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  Ismael [ Il superstite del Pequod ]
         
















Non te lo chiedo per favore: non calpestarmi







Perduta nazione, avito suolo
Isole tra i monti, strade pei mari
Unico asilo ed eterno conforto
Per te prosperiamo
Liberi e reverenti





Due che hanno visto giusto





La situazione mediorientale spiegata
meglio che in mille editoriali





In memoria di Diamond
"Dimebag" Darrell
, e di tutti gli
interminabili pomeriggi di
gioventù trascorsi a sgomitare
sotto la sferza selvaggia
della sua chitarra!





Where I belong:



Il movimento liberale giovanile fondato e presieduto da Francesco Lorenzetti



Edoardo Ferrarese

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Religione e omosessualità -
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con l'intemerata
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Ipocralismi
(ipocrisie e moralismi)


Il sofferto capolavoro
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Jimmy, Fini e i joint

Il Programma dell'Unione:
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Jin-Roh - Uomini e lupi

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La lussazione

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USA 2006:
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Laicità e diritto naturale,
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La mossa del Casini

Né bio né equo
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Liberalizzazioni:
cosa resta da fare?

#1  #2


Il punto sulle bersanizzazioni
#1  #2  #3


Un giorno di libertà
#1  #2  #3


Metabio(gen)etica
#1  #2  #3  #4


Per il bene dell'Italia
#1  #2  #3  #4  #5
#6  #7  #8  #9  #10 


IsmaelVille
#1  #2  #3  #4  #5
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Spigolature internautiche

"Uòlter Veltroni
a tajà er nastro
so' tutti bboni"

            by Giggimassi


"Far l'amore
col preservativo
è come fare il bagno
con lo scafandro"

                (Anonimo)


"Non sono né del partito
rivoluzionario né del
partito conservatore.
Ma tuttavia e dopotutto
tengo più al secondo che al
primo. Infatti dal secondo
differisco nei mezzi
piuttosto che nel fine,
mentre dal primo differisco,
insieme, nei mezzi e nel fine.
La libertà è la prima delle
mie passioni. Questa è la
verità"


      Alexis De Tocqueville
                    (by Zamax)


"Se Dio si candida,
lo stolto pensa alle elezioni
invece che al problema
dell'elezione"


            Giuliano Ferrara


"Io credo soltanto nella parola.
La parola ferisce, la parola
convince, la parola placa.
Questo, per me, è il senso
dello scrivere"


                    Ennio Flaiano
                (by Il Paroliere)


"L'ideazione di un sistema
resistente è atto creativo
che solo in parte si basa su
dati scientifici; la sensibilità
statica che lo determina, se
pure necessaria conseguenza
dello studio dell'equilibrio e
della resistenza dei materiali,
resta, come la sensibilità
estetica, una capacità
puramente personale, o per
meglio dire il frutto della
comprensione ed assimilazione,
compiutesi nello spirito del
progettista, delle leggi
del mondo fisico"


                       Pier Luigi Nervi
(Scienza o Arte del Costruire)


"L'unica cosa necessaria
per il trionfo del male
è l'inerzia dei buoni"

                         Edmund Burke
              (by Torre di Babele)


"Un governo così grande da
darti tutto quello che vuoi
è anche abbastanza grande
da toglierti tutto quello che hai"


               Barry M. Goldwater
          (by Retorica e Logica)


"L'amore è donare quello
che non si ha a qualcuno
che non lo vuole"


                     Jacques Lacan
                       (by Bernardo)


"Sono un conservatore nel
senso inteso da Hannah Arendt,
che si preoccupava della
preservazione del mondo.
Oggi comunque non c'è più
ordine costituito, ma solo
un cambiamento costituito.
La nostra sola tradizione è
il progresso. Viviamo in nome
del movimento e del
cambiamento continuo.
In questo contesto, io mi
considero un rivoluzionario,
perché ormai la sola
rivoluzione possibile è quella
che interrompe le derive
contemporanee"

               Alain Finkielkraut
                            (by Temis)


"Parliamo di politica:
quando si mangia?"


