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Perduta nazione, avito suolo
Isole tra i monti, strade pei mari
Unico asilo ed eterno conforto
Per te prosperiamo
Liberi e reverenti





Due che hanno visto giusto





La situazione mediorientale spiegata
meglio che in mille editoriali





In memoria di Diamond
"Dimebag" Darrell
, e di tutti gli
interminabili pomeriggi di
gioventù trascorsi a sgomitare
sotto la sferza selvaggia
della sua chitarra!





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Liberalizzazioni:
cosa resta da fare?

#1  #2


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#1  #2  #3


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#1  #2  #3


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#1  #2  #3  #4


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#1  #2  #3  #4  #5
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#1  #2  #3  #4  #5
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Spigolature internautiche

"Uòlter Veltroni
a tajà er nastro
so' tutti bboni"

            by Giggimassi


"Far l'amore
col preservativo
è come fare il bagno
con lo scafandro"

                (Anonimo)


"Non sono né del partito
rivoluzionario né del
partito conservatore.
Ma tuttavia e dopotutto
tengo più al secondo che al
primo. Infatti dal secondo
differisco nei mezzi
piuttosto che nel fine,
mentre dal primo differisco,
insieme, nei mezzi e nel fine.
La libertà è la prima delle
mie passioni. Questa è la
verità"


      Alexis De Tocqueville
                    (by Zamax)


"Se Dio si candida,
lo stolto pensa alle elezioni
invece che al problema
dell'elezione"


            Giuliano Ferrara


"Io credo soltanto nella parola.
La parola ferisce, la parola
convince, la parola placa.
Questo, per me, è il senso
dello scrivere"


                    Ennio Flaiano
                (by Il Paroliere)


"L'ideazione di un sistema
resistente è atto creativo
che solo in parte si basa su
dati scientifici; la sensibilità
statica che lo determina, se
pure necessaria conseguenza
dello studio dell'equilibrio e
della resistenza dei materiali,
resta, come la sensibilità
estetica, una capacità
puramente personale, o per
meglio dire il frutto della
comprensione ed assimilazione,
compiutesi nello spirito del
progettista, delle leggi
del mondo fisico"


                       Pier Luigi Nervi
(Scienza o Arte del Costruire)


"L'unica cosa necessaria
per il trionfo del male
è l'inerzia dei buoni"

                         Edmund Burke
              (by Torre di Babele)


"Un governo così grande da
darti tutto quello che vuoi
è anche abbastanza grande
da toglierti tutto quello che hai"


               Barry M. Goldwater
          (by Retorica e Logica)


"L'amore è donare quello
che non si ha a qualcuno
che non lo vuole"


                     Jacques Lacan
                       (by Bernardo)


"Sono un conservatore nel
senso inteso da Hannah Arendt,
che si preoccupava della
preservazione del mondo.
Oggi comunque non c'è più
ordine costituito, ma solo
un cambiamento costituito.
La nostra sola tradizione è
il progresso. Viviamo in nome
del movimento e del
cambiamento continuo.
In questo contesto, io mi
considero un rivoluzionario,
perché ormai la sola
rivoluzione possibile è quella
che interrompe le derive
contemporanee"

               Alain Finkielkraut
                            (by Temis)


"Parliamo di politica:
quando si mangia?"


                 Alberto Mingardi


"Quella delle domeniche
a piedi è una messa rosso-
islamica, basata sulla nostalgia
del bel tempo della austerity
'regalataci' dall'Opec nel 1973.
E' un rito di espiazione e
autoflagellazione, direbbe un
Ernesto De Martino. E' una
autopunizione per aver pensato
di andare in auto a casa della
mamma, direbbe Freud. E' una
purga rivoluzionaria per
distruggere i beni di consumo
e tornare al valore d'uso,
direbbe Karl Marx"


                  Paolo Della Sala


"Quando uno conosce bene
una cosa se ne ha a male
se qualcun altro ne parla"


                          by Cruman


"Il vero conservatore sa che
a problemi nuovi occorrono
risposte nuove, ispirate a
principi permanenti"


             Giuseppe Prezzolini
  by Camelot Destra Ideale


"Una donna lo sa: le donne
adorano odiarsi. E' una cosa
vezzosa, niente di grave: solo
un po' di veleno qua e là, uno
sgambetto un sorriso e una
pugnalata alle spalle.
Non possiamo resistere"


