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Non te lo chiedo per favore: non calpestarmi







Perduta nazione, avito suolo
Isole tra i monti, strade pei mari
Unico asilo ed eterno conforto
Per te prosperiamo
Liberi e reverenti





Due che hanno visto giusto





La situazione mediorientale spiegata
meglio che in mille editoriali





In memoria di Diamond
"Dimebag" Darrell
, e di tutti gli
interminabili pomeriggi di
gioventù trascorsi a sgomitare
sotto la sferza selvaggia
della sua chitarra!





Where I belong:



Il movimento liberale giovanile fondato e presieduto da Francesco Lorenzetti



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Il sofferto capolavoro
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non si fa, si fabbrica


Jin-Roh - Uomini e lupi

Cento domande sull'Islam

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La lussazione

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8 Settembre,
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Com'era il mondo

Propaganda welfare

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Tra il Dio incarnato
e il Dio incartato


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Buona l'anima,
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USA 2006:
l'America plurale


Laicità e diritto naturale,
ovvero: del cortocircuito
giacobino


La mossa del Casini

Né bio né equo
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massimamente etico


Apocalypto

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Fassino, le sberle, la rivincita

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L'antiPACStico

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Come Prodi
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Life to lifeless

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Uomini, caporali
e parlamentari


Immigrazione e libertà

L'innatismo dei predestinati

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Quel che resta della crisi

 
 
 
 
 
 
 
 
 
Liberalizzazioni:
cosa resta da fare?

#1  #2


Il punto sulle bersanizzazioni
#1  #2  #3


Un giorno di libertà
#1  #2  #3


Metabio(gen)etica
#1  #2  #3  #4


Per il bene dell'Italia
#1  #2  #3  #4  #5
#6  #7  #8  #9  #10 


IsmaelVille
#1  #2  #3  #4  #5
#6 #6.1 #7  T13


Spigolature internautiche

"Uòlter Veltroni
a tajà er nastro
so' tutti bboni"

            by Giggimassi


"Far l'amore
col preservativo
è come fare il bagno
con lo scafandro"

                (Anonimo)


"Non sono né del partito
rivoluzionario né del
partito conservatore.
Ma tuttavia e dopotutto
tengo più al secondo che al
primo. Infatti dal secondo
differisco nei mezzi
piuttosto che nel fine,
mentre dal primo differisco,
insieme, nei mezzi e nel fine.
La libertà è la prima delle
mie passioni. Questa è la
verità"


      Alexis De Tocqueville
                    (by Zamax)


"Se Dio si candida,
lo stolto pensa alle elezioni
invece che al problema
dell'elezione"


            Giuliano Ferrara


"Io credo soltanto nella parola.
La parola ferisce, la parola
convince, la parola placa.
Questo, per me, è il senso
dello scrivere"


                    Ennio Flaiano
                (by Il Paroliere)


"L'ideazione di un sistema
resistente è atto creativo
che solo in parte si basa su
dati scientifici; la sensibilità
statica che lo determina, se
pure necessaria conseguenza
dello studio dell'equilibrio e
della resistenza dei materiali,
resta, come la sensibilità
estetica, una capacità
puramente personale, o per
meglio dire il frutto della
comprensione ed assimilazione,
compiutesi nello spirito del
progettista, delle leggi
del mondo fisico"


                       Pier Luigi Nervi
(Scienza o Arte del Costruire)


"L'unica cosa necessaria
per il trionfo del male
è l'inerzia dei buoni"

                         Edmund Burke
              (by Torre di Babele)


"Un governo così grande da
darti tutto quello che vuoi
è anche abbastanza grande
da toglierti tutto quello che hai"


               Barry M. Goldwater
          (by Retorica e Logica)


"L'amore è donare quello
che non si ha a qualcuno
che non lo vuole"


                     Jacques Lacan
                       (by Bernardo)


"Sono un conservatore nel
senso inteso da Hannah Arendt,
che si preoccupava della
preservazione del mondo.
Oggi comunque non c'è più
ordine costituito, ma solo
un cambiamento costituito.
La nostra sola tradizione è
il progresso. Viviamo in nome
del movimento e del
cambiamento continuo.
In questo contesto, io mi
considero un rivoluzionario,
perché ormai la sola
rivoluzione possibile è quella
che interrompe le derive
contemporanee"

               Alain Finkielkraut
                            (by Temis)


"Parliamo di politica:
quando si mangia?"


