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Non te lo chiedo per favore: non calpestarmi







Perduta nazione, avito suolo
Isole tra i monti, strade pei mari
Unico asilo ed eterno conforto
Per te prosperiamo
Liberi e reverenti





Due che hanno visto giusto





La situazione mediorientale spiegata
meglio che in mille editoriali





In memoria di Diamond
"Dimebag" Darrell
, e di tutti gli
interminabili pomeriggi di
gioventù trascorsi a sgomitare
sotto la sferza selvaggia
della sua chitarra!





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Il movimento liberale giovanile fondato e presieduto da Francesco Lorenzetti



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Il sofferto capolavoro
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Telecomgate, Prodi poteva
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Liberalizzazioni:
cosa resta da fare?

#1  #2


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#1  #2  #3


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#1  #2  #3


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#1  #2  #3  #4


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#1  #2  #3  #4  #5
#6  #7  #8  #9  #10 


IsmaelVille
#1  #2  #3  #4  #5
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Spigolature internautiche

"Uòlter Veltroni
a tajà er nastro
so' tutti bboni"

            by Giggimassi


"Far l'amore
col preservativo
è come fare il bagno
con lo scafandro"

                (Anonimo)


"Non sono né del partito
rivoluzionario né del
partito conservatore.
Ma tuttavia e dopotutto
tengo più al secondo che al
primo. Infatti dal secondo
differisco nei mezzi
piuttosto che nel fine,
mentre dal primo differisco,
insieme, nei mezzi e nel fine.
La libertà è la prima delle
mie passioni. Questa è la
verità"


      Alexis De Tocqueville
                    (by Zamax)


"Se Dio si candida,
lo stolto pensa alle elezioni
invece che al problema
dell'elezione"


            Giuliano Ferrara


"Io credo soltanto nella parola.
La parola ferisce, la parola
convince, la parola placa.
Questo, per me, è il senso
dello scrivere"


                    Ennio Flaiano
                (by Il Paroliere)


"L'ideazione di un sistema
resistente è atto creativo
che solo in parte si basa su
dati scientifici; la sensibilità
statica che lo determina, se
pure necessaria conseguenza
dello studio dell'equilibrio e
della resistenza dei materiali,
resta, come la sensibilità
estetica, una capacità
puramente personale, o per
meglio dire il frutto della
comprensione ed assimilazione,
compiutesi nello spirito del
progettista, delle leggi
del mondo fisico"


                       Pier Luigi Nervi
(Scienza o Arte del Costruire)


"L'unica cosa necessaria
per il trionfo del male
è l'inerzia dei buoni"

                         Edmund Burke
              (by Torre di Babele)


"Un governo così grande da
darti tutto quello che vuoi
è anche abbastanza grande
da toglierti tutto quello che hai"


               Barry M. Goldwater
          (by Retorica e Logica)


"L'amore è donare quello
che non si ha a qualcuno
che non lo vuole"


                     Jacques Lacan
                       (by Bernardo)


"Sono un conservatore nel
senso inteso da Hannah Arendt,
che si preoccupava della
preservazione del mondo.
Oggi comunque non c'è più
ordine costituito, ma solo
un cambiamento costituito.
La nostra sola tradizione è
il progresso. Viviamo in nome
del movimento e del
cambiamento continuo.
In questo contesto, io mi
considero un rivoluzionario,
perché ormai la sola
rivoluzione possibile è quella
che interrompe le derive
contemporanee"

               Alain Finkielkraut
                            (by Temis)


"Parliamo di politica:
quando si mangia?"


