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Non te lo chiedo per favore: non calpestarmi







Perduta nazione, avito suolo
Isole tra i monti, strade pei mari
Unico asilo ed eterno conforto
Per te prosperiamo
Liberi e reverenti





Due che hanno visto giusto





La situazione mediorientale spiegata
meglio che in mille editoriali





In memoria di Diamond
"Dimebag" Darrell
, e di tutti gli
interminabili pomeriggi di
gioventù trascorsi a sgomitare
sotto la sferza selvaggia
della sua chitarra!





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Il movimento liberale giovanile fondato e presieduto da Francesco Lorenzetti



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Ipocralismi
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Sarko e Silvio

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#1  #2  #3


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#1  #2  #3


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#1  #2  #3  #4  #5
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Spigolature internautiche

"Uòlter Veltroni
a tajà er nastro
so' tutti bboni"

            by Giggimassi


"Far l'amore
col preservativo
è come fare il bagno
con lo scafandro"

                (Anonimo)


"Non sono né del partito
rivoluzionario né del
partito conservatore.
Ma tuttavia e dopotutto
tengo più al secondo che al
primo. Infatti dal secondo
differisco nei mezzi
piuttosto che nel fine,
mentre dal primo differisco,
insieme, nei mezzi e nel fine.
La libertà è la prima delle
mie passioni. Questa è la
verità"


      Alexis De Tocqueville
                    (by Zamax)


"Se Dio si candida,
lo stolto pensa alle elezioni
invece che al problema
dell'elezione"


            Giuliano Ferrara


"Io credo soltanto nella parola.
La parola ferisce, la parola
convince, la parola placa.
Questo, per me, è il senso
dello scrivere"


                    Ennio Flaiano
                (by Il Paroliere)


"L'ideazione di un sistema
resistente è atto creativo
che solo in parte si basa su
dati scientifici; la sensibilità
statica che lo determina, se
pure necessaria conseguenza
dello studio dell'equilibrio e
della resistenza dei materiali,
resta, come la sensibilità
estetica, una capacità
puramente personale, o per
meglio dire il frutto della
comprensione ed assimilazione,
compiutesi nello spirito del
progettista, delle leggi
del mondo fisico"


                       Pier Luigi Nervi
(Scienza o Arte del Costruire)


"L'unica cosa necessaria
per il trionfo del male
è l'inerzia dei buoni"

                         Edmund Burke
              (by Torre di Babele)


"Un governo così grande da
darti tutto quello che vuoi
è anche abbastanza grande
da toglierti tutto quello che hai"


               Barry M. Goldwater
          (by Retorica e Logica)


"L'amore è donare quello
che non si ha a qualcuno
che non lo vuole"


                     Jacques Lacan
                       (by Bernardo)


"Sono un conservatore nel
senso inteso da Hannah Arendt,
che si preoccupava della
preservazione del mondo.
Oggi comunque non c'è più
ordine costituito, ma solo
un cambiamento costituito.
La nostra sola tradizione è
il progresso. Viviamo in nome
del movimento e del
cambiamento continuo.
In questo contesto, io mi
considero un rivoluzionario,
perché ormai la sola
rivoluzione possibile è quella
che interrompe le derive
contemporanee"

               Alain Finkielkraut
                            (by Temis)


"Parliamo di politica:
quando si mangia?"