                 Alberto Mingardi


"Quella delle domeniche
a piedi è una messa rosso-
islamica, basata sulla nostalgia
del bel tempo della austerity
'regalataci' dall'Opec nel 1973.
E' un rito di espiazione e
autoflagellazione, direbbe un
Ernesto De Martino. E' una
autopunizione per aver pensato
di andare in auto a casa della
mamma, direbbe Freud. E' una
purga rivoluzionaria per
distruggere i beni di consumo
e tornare al valore d'uso,
direbbe Karl Marx"


                  Paolo Della Sala


"Quando uno conosce bene
una cosa se ne ha a male
se qualcun altro ne parla"


                          by Cruman


"Il vero conservatore sa che
a problemi nuovi occorrono
risposte nuove, ispirate a
principi permanenti"


             Giuseppe Prezzolini
  by Camelot Destra Ideale


"Una donna lo sa: le donne
adorano odiarsi. E' una cosa
vezzosa, niente di grave: solo
un po' di veleno qua e là, uno
sgambetto un sorriso e una
pugnalata alle spalle.
Non possiamo resistere"


              Annalena Benini


"Gli elettori delegano
il peccato ai potenti, così
possono immaginare
di non essere colpevoli
di nulla"


          Paolo Della Sala, again


"L'utilitarista deve nascondere
giudizi di valore da qualche
parte, per prendere decisioni
in base al suo principio,
e la teoria morale che ha
non è quindi l'utilitarismo,
ma lo specifico criterio
decisionale adottato"


                          LibertyFirst


"Non c'è più nessuno
a cui sparare, signore.
Se si tratterà solo di
costruire scuole e ospedali,
è a questo che serve l'esercito?"


                   Michael Ledeen


"L'idealista è uno che,
partendo dal corretto
presupposto che le rose hanno
un profumo migliore dei cavoli,
usa le rose per fare la zuppa"


                  Antonio Martino


"Sono sempre i migliori
ad andarsene dai forum"


                           Malvino


"Sapientia deriva da assaporare,
serve altro commento che non sia
mettere in moto il pensiero,
il ragionamento critico
come sapore delle cose?"


                                 adlimina


"Se gli economisti fossero
in grado di prevedere l'economia
non sarebbero tali, cioè non
avrebbero bisogno di insegnare
per sbarcare il lunario"


                            Mario


"Chi è sovente accigliato,
chi alza spesso il ditino
ammonitore, chi giudica
severamente il mondo
è uno che nel mondo
ci si trova male"


                             Gianni Pardo


The unprofessional blog

L'autore dichiara apertamente
che gli audaci parti del suo
intelletto avrebbero bisogno
del conforto di dottrina
specialistica in più materie,
nessuna delle quali minimamente
padroneggiata: pregasi notare
- sia ricordato qui una volta
per tutte - che di siffatti
scrupoli accademici è
privilegio della corporazione
dei dilettanti infischiarsene
allegramente (TNX Zamax)


