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"Far l'amore
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con lo scafandro"

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"Non sono né del partito
rivoluzionario né del
partito conservatore.
Ma tuttavia e dopotutto
tengo più al secondo che al
primo. Infatti dal secondo
differisco nei mezzi
piuttosto che nel fine,
mentre dal primo differisco,
insieme, nei mezzi e nel fine.
La libertà è la prima delle
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      Alexis De Tocqueville
                    (by Zamax)


"Se Dio si candida,
lo stolto pensa alle elezioni
invece che al problema
dell'elezione"


            Giuliano Ferrara


"Io credo soltanto nella parola.
La parola ferisce, la parola
convince, la parola placa.
Questo, per me, è il senso
dello scrivere"


                    Ennio Flaiano
                (by Il Paroliere)


"L'ideazione di un sistema
resistente è atto creativo
che solo in parte si basa su
dati scientifici; la sensibilità
statica che lo determina, se
pure necessaria conseguenza
dello studio dell'equilibrio e
della resistenza dei materiali,
resta, come la sensibilità
estetica, una capacità
puramente personale, o per
meglio dire il frutto della
comprensione ed assimilazione,
compiutesi nello spirito del
progettista, delle leggi
del mondo fisico"


                       Pier Luigi Nervi
(Scienza o Arte del Costruire)


"L'unica cosa necessaria
per il trionfo del male
è l'inerzia dei buoni"

                         Edmund Burke
              (by Torre di Babele)


"Un governo così grande da
darti tutto quello che vuoi
è anche abbastanza grande
da toglierti tutto quello che hai"


               Barry M. Goldwater
          (by Retorica e Logica)


"L'amore è donare quello
che non si ha a qualcuno
che non lo vuole"


                     Jacques Lacan
                       (by Bernardo)


"Sono un conservatore nel
senso inteso da Hannah Arendt,
che si preoccupava della
preservazione del mondo.
Oggi comunque non c'è più
ordine costituito, ma solo
un cambiamento costituito.
La nostra sola tradizione è
il progresso. Viviamo in nome
del movimento e del
cambiamento continuo.
In questo contesto, io mi
considero un rivoluzionario,
perché ormai la sola
rivoluzione possibile è quella
che interrompe le derive
contemporanee"

               Alain Finkielkraut
                            (by Temis)


"Parliamo di politica:
quando si mangia?"


                 Alberto Mingardi


"Quella delle domeniche
a piedi è una messa rosso-
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'regalataci' dall'Opec nel 1973.
E' un rito di espiazione e
autoflagellazione, direbbe un
Ernesto De Martino. E' una
autopunizione per aver pensato
di andare in auto a casa della
mamma, direbbe Freud. E' una
purga rivoluzionaria per
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e tornare al valore d'uso,
direbbe Karl Marx"


                  Paolo Della Sala


"Quando uno conosce bene
una cosa se ne ha a male
se qualcun altro ne parla"


                          by Cruman


"Il vero conservatore sa che
a problemi nuovi occorrono
risposte nuove, ispirate a
principi permanenti"


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  by Camelot Destra Ideale


"Una donna lo sa: le donne
adorano odiarsi. E' una cosa
vezzosa, niente di grave: solo
un po' di veleno qua e là, uno
sgambetto un sorriso e una
pugnalata alle spalle.
Non possiamo resistere"


              Annalena Benini


"Gli elettori delegano
il peccato ai potenti, così
possono immaginare
di non essere colpevoli
di nulla"


          Paolo Della Sala, again


"L'utilitarista deve nascondere
giudizi di valore da qualche
parte, per prendere decisioni
in base al suo principio,
e la teoria morale che ha
non è quindi l'utilitarismo,
ma lo specifico criterio
decisionale adottato"


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"Non c'è più nessuno
a cui sparare, signore.
Se si tratterà solo di
costruire scuole e ospedali,
è a questo che serve l'esercito?"


                   Michael Ledeen


"L'idealista è uno che,
partendo dal corretto
presupposto che le rose hanno
un profumo migliore dei cavoli,
usa le rose per fare la zuppa"


                  Antonio Martino


"Sono sempre i migliori
ad andarsene dai forum"


                           Malvino


"Sapientia deriva da assaporare,
serve altro commento che non sia
mettere in moto il pensiero,
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come sapore delle cose?"