                 Alberto Mingardi


"Quella delle domeniche
a piedi è una messa rosso-
islamica, basata sulla nostalgia
del bel tempo della austerity
'regalataci' dall'Opec nel 1973.
E' un rito di espiazione e
autoflagellazione, direbbe un
Ernesto De Martino. E' una
autopunizione per aver pensato
di andare in auto a casa della
mamma, direbbe Freud. E' una
purga rivoluzionaria per
distruggere i beni di consumo
e tornare al valore d'uso,
direbbe Karl Marx"


                  Paolo Della Sala


"Quando uno conosce bene
una cosa se ne ha a male
se qualcun altro ne parla"


                          by Cruman


"Il vero conservatore sa che
a problemi nuovi occorrono
risposte nuove, ispirate a
principi permanenti"


             Giuseppe Prezzolini
  by Camelot Destra Ideale


"Una donna lo sa: le donne
adorano odiarsi. E' una cosa
vezzosa, niente di grave: solo
un po' di veleno qua e là, uno
sgambetto un sorriso e una
pugnalata alle spalle.
Non possiamo resistere"


              Annalena Benini


"Gli elettori delegano
il peccato ai potenti, così
possono immaginare
di non essere colpevoli
di nulla"


          Paolo Della Sala, again


"L'utilitarista deve nascondere
giudizi di valore da qualche
parte, per prendere decisioni
in base al suo principio,
e la teoria morale che ha
non è quindi l'utilitarismo,
ma lo specifico criterio
decisionale adottato"


                          LibertyFirst


"Non c'è più nessuno
a cui sparare, signore.
Se si tratterà solo di
costruire scuole e ospedali,
è a questo che serve l'esercito?"


                   Michael Ledeen


"L'idealista è uno che,
partendo dal corretto
presupposto che le rose hanno
un profumo migliore dei cavoli,
usa le rose per fare la zuppa"


                  Antonio Martino


"Sono sempre i migliori
ad andarsene dai forum"


                           Malvino


"Sapientia deriva da assaporare,
serve altro commento che non sia
mettere in moto il pensiero,
il ragionamento critico
come sapore delle cose?"


                                 adlimina


"Se gli economisti fossero
in grado di prevedere l'economia
non sarebbero tali, cioè non
avrebbero bisogno di insegnare
per sbarcare il lunario"


                            Mario


"Chi è sovente accigliato,
chi alza spesso il ditino
ammonitore, chi giudica
severamente il mondo
è uno che nel mondo
ci si trova male"


                             Gianni Pardo


The unprofessional blog

L'autore dichiara apertamente
che gli audaci parti del suo
intelletto avrebbero bisogno
del conforto di dottrina
specialistica in più materie,
nessuna delle quali minimamente
padroneggiata: pregasi notare
- sia ricordato qui una volta
per tutte - che di siffatti
scrupoli accademici è
privilegio della corporazione
dei dilettanti infischiarsene
allegramente (TNX Zamax)


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11 settembre 2007

Dalla lotta di classe alla lobby continua: il liberismo è davvero di sinistra?