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20 luglio 2007

Un doge gay-friendly

Rispondendo a una domanda sul tema della famiglia – posta forse un po’ fuori contesto, essendogli stata rivolta a margine della presentazione pubblica di un rapporto economico – il presidente della regione Veneto, Giancarlo Galan (FI), ha dichiarato: “In molti paesi dell’Est gli orfani sono tenuti in strutture più simili a lager che a orfanotrofi. Condizioni inaccettabili e scandalose. Piuttosto che condannare questi bimbi a una permanenza in simili lager, io sono favorevole a dare la possibilità anche alle coppie gay di poter adottare un bambino” [fonti qui e qui].
Alessandro Zan, presidente dell’arcigay veneta e interprete di un modello nel contempo risoluto e composto di militanza omosessuale (non per nulla Cecchi Paone ebbe a definirlo “democristiano dentro”), ha così commentato l’esternazione di Galan: “Il tema è sicuramente delicato. Certo le dichirazioni di Galan rompono un grande tabù trasversale visto che il segretario dei Ds Piero Fassino aveva espresso una posizione più arretrata di quella del presidente veneto” [fonte].
Mi trovo sostanzialmente d’accordo con il presidente di regione, e non da ieri, purché l’estensione del diritto di affidamento ai gay non intacchi la coerenza logica del discorso normativo pregresso in materia di legislazione familiare. L’assegnazione di minori a coppie omosessuali non può prescindere dalla comprensione, da parte dell’affidato, di essere accolto da una struttura affidataria che non rispecchia l’ordine naturale della procreazione, ma che si “limita” a offrirgli cure e opportunità impensabili all’interno di un orfanotrofio. La ragionevole presunzione di questa presa di coscienza in merito alla non-putatività della nuova sistemazione necessiterebbe forse di un limite di età, ma dopotutto su queste tecnicalità specialistiche non è impossibile trovare un ragionevole compromesso nelle opportune sedi legislative.
Il pieno riconoscimento dei diritti individuali ai gay, più in generale, si dovrebbe esprimere attraverso l’abbattimento delle barriere all’accesso nell'ambito delle “formazioni sociali”, di cui peraltro all’Art. 2 della costituzione italiana. Entro tale definizione, pertanto, ricadrebbe anche la regolare apertura di una casa-famiglia, ovviamente dietro il soddisfacimento degli stringenti requisiti psico-attitudinali richiesti per analoghi motivi anche agli eterosessuali.

Fuori tema, ma sempre a proposito di libertà civili, sottoscrivo dalla prima all’ultima riga questo editoriale antiproibizionista di Marco Taradash.




