...] anche attraverso interventi di sostegno fiscale all’innovazione e al ‘venture capital’”, dove però eliminerei quell’“anche”: la buona politica “sostiene” le imprese esclusivamente in quei due modi lì. Qualche perplessità suscita poi l’intenzione (pag. 121) di favorire “l’allestimento a livello dei distretti, di Centri di centri di servizi in grado di” esternalizzare gli adempimenti burocratici a carico delle imprese. Ma anziché gonfiare le plaghe del parastato, sarebbe opportuno appaltare alle imprese private più dinamiche la fornitura dei servizi di copertura promozionale e/o amministrativa, avendo cura di rendere disponibili adeguate reti infrastrutturali. Invece capitava giusto l’altro giorno che la veronese Finservice, dopo aver aperto in provincia una nuova sede della sua catena multinazionale specializzata in logistica e comunicazione, lamentasse a mezzo stampa di ritrovarsi sprovvista di una linea ADSL (internet a banda larga, per chi facesse ritorno da Tonga solo ora dopo diversi anni di ferie). Immagino che ogni commento sia superfluo.
Eccoci quindi al modello di governance della politica per la crescita e competitività”, esposto a pag. 122 e strutturato secondo tre direttrici. La prima prevede a sua volta due linee d’azione: una, definita “orizzontale” nel testo, da attuarsi mediante un “comitato interministeriale presieduto dal Presidente – che appunto quello fa: presiede – del Consiglio con il compito di individuare e monitorare i progetti strategici. Il comitato [manterrebbe] anche competenze [...] in capo al Ministero del Tesoro”. Solo che il Ministero del Tesoro, con la riforma Bassanini, è stato accorpato all’Economia, no? Ma, visto che si parla di partecipazioni statali, conterà essenzialmente lo spirito della proposta, improntata ad un dirigismo vecchia maniera anche nella sua sottoparte “verticale”. La quale ambirebbe ad agire “attraverso una sorta di ‘cabina di regia’ Stato-Regioni e Stato-enti locali in materie relative alla competitività e alle politiche industriali nel rispetto [...] della sussidiarietà verticale”. Di quest’ultimo principio, casomai, bisognava parlare diffusamente nel capitolo dedicato al federalismo. Il termine “sussidiarietà”, infatti, trova concreta applicazione limitatamente ad una ben precisa ripartizione della reversibilità assistenziale tra livelli di governo e cittadinanza, che vede intervenire ciascun anello della catena di finanziamento pubblico solo per integrare le risorse erogate da quello immediatamente sottostante. Nel quadro di una revisione dei poteri decisionali in materia di politica industriale – per di più orientata all’accentramento da un lato e alla presumibile sovrapposizione con la ristrutturazione in senso federale dello stato dall’altro –, quindi, il riferimento c’entra davvero poco.
La seconda direttrice è una riformulazione della concertazione in variante “mista” (pubblico più privato) e concentrata sui progetti industriali di rilievo. Lo strumento del cofinanziamento, però, ammesso e non concesso che si sia rivelato efficace “in ambito comunitario”, dovrebbe potersi rapportare al portafoglio risorse di istituzioni ben definite. Per il momento, invece, conosciamo solo il ruolo che, in tutto questo vago scenario, giocherebbe eventualmente un Ministero che nemmeno esiste più (quello del Tesoro). Forse ci corre in aiuto la terza direttrice, la quale intende riequilibrare le “competenze all’interno del governo, attraverso la creazione di un Ministero che sia un forte centro di competenze sui temi dell’economia reale”. Ma non esiste già il Ministero delle Attività Produttive, creato in conformità con la Bassanini appositamente per soddisfare le stesse esigenze di coordinamento unitario sopra enunciate? Qui Cencelli ci cova. Però al nuovo Ministero spetterebbero “tutte le leve di sostegno alla competitività del sistema produttivo: sostegno alle imprese, politiche per l’internazionalizzazione, politiche per la ricerca e l’innovazione, [...] coesione territoriale e sviluppo locale, politica della concorrenza”. Dunque un centro decisionale forte. Tuttavia “tale ministero dovrebbe esercitare unicamente una funzione di guida e di indirizzo, senza appropriarsi di funzioni di gestione proprie di altre istituzioni”. Dunque un istituto a carattere meramente consultivo. Insomma, la confusione sotto il cielo è grande. Ogni colpo al cerchio ne precede uno alla botte e viceversa. Forse un analista professionale saprebbe trovare meglio del sottoscritto il motivo di tanta vaghezza, magari parlerebbe di “equilibrio” se simpatizzante” o di “funambolismo” se antipatizzante. Ma di sicuro non potrebbe esimersi dal criticare duramente tanta inconcludenza in margine ad un testo che, in fin dei conti, avrebbe tutto l’interesse a risultare netto e comprensibile a chiunque (è pur sempre un programma elettorale, diamine!).
A pag. 123 tornano a far capolino il “nanismo” e il “familismo”, visti come cause principali del malessere del nostro tessuto produttivo nazionale. Cause trattate come capri espiatori, come scusanti per ogni inefficienza sin qui manifestatasi a dispetto della sicumera di chi – da cinquant’anni a questa parte – si riempie la bocca con la retorica della “politica industriale coordinata”. Tanto per tirare in ballo le sconcezze legislative proliferate in cinque anni di Berlusconia, si arriva ad incolpare del “nanismo” una riforma del diritto societario che risale al 2002, con lo “scalino” per la quotazione troppo alto che fissa. Ridotto quello, par di capire, risolto il problema dimensionale. Ah, e senza dimenticare il forcing “sulle forme di ‘chiusura proprietaria’ come gruppi piramidali, accordi e patti di sindacato” (pag. 124). Mentre Paolo Mieli salta sulla sedia e Stefano Ricucci se la ride di gusto, sorgono un paio di dubbi: erano poi così gigantesche le proporzioni medie dell’industria italiana, prima di quello schifo di legge sul falso in bilancio? Il vero ostacolo all’ampliamento aziendale non sarà invece un tasso di sindacalizzazione tra i più alti del mondo? Tutta questa attenzione al dato dimensionale delle imprese somiglia più ad un riflesso del collateralismo alle organizzazioni sindacali, golose di aggregazioni confacenti al modello renano, che non il frutto di un reale disegno di riassetto complessivo del sistema produttivo. Perché non ricominciamo dall’obbligo, per i sindacati, di sottoporre all’esplicito consenso dei propri iscritti l’uso delle trattenute in busta paga per il finanziamento di qualsivoglia attività politica? Senza un’azione decisa contro le cupole sindacali e la contrattazione nazionale, rimangono in mano solo pannicelli caldi (il Cav ne sa qualcosa).
Molto buona la parte riservata alle ricette per ricerca e innovazione (pp. 125-126). Benché io sia ideologicamente contrario al finanziamento ex ante di programmi adottati in regime di privativa, in quanto lo stato (il pubblico) dovrebbe sovvenzionare direttamente solo la ricerca universitaria (sede pubblica), trovo molto appropriato il riconoscimento alle imprese di agevolazioni fiscali per spese legate a R&S, all’assunzione di personale qualificato, a commesse esterne (incarichi di ricerca affidati a strutture pubbliche da privati). Il tutto, naturalmente, vincolato al rispetto di requisiti qualitativi costantemente verificabili.
Ma non è l’unica buona notizia...

