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  Ismael [ Il superstite del Pequod ]
         
















Non te lo chiedo per favore: non calpestarmi







Perduta nazione, avito suolo
Isole tra i monti, strade pei mari
Unico asilo ed eterno conforto
Per te prosperiamo
Liberi e reverenti





Due che hanno visto giusto





La situazione mediorientale spiegata
meglio che in mille editoriali





In memoria di Diamond
"Dimebag" Darrell
, e di tutti gli
interminabili pomeriggi di
gioventù trascorsi a sgomitare
sotto la sferza selvaggia
della sua chitarra!





Where I belong:



Il movimento liberale giovanile fondato e presieduto da Francesco Lorenzetti



Edoardo Ferrarese

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MY BEST SHOTS:

Meglio il Saruman monetarista
o il Sam vegetariano?

Sul proporzionale

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Grazie alla blogosfera


Le fiamme sopra Parigi

Religione e omosessualità -
Condannati per reato d'opinione


Buon anno e felice Epifania
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Ipocralismi
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non si fa, si fabbrica


Jin-Roh - Uomini e lupi

Cento domande sull'Islam

Il Caimano

Buona la seconda

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Martini l'apostata

Hanno già ricominciato
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vince la politica

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l'ipocrisia al governo

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8 Settembre,
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Propaganda welfare

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e il Dio incartato


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E più inflazione

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l'America plurale


Laicità e diritto naturale,
ovvero: del cortocircuito
giacobino


La mossa del Casini

Né bio né equo
né solidale. Quindi
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Pannella e la morte
per procura


Fassino, le sberle, la rivincita

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"Prodienko": torti e ragioni

L'antiPACStico

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cadono le foglie al vento


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Proibizionismi all'orizzonte?

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A New Republic

300

Uomini, caporali
e parlamentari


Immigrazione e libertà

L'innatismo dei predestinati

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Sarko e Silvio

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Gianfranco, Daniela
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L'Arciprete e il Cavaliere

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Gli interrogativi di Walter

Il liberismo
è davvero di sinistra?


Fenomenologia del Grillo

Le cronache
del Ghiaccio e del Fuoco


Liberalismo

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Rivalutiamo pure Hobbes,
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Sapessi com'è strano/
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La Libertà e la Legge

Bioetica
autunno-inverno


Il caso Bianzino

Luigi Sturzo for dummies

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USA 2008: Mac is back!

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Contro le tasse

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Un'impronta illiberale?

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La fine dell'economia

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Quel che resta della crisi

 
 
 
 
 
 
 
 
 
Liberalizzazioni:
cosa resta da fare?

#1  #2


Il punto sulle bersanizzazioni
#1  #2  #3


Un giorno di libertà
#1  #2  #3


Metabio(gen)etica
#1  #2  #3  #4


Per il bene dell'Italia
#1  #2  #3  #4  #5
#6  #7  #8  #9  #10 


IsmaelVille
#1  #2  #3  #4  #5
#6 #6.1 #7  T13


Spigolature internautiche

"Uòlter Veltroni
a tajà er nastro
so' tutti bboni"

            by Giggimassi


"Far l'amore
col preservativo
è come fare il bagno
con lo scafandro"

                (Anonimo)


"Non sono né del partito
rivoluzionario né del
partito conservatore.
Ma tuttavia e dopotutto
tengo più al secondo che al
primo. Infatti dal secondo
differisco nei mezzi
piuttosto che nel fine,
mentre dal primo differisco,
insieme, nei mezzi e nel fine.
La libertà è la prima delle
mie passioni. Questa è la
verità"


      Alexis De Tocqueville
                    (by Zamax)


"Se Dio si candida,
lo stolto pensa alle elezioni
invece che al problema
dell'elezione"


            Giuliano Ferrara


"Io credo soltanto nella parola.
La parola ferisce, la parola
convince, la parola placa.
Questo, per me, è il senso
dello scrivere"


                    Ennio Flaiano
                (by Il Paroliere)


"L'ideazione di un sistema
resistente è atto creativo
che solo in parte si basa su
dati scientifici; la sensibilità
statica che lo determina, se
pure necessaria conseguenza
dello studio dell'equilibrio e
della resistenza dei materiali,
resta, come la sensibilità
estetica, una capacità
puramente personale, o per
meglio dire il frutto della
comprensione ed assimilazione,
compiutesi nello spirito del
progettista, delle leggi
del mondo fisico"


                       Pier Luigi Nervi
(Scienza o Arte del Costruire)


"L'unica cosa necessaria
per il trionfo del male
è l'inerzia dei buoni"

                         Edmund Burke
              (by Torre di Babele)


"Un governo così grande da
darti tutto quello che vuoi
è anche abbastanza grande
da toglierti tutto quello che hai"


               Barry M. Goldwater
          (by Retorica e Logica)


"L'amore è donare quello
che non si ha a qualcuno
che non lo vuole"


                     Jacques Lacan
                       (by Bernardo)


"Sono un conservatore nel
senso inteso da Hannah Arendt,
che si preoccupava della
preservazione del mondo.
Oggi comunque non c'è più
ordine costituito, ma solo
un cambiamento costituito.
La nostra sola tradizione è
il progresso. Viviamo in nome
del movimento e del
cambiamento continuo.
In questo contesto, io mi
considero un rivoluzionario,
perché ormai la sola
rivoluzione possibile è quella
che interrompe le derive
contemporanee"

               Alain Finkielkraut
                            (by Temis)


"Parliamo di politica:
quando si mangia?"


                 Alberto Mingardi


"Quella delle domeniche
a piedi è una messa rosso-
islamica, basata sulla nostalgia
del bel tempo della austerity
'regalataci' dall'Opec nel 1973.
E' un rito di espiazione e
autoflagellazione, direbbe un
Ernesto De Martino. E' una
autopunizione per aver pensato
di andare in auto a casa della
mamma, direbbe Freud. E' una
purga rivoluzionaria per
distruggere i beni di consumo
e tornare al valore d'uso,
direbbe Karl Marx"


                  Paolo Della Sala


"Quando uno conosce bene
una cosa se ne ha a male
se qualcun altro ne parla"


                          by Cruman


"Il vero conservatore sa che
a problemi nuovi occorrono
risposte nuove, ispirate a
principi permanenti"


             Giuseppe Prezzolini
  by Camelot Destra Ideale


"Una donna lo sa: le donne
adorano odiarsi. E' una cosa
vezzosa, niente di grave: solo
un po' di veleno qua e là, uno
sgambetto un sorriso e una
pugnalata alle spalle.
Non possiamo resistere"


              Annalena Benini


"Gli elettori delegano
il peccato ai potenti, così
possono immaginare
di non essere colpevoli
di nulla"


          Paolo Della Sala, again


"L'utilitarista deve nascondere
giudizi di valore da qualche
parte, per prendere decisioni
in base al suo principio,
e la teoria morale che ha
non è quindi l'utilitarismo,
ma lo specifico criterio
decisionale adottato"


                          LibertyFirst


"Non c'è più nessuno
a cui sparare, signore.
Se si tratterà solo di
costruire scuole e ospedali,
è a questo che serve l'esercito?"


