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La situazione mediorientale spiegata
meglio che in mille editoriali





In memoria di Diamond
"Dimebag" Darrell
, e di tutti gli
interminabili pomeriggi di
gioventù trascorsi a sgomitare
sotto la sferza selvaggia
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Quel che resta della crisi

 
 
 
 
 
 
 
 
 
Liberalizzazioni:
cosa resta da fare?

#1  #2


Il punto sulle bersanizzazioni
#1  #2  #3


Un giorno di libertà
#1  #2  #3


Metabio(gen)etica
#1  #2  #3  #4


Per il bene dell'Italia
#1  #2  #3  #4  #5
#6  #7  #8  #9  #10 


IsmaelVille
#1  #2  #3  #4  #5
#6 #6.1 #7  T13


Spigolature internautiche

"Uòlter Veltroni
a tajà er nastro
so' tutti bboni"

            by Giggimassi


"Far l'amore
col preservativo
è come fare il bagno
con lo scafandro"

                (Anonimo)


"Non sono né del partito
rivoluzionario né del
partito conservatore.
Ma tuttavia e dopotutto
tengo più al secondo che al
primo. Infatti dal secondo
differisco nei mezzi
piuttosto che nel fine,
mentre dal primo differisco,
insieme, nei mezzi e nel fine.
La libertà è la prima delle
mie passioni. Questa è la
verità"


      Alexis De Tocqueville
                    (by Zamax)


"Se Dio si candida,
lo stolto pensa alle elezioni
invece che al problema
dell'elezione"


            Giuliano Ferrara


"Io credo soltanto nella parola.
La parola ferisce, la parola
convince, la parola placa.
Questo, per me, è il senso
dello scrivere"


                    Ennio Flaiano
                (by Il Paroliere)


"L'ideazione di un sistema
resistente è atto creativo
che solo in parte si basa su
dati scientifici; la sensibilità
statica che lo determina, se
pure necessaria conseguenza
dello studio dell'equilibrio e
della resistenza dei materiali,
resta, come la sensibilità
estetica, una capacità
puramente personale, o per
meglio dire il frutto della
comprensione ed assimilazione,
compiutesi nello spirito del
progettista, delle leggi
del mondo fisico"


                       Pier Luigi Nervi
(Scienza o Arte del Costruire)


"L'unica cosa necessaria
per il trionfo del male
è l'inerzia dei buoni"

                         Edmund Burke
              (by Torre di Babele)


"Un governo così grande da
darti tutto quello che vuoi
è anche abbastanza grande
da toglierti tutto quello che hai"


               Barry M. Goldwater
          (by Retorica e Logica)


"L'amore è donare quello
che non si ha a qualcuno
che non lo vuole"


                     Jacques Lacan
                       (by Bernardo)


"Sono un conservatore nel
senso inteso da Hannah Arendt,
che si preoccupava della
preservazione del mondo.
Oggi comunque non c'è più
ordine costituito, ma solo
un cambiamento costituito.
La nostra sola tradizione è
il progresso. Viviamo in nome
del movimento e del
cambiamento continuo.
In questo contesto, io mi
considero un rivoluzionario,
perché ormai la sola
rivoluzione possibile è quella
che interrompe le derive
contemporanee"

               Alain Finkielkraut
                            (by Temis)


"Parliamo di politica:
quando si mangia?"


                 Alberto Mingardi


"Quella delle domeniche
a piedi è una messa rosso-
islamica, basata sulla nostalgia
del bel tempo della austerity
'regalataci' dall'Opec nel 1973.
E' un rito di espiazione e
autoflagellazione, direbbe un
Ernesto De Martino. E' una
autopunizione per aver pensato
di andare in auto a casa della
mamma, direbbe Freud. E' una
purga rivoluzionaria per
distruggere i beni di consumo
e tornare al valore d'uso,
direbbe Karl Marx"


                  Paolo Della Sala


"Quando uno conosce bene
una cosa se ne ha a male
se qualcun altro ne parla"


                          by Cruman


"Il vero conservatore sa che
a problemi nuovi occorrono
risposte nuove, ispirate a
principi permanenti"


