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Non te lo chiedo per favore: non calpestarmi







Perduta nazione, avito suolo
Isole tra i monti, strade pei mari
Unico asilo ed eterno conforto
Per te prosperiamo
Liberi e reverenti





Due che hanno visto giusto





La situazione mediorientale spiegata
meglio che in mille editoriali





In memoria di Diamond
"Dimebag" Darrell
, e di tutti gli
interminabili pomeriggi di
gioventù trascorsi a sgomitare
sotto la sferza selvaggia
della sua chitarra!





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Il movimento liberale giovanile fondato e presieduto da Francesco Lorenzetti



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Laicità e diritto naturale,
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Né bio né equo
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Fassino, le sberle, la rivincita

Tri-dazer

"Prodienko": torti e ragioni

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Come Prodi
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Life to lifeless

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A New Republic

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Uomini, caporali
e parlamentari


Immigrazione e libertà

L'innatismo dei predestinati

Libertari o gobettiani?

Sarko e Silvio

Cronache straboscopiche

Sex Crimes & the Vatican

Michela Vittoria Brambilla

La valanga veronese

Gods of Metal 2007

Se Milano piange,
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Gianfranco, Daniela
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Un altro partito liberale?
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La battaglia che fermò
l'impero romano


Harry Potter 5

Mario e i miglioristi sognatori

L'Arciprete e il Cavaliere

Scemenze che vanno distinte

Cor magis tibi Sena pandit

Gli interrogativi di Walter

Il liberismo
è davvero di sinistra?


Fenomenologia del Grillo

Le cronache
del Ghiaccio e del Fuoco


Liberalismo

Eutanasia in progress

Rivalutiamo pure Hobbes,
ma solo oltre confine


Rosmini for dummies

Sapessi com'è strano/
morire democristiano


La Libertà e la Legge

Bioetica
autunno-inverno


Il caso Bianzino

Luigi Sturzo for dummies

Papa e Sapienza,
Fede e Ragione


USA 2008: Mac is back!

I figli di Hurin

Aborto all'italiana

Urbanistica di cronaca
e di mercato

Contro le tasse

Liste del Pdl:
guardiamo la luna,
non il dito


Cattolicesimo,
protestantesimo
e capitalismo


In difesa di Darwin/
Dimenticare Darwin


Multiculturalismo o razzismo?

Coerenza o completezza?
Il caso delle norme edili


Il teatrino fa comodo a tutti

Un'impronta illiberale?

La scelta di Eluana

La fine dell'economia

Il Cavaliere Oscuro

Il quoziente etico

Fallitalia

Quel che resta della crisi

 
 
 
 
 
 
 
 
 
Liberalizzazioni:
cosa resta da fare?

#1  #2


Il punto sulle bersanizzazioni
#1  #2  #3


Un giorno di libertà
#1  #2  #3


Metabio(gen)etica
#1  #2  #3  #4


Per il bene dell'Italia
#1  #2  #3  #4  #5
#6  #7  #8  #9  #10 


IsmaelVille
#1  #2  #3  #4  #5
#6 #6.1 #7  T13


Spigolature internautiche

"Uòlter Veltroni
a tajà er nastro
so' tutti bboni"

            by Giggimassi


"Far l'amore
col preservativo
è come fare il bagno
con lo scafandro"

                (Anonimo)


"Non sono né del partito
rivoluzionario né del
partito conservatore.
Ma tuttavia e dopotutto
tengo più al secondo che al
primo. Infatti dal secondo
differisco nei mezzi
piuttosto che nel fine,
mentre dal primo differisco,
insieme, nei mezzi e nel fine.
La libertà è la prima delle
mie passioni. Questa è la
verità"


      Alexis De Tocqueville
                    (by Zamax)


"Se Dio si candida,
lo stolto pensa alle elezioni
invece che al problema
dell'elezione"


            Giuliano Ferrara


"Io credo soltanto nella parola.
La parola ferisce, la parola
convince, la parola placa.
Questo, per me, è il senso
dello scrivere"


                    Ennio Flaiano
                (by Il Paroliere)


"L'ideazione di un sistema
resistente è atto creativo
che solo in parte si basa su
dati scientifici; la sensibilità
statica che lo determina, se
pure necessaria conseguenza
dello studio dell'equilibrio e
della resistenza dei materiali,
resta, come la sensibilità
estetica, una capacità
puramente personale, o per
meglio dire il frutto della
comprensione ed assimilazione,
compiutesi nello spirito del
progettista, delle leggi
del mondo fisico"


                       Pier Luigi Nervi
(Scienza o Arte del Costruire)


"L'unica cosa necessaria
per il trionfo del male
è l'inerzia dei buoni"

                         Edmund Burke
              (by Torre di Babele)


"Un governo così grande da
darti tutto quello che vuoi
è anche abbastanza grande
da toglierti tutto quello che hai"


               Barry M. Goldwater
          (by Retorica e Logica)


"L'amore è donare quello
che non si ha a qualcuno
che non lo vuole"


                     Jacques Lacan
                       (by Bernardo)


"Sono un conservatore nel
senso inteso da Hannah Arendt,
che si preoccupava della
preservazione del mondo.
Oggi comunque non c'è più
ordine costituito, ma solo
un cambiamento costituito.
La nostra sola tradizione è
il progresso. Viviamo in nome
del movimento e del
cambiamento continuo.
In questo contesto, io mi
considero un rivoluzionario,
perché ormai la sola
rivoluzione possibile è quella
che interrompe le derive
contemporanee"

               Alain Finkielkraut
                            (by Temis)


"Parliamo di politica:
quando si mangia?"


                 Alberto Mingardi


"Quella delle domeniche
a piedi è una messa rosso-
islamica, basata sulla nostalgia
del bel tempo della austerity
'regalataci' dall'Opec nel 1973.
E' un rito di espiazione e
autoflagellazione, direbbe un
Ernesto De Martino. E' una
autopunizione per aver pensato
di andare in auto a casa della
mamma, direbbe Freud. E' una
purga rivoluzionaria per
distruggere i beni di consumo
e tornare al valore d'uso,
direbbe Karl Marx"


                  Paolo Della Sala


"Quando uno conosce bene
una cosa se ne ha a male
se qualcun altro ne parla"


                          by Cruman


"Il vero conservatore sa che
a problemi nuovi occorrono
risposte nuove, ispirate a
principi permanenti"


             Giuseppe Prezzolini
  by Camelot Destra Ideale


"Una donna lo sa: le donne
adorano odiarsi. E' una cosa
vezzosa, niente di grave: solo
un po' di veleno qua e là, uno
sgambetto un sorriso e una
pugnalata alle spalle.
Non possiamo resistere"


              Annalena Benini


"Gli elettori delegano
il peccato ai potenti, così
possono immaginare
di non essere colpevoli
di nulla"


          Paolo Della Sala, again


"L'utilitarista deve nascondere
giudizi di valore da qualche
parte, per prendere decisioni
in base al suo principio,
e la teoria morale che ha
non è quindi l'utilitarismo,
ma lo specifico criterio
decisionale adottato"


                          LibertyFirst


"Non c'è più nessuno
a cui sparare, signore.
Se si tratterà solo di
costruire scuole e ospedali,
è a questo che serve l'esercito?"


                   Michael Ledeen


"L'idealista è uno che,
partendo dal corretto
presupposto che le rose hanno
un profumo migliore dei cavoli,
usa le rose per fare la zuppa"


                  Antonio Martino


"Sono sempre i migliori
ad andarsene dai forum"


                           Malvino


"Sapientia deriva da assaporare,
serve altro commento che non sia
mettere in moto il pensiero,
il ragionamento critico
come sapore delle cose?"


