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Non te lo chiedo per favore: non calpestarmi







Perduta nazione, avito suolo
Isole tra i monti, strade pei mari
Unico asilo ed eterno conforto
Per te prosperiamo
Liberi e reverenti





Due che hanno visto giusto





La situazione mediorientale spiegata
meglio che in mille editoriali





In memoria di Diamond
"Dimebag" Darrell
, e di tutti gli
interminabili pomeriggi di
gioventù trascorsi a sgomitare
sotto la sferza selvaggia
della sua chitarra!





Where I belong:



Il movimento liberale giovanile fondato e presieduto da Francesco Lorenzetti



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Religione e omosessualità -
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Ipocralismi
(ipocrisie e moralismi)


Il sofferto capolavoro
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Ciò ch'è fatto è reso


La guerra infinita,
l'ipocrisia al governo

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Multilateralismo dalemiano:
molta astuzia, poca prospettiva

8 Settembre,
festa degli ondivaghi


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Propaganda welfare

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Telecomgate, Prodi poteva
non sapere. Non è
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Tra il Dio incarnato
e il Dio incartato


Più tasse per tutti.
E più inflazione

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Ipotesi su Gesù

Buona l'anima,
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Laicità e diritto naturale,
ovvero: del cortocircuito
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Liberalizzazioni:
cosa resta da fare?

#1  #2


Il punto sulle bersanizzazioni
#1  #2  #3


Un giorno di libertà
#1  #2  #3


Metabio(gen)etica
#1  #2  #3  #4


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#1  #2  #3  #4  #5
#6  #7  #8  #9  #10 


IsmaelVille
#1  #2  #3  #4  #5
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Spigolature internautiche

"Uòlter Veltroni
a tajà er nastro
so' tutti bboni"

            by Giggimassi


"Far l'amore
col preservativo
è come fare il bagno
con lo scafandro"

                (Anonimo)


"Non sono né del partito
rivoluzionario né del
partito conservatore.
Ma tuttavia e dopotutto
tengo più al secondo che al
primo. Infatti dal secondo
differisco nei mezzi
piuttosto che nel fine,
mentre dal primo differisco,
insieme, nei mezzi e nel fine.
La libertà è la prima delle
mie passioni. Questa è la
verità"


      Alexis De Tocqueville
                    (by Zamax)


"Se Dio si candida,
lo stolto pensa alle elezioni
invece che al problema
dell'elezione"


            Giuliano Ferrara


"Io credo soltanto nella parola.
La parola ferisce, la parola
convince, la parola placa.
Questo, per me, è il senso
dello scrivere"


                    Ennio Flaiano
                (by Il Paroliere)


"L'ideazione di un sistema
resistente è atto creativo
che solo in parte si basa su
dati scientifici; la sensibilità
statica che lo determina, se
pure necessaria conseguenza
dello studio dell'equilibrio e
della resistenza dei materiali,
resta, come la sensibilità
estetica, una capacità
puramente personale, o per
meglio dire il frutto della
comprensione ed assimilazione,
compiutesi nello spirito del
progettista, delle leggi
del mondo fisico"


                       Pier Luigi Nervi
(Scienza o Arte del Costruire)


"L'unica cosa necessaria
per il trionfo del male
è l'inerzia dei buoni"

                         Edmund Burke
              (by Torre di Babele)


"Un governo così grande da
darti tutto quello che vuoi
è anche abbastanza grande
da toglierti tutto quello che hai"


               Barry M. Goldwater
          (by Retorica e Logica)


"L'amore è donare quello
che non si ha a qualcuno
che non lo vuole"


                     Jacques Lacan
                       (by Bernardo)


"Sono un conservatore nel
senso inteso da Hannah Arendt,
che si preoccupava della
preservazione del mondo.
Oggi comunque non c'è più
ordine costituito, ma solo
un cambiamento costituito.
La nostra sola tradizione è
il progresso. Viviamo in nome
del movimento e del
cambiamento continuo.
In questo contesto, io mi
considero un rivoluzionario,
perché ormai la sola
rivoluzione possibile è quella
che interrompe le derive
contemporanee"

               Alain Finkielkraut
                            (by Temis)


"Parliamo di politica:
quando si mangia?"


                 Alberto Mingardi


"Quella delle domeniche
a piedi è una messa rosso-
islamica, basata sulla nostalgia
del bel tempo della austerity
'regalataci' dall'Opec nel 1973.
E' un rito di espiazione e
autoflagellazione, direbbe un
Ernesto De Martino. E' una
autopunizione per aver pensato
di andare in auto a casa della
mamma, direbbe Freud. E' una
purga rivoluzionaria per
distruggere i beni di consumo
e tornare al valore d'uso,
direbbe Karl Marx"


                  Paolo Della Sala


"Quando uno conosce bene
una cosa se ne ha a male
se qualcun altro ne parla"


                          by Cruman


"Il vero conservatore sa che
a problemi nuovi occorrono
risposte nuove, ispirate a
principi permanenti"


             Giuseppe Prezzolini
  by Camelot Destra Ideale


"Una donna lo sa: le donne
adorano odiarsi. E' una cosa
vezzosa, niente di grave: solo
un po' di veleno qua e là, uno
sgambetto un sorriso e una
pugnalata alle spalle.
Non possiamo resistere"


              Annalena Benini


"Gli elettori delegano
il peccato ai potenti, così
possono immaginare
di non essere colpevoli
di nulla"


          Paolo Della Sala, again


"L'utilitarista deve nascondere
giudizi di valore da qualche
parte, per prendere decisioni
in base al suo principio,
e la teoria morale che ha
non è quindi l'utilitarismo,
ma lo specifico criterio
decisionale adottato"


                          LibertyFirst


"Non c'è più nessuno
a cui sparare, signore.
Se si tratterà solo di
costruire scuole e ospedali,
è a questo che serve l'esercito?"