              Annalena Benini


"Gli elettori delegano
il peccato ai potenti, così
possono immaginare
di non essere colpevoli
di nulla"


          Paolo Della Sala, again


"L'utilitarista deve nascondere
giudizi di valore da qualche
parte, per prendere decisioni
in base al suo principio,
e la teoria morale che ha
non è quindi l'utilitarismo,
ma lo specifico criterio
decisionale adottato"


                          LibertyFirst


"Non c'è più nessuno
a cui sparare, signore.
Se si tratterà solo di
costruire scuole e ospedali,
è a questo che serve l'esercito?"


                   Michael Ledeen


"L'idealista è uno che,
partendo dal corretto
presupposto che le rose hanno
un profumo migliore dei cavoli,
usa le rose per fare la zuppa"


                  Antonio Martino


"Sono sempre i migliori
ad andarsene dai forum"


                           Malvino


"Sapientia deriva da assaporare,
serve altro commento che non sia
mettere in moto il pensiero,
il ragionamento critico
come sapore delle cose?"


                                 adlimina


"Se gli economisti fossero
in grado di prevedere l'economia
non sarebbero tali, cioè non
avrebbero bisogno di insegnare
per sbarcare il lunario"


                            Mario


"Chi è sovente accigliato,
chi alza spesso il ditino
ammonitore, chi giudica
severamente il mondo
è uno che nel mondo
ci si trova male"


                             Gianni Pardo


The unprofessional blog

L'autore dichiara apertamente
che gli audaci parti del suo
intelletto avrebbero bisogno
del conforto di dottrina
specialistica in più materie,
nessuna delle quali minimamente
padroneggiata: pregasi notare
- sia ricordato qui una volta
per tutte - che di siffatti
scrupoli accademici è
privilegio della corporazione
dei dilettanti infischiarsene
allegramente (TNX Zamax)