             Giuseppe Prezzolini
  by Camelot Destra Ideale


"Una donna lo sa: le donne
adorano odiarsi. E' una cosa
vezzosa, niente di grave: solo
un po' di veleno qua e là, uno
sgambetto un sorriso e una
pugnalata alle spalle.
Non possiamo resistere"


              Annalena Benini


"Gli elettori delegano
il peccato ai potenti, così
possono immaginare
di non essere colpevoli
di nulla"


          Paolo Della Sala, again


"L'utilitarista deve nascondere
giudizi di valore da qualche
parte, per prendere decisioni
in base al suo principio,
e la teoria morale che ha
non è quindi l'utilitarismo,
ma lo specifico criterio
decisionale adottato"


                          LibertyFirst


"Non c'è più nessuno
a cui sparare, signore.
Se si tratterà solo di
costruire scuole e ospedali,
è a questo che serve l'esercito?"


                   Michael Ledeen


"L'idealista è uno che,
partendo dal corretto
presupposto che le rose hanno
un profumo migliore dei cavoli,
usa le rose per fare la zuppa"


                  Antonio Martino


"Sono sempre i migliori
ad andarsene dai forum"


                           Malvino


"Sapientia deriva da assaporare,
serve altro commento che non sia
mettere in moto il pensiero,
il ragionamento critico
come sapore delle cose?"


                                 adlimina


"Se gli economisti fossero
in grado di prevedere l'economia
non sarebbero tali, cioè non
avrebbero bisogno di insegnare
per sbarcare il lunario"


                            Mario


"Chi è sovente accigliato,
chi alza spesso il ditino
ammonitore, chi giudica
severamente il mondo
è uno che nel mondo
ci si trova male"


                             Gianni Pardo


The unprofessional blog

L'autore dichiara apertamente
che gli audaci parti del suo
intelletto avrebbero bisogno
del conforto di dottrina
specialistica in più materie,
nessuna delle quali minimamente
padroneggiata: pregasi notare
- sia ricordato qui una volta
per tutte - che di siffatti
scrupoli accademici è
privilegio della corporazione
dei dilettanti infischiarsene
allegramente (TNX Zamax)


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11 febbraio 2011

Identità e differenza

Per compendiare ciò che siamo, ciò che vogliamo, qui.






29 marzo 2010

Principio, anarchia, catallassi

di Francesco Lorenzetti

tesi di laurea – 100 pp.

 

“L'opposto è amico soprattutto del suo opposto,

poiché ogni cosa desidera il suo contrario, non il simile.

Il secco desidera l'umido, il freddo il caldo, l'amaro il dolce,

l'acuto l'ottuso, il vuoto il pieno, il pieno il vuoto e così via,

secondo il medesimo rapporto.

Il contrario infatti è nutrimento per il contrario,

mentre il simile non trae vantaggio alcuno dal simile”

 

“Se ciò che è affine è differente in qualcosa da ciò che è simile,

a quanto pare [...] potremmo dire dell'amicizia ciò che essa è;

se invece simile e affine sono identici,

non sarà facile respingere il precedente ragionamento

in base al quale il simile è inutile al simile in virtù della somiglianza:

ma è assurdo ammettere che l'inutile sia amico”

 

Platone, Liside

 

Quando ci conoscemmo, Francesco sposava convinzioni sostanzialmente in linea coi dettami del liberalismo classico, mentre il sottoscritto era giusnaturalista professo. Riunioni di partito, bisbocce tra amici, eventi mondani di vario ordine e grado: ogni occasione si prestava all’innesco di garbati – e, per i malcapitati gregari, orchiclastici – dibattiti sulla filosofia prima. I cascami delle nostre serrate discussioni, impertinenti versioni “senza sapiente” del dialogo platonico, si concentravano tutti nel retrogusto acre dell’inconcludenza, nella frustrante consapevolezza di scoprirsi vieppiù prigionieri di itinerari cognitivi circolari.