                 Alberto Mingardi


"Quella delle domeniche
a piedi è una messa rosso-
islamica, basata sulla nostalgia
del bel tempo della austerity
'regalataci' dall'Opec nel 1973.
E' un rito di espiazione e
autoflagellazione, direbbe un
Ernesto De Martino. E' una
autopunizione per aver pensato
di andare in auto a casa della
mamma, direbbe Freud. E' una
purga rivoluzionaria per
distruggere i beni di consumo
e tornare al valore d'uso,
direbbe Karl Marx"


                  Paolo Della Sala


"Quando uno conosce bene
una cosa se ne ha a male
se qualcun altro ne parla"


                          by Cruman


"Il vero conservatore sa che
a problemi nuovi occorrono
risposte nuove, ispirate a
principi permanenti"


             Giuseppe Prezzolini
  by Camelot Destra Ideale


"Una donna lo sa: le donne
adorano odiarsi. E' una cosa
vezzosa, niente di grave: solo
un po' di veleno qua e là, uno
sgambetto un sorriso e una
pugnalata alle spalle.
Non possiamo resistere"


              Annalena Benini


"Gli elettori delegano
il peccato ai potenti, così
possono immaginare
di non essere colpevoli
di nulla"


          Paolo Della Sala, again


"L'utilitarista deve nascondere
giudizi di valore da qualche
parte, per prendere decisioni
in base al suo principio,
e la teoria morale che ha
non è quindi l'utilitarismo,
ma lo specifico criterio
decisionale adottato"


                          LibertyFirst


"Non c'è più nessuno
a cui sparare, signore.
Se si tratterà solo di
costruire scuole e ospedali,
è a questo che serve l'esercito?"


                   Michael Ledeen


"L'idealista è uno che,
partendo dal corretto
presupposto che le rose hanno
un profumo migliore dei cavoli,
usa le rose per fare la zuppa"


                  Antonio Martino


"Sono sempre i migliori
ad andarsene dai forum"


                           Malvino


"Sapientia deriva da assaporare,
serve altro commento che non sia
mettere in moto il pensiero,
il ragionamento critico
come sapore delle cose?"


                                 adlimina


"Se gli economisti fossero
in grado di prevedere l'economia
non sarebbero tali, cioè non
avrebbero bisogno di insegnare
per sbarcare il lunario"


                            Mario


"Chi è sovente accigliato,
chi alza spesso il ditino
ammonitore, chi giudica
severamente il mondo
è uno che nel mondo
ci si trova male"


                             Gianni Pardo


The unprofessional blog

L'autore dichiara apertamente
che gli audaci parti del suo
intelletto avrebbero bisogno
del conforto di dottrina
specialistica in più materie,
nessuna delle quali minimamente
padroneggiata: pregasi notare
- sia ricordato qui una volta
per tutte - che di siffatti
scrupoli accademici è
privilegio della corporazione
dei dilettanti infischiarsene
allegramente (TNX Zamax)