                   Michael Ledeen


"L'idealista è uno che,
partendo dal corretto
presupposto che le rose hanno
un profumo migliore dei cavoli,
usa le rose per fare la zuppa"


                  Antonio Martino


"Sono sempre i migliori
ad andarsene dai forum"


                           Malvino


"Sapientia deriva da assaporare,
serve altro commento che non sia
mettere in moto il pensiero,
il ragionamento critico
come sapore delle cose?"


                                 adlimina


"Se gli economisti fossero
in grado di prevedere l'economia
non sarebbero tali, cioè non
avrebbero bisogno di insegnare
per sbarcare il lunario"


                            Mario


"Chi è sovente accigliato,
chi alza spesso il ditino
ammonitore, chi giudica
severamente il mondo
è uno che nel mondo
ci si trova male"


                             Gianni Pardo


The unprofessional blog

L'autore dichiara apertamente
che gli audaci parti del suo
intelletto avrebbero bisogno
del conforto di dottrina
specialistica in più materie,
nessuna delle quali minimamente
padroneggiata: pregasi notare
- sia ricordato qui una volta
per tutte - che di siffatti
scrupoli accademici è
privilegio della corporazione
dei dilettanti infischiarsene
allegramente (TNX Zamax)


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18 dicembre 2009

La Bibbia di Satana/Diritto, natura e ragione

di Anton Szandor LaVey
Arcana – collana “Controculture”, 253 pp., € 14,00

e di Murray Newton Rothbard
Rubbettino, 172 pp., € 9,00

a Laura

Aprendo la Bibbia – quella tradizionale, per il momento – leggiamo che il Maligno si qualifica come tale nell’instillare a Eva la superbia di poter attingere su base squisitamente volontaristica la perfetta scienza delle cose. Il passo (Gn 3, 4-5) è inequivocabile: “Ma il serpente disse alla donna: «Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che, quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male»”. Laddove il riferimento mangereccio, com’è risaputo, va al frutto dell’albero della Conoscenza. In pochissime battute emerge così il centro tematico dell’interrogativo che lacera l’umanità dacché si tiene registro di una qualche forma di dibattito filosofico: il pensiero strutturato risponde a un principio sovraindividuale o è una facoltà soggettiva? E a seguire: con le sue sole forze psicofisiche, l’uomo è in grado di autogestirsi l’immanenza nella direzione di un progressivo miglioramento individuale e collettivo?
“Se non c’è Dio, io sono Dio” diceva Dostoevskij. Lo stesso asserto, ancorché privo dello struggimento teologico-morale affettato dal romanziere russo nel motteggiarlo, è raccolto e sviluppato nel cult-book del papa satanico Lavey. L’occultista naturalizzato californiano, deceduto nel 1997 non prima di aver investito del titolo di reverendo la nota shockstar Marilyn Manson, con questo suo libro del 1969 volle dare alle stampe uno zibaldone pop-filosofico in orbita su un’ellissi avente Nietzsche e Mill come fuochi, entro il cui perimetro Satana funge da archetipo intellettuale di un ben preciso pattern etico e gnoseologico. Esso si può sbozzare nel modo seguente: dotato del giusto viatico conoscitivo (per esempio attraverso idonei percorsi iniziatici), l’individuo si salva da sé. Appunto il paradigma gnosticheggiante assunto dalla Genesi nientemeno che a fomite del peccato originale e che, da solo, ben sintetizza l’essenza delle concezioni filosofiche atomiste e/o a vario titolo nichiliste.
Il manifesto satanista include tutti i punti deboli della tradizione di pensiero cui si rifà più o meno apertamente, senza però mantenerne intatti gli elevati standard speculativi. Difetto, quest’ultimo, se vogliamo comprensibile, dato un taglio mediale dell’opera senz’altro divulgativo – nonostante l’ultimo terzo del volume si diffonda in un tonitruante quanto pittoresco esoterismo (quello delle Chiavi di Enoch). Ma gli aspetti problematici della trattazione, ripeto, sono soprattutto concettuali e ricalcano fedelmente il repertorio di contraddizioni in termini tipico dei relativismi, siano essi somministrati nella variante “forte”, in quella “debole” o in un eterogeneo cocktail delle due come nella fattispecie. Per averne contezza basta ritagliare qualche brano dal testo e ragionare sia sul senso dei singoli estratti che sul livello di coerenza logica ravvisabile dal loro confronto: “Tra queste pagine troverete la verità…e l’immaginazione. L’una è necessaria all’altra e viceversa; ma ognuna deve essere considerata per quello che è” (p. 23). E già qui mancherebbero le definizioni da stipulare per “verità” e “immaginazione” nonché l’illustrazione del rapporto di interdipendenza tra le due idee, ma almeno sembra venir fornita una premessa teorica, un’ipotesi di lavoro. Tuttavia, poco più avanti, si legge: “Tutto ciò che è dichiarato ‘verità’ si dimostra in realtà una vuota finzione; lasciate che sia gettata senza troppe cerimonie nello spazio oscuro tra gli dei morti, gli imperi morti, le filosofie morte e altri inutili detriti!” (p. 35). Gettare la verità nel linguaggio significa per forza di cose tradirla, d’accordo, ma la comparazione dei due fraseggi succitati non può non evidenziare una stridente e grossolana discrepanza teoretica. Per di più la seconda proposizione, se presa alla lettera, nega bilateralmente se stessa, come se un cretese proclamasse che tutti i cretesi mentono. A proposito di varianti sul tema del paradosso di Epimenide: “Cambiando i contesti, nessun ideale umano può rimanere certo!” (p. 35). E ancora: “La verità, da sola, non ha mai reso libero nessuno. Soltanto il DUBBIO può provocare l’emancipazione mentale. Senza il meraviglioso elemento del dubbio, la porta attraverso cui passa la verità sarebbe chiusa a doppia mandata” (p. 43). Vigente la prima affermazione, il satanismo si iscriverebbe d’ufficio tra le vittime illustri dell’impermanenza degli ideali così enunciata. La cultura del dubbio, poi, per ambire alla consistenza dottrinale, deve fondarsi su presupposti che non coincidano col dubbio medesimo – e quindi riconoscere schiettamente che non di tutto è lecito dubitare – evitando di caricare esigenze metafisiche sulle gracili spalle di un semplice metodo . Altrimenti, di nuovo, ci si trova di fronte al controsenso per cui il significato di un sommario ideologico contiene in sé gli elementi della propria negazione. Se soltanto il dubbio libera, in altre parole, tale asserzione va protetta dall’utilizzo dell’incertezza contro di essa. Il versante nicciano del’esposizione non rende giustizia al suo padre nobile: il filosofo di Röcken non cadde mai in aporie tanto banali, perché non rifiutava assolutamente la verità come orizzonte noumenico di riferimento. Egli si “limitò” ad analizzarne filologicamente