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  Ismael [ Il superstite del Pequod ]
         
















Non te lo chiedo per favore: non calpestarmi







Perduta nazione, avito suolo
Isole tra i monti, strade pei mari
Unico asilo ed eterno conforto
Per te prosperiamo
Liberi e reverenti





Due che hanno visto giusto





La situazione mediorientale spiegata
meglio che in mille editoriali





In memoria di Diamond
"Dimebag" Darrell
, e di tutti gli
interminabili pomeriggi di
gioventù trascorsi a sgomitare
sotto la sferza selvaggia
della sua chitarra!





Where I belong:



Il movimento liberale giovanile fondato e presieduto da Francesco Lorenzetti



Edoardo Ferrarese

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Testate, think tank & community:





















Direttore Giancarlo Loquenzi
















































MY BEST SHOTS:

Meglio il Saruman monetarista
o il Sam vegetariano?

Sul proporzionale

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Grazie alla blogosfera


Le fiamme sopra Parigi

Religione e omosessualità -
Condannati per reato d'opinione


Buon anno e felice Epifania
con l'intemerata
laica-ma-non-laicista


Ipocralismi
(ipocrisie e moralismi)


Il sofferto capolavoro
di Arik


Munich

Jimmy, Fini e i joint

Il Programma dell'Unione:
non si fa, si fabbrica


Jin-Roh - Uomini e lupi

Cento domande sull'Islam

Il Caimano

Buona la seconda

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After-midnight abstracts

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Hanno già ricominciato
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La Signora delle contumelie

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La lussazione

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Centrodestra, anno zero

Padoa-Schioppa VS Bersani:
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La guerra infinita,
l'ipocrisia al governo

United 93

Multilateralismo dalemiano:
molta astuzia, poca prospettiva

8 Settembre,
festa degli ondivaghi


Com'era il mondo

Propaganda welfare

La semplicità del Papa

Telecomgate, Prodi poteva
non sapere. Non è
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Tra il Dio incarnato
e il Dio incartato


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E più inflazione

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Ipotesi su Gesù

Buona l'anima,
malo il vino


USA 2006:
l'America plurale


Laicità e diritto naturale,
ovvero: del cortocircuito
giacobino


La mossa del Casini

Né bio né equo
né solidale. Quindi
massimamente etico


Apocalypto

Pannella e la morte
per procura


Fassino, le sberle, la rivincita

Tri-dazer

"Prodienko": torti e ragioni

L'antiPACStico

Uno sguardo all'America
del prossimo futuro


Or sono tre anni

Come Prodi
cadono le foglie al vento


Life to lifeless

Proibizionismi all'orizzonte?

Ennesima political compass

A New Republic

300

Uomini, caporali
e parlamentari


Immigrazione e libertà

L'innatismo dei predestinati

Libertari o gobettiani?

Sarko e Silvio

Cronache straboscopiche

Sex Crimes & the Vatican

Michela Vittoria Brambilla

La valanga veronese

Gods of Metal 2007

Se Milano piange,
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Gianfranco, Daniela
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Un altro partito liberale?
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La battaglia che fermò
l'impero romano


Harry Potter 5

Mario e i miglioristi sognatori

L'Arciprete e il Cavaliere

Scemenze che vanno distinte

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Gli interrogativi di Walter

Il liberismo
è davvero di sinistra?


Fenomenologia del Grillo

Le cronache
del Ghiaccio e del Fuoco


Liberalismo

Eutanasia in progress

Rivalutiamo pure Hobbes,
ma solo oltre confine


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Sapessi com'è strano/
morire democristiano


La Libertà e la Legge

Bioetica
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Il caso Bianzino

Luigi Sturzo for dummies

Papa e Sapienza,
Fede e Ragione


USA 2008: Mac is back!

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Aborto all'italiana

Urbanistica di cronaca
e di mercato

Contro le tasse

Liste del Pdl:
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non il dito


Cattolicesimo,
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La scelta di Eluana

La fine dell'economia

Il Cavaliere Oscuro

Il quoziente etico

Fallitalia

Quel che resta della crisi

 
 
 
 
 
 
 
 
 
Liberalizzazioni:
cosa resta da fare?