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18 dicembre 2009

La Bibbia di Satana/Diritto, natura e ragione

di Anton Szandor LaVey
Arcana – collana “Controculture”, 253 pp., € 14,00

e di Murray Newton Rothbard
Rubbettino, 172 pp., € 9,00

a Laura

Aprendo la Bibbia – quella tradizionale, per il momento – leggiamo che il Maligno si qualifica come tale nell’instillare a Eva la superbia di poter attingere su base squisitamente volontaristica la perfetta scienza delle cose. Il passo (Gn 3, 4-5) è inequivocabile: “Ma il serpente disse alla donna: «Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che, quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male»”. Laddove il riferimento mangereccio, com’è risaputo, va al frutto dell’albero della Conoscenza. In pochissime battute emerge così il centro tematico dell’interrogativo che lacera l’umanità dacché si tiene registro di una qualche forma di dibattito filosofico: il pensiero strutturato risponde a un principio sovraindividuale o è una facoltà soggettiva? E a seguire: con le sue sole forze psicofisiche, l’uomo è in grado di autogestirsi l’immanenza nella direzione di un progressivo miglioramento individuale e collettivo?
“Se non c’è Dio, io sono Dio” diceva Dostoevskij. Lo stesso asserto, ancorché privo dello struggimento teologico-morale affettato dal romanziere russo nel motteggiarlo, è raccolto e sviluppato nel cult-book del papa satanico Lavey. L’occultista naturalizzato californiano, deceduto nel 1997 non prima di aver investito del titolo di reverendo la nota shockstar Marilyn Manson, con questo suo libro del 1969 volle dare alle stampe uno zibaldone pop-filosofico in orbita su un’ellissi avente Nietzsche e Mill come fuochi, entro il cui perimetro Satana funge da archetipo intellettuale di un ben preciso pattern etico e gnoseologico. Esso si può sbozzare nel modo seguente: dotato del giusto viatico conoscitivo (per esempio attraverso idonei percorsi iniziatici), l’individuo si salva da sé. Appunto il paradigma gnosticheggiante assunto dalla Genesi nientemeno che a fomite del peccato originale e che, da solo, ben sintetizza l’essenza delle concezioni filosofiche atomiste e/o a vario titolo nichiliste.
Il manifesto satanista include tutti i punti deboli della tradizione di pensiero cui si rifà più o meno apertamente, senza però mantenerne intatti gli elevati standard speculativi. Difetto, quest’ultimo, se vogliamo comprensibile, dato un taglio mediale dell’opera senz’altro divulgativo – nonostante l’ultimo terzo del volume si diffonda in un tonitruante quanto pittoresco esoterismo (quello delle Chiavi di Enoch). Ma gli aspetti problematici della trattazione, ripeto, sono soprattutto concettuali e ricalcano fedelmente il repertorio di contraddizioni in termini tipico dei relativismi, siano essi somministrati nella variante “forte”, in quella “debole” o in un eterogeneo cocktail delle due come nella fattispecie. Per averne contezza basta ritagliare qualche brano dal testo e ragionare sia sul senso dei singoli estratti che sul livello di coerenza logica ravvisabile dal loro confronto: “Tra queste pagine troverete la verità…e l’immaginazione. L’una è necessaria all’altra e viceversa; ma ognuna deve essere considerata per quello che è” (p. 23). E già qui mancherebbero le definizioni da stipulare per “verità” e “immaginazione” nonché l’illustrazione del rapporto di interdipendenza tra le due idee, ma almeno sembra venir fornita una premessa teorica, un’ipotesi di lavoro. Tuttavia, poco più avanti, si legge: “Tutto ciò che è dichiarato ‘verità’ si dimostra in realtà una vuota finzione; lasciate che sia gettata senza troppe cerimonie nello spazio oscuro tra gli dei morti, gli imperi morti, le filosofie morte e altri inutili detriti!” (p. 35). Gettare la verità nel linguaggio significa per forza di cose tradirla, d’accordo, ma la comparazione dei due fraseggi succitati non può non evidenziare una stridente e grossolana discrepanza teoretica. Per di più la seconda proposizione, se presa alla lettera, nega bilateralmente se stessa, come se un