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Non te lo chiedo per favore: non calpestarmi







Perduta nazione, avito suolo
Isole tra i monti, strade pei mari
Unico asilo ed eterno conforto
Per te prosperiamo
Liberi e reverenti





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meglio che in mille editoriali





In memoria di Diamond
"Dimebag" Darrell
, e di tutti gli
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gioventù trascorsi a sgomitare
sotto la sferza selvaggia
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Spigolature internautiche

"Uòlter Veltroni
a tajà er nastro
so' tutti bboni"

            by Giggimassi


"Far l'amore
col preservativo
è come fare il bagno
con lo scafandro"

                (Anonimo)


"Non sono né del partito
rivoluzionario né del
partito conservatore.
Ma tuttavia e dopotutto
tengo più al secondo che al
primo. Infatti dal secondo
differisco nei mezzi
piuttosto che nel fine,
mentre dal primo differisco,
insieme, nei mezzi e nel fine.
La libertà è la prima delle
mie passioni. Questa è la
verità"


      Alexis De Tocqueville
                    (by Zamax)


"Se Dio si candida,
lo stolto pensa alle elezioni
invece che al problema
dell'elezione"


            Giuliano Ferrara


"Io credo soltanto nella parola.
La parola ferisce, la parola
convince, la parola placa.
Questo, per me, è il senso
dello scrivere"


                    Ennio Flaiano
                (by Il Paroliere)


"L'ideazione di un sistema
resistente è atto creativo
che solo in parte si basa su
dati scientifici; la sensibilità
statica che lo determina, se
pure necessaria conseguenza
dello studio dell'equilibrio e
della resistenza dei materiali,
resta, come la sensibilità
estetica, una capacità
puramente personale, o per
meglio dire il frutto della
comprensione ed assimilazione,
compiutesi nello spirito del
progettista, delle leggi
del mondo fisico"


                       Pier Luigi Nervi
(Scienza o Arte del Costruire)


"L'unica cosa necessaria
per il trionfo del male
è l'inerzia dei buoni"

                         Edmund Burke
              (by Torre di Babele)


"Un governo così grande da
darti tutto quello che vuoi
è anche abbastanza grande
da toglierti tutto quello che hai"


               Barry M. Goldwater
          (by Retorica e Logica)


"L'amore è donare quello
che non si ha a qualcuno
che non lo vuole"


                     Jacques Lacan
                       (by Bernardo)


"Sono un conservatore nel
senso inteso da Hannah Arendt,
che si preoccupava della
preservazione del mondo.
Oggi comunque non c'è più
ordine costituito, ma solo
un cambiamento costituito.
La nostra sola tradizione è
il progresso. Viviamo in nome
del movimento e del
cambiamento continuo.
In questo contesto, io mi
considero un rivoluzionario,
perché ormai la sola
rivoluzione possibile è quella
che interrompe le derive
contemporanee"

               Alain Finkielkraut
                            (by Temis)


"Parliamo di politica:
quando si mangia?"


                 Alberto Mingardi


"Quella delle domeniche
a piedi è una messa rosso-
islamica, basata sulla nostalgia
del bel tempo della austerity
'regalataci' dall'Opec nel 1973.
E' un rito di espiazione e
autoflagellazione, direbbe un
Ernesto De Martino. E' una
autopunizione per aver pensato
di andare in auto a casa della
mamma, direbbe Freud. E' una
purga rivoluzionaria per
distruggere i beni di consumo
e tornare al valore d'uso,
direbbe Karl Marx"


                  Paolo Della Sala


"Quando uno conosce bene
una cosa se ne ha a male
se qualcun altro ne parla"


                          by Cruman


"Il vero conservatore sa che
a problemi nuovi occorrono
risposte nuove, ispirate a
principi permanenti"


             Giuseppe Prezzolini
  by Camelot Destra Ideale


"Una donna lo sa: le donne
adorano odiarsi. E' una cosa
vezzosa, niente di grave: solo
un po' di veleno qua e là, uno
sgambetto un sorriso e una
pugnalata alle spalle.
Non possiamo resistere"


              Annalena Benini


"Gli elettori delegano
il peccato ai potenti, così
possono immaginare
di non essere colpevoli
di nulla"


          Paolo Della Sala, again


"L'utilitarista deve nascondere
giudizi di valore da qualche
parte, per prendere decisioni
in base al suo principio,
e la teoria morale che ha
non è quindi l'utilitarismo,
ma lo specifico criterio
decisionale adottato"


                          LibertyFirst


"Non c'è più nessuno
a cui sparare, signore.
Se si tratterà solo di
costruire scuole e ospedali,
è a questo che serve l'esercito?"