Una reciproca insoddisfazione estremamente feconda, però, se questi suoi precipitati – grazie alle opportunità offerte dal percorso formativo di Francesco, neodottore in Giurisprudenza con la bella tesi di laurea in Filosofia del Diritto che mi accingo a commentare – hanno favorito per entrambi il radicarsi in profondità di idee e concetti prima afferrati solo superficialmente.

Seguendo le orme del grande vecchio della giusfilosofia patavina, lo stesso professor Francesco Cavalla il cui pièce de résistance si provava a recensire qui, occorre allora recuperare gli albori del pensiero speculativo per interrogarsi sul Principio e salvarsi la mente dalla fallacia del discorso ordinato applicato alla controversia giuridica. La protofilosofia dei presocratici, che i libri di testo del Liceo passavano velocemente in rassegna come un campionario di misteriosofie fisicaliste, si addice al compito poiché – fatta la tara al doveroso apporto interpretativo del lettore contemporaneo a quei frammenti così antichi e oscuri – ben rappresenta l’insieme di strumenti teoretici affermatisi prima che la conoscenza fosse assalita dalla brama di possedere, sezionare, controllare il mondo immanente. Su tutti una corretta intelligenza dell’arché, ossia dell’ente assoluto, ciò di cui tutto si predica ma che non si predica di nulla – un cerchio infinito il cui centro è ovunque ma la cui circonferenza non è in nessun luogo, per dirla con Andrew Davidson. Nulla a che vedere con la certezza formale, cioè con l’esito puntuale dell’adozione di un sistema in grado di porre univocamente un oggetto da indagare tramite un dato metodo. Anzi, proprio l’imporsi di quest’altro paradigma gnoseologico – insostituibile complemento delle dottrine atomiste, nichiliste e neoplatoniche – ha condotto all’eclissi moderna e postmoderna della ricerca del vero e del giusto in ambito giuridico, a tutto vantaggio di visioni tecnocratiche e strutturaliste, ancillari nei confronti del potere e dei suoi arbitri. Invece la nozione di Verità che deve ritrovare spazio, soprattutto all’interno di una riflessione filosofica realmente intenzionata a emanciparsi dalle contrapposte erranze di positivismo e naturalismo, riguarda il “collante trascendentale” dell’universo, “ciò che tiene in una tutte le cose pur mantenendo e custodendo ogni differenza” garantendoci la stessa possibilità di “sapere” qualcosa. Nelle parole di Cavalla si fa riferimento alla “potenza [...] che espone alla vista dell’uomo un’affiorante molteplicità di enti diversi, eppure tutti collegabili; sicché da ciò è consentita all’uomo, con il giudizio e con l’azione, ogni sorta di particolare e mai conclusivo collegamento. Perciò, perché originariamente anticipante e inesausta in un qualsiasi ambito di fenomeni, la verità esorbita da ogni possibile raffigurazione oggettiva”. L’essere, considerato alla luce di premesse del genere, non può consistere in una sostanza indifferenziata che la ragione umana decodifica mediante l’implementazione di assunti meramente convenzionali, giacché in tal caso non sussisterebbero i noti limiti all’analisi formalizzata (come evidenziati dal lavoro göedeliano sull’indecidibilità, ad esempio). Né, all’opposto, è lecito ritenere il mondo alla stregua di un magma caotico, rappresentabile ordinatamente solo sotto l’imperio della pura volizione, altrimenti nessuno sarebbe capace di farsi capire dai propri interlocutori, esprimendosi in assenza di stipulazioni esplicite.

