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  Ismael [ Il superstite del Pequod ]
         
















Non te lo chiedo per favore: non calpestarmi







Perduta nazione, avito suolo
Isole tra i monti, strade pei mari
Unico asilo ed eterno conforto
Per te prosperiamo
Liberi e reverenti





Due che hanno visto giusto





La situazione mediorientale spiegata
meglio che in mille editoriali





In memoria di Diamond
"Dimebag" Darrell
, e di tutti gli
interminabili pomeriggi di
gioventù trascorsi a sgomitare
sotto la sferza selvaggia
della sua chitarra!





Where I belong:



Il movimento liberale giovanile fondato e presieduto da Francesco Lorenzetti



Edoardo Ferrarese

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Meglio il Saruman monetarista
o il Sam vegetariano?

Sul proporzionale

Un sindaco efferato

Mineo-gate

La verità ribadita.
Grazie alla blogosfera


Le fiamme sopra Parigi

Religione e omosessualità -
Condannati per reato d'opinione


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con l'intemerata
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Ipocralismi
(ipocrisie e moralismi)


Il sofferto capolavoro
di Arik


Munich

Jimmy, Fini e i joint

Il Programma dell'Unione:
non si fa, si fabbrica


Jin-Roh - Uomini e lupi

Cento domande sull'Islam

Il Caimano

Buona la seconda

Cinque minuti a mezzanotte

After-midnight abstracts

Martini l'apostata

Hanno già ricominciato
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La Signora delle contumelie

Mimmu 'u Guardasigilli

Il Codice da Vinci

La lussazione

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compromission day


Centrodestra, anno zero

Padoa-Schioppa VS Bersani:
vince la politica

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La guerra infinita,
l'ipocrisia al governo

United 93

Multilateralismo dalemiano:
molta astuzia, poca prospettiva

8 Settembre,
festa degli ondivaghi


Com'era il mondo

Propaganda welfare

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Telecomgate, Prodi poteva
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Tra il Dio incarnato
e il Dio incartato


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Ipotesi su Gesù

Buona l'anima,
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USA 2006:
l'America plurale


Laicità e diritto naturale,
ovvero: del cortocircuito
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La mossa del Casini

Né bio né equo
né solidale. Quindi
massimamente etico


Apocalypto

Pannella e la morte
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Fassino, le sberle, la rivincita

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"Prodienko": torti e ragioni

L'antiPACStico

Uno sguardo all'America
del prossimo futuro


Or sono tre anni

Come Prodi
cadono le foglie al vento


Life to lifeless

Proibizionismi all'orizzonte?

Ennesima political compass

A New Republic

300

Uomini, caporali
e parlamentari


Immigrazione e libertà

L'innatismo dei predestinati

Libertari o gobettiani?

Sarko e Silvio

Cronache straboscopiche

Sex Crimes & the Vatican

Michela Vittoria Brambilla

La valanga veronese

Gods of Metal 2007

Se Milano piange,
Parma non ride


Gianfranco, Daniela
e il  moralismo farisaico


Un altro partito liberale?
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La battaglia che fermò
l'impero romano


Harry Potter 5

Mario e i miglioristi sognatori

L'Arciprete e il Cavaliere

Scemenze che vanno distinte

Cor magis tibi Sena pandit

Gli interrogativi di Walter

Il liberismo
è davvero di sinistra?


Fenomenologia del Grillo

Le cronache
del Ghiaccio e del Fuoco


Liberalismo

Eutanasia in progress

Rivalutiamo pure Hobbes,
ma solo oltre confine


Rosmini for dummies

Sapessi com'è strano/
morire democristiano


La Libertà e la Legge

Bioetica
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Il caso Bianzino

Luigi Sturzo for dummies

Papa e Sapienza,
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USA 2008: Mac is back!

I figli di Hurin

Aborto all'italiana

Urbanistica di cronaca
e di mercato

Contro le tasse

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Cattolicesimo,
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e capitalismo


In difesa di Darwin/
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Un'impronta illiberale?

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La fine dell'economia

Il Cavaliere Oscuro

Il quoziente etico

Fallitalia

Quel che resta della crisi

 
 
 
 
 
 
 
 
 
Liberalizzazioni:
cosa resta da fare?

#1  #2


Il punto sulle bersanizzazioni
#1  #2  #3


Un giorno di libertà
#1  #2  #3


Metabio(gen)etica
#1  #2  #3  #4


Per il bene dell'Italia
#1  #2  #3  #4  #5
#6  #7  #8  #9  #10 


IsmaelVille
#1  #2  #3  #4  #5
#6 #6.1 #7  T13


Spigolature internautiche

"Uòlter Veltroni
a tajà er nastro
so' tutti bboni"

            by Giggimassi


"Far l'amore
col preservativo
è come fare il bagno
con lo scafandro"

                (Anonimo)


"Non sono né del partito
rivoluzionario né del
partito conservatore.
Ma tuttavia e dopotutto
tengo più al secondo che al
primo. Infatti dal secondo
differisco nei mezzi
piuttosto che nel fine,
mentre dal primo differisco,
insieme, nei mezzi e nel fine.
La libertà è la prima delle
mie passioni. Questa è la
verità"


      Alexis De Tocqueville
                    (by Zamax)


"Se Dio si candida,
lo stolto pensa alle elezioni
invece che al problema
dell'elezione"


            Giuliano Ferrara


"Io credo soltanto nella parola.
La parola ferisce, la parola
convince, la parola placa.
Questo, per me, è il senso
dello scrivere"


                    Ennio Flaiano
                (by Il Paroliere)


"L'ideazione di un sistema
resistente è atto creativo
che solo in parte si basa su
dati scientifici; la sensibilità
statica che lo determina, se
pure necessaria conseguenza
dello studio dell'equilibrio e
della resistenza dei materiali,
resta, come la sensibilità
estetica, una capacità
puramente personale, o per
meglio dire il frutto della
comprensione ed assimilazione,
compiutesi nello spirito del
progettista, delle leggi
del mondo fisico"


                       Pier Luigi Nervi
(Scienza o Arte del Costruire)


"L'unica cosa necessaria
per il trionfo del male
è l'inerzia dei buoni"

                         Edmund Burke
              (by Torre di Babele)


"Un governo così grande da
darti tutto quello che vuoi
è anche abbastanza grande
da toglierti tutto quello che hai"


               Barry M. Goldwater
          (by Retorica e Logica)


"L'amore è donare quello
che non si ha a qualcuno
che non lo vuole"


                     Jacques Lacan
                       (by Bernardo)


"Sono un conservatore nel
senso inteso da Hannah Arendt,
che si preoccupava della
preservazione del mondo.
Oggi comunque non c'è più
ordine costituito, ma solo
un cambiamento costituito.
La nostra sola tradizione è
il progresso. Viviamo in nome
del movimento e del
cambiamento continuo.
In questo contesto, io mi
considero un rivoluzionario,
perché ormai la sola
rivoluzione possibile è quella
che interrompe le derive
contemporanee"

               Alain Finkielkraut
                            (by Temis)


"Parliamo di politica:
quando si mangia?"