                                 adlimina


"Se gli economisti fossero
in grado di prevedere l'economia
non sarebbero tali, cioè non
avrebbero bisogno di insegnare
per sbarcare il lunario"


                            Mario


"Chi è sovente accigliato,
chi alza spesso il ditino
ammonitore, chi giudica
severamente il mondo
è uno che nel mondo
ci si trova male"


                             Gianni Pardo


The unprofessional blog

L'autore dichiara apertamente
che gli audaci parti del suo
intelletto avrebbero bisogno
del conforto di dottrina
specialistica in più materie,
nessuna delle quali minimamente
padroneggiata: pregasi notare
- sia ricordato qui una volta
per tutte - che di siffatti
scrupoli accademici è
privilegio della corporazione
dei dilettanti infischiarsene
allegramente (TNX Zamax)


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28 settembre 2007

Appunti su "Le cronache del Ghiaccio e del Fuoco"

 “Alla fine tutti noi diventiamo canzoni. Se siamo fortunati”

Negli sterminati e onnicomprensivi cieli della letteratura fantasy, da oltre dieci anni risplende l’astro di George R. R. Martin. L’opera dello scrittore americano è molto vasta; qui mi occupo di stendere qualche nota sull’edizione italiana del suo lavoro più acclamato, cioè Le cronache del Ghiaccio e del Fuoco.
La pubblicazione del ciclo romanzesco segue una suddivisione in episodi premeditata all’origine, anche se già soggetta a qualche variazione in corso d’opera. La tabella di marcia inizialmente programmata dall’autore prevedeva tre volumi, Il gioco dei troni (A Game of Thrones), Lo scontro dei re (A Clash of Kings) e Tempesta di spade (A Storm of Swords), ai quali, dopo un controverso ripensamento d’intenti, si sono aggiunti Un banchetto per corvi (A Feast for Crows), La danza dei draghi (A Dance with Dragons), I venti dell’inverno, (The Winds of Winter, titolo provvisorio) e Il sogno della primavera (A Dream of Spring, titolo provvisorio). In Italia i primi tre libri sono stati pubblicati da Mondadori, non senza che il loro spezzettamento in due o tre sotto-volumi ciascuno suscitasse qualche giusto malumore, mentre finora del quarto la stessa casa editrice ha pubblicato solo la prima parte (Il dominio della regina).
Va subito specificato che l’inserimento di A Feast for Crows tra A Storm of Swords e A Dance with Dragons, a riempimento di una lacuna cronologica di cinque anni tra i fatti narrati nella prima e nella seconda trilogia, si deve tra l’altro a una vera e propria sollevazione telematica degli appassionati: vedremo in seguito come anche per Martin la poca fermezza nell’ignorare le ubbie del fandom si sia rivelata una cattivissima consigliera.
Le vicende raccontate ne Le cronache del Ghiaccio e del Fuoco (A Song of Ice and Fire in lingua madre: non si capisce bene se l’insulsa traduzione italiana del titolo originale, peraltro unico neo nell’ottima trasposizione curata da Sergio Altieri, voglia parassitare il successo del lewisiano Le cronache di Narnia) si svolgono in un mondo immaginario nel quale le stagioni possono durare anni interi e le terre emerse vedono un continente occidentale e uno orientale dirimpettai sui due lati dell’oceano minore, chiamato Mare Stretto. Il baricentro dell’avventura è saldamente situato a Ovest, con uno dei tronconi narrativi salienti più qualche “deviazione” dal tracciato principale dislocati a Est. La regione occidentale del planisfero martiniano, cartografata abbastanza dettagliatamente all’interno di tutte le edizioni del libro, costituisce una sorta di macro-Britannia con sporadici innesti mediterranei. I punti di contatto dell’occidente tratteggiato da Martin con la storia e la civiltà anglosassoni, infatti, sono numerosi e significativi. I sette regni degli uomini, all’epoca in cui scoppia la guerra di successione al trono sulla quale si impernia il racconto, sono ingabbiati nel rigido sistema feudale e centralista creato tre secoli prima da Aegon il Conquistatore, ma in precedenza formavano una confederazione di reami indipendenti: esattamente come l’Inghilterra pre-normanna. Le rare tracce di politologia presenti nel testo, a tal proposito, hanno nell’alternativa tra unione e unità dei regni il loro tema cardine. Il confine settentrionale del mondo civilizzato è un’immensa muraglia di ghiaccio custodita da un ordine di monaci guerrieri, i Guardiani della Notte, e oltre la frontiera Nord si distende una selva abitata da tribù di feroci barbari, i Bruti. La similitudine con il vallo di Adriano, che anticamente proteggeva i domini inglesi dalle scorrerie dei Celti e ancora oggi segna il limitare della Scozia, è palese. Le due casate rivali nel “gioco del trono” sono i Lannister e gli Stark (rispettivamente signori di Castel Granito e di Grande Inverno, ovvero i lord protettori dell’Ovest e del Nord), consonanti perfino nel nome alle case di Lancaster e York che combatterono la sanguinosa Guerra delle Rose nel XV secolo. Tutta l’onomastica delle terre occidentali, poi, si regge su una fonetica che oscilla tra il celtico (Robert Baratheon, Vyseris Targaryen) e l’anglofono (Nestor Royce, Walder Frey, Jacelyn Bywater).
Più scarse sono le informazioni relative al continente orientale; sappiamo che in buona parte esso è organizzato in città libere sul modello delle poleis greche, che in alcuni territori si pratica il commercio degli schiavi e che l’etnografia complessiva del Levante martiniano unisce elementi (medi)orientaleggianti a caratteri più tipicamente europei (come ad esempio la conformazione della città di Braavos, che di Venezia riproduce i canali, i ponti e addirittura le gondole).
Come sempre, ogniqualvolta si profili all’orizzonte un bestseller “di genere”, scatta il riflesso condizionato di paragonarne gli stilemi con l’opera che, a torto o a ragione, viene universalmente riconosciuta quale capostipite del filone. Nel nostro caso, si tratta ovviamente di stabilire il grado di parentela tra i Sette Regni di George Martin e la Terra di Mezzo di John Tolkien.
Dietro una comune estetica a forti tinte medievali, in realtà, tra l’opera dello scrittore americano e del fellow britannico si rinvengono profonde differenze stilistiche e tematiche, pur con una peculiare convergenza nella poetica. Mentre Tolkien si prefiggeva l’obiettivo – a onor del vero raggiunto pienamente solo con gli scritti postumi – di svincolare radicalmente il testo dal contesto, cioè di fare mitologia, Martin è decisamente uno scrittore del nostro tempo. Certo, le sue Cronache non rientrano nel campo del fantasy “debole” ovunque prodotto dopo che la tragedia del Novecento è degradata in farsa, ma gli schemi compositivi adottati al loro interno avvicinano il risultato finale più al romanzo storico postmoderno che all’epos. Non a caso la temperie machiavellica da cui emergono alcune svolte narrative e la crudezza di molti registri espressivi ricordano in svariati frangenti I pilastri della Terra di Ken Follett (libro peraltro eccezionale). Se lo “scheletro portante” della cosmogonia tolkieniana è il Verbo, inteso come potenza (sub)creatrice del linguaggio, lo spessore storico del mondo martiniano riposa su sostegni retrospettivi più a buon mercato: un’abbondante araldica di stemmi, blasoni e segnacoli nobiliari, qualche riferimento cronologico per coordinare la storiografia dei Sette Regni, un arcipelago di credenze religiose stratificatesi nel corso dei millenni. Riguardo al rilievo della religione nell’indirizzare il corso degli eventi, del tutto latente in Tolkien, nell’opera di Martin l’adorazione delle diverse divinità ricopre la funzione – eminentemente politica – di legittimare il potere costituitosi attorno alle varie schiatte aristocratiche. Gli Stark e i popoli del Nord sono devoti al culto animista dei Primi Uomini, mentre nel resto del continente occidentale prevale la tradizionale adorazione dei Sette Dei (di marca “archetipica” vagamente greco-romana). Eppure sono i culti misterici monoteisti che, improntati a un ferreo dualismo ontologico, promettono di fornire all’autore un serbatoio creativo per future invenzioni tramiche. Il Signore della Luce e il Dio Estraneo, così come il Dio Abissale e quello della Tempesta, definiscono antinomie concettuali nette e dispongono di ministri in possesso della facoltà di resuscitare i morti. Ancora da inquadrare rimane la parte in commedia del culto panteista celebrato nella città di Braavos al Dio dai Mille Volti.
Da tali brevi note si desume la differenza forse più marcata tra le scritture di Tolkien e Martin, che attiene all’opposto arco teleologico descritto nelle due epopee: laddove la Terra di mezzo, con la distruzione dell’Anello e la partenza degli Elfi, si accinge a distaccarsi senza appello dalla dimensione magica e soprannaturale e a “secolarizzarsi”, i Sette Regni vivono immersi nel potere, per così dire “stagionale”, di forze (e creature) ancestrali in spola perenne tra quiescenza e risveglio.
Eppure il ruolo giocato dalla magia offre allo stesso tempo anche un interessante motivo di similitudine “poetica” tra i due autori: in Tolkien come in Martin le arti magiche assumono contorni incerti e sfuggenti, determinando un’esemplificazione della capacità di dominio. Il recente fantasy neognostico (ossia a vario titolo debitore di concezioni “elettive” della conoscenza), al contrario, ha sempre in un pervasivo brodo d’empatia stregonesco la sua forza motrice per eccellenza.
In conclusione, resta solo da esprimere un giudizio d’insieme sulla saga letta fin qui. Alla partenza piuttosto naif di A Game of Thrones ha fatto seguito una vistosa maturazione stilistica, culminata nella forsennata ecatombe di A Storm of Swords. Ma l’incognita che minaccia più seriamente il futuro del ciclo martiniano è la volubilità dell’autore che, sommata alla propensione ad accusare la pressione pseudocreativa dei suoi fans più agguerriti, rischia di replicare anche in futuro il mezzo passo falso compiuto sinora con A Feast for Crows. Un libro stancamente interlocutorio, che ignora due dei tre personaggi meglio caratterizzati del cast (il nano deforme Tyrion Lannister e il voltagabbana Theon Greyjoy, quest’ultimo gettato nel dimenticatoio davvero da troppo tempo) e serve al terzo (il keynesiano maestro del conio Petyr Baelish) solo una particina striminzita. George Martin avrebbe dovuto respingere i diktat del fandom e proseguire nella sua idea di frapporre un salto temporale tra le due trilogie con un po’ più di risolutezza, dote che però notoriamente non abbonda tra gli uomini di lettere.