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18 luglio 2007

Harry Potter e l'Ordine della Fenice

A quanto è dato dedurre da una frequentazione esclusivamente cinematografica della saga, l’enorme successo di Harry Potter va attribuito alla bravura di J.K. Rowling nel calare l’introspezione formativa dei suoi fantacollegiali rampanti in vicende autoconclusive a forti tinte gialle, armonizzando la (premeditata, dunque rigida) suddivisione dell’eptalogia in anni scolastici tramite la progressiva stesura di fili conduttori generazionali (i rapporti dei giovani protagonisti con le rispettive famiglie e/o fazioni), estetici (un brodo d’empatia decisamente gnosticheggiante) ed epici (la lotta contro Voldemort) che attraversano tutta la serie.
Da preponderante che era nei primi tre episodi, la componente mystery ha però scontato un’evidente rarefazione nel quarto, per poi letteralmente volatilizzarsi – assieme alla fanciullezza dei personaggi principali – nel quinto. A ulteriore detrimento dello specifico filmico e – ho il sospetto – letterario conservato dall’impianto narrativo generale di un’opera ormai ampiamente proiettata oltre il medio termine: ne rimane un apparato testuale privo di interposizione diegetica tra psicologia adolescenziale e ampio respiro politico. Cioè un contenitore vuoto di sostanza.
Checché ne dica tanta (troppa) critica mainstream, e come ripeterò fino allo sfinimento, nelle arti figurative il mezzo non è il messaggio. Per quanto la “morale” veicolata nel quinto capitolo di HP si rifaccia a valori assolutamente lodevoli – il rifiuto dell’omologante (e paralizzante) programmazione scolastica ministeriale, la critica della proliferazione legalistica, il bisogno di legami affettivo/educativi per riuscire a combattere il male dentro di noi – e funzionali all’apertura della cornice ambientale potteriana al mondo “fuori da Hogwarts”, nessun cambio di prospettiva sulle vicissitudini raccontate può giustificare la pressoché totale assenza di nucleo drammaturgico che pesa su L’Ordine della Fenice.
La crisi d’identità in cui versano le nuove avventure cinematografiche del britishmago è dovuta a una trasformazione narrativa che, a lume di naso, sembra avere in serbo spettacolari sviluppi (guerreschi?) per il gran finale dell’epopea. Ed è pacifico trasmettere tali mutamenti passando per reiterate panoramiche su sottotrame in predicato di convergere, di modo che purtroppo l’effetto-transizione ricada sull’adattamento filmico del libro attraverso la clausola di approvazione rowlinghiana alla sceneggiatura. Vincolo piuttosto contraddittorio, da parte di una scrittrice che inneggia all’antiautoritarismo, all’apertura mentale e all’indipendenza creativa; addirittura deleterio, se subito da registi facili ad appiattirvisi.