                   Michael Ledeen


"L'idealista è uno che,
partendo dal corretto
presupposto che le rose hanno
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"Sono sempre i migliori
ad andarsene dai forum"


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"Sapientia deriva da assaporare,
serve altro commento che non sia
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"Se gli economisti fossero
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"Chi è sovente accigliato,
chi alza spesso il ditino
ammonitore, chi giudica
severamente il mondo
è uno che nel mondo
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The unprofessional blog

L'autore dichiara apertamente
che gli audaci parti del suo
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del conforto di dottrina
specialistica in più materie,
nessuna delle quali minimamente
padroneggiata: pregasi notare
- sia ricordato qui una volta
per tutte - che di siffatti
scrupoli accademici è
privilegio della corporazione
dei dilettanti infischiarsene
allegramente (TNX Zamax)


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28 aprile 2006

What is the Matrix?

La nutrita serie di miniconferenze svoltesi nell’ambito della YavinCon 2006 – annuale manifestazione dedicata al mondo del multimedia fantastico/fantascientifico, ottimamente organizzata e autogestita dalla comunità internettara di Yavin4 – ha toccato uno dei suoi momenti più densi e intellettualmente elevati grazie all’intervento dei rappresentanti del sito web whatisthematrix.it. Per quanto possa risultare simpatico, pittoresco e fortemente aggregante anche il lato “ludico” che queste periodiche iniziative assunte dai fandom sparsi per la Rete immancabilmente presentano – mi riferisco in particolare alle sfilate in costume, alle maxi sedute di videogioco o di trivial pursuit a tema, all’esposizione di materiale iconografico “derivato” –, il sottoscritto non può proprio negare di preferire loro le occasioni di approfondimento e di riflessione letterario-cinematografica eventualmente offerte in contemporanea. Gli yaviniani, forti di un’esperienza quasi decennale in materia di raduni tematici, con la convention di quest’anno dimostrano ancora una volta di saper contemperare e soddisfare a tutto campo i gusti e le preferenze del variegato arcipelago di fan abbonati alla quattro giorni di Cesenatico.
Nel quadro di quotidiane manciate di seminari protrattisi per circa un’ora e mezza ciascuno, la disamina tenuta in qualità di “ospiti accreditati” dalla pattuglia di matrixiani di cui sopra ha permesso all’uditorio più smagato di trovare il bandolo dell’impalcatura filosofica e concettuale che sorregge il rapporto tra il genere fantastico e la modernità culturale otto-novecentesca. La formula diegetica ideata dai fratelli Wachowski si risolve appieno solo attraverso l’adeguata ricomposizione dei molti tasselli massmediologici “coordinati” in cui la narrazione complessiva della vicenda trova di volta in volta parziale svolgimento, costituendo quindi un vero e proprio racconto concertato su piattaforma multimediale. La trilogia cinematografica, secondo tale chiave di lettura, si salda pertanto ai suoi spin-off (come la serie Animatrix o i tie-in videoludici) su un piano paritetico – in linea con lo spirito di una saga che vede nella travagliata corsa alle “vie di comunicazione” più disparate un’esemplificazione della lotta per la Conoscenza tra cerchie di eletti sempre più ristrette. Più corposo è il bagaglio culturale dello spettatore, più penetrante sarà di conseguenza la sua capacità di cogliere i numerosi rimandi metacinematografici di cui tutta l’opera è disseminata. Questo pattern stilistico introduce il pubblico in una realtà a intelligibilità progressiva, nella quale rivivono tutte le gradazioni di gnosi in mano ai protagonisti di Matrix, dal vertice della piramide conoscitiva (Neo) fino al suo scalino più basso (il comune e inconsapevole figurante). Non è un caso, allora, che la simbologia occulta che fa capolino in molti fotogrammi del “metafilm” rinvii al deposito iconologico e rituale della società esoterica forse più di ogni altra legata ad una concezione “verticistica” del Sapere: la Massoneria. Si pensi alla figura demiurgica impersonata dall’Architetto, ad esempio, che perfino nel nome e nel ruolo giocato – quello di generatore di un algoritmo informatico ripetuto ad libitum per simulare la realtà di fine XX secolo – ricalca l’idea massonico-deista di un Creator asettico ed eticamente neutro. Oppure, anche alla luce del successo planetario riscosso da un’opera estremamente contigua all’esoterismo “incartato” come Il Codice Da Vinci, il pensiero corre alla figura del Merovingio – enigmatico dispensiere di sofismi in Matrix Reloaded – che, en passant, porta il nome della fantomatica stirpe fondata da Gesù Cristo e Maria Maddalena. Nel suo controverso romanzo, Dan Brown immagina che, allo scopo di proteggere la dinastia semi-divina in questione, le menti più straordinarie della storia umana (nuovamente cenacoli elitari, dunque) si siano riunite per duemila anni sotto le mentite insegne del Priorato di Sion. Ancora, sul blasone del Merovingio campeggia una grossa lettera “M” in bella vista, in totale disaccordo coi dettami dell’araldica, che vietano l’utilizzo dei monogrammi negli stemmi