23 gennaio 2006

I segreti di Brokeback Mountain

Mentre osservava i suoi valorosi militi fiumani rompere le righe mano nella mano, Gabriele D’Annunzio, ben lungi dallo scandalizzarsi, esprimeva soddisfazione. “Guarda i miei soldati! Se ne vanno a coppie, come nella legione tebana!”, commentava estasiato il Vate. Già, la legione tebana. A dispetto delle molte ridicole caricature che si sentono solfeggiare in proposito - soprattutto sulla bocca degli intellettualoidi che colorano di ribellismo antiborghese la mentalità e le abitudini tipiche di contesti culturali lontanissimi dal nostro - i costumi sessuali greco-romani si limitavano “solo” a promuovere senza troppi complimenti la distinzione tra sessualità e famiglia. Laddove la dimensione matrimoniale forniva il luogo destinato alla riproduzione “civilizzata” (cioè garantiva un minimo di criterio per l’attribuzione della paternità), il concubinato arricchiva gli affetti extrafamiliari nel connubio tra amplesso e virtù intellettuale. E si consumava nella stragrande maggioranza dei casi tra uomini semplicemente perché, all’epoca, il quoziente intellettivo femminile non doveva godere di grandissima considerazione presso gli esteti dell’amor guerriero. Altro che progressismo ante litteram, altro che femminismo in nuce. Anzi, era proprio la patente accettazione della diversità tra i molti livelli dell’erotismo che impediva anche solo di concepire una loro equiparazione a norma di legge  - infatti, eccettuati i lazzi di Nerone, non si ha notizia di alcun matrimonio gay celebrato nell’antichità.
La corretta messa in scena del “milieu erotico” appena descritto, al cinema, è merce rara. Unica nota positiva ravvisabile in Alexander di Oliver Stone, al contrario l’ignoranza del concetto di “omoaffettività” copre ulteriormente di ridicolo un kolossal semiserio come Troy (in cui Achille e Patroclo diventano pudicamente cugini).
Ebbene, con Brokeback Mountain (Leone d’oro a Venezia e pluripremiato ai Golden Globes di lunedì scorso) la settima arte guadagna una pietra miliare assoluta, per quel che riguarda il racconto dell’amore gay sul grande schermo. Complice l’impeto inarrestabile di un’alchimia esplosa tra le vallate del Wyoming, i cowboy Jake Gyllenhaal e Heath Ledger - moderni opliti nella nazione erede di Sparta, Atene e Gerusalemme - si scoprono capaci di una passione che riecheggia l’abbraccio tra Achille e Patroclo, tra Alessandro ed Efestione. Anche dopo aver imboccato con risolutezza la strada della normalità matrimoniale, infatti, per entrambi l’adulterio clandestino rimane l’unico appuntamento da attendere col fiato sospeso, tra i molti obblighi di facciata imposti dall’insieme di convenzioni sociali marchiate sulle due facce  - civiltà e ipocrisia - della stessa medaglia antropologica.
Una regia volutamente essenziale evita di succhiare tensione al dramma di due innamorati in costante attrazione, ma separati per scelta; le sobrie inquadrature esplorano abbracci forzuti e camicie stropicciate, fino ad addentrarsi in un coito traumatico, al limite della rissa, posto a suggello di una sensualità scoperta all’improvviso e sempre vivace, mascolina, giovanile. La vicenda amorosa si snoda lungo vent’anni di quotidianità - simulati con l’invecchiamento palesemente “da camerino” dei protagonisti (niente cerone a Ledger e un po’ di grigio sulle tempie di Gyllenhaal) – durante i quali l’impossibilità di coronare nella pienezza familiare un sogno d’amore assume sempre più le forme e i contorni di una gabbia di “forza maggiore” dolente e disperata.
La sottotrama riservata alla seconda relazione etero di Ennis (Ledger) e un finale un po’ slabbrato sottraggono forse compattezza all’insieme, ma non fanno che intaccare a malapena un’avventura di formidabile temperamento drammatico e, in un paio di frangenti, perfino visionario (Jack/Gyllenhaal che si addentra nell’oscurità di un vicolo in compagnia di un viado messicano; l’epilogo in flashback in bilico tra verità e immaginazione). Il film s’azzarda a raccontare una realtà complessa, sicuramente antipatica (almeno stando a quel che ho letto in giro) ai fautori di una visione stereotipata dell’omosessualità e degli omosessuali, in cui trionfano le mossette frocie di checche tremebonde e cagasotto, condannate più o meno geneticamente ad un’unica alternativa “di letto” sin dalla nascita. Diciamo che c’è poca trippa, per i “gatti” che vagheggiano di trasformare il mondo in un mosaico di ghetti etnico-sessuali ermeticamente sigillati; mentre al film di Ang Lee si possono attingere le radici di un realismo salubre e sofferto, di cui Dio solo sa quanto bisogno si senta di questi tempi. Se l’antifona non riesce gradita, comunque, c’è sempre Almodòvar.
Direi che se non dovesse essere Oscar questo, sarebbe lecito ritirare ogni rimasuglio della pur scarsa fiducia ancora riposta nell’Academy losangelina.