                 Alberto Mingardi


"Quella delle domeniche
a piedi è una messa rosso-
islamica, basata sulla nostalgia
del bel tempo della austerity
'regalataci' dall'Opec nel 1973.
E' un rito di espiazione e
autoflagellazione, direbbe un
Ernesto De Martino. E' una
autopunizione per aver pensato
di andare in auto a casa della
mamma, direbbe Freud. E' una
purga rivoluzionaria per
distruggere i beni di consumo
e tornare al valore d'uso,
direbbe Karl Marx"


                  Paolo Della Sala


"Quando uno conosce bene
una cosa se ne ha a male
se qualcun altro ne parla"


                          by Cruman


"Il vero conservatore sa che
a problemi nuovi occorrono
risposte nuove, ispirate a
principi permanenti"


             Giuseppe Prezzolini
  by Camelot Destra Ideale


"Una donna lo sa: le donne
adorano odiarsi. E' una cosa
vezzosa, niente di grave: solo
un po' di veleno qua e là, uno
sgambetto un sorriso e una
pugnalata alle spalle.
Non possiamo resistere"


              Annalena Benini


"Gli elettori delegano
il peccato ai potenti, così
possono immaginare
di non essere colpevoli
di nulla"


          Paolo Della Sala, again


"L'utilitarista deve nascondere
giudizi di valore da qualche
parte, per prendere decisioni
in base al suo principio,
e la teoria morale che ha
non è quindi l'utilitarismo,
ma lo specifico criterio
decisionale adottato"


                          LibertyFirst


"Non c'è più nessuno
a cui sparare, signore.
Se si tratterà solo di
costruire scuole e ospedali,
è a questo che serve l'esercito?"


                   Michael Ledeen


"L'idealista è uno che,
partendo dal corretto
presupposto che le rose hanno
un profumo migliore dei cavoli,
usa le rose per fare la zuppa"


                  Antonio Martino


"Sono sempre i migliori
ad andarsene dai forum"


                           Malvino


"Sapientia deriva da assaporare,
serve altro commento che non sia
mettere in moto il pensiero,
il ragionamento critico
come sapore delle cose?"


                                 adlimina


"Se gli economisti fossero
in grado di prevedere l'economia
non sarebbero tali, cioè non
avrebbero bisogno di insegnare
per sbarcare il lunario"


                            Mario


"Chi è sovente accigliato,
chi alza spesso il ditino
ammonitore, chi giudica
severamente il mondo
è uno che nel mondo
ci si trova male"


                             Gianni Pardo


The unprofessional blog

L'autore dichiara apertamente
che gli audaci parti del suo
intelletto avrebbero bisogno
del conforto di dottrina
specialistica in più materie,
nessuna delle quali minimamente
padroneggiata: pregasi notare
- sia ricordato qui una volta
per tutte - che di siffatti
scrupoli accademici è
privilegio della corporazione
dei dilettanti infischiarsene
allegramente (TNX Zamax)


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15 aprile 2008

Dopo il trionfo

Ieri pomeriggio, mentre le schede elettorali di Senato e Camera scorrevano sotto i nostri occhi di scrutatori e rappresentanti di lista, montava uno stupore congolese. L’orologio della Storia sembrava essersi nuovamente posizionato sul 1992, allorché il Carroccio vestì i panni dell’angelo sterminatore per conto di un tessuto sociale lombardo-veneto esasperato dalla partitocrazia. Lega e Pdl hanno viaggiato per cinquantine parallele (la cui effettiva consistenza numerica è spettato al sottoscritto conteggiare materialmente...) durante tutte le operazioni di spoglio, fino al sorprendente risultato definitivo: il partito di Bossi si è attestato al 30%, col Pdl al 36%. Fatti due conti, se si tiene presente che in paese Forza Italia ha sempre raggiunto il 30-35% in assoluta scioltezza, è evidente che i voti degli aennini locali si sono spostati in blocco sotto i tiepidi raggi del sole alpino. La defezione di strati sempre più ampi della base forzista, comprensibilmente disgustata dall’involuzione feudale e familistica del suo personale politico di riferimento sul territorio, ha fatto il resto. Stamattina, poi, i risultati definitivi per l’intera area comunale mi hanno lasciato definitivamente allibito: Lega 40,64%, Pdl 32,13%. Non esattamente un plebiscito progressista, insomma. Udc ferma a poco meno del 4%, Pd al 14,27%, agli altri le briciole.
A Verona la musica, seppur mitigata dal contesto ideologicamente meno monolitico del capoluogo di provincia, non cambia troppo. Anche se il Pd, con ardimentoso sprezzo del ridicolo, si strombazza “primo partito della città” (29,25%), il fatto che la somma di Lega e Pdl dia un 51% quasi tondo rimane lì a testimoniare come i numeri dell’exploit leghista dell’anno scorso (60%, al quale vanno sottratti il 5,42% dell’Udc e le frattaglie di estrema destra) siano sostanzialmente invariati.
Anche in regione i valori storici del consenso politico restano pressoché gli stessi da almeno quindici anni. Pdl+Lega al 54,3%, Pd+Idv 31,5%: per riaggregare il consueto rapporto di 60/40 occorre usare gli stessi accorgimenti indicati nel caso di Verona, visto che stavolta i due principali contendenti correvano con coalizioni leggere. A questo proposito, la tenuta dell’Udc veneta (5,7%) costituisce uno spunto di riflessione da estendere al piano nazionale.
Perché sarà pur vero che le elezioni hanno decretato la fine dei partiti identitari – quelle formazioni, cioè, che intendono vivere di rendita recintando il perimetro dei “valori” di loro esclusiva competenza – e l’enorme successo della Lega Nord, ma il dato da tenere in maggior considerazione per figurarsi le dinamiche della politica italiana prossima ventura è rappresentato proprio dalla discreta prestazione del partito di Casini. Al loft veltroniano si profila una – letterale – resa dei conti: il Popolo della Libertà, da solo, ha ottenuto grossomodo gli stessi voti del Partito Democratico e dell’Italia dei Valori messi insieme. Con il tracollo del cartello antagonista messo in piedi da Bertinotti, Diliberto e Pecoraro, per il Pd è da ritenere archiviata ogni ipotesi di alleanza strategica con le forze politiche alla sua sinistra. Quindi nel novero dei progetti per la rivincita democratica rimane solo un patto con l’Udc, il che avrebbe ottime credenziali per divenire il perno della probabile fronda dalemiana in seno alla nomenclatura ex diessina. Fagocitando un’altra razione di democristiani, al prossimo giro la partita sarebbe tutt’altro che scontata: 37,55%+5,62% dopotutto fa un buon 43,17%, sicché basterebbe solo che la Lega perdesse un po’ di mordente protestatario e i giochi sarebbero fatti.
Questa legge elettorale potrebbe favorire la semplificazione del panorama politico ben oltre il livello già registrato dai suoi estimatori dell’ultima ora.