Scegliere tra la Destra e la Sinistra è un fatto dell’anima, purché ci si metta d’accordo su come riempire di significato due parole che – specie nei sistemi bipolari o bipartitici – definiscono l’appartenenza politica di persone e fasce sociali anche diversissime tra loro per esigenze materiali, capacità economiche e valori condivisi. Quando scrivo che, per dirsi dell’una o dell’altra sponda, occorre ad esempio stabilire se e in quale misura la legge è conseguenza della morale o viceversa, sottintendo che ogni possibile risposta a tale problema implichi una nozione sufficientemente chiara del “posizionamento binario” che ne deriva.
Già questa consapevolezza costituisce un requisito decisamente ostico, se consideriamo che a ciascun capitolo di una qualunque agenda politica è assai frequente attribuire pesi specifici molto diversi e magari fornire risposte ideologicamente incongruenti (come può essere il caso di una sindrome not in my backyard combinata al totale disinteresse per gli affari esteri o per la bioetica, circostanza peraltro comunissima). Se poi teniamo presente che ogni questione capitale rappresenta una variazione sul tema dell’uovo e della gallina, sia nella formulazione sincronica (chi dei due è nato prima?) che in quella diacronica (meglio il primo oggi o la seconda domani?), dobbiamo alzare le mani e ammettere l’insussistenza della dicotomia Destra/Sinistra.
O meglio, dovremmo farlo se la realtà storica non ci offrisse un orizzonte di eventi tramite i quali associare cause ed effetti a principi invarianti: ecco allora che l’indole innata può introiettare una scuola di pensiero, o un riferimento intellettuale, frutto della progressiva stratificazione di facies culturali accumulatesi nel tempo. Ferma restando la smisurata ipocrisia insita nella pretesa di sistemarsi la realtà una volta per tutte e definitivamente, rimane comunque legittimo aggiustare il proprio modello di lettura del “mondo fenomenico” in base a una pur perfettibile (cioè umana) scelta tra le alternative poste dai “grandi quesiti”. Uno dei quali è il seguente: in economia, la domanda è conseguenza dell’offerta o viceversa? La risposta del determinista – ossia di colui che, da buon pianificatore razionale, ritiene di poter prevedere e incasellare a priori i bisogni e i comportamenti degli uomini – sarebbe senz’altro “viceversa”. Storicamente, tale è la risposta di chi si ispira all’escatologia della predestinazione: in senso lato, è la forma mentis del socialista. Al realista, invece, non sfugge che la ciclica scarsità delle risorse produttive aguzza l’ingegno e dà origine a ritrovati merceologici sempre nuovi, capaci di incidere profondamente sulla formazione della domanda. I fautori dell’economia di mercato appartengono ovviamente alla seconda “famiglia”.
Sennonché, tornando a bomba al “qui e ora”, capita che Francesco Giavazzi e Alberto Alesina, illustri editorialisti del Corsera, pubblichino una raccolta di articoli intitolata Il liberismo è di sinistra, dove per “liberismo” s’intende appunto la dottrina delle libertà economiche. Dopo La Casta di Rizzo e Stella, molto prosaicamente, il pensatoio Rcs tenta ancora una volta di conferire dignità intellettuale alla convergenza d’interessi tra i padronati confindustriali e la “sinistra d’affari” diessina. Quel ch’è peggio, sfruttando come collante programmatico temi che, se compitati dai loro “genitori biologici” destrorsi, ridiventano magicamente vieti cascami populisti e antisindacali: l’insofferenza per i costi della politica da un lato, l’efficienza sociale del libero mercato dall’altro.
Eccoci al punto chiave: l’efficienza sociale del liberismo applicata a propositi tipicamente progressisti. Io non conosco Alesina, ma del pensiero di Giavazzi ci si può fare un’idea abbastanza dettagliata leggendo questi suoi due editoriali. In sintesi: la liberalizzazione dei mercati serve a combattere i cartelli collusivo-lobbystici allestiti dagli avidi capitalisti conservatori, mentre la libertà educativa unita alla meritocrazia e alla contendibilità dei mercati finanziari, generando innovazione e maggiori guadagni, accresce i consumi, cioè contiene la depressione della domanda. L’argomento dell’efficienza, basato quasi sempre sull’analisi dei dati macroeconomici risalenti alle esperienze di governo di Reagan e della Thatcher, è però un’arma a doppio taglio. In primo luogo, perché spesso trasforma arbitrariamente dinamiche peculiari in nessi causali: non è affatto detto che la concorrenza comporti per forza un “abbassamento generalizzato dei prezzi”, specie nel breve termine, né che prevenga necessariamente il costituirsi di oligopoli. In secondo luogo, in forza al principio di non contraddizione, perché il criterio dell’efficienza potrebbe anche obbligare – nel caso in cui le riforme liberiste avessero a rivelarsi inefficienti – ad anteporre i fini ai mezzi. E quindi a seguire vie alternative e più efficienti per stimolare la domanda, come ridurre i tassi d’interesse o stampare carta moneta, ricadendo di fatto nel veterokeynesismo. I liberisti di vaglia, impegnati a rendere appetibile un “prodotto” politicamente scomodo, commettono spesso l’errore di promuovere il libero mercato descrivendone esclusivamente l’efficienza sotto il profilo del conto economico (maggiori gettiti fiscali complessivi, maggiore erogazione tributaria presso i quintili più alti della platea contribuente, maggiore mobilità sociale). Di fatto servendo su un piatto d’argento il controcanto ai riformisti: ma allora, aggiustando di pepe antilobbysta e agitando il tutto nello shaker delle class action, il liberismo è di sinistra!
Invece l’argomento che rende tale opzione politica sostanzialmente “di destra”, cioè anti-determinista, è la giustezza del liberismo a prescindere dai suoi risvolti efficientisti. Quelli sono una graditissima sopraddote, naturalmente, ma non influiscono in nessun modo sull’assunto base conservativo, secondo cui è illegittimo che lo stato travalichi il suo unico ruolo, che è quello di garante dell’imparziale applicazione delle leggi nei confronti di tutti i cittadini. L’equivoco del mercato come generatore di domanda e di spensieratezza è stato approfondito e sfatato da Guglielmo Piombini in un saggio su Murray Rothbard, nel quale si legge che “una società libertaria fondata sul puro lasseiz-faire capitalistico svilupperà con probabilità dei costumi sociali ispirati a regole di tipo tradizionale, sul genere di quelle tramandate dall’eredità giudaico-cristiana, e non stili di vita permissivi, edonistici e libertini, da controcultura anni Sessanta o Settanta. Di per sé, infatti, il capitalismo non è un sistema gaudente o materialistico, ma è anzi un sistema che impone a tutti elevati livelli morali di etica del lavoro, impegno, affidabilità, responsabilità personale, risparmio, previdenza, prudenza. Chi non si attiene a questi standard viene colpito da dure sanzioni di mercato (se non produci non guadagni) e sociali (legittime discriminazioni). È solo con l’avvento dello Stato sociale e della redistribuzione statale, che spezza il legame tra comportamento responsabile e disponibilità di risorse, che a partire dagli anni Sessanta del XX secolo in Occidente si sono diffusi a livello di massa stili di vita decadenti ed edonistici” (pag. 11). Cioè in una “repubblica ideale” libertaria esiste semmai una spinta al risparmio e all'investimento ben ponderato, non al consumismo schiavo delle preferenze immediate.
Se la sinistra sposasse il liberismo in questi termini, sarebbe la destra liberale la prima a felicitarsi di aver “convertito gli infedeli”. Ma l’assorbimento giavazzista dei dettami liberali tradisce la volontà di servirsi del mercato per proseguire la lotta di classe con altri mezzi, magari forgiando nel contempo monadi libertine che – immerse in una sorta di avveniristico solipsismo etico – diventino facile preda di mastodontici potentati sindacal-industriali. Vale a dire esattamente l’intendimento dell’accoppiata fissa tra Confindustria (tramite gli usuali terminali editoriali) e riformisti.
Per noi right-libertarian è meglio, molto meglio, lasciare Giavazzi e compagnia corrierina ai loro imbrogli ideologici nati logori e preoccupraci del “nemico” alla nostra destra: il mercantilismo continental-protezionista propagandato con vacuo sfoggio di tradizionalismo spicciolo dal Tremonti ultima maniera. Oggi come oggi il vero rischio fatale è vedere la cosiddetta destra “sociale” neocorporativa rialzare la testa.