L’estensione dei caratteri propri e necessari del linguaggio alla globalità delle relazioni umane è, in effetti, la miglior chiave di lettura per delineare la traiettoria argomentativa della tesi, dall’inquadramento teorico sino ai conseguenti sviluppi metodologici. E se il rapporto tra comunicazione e significato si snoda tra le regole fisse di una grammatica e le regole informali del gergo e dell’idioletto, dando luogo a codici da apprendere in modo costante, aperto e mai interamente sistematizzabile, un analogo modello dialettico fondato sul “libero scambio” para-linguistico investe la totalità delle istituzioni sociali – spontanea e “irriflessa” com’è la loro eziologia. Il canone prasseologico così descritto, base concettuale della Scuola Austriaca di Economia, in letteratura prende il nome di catallassi, vale a dire “una teoria dei processi sociali dinamici. Si tratta di un moderno neologismo forgiato partendo dal verbo greco katallàssein [...] che, significativamente, racchiudeva in sé la duplice accezione di «scambiare» o «barattare», così come quella di «ammettere nella comunità» e di «riconciliarsi», «diventare, da nemici, amici». Per analogia, dalla medesima voce vien fatto discendere [tale] ulteriore neologismo [...], allo scopo di indicare quell’ordinamento del mercato che si forma spontaneamente; ovvero, un equilibrio socio-economico instauratosi secondo un processo inintenzionale di scoperta, nel quale i prezzi fungono da sistema di trasmissione delle informazioni disperse” (Zanotto).

Questo originale connubio di filosofia arcaica e di economia “austriaca” permette di ripensare radicalmente il novero delle modalità di statuizione del diritto. Non mancano esempi storicamente documentati di libera interazione giuridica, a partire da quello più frequentato dalla pubblicistica paleolibertaria, la lex mercatoria medievale. Antesignana del diritto commerciale internazionale pur senza aver ricevuto alcun imprimatur dai poteri pubblici dell’epoca, essa – in un’Europa che già portava in grembo l’abbozzo della moderna globalizzazione – costituì un eccellente volano per le transazioni mercantili. Un effetto che questo corpo legislativo riusciva a sortire con regolarità, facendo leva sulla minaccia di emarginazione dal circuito economico per chiunque disconoscesse deliberatamente l’autorità dei tribunali informali istituiti per dirimere le vertenze tra mercanti. In quest’ottica l’infrazione alla norma, anche delittuosa, non è debellata una volta per tutte, bensì messa costantemente in mora da un sistema “neutrale rispetto ai fini” ed estremamente “efficiente [nel] far sì che le persone si relazionino condividendo informazioni”. Esistono peraltro momenti meno datati del precedente a riprova della tesi riassunta fin qui: il ripristino dell’arbitrato volontario su iniziativa dell’avvocatura e della Camera di Commercio dello Stato di New York, nel 1920, oppure – nel delicatissimo campo del diritto penale – l’esperienza condotta a partire dagli anni ’70 dall’American Arbitration Association nella presa in carico di casi criminali minori. Altrimenti, fuori dall’anglosfera, va menzionato il recente D. Lgs. 28/10, positiva eccezione allo stato confusionale del panorama politico-legislativo nostrano.

Appunto nella direzione di una ricerca sulle possibili concretizzazioni operative di una teoria giuridica volta a “far diventare amici i nemici”, verosimilmente, si indirizzerà il testimone lasciato in eredità da Francesco a chi vorrà raccoglierlo. A lui, ora, il compito di far fruttare nella professione il grande impegno profuso in questo lavoro, anche a dispetto dello scetticismo dei tanti che ne hanno messo in dubbio il giovamento pratico post-laurea – mentre invece nel nucleo tematico sviscerato dall’amico Lorenzetti pulsa il cuore stesso della significanza del mestiere di giurista. A entrambi, nelle prossime occasioni utili, il sottile piacere di suscitare perplessità con parole astruse e scenari utopici durante le libere uscite tra amici: dopotutto la Verità si riduce a banale conformismo, se evocarla non desta almeno un po’ di placido scandalo.