10 ottobre 2007

Veltroni, più Rommel che Montgomery

 Dopo che la fragilità dell’attuale assetto di governo ha finito per rivelarsi insormontabile, cioè grossomodo dopo appena cento giorni dal secondo ingresso di Romano Prodi a Palazzo Chigi, la prima e più impellente cura del vertice diessino è stata quella di trasformare con assoluta certezza la costituzione del Partito Democratico nella “quarta tappa” del percorso PCI-Pds-Ds. Un obiettivo in aperto conflitto con i piani dell’entourage prodiano, da sempre impegnato a ratificare il compromesso storico cattocomunista del terzo millennio. [continua su Movimento Arancione]




31 agosto 2007

Gli interrogativi di Walter

Rilasciando una pluricitata intervista al Corsera, Walter Veltroni ha rotto gli indugi sul fronte dell’understatement ecumenico e ha assunto la posa del decisionista con le idee chiare. Il sindaco di Roma dichiara infatti: “non ho timore di decidere... Si ascolta, si consulta, si tratta; ma, alla fine, si decide”. E ancora, a margine del suo incontro con il presidente del Consiglio di qualche giorno prima, altrettanto commentato: “Non si può giustificare la vaghezza o l'ambiguità del programma, in nome del feticcio dell'unità della coalizione... in nessuna grande democrazia europea sarebbe immaginabile presentarsi agli elettori con una coalizione priva dei requisiti minimi di coesione interna, tali da rendere credibile la sua proposta di governo”.
Sono parole che si prestano ad almeno tre livelli di lettura. Uno è quello tattico: spezzando l’asfittica triangolazione tra la cerchia prodiana e l’ultrasinistra (cioè il collegamento portante dell’ulivismo stesso), Veltroni punta a ottenere il duplice effetto di fare premio sull’ala più moderata della Margherita e, tramite l’esplicita messa in mora di Romano Prodi e del suo pretoriano, di accelerare il logoramento dell’esecutivo in carica. Negando di voler “sostituire” Prodi e di “poter andare a Palazzo Chigi senza aver vinto le elezioni”, Veltroni fa ben più che solfeggiare l’ovvio rispetto della legge: il messaggio, obliquo, comporta la rivendicazione di un primato decisionale applicabile all’intera alleanza di centrosinistra.
Onde per cui si arriva al secondo, più intricato piano d’analisi: quello strategico. Se, come sostengono i bene informati, gli scenari che vanno delineandosi trovano un soddisfatto patrocinatore in Franco Marini, un uguale avallo alle manovre politiche in corso non può non provenire dalla decennale sponda diessina del presidente del Senato, ossia Massimo D’Alema. Il doppio placet dalemian-mariniano ai prodromi del Partito Democratico può significare solo che l’ossatura del nuovo soggetto politico – malgrado i propositi maggioritari, bipartitici e meritocratici del Veltroni a favore di telecamera – sarà in grado di soddisfare le esigenze “conservative” più volte manifestate dalle nomenclature di cui Marini e D’Alema sono espressione. Assisteremo a una convergenza parallela cattocomunista strombazzata in un rutilare di annunci a effetto e piccole operazioni di cosmesi mediatica, in altre parole. Ma il passo decisivo del ragionamento riguarda l’evoluzione del quadro politico che le ultime notizie descrivono. Mentre Silvio Berlusconi, tra lo scherno degli ingenui, si assicura contemporaneamente la primogenitura del Partito della Libertà prossimo venturo e una formidabile arma contro gli eventuali effetti aggreganti del referendum Guzzetta, sta a Veltroni progettare la cornice normativa più compatibile con gli scenari a venire. Affinché il Pd non diventi un grosso vaso di coccio circondato da tanti vasetti di ferro, occorrerà infatti un sistema elettorale che coniughi l’avvento di alleanze di “nuovo conio” centrista con la salvaguardia dei partitocrati che sostengono il candidato premier. L’adozione del proporzionale alla tedesca farebbe egregiamente alla bisogna, ma sarebbe un regalo d’oro a un governo tenuto sotto comodo schiaffo da così tanti cespugli, mortalmente minacciati dalla prospettiva di uno tsunami referendario. L’uninominale a doppio turno – a cui Veltroni ha fatto più volte riferimento – sarebbe parimenti funzionale, ma manca il consenso trasversale per approvarlo. Forse il permanere di liste bloccate, previsto dall’ipotesi di legge Guzzetta, rappresenta un inusitato uovo di Colombo sia per il Cav. che per il sindaco d’Italia.
Ma, mentre per Silvio cambierebbe tutto senza cambiare nulla, per Walter – e siamo al terzo strato di significato, quello culturale – una riforma elettorale lascerebbe aperte numerose incognite. Si dice che il “nuovo corso” veltroniano imprimerà una rivoluzione copernicana a sinistra, di modo che finalmente si partirà dai programmi per arrivare alle alleanze e non più viceversa. Eppure nella (tuttora vaghissima) piattaforma programmatica democrat convivono opposti irriducibili, anche prescindendo da qualsivoglia patto con la sinistra antagonista: si va dal doroteo Rutelli al “sinistro” Brutti. La scontata vittoria di Veltroni, in pratica, rende puramente fittizia la selezione di leadership (e di priorità) annessa al meccanismo delle primarie. Con non minore cautela, allora, va presa la notizia di un “tavolo di lavoro sul fisco”, presieduto dai liberal Enrico Morando e Nicola Latorre, in grado di fornire facili panacee contro l’antiliberismo della sinistra.
Il fenomeno Veltroni, anche in relazione a fantomatiche rivoluzioni liberali incompiute a destra, dà l’idea che il progressismo italiano abbia messo a verbale una comprensione davvero superficiale e infantile del berlusconismo. Che non è tanto – o non solo – l’intuizione populista di un teleguitto che, “se avesse appena una puntina di tette, farebbe anche la velina” (questo era Enzo Biagi), ma soprattutto la capacità di rendere credibile la fattibilità un progetto politico ben preciso presso le fasce sociali interessate ad esso. Di scrivere proposte politiche “moderne e avanzate” per poi recitarne a soggetto il canovaccio di fronte a microfoni compiacenti è capace qualunque intendente di partito, ma saper convincere la gente di avere la forza per realizzarle è tutto un altro paio di maniche.
Considerando che, seppur stanti tali premesse, l’azione del passato governo ha faticato moltissimo a imboccare i binari liberisti indicati (d)al popolo delle partite IVA, viene da domandarsi quali potranno essere le “rotture” praticabili da un capopartito come Veltroni, refrattario a qualsiasi vera battaglia culturale.