19 novembre 2005

Religione e omosessualità - Condannati per reato d'opinione

Pietro Castagneri su Libertari.org

Un pastore evangelico, Stephen Boissoin, è l'ennesimo ministro di culto cristiano denunciato davanti alla Commissione dei diritti umani di Alberta (Canada) per essersi espresso contro lo stile di vita omosessuale. Boissoin è stato incriminato per aver pubblicato una lettera nella quale ha denunciato l'omosessualismo come immorale e pericoloso, sostenendo che da quando è stato approvato il cosiddetto "matrimonio omosessuale", i temi omosessualisti sono stati inclusi nei programmi educativi e scolastici, abbracciando ogni insegnamento. "I bambini di 5-6 anni soffriranno un danno psicologico e fisiologico forse irreparabile per le letture e le immagini che dovranno vedere a causa di questi nuovi diritti", ha affermato il pastore nella lettera. Boissoin, sposato e con 2 figli piccoli, si difende da solo perchè non ha soldi per pagare un avvocato. Gli attivisti omosessualisti esigono una ritrattazione sullo stesso organo di informazione. ll pastore non è disposto alla ritrattazione e rischia di essere condannato al carcere. Tra le altre cose, quello che gli attivisti omo-sessualisti non perdonano al pastore è che per causa sua vari adolescenti abbiano abbandonato l'omosessualità e la bisessualità. Il tribunale, che non ha ancora ascoltato la sua difesa, ha già condannato il pastore a pagare 5000 dollari a un omosessuale che si "è sentito ferito dalla sua lettera" e altri 2000 dollari al gruppo pro gay EGALE Canada. Boisson, perseguitato per difendere la verità, ha dichiarato alla stampa "confido in Dio, sicuramente sarò condannato, ma nonostante ciò sono molto felice per quello che sta succedendo". In Svezia, il 29 giugno del 2004, è stato condannato ad un mese di carcere un pastore protestante per aver osato criticare, con citazioni tratte dalla Bibbia, il "matrimonio omosessuale". Si tratta della prima sentenza, in Svezia, poi annullata in appello ed attualmente all'esame della Corte Suprema, che considera il dissenso verso il matrimonio omosessuale come un incitamento all'odio razziale. Tale progetto contro la libertà di pensiero e di religione viene portato avanti anche in altri stati europei. In Francia, 26 organizzazioni di Sinistra hanno firmato un Manifesto per dare vita ad una "strategia repressiva e preventiva" contro il cosiddetto razzismo omofobico: per razzista omofobico si intenderebbe chi privilegia la famiglia tradizionale ed esprime il suo dissenso verso la pratica e la teoria omosessuale. Il primo razzista omofobico, secondo tale concetto, sarebbe il Papa e il primo testo tacciato di razzismo omofobico sarebbe il Catechismo della Chiesa. In Italia se il Pontefice, e con lui i fedeli cattolici, non vengono oggi incriminati è perché, con la caduta del Governo D'Alema, è stato accantonato il progetto di legge n. 6582, presentato il 23 novembre 1999, primo firmatario proprio l'allora Presidente del Consiglio Massimo D'Alema insieme al Ministro per le Pari Opportunità Laura Balbo, affiancato dal Testo Unificato del 1 luglio 1999 riguardante le Disposizioni per la prevenzione e la repressione delle discriminazioni motivate dall'orientamento sessuale. Questi disegni di legge prevedevano sanzioni penali non solo per chiunque esprimesse pubblicamente critiche su una qualunque pratica sessuale, ma anche per chi partecipasse ad "associazioni, movimenti o gruppi, o presta assistenza alle loro attività" ritenute "incitamento alla discriminazione per motivi di orientamento sessuale", che deve essere punito "per il solo fatto della partecipazione all'assistenza, con la reclusione da sei mesi a quattro anni" (art. 2 del Testo Unico).

Se a qualcuno interessasse un esempio di come il dogmatismo dialettico marxista possa reincarnarsi sotto spoglie apparentemente liberali, eccolo servito. La rigenerazione liberal-radicale del sinistrismo ormai è moneta corrente, spesa sugli scenari politici internazionali e quasi sempre brandita stringendo una rosa nel pugno. Ma la saldatura tra progressismo e marxismo camuffato non si ferma certo alle analogie iconografiche, naturalmente. Questo articolo mostra che l'internazionalismo rimane il nocciolo di un prontuario ideologico globale, incurante delle diversità geografiche e culturali. La libertà, da bussola individuale per direzionare il libero arbitrio, diventa un obbligo coercibile. Esattamente come lo strumento teoretico più frequentemente attribuitole dai suoi fautori tardivi: il relativismo, che da habitus conoscitivo diventa il cardine di una teleologia nichilista dell'esistenza. Se tutte le proposizioni si equivalgono, infatti, una sola si tiene: che tutto è relativo, cioè che nulla si tiene. A negare tale assunzione di fondo, stando all'idea di perequazione giuridica accarezzata da certi "liberali", ci si merita anche l'incriminazione formale davanti ad un tribunale etico (?) di stato.
Il liberale "di vecchio conio", invece, continua a difendere e stimare i suoi simili a prescindere dalle loro categorie di appartenenza e senza dover per forza essere d'accordo su tutto, ma rinvenendo nel confronto pacifico un impulso alla libertà autentica. Quella di valorizzare ciò che si fa e come lo si fa, non di conferire rilievo giuridico (perfino penale) alla salvaguardia di ciò che si è.