8 novembre 2007

Rivalutiamo pure Hobbes, ma solo oltre confine

Nella sua disamina delle “ragioni di Hobbes”, a mio avviso Francesco indulge a uno scetticismo gnoseologico di stampo protestante. In passato ho già avuto modo di argomentare come la dicotomia tra liberali e libertari, cioè tra volontaristi e razionalisti, rispecchi in senso lato lo scisma politico-culturale tra luterani e cattolici. Fu del resto Murray N. Rothbard a rimproverare nientemeno che Friedrich Von Hayek per la sua incapacità di svolgere un’indagine razionale sul diritto naturale: la profonda biforcazione interna del pensiero liberale risale peraltro a molto prima dello “scisma libertario”, e precisamente alla contrapposizione tra gli archetipi rappresentati per l’appunto da Locke e da Hobbes.
Sì, perché il teorico del Leviatano, malgrado la storia della filosofia in pillole lo cataloghi semplicisticamente come il fautore dell’assolutismo per antonomasia, fu in realtà il più lucido apologeta ante litteram dello stato moderno (è forse questo il punto che, nel suo intervento, Francesco coglie con maggiore chiarezza, allorché afferma di non riuscire a notare “la differenza” tra l’impianto ideologico hobbesiano e l’assetto costitutivo delle “moderne democrazie occidentali”).
Prima di esaminare l’antinomia giusnaturalismo-giuspositivismo sotto il profilo delle sue ricadute storiche e politiche, però, ritengo doveroso opporre qualche modesta controdeduzione alle tesi filosofiche sostenute dall’amico Lorenzetti. La sua applicazione della legge di Hume – inerente la ridondanza del passaggio da elementi fenomenologici (l’Essere) a prescrizioni etiche (il dover essere) – al campo del diritto naturale, infatti, espande indebitamente il terreno di indagine al novero delle leggi di natura. Mentre invece non è l’Essere in quanto tale a interpellare la legge naturale, ma l’Essere in quanto moralmente rilevante, legato cioè all’esigenza umana di indirizzare l’azione secondo giustizia. Se, ad esempio, è banale non considerare affatto l’imperativo darwiniano di eliminazione dell’inetto un imperativo morale, molto meno banale è riempire tale scarto logico di contenuti asseverativi partendo da posizioni relativistiche. Dire, come fa Bobbio, che “ogni ricerca del fondamento assoluto è, a sua volta, infondata” significa implicitamente ammettere solo la sussistenza di fondamenti sufficienti, dipendenti da variabili di tipo culturale e/o contingente – e quindi oggettivamente decostruibili, in quanto “consapevoli” della propria incompletezza. Capisaldi fragili, che non danno alcuna garanzia (non escludono una volta per tutte l’eventualità di un mondo nel quale si abbandonino davvero gli storpi al loro destino, tanto per capirci).
Proprio sull’indecidibilità vertono i teoremi di Gödel, che affermano rispettivamente l’impossibilità, per i sistemi formali, di soddisfare a un tempo i requisiti di completezza e coerenza e di dimostrare autonomamente la coerenza dei propri assiomi. Ciò equivale a subordinare l’esercizio della razionalità non tanto – o non solo – alla tirannide della volontà, quanto piuttosto all’assunzione di un quid veritativo in grado di assicurare la necessaria coerenza interna alle strutture logiche. Quel nucleo – quel “fondamento assoluto” – in accordo con Gödel non si può definire appieno dall’interno di un sistema; ciononostante, è da ritenersi scorretta la conclusione sottoscritta da Bobbio nel dedurre una inesistenza da una indeterminazione.
Di una teoria assiomatica si può casomai riuscire a dimostrare l’incoerenza, così come del castello sistemico costruito sopra di essa. Riferendoci a sistemi politici, tale dimostrazione potrà avere carattere dialettico, empirico, non solo logico-formale. Detto quindi che pretendere una prova della coerenza degli assiomi costituisce un assurdo logico, l’onere di illustrare l’incoerenza del trinomio vita-libertà-proprietà ricade sui critici del giusnaturalismo. A poco vale anche accusare di disfunzionalità un sistema basato sulla titolarità individuale di quei diritti paventando il caos dello “stato di natura”, che non è un dato storico bensì un’astrazione descrittiva.