Link utili:

Le voci di Wikipedia su George Martin e su Le cronache del Ghiaccio e del Fuoco

La Barriera (sito non ufficiale di appassionati italiani: da vedere il loro atlante in flash dei Sette Regni)




18 luglio 2007

Harry Potter e l'Ordine della Fenice

A quanto è dato dedurre da una frequentazione esclusivamente cinematografica della saga, l’enorme successo di Harry Potter va attribuito alla bravura di J.K. Rowling nel calare l’introspezione formativa dei suoi fantacollegiali rampanti in vicende autoconclusive a forti tinte gialle, armonizzando la (premeditata, dunque rigida) suddivisione dell’eptalogia in anni scolastici tramite la progressiva stesura di fili conduttori generazionali (i rapporti dei giovani protagonisti con le rispettive famiglie e/o fazioni), estetici (un brodo d’empatia decisamente gnosticheggiante) ed epici (la lotta contro Voldemort) che attraversano tutta la serie.
Da preponderante che era nei primi tre episodi, la componente mystery ha però scontato un’evidente rarefazione nel quarto, per poi letteralmente volatilizzarsi – assieme alla fanciullezza dei personaggi principali – nel quinto. A ulteriore detrimento dello specifico filmico e – ho il sospetto – letterario conservato dall’impianto narrativo generale di un’opera ormai ampiamente proiettata oltre il medio termine: ne rimane un apparato testuale privo di interposizione diegetica tra psicologia adolescenziale e ampio respiro politico. Cioè un contenitore vuoto di sostanza.
Checché ne dica tanta (troppa) critica mainstream, e come ripeterò fino allo sfinimento, nelle arti figurative il mezzo non è il messaggio. Per quanto la “morale” veicolata nel quinto capitolo di HP si rifaccia a valori assolutamente lodevoli – il rifiuto dell’omologante (e paralizzante) programmazione scolastica ministeriale, la critica della proliferazione legalistica, il bisogno di legami affettivo/educativi per riuscire a combattere il male dentro di noi – e funzionali all’apertura della cornice ambientale potteriana al mondo “fuori da Hogwarts”, nessun cambio di prospettiva sulle vicissitudini raccontate può giustificare la pressoché totale assenza di nucleo drammaturgico che pesa su L’Ordine della Fenice.
La crisi d’identità in cui versano le nuove avventure cinematografiche del britishmago è dovuta a una trasformazione narrativa che, a lume di naso, sembra avere in serbo spettacolari sviluppi (guerreschi?) per il gran finale dell’epopea. Ed è pacifico trasmettere tali mutamenti passando per reiterate panoramiche su sottotrame in predicato di convergere, di modo che purtroppo l’effetto-transizione ricada sull’adattamento filmico del libro attraverso la clausola di approvazione rowlinghiana alla sceneggiatura. Vincolo piuttosto contraddittorio, da parte di una scrittrice che inneggia all’antiautoritarismo, all’apertura mentale e all’indipendenza creativa; addirittura deleterio, se subito da registi facili ad appiattirvisi.
David Yates, similmente al suo predecessore Mike Newell, staziona a metà strada tra lo yesman Chris Columbus (autore dei primi due, bruttissimi film della serie) e il visionario Alfonso Cuaron (direttore dell’affascinante, ancorché malscritto, Prigioniero di Azkaban). Per cui, se appare semplicemente risibile illudersi di comunicare per immagini la “sprovincializzazione” del mondo potteriano con qualche ripresa aerea di Londra a volo di scopa, sono invece molto ben visualizzate da repentine distorsioni percettive le intrusioni mentali e le conseguenti lezioni di “occlumanzia” protettiva. Una cinepresa incline a qualche manierismo di troppo conosce sia momenti di solare banalità (il montaggio alternato tra le misure draconiane adottate dalla prof Umbridge e le lezioni clandestine autogestite da Harry e compagni) che simpatici controcampi (la suddetta professoressa si presenta nel refettorio e invoca “risa e applausi”, ma nelle tavolate non si muove una foglia; nel bosco Luna Lovegood dà a una bestia un pezzo di carne da mangiare a bocconate e poi la scena passa a Ron, che si ciba più o meno allo stesso modo). La morte di Sirius, staccando in ralenti sulla disperata reazione di Harry, cita apertamente la jacksoniana caduta di Gandalf ne La Compagnia dell’Anello. Notevoli i take di frangenti segnati da crolli rovinosi, come la frana dei decreti affissi al muro o la pioggia di ampolle nella stanza dei misteri: che il regista, caricando d’enfasi il tema visivo dell’implosione, abbia voluto mettere simbolicamente in guardia la sua datrice di lavoro sui rischi dell’allungo interlocutorio nello scrivere i libri e degli eccessi di “dirigismo” nel supervisionare le trasposizioni?
La sceneggiatura è costretta a saltare di palo in frasca; talora lasciando irrisolti alcuni discorsi (come il necessario chiarimento tra Harry e Cho, forse rimandato ai prossimi episodi), talaltra del tutto inutilmente (la parte riservata al “fratellastro” di Hagrid si poteva tranquillamente sforbiciare). Tra il cast spiccano Alan Rickman (Piton) e l’eccelso comprimario Gary Oldman (Sirius), al quale basta fare l’occhiolino per rubare la scena ai protagonisti; meno incisiva la recitazione “teatrale” di Imelda Staunton (Dolores Umbridge), che smorza la sensazione di presa diretta. I ragazzi, peraltro serviti da un copione abbastanza legnoso, sembrano sempre meno convinti di quello che fanno. Soprattutto Rupert Grint (Ron) è davvero sottotono.
Gli effetti visivi brillano nelle scenografie ma, come al solito, lasciano molto a desiderare quanto a creature digitali. La colonna sonora è estremamente raffinata ma manca di mordente, orfana com’è del grande John Williams. Il quale, a dispetto dell’ostracismo riservatogli dai musicologi di vaglia, conosce a menadito i due requisiti aurei della musica da film: semplicità ed efficacia (il cinema non è l’opera wagneriana).
In definitiva, un film di buon livello tecnico ma minato da inemendabili malformazioni congenite.