                                 adlimina


"Se gli economisti fossero
in grado di prevedere l'economia
non sarebbero tali, cioè non
avrebbero bisogno di insegnare
per sbarcare il lunario"


                            Mario


"Chi è sovente accigliato,
chi alza spesso il ditino
ammonitore, chi giudica
severamente il mondo
è uno che nel mondo
ci si trova male"


                             Gianni Pardo


The unprofessional blog

L'autore dichiara apertamente
che gli audaci parti del suo
intelletto avrebbero bisogno
del conforto di dottrina
specialistica in più materie,
nessuna delle quali minimamente
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- sia ricordato qui una volta
per tutte - che di siffatti
scrupoli accademici è
privilegio della corporazione
dei dilettanti infischiarsene
allegramente (TNX Zamax)


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8 gennaio 2007

Apocalypto

Icastico: il senso di questo aggettivo descrive in pieno l’approccio di Mel Gibson alla regia cinematografica. Anzi, giusto per non esagerare con la sintesi chiamiamolo pure sadicamente icastico. È ovvio come la sensibilità stilistica ad alto tenore di didascalismo e di globuli rossi maturata dal Gibson regista non sia idonea a raccontare per immagini qualunque tipo di soggetto, meno che mai quelli bisognosi di sobrietà visiva, di rigore formale al limite del perfezionismo o di sapiente equilibrio nel controcampo. Lo sfrenato insistere sul sangue a fiotti e sulla carne macellata quali veicoli espressivi di una violenza estetizzata ed estetizzante, infatti, costituisce un espediente posto a naturale antitesi del pedagogismo buonista alla Paul Haggis o alla Tony Kushner (rispettivamente sceneggiatori di The Million Dollar Baby, CrashFlags of our Fathers e di Munich). Ambedue le soluzioni agevolano facili contrasti scenici tra bontà e cattiveria, instillando nel contempo la ricattatoria paturnia di non poter mettere in discussione tali partizioni etiche nette se non vergognandosi profondamente di sé. Sbozzati a colpi di mannaia gli inglesi machiavellici e ghignanti di Braveheart e di The Patriot, due film grossolani ma nel complesso efficaci, il buon Mel ha poi calcato la sua mano non proprio serafica sulla Passione di Cristo, dimostrando una volta per tutte di non avere una grande familiarità con il concetto di “finezza di gradazione”.
Detto questo, occorre tuttavia ammettere che l’australiano conosce il suo mestiere. Lo interpreta in chiave estremamente splatter/manichea e non tenta mai la scalata a chissà quali vette di virtuosismo, d’accordo, ma riesce sempre a colpire allo stomaco con un dispiegamento di tensione emotiva che, quando non si riduce solo a urtare i nervi oltrepassando gratuitamente certi livelli di guardia e di decenza, non può lasciare indifferenti. Gli stati d’animo elementari sono la sostanza di cui è fatta la sospensione d’incredulità: saperli suscitare significa saper raccontare bene. Se però i registri padroneggiati si limitano al materiale espressivo sufficiente per confezionare il classico “ammazza e scappa”, per fare un buon film basta allora conoscere i propri limiti, tenersi a debita distanza dai Profondi Dissidi di Coscienza e ripiegare su un onesto action movie a forti tinte horror come questo Apocalypto. Una trama asciutta, basata sul collaudatissimo modello della «caccia al fuggitivo», si svolge tra momentanei idilli, efferate invasioni, orrendi riti apotropaici e inseguimenti mozzafiato ambientati nell’ultimissimo mesoamerica precolombiano.