Le grane della teoria hobbesiana, al contrario, sono molte e si pongono sia sul piano della logica che su quello della storia. Prima di tutto, come giustamente fa notare Francesco, dalla cessione selettiva al sovrano – o, per estensione, alla sovranità – dei soli diritti alla proprietà e alla libertà, ma non di quello alla vita, deriva un’ingiustificata discriminazione teoretica, tale da compromettere irrimediabilmente la coerenza interna dei capisaldi fondativi adottati da Hobbes. Ma l’interpretazione in termini giuridici dei teoremi di Gödel – che si deve a Vittorio Mathieu – permette di evidenziare i tratti oggettivamente paradossali del sistema hobbesiano anche da un punto di vista logico-formale più rigoroso. L’equivalente del primo teorema di Gödel si può formulare come segue: se un monarca (o un’assemblea) deve emanare solo leggi consistenti, egli (o essa) non può detenere pieni poteri – perché, se li avesse, potrebbe promulgare l’autocontraddittoria legge che dice “non obbedirmi”. L’omologo giuridico del secondo teorema sarebbe invece: se un monarca (o un’assemblea) vuole emanare soltanto leggi consistenti, egli (o essa) non può autolegittimarsi – perché, se potesse farlo, potrebbe anche arrogarsi pieni poteri, violando il primo teorema. Questo secondo risultato, oltre a rendere palese la gratuità volontaristica dei sistemi statizzati (giacché presumo di non dovermi soffermare sul fatto che pure il “contratto sociale” è una metafora esemplificativa), testimonia nuovamente l’assoluta necessità di ammettere la preesistenza dei tre diritti negativi fondamentali rispetto alle architetture istituzionali. A meno di non fare ingenuamente coincidere il concetto di “conflitto” con quello di “guerra”, inoltre, vien fatto di pensare che non sia nella società libertaria che si ha il bellum omnium contra omnes, ma semmai nel quadro delle moderne democrazie rappresentative, veri e propri coacervi di gruppi d’interesse particolare l’un contro l’altro armati.
Proprio per chi considera un presidio irrinunciabile la distinzione tra norma giuridica e legge morale, tra l’altro, l’impostazione hobbesiana (che vede nell’autorità costituita una sorta di “banca centrale” della valuta individuale) risulta inaccettabile. Perché il legalismo statalista, a differenza di quanto si sente spesso affermare dai cattivi esegeti della laicità, predicando come necessaria e sufficiente la sola etica pubblica nega il primato della coscienza individuale su di essa. Tale fu appunto la prospettiva politica adottata dal “protestantesimo reale” – e qui mi riallaccio allo spunto di riflessione che suggerivo all’inizio – che, non credendo nel libero arbitrio e abbracciando varie forme di millenarismo settario, piegò spesso il libero mercato e il mutualismo spontaneo al proposito di fondare la città di Dio sulla Terra.
Al diritto positivo, in definitiva, va riconosciuta una natura puramente tecnica, ossia dirimente le controversie dettate dalla contingenza. Di sicuro, esso non può aspirare a darsi autonomamente conto dei propri fondamenti, pena la degenerazione del metodo (quali che ne siano i fondamenti) in una mediocre metafisica tecnocratica. Diversamente, per subentrare alla moralità, la legalità deve ampliare a dismisura il suo raggio d’azione mentre, nel contempo, il liberale giuspositivista finisce per intrattenere pericolosi flirt con l’iper-legiferazione tipica dei socialismi.
Da quanto ho cercato di spiegare fin qui, sembra che in un’ottica liberale Hobbes vada respinto in blocco. In realtà, se ne riconduciamo i cascami al suo contesto storico di appartenenza, notiamo subito come l’antropologia teorizzata dal filosofo di Malmesbury abbia egregiamente funzionato da marchingegno ideologico giustificativo dell’impero marittimo britannico (il Leviatano, non a caso, è un mostro marino). Lo stesso si potrebbe dire del supporto ideale fornito da John Locke alla Gloriosa Rivoluzione del 1688.
Operata dunque un’opportuna separazione di ambiti, Locke diventa un ottimo riferimento per la politica interna e Hobbes un modello per delineare la politica estera. Malgrado, ovviamente, a distanza di ormai tre secoli le scelte politiche concrete su ambo i fronti siano il portato di una contaminazione reciproca tra le istanze che i due pensatori incarnarono, è più che sensato attribuire ai rapporti tra stati le caratteristiche di brutale utilitarismo che Hobbes, sbagliando, associava alle relazioni tra i singoli e tra le comunità ristrette nella fase pre-statuale. Il comportamento degli organismi pubblici allargati si può in effetti considerare orientato solo a perseguire o a difendere interessi di tipo materiale, tanto che le categorie etiche estranee al tornaconto economico e/o strategico diventano inconcepibili e inattuali a livello collettivo. Come in parte dimostra il caso iracheno, una politica estera votata principalmente a riscuotere prestigio umanitario spacca comunque l’opinione pubblica, ma non produce i benefici con cui un approccio più “cinico” sarebbe in grado di coprire i suoi costi di attuazione. Su premesse hobbesiane è quindi possibile fondare una solida politica estera di marca realista.
Ma quanti si ritengono libertari, vale a dire impegnati a escogitare e a costruire ordini politici senza e oltre lo stato-nazione, non possono non vedere nel riconoscimento sub condicione dei diritti individuali immaginato da Hobbes la quintessenza della ragion di stato in politica interna.