16 ottobre 2005

Alexander

Alcuni cineasti hanno costruito film ingenui e puerili sulla genialità (Will Hunting - genio ribelle), sull’emancipazione femminile (L’albero di Antonia), sull’identità italo-americana (Summer of Sam), o ancora sul culto della latinità (L’attimo fuggente). E quando un regista smarrisce il contatto con la proponibilità del suo lavoro, i casi sono due. O le aspettative riposte nella realizzazione di un sogno d’infanzia fagocitano ogni speranza di lucidità in fase di script, oppure l’ansia di contrabbandare per oggettivi i propri convincimenti personali mette in cortocircuito le ipotesi con le tesi, il presente con il passato.

Oliver Stone, in aggiunta a tale coppia di premesse, sconta dei grossi problemi nell’affrontare le psicologie ingombranti. Il suo Nixon è un maniaco squilibrato e sadico, un villain dal fascino perverso, non certo un presidente americano credibile. Jim Morrison, nell’avventurosa biografia dedicatagli con “The Doors”, assomiglia più ad una rivisitazione di Baudelaire in salsa californiana che ad un figlio della beat generation puro e semplice (Ray Manzarek, tastierista della band, un volta dichiarò che “se fosse stato davvero così, saremmo durati una settimana o poco più”).

D’altro canto la sciocca idea che, per impersonare l’epica del “condottiero”, basti imbottire un personaggio di fregnacce retoriche sulla morte da sconfiggere e di ardore erotico sotto le coltri, di per sé, può benissimo funzionare per inchiodare il pubblico alle poltroncine in sala. Dopotutto, se “Il Gladiatore” di Ridley Scott ci ha raccontato con successo che il tipico generale romano era un muscoloso spadaccino da combattimento...

Piuttosto bisognerebbe evitare di attardarsi sulla contrapposizione tra i sandal movies, che rispecchierebbero l’atavico deficit culturale degli americani tronfi di hamburger, e le “opere incomprese” perché fondate su chissà quale spessore estetico elevato. Infatti la semplificazione connessa al linguaggio del cinema ci dovrebbe aver insegnato che l’espediente scenico è sempre in agguato.

Never complain, never explain, recita un vecchio adagio hollywoodiano: più il dialogo consuma le immagini, più i contenuti diventano confusi, più si è costretti a chiarirli in conferenza stampa. Il film che nelle intenzioni del regista avrebbe dovuto riscattare l’imperialismo macedone, si rivela debolissimo proprio laddove cerca di rintracciare visivamente la coerenza tra il carisma dell’ellenismo e le sue ripercussioni sul mondo antico.

Se doveva essere l’accuratezza della ricostruzione lo strumento principale di una simile (titanica!) indagine, l’elenco di alcune delle inesattezze presenti all’interno della pellicola in questione, forse, servirà a ridimensionare questo genere di presupposti concettuali. Le sviste hanno tutte un comune denominatore: l’involontaria messa in ridicolo dei persiani, cioè proprio l’effetto da evitare a tutti i costi, per il film che doveva sottolineare l’assimilazione culturale illuminata condotta da Alessandro.

Si parte con Gaugamela, laddove non si può non ribadire che l’esercito di Dario III viene assurdamente raffigurato come una ciclopica masnada allo sbando, per non tacere della ridicola parodia dei generali achemenidi messa in scena. Tutto il loro abbigliamento, copricapi e uniformi, suggerisce un fortissimo legame con la cultura araba, che nulla ha a che vedere con la ben più antica tradizione indo-iraniana. Si prosegue con la confusione e proposito delle capitali; il persistente riferimento a Babilonia perpetra un colpevole inganno ai danni dello spettatore, visto che all’epoca dei fatti la sede dell’impero era Persepoli. Sembra quasi che le due città fossero intercambiabili, quindi che un barbaro valesse l’altro.