cretese proclamasse che tutti i cretesi mentono. A proposito di varianti sul tema del paradosso di Epimenide: “Cambiando i contesti, nessun ideale umano può rimanere certo!” (p. 35). E ancora: “La verità, da sola, non ha mai reso libero nessuno. Soltanto il DUBBIO può provocare l’emancipazione mentale. Senza il meraviglioso elemento del dubbio, la porta attraverso cui passa la verità sarebbe chiusa a doppia mandata” (p. 43). Vigente la prima affermazione, il satanismo si iscriverebbe d’ufficio tra le vittime illustri dell’impermanenza degli ideali così enunciata. La cultura del dubbio, poi, per ambire alla consistenza dottrinale, deve fondarsi su presupposti che non coincidano col dubbio medesimo – e quindi riconoscere schiettamente che non di tutto è lecito dubitare – evitando di caricare esigenze metafisiche sulle gracili spalle di un semplice metodo . Altrimenti, di nuovo, ci si trova di fronte al controsenso per cui il significato di un sommario ideologico contiene in sé gli elementi della propria negazione. Se soltanto il dubbio libera, in altre parole, tale asserzione va protetta dall’utilizzo dell’incertezza contro di essa. Il versante nicciano del’esposizione non rende giustizia al suo padre nobile: il filosofo di Röcken non cadde mai in aporie tanto banali, perché non rifiutava assolutamente la verità come orizzonte noumenico di riferimento. Egli si “limitò” ad analizzarne filologicamente la radicale alterità rispetto alla ragione umana – col guaio di avanzare a sua volta una tesi veritativa, ma questa è un’altra storia. Nemmeno il lato milliano del saggio se la passa benissimo. Se la morale sessuale satanica “incoraggia qualsiasi forma di espressione sessuale che si possa desiderare, con il limite di non nuocere ad alcuno (p. 78), i riti propiziatori illustrati più oltre da Lavey si basano sul controllo di tre forze psichiche, una delle quali “è quella della distruzione. Questa è una cerimonia usata per rabbia, irritazione, sdegno, disprezzo o per semplice odio. È conosciuta come malocchio, maledizione o agente distruttivo” (p. 130). E in proposito va tenuta presente l’ulteriore raccomandazione: “Sii sicuro che NULLA ti importi se la vittima predestinata viva o muoia; prima di lanciare la tua maledizione e, quando causerà la sua distruzione, divertiti anziché provare rimorso” (p. 132). Vale la pena di sottolineare che Lavey non fu certo un mago da strapazzo, ma più che altro un convinto fautore della tortura psicologica (dei nemici), dell’autostima (verso se stessi, chiaramente) e dell’empatia (con gli amici). Cionondimeno la discrasia di precetto rimane: di base il prossimo va rispettato o circuito? A far problema è il liberalismo di maniera concentrato nella frasetta “posso fare ciò che voglio finché non danneggio gli altri”. Sembra il tripudio della chiarezza adamantina, mentre invece l’umanità si arrovella da sempre su cosa debba rientrare nella categoria del nocumento. Stabilire dove porre il confine tra danno morale e materiale rinvia alla più classica regressio ad infinitum, per eludere la quale la modernità ha creduto di riparare agilmente nel diritto negativo. Uno strumento che però ha il difetto di trasformare la libertà in un fine politico, sicché tra eccezioni, esenzioni, controllori da controllare e incentivi da offrire selettivamente per bilanciare le asimmetrie informative il liberale diventa liberalsocialista (Mill docet, non a caso). Nel frattempo, per giunta, la domanda relativa alla compatibilità tra deferenza verso il prossimo e fattiva induzione al suicidio del medesimo, in caso di “offesa” da parte sua, rimane senza risposta.