David Yates, similmente al suo predecessore Mike Newell, staziona a metà strada tra lo yesman Chris Columbus (autore dei primi due, bruttissimi film della serie) e il visionario Alfonso Cuaron (direttore dell’affascinante, ancorché malscritto, Prigioniero di Azkaban). Per cui, se appare semplicemente risibile illudersi di comunicare per immagini la “sprovincializzazione” del mondo potteriano con qualche ripresa aerea di Londra a volo di scopa, sono invece molto ben visualizzate da repentine distorsioni percettive le intrusioni mentali e le conseguenti lezioni di “occlumanzia” protettiva. Una cinepresa incline a qualche manierismo di troppo conosce sia momenti di solare banalità (il montaggio alternato tra le misure draconiane adottate dalla prof Umbridge e le lezioni clandestine autogestite da Harry e compagni) che simpatici controcampi (la suddetta professoressa si presenta nel refettorio e invoca “risa e applausi”, ma nelle tavolate non si muove una foglia; nel bosco Luna Lovegood dà a una bestia un pezzo di carne da mangiare a bocconate e poi la scena passa a Ron, che si ciba più o meno allo stesso modo). La morte di Sirius, staccando in ralenti sulla disperata reazione di Harry, cita apertamente la jacksoniana caduta di Gandalf ne La Compagnia dell’Anello. Notevoli i take di frangenti segnati da crolli rovinosi, come la frana dei decreti affissi al muro o la pioggia di ampolle nella stanza dei misteri: che il regista, caricando d’enfasi il tema visivo dell’implosione, abbia voluto mettere simbolicamente in guardia la sua datrice di lavoro sui rischi dell’allungo interlocutorio nello scrivere i libri e degli eccessi di “dirigismo” nel supervisionare le trasposizioni?
La sceneggiatura è costretta a saltare di palo in frasca; talora lasciando irrisolti alcuni discorsi (come il necessario chiarimento tra Harry e Cho, forse rimandato ai prossimi episodi), talaltra del tutto inutilmente (la parte riservata al “fratellastro” di Hagrid si poteva tranquillamente sforbiciare). Tra il cast spiccano Alan Rickman (Piton) e l’eccelso comprimario Gary Oldman (Sirius), al quale basta fare l’occhiolino per rubare la scena ai protagonisti; meno incisiva la recitazione “teatrale” di Imelda Staunton (Dolores Umbridge), che smorza la sensazione di presa diretta. I ragazzi, peraltro serviti da un copione abbastanza legnoso, sembrano sempre meno convinti di quello che fanno. Soprattutto Rupert Grint (Ron) è davvero sottotono.
Gli effetti visivi brillano nelle scenografie ma, come al solito, lasciano molto a desiderare quanto a creature digitali. La colonna sonora è estremamente raffinata ma manca di mordente, orfana com’è del grande John Williams. Il quale, a dispetto dell’ostracismo riservatogli dai musicologi di vaglia, conosce a menadito i due requisiti aurei della musica da film: semplicità ed efficacia (il cinema non è l’opera wagneriana).
In definitiva, un film di buon livello tecnico ma minato da inemendabili malformazioni congenite.

Il mio commento a Harry Potter e il Calice di Fuoco.

Alcuni interessanti spunti di riflessione libertari sulla poetica potteriana, chez Fausto Carioti e Leonardo Facco.