#1  #2


Il punto sulle bersanizzazioni
#1  #2  #3


Un giorno di libertà
#1  #2  #3


Metabio(gen)etica
#1  #2  #3  #4


Per il bene dell'Italia
#1  #2  #3  #4  #5
#6  #7  #8  #9  #10 


IsmaelVille
#1  #2  #3  #4  #5
#6 #6.1 #7  T13


Spigolature internautiche

"Uòlter Veltroni
a tajà er nastro
so' tutti bboni"

            by Giggimassi


"Far l'amore
col preservativo
è come fare il bagno
con lo scafandro"

                (Anonimo)


"Non sono né del partito
rivoluzionario né del
partito conservatore.
Ma tuttavia e dopotutto
tengo più al secondo che al
primo. Infatti dal secondo
differisco nei mezzi
piuttosto che nel fine,
mentre dal primo differisco,
insieme, nei mezzi e nel fine.
La libertà è la prima delle
mie passioni. Questa è la
verità"


      Alexis De Tocqueville
                    (by Zamax)


"Se Dio si candida,
lo stolto pensa alle elezioni
invece che al problema
dell'elezione"


            Giuliano Ferrara


"Io credo soltanto nella parola.
La parola ferisce, la parola
convince, la parola placa.
Questo, per me, è il senso
dello scrivere"


                    Ennio Flaiano
                (by Il Paroliere)


"L'ideazione di un sistema
resistente è atto creativo
che solo in parte si basa su
dati scientifici; la sensibilità
statica che lo determina, se
pure necessaria conseguenza
dello studio dell'equilibrio e
della resistenza dei materiali,
resta, come la sensibilità
estetica, una capacità
puramente personale, o per
meglio dire il frutto della
comprensione ed assimilazione,
compiutesi nello spirito del
progettista, delle leggi
del mondo fisico"


                       Pier Luigi Nervi
(Scienza o Arte del Costruire)


"L'unica cosa necessaria
per il trionfo del male
è l'inerzia dei buoni"

                         Edmund Burke
              (by Torre di Babele)


"Un governo così grande da
darti tutto quello che vuoi
è anche abbastanza grande
da toglierti tutto quello che hai"


               Barry M. Goldwater
          (by Retorica e Logica)


"L'amore è donare quello
che non si ha a qualcuno
che non lo vuole"


                     Jacques Lacan
                       (by Bernardo)


"Sono un conservatore nel
senso inteso da Hannah Arendt,
che si preoccupava della
preservazione del mondo.
Oggi comunque non c'è più
ordine costituito, ma solo
un cambiamento costituito.
La nostra sola tradizione è
il progresso. Viviamo in nome
del movimento e del
cambiamento continuo.
In questo contesto, io mi
considero un rivoluzionario,
perché ormai la sola
rivoluzione possibile è quella
che interrompe le derive
contemporanee"

               Alain Finkielkraut
                            (by Temis)


"Parliamo di politica:
quando si mangia?"


                 Alberto Mingardi


"Quella delle domeniche
a piedi è una messa rosso-
islamica, basata sulla nostalgia
del bel tempo della austerity
'regalataci' dall'Opec nel 1973.
E' un rito di espiazione e
autoflagellazione, direbbe un
Ernesto De Martino. E' una
autopunizione per aver pensato
di andare in auto a casa della
mamma, direbbe Freud. E' una
purga rivoluzionaria per
distruggere i beni di consumo
e tornare al valore d'uso,
direbbe Karl Marx"


                  Paolo Della Sala


"Quando uno conosce bene
una cosa se ne ha a male
se qualcun altro ne parla"


                          by Cruman


"Il vero conservatore sa che
a problemi nuovi occorrono
risposte nuove, ispirate a
principi permanenti"


             Giuseppe Prezzolini
  by Camelot Destra Ideale


"Una donna lo sa: le donne
adorano odiarsi. E' una cosa
vezzosa, niente di grave: solo
un po' di veleno qua e là, uno
sgambetto un sorriso e una
pugnalata alle spalle.
Non possiamo resistere"


              Annalena Benini


"Gli elettori delegano
il peccato ai potenti, così
possono immaginare
di non essere colpevoli
di nulla"


          Paolo Della Sala, again


"L'utilitarista deve nascondere
giudizi di valore da qualche
parte, per prendere decisioni
in base al suo principio,
e la teoria morale che ha
non è quindi l'utilitarismo,
ma lo specifico criterio
decisionale adottato"


                          LibertyFirst


"Non c'è più nessuno
a cui sparare, signore.
Se si tratterà solo di
costruire scuole e ospedali,
è a questo che serve l'esercito?"


                   Michael Ledeen


"L'idealista è uno che,
partendo dal corretto
presupposto che le rose hanno
un profumo migliore dei cavoli,
usa le rose per fare la zuppa"


                  Antonio Martino


"Sono sempre i migliori
ad andarsene dai forum"


                           Malvino


"Sapientia deriva da assaporare,
serve altro commento che non sia
mettere in moto il pensiero,
il ragionamento critico
come sapore delle cose?"