La piccola miniera di paralogismi e questioni irrisolte scavata da Lavey col suo libro, in ogni caso, contribuisce ad accreditare il punto di vista secondo cui le filosofie individualiste, liberali o libertarie debbano rifarsi a un ethos consequenzialista (ovvero pragmatico, utilitarista, edonista). Di avviso molto diverso fu sicuramente Murray Rothbard, campione del libertarismo statunitense. Agnostico professo, l’anarco-capitalista newyorkese fu anche un convinto sostenitore della continuità teorica tra la Scolastica medievale e le moderne libertà negative. La “linea madre” giusnaturalista, nella visione rothbardiana, traccia l’asse di un percorso comune alle innumerevoli sfaccettature del liberalismo. Dove per alcuni palpitano le ragioni della contingenza e dell’opportunità, per Rothbard regna l’assoluto morale. Quindi l’eudemonia aristotelica –la felicità che consegue alla rettitudine, semplificando – anziché l’utilità. Logico allora che da questa antologia di scritti giovanili emerga un piccato dissenso nei confronti delle scuole di pensiero avverse a quella “continuista”. Rothbard ne ha per Hayek, per il suo maestro Von Mises, per Cutten, per Robbins, ma in particolar modo per Leo Strauss e per Karl Polanyi. I suoi bersagli elettivi sono essenzialmente due: l’atavismo consuetudinario di stampo hayekiano e la frattura straussiana tra lex tomista e ius lockeano. Per un verso prosegue la diatriba tra old-whiggism e right-libertarianism, con gli usi e costumi contrapposti ai diritti universali, mentre per l’altro tornano a scontrarsi la lettura “cattolica” e quella “protestante” della nascita del liberalismo. Come spesso gli è capitato, anche qui Rothbard dà prova di frizzanti doti retoriche, eppure le sue controdeduzioni al vetriolo non fanno che girare attorno al cuore pulsante delle tematiche affrontate senza nemmeno scalfirne il quid. Allarmato dai rischi della common law, l’autore ritiene di sottrarsi al mare in tempesta della catallassi sotto l’ombrello dell’assioma di non aggressione. Ma si è già accennato a quanta ineludibile base dialettica sostenga in radice la nozione di danno e, nel contempo, abbiamo altresì spiegato che la “assenza di impedimenti” è formula vuota di contenuto morale (per approfondire il tema vedi qui). Nella sua pregevole introduzione Roberta Modugno non manca di difendere la lezione hayekiana dalla caricatura fattane da Rothbard: “In Hayek quel che è fondamentale è il concetto di evoluzione culturale […] che riguarda la genesi e lo sviluppo di istituzioni, quali, tra le altre, la religione, il diritto, il mercato e, in generale, i sistemi autogenerantisi e autoregolantisi che vanno a formare la complessità della società” (p. 26). E poi: “deprecabile è stato, per Hayek, l’affermarsi del razionalismo di matrice cartesiana. Questa tradizione, infatti, ha ignorato la distinzione tra taxis e cosmos, cioè a dire tra sistemi e associazioni la cui struttura formale è caratterizzata da un ordine costruito e quei sistemi che, invece, sono cresciuti e si sono affermati attraverso un processo di evoluzione e si configurano perciò come ordini spontanei” (pp. 31-32). Saranno poi sconclusionati e teoricamente infondati gli scritti straussiani, ma parimenti latita la spiegazione del perché il moderno passaggio da legge a diritto costituirebbe un “affinamento” e non un drastico cambiamento di prospettiva nell’intendere il rapporto tra individuo e autorità. Inoltre, se il divorzio tra fatti e valori può – giustamente – lasciare spazio a svariate ubbie epistemologiche, perché allora non approfondire il legame elettivo tra le proposizioni prescrittive e le valutazioni che si possono dare circa gli stessi “fatti” di cui sopra?
Quello che Rothbard vede come fumo negli occhi, in conclusione, è l’inabrogabilità dei beni pubblici derivante dalla concreta “messa in opera” del diritto come scienza del giusto e dell’ingiusto. I fondamenti della giurisprudenza penale, in quest’ottica, si formalizzano come postulati fluidi invece che come assiomi rigidi, a dispetto di ogni cognitivismo etico, e non si possono dedurre univocamente col solo ausilio di una ragione universale. L’errore rothbardiano sta a mio avviso nel considerare sinonimi, chissà se più per equivoco ideologico o per riflesso mentale, gli attributi “pubblico” e “statale”: ma è proprio una volta rappacificato con la molteplice declinabilità del potere costituito che il libertarismo guadagna forse qualche speranza di promuoversi da libro dei sogni a plausibile agenda politica.