la radicale alterità rispetto alla ragione umana – col guaio di avanzare a sua volta una tesi veritativa, ma questa è un’altra storia. Nemmeno il lato milliano del saggio se la passa benissimo. Se la morale sessuale satanica “incoraggia qualsiasi forma di espressione sessuale che si possa desiderare, con il limite di non nuocere ad alcuno (p. 78), i riti propiziatori illustrati più oltre da Lavey si basano sul controllo di tre forze psichiche, una delle quali “è quella della distruzione. Questa è una cerimonia usata per rabbia, irritazione, sdegno, disprezzo o per semplice odio. È conosciuta come malocchio, maledizione o agente distruttivo” (p. 130). E in proposito va tenuta presente l’ulteriore raccomandazione: “Sii sicuro che NULLA ti importi se la vittima predestinata viva o muoia; prima di lanciare la tua maledizione e, quando causerà la sua distruzione, divertiti anziché provare rimorso” (p. 132). Vale la pena di sottolineare che Lavey non fu certo un mago da strapazzo, ma più che altro un convinto fautore della tortura psicologica (dei nemici), dell’autostima (verso se stessi, chiaramente) e dell’empatia (con gli amici). Cionondimeno la discrasia di precetto rimane: di base il prossimo va rispettato o circuito? A far problema è il liberalismo di maniera concentrato nella frasetta “posso fare ciò che voglio finché non danneggio gli altri”. Sembra il tripudio della chiarezza adamantina, mentre invece l’umanità si arrovella da sempre su cosa debba rientrare nella categoria del nocumento. Stabilire dove porre il confine tra danno morale e materiale rinvia alla più classica regressio ad infinitum, per eludere la quale la modernità ha creduto di riparare agilmente nel diritto negativo. Uno strumento che però ha il difetto di trasformare la libertà in un fine politico, sicché tra eccezioni, esenzioni, controllori da controllare e incentivi da offrire selettivamente per bilanciare le asimmetrie informative il liberale diventa liberalsocialista (Mill docet, non a caso). Nel frattempo, per giunta, la domanda relativa alla compatibilità tra deferenza verso il prossimo e fattiva induzione al suicidio del medesimo, in caso di “offesa” da parte sua, rimane senza risposta.
La piccola miniera di paralogismi e questioni irrisolte scavata da Lavey col suo libro, in ogni caso, contribuisce ad accreditare il punto di vista secondo cui le filosofie individualiste, liberali o libertarie debbano rifarsi a un ethos consequenzialista (ovvero pragmatico, utilitarista, edonista). Di avviso molto diverso fu sicuramente Murray Rothbard, campione del libertarismo statunitense. Agnostico professo, l’anarco-capitalista newyorkese fu anche un convinto sostenitore della continuità teorica tra la Scolastica medievale e le moderne libertà negative. La “linea madre” giusnaturalista, nella visione rothbardiana, traccia l’asse di un percorso comune alle innumerevoli sfaccettature del liberalismo. Dove per alcuni palpitano le ragioni della contingenza e dell’opportunità, per Rothbard regna l’assoluto morale. Quindi l’eudemonia aristotelica –la felicità che consegue alla rettitudine, semplificando – anziché l’utilità. Logico allora che da questa antologia di scritti giovanili emerga un piccato dissenso nei confronti delle scuole di pensiero avverse a quella “continuista”. Rothbard ne ha per Hayek, per il suo maestro Von Mises, per Cutten, per Robbins, ma in particolar modo per Leo Strauss e per Karl Polanyi. I suoi bersagli elettivi sono essenzialmente due: l’atavismo consuetudinario di stampo hayekiano e la frattura straussiana tra lex tomista e ius lockeano. Per un verso prosegue la diatriba tra old-whiggism e right-libertarianism, con gli usi e costumi contrapposti ai diritti universali, mentre per l’altro tornano a scontrarsi la lettura “cattolica” e quella “protestante” della nascita del liberalismo. Come spesso gli è capitato, anche qui Rothbard dà prova di frizzanti doti retoriche, eppure le sue controdeduzioni al vetriolo non fanno che girare attorno al cuore pulsante delle tematiche affrontate senza nemmeno scalfirne il quid. Allarmato dai rischi della common law, l’autore ritiene di sottrarsi al mare in tempesta della catallassi sotto l’ombrello dell’assioma di non aggressione. Ma si è già accennato a quanta ineludibile base dialettica sostenga in radice la nozione di danno e, nel contempo, abbiamo altresì spiegato che la “assenza di impedimenti” è formula vuota di contenuto morale (per approfondire il tema vedi qui). Nella sua pregevole introduzione Roberta Modugno non manca di difendere la lezione hayekiana dalla caricatura fattane da Rothbard: “In Hayek quel che è fondamentale è il concetto di evoluzione culturale […] che riguarda la genesi e lo sviluppo di istituzioni, quali, tra le altre, la religione, il diritto, il mercato e, in generale, i sistemi autogenerantisi e autoregolantisi che vanno a formare la complessità della società” (p. 26). E poi: “deprecabile è stato, per Hayek, l’affermarsi del razionalismo di matrice cartesiana. Questa tradizione, infatti, ha ignorato la distinzione tra taxis e cosmos, cioè a dire tra sistemi e associazioni la cui struttura formale è caratterizzata da un ordine costruito e quei sistemi che, invece, sono cresciuti e si sono affermati attraverso un processo di evoluzione e si configurano perciò come ordini spontanei” (pp. 31-32). Saranno poi sconclusionati e teoricamente infondati gli scritti straussiani, ma parimenti latita la spiegazione del perché il moderno passaggio da legge a diritto costituirebbe un “affinamento” e non un drastico cambiamento di prospettiva nell’intendere il rapporto tra individuo e autorità. Inoltre, se il divorzio tra fatti e valori può – giustamente – lasciare spazio a svariate ubbie epistemologiche, perché allora non approfondire il legame elettivo tra le proposizioni prescrittive e le valutazioni che si possono dare circa gli stessi “fatti” di cui sopra?
Quello che Rothbard vede come fumo negli occhi, in conclusione, è l’inabrogabilità dei beni pubblici derivante dalla concreta “messa in opera” del diritto come scienza del giusto e dell’ingiusto. I fondamenti della giurisprudenza penale, in quest’ottica, si formalizzano come postulati fluidi invece che come assiomi rigidi, a dispetto di ogni cognitivismo etico, e non si possono dedurre univocamente col solo ausilio di una ragione universale. L’errore rothbardiano sta a mio avviso nel considerare sinonimi, chissà se più per equivoco ideologico o per riflesso mentale, gli attributi “pubblico” e “statale”: ma è proprio una volta rappacificato con la molteplice declinabilità del potere costituito che il libertarismo guadagna forse qualche speranza di promuoversi da libro dei sogni a plausibile agenda politica.