                 Alberto Mingardi


"Quella delle domeniche
a piedi è una messa rosso-
islamica, basata sulla nostalgia
del bel tempo della austerity
'regalataci' dall'Opec nel 1973.
E' un rito di espiazione e
autoflagellazione, direbbe un
Ernesto De Martino. E' una
autopunizione per aver pensato
di andare in auto a casa della
mamma, direbbe Freud. E' una
purga rivoluzionaria per
distruggere i beni di consumo
e tornare al valore d'uso,
direbbe Karl Marx"


                  Paolo Della Sala


"Quando uno conosce bene
una cosa se ne ha a male
se qualcun altro ne parla"


                          by Cruman


"Il vero conservatore sa che
a problemi nuovi occorrono
risposte nuove, ispirate a
principi permanenti"


             Giuseppe Prezzolini
  by Camelot Destra Ideale


"Una donna lo sa: le donne
adorano odiarsi. E' una cosa
vezzosa, niente di grave: solo
un po' di veleno qua e là, uno
sgambetto un sorriso e una
pugnalata alle spalle.
Non possiamo resistere"


              Annalena Benini


"Gli elettori delegano
il peccato ai potenti, così
possono immaginare
di non essere colpevoli
di nulla"


          Paolo Della Sala, again


"L'utilitarista deve nascondere
giudizi di valore da qualche
parte, per prendere decisioni
in base al suo principio,
e la teoria morale che ha
non è quindi l'utilitarismo,
ma lo specifico criterio
decisionale adottato"


                          LibertyFirst


"Non c'è più nessuno
a cui sparare, signore.
Se si tratterà solo di
costruire scuole e ospedali,
è a questo che serve l'esercito?"


                   Michael Ledeen


"L'idealista è uno che,
partendo dal corretto
presupposto che le rose hanno
un profumo migliore dei cavoli,
usa le rose per fare la zuppa"


                  Antonio Martino


"Sono sempre i migliori
ad andarsene dai forum"


                           Malvino


"Sapientia deriva da assaporare,
serve altro commento che non sia
mettere in moto il pensiero,
il ragionamento critico
come sapore delle cose?"


                                 adlimina


"Se gli economisti fossero
in grado di prevedere l'economia
non sarebbero tali, cioè non
avrebbero bisogno di insegnare
per sbarcare il lunario"


                            Mario


"Chi è sovente accigliato,
chi alza spesso il ditino
ammonitore, chi giudica
severamente il mondo
è uno che nel mondo
ci si trova male"


                             Gianni Pardo


The unprofessional blog

L'autore dichiara apertamente
che gli audaci parti del suo
intelletto avrebbero bisogno
del conforto di dottrina
specialistica in più materie,
nessuna delle quali minimamente
padroneggiata: pregasi notare
- sia ricordato qui una volta
per tutte - che di siffatti
scrupoli accademici è
privilegio della corporazione
dei dilettanti infischiarsene
allegramente (TNX Zamax)