nobiliari. Per quale motivo i concept designer arruolati dai Wachowski saranno mai incappati in una simile svista? La suddetta “M” non denuncerà invece connessioni con elementi extra-narrativi meno scontati di quelli ipotizzabili in un primo momento? Domande retoriche: “M” sta per “Maddalena”, sulla falsariga di un graficismo allusivo a sua volta mimetizzato ne L’Ultima Cena di – guardacaso – Leonardo Da Vinci o rintracciabile anche sulla pianta della misteriosa chiesa francese di Rénnes le Chateaux semplicemente unendo i punti in cui, al suo interno, sorgono delle statue. A tali indicazioni vanno aggiunti il sibillino nome della rivista ufficiale di Matrix“E pluribus Neo”, molto simile al massonico “E pluribus Unum” –, il simbolo che appare a fianco della testata – una piramide sormontata da un occhio, simbolo deista stampigliato anche sulle banconote USA – e alla diffusa temperie “platonica” in cui l’umanità appare immersa nel corso della vicenda, quasi che l’intera saga costituisca una rivisitazione del mito della Caverna. Tutti gli elementi indiziari appena ripercorsi, a mio avviso, concorrono a formare un canone estetico comune alla quasi totalità della produzione a vario titolo “fantastica” divulgatasi da qualche decennio a questa parte. Entro il perimetro di questo filone letterario e cinematografico si collocano quasi ventimila tra film e libri tra cui 2001, Odissea nello spazio di Kubrick, Solaris di Tarkovskij, Guerre Stellari di Lucas (attorno il quale ruota il newsgroup di Yavin4), Incontri ravvicinati del terzo tipo ed E.T. di Spielberg, La storia infinita di Pietersen, Excalibur di Barman, Harry Potter di J. K. Rowling e Queste oscure materie di Pullmann. Il paradigma esistenzialista e irreligioso che caratterizza questo immaginario – conforme, per l’appunto, al modello socio-economico propagandato dalla Massoneria – verte sulle vicende che un Fato sovente cinico e baro sottopone a caste di predestinati in preda a lotte intestine. Eletti in grado di trafficare con la struttura della materia in via privilegiata come i maghetti di Harry Potter, oppure di liberarsi dalla gabbia fenomenologica tramite un “accesso agevolato” ai superiori piani dell’Essere come gli eroi made in Wachowski – idealtipi assimilabili alle fasce “colte” dei rispettivi pubblici di riferimento, ammessi previo “test attitudinale implicito” ad un livello di lettura più raffinato dell’ipertesto narrativo (occultamente) somministrato ad ogni shot sospinto. La prospettiva a-teleologica e stoicizzante definita dall’eterno ritorno del sempre uguale a se stesso, in Matrix veicolata dalla frequente ripetizione di certe inquadrature e di precise saturazioni cromatiche – il blu permea il mondo “reale”, il verde l’universo artificiale sintetizzato dalla Matrice e il giallo le visioni elettive di Neo –, completa l’individuazione di un sistema di coordinate estetiche e (di conseguenza) etiche ben precise. Esse, attraverso molteplici soluzioni creative, conducono alla codifica di un’umanità libera dagli obblighi inerenti a qualsivoglia appartenenza “ecclesiale” istituzionalizzata. Ai personaggi baciati dalla superiorità innata, infatti, si aprono due alternative: raccontare balle alla stragrande maggioranza dei “babbani” di turno, inventandosi dei culti religiosi totalmente sovrastrutturati ad una cinica promessa di trascendenza (privilegio del tutto casuale e riservato a pochi fortunati), oppure combattere l’oscurantismo dei propri simili deviati predicando un abbraccio cosmico e spiritualmente soggettivo, offrendo quindi agli inetti un paternalismo “morbido” in luogo di quello riottoso e vendicativo propugnato dai malvagi. Ma si rimane comunque nel solco di un’aristocrazia iniziatica sotto il cui potentato i figuranti – condannati all’immanenza o, negli scenari più ottimistici, alla reincarnazione – agiscono come pedine di un Potere “cieco”, non di una Grazia redentrice.
Com’è lontana la poetica – non per nulla cristiana e cattolica – de Il Signore degli Anelli tolkieniano, la quale vede premiata la comunione di intenti tra persone normali, perfino subalterne, e una Provvidenza benefica che chiede collaborazione a tutti, senza alcuna distinzione di “stigma natale”. L’ostracismo toccato all’opus magnum del Professore oxoniense all’interno degli ambienti universitari togati, in effetti, si può spiegare azzardando l’ipotesi di un tacito boicottaggio al tipo di mitologia che la saga della Terra di Mezzo rappresenta. Fu proprio l’egemonica intellighenzia gnostica anglosassone, incaricata di combattere il risveglio cristiano dell’America profonda a cavallo tra i ’50 e i ’60, a fornire il materiale teorico con cui si è edificata la gran parte del fantastico a noi noto. Logico quindi ritenere che la tiepida accoglienza riservata all’epica cristiana di Tolkien da quadri accademici ideologicamente così compromessi con una visione escatologica di segno opposto, allora come oggi – data l’invariata coloritura intellettuale dei dipartimenti universitari –, non sia affatto legata a motivi “di scarso valore artistico” come suggerito da taluni. La ragione starebbe invece, sempre in base alla mia ricostruzione, nella secolare battaglia tra Massoneria e Chiese cristiane, intravista nei suoi tratti essenziali già da Dostoevskij nella seconda metà dell’Ottocento.