25 settembre 2009

Io sono mio?

Qualche settimana fa Alberto Mingardi ha postato un articolo nel quale, in buona sostanza, si sosteneva la legalizzazione del commercio d’organi anche – è il tratto saliente della riflessione mingardiana – qualora prelevati da donatori volontari viventi. A conti fatti mi trovo d’accordo con molti dei punti di caduta individuati nel pezzo ma, come spesso mi capita confrontandomi con l’argomentare liberale “classico”, poco o niente con le premesse logiche del ragionamento svolto [continua su Chicago Blog]




16 gennaio 2009

Israele, lo Stato, la Giustizia

Le immagini e le notizie in arrivo dalla polveriera israelo-palestinese obbligano a entrare ancora una volta nel merito della questione mediorientale. Come ogni polemos di vecchia data che si rispetti, anche questa pluridecennale contesa viaggia in parallelo all’evolversi di un contrappunto dialettico agguerrito quasi quanto il suo precipitato bellico.

Sotto il profilo contingente, pur con tutta la buona volontà “equidistante” del caso”, è ben difficile mettere sullo stesso piano i danni collaterali provocati dalle operazioni di un esercito regolare, agente su mandato di una sovranità libera e democratica, e gli attentati di gruppi terroristici finalizzati all’indiscriminata carneficina di civili inermi. Da un lato aleggiano le “nebbie della guerra”, ovvero l’intrico di cinici machiavellismi e di nobili ideali che alimenta la supremazia della legittima ragion di stato, dall’altro domina un crimine organizzato su vasta scala. Non c’è partita.

Eppure basta osservare la problematica nella sua interezza storica per coglierne aspetti assai meno definiti e, per paradossale che possa sembrare, tanto meno risolvibili nell’immanente quanto più lo sguardo si spinge in profondità. Facciamo mente locale sul sionismo: la dottrina che rivendica il diritto degli ebrei ad avere un “focolare nazionale” in Israele, rifacendosi alla Legge del Ritorno, offre loro una sorta di cittadinanza garantita. Le basi di tale prerogativa sono, di fatto, ataviche. Ma cosa diremmo se in Italia sorgesse un movimento d’opinione finalizzato al ripristino della sovranità romana sull’Europa che, in fin dei conti, aveva luogo duemila anni fa proprio come l’ultima potestà giudaica sulla Terrasanta prima del ’48? Chi ha letto L’amico ritrovato di Fred Uhlmann ricorderà che, nel libro, anche il padre del protagonista esprime una perplessità analoga. È possibile obiettare che la fondazione ufficiale di Israele fu preceduta dalla diffusa – e salatissima – vendita a consorzi di migranti ebrei degli estesi appezzamenti di terra palestinese allora in mano ai maggiorenti ottomani. Ma se degli investitori iraniani comprassero la Calabria un lotto dopo l’altro, la Calabria entrerebbe a far parte dell’Iran?

A ragionare in termini rigidamente storici e “conseguenti”, come si vede, è arduo non parteggiare per Israele seguendo umori almeno un po’ gratuiti. Tuttavia deve pur esserci un criterio capace di sostenere in radice le evidenti ragioni israeliane, pur con tutte le loro umanissime screziature, al di là del mero pregiudizio. Ancora una volta ci viene in soccorso l’etica, segnatamente applicata al concetto stesso di stato-nazione. Quel era la temperie culturale in cui fiorirono gli stati moderni? Pensando all'Ottocento, secolo d'oro del nazionalismo, la si può individuare nello sforzo di istituire comunità di cittadini unite nel perseguire determinati fini politico-morali. La “legittimità” di una qualsiasi “ragion distato” deriva quindi da una strategia di autorappresentazione ben precisa, mai suscettibile di fondamento causale dimostrabile, che non può non assumere i contorni di una teologia secolare. Com'è stato detto mille volte, è impossibile riempire di senso nozioni quali “bene comune”, “utilità collettiva” o “volontà generale” estrapolandole dagli stessi contesti di significato in cui vengono impiegate, a meno di non avventurarsi nel terreno minato della retorica. Lo stesso carattere metapolitico, come dice Francesco, vale per la Giustizia, valore portante dell'ebraismo: a ben vedere, il sionismo ottocentesco segnò la presa d'atto che è impossibile prescindere da un ordine politico sovrano nell'intento di vivere in pace le proprie peculiarità, come gli ebrei della diaspora avevano tentato di fare per due millenni. O, per dirlo altrimenti, che l'autorità costituita è tanto trascendente e autoreferenziale rispetto al consesso civile quanto necessaria al sostentamento di qualunque “associazione di tendenza”.

Ora si potrebbe arguire che “ordine politico” non è per forza sinonimo di “stato”, che “diritto” e “legge” sono cose diverse, che “piccolo è bello” e così via, ripercorrendo le tipiche – e per quanto mi riguarda giustissime – suggestioni paleolibertarie. Qui però interessa stabilire una prevalenza tra “un modello di come la democrazia basata sui valori della morale testamentaria e della fiducia nella ragione di matrice greca possa avere ancora senso per il mondo” (Giorgio Israel) e il “poterismo” reclamato dai soldati dell'Islam insurrezionalista. Potere come impreteribile ausilio del diritto negativo contro potere come idolo politico: date due opzioni fondative siffatte, una ragione che abbia a cuore la ricerca di ciò che è universalmente necessario non può che risolversi per la prima – a meno di non perdersi nei giochi di parole dell'immanentismo integrale, laddove un'ermeneutica efficace può giustificare tutto e il suo contrario.