29 marzo 2007

Uomini, caporali e parlamentari

Dice bene Jim Momo: “Non sorprende che alla prima, striminzita, fortunosa vittoria, ci si butti nelle fontane a festeggiare e si ricorra a gestacci nei confronti dell'avversario. [...] Ma la notizia è davvero che l'opposizione venga battuta dalla maggioranza?” [link]. Ovviamente no; la notizia è che il governo accetta i voti di una maggioranza variabile in politica estera. Ieri l’altro, al Senato, il decreto di rifinanziamento delle missioni militari all’estero ha ottenuto 180 voti favorevoli ai quali, per amore di analisi disaggregata dei dati, si possono detrarre i venti ‘sì’ dell’Udc, i voti di Jannuzzi e di Follini (eletti con il centrodestra) e i quattro senatori a vita presenti in aula. Totale 154, con tanti saluti all’autosufficienza numerica dell’Unione a Palazzo Madama: i motivi di amara soddisfazione, per la Cdl, si fermano qui.
La coalizione di governo che più di ogni altra nella storia dell’Italia repubblicana ha cercato di restituire dignità operativa all’impegno oltre confine delle nostre Forze Armate, infatti, non dovrebbe compiacersi del teatrino andato in scena Martedì. Il gioco delle parti che agita i palazzi del potere rischia di disputarsi al caro prezzo dell’incolumità dei nostri militari dislocati all’estero, laddove il pensiero corre soprattutto al contingente afghano. I due odg Caderoli approvati dall’aula – che il governo non ha nemmeno voluto convertire in emendamenti ad hoc, quando si dice l’unanimismo di facciata – affermano rispettivamente l’impegno a promuovere tutte le iniziative finalizzate a garantire la sicurezza del nostro personale militare e civile presente sul territorio afgano” e a a promuovere, in sede NATO, la definizione di una linea comune nei casi di presa di ostaggio nelle aree in cui la NATO è impegnata”. Indicazioni vaghe e – proprio perché presentate come ordini del giorno – prive di forza legale. Più stringente sarebbe stato l’odg Schifani, che chiedeva di dotare, in tempi brevi, i nostri militari di armi di difesa attiva, come ad esempio veicoli di massima blindatura, elicotteri, postazioni predisposte per il tiro, armamenti e apparecchiature per attivare la reazione immediata in caso di attacco, procedure di intervento e contrasto in caso di violazione delle zone perimetrali, al fine di garantire adeguati strumenti che consentano di fronteggiare eventuali scontri, eliminando così quanto più possibile il rischio della vita dei soldati”. Ma accogliere i suggerimenti del senatore forzista, per la maggioranza, avrebbe significato alienarsi la posticcia desistenza dell’ultrasinistra dal pacifismo piazzaiolo.
Molte le polemiche contro la scelta per l’astensione operata da FI, An e Lega. Il senatore Furio Colombo – sentito Martedì mattina a Omnibus – ha accusato il centrodestra di aver a suo tempo lasciato altrettanto sguarnite le truppe di stanza a Nassiriyah. Al di là dell’argomento assai discutibile (non è chiaro come eventuali passate negligenze possano cancellare o sminuire le attuali: casomai vi si sommano), al focoso diessino converrebbe tener presente che la missione italiana in Iraq aveva compiti di polizia e di ordine pubblico, non di peace enforcing. La realtà fu senz’altro ben diversa, ma gli accordi presi con gli alleati delineavano un tipo di impegno che – almeno sulla carta – non prevedeva l’azione bellica diretta. Quindi i mezzi a disposizione dei nostri uomini possono essere sembrati “leggeri” perché idonei al pattugliamento delle strade o al disbrigo della logistica. D’altra parte, se la missione irachena si svolgeva sotto l’egida (ex post) dell’ONU e quella afghana, invece, agisce su mandato NATO, è logico che i regolamenti operativi e l’armamento in dotazione varino secondo le esigenze dell’organismo internazionale responsabile dell’intervento armato.
Lino Jannuzzi – ascoltato Martedì sera a Otto e Mezzo – dal canto suo non è riuscito a capire quale novità politica sia intervenuta da quando il gruppo di FI, alla Camera, ha votato a favore dello stesso provvedimento su cui è poi calato il non expedit berlusconiano. È presto detto: nel frattempo il sequestro Mastrogiacomo, brillantemente risolto mettendo la sovranità dello stato al servizio di un operatore non governativo, ha fatto apparire l’Italia come l’anello debole dell’alleanza militare schierata in Afghanistan. Aver suggerito ai guerriglieri talebani la prospettiva di facili scambi di prigionieri – loro commilitoni in cambio di nostri ostaggi civili rapiti all’uopo – o di spiccata attitudine al ritiro – nel caso in cui, Dio non voglia, a qualcuno tra i soldati italiani dovesse capitare l’irreparabile – sarebbe un’imprudenza criminosa, se col senno di poi non si adottassero le necessarie contromisure. Ossia equipaggiamenti più generosi e regole d’ingaggio meno restrittive, come peraltro ci viene chiesto in sede NATO a ogni pié sospinto.
Pierferdinando Casini, artefice della definitiva spaccatura in seno alla fu Casa delle Libertà, deve raccomandarsi alla Madonna di San Luca che il Partito Democratico finisca rapidamente in una bolla di sapone. Perché la “convergenza parallela” tra sinistra Dc e (post)comunisti, storia della Prima Repubblica alla mano, marginalizza irrimediabilmente l’ammiccamento tra dorotei e riformisti. Inoltre quest’ultimo affronto al Cav. potrebbe indurre il dominus di Forza Italia a sancire una volta per tutte lo strappo con l’Udc, anche a costo di rimetterci l’esito delle prossime amministrative (che sarebbe stato appena discreto in ogni caso, peraltro).
Il combinato disposto dei due possibili scenari di cui sopra, unitamente al probabile scisma tra berlusconiani e casiniani nel partito fondato dal pupillo di Arnaldo Forlani, metterebbe una pietra tombale sui sogni di gloria del bel gagà centrista. Con la nemmeno remota possibilità di dover un giorno rimpiangere Casini e la garanzia di “voto disgiunto” che la sua azione di logoramento dall’interno ha rappresentato per tanti elettori né-né (né di sinistra né forzitalioti).