La parola agli esperti: “ogni ingrediente è al suo posto [...] la sceneggiatura di Michael Goldenberg rasenta la perfezione” [Miss Prissy]; “l'Ordine della Fenice, il dispotismo della Umbridge, l'Esercito di Silente, le paure di Harry restano tasselli di un puzzle a sé stanti, che non riescono ad unirsi, spesso solo descritti dal di fuori e non approfonditi” [Eco]; “nelle scene d'azione ci sono gli inciampi più evidenti, causati principalmente dall'incapacità di Yates a creare scene clou, climax forti” [Pungolo]; “Nell’anno delle metà oscure di storici personaggi, quella di Harry Potter funziona che è una malvagia meraviglia” [Alessio Guzzano]; “il delicato equilibrio fra il lato infantile e quello adulto, abilmente mantenuto negli episodi firmati da Chris Columbus, Alfonso Cuaron e Mike Newell, va a farsi benedire. Va bene passare all’età adulta. Ma di questo passo il povero Harry Potter rischia di finire in un talk show” [Fabio Ferzetti]

Addendum (28-07-2007) - Due belle recensioni di Harry Potter and the Deathly Hallows, a firma di Massimo Introvigne. Qui e qui.




30 novembre 2006

Il Labirinto del Fauno

Nella geografia dei generi artistici, tracciata all’ingrosso per facilitare la critica e la vendita al dettaglio dei singoli prodotti riconducibili a ciascun filone di massima, sotto le stesse denominazioni convivono spesso opere concettualmente diversissime. La letteratura e il cinema, arti lungamente sottoposte alla suddivisione in categorie di genere, ovviamente non fanno eccezione. Così succede che alla dicitura fantasy appartengano lavori anche molto dissimili tra loro, sia sul piano estetico che su quello simbolico. Esiste un fantastico che rielabora in chiave mitologica le esigenze trascendenti comuni agli uomini di ogni epoca, così come merita a pieno titolo le stigmate in questione anche la imagination vagheggiata da Coleridge, cioè la capacità di collocare situazioni e problematiche tratte dalla realtà contingente in contesti immaginari. Nel primo caso l’arte e il sacro si mescolano nel racconto dell’esistenza, nel secondo l’ingegno creativo trasfigura il presente limitrofo nel racconto del “vero”: è il motivo per cui, a mio avviso, tra cent’anni si parlerà ancora molto diffusamente de Il Signore degli Anelli e invece Harry Potter sarà diventato materia per specialisti della pagina scritta.
Questa premessa serve per inquadrare le ragioni che, verosimilmente, porteranno Il Labirinto del Fauno a seguire la medesima sorte appena preconizzata per le avventure del maghetto uscito dalla penna di J. K. Rowling. Il film di Guillermo del Toro – ambientato nella Spagna del primo franchismo, ancora scossa dagli ultimi strascichi di guerra civile – narra le vicissitudini sul filo del fantapulp che vedono Ofelia, novella Alice nel paese delle meraviglie, dividersi tra una realtà carica di sofferenza e un mondo horror-fiabesco parallelo, che reclama la sua principessa perduta. La compresenza di elementi narrativi altamente discordanti, quali i fatti storici e le escursioni nell’immaginifico, è però maneggiata con scarsa attitudine all’amalgama, dando l’impressione di un contrappunto reciprocamente pretestuoso.
La regia allestisce la scansione binaria tra due ordini di clichè figurativi – sbozzando la grossolana caratterizzazione del perfetto nazistoide Vidal da un lato e passando in rassegna tutta l’iconologia del fantasy classico dall’altro – attraverso dissolvenze a spazzata tanto frequenti quanto stucchevolmente telefonate (sempre giuntate scorrendo un tronco d’albero o un setto murario) e tallonando con insistenza particolari truculenti di sicuro impatto, che si riducono però a fornire il tappeto visivo per una mera ostentazione di stilosa gore obsession. La rappresentazione dell’attrattiva esercitata da alcuni oggetti su (pre)determinati avvenimenti, inoltre, al netto dell’autoindulgenza che la sottende, ottiene solo di rendere molto prevedibili certi sviluppi della trama. Le ripetute sequenze riservate alla morbosa rasatura di Vidal lasciano intuire per lui la prospettiva di grattacapi “taglienti”, diciamo, così come la sua fissazione per l’orologio da taschino – unitamente alla storia che lo lega alla morte in battaglia del padre – non depone certo a favore della suspence complessiva attorno al suo personaggio. Se attentamente considerato, il bassorilievo raffigurato sulla stele in fondo al labirinto magico – sulla cui valenza evocativa verte un dialogo ad hoc tra Ofelia e il fauno – svela poi buona parte del finale.
La sceneggiatura zoppica vistosamente tra infiltrati che si tradiscono nei modi più ingenui, disseminando la scena di indizi compromettenti e inciampando su trabocchetti dialettici degni della Signora in Giallo, e un’eroina protagonista di atteggiamenti a dir poco schizofrenici (si infanga fino al collo per portare a termine la sua prima prova, ma infrange inopinatamente una consegna abbastanza banale nel corso della seconda) e arranca nel tirare le fila della riflessione che vorrebbe suscitare sul tema dell’obbedienza. Tale discrepanza tematica va addebitata al fiato corto che contraddistingue quasi tutto il fantasy moderno il quale, come accennavo all’inizio, si affanna a rispecchiare le ansie passeggere di un’epoca gravata dal peso dell’angoscia e del cinismo confezionando favolette formalmente impeccabili, ma segnate – anche in assoluta buona fede – da un’erronea concezione “escapista” del fantastico. Assieme all’immancabile frattura dimensionale tra mondo reale e mondo fatato che la accompagna, essa non fa che negare proprio il potenziale salvifico che, in prima battuta, intende attribuire al linguaggio fiabesco. Di fatto spezzando una lancia in favore di quanti – nella finzione letteraria e cinematografica, ma anche nella realtà – nella magia dei miti non credono, e pretendono di essere obbediti di conseguenza.