                   Michael Ledeen


"L'idealista è uno che,
partendo dal corretto
presupposto che le rose hanno
un profumo migliore dei cavoli,
usa le rose per fare la zuppa"


                  Antonio Martino


"Sono sempre i migliori
ad andarsene dai forum"


                           Malvino


"Sapientia deriva da assaporare,
serve altro commento che non sia
mettere in moto il pensiero,
il ragionamento critico
come sapore delle cose?"


                                 adlimina


"Se gli economisti fossero
in grado di prevedere l'economia
non sarebbero tali, cioè non
avrebbero bisogno di insegnare
per sbarcare il lunario"


                            Mario


"Chi è sovente accigliato,
chi alza spesso il ditino
ammonitore, chi giudica
severamente il mondo
è uno che nel mondo
ci si trova male"


                             Gianni Pardo


The unprofessional blog

L'autore dichiara apertamente
che gli audaci parti del suo
intelletto avrebbero bisogno
del conforto di dottrina
specialistica in più materie,
nessuna delle quali minimamente
padroneggiata: pregasi notare
- sia ricordato qui una volta
per tutte - che di siffatti
scrupoli accademici è
privilegio della corporazione
dei dilettanti infischiarsene
allegramente (TNX Zamax)


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31 agosto 2007

Gli interrogativi di Walter

Rilasciando una pluricitata intervista al Corsera, Walter Veltroni ha rotto gli indugi sul fronte dell’understatement ecumenico e ha assunto la posa del decisionista con le idee chiare. Il sindaco di Roma dichiara infatti: “non ho timore di decidere... Si ascolta, si consulta, si tratta; ma, alla fine, si decide”. E ancora, a margine del suo incontro con il presidente del Consiglio di qualche giorno prima, altrettanto commentato: “Non si può giustificare la vaghezza o l'ambiguità del programma, in nome del feticcio dell'unità della coalizione... in nessuna grande democrazia europea sarebbe immaginabile presentarsi agli elettori con una coalizione priva dei requisiti minimi di coesione interna, tali da rendere credibile la sua proposta di governo”.
Sono parole che si prestano ad almeno tre livelli di lettura. Uno è quello tattico: spezzando l’asfittica triangolazione tra la cerchia prodiana e l’ultrasinistra (cioè il collegamento portante dell’ulivismo stesso), Veltroni punta a ottenere il duplice effetto di fare premio sull’ala più moderata della Margherita e, tramite l’esplicita messa in mora di Romano Prodi e del suo pretoriano, di accelerare il logoramento dell’esecutivo in carica. Negando di voler “sostituire” Prodi e di “poter andare a Palazzo Chigi senza aver vinto le elezioni”, Veltroni fa ben più che solfeggiare l’ovvio rispetto della legge: il messaggio, obliquo, comporta la rivendicazione di un primato decisionale applicabile all’intera alleanza di centrosinistra.
Onde per cui si arriva al secondo, più intricato piano d’analisi: quello strategico. Se, come sostengono i bene informati, gli scenari che vanno delineandosi trovano un soddisfatto patrocinatore in Franco Marini, un uguale avallo alle manovre politiche in corso non può non provenire dalla decennale sponda diessina del presidente del Senato, ossia Massimo D’Alema. Il doppio placet dalemian-mariniano ai prodromi del Partito Democratico può significare solo che l’ossatura del nuovo soggetto politico – malgrado i propositi maggioritari, bipartitici e meritocratici del Veltroni a favore di telecamera – sarà in grado di soddisfare le esigenze “conservative” più volte manifestate dalle nomenclature di cui Marini