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11 dicembre 2008

La giustizia della libertà

Rileggendo il decalogo aureo per un equo svolgimento delle ispezioni tributarie stilato dalla LIFE, ma anche ripensando all'esternazione sull'antistatalismo “consustanziale” alla mentalità veneta con cui Vincenzo Visco, non più di un anno e mezzo fa, credeva di criminalizzare a buon mercato un intero popolo, viene da pensare che l'Italia, così come tutto il mondo occidentale, sia attraversata da una spaccatura verticale che taglia in due la coscienza antropologica delle persone.
Alla radice di questo muro contro muro, sicuramente, pesa la – per così dire “rodata” – contrapposizione tra coloro che ritengono fondato il nesso di causalità “pagare tutti e poi pagare meno” e quanti, viceversa, capovolgono quel rapporto causa/effetto e rivendicano il diritto a vedersi applicate aliquote sostenibili prima di aderire al modello di conformità fiscale definito dal potere pubblico. I sostenitori della prima alternativa hanno nella giustizia il loro valore politico di riferimento, mentre per i fautori della seconda prevale la libertà. Si tratta di parole vaghe e, sul piano delle realizzazioni pratiche, obbligate a confondersi e mescolarsi continuamente. Da un lato vi è la fiducia nelle virtù dell'amministrazione istituzionalizzata, dall'altro si pone maggiormente l'accento sull'intrapresa spontanea: termini in tensione e in ultima analisi irriducibili a coerenza, ma anche indispensabili l'uno all'altro.
La giustizia nel “pagare tutti”, per dirsi tale, non può non rinviare all'esigenza di un limite alla tassazione. E la libertà – specie se negativa: impedire agli altri di impedire a me – necessita della problematica, ma imprescindibile, distinzione tra sfera pubblica e sfera privata. Le prese di posizione sommarie suscitate dallo scontro ideologico frontale fanno quasi sempre perdere di vista l'ineluttabilità della “compenetrazione di essenze” appena individuata.
Da acceso difensore della metafisica “di seconda specie”, dimentico spesso di circostanziare che la richiesta di meno tasse prima ha principalmente l'intento di concorrere al rientro nella legalità per chiunque sia vittima dell'ingiustizia ispettiva – unico naturale frutto di una fiscalità labirintica e opprimente. Mi succede spesso di contestare la sicumera di certi contribuenti che – animati da senso civico autentico, vediamo di capirci – si vantano e illudono di aver pagato le tasse “fino all'ultimo centesimo”. Ma basta un tocco di retroattività e/o di malizia per mettere alla gogna anche il cittadino più onesto. È risaputo che la Guardia di Finanza, quando esce, un verbale lo porta a casa comunque. E la stessa spada di Damocle pende sui titolari di attività soggette a vincoli antincendio o igienico-sanitari (fatto salvo il generalmente meno oneroso risvolto patrimoniale di questa seconda classe di “esazioni”).
Di questo si parla, non di altro, quando si portano avanti le istanze della semplificazione fiscale e dell'alleggerimento impositivo: della volontà di posizionarsi con certezza entro il perimetro della legalità, finalmente liberi da ogni ricatto asservito alla guerra tra ceti in cui sfocia la “spaccatura verticale” cui ci si richiamava all'inizio.




5 dicembre 2008

La ricerca assoluta

Il recente articolo di Elena Cattaneo pubblicato su Nature offre alcuni interessanti spunti di riflessione circa la libertà di ricerca scientifica in Italia e l'assegnazione del diritto alla vita, tema quest'ultimo da me più volte affrontato (per esempio qui, qui e, tra un tema e l'altro, qui). La professoressa non sbaglia allorché, rifacendosi al saggio Staminalia di Armando Massarenti, denuncia l'incongruenza logica esibita da quanti pensano di rendere un buon servizio alla causa “conservativa” speculando sull'antagonismo terapeutico tra le due diverse fonti – embrionale e somatica – di cellule staminali utilizzabili a fini medici. [continua su Movimento Arancione]