Sullo stesso film: Colimckenzie, Gli Spietati, Alessio Guzzano




28 aprile 2006

What is the Matrix?

La nutrita serie di miniconferenze svoltesi nell’ambito della YavinCon 2006 – annuale manifestazione dedicata al mondo del multimedia fantastico/fantascientifico, ottimamente organizzata e autogestita dalla comunità internettara di Yavin4 – ha toccato uno dei suoi momenti più densi e intellettualmente elevati grazie all’intervento dei rappresentanti del sito web whatisthematrix.it. Per quanto possa risultare simpatico, pittoresco e fortemente aggregante anche il lato “ludico” che queste periodiche iniziative assunte dai fandom sparsi per la Rete immancabilmente presentano – mi riferisco in particolare alle sfilate in costume, alle maxi sedute di videogioco o di trivial pursuit a tema, all’esposizione di materiale iconografico “derivato” –, il sottoscritto non può proprio negare di preferire loro le occasioni di approfondimento e di riflessione letterario-cinematografica eventualmente offerte in contemporanea. Gli yaviniani, forti di un’esperienza quasi decennale in materia di raduni tematici, con la convention di quest’anno dimostrano ancora una volta di saper contemperare e soddisfare a tutto campo i gusti e le preferenze del variegato arcipelago di fan abbonati alla quattro giorni di Cesenatico.
Nel quadro di quotidiane manciate di seminari protrattisi per circa un’ora e mezza ciascuno, la disamina tenuta in qualità di “ospiti accreditati” dalla pattuglia di matrixiani di cui sopra ha permesso all’uditorio più smagato di trovare il bandolo dell’impalcatura filosofica e concettuale che sorregge il rapporto tra il genere fantastico e la modernità culturale otto-novecentesca. La formula diegetica ideata dai fratelli Wachowski si risolve appieno solo attraverso l’adeguata ricomposizione dei molti tasselli massmediologici “coordinati” in cui la narrazione complessiva della vicenda trova di volta in volta parziale svolgimento, costituendo quindi un vero e proprio racconto concertato su piattaforma multimediale. La trilogia cinematografica, secondo tale chiave di lettura, si salda pertanto ai suoi spin-off (come la serie Animatrix o i tie-in videoludici) su un piano paritetico – in linea con lo spirito di una saga che vede nella travagliata corsa alle “vie di comunicazione” più disparate un’esemplificazione della lotta per la Conoscenza tra cerchie di eletti sempre più ristrette. Più corposo è il bagaglio culturale dello spettatore, più penetrante sarà di conseguenza la sua capacità di cogliere i numerosi rimandi metacinematografici di cui tutta l’opera è disseminata. Questo pattern stilistico introduce il pubblico in una realtà a intelligibilità progressiva, nella quale rivivono tutte le gradazioni di gnosi in mano ai protagonisti di Matrix, dal vertice della piramide conoscitiva (Neo) fino al suo scalino più basso (il comune e inconsapevole figurante). Non è un caso, allora, che la simbologia occulta che fa capolino in molti fotogrammi del “metafilm” rinvii al deposito iconologico e rituale della società esoterica forse più di ogni altra legata ad una concezione “verticistica” del Sapere: la Massoneria. Si pensi alla figura demiurgica impersonata dall’Architetto, ad esempio, che perfino nel nome e nel ruolo giocato – quello di generatore di un algoritmo informatico ripetuto ad libitum per simulare la realtà di fine XX secolo – ricalca l’idea massonico-deista di un Creator asettico ed eticamente neutro. Oppure, anche alla luce del successo planetario riscosso da un’opera estremamente contigua all’esoterismo “incartato” come Il Codice Da Vinci, il pensiero corre alla figura del Merovingio – enigmatico dispensiere di sofismi in Matrix Reloaded – che, en passant, porta il nome della fantomatica stirpe fondata da Gesù Cristo e Maria Maddalena. Nel suo controverso romanzo, Dan Brown immagina che, allo scopo di proteggere la dinastia semi-divina in questione, le menti più straordinarie della storia umana (nuovamente cenacoli elitari, dunque) si siano riunite per duemila anni sotto le mentite insegne del Priorato di Sion. Ancora, sul blasone del Merovingio campeggia una grossa lettera “M” in bella vista, in totale disaccordo coi dettami dell’araldica, che vietano l’utilizzo dei monogrammi negli stemmi nobiliari. Per quale motivo i concept designer arruolati dai Wachowski saranno mai incappati in una simile svista? La suddetta “M” non denuncerà invece connessioni con elementi extra-narrativi meno scontati di quelli ipotizzabili in un primo momento? Domande retoriche: “M” sta per “Maddalena”, sulla falsariga di un graficismo allusivo a sua volta mimetizzato ne L’Ultima Cena di – guardacaso – Leonardo Da Vinci o rintracciabile anche sulla pianta della misteriosa chiesa francese di Rénnes le Chateaux semplicemente