e D’Alema sono espressione. Assisteremo a una convergenza parallela cattocomunista strombazzata in un rutilare di annunci a effetto e piccole operazioni di cosmesi mediatica, in altre parole. Ma il passo decisivo del ragionamento riguarda l’evoluzione del quadro politico che le ultime notizie descrivono. Mentre Silvio Berlusconi, tra lo scherno degli ingenui, si assicura contemporaneamente la primogenitura del Partito della Libertà prossimo venturo e una formidabile arma contro gli eventuali effetti aggreganti del referendum Guzzetta, sta a Veltroni progettare la cornice normativa più compatibile con gli scenari a venire. Affinché il Pd non diventi un grosso vaso di coccio circondato da tanti vasetti di ferro, occorrerà infatti un sistema elettorale che coniughi l’avvento di alleanze di “nuovo conio” centrista con la salvaguardia dei partitocrati che sostengono il candidato premier. L’adozione del proporzionale alla tedesca farebbe egregiamente alla bisogna, ma sarebbe un regalo d’oro a un governo tenuto sotto comodo schiaffo da così tanti cespugli, mortalmente minacciati dalla prospettiva di uno tsunami referendario. L’uninominale a doppio turno – a cui Veltroni ha fatto più volte riferimento – sarebbe parimenti funzionale, ma manca il consenso trasversale per approvarlo. Forse il permanere di liste bloccate, previsto dall’ipotesi di legge Guzzetta, rappresenta un inusitato uovo di Colombo sia per il Cav. che per il sindaco d’Italia.
Ma, mentre per Silvio cambierebbe tutto senza cambiare nulla, per Walter – e siamo al terzo strato di significato, quello culturale – una riforma elettorale lascerebbe aperte numerose incognite. Si dice che il “nuovo corso” veltroniano imprimerà una rivoluzione copernicana a sinistra, di modo che finalmente si partirà dai programmi per arrivare alle alleanze e non più viceversa. Eppure nella (tuttora vaghissima) piattaforma programmatica democrat convivono opposti irriducibili, anche prescindendo da qualsivoglia patto con la sinistra antagonista: si va dal doroteo Rutelli al “sinistro” Brutti. La scontata vittoria di Veltroni, in pratica, rende puramente fittizia la selezione di leadership (e di priorità) annessa al meccanismo delle primarie. Con non minore cautela, allora, va presa la notizia di un “tavolo di lavoro sul fisco”, presieduto dai liberal Enrico Morando e Nicola Latorre, in grado di fornire facili panacee contro l’antiliberismo della sinistra.
Il fenomeno Veltroni, anche in relazione a fantomatiche rivoluzioni liberali incompiute a destra, dà l’idea che il progressismo italiano abbia messo a verbale una comprensione davvero superficiale e infantile del berlusconismo. Che non è tanto – o non solo – l’intuizione populista di un teleguitto che, “se avesse appena una puntina di tette, farebbe anche la velina” (questo era Enzo Biagi), ma soprattutto la capacità di rendere credibile la fattibilità un progetto politico ben preciso presso le fasce sociali interessate ad esso. Di scrivere proposte politiche “moderne e avanzate” per poi recitarne a soggetto il canovaccio di fronte a microfoni compiacenti è capace qualunque intendente di partito, ma saper convincere la gente di avere la forza per realizzarle è tutto un altro paio di maniche.
Considerando che, seppur stanti tali premesse, l’azione del passato governo ha faticato moltissimo a imboccare i binari liberisti indicati (d)al popolo delle partite IVA, viene da domandarsi quali potranno essere le “rotture” praticabili da un capopartito come Veltroni, refrattario a qualsiasi vera battaglia culturale.