5 ottobre 2008

Ron Paul: We need to believe in ourselves




22 settembre 2008

Fallitalia

Come tutti i fallimenti aziendali, anche quello di Alitalia – ma pure le maxi bancarotte a catena oltreoceano, a voler ampliare il campo visivo – assume rilievo sotto corposi profili di filosofia morale e politica. È almeno dal 2005 che l’accanimento terapeutico su una compagnia di bandiera a encefalogramma piatto mostra pericolose commistioni con la negromanzia. La ricapitalizzazione fasulla di tre anni or sono (tredici nuove azioni ai soci ogni due vecchie alla modica cifra di 0,8 euri cadauna: il depauperamento della partecipazione del Tesoro fece le veci del consueto biberon di Stato) rese scoperto oltre ogni ragionevole dubbio il gioco assistenziale della nostra classe politica. Poi venne il turno della privatizzazione a ostacoli prodiana che, forse per restare sulla falsariga delle primarie unioniste all’epoca celebrate di fresco, chiamò a raccolta molti candidati civetta e un vincitore designato. Vale a dire Intesa/AirOne dei sodali Bazoli e Toto, dopo che all’altro amico De Benedetti era scappato da ridere per i, diciamo così, ridotti margini di verificabilità contabile dell’azienda. Sennonché l’offerta economicamente più vantaggiosa, irrefutabile in termini di consistenza imprenditoriale a meno dei fiacchi sofismi sul made in Italy aeronavale da preservare, arrivò da Air France/Klm. Poco male, pensò l’astuto boiardo di Scandiano: sarebbe bastato mettere i franco-olandesi nella condizione di esigere a vuoto dai sindacati l’assenso al piano di vendita, per far finire la trattativa a carte quarantotto. Ciò che poi in effetti capitò, ma nel frattempo il cadaverino conosciuto col nome di “Prodi-bis” era caduto al primo refolo di vento giudiziario ostile. Era riapparso Berlusconi, il taumaturgo capace di trasformare l’acqua in vino, quindi anche 2,6 miliardi bruciati in dieci anni in un luminoso futuro di bilanci in attivo. Come? Semplice: dividendo Alitalia in due tronconi aziendali. Uno, la “NewCo”, finalizzato a riunire gli asset profittevoli della compagnia previo investimento d’un miliarduccio da parte di noti simpatizzanti ulivisti – hai visto mai che la responsabilità di un eventuale flop venga messa in conto solo al centrodestra. L’altro, la “Bad Company”, da commissariare sul groppone dei contribuenti dietro la nomina di un curatore fallimentare anch’egli prodiano di lungo corso (idem come sopra). La trama di questa soap opera ha raggiunto un apparente stallo con il passo indietro dei non-particolarmente-coraggiosi oligarchi acquirenti, è cronaca recentissima. Bluff? Preludio al sospirato fallimento del carrozzone alato? Lo scopriremo nelle prossime puntate.
Qui interessa ragionare sugli aspetti culturali ed etici di questo come di ogni altro tema economico. Dal pulpito della precomprensione “liberista” – parola con cui usa definire l’allotropo destrorso dell’utilitarismo – anche stavolta fioccano sentite lamentazioni contro lo statalismo bipartisan dei vertici politici italiani. Il migliorismo, specie nelle sue componenti a vario titolo filogovernative, alza la voce con la tipica prosopopea degli ottimati ex cathedra. Si privatizzano i guadagni e si socializzano le perdite; un’impresa privata fallirebbe domani ma lo Stato no, perché può manlevare legalmente i cittadini dei loro averi. Sono gli argomenti standard ripetuti a ogni pie’ sospinto in certi ambienti, quelli nei quali ieri l’altro sono girati gli auguri di buon XX Settembre e, di fronte alla suburra morale di questo Paese ancora troppo cattolico e mediterraneo, sempre si scuote la testa con fare rassegnato. Gli stessi ripetitori ideologici, con ignominiosa torsione argomentativa, amano poi sostenere di volere “il bene” della stessa gente che tanto disprezzano – affermando però di muoversi su coordinate valutative totalmente estranee alla dimensione “morale”.
Ma il problema delle giaculatorie liberiste è che, per rendere percorribili determinate soluzioni prasseologiche, occorre individuarne la compatibilità all’“oggetto” che il sistema istituzionale considerato si pone a livello di premesse. Il libero mercato è lo strumento più adatto a favorire una sostenibile selezione delle aspettative (qui il positivista, liberale o meno, direbbe “razionale allocazione delle risorse”, dando prova di aver già sistemato i concetti di “razionale” e di “risorsa” in qualche sgabuzzino metafisico di suo gradimento), certo, ma solo nei sistemi nomocratici, cioè consuetudinari. L’Italia, grazie al centralismo che la contraddistingue per volere dei “padri nobili” cari ai soloni di cui sopra, non lo è affatto, altrimenti non sarebbe stato possibile né metterla né tenerla assieme come nazione. Dopo il tracollo sabaudo, la neonata repubblica si scoprì “fondata sul lavoro” mantenendo inalterate le propaggini operative ereditate dallo statalismo regio: se le parole hanno un senso, tale presupposto comporta il primato dell’impiego come diritto positivo sulla libertà “coordinativa” come diritto negativo. Quindi, nella fattispecie del caso Alitalia, la fermezza liberista è stata coerentemente posposta al supremo obiettivo di salvare più posti di lavoro possibile.
Stante l’organizzazione del nostro consesso civile, l’applicazione dei dettami liberali ai fenomeni di relazione sarà sempre all’ultimo punto di qualunque agenda politica. Ci pensino sopra, gli odierni epigoni di Pisacane, Mazzini e Cavour.

Per una introduzione strutturata al dossier Alitalia, consiglio vivamente l’archivio tematico di Phastidio.




23 agosto 2008

Il quoziente etico

Capita spesso di sentir dire che, nella notte della globalizzazione, le vacche del libero mercato saranno sempre più nere per tutti e, di conseguenza, lo spartiacque tra Destra e Sinistra diventerà la biopolitica. Cioè che si imporranno come qualificanti i cosiddetti “temi eticamente sensibili”, laddove forse sarebbe più appropriato parlare con franchezza di questione antropologica. Si tratta però di un luogo comune, in favore del quale io stesso ho spezzato qualche improvvida lancia in passato.
La ratio di questo pensiero unico, a ben vedere, confida nella possibilità di intervenire su ambiti decisionali eticamente neutri – soprattutto quelli economico-tributari – agendo su variabili squisitamente quantitative, sbarazzandosi così dell’ingombrante necessità di definire una morale pubblica. Ci si scanni pure su eutanasia, droga e aborto (circostanze numericamente marginali, dopotutto), ma si eviti di filosofeggiare troppo sulle problematiche risolvibili mediante il calcolo costi/benefici e perciò demandabili a ristrette cerchie di asettici specialisti. Sennonché quest’etica invadente presiede, eccome, ai criteri adottati per effettuare il conto economico. Altrimenti non esisterebbero argomenti scevri di gratuità contro la soppressione degli orfani portatori di handicap psicofisici, che costano molto senza procacciare alcun guadagno materiale a chi li mantenga.
Forse la verità è che si può arrivare a idee politiche molto simili partendo da posizioni ideologiche lontanissime. Un Giavazzi canta le lodi del “liberismo” snocciolando l’arcinota tiritera sull’ampliamento di base imponibile che l’alleggerimento fiscale comporta, mentre l’antistatalismo del sottoscritto rifiuta il subordine a ipotetiche evidenze empiriche infauste. Là qualcosa è giusto perché funziona, qui funziona – ammesso che lo faccia – perché è ritenuto giusto. Non sto a dilungarmi sulle giustificazioni sovraeconomiche del mio libertarismo, del resto ripetutamente illustrate in molte occasioni prima d’ora. Preferisco invece esaminare una peculiare applicazione del mio discorso al dibattito politico.
In due analisi comparse mesi fa sul suo blog, malgrado qualche distinguo nel merito da un intervento all’altro, Phastidio giudicava in modo sostanzialmente sfavorevole la misura del quoziente familiare. I motivi della bocciatura si rifacevano a categorie di valutazione, in apparenza, puramente tecniche. Dico “in apparenza” perché, come sempre accade nell’osservazione di un fenomeno, sono le ipotesi iniziali a rilevare sotto il profilo pregiudiziale. La trattazione di Phastidio, come pure la logica sottesa alla da lui citata Agenda di Lisbona, parte dall’assunto secondo cui la donna o l’uomo di casa sarebbero soggetti improduttivi per la semplice ragione di non contribuire al PIL. Viene da obiettare che se risparmiarsi l’ingaggio di colf, badanti e babysitter comporta indubbi vantaggi di economia domestica, tutte queste mansioni non devono esattamente corrispondere a un ideale di vita riposante. Ma l’interrogativo che si impone è se non sia maggiormente “distorsivo delle scelte individuali” negare tale evidenza piuttosto che riconoscerne il valore tramite la leva tributaria.
Di lì a poco Carmelo Palma e Piercamillo Falasca avrebbero fatto seguito alle osservazioni di Phastidio sollevando, tra l’altro, dubbi inerenti l’equità orizzontale del provvedimento. Pur trovandomi d’accordo sull’opportunità di includere alcuni carichi familiari extramatrimoniali (bambini, anziani, disabili) nella partizione dell’imponibile, trovo tuttavia che per le convivenze solidali estranee al coniugio il secondo percettore di reddito vada escluso da tale novero. Questo perché il consesso civile trae ingenti esternalità positive dalla volontà di armonizzare e ufficializzare una potenzialità (la procreazione) che, nel suo esprimersi all’interno della coppia, precede strutturalmente lo stesso istituto giuridico che la regolamenta.
Gunnar Myrdal (quindi non certo un campione dell’anarcocapitalismo né un estimatore delle casalinghe, come si può evincere qui) ebbe a scrivere: “Allora [1929] credevo ancora che esistesse una teoria economica solida e obiettiva, priva di giudizi di valore... Questa credenza... non è, secondo la mia opinione attuale, che un ingenuo empirismo. I fatti non si organizzano da soli in concetti e in teorie solo perché vengono osservati... Sono perciò arrivato alla conclusione che sia sempre necessario, dall’inizio alla fine, lavorare con premesse di valore esplicite” (L’elemento politico, citato da Sergio Ricossa in La fine dell’economia, p. 182). Piaccia o meno, anche i sistemi di valutazione più rigorosamente quantitativi procedono da presupposti valoriali. Quindi i temi economici non appartengono a un equanime regno della “pura metrica”, totalmente separato dalla filosofia morale. E nemmeno il quoziente familiare fa eccezione.