16 marzo 2009

Un luogo chiamato libertà

di Ken Follett
Oscar Mondadori, 465 pp., € 9,00

L’anglosfera tardosettecentesca, laboratorio precursore dei conflitti socio-politici innescati dall’industrializzazione e dalla globalizzazione delle attività produttive, è l’ambientazione di questo romanzo storico del 1995, cronologicamente il quarto nella bibliografia “passatista” di Ken Follett.
Il racconto si snoda dapprima nella Scozia mineraria, dove le rivendicazioni protosindacali del combattivo Malachi McAsh si scontrano con gli interessi dell’aristocrazia del carbone; poi nella Londra spaccata tra i partiti whig e tory, divisa cioè tra le spinte riformatrici esercitate dalla piccola borghesia commerciale e le esigenze conservative dell’establishment britannico; infine nella Virginia coloniale già percorsa da accesi fremiti indipendentisti, in cui bastano pochi giorni di viaggio per oltrepassare il confine tra ordine civile costituito e libertà assoluta. In sostanza le varie tappe dell’avventura, come d’abitudine in Follett, collocano le vicissitudini dei protagonisti entro diverse cornici di ampio respiro narrativo, che permettono alla poetica dell’opera di esprimersi sotto temperie estetiche di sapiente variabilità.
Non siamo ai livelli artistici di Mondo senza fine, quindi nemmeno lontanamente si sfiorano gli impareggiabili fasti de I pilastri della Terra, eppure il talento figurativo di Ken Follett nello scolpire personalità è notevole anche alle basse intensità di gradazione. Si guardi con quanta nettezza l’autore descrive le incomprensioni tra Malachi e la sua amata Lizzie, esplorando i tormenti psicologici di entrambi i personaggi con una sintesi talora capace di stupire per come sa elevarsi a modello rappresentativo di quell’angoscioso ginepraio di fraintendimenti che sono i rapporti tra uomini e donne. Soprattutto torna a porsi con forza il tema follettiano per eccellenza, vale a dire l’erraticità dei giusti. Le figure positive sono anche qui le persone disposte a mettersi in gioco pur di realizzare le proprie aspirazioni, ben sapendo che nulla rende ovunque esuli come il rifiuto di rinunciare a se stessi. Prima di trovare la sua vera casa, Malachi deve spingersi ai limiti del mondo sopravvivendo a insidie micidiali, ma il premio del superstite è il privilegio di abbattere le frontiere del suo universo esistenziale, in un’avventura di ridefinizione del mondo stesso che – per l’appunto – agli spiriti liberi si ripresenta “senza fine”.
Peccato che questa pregnanza di contenuto stavolta indossi un vestito intaccato da qualche spiacevole smagliatura, come il finale parecchio tirato via e il rozzo espediente adottato dall’autore per sbarazzarsi di Esther, la gemella di Malachi, quando ormai non sa più cosa farsene. Forse il lato positivo di queste pecche, le quali posizionano il romanzo ben al di sotto delle vette letterarie toccate prima e dopo da Follett, è di rendere Un luogo chiamato libertà un discreto punto di partenza per il neofita follettiano: pur senza fare sfracelli, il libro consente cioè di avvicinarsi alla produzione del romanziere gallese in crescendo anziché, come accade sempre scoprendo un artista dal suo capolavoro, introducendo a una sequela di progressive delusioni.


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permalink | inviato da Ismael il 16/3/2009 alle 9:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa



28 novembre 2008

Gargoyle

di Andrew Davidson
Mondadori, 478 pp., € 20,00

Io sono il recipiente in cui l'acqua viene versata
e da cui l'acqua esce. È un cerchio,
un cerchio ininterrotto tra Dio, i gargoyle e me,
perché questo è Dio:
un cerchio il cui centro è in ogni luogo
e la cui circonferenza non è in nessun luogo”