 

(5.Continua)




24 febbraio 2006

Per il bene dell'Italia/4

Quello riservato ai temi economici è il più corposo capitolo del programma unionista, in quanto occupa il quadruplo dello spazio rispetto a tutti gli altri (oltre ottanta pagine contro una media di venti-venticinque). Se tale dato comparativo rispecchiasse la gerarchia di priorità enucleata nel manifesto politico, l’economia assurgerebbe quindi a “piatto forte” non solo della futura agenda di governo, ma più in generale della piattaforma culturale espressa dalla sinistra. Una scelta discutibile – piaccia o non piaccia, col tempo l’andamento dei mercati prescinderà sempre di più dalle misure legislative adottate per tentare di pilotarlo: in futuro i temi dirimenti saranno quelli etici – ma coerente con la tattica di insistere sul terreno politico che più di ogni altro ha rivelato la debolezza del governo che stiamo per salutare.
Con la sua memorabile “discesa in campo” del ‘94, il Cav. prometteva ai moderati una konservative revolution sulle orme della controriforma antistatalista attuata dalla Thatcher nell’Inghilterra anni ‘80. Privatizzazioni, concorrenza e detassazione avrebbero senz’altro liberato la sinistra da ogni residua nostalgia socialdemocratica; nel giro di dieci anni Silvio B. avrebbe incoronato re Massimo D’A., nel frattempo convertitosi al “mercatismo compassionevole” causa forza maggiore; Giuliano Ferrara avrebbe vissuto felice e contento l’avverarsi di tutti i suoi sogni amendoliani.
Sappiamo com’è andata. Il colpo di mano della strana coppia Scalfaro-Bossi ha impedito al centrodestra di governare negli anni ’90 (quando, sia pure in ritardo, certe riforme si sarebbero ancora potute fare), rimandandone la salita al potere al 2001 (quando, numeri alla mano, al Senato avrebbe dovuto vincere la sinistra!). L’asse Fini-Follini ha fatto il resto, senza dimenticare il monetarismo strabico applicato dalla Banca Centrale Europea.
Malgrado quanto ripercorso, non senza sorprendermi l’Unione appronta un piano di politica economica ricco di spunti interessanti. Come vedremo, il vero disagio emerge dal bagno di ambiguità e omissioni al quale essi vengono continuamente sottoposti.