Morale della favola? Sempre quella: mai cucinare minestroni “fieristici” di umori e passioni forse somiglianti a fior di pelle, ma diversissimi nella genesi e nel contenuto. Se folklore generalista ha da essere, che si affianchi al necessario approfondimento. Ma niente confusi ammassi tecnoludici per bambinelli spendaccioni. In una parola? No al Lucca Comics, sì alla YavinCon.




2 dicembre 2005

Matrix Revolutions

Attenzione: questa rece contiene spoilers dalla riga uno.


Ammetto di essermi seduto in sala davvero molto prevenuto, poiché gli umori della vigilia non erano dei migliori. Le voci riguardanti un finale addirittura "delirante" che che erano circolate in fase di post-produzione, poi, mi stavano quasi per far desistere dalla visione.
E in effetti molti dei limiti mostrati dal precedente Matrix Reloaded permangono anche in questo terzo episodio, a cominciare dalla regia stolidamente barocca e a tratti persino naif. Come definire altrimenti tutta l'atmosfera che si respira a pieni polmoni prima del "salvataggio" di Neo, cioè nella prima parte del film, se non irritante? Risse e scazzottate rutilanti di bullet time e di coreografie senz'anima, sequenze dialogiche prive della benché minima parvenza di interesse e battute terribilmente fasulle ("E' pericolosa. E' innamorata.").
Di fronte a scene tremendamente prevedibili, come quella in cui Neo segue i binari del treno scomparendo sulla sinistra e dello schermo e riapparendo immediatamente dopo da destra, oppure volgari, come in occasione dell'ingresso nel sexy rave del solito incomprensibile Merovingio, era in agguato la più sonora delle bocciature.
Eppure i fratelli Wachowski riescono a salvarsi in corner, appena lo script gliene dà il modo. Concluso infatti quello che, a ben vedere, non è altro che uno spiacevole strascico del secondo episodio (e che di quel film mantiene invariati difetti e caratteri salienti), i registi riescono ad uscire dal vicolo cieco di smanie autoriali in cui si erano cacciati con Reloaded. Segnatamente cambiando il loro modo di lavorare, mettendo cioè la macchina da presa al servizio del copione e non viceversa, a tutto vantaggio della godibilità del prodotto finale.
La sensazione di "ammasso audiovisivo" che occludeva pesantemente l’intelligibilità del precedente film, infatti, con la battaglia alla darsena cede il passo ad una regia fantasiosa e ritmata, che riesce finalmente nell'impresa (ardua, fino a quel punto) di piacere senza volersi autocompiacere.
Ovviamente un simile ripensamento in corso d'opera chiede dazio, e così il Merovingio e Persephone vengono lasciati colpevolmente irrisolti, così come Seraph resta relegato al rango di mazziere della mutua, messo di mezzo giusto perché il kung-fu fa tanto trendy.
Senza contare che diversi guasti ereditati da Reloaded sono risultati evidentemente impossibili da eliminare a cose fatte: un copione a tratti servito con dialoghi e uscite a dir poco imbarazzanti ("dannate macchine", "Non so come dirvelo. Quindi ve lo dico", "Sto pisciando metallo" e molto altro ancora), oppure il manierismo da principianti con cui vengono riprese le sequenze statico/narrative, o ancora il modo davvero poco incisivo con cui i registi sanno far muovere gli attori.
Eppure c'è molto di buono, in Revolutions. Oltre all'uso sapiente ed innovativo degli straordinari FX, bisogna segnalare la grande maestria con cui i W.-bros sanno confezionare le scene d'azione e di battaglia, montate con una precisione certosina e filmate con campi sempre azzeccatissimi anche quando i ritmi diventano furiosi.
La battaglia al porto segna una nuova frontiera, da questo e da altri punti di vista.