Dopo i primi venti pacifici minuti di ilare folklore tribale, la crudeltà subentra improvvisamente alla quotidianità e i ritmi di montaggio si impennano di conserva. L’apice ritmico nella giunzione del girato si manifesta in corrispondenza dell’arrivo in città dei prigionieri. Non è una scelta casuale: la rapida successione di brevi totali e parziali e di primi piani dei protagonisti, in questo specifico frangente, vuole offrire uno sbocco visivo frastornante al traumatico incontro-scontro tra i rappresentanti del mondo naturale incontaminato, prostrati e ridotti in schiavitù, e il grande agglomerato urbano. Simbolo di artificio e di massificazione, nonché formidabile collettore di calamità e depravazioni assortite, la città-stato Maya ospita una sorta di galleria degli orrori pagani. Al suo interno, il potere politico e quello religioso sono complici nell’imbonire vaste folle, piagate dalla carestia e dalla siccità, nutrendo divinità di comodo con il sangue di incolpevoli vittime sacrificali. Di questo banchetto antropofago – minaccioso frutto di una conoscenza del divino in cui Dio cerca direttamente l’uomo o ne è direttamente cercato – allo spettatore non viene risparmiato quasi nulla: estirpazione cruenta del cuore ancora palpitante previo sventramento, decapitazione e rotolamento di teste e corpi giù per i gradoni delle piramidi, improvvisati circhi gladiatori e immense discariche di cadaveri, a macabro precorrimento di future atrocità. Data la crudezza del contesto, però, perfino la rude cinepresa di Mel Gibson preferisce mantenere fuori scena le numerose estrazioni cardiache, seppure accompagnandole con eloquenti effetti sonori. La fuga dell’eroico Zampa di Giaguaro, abbinata al sensibile rallentamento del ritmo d’insieme, assume il significato di un ritorno all’armonia e alla purezza originarie, nel cui ambito la preda recupera progressivamente il ruolo di cacciatore ristabilendo un ordine naturale sovvertito con la forza e con l’imperio.
Naturalmente Apocalypto, dato il piglio sbrigativo che contraddistingue il suo artefice, non è esente da pecche di vario genere. Quando la vicenda vira all’inseguimento di tutti contro uno, la sorte dei prigionieri scampati sia al sacrificio coram populo che al successivo gioco al massacro viene lasciata irrisolta. Alcune scene, poi, evolvono in modo molto prevedibile: all’inizio si capisce benissimo che il padre di Zampa di Giaguaro sta a sua volta prendendo in giro il neosposo sterile appena messo in ridicolo dal figlio, oppure che durante il duello clou scatterà la trappola simil-vietkong anch’essa vista all’opera in apertura.
Peccati veniali che non intaccano più di tanto il buon livello di un film senz’altro destinato a dividere, ma da vedere assolutamente.