E la distruzione della stessa Persepoli, e la progressiva “orientalizzazione” del macedone? Sparite, ma quel che stupisce maggiormente è la rievocazione della principessa Roxane, interpretata da un’attrice di colore. Il nome della sposa deriva dal persiano arcaico “rokh-shawn”, ovverosia “di pelle chiara”: la moglie di Alessandro, infatti, fu prescelta tra la tribù dei sarmati, abitanti all’incirca dell’attuale Ossezia (Caucaso meridionale). La lista di strafalcioni si prolungherebbe, poi, passando in rassegna gli inventatissimi abiti nuziali simil-burqa della principessa, oppure il sapore arabeggiante della colonna sonora, in un irriguardoso crescendo di affronti all’identità iraniana.

Cantonate, queste, che stracciano senza speranza il biglietto da visita “historically correct” di Alexander, così come ogni sua pretesa da “ponte interculturale”. A maggior ragione se si pensa alle contestuali, velate tensioni diplomatiche alimentate dal film presso l’Iran, le cui autorità hanno perfino sospettato Stone di intelligenza con la propaganda anti-ayatollah di marca bushista...

Dice: va bene, però siamo al cinema, mica in un’aula di università. Verissimo, ragione in più per abbandonare la sterile polemica tra americani sempliciotti e regista erudito, tra cinema d’intrattenimento e arte d’élite, magari imbastita per impreziosire il velleitario parallelismo tra cronaca recente e storia antica paventato da Stone. Nelle sue interviste il regista ci ha spiegato che, mentre Alessandro ha inteso conquistare senza soggiogare, oggi il presidente Bush se ne impipa dell’altrui dignità. Ottimo esempio del cortocircuito concettuale di cui sopra, lo sguardo al passato con gli occhi del presente ha due conseguenze: rivela il candore fanciullesco - nonché militante - dell’autore e provoca il naufragio dell’intera operazione.

La prima conclusione nasce da una considerazione di carattere storico. Chiunque abbia costruito la sovranità allargata di una civiltà - col ferro, col denaro, con la cultura, con la tecnologia -, ha immancabilmente annunciato di voler salvare il mondo e di intraprendere una campagna di pacificazione universale. E tutti i conquistatori si sono attorniati di sapienti e pensatori di prim’ordine, pur di sostenere i loro progetti anche sul piano culturale e teorico.

I romani dovevano liberare il mondo e civilizzarlo con la spada, dicevano gli stoici. Un paio di millenni più tardi, il prometeo Napoleone finì incatenato a Sant’Elena per aver tentato di offrire l’autodeterminazione alle nazioni, dicevano gli illuministi. L’Impero Britannico giungeva dove la barbarie ne invocava l'intervento: era il fardello dell’uomo bianco, diceva - tra gli altri - Kipling. La razza ariana doveva trovare il suo spazio vitale a spese delle stirpi vassalle e costruire la pace germanica, diceva la dottrina eugenetica nazista. Quello americano è un impero basato sul consenso, dicono oggi i falchi neoconservatori. Dalla notte dei tempi, chi ha sfidato il mondo ha proclamato di essere stato chiamato ad emendare le sofferenze dell’umanità. E’ compito della memoria storica valutare con quanta sincerità o efficacia - anche se coi nazisti mi pare che non possano esserci troppi dubbi -, ma il meccanismo che genera il dominio è e rimarrà sempre lo stesso. E quando i greci facevano ciò che oggi si rimprovera agli americani - cioè produrre miti e, en passant, estendere la loro sfera d’influenza - il concetto era altrettanto chiaro.

Queste riflessioni conducono al cuore del fallimento filmico di Oliver Stone. Nato per dimostrare a suon di prediche interminabili l’indimostrabile primato dell’imperialismo “a fin di bene”, poteva almeno svelare l’arcana magia che concede al condottiero di incarnare lo spirito della Storia e la volontà del suo popolo. Nulla di inarrivabile, se si pensa che anche un film tutto sommato modesto come Braveheart ci è riuscito discretamente. Invece questo Alessandro ipertricotico ripropone l’idea infantile di eccezionalità che, come detto, aveva già abbondantemente segnato l’opera di Oliver Stone in passato. Che un idolo giovanile ante litteram, spiato dal buco della serratura mentre si destreggia col solito campionario di romantici tormenti, possa approfittare della sua posizione per guidare un’armata alla guerra, sbraitando di tanto in tanto qualche pillola di filosofia e cedendo alla tentazione di depilarsi regolarmente  le gambe, è una visione talmente farsesca da far gridare all’americanata camp.