8 agosto 2008

Liberticidio di mezza estate

Quest’anno l’Italia agostana si scopre in balia di un’insolita ondata di divieti creativi. Ovunque furoreggiano campagne “moralizzatrici” che, come di consueto nel fu Bel Paese, aggrediscono svariati malcostumi secondo il ben noto canone inverso dell’intervento ad hoc. Non provvedimenti strutturali a cui ottemperare organicamente, ma ordinanze comunali “caso per caso”, grida manzoniane verosimilmente in contrasto con chissà quante norme pregresse e/o sovraordinate – oltre che portatrici insane di iperregolamentazione maligna.
Sì, perché vietare i castelli di sabbia o il déshabillé nelle località turistiche vuol dire trasformare in violazione dilagante un comportamento del tutto legittimo fino a poco prima dell’interdizione. E il sanzionamento di infrazioni così statuite dà quindi luogo all’odiosa discrezionalità della repressione a casaccio o, peggio, indirizzata verso bersagli politicamente convenienti. Il sindaco che vieta alle comitive dai tre elementi in su di stazionare nei parchi pubblici; quell’altro che multa chi fuma nei parchi giochi; il gestore di impianti sportivi che non permette di fotografare i bambini in piscina. Sono tutti esempi di un atteggiamento ben preciso da parte delle autorità, improntato a presumere la colpevolezza di cittadini ritenuti, di volta in volta, potenziali teppisti, untori o pedofili.
L’impossibilità di punire uniformemente (leggasi equamente) simili fattispecie si somma quindi alla diffidenza reciproca tra amministrazioni e collettività alimentata da questo proibizionismo a tutto campo. L’equivoco alla base di certe rigide disposizioni consiste infatti nell’idea che l’applicazione di una normativa meticolosa “moralizzi” il costume pubblico. Mentre nei fatti accade esattamente l’opposto: il “bene” cristallizzato nei regolamenti specifici viene (forse) rispettato per timore di una condanna esecutiva, non per libera e spontanea adesione a un’etica riconosciuta come giusta, nell’ambito di una neutralizzazione politicistica della legge morale. Logico poi che premesse del genere facciano da apripista alla mentalità degli “italiani brava gente”, laddove l’indiscriminata presunzione di colpevolezza viene ricambiata con furbizie assortite e senso civico assai volatile. Del resto solo chi dà fiducia può legittimamente usare severità con l’incoscienza; ma in caso contrario, se ad esempio il trattamento riservato all’italiano medio disegna il corridoio comportamentale di un eterno minorenne, non si potrà condannare fino in fondo il reo per “averci provato” e ci si dovrà accontentare di una sorta di paternalismo perdonista a singhiozzo.
Al saldo libertà/responsabilità non si scappa. Viene dunque da chiedersi come mai appaia tanto conveniente, nell’Italia di oggi, riparare sotto l’egida delle norme anziché produrre consuetudine interagendo tra uomini liberi. Perché a un vicino di ombrellone molesto non si può chiedere un po’ di tregua? Perché a uno che fuma vicino ai bambini non si può domandare di spostarsi? La risposta a tali interrogativi ci riporta alla scarsità di fiducia. Dovrebbe essere l’esperienza, come tempo fa scriveva un saggio amico, a insegnare “alla comunità degli individui, nonostante la sua vulnerabilità all’azione disonesta, il vantaggio della fiducia reciproca, che piano piano fonda una moralità collettiva col tempo destinata a trovare espressione nella legge”. La pretesa di rifondare la “moralità collettiva” di cui sopra tramite l’officina legislativa – capovolgendo il paradigma riassunto tra virgolette – erode allora la morale stessa, negandone l’autonomia individuale ed essenziale, e prosciuga la fiducia che dovrebbe irrorarla.
Per uscire dalla spirale draconiana che stritola l’Italia urgono riforme in grado di restituire le persone a una dimensione morale più autentica, nella quale rinunciare all’omologante prontuario normativo e tornare a farsi carico “fisicamente” delle responsabilità. Occorre rassegnarsi all’impossibilità di determinare le circostanze interamente a priori: chi mi vieta di mangiare il panino sulla scalinata di Palazzo Barbieri si illude del contrario.




1 agosto 2008

La fine dell'economia

di Sergio Ricossa
Rubbettino/Leonardo Facco, 225 pp., € 15,00

“il perfettismo tendenzialmente riduce la morale a politica,
l’imperfettismo riduce la politica a morale”