                                 adlimina


"Se gli economisti fossero
in grado di prevedere l'economia
non sarebbero tali, cioè non
avrebbero bisogno di insegnare
per sbarcare il lunario"


                            Mario


"Chi è sovente accigliato,
chi alza spesso il ditino
ammonitore, chi giudica
severamente il mondo
è uno che nel mondo
ci si trova male"


                             Gianni Pardo


The unprofessional blog

L'autore dichiara apertamente
che gli audaci parti del suo
intelletto avrebbero bisogno
del conforto di dottrina
specialistica in più materie,
nessuna delle quali minimamente
padroneggiata: pregasi notare
- sia ricordato qui una volta
per tutte - che di siffatti
scrupoli accademici è
privilegio della corporazione
dei dilettanti infischiarsene
allegramente (TNX Zamax)


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16 ottobre 2008

Quel che resta della crisi

In margine alla crisi economica di questi giorni, i sovraeccitati turiferari dello statalismo hanno finalmente potuto esternare senza remore tutta la loro sfiducia nei riguardi del libero mercato. Secondo il peculiare metro interpretativo di costoro, infatti, i nodi del “liberismo” sarebbero venuti al pettine con il crepuscolo degli dei dell’alta finanza globale. Intervistato dal TG5, Marco Tronchetti Provera ha preconizzato la “fine di un modello” [continua su Movimento Arancione]


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5 ottobre 2008

Ron Paul: We need to believe in ourselves




22 settembre 2008

Fallitalia

Come tutti i fallimenti aziendali, anche quello di Alitalia – ma pure le maxi bancarotte a catena oltreoceano, a voler ampliare il campo visivo – assume rilievo sotto corposi profili di filosofia morale e politica. È almeno dal 2005 che l’accanimento terapeutico su una compagnia di bandiera a encefalogramma piatto mostra pericolose commistioni con la negromanzia. La ricapitalizzazione fasulla di tre anni or sono (tredici nuove azioni ai soci ogni due vecchie alla modica cifra di 0,8 euri cadauna: il depauperamento della partecipazione del Tesoro fece le veci del consueto biberon di Stato) rese scoperto oltre ogni ragionevole dubbio il gioco assistenziale della nostra classe politica. Poi venne il turno della privatizzazione a ostacoli prodiana che, forse per restare sulla falsariga delle primarie unioniste all’epoca celebrate di fresco, chiamò a raccolta molti candidati civetta e un vincitore designato. Vale a dire Intesa/AirOne dei sodali Bazoli e Toto, dopo che all’altro amico De Benedetti era scappato da ridere per i, diciamo così, ridotti margini di verificabilità contabile dell’azienda. Sennonché l’offerta economicamente più vantaggiosa, irrefutabile in termini di consistenza imprenditoriale a meno dei fiacchi sofismi sul made in Italy aeronavale da preservare, arrivò da Air France/Klm. Poco male, pensò l’astuto boiardo di Scandiano: sarebbe bastato mettere i franco-olandesi nella condizione di esigere a vuoto dai sindacati l’assenso al piano di vendita, per far finire la trattativa a carte quarantotto. Ciò che poi in effetti capitò, ma nel frattempo il cadaverino conosciuto col nome di “Prodi-bis” era caduto al primo refolo di vento giudiziario ostile. Era riapparso Berlusconi, il taumaturgo capace di trasformare l’acqua in vino, quindi anche 2,6 miliardi bruciati in dieci anni in un luminoso futuro di bilanci in attivo. Come? Semplice: dividendo Alitalia in due