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25 gennaio 2007

"Prodienko": torti e ragioni

La ricostruzione della connection Guzzanti-Scaramella-Litvinenko-Prodi, per il modo frammentario e contorto in cui è stata fornita dal circuito mediatico (anche e soprattutto su internet), continua a lasciarmi con numerosi dubbi irrisolti. Ne ho esposti parecchi qui, ma ne ripeto e aggiungo qualcuno in breve: la lista esaminata dall’informatore napoletano e dall’ex spia russa al sushi bar di Piccadilly Circus conteneva i nomi delle potenziali vittime di ritorsioni putiniane (come sostenuto ad esempio qui e qui) oppure un elenco di indiziati dell’omicidio di Anna Politkovskaja (vedi qui e qui)? Se la risposta giusta è la prima, perché mai Scaramella avrebbe dovuto provare tanto sconcerto – al punto da attraversare precipitosamente la Manica – leggendo il suo nome e quello di Guzzanti tra i possibili bersagli, se tale status di perseguitato gli era noto già da un anno grazie a una dritta dello stesso Litvinenko (ulteriori dettagli qui)? Se invece fosse buona la seconda, a qual pro tirare in ballo l’equivoco ruolo giocato dal faccendiere Eugenij Limarev, prima accusandolo di aver “forgiato” la mail responsabile dell’infingarda trasferta londinese di Scaramella e poi sollevandolo da ogni responsabilità in quanto strumentalizzato e manipolato dai giornalisti-fabbricatori di Repubblica? E ancora: di quale credibilità può godere l’ex consulente della Commissione Mitrokhin, con quel curriculum vitae che sembra uscito dalla penna di Maurizio Milani?
Sono poi dello stesso schietto avviso di Arturo Diaconale, quando approfitta dell’intricata faccenda per rimproverare “di sponda” a Guzzanti alcune sue innegabili idiosincrasie. Più in generale, non se ne può davvero più dei tanti orfani del sinistrismo – ex comunisti, ex PotOp, ex FGCI, ex Lotta Continua, ex PSI, radicali cannibalizzati da Pannella e quant’altro – che, approdati buoni ultimi ai meno disastrati ma culturalmente più disomogenei lidi di centrodestra, pretendono di imporre a tutta una parte politica il loro elitismo intellettuale da operetta e il loro modus operandi. Con precisi – e, dal mio punto di vista di liberalconservatore mai ricreduto, inopportuni – effetti anche sul modo di fare informazione e di rapportarsi alle proprie fasce sociali di riferimento. Da cui quella venatura di micro-settarismo rinfocolatore che contraddistingue coloro che, come ultimamente capita abbastanza spesso a Paolo Della Sala, sembrano ritenersi gli isolati depositari di una superiore comprensione della realtà di cui, “per mancanza di garantismo, per viltà, per ignoranza, o per furbizia”, il gregge dei “candidi babbioni di centrodestra” si ostinerebbe a privarsi. Anche dopo essere passati dall’altra parte della barricata politica, in pratica, taluni non perdono il vizio di voler ammaestrare masse ritenute incapaci di capire appieno e autonomamente il mondo che le circonda, e mi rincresce profondamente dover prendere a modello di questo atteggiamento proprio uno dei cinque blogger presenti sin dal mio primo giorno di “vita” tra i link disponibili a destra dello schermo.
Magari Paolo non ci crederà ma, di fronte ai primi particolari trapelati a margine di questa spy story anglo-sovietica, il mio primo pensiero fu che, di fronte alla notizia di presunti legami di Berlusconi con la CIA, si sarebbero immediatamente mobilitati i potenti mezzi della stampa più accreditata. E che Prodi, invece, avrebbe beneficiato ancora una volta del solito speciale riguardo in cui il mainstream media progressista tiene i suoi beniamini. Capirai che osservazioni risolutive. Per fronteggiare questo stato di cose, io che di sinistra non sono (mai stato) voglio poter adoperare strumenti controintuitivi diversi da quelli utilizzati dai miei avversari. Il gioco delle retoriche contrapposte – cioè delle antitesi dialettiche forzose – non mi interessa e non mi appartiene.
Quindi, prendendo visione di questo articolo pubblicato lo scorso 26 Novembre su La Repubblica (molto interessante, anche per ragioni che illustrerò in seguito), tutto mi era venuto da pensare meno che tralasciasse di specificare quale fosse stato l’argomento di discussione tra Litvinenko e gli italiani. Eccone un estratto molto significativo:

“Ho raccontato come l'Fsb, il nuovo servizio segreto russo, sia una struttura mista di intelligence e crimine organizzato. Ne ho spiegato le origini nella dissoluzione del Kgb. Ho offerto i nomi degli uomini che avevano operato in Italia, ma Mario insisteva su tre questioni.
a) Il sequestro Moro e i rapporti di Prodi con il Kgb. Mario mi raccontò che Prodi conosceva l'indirizzo dove le Br tenevano sequestrato Moro per averlo appreso durante una seduta spiritica. Mi chiese se non ritenevo che Prodi avesse appreso del covo dal Kgb. Mi chiese anche se il sequestro non fosse stato organizzato dal Kgb e se avesse addestrato le Br. Dissi che non conoscevo alcun dettaglio del sequestro e che non avevo mai sentito parlare di Prodi. Osservai soltanto che, se volevano il mio parere di esperto, era poco credibile che Prodi avesse appreso la notizia durante una seduta spiritica e che sicuramente il Kgb aveva seguito il sequestro provando ad acquisire informazioni. Io non avevo e non ho nessun tipo di prove su Prodi.
b) Le attività dei Verdi. Mario sembrava ossessionato dal gruppo dei Verdi. Non avevo particolari informazioni. Piuttosto fui io ad ascoltarlo attentamente, mentre sosteneva che dietro la loro attività politica potessero nascondersi interessi del Kgb.
c) La Olivetti. Mario voleva sapere se gli affari dell'Olivetti nell'ex Unione Sovietica nascondevano legami con il Kgb”.