Sullo stesso film: Alessio Guzzano


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13 novembre 2006

Flags of our Fathers

Aggredire la materia narrativa, modellandone i significanti visuali con sofisticate finalità estetiche, non è la specialità di Clint Eastwood. Con gli anni, l’ex pupillo di Sergio Leone ha infatti maturato un’identità stilistica basata sulla scrupolosa trasposizione in immagini di sceneggiature da compitare alla stregua di progetti definitivi, ai quali garantire sviluppi esecutivi il più possibile conformi a ossature testuali interamente responsabili del fatto narrato. Si tratta di un approccio rischioso, poiché formalizza la sostanza scritta senza poterne e volerne prescindere in alcun modo, se non – minimamente – in fase di rifinitura. Ci sono dunque in palio capolavori assoluti come Mystic River o solenni schifezze come The Million Dollar Baby.
L’esecrabile feuilleton in guantoni bioetici che ha elevato Eastwood a dominatore incontrastato della notte degli Oscar 2005, a maggior gloria del profilo autoriale testé descritto, reca il segno dello stesso sentimentalismo pidocchioso e ricattatorio che attraversa impetuosamente anche quest’ultimo Flags of our Fathers. Non per niente il soggettista – Paul Haggis – è rimasto lo stesso.
La vicenda – posta su tre piani temporali distinti, con il presente contemporaneo a introdurre un passato intervallato da numerosi flashback guerreschi prossimali – verte sulla campagna di sensibilizzazione voluta dal governo statunitense all’indomani della cruenta battaglia di Iwo Jima. Lo sforzo bellico finale richiese il diretto contributo finanziario dei cittadini americani, spinti a sottoscrivere in massa buoni di guerra dalla tournée propagandistica affidata ai superstiti del celeberrimo alzabandiera immortalato da Joe Rosenthal. Gli è che la volontà di smitizzare la carica simbolica di quello scatto fotografico, mostrando le molte miserie e le poche nobiltà da cui ha tratto sublimazione, quale esclusivo movente filmico non solo non basta a costruire una storia appassionante. Ma è anche un viatico foriero di infortuni sintattici marchiani, per chi maneggi con eccessivo zelo decostruzionista un media naturalmente “mitopoietico” come il cinema, in quanto lo smodato utilizzo dell’anti-retorica cangia anch’esso in retorica. E di cifra particolarmente stucchevole: prove lampanti ne siano profilmici sorprendentemente rozzi (un gelato, scolpito per riprodurre in miniatura l’eroica foto, viene sommerso di salsa rosso-sangue prima di staccare su un drammatico ricordo di battaglia), metafore scontatissime (l’assalto al montarozzo di cartapesta, tra le grida belluine di uno stadio ricolmo e fuochi d’artificio tonanti come colpi di cannone, vuole banalmente raffigurare la o-scenità della guerra contrapponendola all’ingannevole trionfalismo dei rituali celebrativi) e pesanti contraddizioni in termini (perché iniettare tanta enfasi nella scena del doppio alzabandiera, con tanto di fastoso accompagnamento sonoro, se a quel momento non va allegato alcuno spessore sostanziale?).
Come se non bastasse, lo slittamento cronologico tra fatti e antefatti scompone una vicenda già volatile di suo in spezzoni narrativi che non arrangiano virtuosi incastri tramici, ma sminuzzano la fabula in sequenze sparpagliate e giuntate senza apparente costrutto. Un’esposizione a singhiozzo che impedisce allo spettatore di familiarizzare con i personaggi principali del film, presentandoli fino all’ultimo senza associarli a un pattern comportamentale definito. E quando vengono tirate le fila sulla sorte dei protagonisti – saltando di palo in frasca tra le interviste ai canuti veterani di Iwo Jima, che reggono bordone a una prolungata raffica di tronfi motteggi fuori campo – il pedagogismo targato Paul Haggis raggiunge livelli intollerabili.
Passi l’accanimento contro la magniloquenza annessa al linguaggio dell’«eterno presente» che si condensa nei miti, anche se tale fenomeno dovrebbe casomai affascinare, non insospettire, chi di mestiere sforna epos come il cineasta. Passi anche l’ambientazione astutamente funzionale a una tesi di fondo preconfezionata – il nemico, in Flags of our Fathers, spara e muore, ma non si vede quasi mai: l’espediente (che a Marzo verrà compensato da un hindsight sul versante nipponico intitolato Letters from Iwo Jima, protagonista Ken Watanabe) ammicca all’idea che i conflitti armati nascano dall’assurda pretesa di non volersi equamente spartire colpe e meriti tra contendenti, come buonismo comanderebbe. Ma veicolare questi assunti tramite una cascata di stereotipi (i politici sono cinici teatranti col sigaro all’angolo della bocca, i capi militari non si fanno problemi a sacrificare uomini pur di guadagnarsi prima possibile gli allori della vittoria, gli americani sono talmente ipocriti e opportunisti che si fabbricano eroi a gettone per poi dimenticarseli rapidamente passata la buriana) in caduta libera da uno strapiombo controfattuale invero per niente originale né scandalizzante (intuivamo già che i soldati, in guerra, non pensano alla gloria imperitura ma a salvare la pelle: cosa c’è di male? Dove starebbe il disincanto?) tradisce ampiamente la considerazione in cui Haggis deve tenere il suo pubblico: una platea di educande da indottrinare.
Non fosse che il ticket Clint Eastwood/Paul Haggis è già stato portato sugli scudi ben al di là dei suoi reali meriti artistici, questo film avrebbe tutte le carte in regola per piacere moltissimo all’Academy hollywoodiana. Al momento l’ipotesi sembra improbabile, ma l’innegabile ascendente del vecchio regista sul consesso losangelino potrebbe giocare qualche brutto scherzo alla coppia Inarritu/Arriaga.