4 settembre 2006

Multilateralismo dalemiano: molta astuzia, poca prospettiva

L’avvio della missione Leonte da un lato e l’apparente riduzione a più miti consigli di Siria e Iran ad opera di un Kofi Annan particolarmente serafico dall’altro, mutatis mutandis, sembrano avvenimenti in grado di riproporre ancora una volta la “fine della storia” come realistico punto d’arrivo di una vicenda umana che, a dispetto delle azzardate profezie costruttiviste così spesso affrettatesi ad annunciarne la definitiva pacificazione in punta di diritto universale, finora ha seguitato con irrazionale ostinazione a tenere il tempo dei tamburi di guerra.
L’idea che, grazie ad una circolazione globale delle informazioni e – di conseguenza – del sapere tecnico-scientifico portata al massimo grado di efficienza, le relazioni internazionali possano autonomamente tendere all’equilibrio di poteri (cioè di domanda ed offerta) come, in determinate condizioni, può accadere tra singoli individui, per quanto affascinante, è però viziata da un’erronea premessa di fondo. Essa, in effetti, sconta un materialismo di derivazione marxista, giacché non attribuisce alcuna causalità storica indipendente ai fattori immateriali (quali religione e anelito di libertà), ma solamente ai transitori rapporti di forza economico-produttiva che si determinano, “in verticale”, tra gli strati sociali di una stessa nazione e, “in orizzontale”, tra le classi dirigenti di nazioni diverse.
Le sottili ambivalenze tattiche di D’Alema, che salta da una passeggiata a braccetto con un ministro di Hezbollah ad un amabile scambio di confidenze telefoniche con “bye bye Condi” Rice, si muovono appunto nell’ambito dell’atavico utilitarismo onusiano il quale, a sua volta, vorrebbe spacciare il perseguimento degli interessi petroliferi di alcuni suoi membri per machiavellismo, mentre invece ripete con diabolica perseveranza l’errore di guardare alla geopolitica di oggi con gli occhi di Westfalia. Peccato, però, che l’attività terroristica di Hamas a Gaza e di Hezbollah in Libano non si “limiti” a combattere per conto siro-iraniano una guerra strategicamente finalizzata all’egemonia territoriale sul Medio Oriente, come – ancora mutatis mutandis – poteva valere per le guerre interconfessionali tra i cavallereschi eserciti europei del ‘600, ma costituisca lo stadio intermedio di un jihad per l’esportazione globale di una scala di valori totalitaria e fondamentalista. Lo sbocco terminale di tale progetto – ossia la cancellazione di Israele prima e l’annientamento della civiltà occidentale poi – non ammette revisioni negoziali in itinere, ma solo il ricorso alla tregua strategica (hudna) in funzione del suo conseguimento.
Ulteriore frutto di questa successione di fraintendimenti è la convinzione che, una volta dotata la forza multinazionale di interposizione di un dispositivo giuridico calibrato per sedare conflitti convenzionali, i rischi per l’incolumità dei militari in copricapo blu siano adeguatamente ridotti al minimo. Ma, nella fattispecie, le truppe Onu si troveranno strette tra due milizie di natura estremamente diversa tra loro e, nel caso di Hezbollah, lontanissime dal modello di “esercito regolare” caro alla diplomazia old school. I gruppi paramilitari sciiti, infatti, non recano contrassegni di inquadramento come mostrine, gradi et similia, né rispondono ad una vera e propria catena di comando militare, essendo i terroristi sudlibanesi privi di uno stato maggiore, di un controllo politico, di una reale dipendenza dall’approvazione popolare. Inoltre, mancando loro gli scrupoli umanitari minuziosamente (e per lo più giustamente) riguardati dalla cultura bellica figlia della Convenzione di Ginevra e dei reportage audiovisivi in tempo reale, l’adozione di regole di ingaggio “robuste” non basta, di per sé, a garantire appieno l’incolumità dei soldati chiamati a gestire una tale asimmetria di condotta. Ancorché, all’occorrenza, siano previste forme di difesa preventiva, come (e contro chi) risponderebbero le truppe Onu, qualora fatte segno ad un lancio di Katyusha o ad un attentato kamikaze? Va ricordato che ogni ipotesi di risposta armata a formazioni terroristiche spregiudicate come Hezbollah coinvolge quasi sempre la popolazione civile, di cui gli sciiti mandatari di Teheran si sono fatti più volte scudo senza troppi rimorsi. Che l’interventismo “pacificatore” si trovi tremendamente in difficoltà a rapportarsi col contesto libanese, del resto, lo insegna l’esperienza franco-statunitense del 1983: estromessa diplomaticamente la deterrenza israeliana, facilmente controllabile e sanzionabile, dal terreno di lotta, ci si trova ad affrontare le sue stesse difficoltà operative con minore preparazione, efficacia e risolutezza.
Alle incognite di ordine tattico, infine, per la nuova missione Unifil si profilano pesanti interrogativi in materia di direttrici strategiche. Escluso a priori il dispiegamento di un cordone sanitario sul confine tra Libano e Siria, chi si occuperà di bloccare i rifornimenti di armi ed equipaggiamento che, complice il salvacondotto garantito dal regime baathista di Bashar El Assad, giungono in abbondanza al braccio armato del Partito di Dio? È realistico ritenere che il disarmo di Hezbollah possa essere compiuto dal fragile esercito regolare libanese, per giunta sotto la guida di un esecutivo numericamente ostaggio proprio del gruppo parlamentare espresso da quel partito? L’assorbimento e la normalizzazione delle formazioni paramilitari sciite mediante il loro inquadramento entro i ranghi delle forze armate libanesi non è una velleità che rischia di ottenere risultati opposti a quelli preventivati, cioè la dell’esercito libanese? Da ultimo, ma non per importanza: quando la missione potrà dirsi conclusa?
L’europeismo di facciata e l’ossessiva ripetizione di slogan inneggianti alla messa in mora dell’odiato “unilateralismo” israeliano e americano, da soli, forse animano le tavole rotonde organizzate sotto i tendoni dei vari festival dell’Unità settembrini, ma non sciolgono alcuno dei principali nodi tattico-strategici di questa nuova missione all’estero. La troppa sindrome di protagonismo che affligge la diplomazia europea, italiana in testa, rischia di far dimenticare che, in teoria, la grancassa mediatica dovrebbe venire dopo un’attenta analisi dei rischi, dei costi e dei benefici che un impegno militare comporta, non prima.