unendo i punti in cui, al suo interno, sorgono delle statue. A tali indicazioni vanno aggiunti il sibillino nome della rivista ufficiale di Matrix“E pluribus Neo”, molto simile al massonico “E pluribus Unum” –, il simbolo che appare a fianco della testata – una piramide sormontata da un occhio, simbolo deista stampigliato anche sulle banconote USA – e alla diffusa temperie “platonica” in cui l’umanità appare immersa nel corso della vicenda, quasi che l’intera saga costituisca una rivisitazione del mito della Caverna. Tutti gli elementi indiziari appena ripercorsi, a mio avviso, concorrono a formare un canone estetico comune alla quasi totalità della produzione a vario titolo “fantastica” divulgatasi da qualche decennio a questa parte. Entro il perimetro di questo filone letterario e cinematografico si collocano quasi ventimila tra film e libri tra cui 2001, Odissea nello spazio di Kubrick, Solaris di Tarkovskij, Guerre Stellari di Lucas (attorno il quale ruota il newsgroup di Yavin4), Incontri ravvicinati del terzo tipo ed E.T. di Spielberg, La storia infinita di Pietersen, Excalibur di Barman, Harry Potter di J. K. Rowling e Queste oscure materie di Pullmann. Il paradigma esistenzialista e irreligioso che caratterizza questo immaginario – conforme, per l’appunto, al modello socio-economico propagandato dalla Massoneria – verte sulle vicende che un Fato sovente cinico e baro sottopone a caste di predestinati in preda a lotte intestine. Eletti in grado di trafficare con la struttura della materia in via privilegiata come i maghetti di Harry Potter, oppure di liberarsi dalla gabbia fenomenologica tramite un “accesso agevolato” ai superiori piani dell’Essere come gli eroi made in Wachowski – idealtipi assimilabili alle fasce “colte” dei rispettivi pubblici di riferimento, ammessi previo “test attitudinale implicito” ad un livello di lettura più raffinato dell’ipertesto narrativo (occultamente) somministrato ad ogni shot sospinto. La prospettiva a-teleologica e stoicizzante definita dall’eterno ritorno del sempre uguale a se stesso, in Matrix veicolata dalla frequente ripetizione di certe inquadrature e di precise saturazioni cromatiche – il blu permea il mondo “reale”, il verde l’universo artificiale sintetizzato dalla Matrice e il giallo le visioni elettive di Neo –, completa l’individuazione di un sistema di coordinate estetiche e (di conseguenza) etiche ben precise. Esse, attraverso molteplici soluzioni creative, conducono alla codifica di un’umanità libera dagli obblighi inerenti a qualsivoglia appartenenza “ecclesiale” istituzionalizzata. Ai personaggi baciati dalla superiorità innata, infatti, si aprono due alternative: raccontare balle alla stragrande maggioranza dei “babbani” di turno, inventandosi dei culti religiosi totalmente sovrastrutturati ad una cinica promessa di trascendenza (privilegio del tutto casuale e riservato a pochi fortunati), oppure combattere l’oscurantismo dei propri simili deviati predicando un abbraccio cosmico e spiritualmente soggettivo, offrendo quindi agli inetti un paternalismo “morbido” in luogo di quello riottoso e vendicativo propugnato dai malvagi. Ma si rimane comunque nel solco di un’aristocrazia iniziatica sotto il cui potentato i figuranti – condannati all’immanenza o, negli scenari più ottimistici, alla reincarnazione – agiscono come pedine di un Potere “cieco”, non di una Grazia redentrice.
Com’è lontana la poetica – non per nulla cristiana e cattolica – de Il Signore degli Anelli tolkieniano, la quale vede premiata la comunione di intenti tra persone normali, perfino subalterne, e una Provvidenza benefica che chiede collaborazione a tutti, senza alcuna distinzione di “stigma natale”. L’ostracismo toccato all’opus magnum del Professore oxoniense all’interno degli ambienti universitari togati, in effetti, si può spiegare azzardando l’ipotesi di un tacito boicottaggio al tipo di mitologia che la saga della Terra di Mezzo rappresenta. Fu proprio l’egemonica intellighenzia gnostica anglosassone, incaricata di combattere il risveglio cristiano dell’America profonda a cavallo tra i ’50 e i ’60, a fornire il materiale teorico con cui si è edificata la gran parte del fantastico a noi noto. Logico quindi ritenere che la tiepida accoglienza riservata all’epica cristiana di Tolkien da quadri accademici ideologicamente così compromessi con una visione escatologica di segno opposto, allora come oggi – data l’invariata coloritura intellettuale dei dipartimenti universitari –, non sia affatto legata a motivi “di scarso valore artistico” come suggerito da taluni. La ragione starebbe invece, sempre in base alla mia ricostruzione, nella secolare battaglia tra Massoneria e Chiese cristiane, intravista nei suoi tratti essenziali già da Dostoevskij nella seconda metà dell’Ottocento.