Round-up: Mario Sechi, Fausto Carioti, Libero Pensiero

Add link: per chi ha tempo e voglia, il resoconto sommario e stenografico della 130a seduta pubblica del Senato


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1 marzo 2007

Come Prodi cadono le foglie al vento

I vespri unionisti si sono conclusi con un sospiro di sollievo: il Senato ha approvato la fiducia al governo Prodi con 162 sì e 157 no. Tuttavia agli appassionati di numerologia parlamentare non sfuggirà che, solo nove mesi addietro, alla Camera Alta la maggioranza aveva potuto contare su 165 voti a favore. Seppur pallidamente rimpiazzati dal soccorso folliniano, l’eloquente congedo simil-aventiniano di Andreotti e Pininfarina e le defezioni di De Gregorio e Cossiga pesano come macigni sulla rotondità numerica del sostegno all’esecutivo in carica. [segue su Robinik.net]




7 dicembre 2006

La mossa del Casini

L’alleanza di centrodestra, che ha guidato l’Italia nella passata legislatura, si è stipulata sulla base di un tacito accordo di non ingerenza reciproca tra le sue componenti principali. Ciascun partito ha scelto di garantire voti e coesione territoriale a uno schieramento di larghe intese, a patto di ottenere in cambio il via libera incondizionato al soddisfacimento di determinate rivendicazioni identitarie e – nel contempo – di collaborare con gli alleati affinché potessero a loro volta centrare gli obiettivi di un’agenda politica qualificante. Gli interessi divergenti di Lega e Alleanza Nazionale avrebbero dovuto trovare una sintesi al ribasso nel pacchetto di riforme istituzionali preparato dai quattro “saggi” di Lorenzago, naufragato però con il referendum confermativo dello scorso Giugno. Ai lümbard un federalismo di facciata (perché privo di conseguenze fiscali, cioè di sostanza tangibile) e ai finiani un po’ di foraggio sullo statuto di Roma capitale più gli ulteriori cascami romanocentrici legati al premierato forte (anche se l’ideale, per gli aennini, sarebbe stato il semipresidenzialismo alla francese). A Forza Italia spettava carta bianca per scatenare gli spiriti animali della tanto perorata “rivoluzione liberale”, ridottasi invero a un’ottima riforma del mercato del lavoro – il cui artefice, il socialdemocratico Marco Biagi, ha pagato con la vita l’aiuto fornito ai “nemici del popolo” capeggiati dal Cav. e dal suo ministro Maroni – e a una riforma dell’ordinamento scolastico fatta di luci e ombre – di luci laddove colpisce gli ingiustificati privilegi del baronato universitario, di ombre per l’indiscriminata “licealizzazione” che introduce.
E l’Udc? Ai postdemocristiani spettava una legge elettorale di impianto proporzionale. Scopo anche questo ottenuto a metà, data la permanenza di un dispositivo polarizzante come il premio di maggioranza. Il partito della diarchia Cesa/Casini, sin dalla sua fondazione, punta abbastanza scopertamente a sovradimensionare la propria rappresentanza parlamentare e/o a far pesare la sua “fungibilità” elettorale: essendo partito contiguo all’ideale linea di demarcazione tracciata tra Casa delle Libertà e Unione, in teoria potrebbe fare la spola tra le due coalizioni o stimolare la confluenza doro-morotea in un terzo polo di stampo cristiano sociale.
Ciò che innervosisce la base a vario titolo “moderata”, nell’atteggiamento di Follini prima e del suo deus ex machina poi, è la dissimulazione d’intenti. Da dietro un’esangue cortina di enunciazioni vaghe e perciò stesso ragionevoli, infatti, si levano gli sgradevoli odori emanati dal nutrimento naturale della politica di mestiere: l’opportunistico gioco delle parti.
Sulle questioni politico-culturali di fondo – bioetica, economia, relazioni internazionali – un elettore dell’Udc non dovrebbe distinguersi granché, se non forse nei toni, da un sostenitore di FI, di AN o della Lega. Alcune indicazioni strategiche impugnate in questi giorni dall’ex presidente della Camera, inoltre, con buona pace dei berlusconiani a oltranza, sono largamente condivisibili.
È vero che i provvedimenti attuati dalla sinistra vanno combattuti avanzando proposte alternative, magari incalzando la maggioranza a insistere sui lati migliori delle sue iniziative ed evidenziando così automaticamente le contraddizioni che dividono la coalizione prodiana. Poiché un autentico piano di genuine “liberalizzazioni” non potrà mai venire da una maggioranza retta, per un terzo, da formazioni politiche che guardano con deferenza alle figure del subcomandante Marcos e di Hugo Chavèz, conviene portare acqua al mulino degli avversari più riformatori, se si vuole neutralizzare il debole collante che li lega a elementi radicalmente immobilisti. Non certo ergersi con miserabile demagogia a paladini di una sfrontata congerie di interessi corporativi. È vero che la grande manifestazione di sabato scorso ha lanciato slogan contraddittori – “troppe tasse” fa decisamente a pugni con “troppi tagli” – e rischia di compattare la maggioranza attorno al suo unico agente di coesione, cioè l’antiberlusconismo viscerale. È vero, infine, che il Cav., per il “solo” fatto di aver tenuto a battesimo il primo governo di centrodestra italiano da Tambroni in avanti, non può assolutamente permettersi di proclamare la sua insostituibilità (“dopo di me, il diluvio”, disse una volta Bossi, ma l’epitaffio si addice benissimo anche a Berlusconi) né di celebrare a proprio piacimento l’investitura piazzaiola del suo delfino, sia esso Fini o chiunque altro.
Detto questo, e riflettendo sul recente comportamento tenuto dai vertici udiccini, si profila qualche interrogativo dettato dalla logica e dal buonsenso: tali criticità strategiche si presidiano meglio “mastellizzandosi” all’esterno della Cdl o calamitando consenso centrista al suo interno? L’auspicato ricambio di classe dirigente si ottiene con più efficacia a forza di strappi e di ricatti o partecipando attivamente alla costituzione di un soggetto partitico unitario, entro il quale innescare ad armi pari una dialettica democratica di formazione delle segreterie e degli organi esecutivi? Di quel 6% di suffragi - voto più, voto meno – raccolto dall’Udc alle consultazioni dell’ultimo paio d’anni, quanto si disperderebbe dopo un’eventuale uscita dalla Cdl o, peggio, appoggiando l’Unione previa estromissione della sua ala massimalista?
Le ovvie risposte a queste domande (retoriche) non possono sfuggire a un animale politico di razza come Pierferdinando Casini. Perciò è evidente che la condotta indisciplinata del felpato pupillo di Arnaldo Forlani, di là da un’apparente profondità di respiro, rientra nel tatticismo tipico del “teatrino della politica” tanto deprecato dal Berlusconi della prima ora. La partita strumentalmente giocata da Casini non si svolge sul campo delle petizioni di principio, ma su quello – più prosaico – del tornaconto politico. Probabilmente il presidente dell’Udc non vuole affatto incidere la carne viva del policy making, ma solo strappare agli alleati la promessa di un sistema elettorale ancor più vantaggioso dell’attuale. Conoscendo le golose sponde offertegli in Forza Italia da nomi del calibro di Giuliano Urbani e Giulio Tremonti, verosimilmente si tratterà del proporzionale alla tedesca, con soglia di sbarramento al 5%. E con tanti saluti alla semplificazione democratica e ai vantaggi sistemici offerti dal bipolarismo più o meno spurio.
Ma se l’interesse personale e del proprio partito costituisce un perimetro tattico del tutto legittimo da difendere, le astuzie e le mezze verità adoperate nel perseguirlo, di fronte all’elettorato (corpo votante più smaliziato di quanto sembrano ritenere certi politicanti), alla lunga si riveleranno armi controproducenti e ridaranno smalto alla leadership del Cavaliere. Rinviando nuovamente il nodo della successione a data da destinarsi.