Prendete Il paziente inglese, mescolatelo a Highlander e a Le mille e una notte, quindi legate il tutto con un'abbondante spruzzata di sardonismo simil-kubrickiano: otterrete, a grandi linee, gli elementi costitutivi della curiosa temperie narrativa in cui s'incastona questo sorprendente gioiellino canadese.
Gargoyle si può in effetti descrivere come la fusione e la rivisitazione di temi letterari tradizionali in un'originale chiave moderna, attraversata da molteplici suggestioni di genere. Grottesco, melò, romanzo storico epicheggiante e amaro flusso di coscienza concertano l'aggregazione – talvolta appena slabbrata, ma sempre su ritmi coinvolgenti e sostenuti – di un costrutto tramico giocato sul racconto della potenza salvifica del raccontare stesso.
L'anonimo protagonista della vicenda è un pornografo miscredente e cocainomane che, proprio quando un ricco successo e il fiore degli anni sembrano arridergli, resta vittima di un devastante incidente stradale. Quasi arso vivo nel rogo della sua auto, dopo il ricovero ospedaliero d'emergenza subisce la draconiana terapia (ma sarebbe più corretto definirla supplizio) riservata ai grandi ustionati, durante la quale – oltre a trasformarsi in un patetico mostro – resiste stoicamente a sofferenze inenarrabili grazie a generose iniezioni di morfina e alla spietata determinazione nel programmare l'unico scopo rimastogli nella vita: il suicidio.
Finché un giorno il sussurro del destino gli si fa d'accanto mormorando un'enigmatica parola: “Engelthal”. Marianne, eccentrica scultrice in libera uscita dall'attiguo reparto psichiatrico, riconosce nell'incuriosito degente la reincarnazione del suo perduto ma indimenticato amore medievale. Nonostante la totale assurdità di simili, stravaganti farneticazioni agli occhi di uno scettico (ex) libertino come lui, lì per lì l'uomo si trova spiazzato di fronte a tanta bizzarria e, giorno dopo giorno di progressiva confidenza con la sedicente immortale, comincia a gradirne gli sviluppi e ad affezionarvisi. Inizia così un viaggio a puntate nella reminiscenza della precedente vita di coppia dei due personaggi, ambientata nella Germania del XIV secolo, ma anche nella struggente immedesimazione in tragiche storie d'amore situate nella Firenze rinascimentale, nel Giappone antico, nell'Inghilterra vittoriana e nell'Islanda barbarica.
Tramite Marianne emerge una concezione estremamente “carnale” dell'arte figurativa: nei mostruosi gargoyle che la donna, dopo averne sognato le fattezze dormendo nuda sui blocchi di roccia da rimaneggiare, scolpisce alacremente in preda a furiose estasi mistiche, la creatività opera unificando isolate porzioni di “normalità formale” in complessi morfologici inusitati – ma, proprio perché frutto di un'elaborazione comunque ancorata alla realtà delle cose, universalmente leggibili nella loro avvincente singolarità. Tale è pure il senso del suo provvidenziale intervento sul dolore sordo del protagonista e sulla “ecologia della narrazione” in generale: l'intermezzo elegiaco come condivisione e sublimazione di una sventura troppo crudele per avere senso, così come efficace contrappunto alla letteratura psicanalitico/descrittiva che, per quanto qui sorretta da una divertente vena sarcastica, abbandonata a se stessa finisce sempre per infilarsi nella morta gora del vaniloquio introspettivo.
Certo, tutto questo appassionato e coraggioso slancio verso la commistione di registri non manca di qualche caduta un po' naif (quando si avventura in escursioni “neodantesche” la storia conosce i suoi momenti più velleitari), ma non sono i difetti circoscritti a intaccare il valore dei piccoli capolavori. Siamo davanti a un ottimo esordio per il promettente Andrew Davidson.




29 ottobre 2008

Come vola il corvo

di Ann-Marie MacDonald
Mondadori, 923 pp., € 12,40

“Tanto il mondo non esiste. La realtà è soggettiva.
Viviamo tutti in un sogno, che forse non è nemmeno il nostro”