tronconi aziendali. Uno, la “NewCo”, finalizzato a riunire gli asset profittevoli della compagnia previo investimento d’un miliarduccio da parte di noti simpatizzanti ulivisti – hai visto mai che la responsabilità di un eventuale flop venga messa in conto solo al centrodestra. L’altro, la “Bad Company”, da commissariare sul groppone dei contribuenti dietro la nomina di un curatore fallimentare anch’egli prodiano di lungo corso (idem come sopra). La trama di questa soap opera ha raggiunto un apparente stallo con il passo indietro dei non-particolarmente-coraggiosi oligarchi acquirenti, è cronaca recentissima. Bluff? Preludio al sospirato fallimento del carrozzone alato? Lo scopriremo nelle prossime puntate.
Qui interessa ragionare sugli aspetti culturali ed etici di questo come di ogni altro tema economico. Dal pulpito della precomprensione “liberista” – parola con cui usa definire l’allotropo destrorso dell’utilitarismo – anche stavolta fioccano sentite lamentazioni contro lo statalismo bipartisan dei vertici politici italiani. Il migliorismo, specie nelle sue componenti a vario titolo filogovernative, alza la voce con la tipica prosopopea degli ottimati ex cathedra. Si privatizzano i guadagni e si socializzano le perdite; un’impresa privata fallirebbe domani ma lo Stato no, perché può manlevare legalmente i cittadini dei loro averi. Sono gli argomenti standard ripetuti a ogni pie’ sospinto in certi ambienti, quelli nei quali ieri l’altro sono girati gli auguri di buon XX Settembre e, di fronte alla suburra morale di questo Paese ancora troppo cattolico e mediterraneo, sempre si scuote la testa con fare rassegnato. Gli stessi ripetitori ideologici, con ignominiosa torsione argomentativa, amano poi sostenere di volere “il bene” della stessa gente che tanto disprezzano – affermando però di muoversi su coordinate valutative totalmente estranee alla dimensione “morale”.
Ma il problema delle giaculatorie liberiste è che, per rendere percorribili determinate soluzioni prasseologiche, occorre individuarne la compatibilità all’“oggetto” che il sistema istituzionale considerato si pone a livello di premesse. Il libero mercato è lo strumento più adatto a favorire una sostenibile selezione delle aspettative (qui il positivista, liberale o meno, direbbe “razionale allocazione delle risorse”, dando prova di aver già sistemato i concetti di “razionale” e di “risorsa” in qualche sgabuzzino metafisico di suo gradimento), certo, ma solo nei sistemi nomocratici, cioè consuetudinari. L’Italia, grazie al centralismo che la contraddistingue per volere dei “padri nobili” cari ai soloni di cui sopra, non lo è affatto, altrimenti non sarebbe stato possibile né metterla né tenerla assieme come nazione. Dopo il tracollo sabaudo, la neonata repubblica si scoprì “fondata sul lavoro” mantenendo inalterate le propaggini operative ereditate dallo statalismo regio: se le parole hanno un senso, tale presupposto comporta il primato dell’impiego come diritto positivo sulla libertà “coordinativa” come diritto negativo. Quindi, nella fattispecie del caso Alitalia, la fermezza liberista è stata coerentemente posposta al supremo obiettivo di salvare più posti di lavoro possibile.
Stante l’organizzazione del nostro consesso civile, l’applicazione dei dettami liberali ai fenomeni di relazione sarà sempre all’ultimo punto di qualunque agenda politica. Ci pensino sopra, gli odierni epigoni di Pisacane, Mazzini e Cavour.