Nel mezzo dell’accidentato cammino che da liberale lo portò a riscoprirsi libertario, Sergio Ricossa si divertì a comporre questo zibaldone di teoria politica, col quale sfruttare la sua disciplina del cuore – l’economia – come punto di partenza per un excursus filosofico incentrato sulla dicotomia tra “perfettismo” e “imperfettismo”. La contrapposizione fra queste due grandi scuole di pensiero, talora insistita al limite della stucchevolezza, funge da esemplificazione concettuale della dialettica tra totalitarismi più o meno soft e le numerose variazioni sul tema del liberalismo. Nell’accezione dello studioso torinese, “perfettismo” è parola che sta a tratteggiare i lineamenti caratteristici di un’atavica ambizione umana: quella di pervenire, tramite una sistemazione inattaccabile e definitiva del reale e delle sue leggi, all’emancipazione collettiva dalla scarsità, dalla finitezza, dall’arbitrio, in una liberazione dalla servitù del bisogno resa possibile dal concreto ottenimento dell’assoluta perfezione, appunto.
Il conflitto interiore tra le due anime intellettuali del Ricossa anni ’80, sostanzialmente, si manifesta nel passaggio da uno scetticismo humiano-benthamita a un falsificazionismo popperiano con abbondanti venature premoderne. Non senza scontare molti degli svarioni tipici dell’armamentario ideologico in via di dismissione, come ad esempio laddove l’autore denuncia un secondo fine – la salvezza dell’anima – nell’etica religiosa. Ironico che poi, tirando le somme della sua ricognizione antropologica, egli stesso ammetta che però “Sant’Agostino era convincente contro Pelagio” (p. 191). Traduzione “secolare” della Grazia agostiniana è la verità morale che, assieme alla volontà e alla libertà, costituisce un trittico indissolubile proprio ai fini dell’imperfettismo tanto caro a Ricossa. Per i progressisti (gli odierni pelagiani) quella verità non esiste, sicché ciascuno può ricavare autonomamente le regole del retto vivere. Quindi delle due l’una: o tali regole hanno validità generale, e diventano una gnosi da imporre a tutti, oppure esse esauriscono la loro efficacia a livello individuale, nulla dicendo in merito ai rapporti interpersonali – ossia di fatto declassando a chiacchiera retorica il virgolettato che mettevo in esergo. E, en passant, ridando fiato alla politicizzazione dell’ethos. Lo stesso dilemma si presenta seguendo la via dei reazionari (i manichei parimenti criticati da Agostino) che, negando la libertà, fanno assurgere a verità indiscutibili asserti giocoforza parziali e transitori. Solo la complementarità dei tre termini etici di cui sopra scongiura l’avvento di una “fine della morale”, capace di far coincidere la rettitudine al rispetto di norme precodificate una volta per tutte.
Un’altra nota dolente arriva a proposito del diritto naturale, allorché Ricossa si richiama alla lezione del giuspositivista Bobbio sostenendo che “il giusnaturalismo è perfettistico in quanto creda «di aver messo certi diritti (ma non erano sempre gli stessi) al riparo di ogni possibile confutazione derivandoli direttamente dalla natura dell’uomo»” (p. 74). Ma la “natura dell’uomo” è appunto quella di essere imperfetto, capace di aderire all’infinito solo mediante un’ineffabilità non suscettibile di fondamento razionale. Dunque obbligato a operare chiusure convenzionali, assiomatiche, rispetto all’organizzazione sistematica di una materia eticamente rilevante come il diritto. Perfettistica sarebbe la pretesa di aver dimostrato dall’interno la verità dell’esistenza – anziché, più modestamente, la necessità concettuale – di simili fondamenti.
Tra una sbavatura e l’altra, comunque, l’autore tiene dritta la barra della sua personale navigazione verso un libertarismo scevro da incrostazioni positiviste, fino a scolpire riflessioni che non esito a giudicare ineccepibili. Come ad esempio quelle contro l’utilitarismo, memori del “monito di Popper (Congetture e confutazioni) [...] «non dovremmo mai cercare di controbilanciare la miseria di alcuni con la felicità di altri». Si nega così un cardine dell’utilitarismo, il “calcolo felicifico”, e si sottintende che sia in parte velleitaria l’intenzione di fare il bene dei posteri” (p. 99-100). E ancora: “gli utilitaristi tengono conto delle utilità di tutti gli individui, ma non esitano a sacrificare le utilità di alcuni a profitto di quelle degli altri (l’individualismo degli utilitaristi, che sono perfettisti, finisce presto)” (p. 160).
Non sono da meno i rimandi alla scuola liberale austriaca in merito all’annosa questione del tradizionalismo: [la tradizione] non deve fossilizzare il vecchio, ma formare un insieme di valori e di regole di condotta ampiamente seguite, che «per lo più non sono una scelta deliberata di mezzi per fini specifici, bensì una selezione nel corso della quale i gruppi di maggior successo sostituiscono gli altri o sono imitati dagli altri, spesso senza sapere a che debbono la loro superiorità» (F. Hayek, The Error of Constructivism). [...] Ai progetti rigidi di lungo periodo si sostituirebbe una sperimentazione flessibile, che non assicurerebbe l’ottimo, ma d’altra parte ridurrebbe il rischio delle peggiori catastrofi imputabili all’uomo” (p. 137). Il senso e il valore delle tradizioni derivano quindi dall’imperfezione umana, bisognosa di uno scudo contro la barbarie del dispotismo e le più sottili strategie accentratrici del costruttivismo democratico.
Naturale sbocco di queste premesse è un’impostazione epistemologica ove il relativismo si mantenga su coordinate strettamente descrittive, mai sbadatamente metafisiche: per quanto tale approccio sia costantemente “minacciato di degenerare [...] nel nichilismo: nulla è vero, nulla è falso, tutto è relativo, tutto è tutto, tutto è nulla [...] l’imperfettista popperiano crede nell’esistenza di assoluti (il vero, il perfetto), però non vuole illudersi che siano mai raggiungibili, né che, raggiunti per caso, siano riconoscibili e accertabili” (p. 183).
Una sistemazione gnoseologica che rievoca la dotta ignoranza di Nicola Cusano e che prelude all’abbraccio con la filosofia del libero arbitrio. La quale “continua tuttora a farci discutere, e forse sempre lo farà, anche perché nessuno di noi, mediante l’introspezione o in altro modo, sembra in grado di accertare se decidiamo come vogliamo o come vogliono innumerevoli cause ambientali e cause interne al nostro cervello; nessuno sa davvero se avremmo potuto scegliere diversamente da come abbiamo scelto” (p. 193). L’acquisizione delle norme comportamentali avviene tramite l’assorbimento nella coscienza individuale delle esperienze vissute, il che equivale ad ammettere la natura duale – oggettiva e soggettiva – dell’etica. In assenza di uno dei due poli, la gnosi ha gioco facile a esigere l’applicazione del suo disegno di “fine della morale”, nel cui ambito coltivare l’illusione di far coincidere parole e cose e di poter mettere capo al supplizio della precarietà esistenziale.
Giungere a conclusioni del genere, magari dopo faticosissimi percorsi di rielaborazione personale, comporta notoriamente il distacco dalla sensibilità dei più ed espone all’ostracismo ideologico da parte degli stessi cugini liberali “classici”. Forse il prezzo dell’imperfettismo è rassegnarsi a essere minoranza di una minoranza, ossia puristi ininfluenti e consci di sapere poco o nulla. L’avventura dell’intelletto, se non altro, ci gratifica con l’ironia socratica di questa consapevolezza.



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