Il tratto emblematico della narrativa occidentale, almeno dal XVII secolo in avanti, può riassumersi nella problematizzazione a oltranza del rapporto uomo-realtà. Da quando il cogito cartesiano ha travolto l’apparentemente stabile equilibrio premoderno di essenze ed esistenze, anche e soprattutto in letteratura la dilatazione dell’io ha progressivamente risucchiato la codifica dell’azione in un vortice di introversione sempre più frammentario, sempre più indefinito. Facendo mente locale sui “prodotti” di questo orizzonte poetico, culminato nelle opere di scrittori come Kafka o Svevo, ci accorgiamo dello stridente paradosso che ne ha seguito l’evoluzione. Al crescere dell’adesione al verismo nell’ambientazione e, più in generale, nel conferimento di una “veste fenomenica” alla porzione di spazio-tempo rappresentata, corrisponde infatti il maggiorato ricorso a una fantasia angosciata ed evanescente, gettata com’è nei più profondi recessi della psiche senza la minima possibilità di connettersi per analogia formale a dei termini fissi, a dei riferimenti esterni. Sembra quasi che il disinteresse – o la sfiducia – riguardo alla capacità di disporre creativamente del mondo stante l’interposizione limitatrice della realtà oggettiva conduca inevitabilmente a un arcigno appiattimento dello sguardo sul “di fuori”, controbilanciato da una caotica messe di congetture nell’esplorazione del “dentro”. L’invenzione, in buona sostanza, cede il passo all’immaginazione.
Come vola il corvo racconta una dolente storia di riconciliazione con la realtà. È una favola nera sull’innocenza corrotta di Madeleine McCarthy, una bambina canadese di otto anni di ritorno nella madrepatria con la sua famiglia al seguito del padre, ufficiale dell’aviazione reduce dalle basi alleate in Europa. Ma è anche uno spaccato sugli anni Sessanta e sulle mezze verità con cui, allora come oggi, l’illusione e l’attesa collettive di una imminente “fine della Storia” permeavano i mass media e la morale pubblica. Il romanzo semi-autobiografico di Ann-Marie MacDonald contrappunta antinomie stranianti sul tessuto lacerato di una trama, di una psicologia, di un brano di vita bisognosi di inserirsi in un concluso più ampio e definitivo. Lo fa rappacificando un testo di studiata nudità con un contesto ambiguo e policentrico, tramite intermezzi significativamente contrassegnati dal corvo e dalla montagna, simboli dei due punti di vista – esteriore e interiore – che l’autrice si avventura a ricongiungere.
L’ormai trentenne Madeleine elabora il suo trauma prendendo di petto la verità che giace latente nella realtà e appropriandosi di una consapevolezza finalmente non più di comodo o provvisoria; il romanzo introspettivo incontra tematiche universali (la funzionalità del “diverso” come capro espiatorio da sacrificare a un falso idillio, l’eterogenesi benefica dei fini politici più strumentali e viceversa, le conseguenze devastanti del proteggersi chiudendosi in se stessi) e sublima il racconto della “vero” nel racconto della realtà; il contenuto riempie il contenitore e nel frattempo rinuncia a nullificarsi nella sterile rincorsa a un’impossibile autosufficienza.
Un percorso di ricerca stilistica e figurativa che però rimane intrappolato nelle stesse farragini “moderniste” che si propone di emendare. Il meccanismo narrativo, centrato sulla prolissa ripetizione di incursioni introspettive, gira a vuoto per due terzi del romanzo. L’alienazione, figlia della “fuga dal mondo” di Madeleine, finisce così per riverberarsi sul fruitore. I momenti di svolta narrativa si contano sulle dita di una mano, rinfrancando la lettura come le sporadiche risalite in superficie ossigenano i polmoni di un subacqueo tra un’asfissiante apnea verso gli abissi della psiche e la successiva.
Ne risulta un volume di quasi mille pagine per una vicenda che in mani più spicce – per esempio quelle di Ken Follett – avrebbe rasentato a fatica le duecento. L’eclettica e brillante prosa della scrittrice canadese giunge quindi al suo scopo – illustrare lo spreco di parole cui va incontro la scrittura se rifiuta di mettersi in dialettica con l’essenza della realtà – al caro prezzo di diventare esemplificazione essa stessa del “rischio” che denuncia.



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