Il mio commento a Harry Potter e il Calice di Fuoco.

Alcuni interessanti spunti di riflessione libertari sulla poetica potteriana, chez Fausto Carioti e Leonardo Facco.

La parola agli esperti: “ogni ingrediente è al suo posto [...] la sceneggiatura di Michael Goldenberg rasenta la perfezione” [Miss Prissy]; “l'Ordine della Fenice, il dispotismo della Umbridge, l'Esercito di Silente, le paure di Harry restano tasselli di un puzzle a sé stanti, che non riescono ad unirsi, spesso solo descritti dal di fuori e non approfonditi” [Eco]; “nelle scene d'azione ci sono gli inciampi più evidenti, causati principalmente dall'incapacità di Yates a creare scene clou, climax forti” [Pungolo]; “Nell’anno delle metà oscure di storici personaggi, quella di Harry Potter funziona che è una malvagia meraviglia” [Alessio Guzzano]; “il delicato equilibrio fra il lato infantile e quello adulto, abilmente mantenuto negli episodi firmati da Chris Columbus, Alfonso Cuaron e Mike Newell, va a farsi benedire. Va bene passare all’età adulta. Ma di questo passo il povero Harry Potter rischia di finire in un talk show” [Fabio Ferzetti]

Addendum (28-07-2007) - Due belle recensioni di Harry Potter and the Deathly Hallows, a firma di Massimo Introvigne. Qui e qui.




22 maggio 2006

Il Codice Da Vinci - Il film

Quello che penso – cioè praticamente tutto il peggio possibile – dell’arcinoto bestseller indovinato da Dan Brown e dal suo valente codazzo di editor e di promoter l’ho già messo per iscritto qui. Siccome le mie opinioni sull’argomento non sono cambiate di una virgola rispetto a quando lessi il chiacchierato romanzo per la prima (e unica) volta, mi asterrò severamente dall’approfondire di nuovo il mio punto di vista circa il rumoroso “caso letterario” fiorito accanto al Codice Da Vinci, o a proposito del massiccio risveglio gnostico-massonico del quale questo oggetto di culto – come del resto molti altri suoi parenti stretti – è indubbiamente uno degli epifenomeni più rilevanti. Molto brevemente: l’intera struttura narrativa costruita attorno alle peripezie notturne di Robert Langdon e di Sophie Noveau sulle due sponde della Manica, in effetti, si dimostra null’altro che un’infilata di pretestuosissimi colpi di scena messa in capo ad un risibile seminario fantareligioso itinerante. Morale della favoletta anticattolica: per prevenire i settarismi di ogni ordine e grado, meglio confidare nello spiritualismo fai-da-te e rifiutare il pedaggio che l’appartenenza alle consuete religioni “fallocratiche” finisce sempre per farsi pagare in termini di autonomia individuale e di rispetto per i “diversi”.
Dietro contenuti astutamente gabellati come “iniziatici” laddove, al contrario, costituiscono sin dal tardo Settecento materia polemica di pronta fruibilità per chiunque vi manifesti propensione, si snoda per giunta una vicenda di fattura dozzinale e poco credibile ma – e qui stiamo finalmente al punto – scopertamente predisposta all’adattamento cinematografico. Il testo originale, infatti, possiede già la fisionomia di una vera e propria sceneggiatura, sia pure in senso lato finché si vuole. Qualche traslato sintattico qua e là (spiegazioni a parole che diventano racconto visivo, per esempio) e il gioco, in teoria, dovrebbe venire da solo. È proprio questa presunzione di fondo, in fin dei conti, che impedisce al Codice Da Vinci di funzionare compiutamente. Uno script assalito da frequenti raptus di pigrizia (per l’esiguo sforzo profuso nel perfezionamento delle principali svolte tramiche del libro) e di ridondanza (a causa dell’abuso di inessenziali digressioni sul passato dei protagonisti) fa il paio con una regia accademica (cioè scontata) e irrigidita su manierismi alla penultima moda. Così, mentre il più accreditato ispettore di Francia continua ad accusare il lancio della saponetta satellitare, scopriamo che il buon Langdon – caduto nel pozzo sotto casa ancora pargoletto – soffre di una fortissima claustrofobia, il cui ricordo affiora da un tripudio di flashback privi di sbocco. Ron Howard, poi, di tutta evidenza deve ritenere molto incisivo marcare l’operosità neuronale dell’iconologo alle prese con le tangibili proiezioni del suo cogitare che, tassello dopo tassello, si illuminano d’arguzia e prendono progressivamente forma. Manca poco che la tomba di Newton si trasformi in un planetario semovente. Tra gli interpreti, inoltre, spiccano il tonfo di un’inguardabile Audrey Tatou e la prova glaciale del solitamente empatico Tom Hanks. E lo slancio istrionico del grande Ian McKellen non è tenuto sotto controllo come dovrebbe. Malgrado le grosse pecche sopra elencate, tuttavia, il giudizio su questo film non può prescindere dal tenore dell’aspettativa che questa (annunciata) trasposizione ha voluto e saputo alimentare nel pubblico a cui si rivolge. Voler andare troppo sul lezioso nel valutare la resa di un progetto di intrattenimento pop rischia di far perdere di vista i motivi per cui il prodotto finito – dati di incasso alla mano – incontra un così diffuso gradimento. E allora bisogna riconoscere che l’azione d’insieme scorre con una certa fluidità – almeno finché il film non si inerpica nella prolissa mezzora conclusiva – permettendo così di ignorarne gli snodi più forzati e, nel contempo, di (re)immergersi nella suggestiva complicità con un plot magari non sopraffino, ma capace di far sentire il lettore/spettatore occasionale molto “in” a buon mercato. In altre parole, il Da Vinci Code filmico riesce a riprodurre l’alchimia che ha fatto le fortune della sua controparte cartacea, proprio mantenendo intatta l’aurea mediocritas che accomuna le due versioni dell’opera. Qualche buono spunto, dopo tutto, non manca: il preludio all’incontro con Teabing, nel film, dimostra qualche minimo sforzo di “asciugatura” della trama libresca (la simulata fuga in Belgio, uno dei frangenti più infelici del romanzo, qui viene liquidata in pochi secondi) e il tema principale della colonna sonora, soprattutto durante un paio delle già citate sequenze “mentali” in stile Beautiful Mind, ispessisce con discreta efficacia i momenti topici della pellicola. Dopodiché, come torno a ribadire, siamo ben lungi dallo stato dell’arte visiva – meno che mai di quella letteraria. Ma le ragioni del grande successo riscosso da questa storiella convergono sul bisogno di narrazione che l’uomo, anche quello più umile, da sempre avverte come parte integrante delle sue esigenze di base. C’è chi giustamente ha detto che mentre certi capolavori della letteratura, per essere digeriti a dovere, richiedono la lettura di almeno altri cinquanta importanti libri, per apprezzare Il Codice Da Vinci occorre non averne letti altrettanti. Il secondo requisito, assai più frequente a verificarsi del primo, facilita però il soggettivo coinvolgimento in una narrazione che respira anche dopo essersi conclusa e che vivifica l’esperienza personale del lettore – giocando sull’equivoco e sull’illazione, ma anche sull’appagamento di una procurata curiosità – rimettendo ad essa il prosieguo di un’avventura verosimilmente tuttora in corso. Che illude di sottrarsi al grigiore quotidiano collaborando in prima persona a smascherare un’impostura di massa.
Desta casomai un certo postmoderno disincanto constatare come, da sola, la storia di Gesù – cioè dell’Uomo propriamente detto – non sappia più calamitare la stessa semplicità popolare di cui s’approfittano certi scaltri mestatori di esoterismo low cost.