Sullo stesso film: Colinmckenzie, Alessio Guzzano


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1 novembre 2005

The Million Dollar Baby

 Certi film vogliono far piangere. Cercano la commozione del pubblico. Ma se le intenzioni (nel nostro caso lacrimogene) non si possono processare, i risultati senz’altro sì. E quelli ottenuti da Clint Eastwood col suo film da premio Oscar sono discutibili sotto molti punti di vista.

Lasciamo perdere lo scarso realismo con cui viene rappresentato uno sport, la boxe, che contempla un insieme di complessità tecniche totalmente tralasciate nel film. Imperniare l’analisi di un film sportivo sul raffronto con la disciplina di cui tratta, magari sfoggiando la propria competenza specifica, non si discosta poi molto dall’atteggiamento di quanti, fino a non più di un anno fa, hanno attaccato Il Signore degli Anelli jacksoniano rimandando alle sue diversità rispetto al libro. Il che significherebbe, tra l’altro, postulare che il cinema debba assumere dei modelli esterni di riferimento, per aspirare ad una completa realizzazione.

Anche in questo caso, invece, la semplificazione viene sfruttata per fluidificare la metafora portante di una messinscena. Sarebbe un espediente assolutamente legittimo (parliamo di gioco della finzione, dopotutto), se solo non fosse applicato davvero miseramente come in questo caso.

Tutto l’impianto simbolico di M$B serve a convergere verso un punto di rottura che, se non costituisce un patente esempio di “colpo basso”, di sicuro appare come un trucchetto degno di miglior causa per risollevare una sceneggiatura piattissima e per sollecitare una copiosa lacrimazione. Meno male che esistono gli spoiler (benedetti spoiler!), per ripararsi l’inguine da simili scorrettezze.

Vaccinati a dovere, il film ci si mostra in tutta la sua pochezza. Prima di tutto, l’intreccio scarno non permette a Eastwood di costruire una regia asciutta su fondamenta forti, com’è nella sua filosofia. E una problematica del genere si rivela insormontabile, per un regista che non fa certo della fantasia e della creatività i suoi punti di forza. A parte un certo immobilismo della cinepresa, su tutta la visione grava il debordante ricorso alla voce “off” di Morgan Freeman, anche quando è perfettamente inutile (l’adagio sulla dinamica pugilistica degli alluci davanti alla TV) o ridondante (che la figlia di Frankie rispedisca al mittente le lettere del padre; che nella boxe si lavori di polmoni e di testa; che certe ferite non si rimarginino mai; erano concetti chiari anche senza così tante ossessive reiterazioni).

La mano di Clint, poi, seguita a sospingere una trama nata stanca mediante la stucchevole parabola del piccolo pugile con tanto cuore tormentato dal grosso pugile con tanti bicipiti, oppure con risibili quadretti familiari, o ancora cercando sollievo comico tra le sottane del prete, senza riuscirvi. Senza dimenticare l’ignobile “lancio del climax”, annunciato dalle sventure di un cane paralitico. Forse per alleggerire alcuni dialoghi successivi si poteva trovare qualcosa di meno scipito.

Va bene, contravvenire al comandamento di “proteggersi continuamente” espone al rischio di procurarsi ferite “profonde fino all’osso”. Ma tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, che può essere colmo di banalità ripetute fino alla nausea oppure di autentico pathos drammatico. A volte, fissato il “cosa”, il “come” può rivelarsi decisivo, al cinema. E anche questo è il caso, sia detto con molta delusione.

Allora perché M$B ha ricevuto quattro Oscar pesanti? E’ presto detto: perché l’Academy è un consesso di filodrammatici progressisti, molto convenzionali nei confronti del “cosa” e poco propensi a gratificare il “come”, specie se pericolosamente innovativo. Non avrò visto tutti i film della cinquina in lizza quest’anno, ma se Eastwood ne rappresenta davvero la vetta posso affermare senza tema di smentite che, ancora una volta, l’opera davvero valida di turno (“Eternal Sunshine of the spotless mind”) è stata pressoché ignorata. Povero Michael Gondry, ucciso due volte: prima dal pubblico, poi dalla suprema giuria.



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