Per una introduzione strutturata al dossier Alitalia, consiglio vivamente l’archivio tematico di Phastidio.




23 agosto 2008

Il quoziente etico

Capita spesso di sentir dire che, nella notte della globalizzazione, le vacche del libero mercato saranno sempre più nere per tutti e, di conseguenza, lo spartiacque tra Destra e Sinistra diventerà la biopolitica. Cioè che si imporranno come qualificanti i cosiddetti “temi eticamente sensibili”, laddove forse sarebbe più appropriato parlare con franchezza di questione antropologica. Si tratta però di un luogo comune, in favore del quale io stesso ho spezzato qualche improvvida lancia in passato.
La ratio di questo pensiero unico, a ben vedere, confida nella possibilità di intervenire su ambiti decisionali eticamente neutri – soprattutto quelli economico-tributari – agendo su variabili squisitamente quantitative, sbarazzandosi così dell’ingombrante necessità di definire una morale pubblica. Ci si scanni pure su eutanasia, droga e aborto (circostanze numericamente marginali, dopotutto), ma si eviti di filosofeggiare troppo sulle problematiche risolvibili mediante il calcolo costi/benefici e perciò demandabili a ristrette cerchie di asettici specialisti. Sennonché quest’etica invadente presiede, eccome, ai criteri adottati per effettuare il conto economico. Altrimenti non esisterebbero argomenti scevri di gratuità contro la soppressione degli orfani portatori di handicap psicofisici, che costano molto senza procacciare alcun guadagno materiale a chi li mantenga.
Forse la verità è che si può arrivare a idee politiche molto simili partendo da posizioni ideologiche lontanissime. Un Giavazzi canta le lodi del “liberismo” snocciolando l’arcinota tiritera sull’ampliamento di base imponibile che l’alleggerimento fiscale comporta, mentre l’antistatalismo del sottoscritto rifiuta il subordine a ipotetiche evidenze empiriche infauste. Là qualcosa è giusto perché funziona, qui funziona – ammesso che lo faccia – perché è ritenuto giusto. Non sto a dilungarmi sulle giustificazioni sovraeconomiche del mio libertarismo, del resto ripetutamente illustrate in molte occasioni prima d’ora. Preferisco invece esaminare una peculiare applicazione del mio discorso al dibattito politico.
In due analisi comparse mesi fa sul suo blog, malgrado qualche distinguo nel merito da un intervento all’altro, Phastidio giudicava in modo sostanzialmente sfavorevole la misura del quoziente familiare. I motivi della bocciatura si rifacevano a categorie di valutazione, in apparenza, puramente tecniche. Dico “in apparenza” perché, come sempre accade nell’osservazione di un fenomeno, sono le ipotesi iniziali a rilevare sotto il profilo pregiudiziale. La trattazione di Phastidio, come pure la logica sottesa alla da lui citata Agenda di Lisbona, parte dall’assunto secondo cui la donna o l’uomo di casa sarebbero soggetti improduttivi per la semplice ragione di non contribuire al PIL. Viene da obiettare che se risparmiarsi l’ingaggio di colf, badanti e babysitter comporta indubbi vantaggi di economia domestica, tutte queste mansioni non devono esattamente corrispondere a un ideale di vita riposante. Ma l’interrogativo che si impone è se non sia maggiormente “distorsivo delle scelte individuali” negare tale evidenza piuttosto che riconoscerne il valore tramite la leva tributaria.
Di lì a poco Carmelo Palma e Piercamillo Falasca avrebbero fatto seguito alle osservazioni di Phastidio sollevando, tra l’altro, dubbi inerenti l’equità orizzontale del provvedimento. Pur trovandomi d’accordo sull’opportunità di includere alcuni carichi familiari extramatrimoniali (bambini, anziani, disabili) nella partizione dell’imponibile, trovo tuttavia che per le convivenze solidali estranee al coniugio il secondo percettore di reddito vada escluso da tale novero. Questo perché il consesso civile trae ingenti esternalità positive dalla volontà di armonizzare e ufficializzare una potenzialità (la procreazione) che, nel suo esprimersi all’interno della coppia, precede strutturalmente lo stesso istituto giuridico che la regolamenta.