Sullo stesso film: Gli SpietatiColinmckenzie e Fausto Carioti




28 aprile 2006

What is the Matrix?

La nutrita serie di miniconferenze svoltesi nell’ambito della YavinCon 2006 – annuale manifestazione dedicata al mondo del multimedia fantastico/fantascientifico, ottimamente organizzata e autogestita dalla comunità internettara di Yavin4 – ha toccato uno dei suoi momenti più densi e intellettualmente elevati grazie all’intervento dei rappresentanti del sito web whatisthematrix.it. Per quanto possa risultare simpatico, pittoresco e fortemente aggregante anche il lato “ludico” che queste periodiche iniziative assunte dai fandom sparsi per la Rete immancabilmente presentano – mi riferisco in particolare alle sfilate in costume, alle maxi sedute di videogioco o di trivial pursuit a tema, all’esposizione di materiale iconografico “derivato” –, il sottoscritto non può proprio negare di preferire loro le occasioni di approfondimento e di riflessione letterario-cinematografica eventualmente offerte in contemporanea. Gli yaviniani, forti di un’esperienza quasi decennale in materia di raduni tematici, con la convention di quest’anno dimostrano ancora una volta di saper contemperare e soddisfare a tutto campo i gusti e le preferenze del variegato arcipelago di fan abbonati alla quattro giorni di Cesenatico.
Nel quadro di quotidiane manciate di seminari protrattisi per circa un’ora e mezza ciascuno, la disamina tenuta in qualità di “ospiti accreditati” dalla pattuglia di matrixiani di cui sopra ha permesso all’uditorio più smagato di trovare il bandolo dell’impalcatura filosofica e concettuale che sorregge il rapporto tra il genere fantastico e la modernità culturale otto-novecentesca. La formula diegetica ideata dai fratelli Wachowski si risolve appieno solo attraverso l’adeguata ricomposizione dei molti tasselli massmediologici “coordinati” in cui la narrazione complessiva della vicenda trova di volta in volta parziale svolgimento, costituendo quindi un vero e proprio racconto concertato su piattaforma multimediale. La trilogia cinematografica, secondo tale chiave di lettura, si salda pertanto ai suoi spin-off (come la serie Animatrix o i tie-in videoludici) su un piano paritetico – in linea con lo spirito di una saga che vede nella travagliata corsa alle “vie di comunicazione” più disparate un’esemplificazione della lotta per la Conoscenza tra cerchie di eletti sempre più ristrette. Più corposo è il bagaglio culturale dello spettatore, più penetrante sarà di conseguenza la sua capacità di cogliere i numerosi rimandi metacinematografici di cui tutta l’opera è disseminata. Questo pattern stilistico introduce il pubblico in una realtà a intelligibilità progressiva, nella quale rivivono tutte le gradazioni di gnosi in mano ai protagonisti di Matrix, dal vertice della piramide conoscitiva (Neo) fino al suo scalino più basso (il comune e inconsapevole figurante). Non è un caso, allora, che la simbologia occulta che fa capolino in molti fotogrammi del “metafilm” rinvii al deposito iconologico e rituale della società esoterica forse più di ogni altra legata ad una concezione “verticistica” del Sapere: la Massoneria. Si pensi alla figura demiurgica impersonata dall’Architetto, ad esempio, che perfino nel nome e nel ruolo giocato – quello di generatore di un algoritmo informatico ripetuto ad libitum per simulare la realtà di fine XX secolo – ricalca l’idea massonico-deista di un Creator asettico ed eticamente neutro. Oppure, anche alla luce del successo planetario riscosso da un’opera estremamente contigua all’esoterismo “incartato” come Il Codice Da Vinci, il pensiero corre alla figura del Merovingio – enigmatico dispensiere di sofismi in Matrix Reloaded – che, en passant, porta il nome della fantomatica stirpe fondata da Gesù Cristo e Maria Maddalena. Nel suo controverso romanzo, Dan Brown immagina che, allo scopo di proteggere la dinastia semi-divina in questione, le menti più straordinarie della storia umana (nuovamente cenacoli elitari, dunque) si siano riunite per duemila anni sotto le mentite insegne del Priorato di Sion. Ancora, sul blasone del Merovingio campeggia una grossa lettera “M” in bella vista, in totale disaccordo coi dettami dell’araldica, che vietano l’utilizzo dei monogrammi negli stemmi nobiliari. Per quale motivo i concept designer arruolati dai Wachowski saranno mai incappati in una simile svista? La suddetta “M” non denuncerà invece connessioni con elementi extra-narrativi meno scontati di quelli ipotizzabili in un primo momento? Domande retoriche: “M” sta per “Maddalena”, sulla falsariga di un graficismo allusivo a sua volta mimetizzato ne L’Ultima Cena di – guardacaso – Leonardo Da Vinci o rintracciabile anche sulla pianta della misteriosa chiesa francese di Rénnes le Chateaux semplicemente unendo i punti in cui, al suo interno, sorgono delle statue. A tali indicazioni vanno aggiunti il sibillino nome della rivista ufficiale di Matrix“E pluribus Neo”, molto simile al massonico “E pluribus Unum” –, il simbolo che appare a fianco della testata – una piramide sormontata da un occhio, simbolo deista stampigliato anche sulle banconote USA – e alla diffusa temperie “platonica” in cui l’umanità appare immersa nel corso della vicenda, quasi che l’intera saga costituisca una rivisitazione del mito della Caverna. Tutti gli elementi indiziari appena ripercorsi, a mio avviso, concorrono a formare un canone estetico comune alla quasi totalità della produzione a vario titolo “fantastica” divulgatasi da qualche decennio a questa parte. Entro il perimetro di questo filone letterario e cinematografico si collocano quasi ventimila tra film e libri tra cui 2001, Odissea nello spazio di Kubrick, Solaris di Tarkovskij, Guerre Stellari di Lucas (attorno il quale ruota il newsgroup di Yavin4), Incontri ravvicinati del terzo tipo ed E.T. di Spielberg, La storia infinita di Pietersen, Excalibur di Barman, Harry Potter di J. K. Rowling e Queste oscure materie di Pullmann. Il paradigma esistenzialista e irreligioso che caratterizza questo immaginario – conforme, per l’appunto, al modello socio-economico propagandato dalla Massoneria – verte sulle vicende che un Fato sovente cinico e baro sottopone a caste di predestinati in preda a lotte intestine. Eletti in grado di trafficare con la struttura della materia in via privilegiata come i maghetti di Harry Potter, oppure di liberarsi dalla gabbia fenomenologica tramite un “accesso agevolato” ai superiori piani dell’Essere come gli eroi made in Wachowski – idealtipi assimilabili alle fasce “colte” dei rispettivi pubblici di riferimento, ammessi previo “test attitudinale implicito” ad un livello di lettura più raffinato dell’ipertesto narrativo (occultamente) somministrato ad ogni shot sospinto. La prospettiva a-teleologica e stoicizzante definita dall’eterno ritorno del sempre uguale a se stesso, in Matrix veicolata dalla frequente ripetizione di certe inquadrature e di precise saturazioni cromatiche – il blu permea il mondo “reale”, il verde l’universo artificiale sintetizzato dalla Matrice e il giallo le visioni elettive di Neo –, completa l’individuazione di un sistema di coordinate estetiche e (di conseguenza) etiche ben precise. Esse, attraverso molteplici soluzioni creative, conducono alla codifica di un’umanità libera dagli obblighi inerenti a qualsivoglia appartenenza “ecclesiale” istituzionalizzata. Ai personaggi baciati dalla superiorità innata, infatti, si aprono due alternative: raccontare balle alla stragrande maggioranza dei “babbani” di turno, inventandosi dei culti religiosi totalmente sovrastrutturati ad una cinica promessa di trascendenza (privilegio del tutto casuale e riservato a pochi fortunati), oppure combattere l’oscurantismo dei propri simili deviati predicando un abbraccio cosmico e spiritualmente soggettivo, offrendo quindi agli inetti un paternalismo “morbido” in luogo di quello riottoso e vendicativo propugnato dai malvagi. Ma si rimane comunque nel solco di un’aristocrazia iniziatica sotto il cui potentato i figuranti – condannati all’immanenza o, negli scenari più ottimistici, alla reincarnazione – agiscono come pedine di un Potere “cieco”, non di una Grazia redentrice.
Com’è lontana la poetica – non per nulla cristiana e cattolica – de Il Signore degli Anelli tolkieniano, la quale vede premiata la comunione di intenti tra persone normali, perfino subalterne, e una Provvidenza benefica che chiede collaborazione a tutti, senza alcuna distinzione di “stigma natale”. L’ostracismo toccato all’opus magnum del Professore oxoniense all’interno degli ambienti universitari togati, in effetti, si può spiegare azzardando l’ipotesi di un tacito boicottaggio al tipo di mitologia che la saga della Terra di Mezzo rappresenta. Fu proprio l’egemonica intellighenzia gnostica anglosassone, incaricata di combattere il risveglio cristiano dell’America profonda a cavallo tra i ’50 e i ’60, a fornire il materiale teorico con cui si è edificata la gran parte del fantastico a noi noto. Logico quindi ritenere che la tiepida accoglienza riservata all’epica cristiana di Tolkien da quadri accademici ideologicamente così compromessi con una visione escatologica di segno opposto, allora come oggi – data l’invariata coloritura intellettuale dei dipartimenti universitari –, non sia affatto legata a motivi “di scarso valore artistico” come suggerito da taluni. La ragione starebbe invece, sempre in base alla mia ricostruzione, nella secolare battaglia tra Massoneria e Chiese cristiane, intravista nei suoi tratti essenziali già da Dostoevskij nella seconda metà dell’Ottocento.