Laddove a parlare in prima persona è Alexander Litvinenko (e la sottolineatura è mia): basta una lettura frettolosa, per cogliere al volo la materia del contendere, ossia le infiltrazioni dei servizi segreti sovietici negli ambienti della sinistra italiana e in particolare la posizione preminente attribuita a Prodi in questa rete di collaborazionismi. Da notare che il testo repubblichino viene presentato come la trascrizione di un colloquio tenutosi il 3 Marzo 2005 tra l’ex tenente colonnello del Kgb e alcuni inviati del quotidiano. Il nocciolo della contro-testimonianza sta in un ribaltamento di prospettiva, per cui Litvinenko dichiara di aver collaborato con la Commissione Mitrokhin solo allo scopo di evitare che suo fratello Maxim – residente a Rimini con un visto studentesco – fosse espulso in Russia e consegnato a morte certa. L’esule russo, poi, non risparmia attacchi pesantissimi a Berlusconi, accusato di aver scambiato con Putin le informazioni raccolte da Scaramella (tramite Litvinenko stesso) per ottenere “altro” in contropartita. Cosa fosse questo “altro” non è dato sapere, ma del resto è noto che l’importante è calunniare: qualcosa resta sempre.
Facciamo mente locale. Repubblica dispone di notizie scottanti già nel 2005, ma le tiene nel cassetto in vista di un loro pronto utilizzo contro i “mestatori” al soldo della Mitrokhin. Una sincronia precognitiva alquanto sospetta, tenuto conto della spendibilità preelettorale di uno scoop antiberlusconiano di tale portata. Passo fondamentale dell’articolo è però quello in cui Litvinenko afferma di non aver mai sentito parlare di Romano Prodi prima di essere interrogato da Mario Scaramella. Gli aficionados di questa vicenda non possono altresì ignorare che l’indiscrezione secondo cui Prodi sarebbe stato “l’uomo del Kgb in Italia” fu trasmessa a Litvinenko dal generale Trofimov quando, nel 2000, l’ex spia mediatava di muovere verso il Belpaese. Qui c’è qualcuno che non la conta giusta, a quanto sembra, perché delle due l’una: o Litvinenko sapeva dei trascorsi prodiani già nel 2000 o gliene ha dato contezza solo l’interrogatorio protetto con Scaramella, nel 2005. Chi è che mente?
Ieri La Repubblica ha dato alle stampe un nuovo articolo inerente la connection, stavolta per smentire l’attendibilità del video – in cui compaiono Scaramella, Litvinenko e suo fratello in veste di interprete – trasmesso Lunedì sera da Panorama della BBC. Nello speciale si dà conto precisamente della soffiata su Prodi e sulle sue implicazioni con il regime sovietico, ma i republicones sostengono si tratti di una montatura orchestrata da Scaramella nel Febbraio 2006, con relativa imbeccata di due complici per forza di cose (ancora per via del “ricatto al fratello” di cui sopra, si presume). Le date combacerebbero peraltro con quelle a cui alludeva l’eurodeputato inglese Gerard Batten nel suo celebre intervento (repetita iuvant, qui il video e qui la trascrizione) del 3 Aprile 2006.