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13 luglio 2006

La guerra infinita, l'ipocrisia al governo

A diciassette giorni dall’attacco palestinese a Kerem Shalom, al confine con la Striscia di Gaza, le milizie terroriste sciite di Hezbollah, ieri mattina, hanno lanciato un’offensiva contro le postazioni israeliane dislocate alla frontiera con il Libano. L’evidente sincronia tra le due operazioni paramilitari tradisce un connubio strategico di vecchia data tra Hamas e il Partito di Dio, come del resto è stato ampiamente documentato dagli analisti più esperti di dinamiche mediorientali.
Nel corso del primo attacco, condotto da un commando reclutato dal braccio armato dell’attuale partito di governo palestinese, sono rimasti a terra due soldati di Tsahal e ne è stato sequestrato un terzo, Ghilad Shalit, tuttora prigioniero.
L’offensiva di ieri, dal canto suo, ha causato l’uccisione di tre militari e, a seguito dell’immediata controffensiva israeliana, la morte di altri quattro soldati e di due civili libanesi. Stando a quanto sostiene Eliezer Geizi Tsafrir – autore di Labyrinth in Lebanon – in una dichiarazione raccolta da Il Foglio di oggi, “La matrice dell’attacco è la stessa, non la tattica. I palestinesi hanno scavato per diversi mesi un tunnel sotterraneo, utilizzato per entrare in territorio israeliano e attaccare i militari. Hezbollah ha bombardato postazioni israeliane per spostare l’attenzione dal luogo in cui ha compiuto l’incursione. Hamas e Jihad islamico e alcune componenti armate del Fatah sono addestrati da Hezbollah, tra Siria e Iran”.
È della prima mattinata di oggi la notizia del bombardamento di alcuni obiettivi in territorio libanese – tra i quali l’aeroporto di Beirut e la sede televisiva di Hezbollah – ad opera dell’aviazione israeliana. I raid aerei hanno interrotto i collegamenti telefonici tra la capitale e il Sud del paese levantino. Quel ch’è peggio, nel corso del contrattacco israeliano sono morti ventisette civili, tra cui dieci bambini. Il primo ministro libanese, Fuad Siniora, ha convocato le rappresentanze diplomatiche presenti in loco per esortarle a riferire ai propri governi circa un vero e proprio stato di preallarme bellico. Dalle coste libanesi, inoltre, sta partendo un’ondata migratoria di turisti stranieri verso la Siria, dalla quale i “villeggianti profughi” intendono far ritorno ai propri paesi di residenza.
Come sempre, quando si cerca di guardare con un minimo di obiettività alla situazione mediorientale, è assurdo e mistificatorio mettere su un piede di parità i criminosi esiti delle iniziative para-belliche del terrorismo panarabo – assunte da un prepotere transfrontaliero totalmente estraneo ad una formazione minimamente “democratica” del consenso che lo sorregge – e le pur gravissime conseguenze dei “danni collaterali” arrecati da Tsahal all’incolumità delle popolazioni civili che incrociano il suo possente cammino. Perché nelle manovre condotte dall’esercito di un paese democratico – diversamente dalla prassi che contraddistingue l’azione di ogni possibile milizia irregolare, quale che sia il suo grado di stragismo deliberato – l’assassinio di innocenti è l’eccezione, non la regola. E una casistica di “eccezioni” si fronteggia commisurandole adeguate sanzioni penali e disciplinari, come usa negli stati di diritto di cui Israele è un fulgido esempio.
Piuttosto, è la posizione attendista mantenuta dal governo italiano in questo come in altri frangenti di politica estera a destare più d’una perplessità. Perché se il giudizio di Massimo D’Alema sulla “sproporzionata” entità della rappresaglia israeliana di questi giorni fa parte di uno scoperto – ancorché discutibile – gioco al riposizionamento diplomatico sulla mappa delle alleanze postberlusconiane, non può invece trovare giustificazione alcuna l’opportunistica ambiguità che percorre l’atteggiamento dell’esecutivo negli ambiti politici più disparati, dall’economia ai trasporti alle infrastrutture alla diplomazia – per l’appunto. L’«equivicinanza», ormai assurta a cifra distintiva del prodismo teorico e applicato, sta diventando la foglia di fico sotto la cui egida far passare le più avventurose coartazioni ideologiche. I preparativi per il cospicuo drenaggio fiscale escogitato da Vincenzo Visco – non senza la volonterosa complicità di un circuito mediatico assai compiacente – vengono gabellati per meri strumenti accessori alle tanto celebrate “liberalizzazioni” di Bersani, neanche questi ultimi provvedimenti fossero qualcosa di diverso dalla minimale (ma sacrosanta!) cosmesi socio-economica che sono.
Allo stesso modo, l’improntitudine diplomatica dalemian-prodiana sembra davvero volersi spiegare adoperando parole come “equilibrio”, “saggezza” e “pragmatismo”. Il vero volto dello sciatto dilettantismo che fa da sfondo alla sconcertante titubanza del governo in materia di politica estera, invece, emerge da dichiarazioni come quelle rilasciate stamani dal viceministro degli Esteri Ugo Intini (RnP) a RadioDue: la violenza di Hezbollah, a suo dire, non si può addebitare alle autorità libanesi “ufficiali”, che non possono rispondere dell’iniziativa terrorista di alcune schegge impazzite.
Regge? No, non regge: Hezbollah, da formazione partitica strutturata qual è, esprime un nutrito gruppo parlamentare e un membro dell’esecutivo libanese. Dunque appartiene a pieno titolo ad un arco costituzionale riconducibile ad una sovranità chiamata a dotarsi di tutti gli strumenti legislativi, esecutivi e giudiziari atti a preservare la sua legalità interna.
Ma è ovvio come Intini non possa ignorare l’obiezione di cui sopra. Basta leggere i giornali per essere al corrente della frammentazione trasversale che affligge le fragili democrazie arabe. Dunque l’opinione del viceministro appare studiata per inscenare un triste gioco delle parti. Se in economia ci sono il gatto liberista (Bersani), la volpe keynesiana (Visco) e il Lucignolo che distrae le masse (Cento), agli esteri vanno in scena il filoarabo (Intini), l’ultrà amerikana (la Bonino, da un posto di vista solo apparentemente defilato) e il saggio paciere equidistante (D’Alema). Alla fine della fiera, tanto, qualcuno di loro dovrà pure essere nel giusto e poterne menar vanto.
Vecchio il trucco bolscevico, scontato lo sbocco nell’irrilevanza. Ma quel che conta è sopravvivere, con tanti saluti alla politica delle scelte di campo nette.