Morale della favola? Sempre quella: mai cucinare minestroni “fieristici” di umori e passioni forse somiglianti a fior di pelle, ma diversissimi nella genesi e nel contenuto. Se folklore generalista ha da essere, che si affianchi al necessario approfondimento. Ma niente confusi ammassi tecnoludici per bambinelli spendaccioni. In una parola? No al Lucca Comics, sì alla YavinCon.




31 marzo 2006

EutanaJimìa

Le controversie in materia di bioetica, che in futuro influenzeranno la formazione del consenso politico ben oltre la somma algebrica di voci “classiche” come economia, ordine pubblico, esteri o difesa, vanno affrontate tenendo ben presente che l’avanzamento della sensibilità collettiva, su questi temi, può non procedere affatto “in linea retta” come ai progressisti piace pensare, però galoppa su una curva evolutiva unidirezionale. Come ha scritto Filippo Facci al Foglio di sabato scorso, “forse ci ritroveremo tutti quanti a cena, una sera, e ci chiederemo ancora una volta se le questioni bioetiche non siano in realtà che dei meri disaccordi sulle scadenze, se l’unica variabile che ci separa da un certo futuro non sia che il presto o il tardi, se questo futuro non sia ineluttabile e se non saranno ovunque, presto o tardi, i pacs, i matrimoni omosessuali, le adozioni da parte di chicchessia, il progetto genetico dei figli come ordinare gli optional di un’automobile, e ogni religione secolarizzata, ammaestrata”. Sappiano dunque i “conservativi” come il sottoscritto che la loro prudenza, il loro mordere il freno alla continua ricerca di soluzioni etico-giuridiche in grado di favorire la reversibilità, sono solo di temporaneo intralcio alle sorti già scritte nel genoma della modernità, come una mano tesa verso l’arrancante rincorsa della morale mentre l’altra tiene la tecnoscienza afferrata per la collottola.
Il fronte caldo, in questi giorni, è situato sulla “linea Groningen”, dal nome del documento-guida recepito dai protocolli di eutanasia infantile attualmente in fase di sperimentazione nei Paesi Bassi. Vi è quindi da rimproverare la prima di una lunga serie di imprecisioni al sempre ficcante JimMomo: le dibattute procedure di eutanasia pediatrica non appartengono affatto ad una legge di cui gli olandesi si sarebbero “democraticamente dotati”, come sostenuto in un post di qualche giorno fa. Esse costituiranno la base empirica per l’approvazione definitiva di un testo di legge vero e proprio che, per quanto scontatissima, ancora non ha avuto luogo ufficialmente. Ma da dove nascono le polemiche?
Pietra dello scandalo è stata la dichiarazione rilasciata una quindicina di giorni fa dal ministro Giovanardi, con cui l’esponente udiccino rivolgeva al disciplinare olandese sull’eutanasia precoce l’epiteto di nazista. Apriti cielo. Il dogma politically correct che impone il divieto di paragonare l’Olocausto (epifenomeno del nazismo) a qualunque altra calamità storica – atteggiamento peraltro paradossalmente all’origine del grossolano comparativismo che induce taluni a chiamare “lager” i CPT o la prigione di Guantanamo, caro Jim – detta le controargomentazioni dei commentatori favorevoli alle procedure olandesi.
E poi, anche volendo difendere l’ammissibilità del confronto, i punti di distinzione non mancherebbero – dicono gli interlocutori disponibili all’analisi comparata dei due contesti, olandese oggi e tedesco ieri. Una prima sostanziale differenza col nazismo, scrive JimMomo, è che nella Germania hitleriana si terminavano “vite umane anche per imperfezioni minori e se appartenenti a razze ritenute inferiori, nella convinzione che ciò potesse migliorare la razza ariana. Per eseguire i loro scopi i nazisti mentivano ai genitori, promettendo cure miracolose, quando non li obbligavano. Il programma, questa è la seconda sostanziale differenza, era imposto dallo Stato”. Ma è falso: come ricorda Wesley J. Smith in un articolo pubblicato da Weekly Standard e ripreso dal Foglio di mercoledì, “è importante notare che durante gli anni in cui l’eutanasia è stata applicata in Germania, come parte del programma di governo ufficialmente approvato o per altre vie, il governo non obbligava i dottori a uccidere”. E ancora, riprendendo stavolta il pezzo che Carlo Cardia, sempre sul Foglio, ha dedicato all’argomento appena ieri, “forse non tutti sanno che il programma dell’eutanasia del nazismo non derivò da una legge. Hitler non se la sentiva di emanare e pubblicare una legge che tutti avrebbero letto, in Germania e nel mondo”. Va sottolineato che, secondo le teorie naziste, la correlazione tra le coordinate medico-biologiche indispensabili al rilievo di un quadro clinico esauriente rinvia ad un asettico collante utilitaristico, per lo più proveniente dall’eugenetica teorizzata – e praticata – in ambienti liberali angloamericani (Francis Galton, inventore della disciplina, era appunto inglese). Il nazismo si peritò di stabilire improbabili – e indimostrabili – nessi causali tra il ceppo razziale di appartenenza, lo scarso livello “sanitario” in senso lato, dunque la congenita inefficienza ai fini di un eventuale contributo alle grandi sfide collettive cui la Germania nazista si pretendeva chiamata. Alla luce di queste rapide considerazioni, al nazismo si può a buon diritto contestare il feroce pervertimento del concetto di predestinazione, tipicamente protestante e nordeuropeo, senza nulla concedere alla mistificazione che ne vorrebbe gabellare per “inspiegabile” la palingenesi.