Ma esistono anche dei preziosismi assolutamente inattesi, in questo terzo Matrix. Quando Neo viene accecato, riesce ad avvedersi delle entità che lo circondano grazie a percezioni extrasensoriali molto simili, nel modo in cui si presentano, al baratro di oscurità indefinita in cui piomba Frodo (protagonista dello straordinario Signore degli Anelli cinematografico) quando indossa l'Anello. Magari voglio cercare la “prova d’emulazione” a tutti i costi, ma penso che i Wachowski abbiano assimilato alcune trovate jacksoniane proprio sul piano del racconto "visionario", che è quello su cui sembrano trovarsi maggiormente in sintonia col neozelandese.
Anche il modo in cui viene gestita la contemporanea narrazione della battaglia per Zion e dell'approssimarsi di Neo alla città delle Macchine (che, ma tu guarda a volte i casi della vita, sorge racchiusa da una cintura di montagne...) è particolarmente degna di lode, e dimostra che in occasione di questo gran finale si è scelto di lavorare con più attenzione alla sceneggiatura. Se i registi fossero rimasti attaccati al metodo narrativo rigido di Reloaded, molto probabilmente avrebbero optato per una messa in scena disgiunta delle due sequenze, sicuramente perdendosi in assurdi riempitivi.
Invece l'Eletto riesce infine ad immolarsi come si conviene ad un Messia par suo, sdraiandosi su una Croce fatta di spinotti e metallo, proprio mentre il popolo di Zion esulta di fronte alla ritirata delle Macchine.
Una ritirata ottenuta col sacrificio, non “calando inopinatamente le brache” come sostenuto da taluni.
Neo scommette sul suo grado di comprensione dell'Universo, prima di collegarsi alla Matrice per l'ultima volta. La Sorgente lo vuole uccidere subito, lui ottiene solo il modo di far fronte ad un nemico comune stipulando un patto molto coerente con l'epilogo cristianeggiante della Trilogia.
Così come Cristo non ha ucciso il demonio, ma ha redento il mondo sensibile dal Male che tutto trascende (anche chi di quel Male è "figlio e padre"), così l'Eletto rimette ordine nel programma non già per emendarlo dal suo errore di fondo, ma per indicare alla “nuda materia” (silicea e impalpabile, ma sempre di materia si tratta) la strada da percorrere.
Per permettere agli "sbagli" e agli "inutili" di spostarsi liberamente tra questo mondo e l'altro, senza che un "uomo del treno" li debba irretire.
Così la bambina protetta dall'Oracolo è il simbolo di questa redenzione, il cui senso è forse restituito in modo ridondante e macchinoso, ma stavolta efficace.
I già citati FX, infine, vanno menzionati a parte, visto che sono di una qualità davvero straordinaria. L'impressionante livello di dettaglio dei rendering e dei matte paintings mi ha lasciato a bocca aperta, ma ancora di più il modo in cui i soggetti in 3D sono integrati negli ambienti fisici. Anche le seppie - che sono "organismi viventi" a tutti gli effetti - riescono ad agire con un inaudito livello di realismo e di presenza scenica.
Mostruosa la città delle Macchine, dall'estro artistico con cui è stata concepita fino all'angosciosa claustrofobia che riesce ad instillare.
In definitiva, pur permanendo alcune lacune anche gravi, mi sento di promuovere questo film. E fa lo stesso se certe allusioni freudiane (come una gigantesca trivella abbattuta da due androgine soldatesse...) sembrano tormentare irrimediabilmente i Wachowski: non per niente uno dei due è notoriamente rimasto colto da “ripensamenti sessuali” piuttosto profondi, come ben sanno gli appassionati di gossip...
Segnalo in ultimissima battuta il buon lavoro in fase di doppiaggio. Bravi Luca Ward (Neo), Pino Insegno (Link) e Massimiliano Alto (Kit). Ma ormai loro sono una sicurezza!



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