Il titolo rasenta la distopia: Una nuova economia, una nuova qualità ambientale, una nuova società. Siamo quasi dalle parti del Brave New World di Aldous Huxley. Timoroso di dover subire un’escursione moraleggiante sul crinale che separa il capitalismo “selvaggio” dalla superiore sensibilità solidale incarnata dal prodismo, noto invece che il capitolo parte con una sinossi dei principali argomenti trattati oltre. La cifra politica sposata dall’Unione appare chiara già da queste prime note, assieme alle paternità “nobili” cui fa riferimento: “Non possiamo permetterci nessuna politica dei due tempi: prima il risanamento e poi gli interventi per lo sviluppo e la redistribuzione del reddito”, si legge a pag. 113. Il legame con l’esperienza di Tony Blair e con i sistemi scandinavi appare più che evidente. Con tutti i suoi limiti, una volta rapportati con freddezza tali modelli al contesto italiano di oggi. L’idea di flettere “a sinistra” l’adesione ad un irreversibile liberismo – traendo cioè dal mercato le risorse per finanziare lo stato sociale – dà per scontata l’esistenza di un ambiente economico idoneo alla sua messa in pratica. Sono condizioni al contorno che solo una lievitazione liberale della forma mentis conservatrice può predisporre, come la storia degli ultimi quarant’anni sta ampiamente a testimoniare. Difficile credere ad una variante ulivista del reaganismo; perfino i radicali, tardivamente consegnatisi anima e corpo al liberismo puro, stanno facendo capire di voler interpretare il loro ruolo nell’Unione come lievito riformatore in chiave progressista (postcritianesimo, diritti civili e anticlericalismo d’antan). L’efficiente assistenzialismo scandinavo, poi, funziona bene solo all’interno di aree nazionali poco popolose e intensivamente urbanizzate.
Poca gente in poche città-stato, insomma. Pensando all’Italia delle “centocittà”, si inarca il proverbiale sopracciglio: è chiaro che un socialismo di tipo danese finirebbe per rendere insostenibili i costi di allocazione delle risorse, transitando queste ultime attraverso le fitte maglie dell’apparato statale e territoriale italiano.
Ancora a pag. 113: “La sfida della concorrenza globale non può essere affrontata con successo sfruttando la riduzione dei costi, in particolare di quelli del lavoro”. Qui mi si arriccia anche l’altra arcata soppraccigliare. Chi ha scritto questo passo avrà certamente voluto sottintendere un solamente tra “successo” e “sfruttando” – anche perché in caso contrario lo sgravio di cinque punti percentuali sul cuneo fiscale, paventato da Prodi nei giorni scorsi, confliggerebbe vistosamente con un indirizzo di principio del genere.
Ma ecco che arrivano gli ospiti più attesi, signore e signori: i luoghi comuni preelettorali. Ci si propone di “[...] sostenere lo sviluppo del mezzogiorno, in particolare sfruttando le grandi potenzialità offerte dal turismo e dalla nuova centralità del Mediterraneo” (pag. 114). Su quanto possa scoprirsi come “nuova” la centralità del Mediterraneo non mi attardo; a proposito invece di locuzioni della serie “valorizzare il patrimonio artistico del sud”, “sostenere lo sviluppo con aiuti concreti” o “signora mia, è un museo a cielo aperto!”, riesco solo a ravvisare il taglio bassoliniano del loro costrutto retorico. Come se l’industria del turismo si pascesse di belle rovine aperte al pubblico pagante, e non facesse invece aggio su moderne infrastrutture funzionali al massimo comfort dei villeggianti. Ma, per accantierare quelle, occorrerebbe amministrare una seria politica degli appalti e del particolareggiamento urbano, col rischio di impensierire latifondisti e ambientalisti del caso (spesso rappresentati dagli stessi soggetti). Meglio allora dipingere uno scenario “petrolifero” della risorsa turistica, che sgorga senza fatica e si munge come un pozzo. Così nessuno si spaventa e i politici liquidano le magnifiche prospettive del turismo con quattro chiacchiere al bancone del bar.