10 maggio 2006

La riserva è scesa in campo

Ancorché eletto con i voti della sola maggioranza unionista (540, voto più, voto meno), a Giorgio Napolitano non manca nessuno dei requisiti biografici necessari per riempire, una dopo l’altra, tutte le caselle contenute nell’ipotetico modulo per “riserve della Repubblica” da esibirsi al cospetto dei mille grandi elettori del capo dello stato. I tratti salienti suddetti informano un rito istituzionale fatto di formalismo e di coazione a ripetere, adatto a rivestire di un carisma quasi petrino figure altrimenti condannate al paludato grigiore delle segreterie e dei comunicati stampa ufficiali. Il neopresidente non fa eccezione alla regola: anche lui è “uomo delle istituzioni” dotato di “notevole levatura morale” e forte di una “vita dedicata alla politica come servizio alla collettività”. Tradotto, significa che l’ex presidente della Camera è politicamente innocuo – in linea con i dettami del corporativismo collusivo all’italiana, che demanda alle alte sfere (i mandatari) solo il “disbrigo degli affari correnti”, mentre i veri capibastone (i mandanti) fanno il comodo loro al riparo da sguardi indiscreti. Prova ne sia una carriera – quella di Napolitano – interamente trascorsa nell’inanità di un costante esercizio di ricucitura contrita, di ossequioso aggiustamento tra i rivoli correntizi del vecchio PCI (dopo Berlinguer, sempre sul punto di esondare), anche a costo di censurare intuizioni personali in grande anticipo sui tempi. Il migliorismo privé, cioè la timida professione di appartenenza allo strato comunista più incline al rinnovamento socialdemocratico, gli merita a buon diritto lo stemma del coniglio bianco su campo bianco affibbiatogli dal Foglio. Per non parlare poi di come l’ex senatore a vita, di fronte all’offensiva giudiziaria lanciata contro il tramortito corpo parlamentare in carica tra il 1992 e il 1994, offrì pavidamente il collo alla ghigliottina giustizialista, anziché difendere l’imprescindibile valore dell’immunità per i rappresentati del popolo. Mentre due “avanti causa” (l’altro, ovviamente, è Prodi) si avviano a gestire l’ordinaria amministrazione della quotidianità politica, gli emissari dei potentati che ne hanno curato la nomina continueranno sì a prendere le uniche decisioni politicamente di rilievo, ma senza assumersene mai la responsabilità di fronte al loro elettorato e al paese tutto. E – quel che è peggio, molto peggio – mascherando tale prassi da assemblearismo illuminato, faticosamente calibrato per distinguere la forza calma e democratica della sinistra di governo dai soprusi del decisionismo berlusconiano. Semplificando molto, questo paradigma riassume spietatamente la cifra politica del prodismo e, per sineddoche, della sua Unione. Una cifra che, con oggi, trae nuova linfa dai suoi gruppi parlamentari di riferimento. Dovendosi nominare un diessino, meglio sarebbe stato restituire l’istituzione presidenziale alla variante “alta” con cui era stata concepita in origine e incaricare un politico vero, autorevole, di spezzare il giogo del gerontocratico cerimoniale quirinalizio. Non lo nascondo, avrei preferito veder salire al Colle una serpe velenosa – ma dotata del bernoccolo per il comando – come Massimo D’Alema, piuttosto che assistere ancora una volta all’ipocrita infingimento per cui gli aspetti nevralgici di un determinato ruolo politico - naturaliter preceduto da un nugolo di trattative sottobanco – vengono surrettiziamente bypassati tramite l’investitura di “riserve della Repubblica” asettiche e imbalsamate.
Berlusconi, frattanto, si può vantare di aver difeso la sua verginità di oppositore di fronte al popolo polista. Ma il confine tra l’intransigenza e l’irrilevanza corre su un filo sottile e tagliente, sul quale solo i funamboli più virtuosi sanno camminare a piacimento: fallito, come probabile, il referendum costituzionale di fine Giugno e, di conseguenza, perso l’appoggio leghista, su quali basi potrà ricostruirsi la “forza contrattuale” dello schieramento di centrodestra? Un D’Alema debitore di larghe convergenze, in questo senso, avrebbe rappresentato una garanzia. Ora che Baffino si prepara a tenere sotto schiaffo la premiership di Romano Prodi (il quale, mandatario di professione sin dai tempi dell’IRI, vive la supplenza permanente come una gratifica al merito), invece, per la CdL si aprono scenari di paralisi centrifuga. In politica, l’eccessiva cautela di un Napolitano e l’eccessivo coraggio di un Berlusconi talvolta si incontrano nel comune recinto dell’impotenza.




21 aprile 2006

Hanno già ricominciato a farci "ridere"

Abbandonare il piccolo angolo edenico incastonato tra le plaghe maleodoranti del peggior quartiere di Torino, da qualche tempo agognata mèta delle mie parentesi festive in bilico tra il teismo e l’agnosticismo, diventa ogni volta più penoso. Il mondo “esterno” – cioè il saeculum propriamente detto – si dibatte in convulsioni politicate sul filo delle frazioni di millesimo percentuale, mentre basterebbe saper captare solamente un piccolo disturbo nel segnale modulato sulle maggiori frequenze terra-terra, una lieve distonia nel fascio di effimere suggestioni che alienano l’intelletto dall’adeguamento alla fattualità, per riverberare tutt’intorno un sia pur fioco rumore di fondo della Grazia primordiale – che poi quest’ultima sia sovrastrutturale o realmente capostipite dell’Essere poco importa, a giudicare dai risultati che l’inverarla produce automaticamente. Che comodità sarebbe, mettersi in un cantuccio monastico, proteggere se stessi dal frastuono e dalla vanità e godersi lo splendido isolamento in un’oasi “laicamente chierica”, nella quale la comunione con lo Spirito cementa tra loro tanti mattoni un tempo sperduti, fatti di carne e sangue, di ricerca terrena e di Verità ultraterrena...
Hai voglia a dirti pentecostale: il ruggito del topo elettorale è ancora nell’aria e mal sopporta l’insidia del salto di qualità “olistico” previa evangelizzazione passiva per bocca del primo attendista devoto di passaggio.