Ora, tra il Marzo 2004 – periodo in cui Litvinenko, stando alla sbobinatura di Rep., dice di aver incontrato Scaramella per la prima volta – e il Febbraio 2006 intercorrono più di due anni. Un lasso di tempo più che sufficiente per permettere a una ex spia di sottrarre se stesso e i suoi cari alle macchinazioni occulte escogitate da Berlusconi e dai suoi sgherri. Va bene che parliamo di una “barba finta” un tantino arrugginita, stante la sequela di trabocchetti e di fregature in cui il Nostro è caduto senza mai mettersi sull’avviso, ma rimanere passivamente ostaggio dei mandatari della Mitrokhin per tutto quel tempo diventa troppo anche per lui. Uno che realizza di essere stato “usato” dagli uomini di “un piccolo bugiardo, degno della stessa considerazione che si dà al proprio cagnolino cui si dà da mangiare sotto il tavolo” (dove il grazioso attestato di stima è riferito a Berlusconi), tratte simili conclusioni organizza qualche contromossa. Non rimane a collaborare con gente che lo paga in nero e gli cripto-sequestra il fratello. Invece, secondo Repubblica, in due anni Litvinenko deve quantomeno aver dimostrato di sapersi adattare piuttosto remissivamente alle disavventure impreviste e alle consulenze sottobanco. Lui, fuggito in modo rocambolesco dalla Russia putiniana, capace di mettere al sicuro anche suo fratello in un contesto simile e ammazzato atrocemente assieme alle sue scomode verità, sarebbe stato un individuo così meschino? Si fa fatica a crederlo.
Anche le versione di Rep. tradisce discrete dosi di tendenziosità e di approssimazione logica, per farla breve. Se a questa constatazione si aggiunge che Paolo Guzzanti accusa il giornale del gruppo DeBenedetti di non disporre delle registrazioni dell’intervista postuma a Litvinenko datata 2005, il sapore della faccenda vira al fiele.
Lasciando perdere ogni mia ubbia sull’ermeneutica del giusto modo di “essere di destra”, qui abbiamo un senatore della Repubblica (italiana, beninteso) che si protesta vittima di una diffamazione a mezzo stampa mutilata del sacrosanto diritto di replica. Ma non solo: dagli attacchi di Rep. traspare la volontà di screditare le risultanze peritali dei lavori di una commissione parlamentare d’inchista con metodi estranei alle procedure democratiche. Di più: i cadaveri di Trofimov, della Politkovskaja e di Litvinenko chiedono giustizia. Ancora di più: con accuse che investono la reputazione del Presidente del Consiglio, alle prime, comprensibili cautele (da dilettante allo sbaraglio, pensavo che la grande stampa stesse attendendo il momento giusto per mettere in campo notizie di prima mano, previo vaglio di fonti informative auspicabilmente riservate ed esclusive) continua a fare seguito un silenzio che francamente inizia a preoccupare. A fronte di ipotesi che mettono pesantemente in discussione l’onorabilità dei vertici istituzionali non si può fare finta di nulla, specie ove si appartenga organicamente alle strutture di quel “quarto potere” che, per l'appunto, dovrebbe essere nella condizione di potere (e volere) guardare ai grandi temi di attualità da posti di osservazione ben più esaustivi di quelli di un blogger munito delle sue brave nozioni di riporto.
Insomma: Presidenti di Camera e Senato, testate giornalistiche rinomate, dove siete? Cosa aspettate a ristabilire un minimo di correttezza istituzionale? La democrazia è fatta di forme, sapete?