Il protocollo Groningen tripartisce la casistica di applicazione tra infanti “senza possibilità di sopravvivenza”, con una “prognosi infausta e dipendenti da cure intensive” e “infanti con una prognosi disperata”, compresi quelli che “non dipendono da cure mediche intensive, ma per i quali è prevedibile una scarsissima qualità di vita”. Per seicento delle circa mille morti neonatali registrate ogni anno in Olanda, il decesso è dovuto ad un intervento medico. Mille diviso duecentomila (il totale delle nascite annuali olandesi) significa il cinque per mille: siamo quindi attestati sulle “fisiologiche” percentuali di mortalità infantile per un Paese occidentale. Di quelle seicento morti indotte, come chiarisce JimMomo, “in 580 casi [...] si tratta di rifiuto dell'accanimento terapeutico”, mentre “solo in 20 casi sui 600 si è praticata l'eutanasia attiva. Questi neonati non sono dipendenti dalle macchine, ma hanno prognosi altrettanto disperata, sono senza possibilità di miglioramento e vivono sofferenze insopportabili”. Va altresì aggiunto che “in Olanda, a prendere la drammatica decisione dell'eutanasia sono i genitori del neonato, con il parere unanime di tre medici della struttura e uno esterno, e l'avallo del magistrato. Tutto sotto un rigido protocollo”. Tiriamo un sospiro di sollievo: sono queste le vere ragioni – non quelle, invero piuttosto debolucce, indicate in prima battuta da Jim – per ritenere che le pratiche eseguite in Olanda non siano da equiparare tout-court ad ipotetici corrispettivi nazistoidi. In Germania la classe medica, grazie ad una normativa (come ricordato) aleatoria e sottotraccia, era libera di esercitare una sorta di mobbing sulle famiglie dei disabili senza preoccuparsi di rientrare nel territorio della legalità.
Cionondimeno, pur con tutte le differenze del caso, l’impalcatura normativa olandese è stata in parte costruita utilizzando materiale pseudoscientifico di risulta, allarmante lascito dell’eugenetica già pianificata dai liberali (negli USA anni ’20, e oltre), dai nazisti e dai progressisti socialdemocratici (nella Svezia anni ’50-’60). Mi riferisco naturalmente al terzo raggruppamento protocollare, delineato attraverso la definizione di una non-grandezza, peraltro assolutamente incommensurabile per conto terzi, come la “qualità della vita”. In base a quali criteri che non siano altamente “eteronomi” rispetto all’opinione del malato è possibile quantificare la dignità e la qualità della vita? Carlo Giovanardi, per non incappare in infortuni diplomatici e dialettici macroscopici – laddove si deve tener presente che l’attributo “nazista” era riferito ad una singola legge, non ad un popolo intero –, avrebbe dovuto casomai ricorrere ad argomenti più fini, contestando la lontana – ma fattiva – parentela tra le consuetudini naziste e le attuali, è vero.
Ma anche senza voler giudicare troppo severamente i criteri di delimitazione adottati per i primi due gruppi di bambini eventualmente “candidati” all’eutanasia, non si può non riflettere sul vero motivo per cui la tecnologia è arrivata a dotarsi di strumenti all’avanguardia, quali i sofisticati macchinari per lungodegenza che rendono possibile il profilarsi di molti casi eticamente estremi. E cioè che proprio l’ “accanimento terapeutico” è il motore del progresso medico: se l’evoluzione del rapporto medico-paziente avesse trovato sbocco solo nell’arrendevole paradigma stoicizzante secondo cui, per “prendersi cura” del sofferente, conviene più alleviargli inutili pene psicofisiche che allearsi con lui per sconfiggere il male, moriremmo ancora di vaiolo o di difterite. Senza contare che, ad esempio, le terapie contro il cancro puntano a “cronicizzare” un quadro patologico, piuttosto che a sanarlo completamente: stando alla logica “compassionevole” adoperata da taluni, in simili condizioni sarebbe meglio gettare la spugna e lasciarsi morire col beneplacito del medico curante. JimMomo afferma poi che “ il dono della coscienza, dell'etica e della responsabilità appart[iene] all'individuo e non allo stato”. In linea di massima è il punto di vista corretto, ma ricordiamoci sempre che la completa autodeterminazione presuppone la completa autosufficienza. Le circostanze in cui trova compimento l’eutanasia vedono necessariamente la presenza di un soggetto che, impossibilitato a darsi la morte da sé, chiede una sospesiva del “non uccidere” tramite un’istanza soggettiva presentata in sede pubblica. L’esistenza di una legge ad hoc, o di una sperimentazione monitorata come quella olandese, non può che comprimere di fatto la sfera delle libertà individuali: è la pubblica amministrazione ad elaborare i criteri in base ai quali si può chiedere e ottenere la morte pietosa, laddove il vero discrimine è rappresentato da un giudizio sulla qualità della vita operato dalle strutture dello stato, non dalla coscienza individuale. Solo il vuoto normativo, per assurdo, garantirebbe all’autocoscienza di spaziare in totale anomia, ma col cortocircuito di disfarsi proprio della legalità democraticamente codificata. Non aggrappiamoci ad arringhe libertarie ad effetto, quindi, nell’illusione di poter spazzare a buon mercato il campo “etico” dalle ubbie dei conservatori: la disciplina dei temi eticamente sensibili, in democrazia, si contraddistingue per attributi di metodo (la costante perfezionabilità), non di merito (ricette lassiste e/o sbrigative, spesso adamantine solo all’apparenza).
E infine: possibile che ogni frangente ermeneutico del liberalismo interno a Tocqueville debba sempre sfociare in un tripudio di anatemi retorici contrapposti – dove ogni riferimento alla strumentale accusa di involuzionismo è fortemente voluto?