Subito dopo, alla stessa pagina, scorre un prontuario del buon mercatista. Gli istinti animali del mercato trovano però una glossa maliziosa, allorquando si afferma di voler “Combattere le rendite e le protezioni indebite aprendo a una concorrenza regolata che è cosa diversa dal libero mercato”. L’intreccio di folgorazione liberista tardiva e di paternalismo sacrestano, messi a guardia dell’elaborazione politica della sinistra, come si è già avuto modo di accennare generano ambiguità unita ad irritanti somministrazioni di bastone e carota in rapida successione. Non ho nessun diritto di salire pomposamente in cattedra, nemmeno per rinfrescare le confuse idee di chi mastica l’abc del liberalismo da nemmeno un ventennio e stenta a digerirne i termini essenziali. Mi limito quindi ad osservare che la prima e più importante “merce” contesa sul mercato è proprio il diritto, inteso come apparecchiatura di regole calibrata attorno a precise dinamiche contrattuali.
Andiamo avanti. A pag. 115 si segnala l’urgenza di “riequilibrare i conti, dissestati dal governo di centro destra”. Eppure i dati ISTAT dicono che quest’anno l’avanzo primario è aumentato di 20 mld, mentre il fabbisogno del settore pubblico è diminuito di 6. Che dire, poi, dell’ok di Bruxelles alla Finanziaria 2006? I conti pubblici, che io sappia, li ha realmente dissestati l’acclarato buco di 30 mld consegnato al governo Berlusconi dalla sinistra (correva l’anno 2001). Molto meglio l’individuazione delle patologie strutturali che affliggono il nostro sistema produttivo, a pag. 119: “inadeguatezza della specializzazione produttiva[,] arretratezza del settore terziario [e] forte concorrenza che proviene dalle nuove aree di sviluppo industriale”, acuiti per giunta da un “abbassamento del tasso di crescita della produttività che negli ultimi anni in Italia [...] ha addirittura assunto valori negativi”. Una problematica, quest’ultima, alla quale ha robustamente contribuito l’esplosione di vertenze sindacali che ha contraddistinto la legislatura appena conclusa, aggiungo io.
Il declino industriale, continua l’analisi, interviene “Dopo vent’anni di crescita trainata dalla grande impresa pubblica e privata e altri vent’anni di crescita trainata dai distretti”. Ma, a loro volta, grande impresa e distretti erano trainati dalla leva monetaria – tramite il classico ribasso valutario competitivo – e dalle ripetute bolle inflazionistiche – che ripagavano le emissioni del Tesoro stampando moneta falsa. Meglio non celebrare troppo il recente passato: l’unico periodo degno di una certa nostalgia è quello del “miracolo economico” anni ’50, quando l’ipertrofia delle Partecipazioni Statali era ancora di là da venire.
Tra le pp. 119 e 120 prosegue l’elencazione delle “malattie industriali” italiane, con qualche riferimento di troppo al “nanismo” e al “familismo” che, a detta degli estensori, graverebbe sul nostro sistema produttivo. Ammesso che di handicap, in taluni casi, possa trattarsi, mi riesce antipatico immaginare che debba essere l’interventismo statale a incidere sul dimensionamento delle centrali produttive. Le imprese devono trovare autonomamente la loro economia di scala ottimale, misurandosi con le esigenze del mercato che sfidano.
Passata la diagnosi, quali soluzioni vengono prospettate? Alla prossima puntata.