Per approfondire:
Andrea Rossetti, Come dev’essere Cesare per essere Cesare
Piergiorgio Odifreddi, Metamorfosi di un teorema




24 ottobre 2007

Due link, due commenti

“Un paio d’anni fa, sul settimanale Famiglia cristiana, fece scalpore la pubblicazione della lista integrale degli azionisti della Banca d’Italia, poichè risultò che il suo capitale era detenuto al 95% da banche private commerciali mentre solo un 5% era in mano pubblica. Questo, in contrasto con lo stesso Statuto dell’ente, che prevede (art. 3) che la maggioranza delle azioni debba essere di proprietà del Tesoro. La questione non è di scarsa importanza, dato che la Banca d’Italia detiene tutt’oggi (seppure oramai di concerto con la Banca Centrale Europea) il monopolio dell’emissione monetaria nel nostro paese. Il fatto che gli azionisti siano privati pone infatti il problema del cosiddetto signoraggio, ossia del profitto derivante dalla emissione di banconote” – Francesco Lorenzetti, Signoraggio, la linfa dei poteri occulti

Da monetarista convinto, sostengo che la moneta sia un bene tra i tanti, dotato della particolare facoltà di consentire la separazione tra il momento dell’acquisto e quello del guadagno (cioè in grado di fornire un’alternativa al baratto). Per cui, se il bene in questione è per qualche motivo inflazionato, meglio optare per investimenti-rifugio come oro o immobili. Morale della favola: se per decenni gli italiani si sono visti remunerare i propri titoli di credito con carta straccia, la colpa è loro. E dei gestori di fondi ai quali si sono affidati corpo e anima, pressoché tutti dipendenti dei “banchieri privati” di cui all’articolo di Francesco.

“gli Stati Uniti, abbattendo Saddam Hussein, hanno servito nel peggior modo possibile i loro interessi. Hanno infatti liberato il loro più feroce nemico nell’area (l’Iran) dal suo più temibile nemico (Saddam appunto) e parallelamente hanno rafforzato l’avversario (i curdi) del loro secondo più importante alleato regionale (la Turchia)” – Andrea Gilli, L’Iraq, la Turchia e la complessità degli affari internazionali

Più leggo gli articoli di Andrea e Mauro Gilli, più la bolla ideologica gonfiata dai neocon mi appare destinata a scoppiare. Con la non trascurabile riserva riguardante l’apparato teorico realista che sorregge le argomentazioni di Gilli, ossia l’esigenza di un’alterità non radicalmente manichea tra i soggetti attivi di una moderna politica dell’equilibrio. Se una o più delle potenze in competizione sullo scenario internazionale si pongono l’obiettivo di esportare un ordine totalitario o distruttivo fuori dai loro confini, infatti, diventa perfino inconcepibile lo strumento della trattativa. Che era all’ordine del giorno nei conflitti regionali settecenteschi, in cui la contrapposizione identitaria veniva mitigata dalla comune matrice culturale dei contendenti. Ma oggi, con un Islam che punta a restaurare il proprio califfato subtropicale annientando Israele, decadono molti dei presupposti necessari a una politica estera davvero liberale (cioè realista) e non idealista (cioè costruttivista).
Consiglio di imparare a memoria il passaggio dell’articolo in cui Gilli confuta i due assunti-base del neoconservatorismo, comunque.



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