Oltre che nel post già linkato, JimMomo ha ribadito le sue posizioni qui. Sullo stesso argomento hanno scritto Robinik (qui, qui e qui), Harry e Watergate.




28 novembre 2005

Harry Potter e il Calice di Fuoco

Sarebbe molto interessante approfondire sotto una luce “filosofica” il rapporto tra il fenomeno Harry Potter e la temperie culturale in cui è fiorito il suo enorme successo. Se il racconto fantastico - proprio perché libero da qualsivoglia obbligo nei confronti della “storicità” – consegna all’immaginario collettivo l’elaborazione di tematiche senza tempo, il gradimento riscosso da un’opera di quel genere la dice lunga sulle aspirazioni e sugli umori profondi del pubblico che la accoglie. Ma mi guardo bene dallo spiegare in questa sede in che senso, a mio avviso, le avventure dell’occhialuto maghetto uscito dalla penna di J. K. Rowling si addicono ad un’epoca attraversata da suggestioni assieme materialistiche e gnostico/stregonesche, peraltro in contrapposizione solo apparente.
Meglio allora occuparsi del quarto episodio della serie, giunto al cinema grazie al lavoro di adattamento dell’inglese Mike Newell. I precedenti tre capitoli erano passati dalla pedissequa aderenza ai testi-base osservata da Chris Columbus (regista de “La pietra filosofale” e de “La camera dei segreti”) alla pregevole rigenerazione in chiave gotico/scespiriana apportata da Alfonso Cuaròn (“Il prigioniero di Azkaban”). Fortunatamente Il calice di fuoco si mantiene sui livelli di indipendenza creativa inaugurati col terzo film della serie, anche se una trama di partenza così articolata avrebbe richiesto maggior risolutezza nello scegliere tra la fedeltà alla “lettera” e l’asciugamento visivo dell’intreccio originario. Invece anche a Newell, evidentemente, dev’essere toccato subire le invasioni di campo concesse alla Rowling a norma di contratto. La scrittrice britannica, infatti, si prodiga per riprodurre anche nei film la progressiva maturazione che da un lato coinvolge i suoi personaggi e le sue tecniche narrative, mentre dall’altro riguarda i suoi lettori in carne e ossa, in un ideale parallelismo formativo tra finzione e realtà. Naturalmente l’uomo di lettere non accetta di veder trasferire gli elementi di una simile “crescita” dal piano della parola, di sua specifica competenza, a quello dell’immagine, in cui l’occhio va servito ben più dell’orecchio. Per cui nasce un film pieno di buone trovate di regia ma viziato da un’incongruenza espositiva di fondo.
I primi dieci minuti di proiezione forniscono un ottimo spaccato dei pregi e dei difetti di tutta la pellicola: bene l’ellissi sulla partita di Quidditch, benissimo il prologo di grande slancio visionario, male l’ingresso in scena dei Mangiamorte. Di punto in bianco gli incappucciati irrompono nell’accampamento e lo devastano, senza che la loro figura venga introdotta a dovere. Cosa li spinge ad agire così? Perché ricompaiono - come si scopre nel seguito - dopo tredici anni? È logico che i fan della versione libresca conoscano a menadito i particolari della vicenda, ma lo è altrettanto che il pubblico neofita rimanga disorientato al punto di scambiare i congiurati per Dissennatori o, peggio ancora, di rinunciare sin dall’inizio a tirare le fila della trama nella sua interezza.
La fretta si dimostra cattiva consigliera anche nel frangente che vede Harry catapultato nel Pensatoio, allorché il processo a Karkarov mal si coniuga con la sua riabilitazione, data per scontata fuor di digressione. Ma la sequenza più incomprensibile coincide senz’altro col ritrovamento del cadavere di Barty Crouch. Un episodio tanto enfatizzato quanto privo di reali sviluppi successivi, oltre che dovuto ad una inspiegabile (dati l’ora e il luogo) scampagnata nel Bosco Proibito. Volendo calcare la mano, si potrebbe stigmatizzare senza tema di spoiler l’espediente adottato per dare il colpo di scena finale, un trabocchetto deduttivo degno della miglior signora Fletcher (“Come fa a saperlo? Io non l’avevo detto”).
Peccato, perché una più decisa “bonifica” degli elementi inessenziali per l’economia della narrazione avrebbe contribuito a far risaltare l’innegabile vena teatrale che sostiene tutto il film, dal gattopardesco Ballo del Ceppo fino al claustrofobico rimpiattino nel Labirinto e alla diabolica rinascita di Voldemort. Ralph Fiennes, sfigurato in viso e macilento nel fisico, beneficia dell’unico effetto visivo davvero convincente nel mare di fintume computerizzato a cui la ILM sembra aver deciso di condannare la saga cinematografica di Harry Potter.
In definitiva, la missione di allargare la “base” dei fans di Harry Potter tramite la diversificazione mediatica non può ancora dirsi compiuta. Magari scatta una scintilla di interesse per il clima “giallesco” dell’insieme, per le ambientazioni collegiali vagamente vittoriane, per il modo efficace di descrivere l’amicizia tra adolescenti.
Ma rimane forte la sensazione di non poter essere bene accetti nella grande famiglia di Hogwarts, finché non ci si sia rassegnati a passare per le pagine dei libri.
Una mancata “autosufficienza inclusiva” che rivive anche nella stucchevole morale della favola, per com’è affidata alle parole pronunciate da Silente in memoria di Cedric: trionfano amicizia e solidarietà, certo, ma tra maghi. I babbani, chi se li fila quelli.




10 ottobre 2005

Il Codice Da Vinci

di Dan Brown
Mondadori, € 18,60

L’esoterismo è la pornografia dei pudichi. Come pratica religiosa nacque per nobilitare il culto della natura, evidentemente considerato troppo accessibile di per sé, in tempi piuttosto remoti. Oggigiorno è diventato materiale di rinforzo per “creativi” molto furbi e altrettanto svogliati, spesso abili nell’intrigare la servetta pettegola che c’è in noi.
Lo sa benissimo il carneade Dan Brown che, ottimamente servito da una manovra editoriale tanto palese quanto ben congegnata, si gode il successo riscosso dal suo ultimo libro, il controverso “Codice da Vinci”. Il racconto si svolge nell’arco di una nottata tra Parigi e Londra, durante la quale Robert Langdon, classico protagonista catapultato in un intrigo imprevisto e fuori misura, viene chiamato a decifrare i messaggi in codice disseminati lungo la strada del Santo Graal dal curatore del Louvre, assassinato in circostanze alquanto insolite. In suo aiuto si fanno prontamente avanti due coadiutori utilissimi alla bisogna: una provvidenziale crittologa e uno stravagante storico britannico del Graal ricco sfondato.
Da un soggetto che sarebbe banale anche per un mediocre studente della scuola dell’obbligo scaturisce, se possibile, un intreccio ancor più esile. Il famosissimo mastino della polizia giudiziaria parigina, tale Bezu Fache, si dimostra uno sprovveduto più simile ai carabinieri derisi dalle italiche barzellette che non all'idealtipo dell’infallibile ispettore: vulnerabile ai depistaggi più risibili (il rilevatore nella saponetta lanciato sul camion, oppure la falsa pista del biglietto ferroviario), il poliziotto ogni volta ci casca, consentendo ai fuggitivi ingiustamente nel mirino di proseguire nella loro caccia al tesoro. Ma nemmeno per chi fa affidamento sullo sciovinismo anglosassone c’è troppo da stare allegri: anche i gendarmi d’oltremanica si rivelano dei gran fresconi, quando si tratta di condurre un’operazione all’apparenza elementare come bloccare un aereo subito dopo l’atterraggio.
E se Atene piange, Sparta certo non ride. I personaggi si rivelano ben presto dei manichini piatti e senz’anima, con caratterizzazioni abortite (i trascorsi sentimentali e vaticani di Langdon), ridondanti (il passato di Sophie) o del tutto assenti (Teabing).
In pratica, la trama è banale e inconsistente.
A questo punto, chiunque si domanderebbe il perché di tanto successo, se il libro in questione stenta a meritarsi lo scaffale del tabaccaio.
Si potrebbero azzardare molte ipotesi; del resto abbiamo già indicato la corsia preferenziale di quest’opera: la scaltra rivisitazione degli ultimi duemila anni in chiave gossip, all’insegna del motto laico-umanista che prescrive un attendismo coltivato nel believing without belonging. Il che significa costruire una storia debolmente minimalista attorno ad una vasta serie di spigolature e di calunnie, peraltro nemmeno di eccelsa levatura. La successione di Fibonacci, la sezione aurea, la filologia a misura di Settimana Enigmistica servono ad accreditare l’erudizione della voce narrante; le frequentatissime ipotesi sul celibato di Cristo e sulle oscure origini nicene della Chiesa – qui vendute come rivelazioni dell’ultima ora – instillano i primi dubbi mistici; e, per finire, le macchinazioni reazionarie architettate dall’immancabile congrega di integralisti cattolici infliggono il colpo di grazia: siamo rimasti vittime di una mistificazione clericale e (manco a dirlo) sessista ordita sin dagli albori della cristianità.
Col deprimente risultato di ritrovarci privi dell’autentica tensione religiosa dell’umanità, quella naturale-animista-esoterica. Che, tra copiose bevute di sangue umano e appaganti rituali orgiastici, ci avrebbe riconsegnati all’autentico stigma - settario e irreligioso - della spiritualità "indoeuropea".
Per cui tutti i dubbi circa il “caso editoriale”si risolvono osservando che il sacro, scacciato dalla porta, rientra dalla finestra sotto forma di dietrologia gnosticheggiante. Anche servendosi di un libercolo costantemente attraversato da un’abbondante dose di paternalismo nei riguardi dei “creduloni”, spesso blanditi con insopportabile condiscendenza.
A margine di questo commento, resta inteso che all’interno dell’indagine storica sulla teologia rimangono senz’altro vari fronti di discussione ancora aperti: ad esempio sui rapporti tra il protocristianesimo e la tarda romanità, oppure sul percorso che consentì all’attuale dottrina cristiana di imporsi sulle molte "eresie" che fiorirono in principio. Ma Dan Brown ha preferito le allusioni raffazzonate ad un serio esame dei veri enigmi che costellano la nostra tradizione religiosa, confezionando un prodotto più tendenzioso che documentato. Pollice verso, per il momento me ne torno a leggere le invenzioni di un signore che con le rievocazioni storiche si trova decisamente più a suo agio, ovvero Ken Follett.


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permalink | inviato da il 10/10/2005 alle 15:9 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


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