Morale della favola? Sempre quella: mai cucinare minestroni “fieristici” di umori e passioni forse somiglianti a fior di pelle, ma diversissimi nella genesi e nel contenuto. Se folklore generalista ha da essere, che si affianchi al necessario approfondimento. Ma niente confusi ammassi tecnoludici per bambinelli spendaccioni. In una parola? No al Lucca Comics, sì alla YavinCon.




28 novembre 2005

Harry Potter e il Calice di Fuoco

Sarebbe molto interessante approfondire sotto una luce “filosofica” il rapporto tra il fenomeno Harry Potter e la temperie culturale in cui è fiorito il suo enorme successo. Se il racconto fantastico - proprio perché libero da qualsivoglia obbligo nei confronti della “storicità” – consegna all’immaginario collettivo l’elaborazione di tematiche senza tempo, il gradimento riscosso da un’opera di quel genere la dice lunga sulle aspirazioni e sugli umori profondi del pubblico che la accoglie. Ma mi guardo bene dallo spiegare in questa sede in che senso, a mio avviso, le avventure dell’occhialuto maghetto uscito dalla penna di J. K. Rowling si addicono ad un’epoca attraversata da suggestioni assieme materialistiche e gnostico/stregonesche, peraltro in contrapposizione solo apparente.
Meglio allora occuparsi del quarto episodio della serie, giunto al cinema grazie al lavoro di adattamento dell’inglese Mike Newell. I precedenti tre capitoli erano passati dalla pedissequa aderenza ai testi-base osservata da Chris Columbus (regista de “La pietra filosofale” e de “La camera dei segreti”) alla pregevole rigenerazione in chiave gotico/scespiriana apportata da Alfonso Cuaròn (“Il prigioniero di Azkaban”). Fortunatamente Il calice di fuoco si mantiene sui livelli di indipendenza creativa inaugurati col terzo film della serie, anche se una trama di partenza così articolata avrebbe richiesto maggior risolutezza nello scegliere tra la fedeltà alla “lettera” e l’asciugamento visivo dell’intreccio originario. Invece anche a Newell, evidentemente, dev’essere toccato subire le invasioni di campo concesse alla Rowling a norma di contratto. La scrittrice britannica, infatti, si prodiga per riprodurre anche nei film la progressiva maturazione che da un lato coinvolge i suoi personaggi e le sue tecniche narrative, mentre dall’altro riguarda i suoi lettori in carne e ossa, in un ideale parallelismo formativo tra finzione e realtà. Naturalmente l’uomo di lettere non accetta di veder trasferire gli elementi di una simile “crescita” dal piano della parola, di sua specifica competenza, a quello dell’immagine, in cui l’occhio va servito ben più dell’orecchio. Per cui nasce un film pieno di buone trovate di regia ma viziato da un’incongruenza espositiva di fondo.
I primi dieci minuti di proiezione forniscono un ottimo spaccato dei pregi e dei difetti di tutta la pellicola: bene l’ellissi sulla partita di Quidditch, benissimo il prologo di grande slancio visionario, male l’ingresso in scena dei Mangiamorte. Di punto in bianco gli incappucciati irrompono nell’accampamento e lo devastano, senza che la loro figura venga introdotta a dovere. Cosa li spinge ad agire così? Perché ricompaiono - come si scopre nel seguito - dopo tredici anni? È logico che i fan della versione libresca conoscano a menadito i particolari della vicenda, ma lo è altrettanto che il pubblico neofita rimanga disorientato al punto di scambiare i congiurati per Dissennatori o, peggio ancora, di rinunciare sin dall’inizio a tirare le fila della trama nella sua interezza.
La fretta si dimostra cattiva consigliera anche nel frangente che vede Harry catapultato nel Pensatoio, allorché il processo a Karkarov mal si coniuga con la sua riabilitazione, data per scontata fuor di digressione. Ma la sequenza più incomprensibile coincide senz’altro col ritrovamento del cadavere di Barty Crouch. Un episodio tanto enfatizzato quanto privo di reali sviluppi successivi, oltre che dovuto ad una inspiegabile (dati l’ora e il luogo) scampagnata nel Bosco Proibito. Volendo calcare la mano, si potrebbe stigmatizzare senza tema di spoiler l’espediente adottato per dare il colpo di scena finale, un trabocchetto deduttivo degno della miglior signora Fletcher (“Come fa a saperlo? Io non l’avevo detto”).
Peccato, perché una più decisa “bonifica” degli elementi inessenziali per l’economia della narrazione avrebbe contribuito a far risaltare l’innegabile vena teatrale che sostiene tutto il film, dal gattopardesco Ballo del Ceppo fino al claustrofobico rimpiattino nel Labirinto e alla diabolica rinascita di Voldemort. Ralph Fiennes, sfigurato in viso e macilento nel fisico, beneficia dell’unico effetto visivo davvero convincente nel mare di fintume computerizzato a cui la ILM sembra aver deciso di condannare la saga cinematografica di Harry Potter.
In definitiva, la missione di allargare la “base” dei fans di Harry Potter tramite la diversificazione mediatica non può ancora dirsi compiuta. Magari scatta una scintilla di interesse per il clima “giallesco” dell’insieme, per le ambientazioni collegiali vagamente vittoriane, per il modo efficace di descrivere l’amicizia tra adolescenti.
Ma rimane forte la sensazione di non poter essere bene accetti nella grande famiglia di Hogwarts, finché non ci si sia rassegnati a passare per le pagine dei libri.
Una mancata “autosufficienza inclusiva” che rivive anche nella stucchevole morale della favola, per com’è affidata alle parole pronunciate da Silente in memoria di Cedric: trionfano amicizia e solidarietà, certo, ma tra maghi. I babbani, chi se li fila quelli.



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