 

(4.Continua)




18 febbraio 2006

Per il bene dell'Italia/3

La risposta all’ultimo quesito verte sulla necessità di dotarsi di una “finanza pubblica equilibrata – e ci mancherebbe altro –, che riconosca agli enti locali sufficienti risorse ed autonomia – ‘riconoscere risorse’? Cioè nel senso di ‘distribuire’? – [...] e supporti la solidarietà con meccanismi di perequazione”. Se non si fosse capito, qui del federalismo fiscale non c’è nemmeno l’ombra. Il significato quivi attribuito alla fattispecie non si differenzia minimamente da quanto avviene già oggi. Decentrare le leve tributarie vuol dire affidare l’erogazione del grosso dei fondi pubblici – solitamente si eccettuano le risorse per la difesa, la giustizia federale e la diplomazia – alle autorità locali, evitando in tal modo l’assurdo tragitto di andata e ritorno che tocca alla messe di denari raccolta da un erario centralizzato: dalla Valcamonica a Roma – o, peggio, a Bruxelles – per poi ripresentarsi ai legittimi titolari più che dimezzata. Un modo come un altro per affermare che i comprensori depressi esercitano apoditticamente una sorta di “credito preventivo” su quelli più dinamici solo in quanto “strutturalmente svantaggiati”. Il tutto sfruttando ben noti “meccanismi di perequazione” – laddove riaffiora la passionaccia sinistrorsa per gli spostamenti di ricchezza a risultante nulla.
Più avanti l’idea di un benefico livellamento a norma di legge torna a proclamare l’urgenza di “realizzare l’uguaglianza dei cittadini”. Ma non l’uguaglianza delle opportunità di partenza, sacrosanto caposaldo del liberalismo classico, bensì l’appianamento delle diversità a posteriori. Socialismo, per intenderci. L’elenco di proposte a seguire (pp. 17-18) non fa che rafforzare le mie riserve. La terza arriva addirittura a chiedere di “imporre il rispetto di un patto interno sui saldi di bilancio” stipulato tra stato e senato regionale, mentre la quarta vuole gli amministratori locali “vincolati al patto interno per i saldi complessivi di bilancio”. La politica finanziaria centralista, tanto rimproverata all’attuale governo, sembra proprio rientrare dalla finestra. Bene la “riduzione dell’apparato statale” di cui al punto 6; ottima sarebbe poi l’intenzione di “attribuire alle regioni e agli enti locali tributi propri”. Ma con quali conseguenze pratiche sul “patto di vincolamento” descritto poco prima? Basterebbe parlare apertamente di sussidiarietà e ogni dubbio svanirebbe; ma su tutta la linea programmatica unionista in materia di fiscalità aleggiano i fantasmi di un possibile raddoppiamento delle centrali tributarie, con enormi sospetti sulla reale convenienza del disegno complessivo. Sospetti che, senza una circostanziata definizione delle voci di entrata affidate a ciascun ente, rischiano di sterzare allo scetticismo più puro.
Lo strabismo regna più sovrano che mai anche a proposito del conflitto d’interessi. Il testo scritto vagola tra il sanzionamento del possesso in quanto tale di “attività patrimoniali che possano confliggere con le funzioni di governo” (opzione illiberale e bolscevizzante) e l’affidamento dei beni e delle attività in discussione ad un amministratore fiduciario, secondo la formula del blind trust. Quest’ultima è la soluzione migliore, in una prospettiva autenticamente liberaldemocratica. Ma i confini tra il primo e il secondo regime, tra incompatibilità totale e liquidazione obbligatoria, ancora una volta rimangono lettera morta. Anche se presumo che il profilo di incompatibilità, manco a dirlo, finirà per delinearsi ricalcando gli estremi imprenditoriali del reuccio di Arcore. Il che non significa disconoscere il macroscopico garbuglio d’interessi che investe il Cav, naturalmente, ma solo dire che punire la ricchezza (cioè i meriti e la bravura) è una filosofia populista e liberticida.
Delle authorities s’è già parlato; rimane da affrontare l’elenco di provvedimenti pensati per ridurre i costi della politica (pp. 23-24). Va detto che si tratta di propositi molto condivisibili. Riduzione degli organici statali, riaffermazione dell’accesso agli incarichi pubblici solo tramite concorso, trasparenza nel rendicontamento delle retribuzioni ai dirigenti, rifiuto della professionalizzazione della politica, sono tutte ottime intenzioni. Chissà quanto percorribili, però, riflettendo sull’estrazione professionale dell’elettorato ulivista (spesso statale, si pensi ad esempio al ceto docente) e sulla mancanza – ancora – di numeri precisi. Certo, c’è il tetto dei 200000 € per il controllo sui redditi dei manager statali, ma in questo primo capitolo di programma è l’unico dato quantificato, oltre ai nuovi requisiti minimi per la convocazione dei referendum.
È poco. Speriamo che il fronte economico sia meglio presidiato.