Update – sullo stesso argomento, sia pure con un taglio d'analisi più "loico", c'è questo post di Zamax. Colgo l'occasione per accoglierlo nel dorato mondo della blogosfera e per fargli i miei migliori auguri!


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16 settembre 2006

Telecomgate, Prodi poteva non sapere. Non è la prima volta

“Essere isolati non rende nulla”, dichiara Romano Prodi in conferenza stampa dalla Cina. Il Presidente del Consiglio, molto comprensibilmente, a latere della trasferta asiatica da lui guidata preferisce menar vanto della sensazionale lungimiranza con cui avrebbe concepito la sua strategia commerciale “sinofila”, anziché elaborare una linea difensiva appena decente per respingere le accuse di falso ideologico che gli stanno piovendo addosso.
Di sicuro, il virgolettato prodiano di cui sopra riassume in esergo la cifra più profonda del cursus vitae sin qui condotto dal professore bolognese. All’affettata bonomia del personaggio, in effetti, si abbina la spiccata propensione per l’allestimento di fitte reti di cointeressenze con il reparto economico-industriale – dote che ha favorito in modo determinante la sua irresistibile ascesa. Al talento per la connivenza si uniscono inoltre una discrezione ed un tatto assoluti nel mantenere occulto e poco controllabile il suo coté finanziario di riferimento. Praticamente una dirittura all'opposto diametrale rispetto a quella di Berlusconi, mandatario di referenti ingombranti e protagonista di un conflitto d’interessi palese oltre ogni dire.
La carriera di Borborigma come Gran Commis dell’intendenza democristiana è ricca di spunti poco commendevoli. All’Iri dal 1982 al 1989 – guarda caso, gli stessi sette anni di reggenza demitiana della DC –, al termine del mandato omette di contabilizzare il disavanzo patrimoniale della siderurgia (3000 miliardi di vecchie lire) in base ad una scappatoia statutaria e arriva a proclamarsi artefice di un risanamento dell’Istituto pari a 1263 miliardi di utile. Nel 1989, con l’incarico in scadenza e con De Mita in declino a tutto vantaggio del triangolo Craxi-Andreotti-Forlani, tenta di entrare nelle grazie del Divo Giulio svendendo la Cassa di Risparmio di Roma all’andreottiano Cesare Geronzi. L’operazione, avviata senza nemmeno procedere ad una perizia estimativa preliminare, si meriterà un’interrogazione parlamentare firmata – tra gli altri – da Franco Bassanini e Vincenzo Visco: quando si dice l’ironia del destino. Nomisma, il centro studi facente capo a Prodi, è da sempre crocevia dei più svariati affarismi: dalla casa editrice Il Mulino alle ricerche immobiliari di Gualtiero Tamburini (cugino d’un celebre salumiere bolognese), dalla compartecipazione del fu Raul Gardini alle plurimiliardarie consulenze sull’Alta Velocità mietute nel ’92. Di nuovo all’Iri, nel 1994 privatizza in blocco Credit e Comit, permettendo a MedioBanca di imporsi come attore dominante nella campagna per l’acquisto delle due banche. Solo in seguito si scoperse che il collocamento di Credit sul mercato azionario era stato appaltato in via informale a Goldman Sachs. Romano Prodi si difese affermando che, quando si era riunito il consiglio di amministrazione dell’Iri per affidare l’incarico alla Goldman Sachs, lui era uscito (per ulteriori approfondimenti sulla “Prodeide” andate qui o leggete questo post di Paolo Della Sala).
Ma non è tutto. Per completare il quadro, occorrerà ricordare che l’accusa di abuso d’ufficio irrogata a Prodi in ordine alla cessione di SME – altro pezzo pregiato nella galleria di privatizzazioni truccate che pesano sul curriculum del Professore – cadde solo grazie all’approvazione di una legge ad personam scritta nel 1997 da Giovanni Maria Flick, avvocato di fiducia appositamente nominato Guardasigilli. Poi vi sarebbe lo scandalo Eurostat, verificatosi quando l’attuale premier presiedeva la Commissione Europea: a fronte di un rilevante episodio di peculato (un ammanco di 900 mila Euri dalle casse dell’ufficio statistico europeo), Prodi chiarì di non essere mai venuto a conoscenza delle irregolarità – segnatamente contestate non a qualche faccendiere di passaggio, ma a due dirigenti di primo piano.
Evitiamo di tirare tardi ulteriormente. Basti dire che, dopo un cinquantennio di sapiente lavorio al servizio di quel cronicario per lungodegenti che furono le Partecipazioni Statali, Romano Prodi divenne specialista nel compravendere il patrimonio industriale dello stato allo scopo di servire gli interessi particolari di questo o quel maggiorente. E - contestualmente - nel negare recisamente ogni addebito.
Apro una doverosa parentesi. Se mai dovessi indicare un obiettivo enunciato con chiarezza tra le 280 pagine di sgrammaticature, luoghi comuni e preterizioni di cui si compone il programma di governo dell’Unione (vedi anche il dorso di questo blog alla voce “Per il bene dell’Italia”), quello riguarderebbe senza dubbio la linea d’indirizzo ivi adottata per pianificare la gestione delle infrastrutture di rete. Essa prevede sempre e comunque la nazionalizzazione di queste ultime, nel caso finalizzata ad un approvvigionamento di risorse sovrabbondante rispetto alla domanda: lo scopo, peraltro storicamente mai raggiunto tramite l’intervento diretto della mano pubblica, è di spezzare i monopoli bilaterali di produzione e distribuzione. Per esempio, a pag. 130 del documento si legge: “Nei servizi a rete (energia, trasporti) la proprietà delle reti deve rimanere pubblica. Nel settore cruciale dell’acqua dovranno essere assunti criteri di massima sensibilità [...]. In questo caso la distinzione tra rete e servizio e più complessa. Entrambe le funzioni dovranno dunque rimanere pubbliche”. E poi, a pag. 142: “Sicurezza di approvvigionamento e maggiore concorrenza richiedono per un verso che si rafforzi la rete interna e, per altro verso, che le società che gestiscono la rete di trasporto siano separate dalle imprese produttrici di energia e mantenute pubbliche”.
Estendendo questa piattaforma d’intenti anche al settore delle comunicazioni, il progetto di ristrutturazione “artigianale” – ancorché inoltrato su carta intestata della Presidenza del Consiglio dei Ministri – di Telecom Italia furtivamente recapitato a Marco Tronchetti Provera rientrerebbe di tutta coerenza in un disegno politico ad ampio raggio. Autore della velina, manco a dirlo circolata all’insaputa di Romano Prodi, è il reo confesso Angelo Rovati, consulente e fund raiser del Professore. In luogo dello scorporo della rete fissa di Telecom e di Tim in vista di un’alleanza multimediale con Rupert Murdoch, l’entourage del Primo Ministro preme sull’indebitato Tronchetti per una meno pretenziosa dismissione della sola rete telefonica, con conseguente transito della medesima - coi suoi 9 miliardi di valore - per la Cassa Depositi e Prestiti. Ultima tappa, una bella rivendita monotranche del pacchetto ad una platea di acquirenti giocoforza molto selezionata, come ai vecchi tempi. Nel frattempo, la libertà di movimento di Tronchetti Provera – attualmente zavorrata da 40 miliardi di passivo – si manterrebbe su livelli tali da non impensierire la cerchia prodiana nel suo lento ma inesorabile assalto al troncone “mielista” del patto di sindacato che controlla Rizzoli-Corriere della Sera. Ma Prodi non ne sapeva nulla.
Ora, senza voler conferire al sospetto della sua complicità in questa vicenda nulla più che il rango di semplice illazione – specie dopo aver lungamente rifiutato la logica perversa insita nella formula del “non poteva non sapere”, cioè quella mostruosità applicata per anni alla corrida giudiziaria contro Silvio Berlusconi –, è necessario mantenere una qualche equanimità di giudizio sul profilo biografico delle due personalità che, tra alterne fortune, hanno segnato l’avvento del bipolarismo in Italia. Il Cavaliere, non va dimenticato, è pur sempre al centro di un quadro processuale che getta un’ombra assai poco edificante sul suo passato imprenditoriale. È noto che anni fa, durante un’ispezione della Guardia di Finanza nella sede di Fininvest, Berlusconi si sia nascosto in un sottoscala fingendosi ragioniere, pur di sfuggire alle fiamme gialle. Eppure Prodi, dal canto suo, è la stessa persona che, in un saggio del ’92 intitolato Il tempo delle scelte. Lezioni di economia, scriveva: “Nella democrazia una regola non scritta molto importante è quella della separazione del potere politico dal potere economico. Quando fra questi due poteri si crea un corto circuito non c’è democrazia”.
Negli Stati Uniti, nazione sede di una mentalità e di una concezione morale lontanissime dalle nostre, basta aver raccontato una bugia alla maestra d’asilo per mettere a rischio vita natural durante un eventuale statuto di “personaggio pubblico”. Di là da ogni presunzione di innocenza, in Italia ci accontenteremmo di una via di mezzo.