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16 settembre 2006

Telecomgate, Prodi poteva non sapere. Non è la prima volta

“Essere isolati non rende nulla”, dichiara Romano Prodi in conferenza stampa dalla Cina. Il Presidente del Consiglio, molto comprensibilmente, a latere della trasferta asiatica da lui guidata preferisce menar vanto della sensazionale lungimiranza con cui avrebbe concepito la sua strategia commerciale “sinofila”, anziché elaborare una linea difensiva appena decente per respingere le accuse di falso ideologico che gli stanno piovendo addosso.
Di sicuro, il virgolettato prodiano di cui sopra riassume in esergo la cifra più profonda del cursus vitae sin qui condotto dal professore bolognese. All’affettata bonomia del personaggio, in effetti, si abbina la spiccata propensione per l’allestimento di fitte reti di cointeressenze con il reparto economico-industriale – dote che ha favorito in modo determinante la sua irresistibile ascesa. Al talento per la connivenza si uniscono inoltre una discrezione ed un tatto assoluti nel mantenere occulto e poco controllabile il suo coté finanziario di riferimento. Praticamente una dirittura all'opposto diametrale rispetto a quella di Berlusconi, mandatario di referenti ingombranti e protagonista di un conflitto d’interessi palese oltre ogni dire.
La carriera di Borborigma come Gran Commis dell’intendenza democristiana è ricca di spunti poco commendevoli. All’Iri dal 1982 al 1989 – guarda caso, gli stessi sette anni di reggenza demitiana della DC –, al termine del mandato omette di contabilizzare il disavanzo patrimoniale della siderurgia (3000 miliardi di vecchie lire) in base ad una scappatoia statutaria e arriva a proclamarsi artefice di un risanamento dell’Istituto pari a 1263 miliardi di utile. Nel 1989, con l’incarico in scadenza e con De Mita in declino a tutto vantaggio del triangolo Craxi-Andreotti-Forlani, tenta di entrare nelle grazie del Divo Giulio svendendo la Cassa di Risparmio di Roma all’andreottiano Cesare Geronzi. L’operazione, avviata senza nemmeno procedere ad una perizia estimativa preliminare, si meriterà un’interrogazione parlamentare firmata – tra gli altri – da Franco Bassanini e Vincenzo Visco: quando si dice l’ironia del destino. Nomisma, il centro studi facente capo a Prodi, è da sempre crocevia dei più svariati affarismi: dalla casa editrice Il Mulino alle ricerche immobiliari di Gualtiero Tamburini (cugino d’un celebre salumiere bolognese), dalla compartecipazione del fu Raul Gardini alle plurimiliardarie consulenze sull’Alta Velocità mietute nel ’92. Di nuovo all’Iri, nel 1994 privatizza in blocco Credit e Comit, permettendo a MedioBanca di imporsi come attore dominante nella campagna per l’acquisto delle due banche. Solo in seguito si scoperse che il collocamento di Credit sul mercato azionario era stato appaltato in via informale a Goldman Sachs. Romano Prodi si difese affermando che, quando si era riunito il consiglio di amministrazione dell’Iri per affidare l’incarico alla Goldman Sachs, lui era uscito (per ulteriori approfondimenti sulla “Prodeide” andate qui o leggete questo post di Paolo Della Sala).
Ma non è tutto. Per completare il quadro, occorrerà ricordare che l’accusa di abuso d’ufficio irrogata a Prodi in ordine alla cessione di SME – altro pezzo pregiato nella galleria di privatizzazioni truccate che pesano sul curriculum del Professore – cadde solo grazie all’approvazione di una legge ad personam scritta nel 1997 da Giovanni Maria Flick, avvocato di fiducia appositamente nominato Guardasigilli. Poi vi sarebbe lo scandalo Eurostat, verificatosi quando l’attuale premier presiedeva la Commissione Europea: a fronte di un rilevante episodio di peculato (un ammanco di 900 mila Euri dalle casse dell’ufficio statistico europeo), Prodi chiarì di non essere mai venuto a conoscenza delle irregolarità – segnatamente contestate non a qualche faccendiere di passaggio, ma a due dirigenti di primo piano.
Evitiamo di tirare tardi ulteriormente. Basti dire che, dopo un cinquantennio di sapiente lavorio al servizio di quel cronicario per lungodegenti che furono le Partecipazioni Statali, Romano Prodi divenne specialista nel compravendere il patrimonio industriale dello stato allo scopo di servire gli interessi particolari di questo o quel maggiorente. E - contestualmente - nel negare recisamente ogni addebito.