 

(3.Continua)




17 febbraio 2006

Per il bene dell'Italia/2

A pagina 12, dopo aver annunciato una biblica moltiplicazione delle “occasioni di voto”, il programma dell’Unione assicura di conoscere la magica formula elettorale che, diversamente da quanto è in procinto di verificarsi con il proporzionale “spurio” varato dalla CdL, consentirà di garantire alla cittadinanza “insieme la rappresentanza e la governabilità”. In pratica un miracolo, una prima assoluta, quasi una palingenesi storica: nessun sistema di voto è mai riuscito a coniugare perfettamente le due opposte anime del suffragio universale. Attendo con ansia di conoscere nei dettagli cotanta strepitosa innovazione, anche se nutro il sospetto che il preannunciato “punto di ottimo” faccia premio su un vecchio pallino della sinistra, vale a dire il doppio turno alla francese. Che predilige di gran lunga la governabilità rispetto alla rappresentanza – come d’altro canto è giusto che sia.
Un momento, cosa leggo, contrordine compagni: “È necessario [...] procedere alla razionalizzazione delle scadenze elettorali, attraverso l’accorpamento delle elezioni politiche e amministrative ravvicinate”. E tutto questo sempre a pagina 12.
Benedetto gioco delle tre carte, con una mano si sostiene l’incremento della partecipazione a carattere consultivo – cioè primarie e referendum, di cui peraltro si vorrebbe fissare il quorum alla metà degli afflussi registrati alle precedenti elezioni politiche – e con l’altra si propone di diminuire il numero di appuntamenti elettorali “ordinari”. Speriamo che il saldo per le casse dello stato si riveli favorevole, se non altro.
Seguono suggerimenti per ottimizzare l’azione di governo. Primo, attribuire “al Primo Ministro [il] potere di proporre [...] la nomina e revoca di ministri, viceministri e sottosegretari”. Una versione “soft” di quanto è già contenuto nelle riforme istituzionali approvate dal centrodestra: la realtà è che tali poteri si definiscono solo a margine di una specifica procedura di formazione del consenso parlamentare. Di cui deve far parte “una migliore regolamentazione della questione di fiducia, con la previsione di specifici limiti al suo esercizio”. Sì, ma quali limiti? Anche in questo caso si toglie di qua e si aggiunge di là, nella costante incertezza che l’operazione sia effettivamente a somma zero. Occorre poi “la possibilità di sfiduciare il Primo Ministro solo attraverso una mozione di sfiducia costruttiva, con l’esplicita indicazione di un candidato successore”. Altro brodetto rubacchiato e riscaldato.
Per restaurare le garanzie istituzionali, severamente pregiudicate dall’impianto “cesarista” del nuovo ordinamento a tinte cidielline, vanno ristabiliti i margini di interdizione che spettano ai poteri “terzi”, dice giustamente il testo programmatico a pag. 13. Ma gli sviluppi del ragionamento vanificano una brillante premessa, perché se è più che legittimo dire che [La] dittatura della maggioranza [...] esautora completamente il Parlamento”, è parimenti incomprensibile come ciò possa correlarsi “ai mutamenti prodotti dall’introduzione del maggioritario”. Tutti, ma proprio tutti, sanno che il maggioritario è stato abrogato con la recente, sciaguratissima, reintroduzione del proporzionale. La stessa analisi in calce al programma muove da una serie di obiezioni alla nuova legge elettorale. Inoltre i poteri del premier dovrebbero casomai ampliarsi, per bilanciare il naturale potenziamento delle assemblee che il maggioritario produce. Insomma, affiorano svariati gradi di contraddizione in termini addensati in poche righe.
Scorro qualche capoverso. Passa un’interpretazione paralizzante della “maggioranza qualificata” per rivedere la Costituzione e/o eleggere il Presidente della Repubblica (pp. 13-14); quindi si spende qualche chiacchiera a proposito di senati federali che, mantenendo invariato il principio “tanti elettori, tanti senatori”, federali non sono assolutamente (pp. 14-15); poi arriva lo spinoso paragrafo riservato al miglioramento del Titolo V. Al federalismo in salsa ulivista, protestano gli estensori, non sarebbe stata fatta seguire la predisposizione degli “strumenti necessari”. Cioè dispositivi di riallocazione tributaria, preciso io. Meglio puntualizzare ulteriormente: posto che è da irresponsabili promulgare una riforma dello stato senza disporre dei tempi tecnici per l’adozione dei collegati legislativi, la verità è che il Titolo V fu riformato con l’intenzione di coprire una sorta di “ritirata strategica”. La sinistra, sparigliando la gerarchia delle attribuzioni fiscali in modo interlocutorio, cercò di creare i presupposti per sollevare di fronte alla Consulta continui “conflitti di attribuzione” col governo in materia di stanziamento finanziario, in modo da presidiare la richiesta di fondi da destinare alle amministrazioni rosse – rivendicando en passant il merito del loro ottenimento di fronte all’elettorato – dietro l’avallo di una legge vaga e pretestuosa. Logiche che si riassumono molto alla svelta: “Il governo ha posto tagli e vincoli alle risorse delle autonomie, negato il dialogo tra livelli territoriali, impugnato con frequenza le leggi regionali, spesso contro le regioni governate dal centrosinistra”. E le regioni rosse non hanno forse adoperato lo stesso criterio – si pensi alle controversie sorte per l’applicazione del Condono Fiscale! –, seguendo furbescamente i canoni di una normativa a doppia mandata?
Saltando a pie’ pari un’intera pagina zeppa di fumisterie arruffate (la 16), arriva la ghiottoneria: attuare il federalismo fiscale. Qui casca l’asino, qui si separa la cosmesi (detta anche “devolution”) dalla sostanza. Rimarranno i soldi a casa di chi se li guadagna?