Round-up: Jim Momo, Le Guerre Civili, A Conservative Mind.




17 maggio 2006

Mimmu 'u Gurdasigilli/Un tuffo nel passato

Clemente Mastella, per gli amici Mimmo, raccoglie quest’oggi ciò che i suoi manutengoli dislocati a Palazzo Madama avevano seminato all’indomani dell’adunata parlamentare, semplicemente indirizzando in primissima battuta a tal “Francesco Marini” i loro tre suffragi valevoli per l’elezione del Presidente del Senato. Minghia picciotti, provaste a farci ‘u sgarru: l’avvertimento preventivo di guardiania dev’essere passato liscio come il buffetto d’un padrino, se l’intimidazione ha fruttato al ducetto dell’Udeur non già il pur rilevante dicastero “mediano” della Difesa, ma addirittura il più alto scranno assiso in quel di Via Arenula. Un partitino che porta in dote una percentuale di voti popolari inchiodata sotto il 2%, quindi, riscuote pro domo sua un bottino ministeriale decisamente sovradimensionato rispetto al suo effettivo peso politico. Potenza del centrismo fluttuante: bastano tre voti infilati là nel mezzo, per poter minacciare la precarizzazione di tutta la quotidianità legislativa nei mesi (o anni...) a venire.
La risultante dei singoli apporti "pesati" entro la compagine unionista ha prodotto anche altre anomalie degne di nota. Di Pietro, leader di una formazione anch’essa “minore” ma senz’altro più corposa della truppa mastellata, ottiene per sé il Ministero delle Infrastrutture, per l’occasione scorporato dai Trasporti. La Rosa nel Pugno, poi, forte di un 2,6% che, in teoria, le permetterebbe di guardare dall’alto in basso i due cespugli appena citati, rimedia la miseria di un ministero senza portafoglio. Non potendo agitare lo spettro di ribaltini di sorta – anche se l’appetito pannelliano, in tal senso, non mancherebbe affatto –, evidentemente alla neonata confluenza radicalsocialista tocca un mero attestato di presenza.
Ma, più in generale, il cambio della guardia a Palazzo Chigi genera la fortissima impressione di un geometrico ritorno alle prassi consolidatesi durante la Prima Repubblica, nel corso della quale l’attribuzione degli incarichi esecutivi non si attardava certo sul piano cartesiano definito dai meriti personali in ascissa e dal peso politico in ordinata, ma ruotava attorno al minuzioso riempimento di un casellario lottizzato in base a logiche spartitorie da mercato rionale. La riforma Bassanini, che intendeva semplificare la composizione delle diramazioni di governo, cinque anni or sono venne disattesa anche dal fu premier Berlusconi, prodigo di ridondanti dicasteri “per l’attuazione del programma di Governo” o “per gli italiani nel Mondo”. Verrebbe da dire che le numerose critiche fioccate allora, tutte variamente accodate al dispiacere ulivista per la mancata applicazione di una buona riforma ideata da un illustre esponente diessino, si ritorcono contro l’attuale organigramma governativo moltiplicate per dieci. Un colpo al cerchio euro-tecnocratico – con la scontatissima nomina di Tommaso Padoa-Schioppa all’Economia – fa il paio con uno alla botte politicistica – con l’istituzione dell’inedito Ministero per lo Sviluppo  Economico (ex Attività Produttive) a vantaggio del quotato stratega Pierluigi Bersani. Va bene la qualità a scapito della bottega, ma fino a un certo punto, che diamine. L’Università a uno che si chiama Mussi, inoltre, qui nel veronese – dove i “mussi” sono i somari – non mancherà di suscitare ilarità. La proliferazione delle nomine senza portafoglio al femminile, infine, sicuramente offrirà a qualche fregolo politically correct il destro per menare vanto di un’improbabile riguardo tutto progressista al “femminismo istituzionale”, così negletto in quest’ultimo lustro di malcelato machismo destrorso. Peccato che l’unico ministero davvero di rilievo assegnato ad una donna dal presidente Prodi, in realtà, sia quello della Salute affidato a Livia Turco: gli altri cinque dicasteri costituiranno titoli di riconoscimento assolutamente pleonastici, com’è normale per le cariche politiche prive di capitolati di bilancio. Alla fine dei conti, era molto più “rosa” – perché maggiormente responsabilizzante – la ridotta Istruzione-Pari Opportunità conferita dal Cav. rispettivamente alla Moratti e alla Prestigiacomo. La tripartizione del Welfare in Lavoro, Famiglia e Solidarietà Sociale completa il quadro.
25 ministri contro i 24 del Berlusconi III si prestano a diverse letture, per la verità. Perché, se le proporzioni aritmetiche non sono un’opinione, stanti questi numeri comparati, a suo tempo Berlusconi (capo di una coalizione formata da quattro partiti) avrebbe dovuto farsi bastare non più di venti nomine. Ma la critica di “cencellismo” non può che accrescersi, quando a cadere nello stesso errore rimproverato agli avversari di ieri sono i protagonisti di oggi. Forse il mio tono polemico trova amplificazione nel dispiacere per la forzosa sostituzione di tre persone coraggiose e intelligenti come Martino, Maroni e la Moratti con un quintetto di residuati togliattian-demitiani come Parisi, la Bindi, Damiano, Ferrero e Fioroni. Ma non illudetevi: nella migliore delle ipotesi costoro resteranno solo i tre anni necessari ai neoeletti per accedere all’indennità parlamentare vitalizia, anche se nutro fondati motivi per ritenere che questo sia un governo destinato a coprire l’intero arco della sua legislatura di spettanza.