Gunnar Myrdal (quindi non certo un campione dell’anarcocapitalismo né un estimatore delle casalinghe, come si può evincere qui) ebbe a scrivere: “Allora [1929] credevo ancora che esistesse una teoria economica solida e obiettiva, priva di giudizi di valore... Questa credenza... non è, secondo la mia opinione attuale, che un ingenuo empirismo. I fatti non si organizzano da soli in concetti e in teorie solo perché vengono osservati... Sono perciò arrivato alla conclusione che sia sempre necessario, dall’inizio alla fine, lavorare con premesse di valore esplicite” (L’elemento politico, citato da Sergio Ricossa in La fine dell’economia, p. 182). Piaccia o meno, anche i sistemi di valutazione più rigorosamente quantitativi procedono da presupposti valoriali. Quindi i temi economici non appartengono a un equanime regno della “pura metrica”, totalmente separato dalla filosofia morale. E nemmeno il quoziente familiare fa eccezione.




28 marzo 2008

Nebbie cinesi

Quello dei rapporti sino-occidentali, anche per via del dibattito apertosi sulle ragioni del tremontismo, è un tema che sta progressivamente e meritatamente calamitando l’interesse dell’opinione pubblica. Qui provo a riassumere i molti dubbi e le poche certezze che, da modesto orecchiante, ho potuto mettere assieme sulla questione.
Dunque, se ho ben capito l’epicentro delle odierne tensioni economiche globali va individuato nell’agganciamento valutario tra dollaro americano e yuan cinese. Beneficiando di una moneta resa artificialmente “debole”, per anni la Cina ha esportato negli Stati Uniti molto più di quanto abbia importato da essi. L’artificio consiste nel drenare i dollari incassati dagli esportatori mediante l’emissione di titoli di stato pagabili in yuan, così da mantenere inalterato lo squilibrio della bilancia commerciale che, in condizioni di mercato davvero libero, sarebbe aggiustato dal tendenziale rafforzamento valutario della divisa inizialmente meno pregiata. Coi dollari raccolti la banca centrale cinese acquista poi buoni del tesoro e obbligazioni statunitensi, sicché in pratica la Cina apre crediti in dollari e debiti in yuan.
Non mi è chiaro se la politica monetaria espansiva condotta dalla Fed in questi ultimi mesi si possa spiegare con la volontà di “esportare” inflazione oltre il Pacifico e di spingere quindi la Cina a rivalutare (questa analisi di Alessio Moro, per la verità, cerca e trova da tutt’altra parte le cause della recente “inflazionomia” americana). Credo però che si tratterebbe di una strategia poco efficace: pur essendosi tolti il pensiero dell’inflazione i cinesi, rivalutando, diminuirebbero il valore relativo del loro introito in dollari. Per cui dovrebbero indebitarsi maggiormente in yuan, trasformando di fatto l’allineamento del cambio in debito pubblico. L’imposizione di dazi sulle merci cinesi in misura tale da coprire il mancato rialzo della loro valuta di riferimento, infine, rischia di colpire i prodotti delle multinazionali americane (e non solo) delocalizzate presso la Repubblica Popolare.
C’è di che provocare più di un’emicrania ai macroeconomisti, come si vede, ma anche ai teorici delle relazioni internazionali. A questi ultimi spetta infatti decidere se valga di più la caduta del muro (valutario) di Pechino, con annessa contropartita diplomatica in termini di tolleranza verso le nefandezze compiute dal regime comunista, oppure la fermezza nel domandare alla Cina il rispetto dei diritti umani. Chissà se esistono terze vie.