 

(2.Continua)




16 febbraio 2006

Per il bene dell'Italia/1

Adesso che il programma unionista è di dominio pubblico, come promesso mi punge vaghezza di compulsarlo a dovere. Solo che la mole del suddetto documento – forte di qualcosa come circa 280 (duecentottanta!) pagine – mi proietta in una sorta di dilemma del prigioniero: stampo tutto quanto (attirando su di me il grido silenzioso di tanti alberi abbattuti) oppure sacrifico all’eroico cimento le poche diottrie che mi rimangono?
Scelta impossibile. Meglio spigolare il testo “a puntate”, senza patemi d’animo, prendendone in considerazione solo i capitoli salienti. Ad esempio il primo.


L’incipit sconta da subito la mancata rimozione, in seno alla cultura politica della sinistra italiana, dei molti retaggi azionisti e civisti che ne appesantiscono la piena condivisibilità. Il riflesso cattocomunista è al fulmicotone: “Le istituzioni sono di tutti”, si dice giustamente a pag. 9. Ma proprio per questo “non possono essere modificate in base a contingenze politiche o diventare oggetto di patteggiamenti strumentali di una parte politica”. Si inizia male, ancora di più riflettendo attentamente sull’innegabile validità dell’asserto di partenza. Proprio perché i corpi dello stato sono “di tutti”, infatti, la loro conformazione deve essere sottoposta a quel processo di continua revisione democratica che li metta in condizione di incontrare al meglio i bisogni di un quadro sociale che cambia, si evolve, muta assieme al suo contesto morale e materiale. Invece qui, sin dall’inizio, si torna a ribadire la sacrale intangibilità di un’architettura istituzionale scolpita nel cielo delle stelle fisse. Invece le istituzioni sono democratiche in quanto modificabili, se del caso anche a colpi di maggioranza. Più sotto, sempre a pag. 9, si torna sul concetto cogliendo l’occasione per lanciare una stoccata alla devolution cidiellina. “Una riforma [...] che non nasce da un patto costituzionale tra tutte le rappresentanze politiche [...], ma da un accordo tra le sole componenti della maggioranza”. Storicamente, a dispetto di ogni retorica unanimista, le costituzioni si sono sempre scritte al termine di conflitti armati altamente divisivi. L’Italia, poi, conferma la regola con peculiare sistematicità: unificata sotto la dominazione sabauda contro il potere temporale dei papi, totalizzata da Mussolini contro il precedente regime liberale, infine riconquistata alla democrazia da una Costituzione pensata contro la monarchia e il fascismo. Se vogliamo, è precisamente l’assenza di una vera e propria “concordia nazionale” l’unica cifra storica e politica dell’Italia unita. Proprio alla luce di questa palmare evidenza, il federalismo servirebbe ad allentare la cappa di velleitario centralismo prodotta dalla volontà di omologare a tavolino ciò che era (ed è rimasto) frammentato alla radice.
Pertanto, affermare di voler “scongiurare future riforme a colpi di maggioranza” (pag. 10) – oltre a costituire una sconfessione del comportamento tenuto dalla sinistra in coda alla passata legislatura – significa solo il rifiuto di apportare modifiche sostanziali al totem costituzionale, se non a livello marginale.