21 aprile 2006

Hanno già ricominciato a farci "ridere"

Abbandonare il piccolo angolo edenico incastonato tra le plaghe maleodoranti del peggior quartiere di Torino, da qualche tempo agognata mèta delle mie parentesi festive in bilico tra il teismo e l’agnosticismo, diventa ogni volta più penoso. Il mondo “esterno” – cioè il saeculum propriamente detto – si dibatte in convulsioni politicate sul filo delle frazioni di millesimo percentuale, mentre basterebbe saper captare solamente un piccolo disturbo nel segnale modulato sulle maggiori frequenze terra-terra, una lieve distonia nel fascio di effimere suggestioni che alienano l’intelletto dall’adeguamento alla fattualità, per riverberare tutt’intorno un sia pur fioco rumore di fondo della Grazia primordiale – che poi quest’ultima sia sovrastrutturale o realmente capostipite dell’Essere poco importa, a giudicare dai risultati che l’inverarla produce automaticamente. Che comodità sarebbe, mettersi in un cantuccio monastico, proteggere se stessi dal frastuono e dalla vanità e godersi lo splendido isolamento in un’oasi “laicamente chierica”, nella quale la comunione con lo Spirito cementa tra loro tanti mattoni un tempo sperduti, fatti di carne e sangue, di ricerca terrena e di Verità ultraterrena...
Hai voglia a dirti pentecostale: il ruggito del topo elettorale è ancora nell’aria e mal sopporta l’insidia del salto di qualità “olistico” previa evangelizzazione passiva per bocca del primo attendista devoto di passaggio.

A mente appena più fredda di quanto non fosse giusto una settimana fa, il quadro politico assume contorni sempre più definiti sul versante del piccolo cabotaggio e sempre più sfumati su quello della visione d’insieme e della strategia di ampio respiro. Cul di gallina Follini si appresta alla fronda di riposizionamento più scontata del secolo sotto il profilo meramente tattico, ma con ripercussioni potenzialmente inaudite sul “baricentro di massa” ideologico dell’Unione prodiana: una manciata di voti democristiani in più al Senato (due? Tre? Quattro?) potrebbe acquisire un peso specifico pari a quello di venti scranni rifondaroli. Diminuendo ulteriormente il già esiguo spazio di manovra percorribile dal Professore col suo brevettato (e poi naufragato) schema di triangolazione con Margherita e Rifondazione a circonvallare i Ds. Come già nel ’98, potrebbe essere l’apporto trasformistico di qualche democristiano cidiellino borderline a offrire una sponda a D’Alema e ai suoi boys, altrimenti paralizzati.
Nel frattempo è maretta sull’attribuzione delle tre più alte cariche dello stato: se la presidenza del Senato sembra essere stata blindata dai Dl in favore del “donatcattinniano” Franco Marini, a Montecitorio il ballottaggio tra lo skipper di Gallipoli e Fausto Bertinotti divide la sinistra ancor prima dell’adunata parlamentare, prevista tra una settimana esatta. La linea di frattura minaccia di aprirsi in modo tanto preoccupante che Piero Fassino, in un impeto di fede teologale, ha ritenuto di dover rivolgere una prece direttamente al miracolato capoufficio. Scrive il segretario dei Democratici di Sinistra: “A questo punto sta a Te, in quanto Leader della coalizione, assumere una iniziativa che consenta alla nostra alleanza di ritrovare quella coesione e quella solidarietà indispensabili per approdare alle soluzioni politiche e istituzionali auspicate”. Il ‘Te’ maiuscolo odora di sacrestia, la particella ‘ri’ aggiunta al predicato ‘trovare’ implica lo smarrimento più o meno temporaneo dell’oggetto (la “coesione”), l’ossessiva reiterazione della credibilità di un’investitura sostanziale a “Leader della coalizione” e del margine decisionale del Gran Capo – anche da parte del diretto interessato – tradiscono un tasso di coda di paglia attestato ben oltre il livello di guardia. Un equilibrio politico tanto labile preclude ogni via di riforma strutturale condivisa. Ecco perché il governo Prodi durerà anni, ed è inutile illudersi circa una sua dipartita prematura: chiusa ogni opportunità di elaborazione progettuale a tutto campo per manifesta disomogeneità, rimarrà solo il quotidiano soprammercato lungo i corridoi di quel cronicario per lobbysti occulti che è l’Unione. Mano libera per rinsaldare l’asse privilegiato enti locali-LegaCoop a voi di sinistra, egemonia sui mercati bancari tramite il sostegno accordato al Bazoli di turno per noi cattolici adulti: è un bigino dossettista al netto dello spessore umano ed intellettuale di cui i vecchi “cavalli di razza” democristiani pure disponevano in (modica) quantità.
All’appello mancano ancora le indicazioni di copertura per il progressivo abbattimento del cuneo fiscale – confusamente promesso da Prodi in campagna elettorale –, ma in compenso la parziale revisione delle voci imponibili relative all’Ici, da boiata demagogica che era quando si azzardava a proporla Berlusconi in puro stile Aiazzone (“Sì, avete capito bene”), sembra essersi rigenerata a grande intuizione democratica. Pare infatti che il Professore abbia preso accordi con i sindaci di Roma, Napoli e Torino – tutti e tre proiettati verso una trionfale rielezione – nel senso di uno sgravio dell’imposta sulla prima casa. Il TG3 ne rende conto con toni entusiastici, tanto più che il declino economico è sparito assieme a tutti i suoi epifenomeni fantasy (i bambini assetati di latte, gli impiegati col doppiopetto rattoppato): gli ordinativi all’industria si sono impennati di oltre il 14% su base annua, i ponti di Pasqua e del 25 Aprile segnano il tutto esaurito nelle località turistiche, le nuvole plumbee che pesavano sui destini del Belpaese stanno lasciando il posto ad un sole radioso, Provenzano non ha nemmeno fatto in tempo a votare per Cuffaro.
Ahimè, come vorrei infilarmi nella dorata stanzetta che mi ha accolto durante il triduo pasquale e scordarmi del tuffo nella Prima repubblica che, di nuovo, ci tocca per un pugno di Calderoli, Tremaglia, Panto e Musumeci.



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