A mente appena più fredda di quanto non fosse giusto una settimana fa, il quadro politico assume contorni sempre più definiti sul versante del piccolo cabotaggio e sempre più sfumati su quello della visione d’insieme e della strategia di ampio respiro. Cul di gallina Follini si appresta alla fronda di riposizionamento più scontata del secolo sotto il profilo meramente tattico, ma con ripercussioni potenzialmente inaudite sul “baricentro di massa” ideologico dell’Unione prodiana: una manciata di voti democristiani in più al Senato (due? Tre? Quattro?) potrebbe acquisire un peso specifico pari a quello di venti scranni rifondaroli. Diminuendo ulteriormente il già esiguo spazio di manovra percorribile dal Professore col suo brevettato (e poi naufragato) schema di triangolazione con Margherita e Rifondazione a circonvallare i Ds. Come già nel ’98, potrebbe essere l’apporto trasformistico di qualche democristiano cidiellino borderline a offrire una sponda a D’Alema e ai suoi boys, altrimenti paralizzati.
Nel frattempo è maretta sull’attribuzione delle tre più alte cariche dello stato: se la presidenza del Senato sembra essere stata blindata dai Dl in favore del “donatcattinniano” Franco Marini, a Montecitorio il ballottaggio tra lo skipper di Gallipoli e Fausto Bertinotti divide la sinistra ancor prima dell’adunata parlamentare, prevista tra una settimana esatta. La linea di frattura minaccia di aprirsi in modo tanto preoccupante che Piero Fassino, in un impeto di fede teologale, ha ritenuto di dover rivolgere una prece direttamente al miracolato capoufficio. Scrive il segretario dei Democratici di Sinistra: “A questo punto sta a Te, in quanto Leader della coalizione, assumere una iniziativa che consenta alla nostra alleanza di ritrovare quella coesione e quella solidarietà indispensabili per approdare alle soluzioni politiche e istituzionali auspicate”. Il ‘Te’ maiuscolo odora di sacrestia, la particella ‘ri’ aggiunta al predicato ‘trovare’ implica lo smarrimento più o meno temporaneo dell’oggetto (la “coesione”), l’ossessiva reiterazione della credibilità di un’investitura sostanziale a “Leader della coalizione” e del margine decisionale del Gran Capo – anche da parte del diretto interessato – tradiscono un tasso di coda di paglia attestato ben oltre il livello di guardia. Un equilibrio politico tanto labile preclude ogni via di riforma strutturale condivisa. Ecco perché il governo Prodi durerà anni, ed è inutile illudersi circa una sua dipartita prematura: chiusa ogni opportunità di elaborazione progettuale a tutto campo per manifesta disomogeneità, rimarrà solo il quotidiano soprammercato lungo i corridoi di quel cronicario per lobbysti occulti che è l’Unione. Mano libera per rinsaldare l’asse privilegiato enti locali-LegaCoop a voi di sinistra, egemonia sui mercati bancari tramite il sostegno accordato al Bazoli di turno per noi cattolici adulti: è un bigino dossettista al netto dello spessore umano ed intellettuale di cui i vecchi “cavalli di razza” democristiani pure disponevano in (modica) quantità.
All’appello mancano ancora le indicazioni di copertura per il progressivo abbattimento del cuneo fiscale – confusamente promesso da Prodi in campagna elettorale –, ma in compenso la parziale revisione delle voci imponibili relative all’Ici, da boiata demagogica che era quando si azzardava a proporla Berlusconi in puro stile Aiazzone (“Sì, avete capito bene”), sembra essersi rigenerata a grande intuizione democratica. Pare infatti che il Professore abbia preso accordi con i sindaci di Roma, Napoli e Torino – tutti e tre proiettati verso una trionfale rielezione – nel senso di uno sgravio dell’imposta sulla prima casa. Il TG3 ne rende conto con toni entusiastici, tanto più che il declino economico è sparito assieme a tutti i suoi epifenomeni fantasy (i bambini assetati di latte, gli impiegati col doppiopetto rattoppato): gli ordinativi all’industria si sono impennati di oltre il 14% su base annua, i ponti di Pasqua e del 25 Aprile segnano il tutto esaurito nelle località turistiche, le nuvole plumbee che pesavano sui destini del Belpaese stanno lasciando il posto ad un sole radioso, Provenzano non ha nemmeno fatto in tempo a votare per Cuffaro.
Ahimè, come vorrei infilarmi nella dorata stanzetta che mi ha accolto durante il triduo pasquale e scordarmi del tuffo nella Prima repubblica che, di nuovo, ci tocca per un pugno di Calderoli, Tremaglia, Panto e Musumeci.




20 gennaio 2006

Ipocralismi (ipocrisie e moralismi)

Gli ultimi sviluppi relativi alle indagini sul tentativo di scalata a BNL da parte del gruppo Unipol, notoriamente emanazione dell’arcipelago cooperativo rosso, permettono di farsi una vaga idea della rete di connivenze che avrebbe consentito - condizionale d’obbligo, stante in questo come in qualunque altro procedimento giudiziario la presunzione d’innocenza - alla classe dirigente di area postcomunista di arricchirsi e di scaricare su cordate “altolocate” le sue sofferenze finanziarie. Senza pretendere di trovare qui il bandolo di un intreccio che gli stessi inquirenti hanno appena iniziato a srotolare, mi limito solo a riepilogare velocemente gli elementi probatori acquisiti all’interno dei due principali filoni d’inchiesta attualmente in corso.

La tanto chiacchierata provvista da 48 milioni di Euro equamente spartita tra Giovanni Consorte e il suo vice Ivano Sacchetti, originariamente depositata a Montecarlo e poi trasferita su un conto corrente milanese grazie allo scudo fiscale tremontiano, sarebbe pari all’importo versato a suo tempo ai due “furbetti rossi” dalla Hopa di Chicco Gnutti per retribuire una consulenza finanziaria. Tale prestazione avrebbe aiutato l’affarista bresciano a rinegoziare nel 2001 i titoli Olivetti-Telecom venduti dalla Hopa a Tronchetti Provera in luglio, cioè alla vigilia del crollo delle borse in seguito all’11 settembre. Ad insospettire gli investigatori è il blocco completo del fondo milionario, rimasto stranamente infruttuoso e intoccato per cinque anni. Singolare, per un deposito teoricamente nella piena disponibilità degli intestatari - e che intestatari: due così coraggiosi “capitani”, in condizioni normali, non si sarebbero lasciati scappare per alcuna motivo la possibilità di lucrare sopra tanto bendiddio.