Il paragrafo intitolato “La Costituzione si cambia insieme” persiste nel rimproverare alle riforme istituzionali della CdL una irregolarità di metodo (l’approvazione solitaria), anziché una criticità di merito (come ho fatto io stesso qui). Per poi calare una briscola che si rivela ben presto essere un misero due di coppe: “La legge costituzionale di riforma del Titolo V approvata nel 2001 [...] riprendeva le proposte elaborate in seno alla Commissione Bicamerale istituita nel 1997 con lo scopo di redigere un progetto di riforma per una parte circoscritta della Costituzione”. A parte il fatto che quanto sostenuto non risponde al vero (la bozza di riforma uscita dalla Bicamerale dalemiana era molto differente dal provvedimento assunto nel 2001), emerge in questo caso l’orgogliosa rivendicazione del marginalismo riformatore – poiché applicato a una parte circoscritta della Costituzione – perseguito con la chiacchierata rettifica del Titolo V. Un atto di legge nominalmente assai significativo, ma nei fatti privo di un reale impatto sullo status quo, sprovvisto com’era degli strumenti attuativi necessari a ripartire i capitoli di spesa sui vari livelli di governo coinvolti. Il doppio canone legislativo adottato dalla sinistra si evidenzia proprio nella volontà – per lo meno teorica – di riforme costituzionali minimaliste, affiancate però dal “principio della supremazia, certezza e stabilità della Costituzione” (pp. 10-11).
Andando un po’ avanti, balza agli occhi il passo in cui la lagnanza tocca il terreno della partecipazione. “La partecipazione dei cittadini è stata ridotta negli spazi e nei modi”, lamenta testualmente la disamina a pag. 11. In che senso, viene chiarito poco oltre: ci si riferisce a iniziative come i referendum e le primarie – queste ultime, a dire la verità, abbastanza vanificate dal ritorno al proporzionale. Mi stropiccio gli occhi: “Moltiplicheremo le occasioni di consultazione”, “Incentiveremo e diffonderemo le esperienze di democrazia partecipata a livello locale” (pag. 12)? Vale forse a dire che in Italia si va a votare troppo di rado? Ma allora, come scherzo di Carnevale, funzionava meglio elogiare apertamente il modello delle authority indipendenti.
Come dite? A pag. 20 salta fuori pure quello? Come non detto: dato il periodo, evidentemente ogni scherzo vale. Dopo aver cantato i peana alla proliferazione di dipartimenti, uffici speciali e consorzi che sta rendendo proibitiva l’interpretazione del significato delle istituzioni agli stessi apparati “ordinari” dello Stato, il paragrafo dedicato all’argomento protesta contro la gestione “personalistica” degli organi di controllo tenuta in questi anni dal centrodestra. Troppa opacità nei criteri di nomina dei componenti, troppa avarizia nello stanziamento dei fondi strutturali. Ma al di là di qualche vago rimbrotto propagandistico – “In questo momento nell’Antitrust italiana non siede nessun economista”, che è un po’ come accusare Francesco Storace di non essere un medico – le controproposte scarseggiano. Oppure vagheggiano “l’istituzione di un’apposita commissione bicamerale per i rapporti con le authorities e l’obbligo, per le autorità stesse, di presentare annualmente al Parlamento una relazione sull’attività svolta”. Ma certo, l’uovo di Colombo consiste nell’allestimento di nuovi organismi pletorici come le commissioni parlamentari. Un’autentica cultura dello stato, invece, vorrebbe che il settore pubblico riprendesse saldamente nelle sue mani i pochi ambiti che devono appartenergli, anziché esternalizzare competenze decisionali col risultato di far traboccare il “vaso” istituzionale di contenziosi, lungaggini e conflitti di attribuzione.


Per il momento mi fermo, anche perché temo di essermi dilungato troppo. Rimane da dire ancora qualcosa in merito alla decina di pagine saltate. La prossima volta toccherà rapidamente (si fa per dire...) a quelle; e poi si passa direttamente all’economia.


(1.Continua)



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