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3 marzo 2008

Contro le tasse

di Oscar Giannino
I libri di Libero, 150 pp., € 5,00

“Puoi avere un Signore, puoi avere un re,
ma l’uomo di cui aver paura
è l’esattore delle imposte”

Charles Adams

Con questo breve ma intenso pamphlet, il direttore di Libero Mercato redige la summa di oltre un decennio di attività pubblicistica a sostegno dell’emancipazione fiscale e della libertà d’intrapresa. Già in fase introduttiva, l’autore provvede a sintetizzare l’assioma fondante del liberalismo «classico», o liberalesimo, da cui discende il nucleo teorico essenziale dell’individualismo metodologico: “Chi presenta i quaranta milioni di denunce dei redditi deve essere in condizione – se lo vuole – di reimpadronirsi dei fondamenti di una sana nozione del limite invalicabile di ciò che lo Stato può chiedere all’individuo, alla persona, alla famiglia e all’impresa: si tratta di cardini che [...] pre-esistono allo Stato come ad ogni potere pubblico, figlio evolutivo dei diversi modelli di ordinamento giuridico radicatisi nel mondo”. [Continua su Movimento Arancione]




22 febbraio 2008

Urbanistica di cronaca e di mercato

La polemica torinese riguardante l’eventualità di costruire un grattacielo in pieno centro storico assume rilevanza sotto due aspetti, uno di prassi e l’altro di teoria politica.
Commissionato da Enrico Salza per conto di Intesa-San Paolo e realizzato da Renzo Piano, il progetto definitivo dell’opera prevede un corpo di fabbrica alto 180 metri, ai quali ne vanno aggiunti 20 di antenne: il tutto contro i 167 metri di altezza totale coperti dalla Mole Antonelliana. La simulazione fotografica del “prodotto finito” (qui a sx) permette di visualizzarne l’impatto geometrico sul profilo longitudinale della città vecchia.
La prospettiva di una così radicale modifica ai connotati di Torino ha provocato una vivace levata di scudi, da poco sfociata nella convocazione di un referendum comunale da parte dei comitati contrari all’opera. Significativo come l’iniziativa segua la scia della consultazione sulla tramvia fiorentina – e qui veniamo al lato prasseologico del discorso. Lo striminzito dato relativo all’affluenza e la contestuale vittoria dei no in occasione del plebiscito tenutosi nel capoluogo toscano, con buona pace dei fautori della “democrazia diretta”, sono i due sintomi di altrettanti dati di fatto: che il meccanismo della rappresentanza esiste per sollevare la popolazione da decisioni cariche di tecnicalità specialistiche e che, interpellando “la gente”, il più delle volte si ottengono responsi pregiudizialmente votati alla conservazione dello status quo. Inutile e paralizzante, quindi, rimettersi agli istinti più retrogradi del senso comune nella speranza di mutilare il diritto/dovere della politica di governare il cambiamento.
Ma è il versante teorico della questione esemplificata dal caso torinese a destare più interesse e a mostrare le maggiori complicazioni. A nessun settore come a quello dell’economia urbana, infatti, si addice il detto thatcheriano secondo cui l’America si fonda sulla filosofia mentre l’Europa si basa sulla storia. Lo sviluppo delle grandi città d’oltreoceano, avvenuto in tempi relativamente brevi e spesso senza la necessità di adottare vincoli di piano troppo restrittivi, ricalca anche geometricamente il modello “liberista” del mercato dei suoli, che vede il valore unitario delle aree edificabili aumentare con la vicinanza ai vari centri di attrazione territoriale. Basta fare mente locale sullo skyline di New York, per rendersi conto di come l’altezza delle costruzioni vada scemando procedendo da Manhattan verso l’esterno. Questo perché anche la risorsa suolo è soggetta al fenomeno della scarsità, che obbliga a sfruttare al massimo in verticale ogni metro quadro di terreno.
In Europa, e particolarmente in Italia, molti centri storici arrivano invece ad avere una dignità artistica e monumentale databile in millenni. Per cui sovente gli agglomerati urbani europei esibiscono un profilo “a catino”, con le altezze medie crescenti verso le periferie, esattamente speculare a quello delle metropoli americane. La pianificazione urbanistica irrigidisce l’offerta di suoli al punto di invertirne la profittabilità. Il sindaco Chiamparino, derogando al piano regolatore torinese, ha in pratica ristabilito localmente un ordine naturale di mercato. Operazione non priva di rischi e controindicazioni, la sua: sia perché ha elevate probabilità di mettere le esternalità negative dell’intervento (come ad esempio l’aggravio di congestione, usura e inquinamento sulle infrastrutture viarie della città) a carico dell’intera collettività torinese, sia perché può favorire una vera e propria “corsa al grattacielo” da parte di altri committenti facoltosi. Già adesso si parla di altri tre progetti del genere.
Come fare, allora, per coniugare l’esigenza di conservazione a quella di modernizzazione – per non trasformare cioè i centri storici in diroccati musei a cielo aperto, completamente avulsi dai progressi della tecnologia edilizia ed esposti a un diffuso degrado funzionale? Fermi restando i parametri planivolumetrici e la zonizzazione delle aree residenziali vincolate, l’unica risposta abbastanza “liberista” al quesito consiste a mio avviso nel lasciare che il tempo renda sconveniente il saldo tra costi di manutenzione e rendite lorde degli edifici. Quindi favorire la riqualificazione tecnologica delle vecchie costruzioni – tramite l’isolamento termoigrometrico, il rinforzo antisismico e la messa a norma di tutta l’impiantistica – senza voler mitigare per via assistenziale la conseguente dinamica di sostituzione proprietaria e/o locataria. Di modo che la fruizione e il possesso degli immobili in posizione di pregio tornino appannaggio solo di chi può veramente permetterseli. Ecco un esempio di misura sicuramente impopolare nel breve periodo, che si avrebbe gioco facile a bocciare mediante mobilitazione referendaria.