Gli osservatori - tra cui spicca l’inviato speciale del Tg5, Andrea Pamparana - azzardano varie ipotesi in merito, la più interessante delle quali attribuisce alla provvista incriminata il ruolo di fondo di garanzia per ottenere una linea di credito estero su estero in qualche paradiso fiscale, esentasse e appannaggio di attori (politici?) occulti. I magistrati milanesi starebbero centellinando gli interrogatori a Consorte (ascoltato una volta sola) e a Sacchetti (mai convocato) in attesa di sferrare il colpo decisivo all’intera struttura organizzativa implicata nel maneggio di cui sopra.

Ieri i legali di Consorte hanno annunciato querele contro chiunque faccia riferimento alla presenza di altri conti correnti illeciti intestati all'ex presidente di Unipol. Chissà quali provvedimenti prenderanno allora contro Peter Gomez e Vittorio Malagutti, oggi alla ribalta sull’Espresso con un’inchiesta - intitolata “I signori trecento milioni” - che squaderna per filo e per segno le agevolazioni creditizie con cui la Popolare di Lodi (cioè Giampiero Fiorani) avrebbe coperto i temporanei ammanchi multimilionari generati da una colossale operazione di insider trading datata 2003. Condotta manco a dirlo da Consorte e dal suo vice su obbligazioni Unipol, plusvalutate artatamente le quali si sarebbero reperite le risorse economiche sufficienti a ristrutturare i debiti dei Ds, all’epoca pesantissimi.

Notizie di dominio pubblico, naturalmente, che ho potuto riassumere semplicemente assemblando le notizie apparse sui maggiori organi d’informazione (oltre a quelli già citati, ci sono anche il solito Foglio e il Corriere) da una quindicina di giorni a questa parte. La sinossi torna utile per affrontare un tema potenzialmente vastissimo, se raffrontato con il clima culturale prevalente oggigiorno, anche e soprattutto una volta varcati i confini della politica politicata.

Mai come in seno alla nostra (post)modernità sgravata dal peso della ricerca “finalistica”, cioè animata dalla convinzione che la fenomenologia converga verso un approdo terminale di significato univoco e trascendente, si è infatti imposto il divorzio tra i valori (gli ideali) e gli interessi (i profitti materiali). In pratica, salta agli occhi l’eterogenesi dei fini che attraversa un’epoca sorta reclamando l’emancipazione dalla teleologia e dalla metafisica, viste come inutili e superstiziosi relitti dei vecchi tempi, in cui però trionfano il conformismo e il moralismo più ipocriti e dilaganti. I “valori”, per non doversi corrompere sotto forma di “convincimenti professati” nell’agone della vita quotidiana, ossia per non dover assumere al proprio interno alcun fondamento veritativo, si ritrovano confinati in un empireo astratto e intangibile. Sussistono senza aspirare alla concretezza, idoli totemici di un universo relazionale sommamente “morale” nelle intenzioni e tristemente strabico negli esiti. Ridotti quindi a polarità idealizzate e sottratte alla materialità - ecco il paradosso! - diventano infine leve del comando, strumenti per sottomettere le masse al gretto materialismo del potere.

Capita perciò che i timonieri più in vista del vivere associato siano costretti a praticare una doppia morale. Si fa ma non si dice: Fassino e D’Alema vengono messi sotto accusa non tanto per i patrimoni che possiedono (case coloniche e barche a vela), quanto per aver tradito un’idea sommamente perfetta e immacolata di morale. Ovvero per essersi macchiati di una colpa gravissima, presso la molle intellighenzia gnosticheggiante tanto in auge oggidì: quella di aver voluto applicare un’idea e un valore alla militanza concreta tramite la contrattualità del dare e dell’avere, unica possibilità a disposizione degli individui liberi per mettersi in relazione (“in dialettica”, direbbe il materialista) l’un l’altro. In ultima analisi, il peccato originale che pende sulle nostre teste è proprio di essere umani, cioè di dover intingere nel male carnale la verginità delle nostre idee-guida o, viceversa, di sapere trarre del bene anche dall’azione più abietta. Com’è lontano l’orizzonte laico di retribuzione dell’errore o, all’opposto, di messa a frutto di una moralità vincente; com’è altrettanto distante la prospettiva cristiana (ma laicizzabile) di pacifica e trasparente “fertilizzazione” delle contraddizioni dell’Essere.

Il materialismo anti-finalistico doveva liberarci dalla schiavitù della Verità ontologica: ci ha ricondotti all’arcaica lotta per la vita sotto l’arco teso tra l’inconciliabile dialettica tra concretezza e idealità. In simili condizioni niente è ciò che sembra, tutto ha un risvolto di ipocrita moralismo, ogni apparenza nasconde un mistero iniziatico. Colpa delle ideologie totalitarie che, seppure sconfitte sul piano storico, riecheggiano in ambigui strascichi rivoluzionari duri a morire (vedi spiacevoli novità come il transumanismo). Ma sempre contraddistinti dall’odio per una umanità malfatta e bisognosa di rigenerazioni pianificate.

Restituire cittadinanza alle cause formali e finali, al contrario, anche solo per riempire convenzionalmente di significato l’avventura della conoscenza, permette ad un tempo di temperare il libero scambio e di promuovere in totale trasparenza la propria moralità di riferimento.

Dal vago idealismo alla vita vissuta il passo è breve: basterebbe autodisciplinarsi alla realtà. E arrendersi alla tragica umanità di valori come la Pace, la Giustizia, la Libertà che, laddove si siano parzialmente (umanamente) perseguiti, hanno spesso odorato di sangue, non di linda purezza.



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