Difatti il sostrato ideale dell’avventura alessandrina è appeso alla voce dell’anfitrione Anthony Hopkins, la sola in grado di fornire le chiavi di lettura necessarie per spiegare la molta benevolenza nei confronti di un uomo che, senza le dovute spiegazioni, apparirebbe solamente come un despota isterico e ostinato, per di più continuamente contestato dai suoi stessi luogotenenti. Lo script, come accade spesso con i progetti inseguiti fin dall’infanzia, deborda di parole che dovrebbero annettere il pubblico ad un rapporto intimo con i sentimenti del cineasta, così prodigo dinanzi alla musa di tutta una vita. L’esondazione verbale ha invece un effetto narcotico, esattamente opposto al brivido di partecipazione emotiva che solo il “mostrato” può procurare, al cinema.

Peccato al cubo, perché sul fronte del “racconto per immagini” la mano del maestro si intravede comunque, per quanto soffocata da un impianto narrativo prolisso oltre ogni limite. L’occhiata rivelatrice tra Alessandro ed Efestione a proposito della morte di re Filippo, così come l’inquadratura sugli strumenti chirurgici poco prima dell'abbattimento di un ferito grave, sono esempi di una regia sapiente. Oppure la fotografia, che procede verso un costante sgranamento tanto più la conquista si spinge all’eccesso, con gli stacchi di montaggio a sottolineare il contrasto. Il pluricitato sopravvento del rosso nel finale, poi, accompagna la caduta dell’imperatore e del suo sogno con un pregevole tocco di creatività.

Ma le note positive evaporano, se confrontate con i guasti provocati dalle disgraziate "condizioni al contorno" che incombono su tutta l’operazione. I dialoghi, sovraccarichi di pretese letterarie e chiarificatrici, spesso sconfinano nel naif (“Vieni Bucefalo, cavalchiamo verso il destino”) o nella comicità involontaria (a proposito di camp: “Tieni ancora la testa inclinata, come un cervo che ascolta il vento”). Il gigantismo del copione ha delle ricadute deleterie sulla recitazione che, spesso privata dell’effetto di presa diretta, degenera nel teatrale alla moviola. E quest’ultimo va saputo reggere: Val Kilmer è un attore discreto e se la cava bene, ma Colin Farrell è abulico, mentre Angelina Jolie è inguardabile (professionalmente, beninteso).  

Se la strettoia logica tra attualizzazione e storicità genera l’ingorgo espressivo sin qui descritto, essa ha anche il merito di aver saputo restituire il rapporto tra Alessandro ed Efestione con una certa pertinenza. Le vicissitudini tra i due, con qualche cautela, rispecchiano quella che poteva essere la “omoaffettività” in epoca classica. Non a caso scontentando sia gli odierni progressisti, i quali reclamavano un dramma convenzionale e scabroso sulle rivendicazioni gay, sia la destra cristiana d’oltreoceano, forse un po’ confusa sulla cronologia in generale. Ben fatto, anche se questo equilibrio è figlio dello stesso collo di bottiglia concettuale che ha stretto Oliver Stone lungo tutta l’opera, da una parte proteso verso un’impossibile coerenza tematica e dall’altra impegnato a restituire un coinvolgimento emotivo personale e, in quanto tale, attualissimo.

Inutile dire che il giudizio maturato nei confronti di questo film non fa che accrescere le mie riserve sul genere biopic in particolare, e sul viatico della serie “sogni d’infanzia” dei registi in generale. Il timore per King Kong sta virando all’angoscia: Peter, smentiscimi tu!

 

 “La storia di una nazione, come la storia degli individui, consiste più in ciò che si è dimenticato che in ciò che si ricorda” - Josip Brodskij



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