Aggiornamento (26-02-2008): nelle risposte, Hecks fornisce il link alla silloge di elaborazioni grafiche con cui è proseguito il dibattito tra Renzo Piano e gli ambientalisti torinesi. Pare che la tendenza all’esagerazione si confermi anche stavolta il marchio di fabbrica dell’ecologismo, ferma restando la necessità (senz’altro ampiamente presidiata dai progettisti) di inquadrare tutte le problematiche di compatibilità ambientale connesse alla realizzazione di questa come di tutte le “grandi opere”.


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13 gennaio 2008

Operazione "Napule" - La gestione attiva del debito




22 novembre 2007

Rosmini for dummies

Per riscattare l’opera di Antonio Rosmini dalla denigratoria esegesi fattane dai gesuiti ci sono voluti appena centocinquant’anni. La beatificazione del prete-filosofo roveretano, celebrata Domenica scorsa, avvia infatti a conclusione una lunga serie di controversie nota come “questione rosminiana”.
La messa all’Indice delle Cinque piaghe della santa Chiesa (1849) si risolse con la completa riabilitazione dell’autore sancita dal decreto Dimittantur (1854), ma il casuismo gesuitico colpisce anche in contumacia post mortem: con l’emanazione del Post Obitum (1888), il Sant’Uffizio si riservò un’ultima parola di condanna nei confronti del sacerdote trentino. Nello specifico, vennero messe alla berlina e sottoposte alla consueta ermeneutica tendenziosa quaranta proposizioni rosminiane, tratte in massima parte dalla Teosofia. Le accuse non mancarono certo di inventiva: quelle di panteismo e di ontologismo furono le più gettonate. Solo nel 1998, quando nella Fides et Ratio Giovanni Paolo II ha incluso Rosmini tra i “maestri del pensare cristiano”, l’odissea postuma di questo “venerabile servo di Dio” si è davvero potuta incamminare verso il recente lieto fine.
Il pensiero del neobeato, in estrema e indegna sintesi, si pose in mezzeria tra l’innatismo e l’empirismo, teorizzando quale fondamento assoluto della conoscenza l’idea di essere. Fungendo da “chiodo metafisico” a cui Rosmini appese tutto il suo sistema filosofico, l’essere esistentivo delineato quale pura intuizione prestò (e presta) il fianco alle critiche mossegli dai fautori delle gnoseologie idealiste – come per esempio il sensismo o il soggettivismo: che la teoria rosminiana sia cioè un tautologico castello in aria. Del resto, è noto che l’idealismo pretende di ricondurre la metafisica, l’etica e l’estetica a un “denominatore ontologico comune” (l’Io) postulando – ahilui – la subalternità del “fatto” all’atto. Donde (e soprattutto perché) quell’atto tragga i presupposti del giudizio di valore che lo sostanzia, però, rimane un mistero.
Per Rosmini, invece, l’essere ideale è l’unica precondizione innata alla possibilità di accordare soggetti e predicati – cioè, in ultima istanza, alla facoltà di esprimere giudizi morali. Detto altrimenti: l’idea di essere è l’unico elemento cognitivo che non si predica di nulla ma di cui tutto si predica.
Un po’ meno convincenti appaiono tuttavia le commistioni con la teologia esibite dalla filosofia rosminiana. Innanzitutto la critica all’illuminismo kantiano, con cui il roveretano intese argomentare che la ragione umana è oggettiva soprattutto in quanto emanazione divina. Dal basso del mio minimalismo, a sostegno dell’oggettività del “lume” trovo più che sufficiente la sua universalità. Di poi viene la dimostrazione dell’esistenza di Dio, vera e propria ossessione ricorrente del sapere speculativo: secondo Rosmini, poiché l’essere ideale definisce una potenzialità infinita, esiste necessariamente una sua attuazione parimenti infinita sul piano dell’essere reale. Una deduzione piuttosto ultracogitata, diciamo ridondante.
Non meno perplessità destano le posizioni politiche difese dal venerabile sacerdote nelle more del suo contesto storico di appartenenza. Il programma di confederazione italiana degli stati preunitari sostenuto dal filosofo, seppure teoricamente inoppugnabile nelle premesse, manifesta pesanti pregiudiziali di fattibilità istituzionale se si considera che, al vertice dell’organismo, i neoguelfi immaginavano di far assurgere il papa-re. Con effetti presumibilmente dirompenti sulla tenuta politica del nuovo stato (si pensi solamente a quanti “conflitti di attribuzione” sarebbero sorti tra il papato e la monarchia sabauda). Dovendo proprio unificare l’Italia, l’unica soluzione realistica era rassegnarsi o all’estromissione dei cattolici dall’elettorato attivo o al modello concordatario: entrambe le alternative sono state poi percorse, coi risultati che ben conosciamo.
Ma il miglior Rosmini è dato senz’altro dal giusfilosofo liberista. Avversario dell’utilitarismo e del positivismo giuridico, egli giunse con largo anticipo su Isaiah Berlin alla formulazione negativa del concetto di libertà “da” (anziché “di”). Fu precursore del principio di sussidiarietà (lo Stato “faccia solo quello che i cittadini non possono fare”), dello slogan “No taxation without representation” (concepì infatti un sistema elettorale a suffragio “pesato” per impedire a chiunque di votare su come spendere i soldi altrui) e dell’antiassistenzialismo (“la beneficenza governativa può riuscire, anziché di vantaggio, di grave danno, non solo alla nazione, ma alla stessa classe indigente che si pretende beneficare. Ben sovente è crudeltà anche perché dissecca le fonti della beneficenza privata”). In particolare, convinto com’era che l’essere ideale racchiuso in ciascuna individualità fosse un principio illimitato e intangibile, Rosmini assegnò alla persona la titolarità di sorgente – e non di soggetto – del diritto e alla proprietà privata il ruolo di controprova universale dell’attitudine “subcreatrice” dell’uomo. Idee che lo indussero a rifiutare nettamente ogni forma di contrattualismo, in cui prevale la concezione della proprietà come conseguenza delle leggi civili, a tutto vantaggio dell’ottica giusnaturalista secondo la quale, all’opposto, lo stato rimane legittimo fintantoché non lede il diritto alla proprietà privata.
Più che dei liberisti in senso stretto, a mio avviso, il beato Antonio Rosmini potrebbe diventare il santo patrono dei realisti e degli anti-positivisti. Ossia di tutti coloro i quali, per ironia dei corsi storici nostrani, si sono guadagnati la reputazione di liberali “atipici”.

Per iniziare a saperne di più:

Alberto Mingardi: A Sphere Around the Person: Antonio Rosmini on Property e Antonio Rosmini, santo patrono dei mercatisti
Rosmini.it: Cosa si intende per “questione rosminiana”
Filosofico.net: Antonio Rosmini – La vita, le opere e la formazione culturale


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permalink | inviato da Ismael il 22/11/2007 alle 10:13 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa



11 novembre 2007

Operazione verità - Il gruppo IRI e relative "privatizzazioni"



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