Apro una doverosa parentesi. Se mai dovessi indicare un obiettivo enunciato con chiarezza tra le 280 pagine di sgrammaticature, luoghi comuni e preterizioni di cui si compone il programma di governo dell’Unione (vedi anche il dorso di questo blog alla voce “Per il bene dell’Italia”), quello riguarderebbe senza dubbio la linea d’indirizzo ivi adottata per pianificare la gestione delle infrastrutture di rete. Essa prevede sempre e comunque la nazionalizzazione di queste ultime, nel caso finalizzata ad un approvvigionamento di risorse sovrabbondante rispetto alla domanda: lo scopo, peraltro storicamente mai raggiunto tramite l’intervento diretto della mano pubblica, è di spezzare i monopoli bilaterali di produzione e distribuzione. Per esempio, a pag. 130 del documento si legge: “Nei servizi a rete (energia, trasporti) la proprietà delle reti deve rimanere pubblica. Nel settore cruciale dell’acqua dovranno essere assunti criteri di massima sensibilità [...]. In questo caso la distinzione tra rete e servizio e più complessa. Entrambe le funzioni dovranno dunque rimanere pubbliche”. E poi, a pag. 142: “Sicurezza di approvvigionamento e maggiore concorrenza richiedono per un verso che si rafforzi la rete interna e, per altro verso, che le società che gestiscono la rete di trasporto siano separate dalle imprese produttrici di energia e mantenute pubbliche”.
Estendendo questa piattaforma d’intenti anche al settore delle comunicazioni, il progetto di ristrutturazione “artigianale” – ancorché inoltrato su carta intestata della Presidenza del Consiglio dei Ministri – di Telecom Italia furtivamente recapitato a Marco Tronchetti Provera rientrerebbe di tutta coerenza in un disegno politico ad ampio raggio. Autore della velina, manco a dirlo circolata all’insaputa di Romano Prodi, è il reo confesso Angelo Rovati, consulente e fund raiser del Professore. In luogo dello scorporo della rete fissa di Telecom e di Tim in vista di un’alleanza multimediale con Rupert Murdoch, l’entourage del Primo Ministro preme sull’indebitato Tronchetti per una meno pretenziosa dismissione della sola rete telefonica, con conseguente transito della medesima - coi suoi 9 miliardi di valore - per la Cassa Depositi e Prestiti. Ultima tappa, una bella rivendita monotranche del pacchetto ad una platea di acquirenti giocoforza molto selezionata, come ai vecchi tempi. Nel frattempo, la libertà di movimento di Tronchetti Provera – attualmente zavorrata da 40 miliardi di passivo – si manterrebbe su livelli tali da non impensierire la cerchia prodiana nel suo lento ma inesorabile assalto al troncone “mielista” del patto di sindacato che controlla Rizzoli-Corriere della Sera. Ma Prodi non ne sapeva nulla.
Ora, senza voler conferire al sospetto della sua complicità in questa vicenda nulla più che il rango di semplice illazione – specie dopo aver lungamente rifiutato la logica perversa insita nella formula del “non poteva non sapere”, cioè quella mostruosità applicata per anni alla corrida giudiziaria contro Silvio Berlusconi –, è necessario mantenere una qualche equanimità di giudizio sul profilo biografico delle due personalità che, tra alterne fortune, hanno segnato l’avvento del bipolarismo in Italia. Il Cavaliere, non va dimenticato, è pur sempre al centro di un quadro processuale che getta un’ombra assai poco edificante sul suo passato imprenditoriale. È noto che anni fa, durante un’ispezione della Guardia di Finanza nella sede di Fininvest, Berlusconi si sia nascosto in un sottoscala fingendosi ragioniere, pur di sfuggire alle fiamme gialle. Eppure Prodi, dal canto suo, è la stessa persona che, in un saggio del ’92 intitolato Il tempo delle scelte. Lezioni di economia, scriveva: “Nella democrazia una regola non scritta molto importante è quella della separazione del potere politico dal potere economico. Quando fra questi due poteri si crea un corto circuito non c’è democrazia”.
Negli Stati Uniti, nazione sede di una mentalità e di una concezione morale lontanissime dalle nostre, basta aver raccontato una bugia alla maestra d’asilo per mettere a rischio vita natural durante un eventuale statuto di “personaggio pubblico”. Di là da ogni presunzione di innocenza, in Italia ci accontenteremmo di una via di mezzo.

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