Sullo stesso argomento: Zamax, Camelot Destra Ideale, Harry, Alberto Mingardi, Jim Momo




10 agosto 2007

Scemenze che vanno distinte

Francesco Caruso chiama, Giancarlo Gentilini risponde? A giudicare dalla veste grafica adottata dalla stampa per dare conto della duplice sparata – occhielli affiancati o incolonnati su tutte le prime pagine di oggi –, sembrerebbe proprio di sì. Il deputato di Rifondazione sostiene che “Tiziano Treu e Marco Biagi sono assassini” perché “certe leggi hanno armato le mani dei padroni, per permettere loro di precarizzare e sfruttare con maggior intensità la forza-lavoro e incrementare in tal modo i loro profitti, a discapito della qualità e della sicurezza”. Il “prosindaco” di Treviso, dal canto suo, auspica un po’ di sana “pulizia etnica contro i culattoni” e taglia corto: “a Treviso non c'è nessuna possibilità per culattoni e simili”.
Esternazioni particolarmente idiote e violente, ma sopra le quali si corre il rischio di rinverdire i fasti di un luogo comune infondato e qualunquista. Uguale imbecillità, infatti, non vuol dire uguale pericolosità, nemmeno sul mero piano politico. Se il primo membro dell’equazione si può dare tranquillamente per scontato, sul secondo c’è la possibilità di illustrare almeno un paio di distinguo.
Gentilini, che sin dai tempi della fantomatica “razza Piave” mostra una spiccata prossimità alla semeiotica della demenza psicofisica, spara a salve. Delle sue invettive, per fortuna, non è mai morto nessuno. Si dà invece il caso che il marxismo giuslavorista del Caruso di turno, recepito presso gli effervescenti vivai extraparlamentari dell’odio sindacale verso le figure tacciate di “collateralismo”, abbia già fatto le sue vittime in passato (una è proprio Marco Biagi). E che, seguendo dinamiche analogamente collaudate, possa farne altre in futuro.
Per quanto riguarda l’equiparazione del “potere di ricatto” esercitato dalle “ali oltranziste” dei due schieramenti politici italiani, poi, prima di teorizzare l’abolizione delle categorie di “destra” e “sinistra” occorrerebbe approfondire su quali criticità si appuntino gli ultimatum di cui sopra. Pretendere il rispetto di patti programmatici che prevedevano l’introduzione di (deboli) elementi di federalismo e di misure più rigide (ancorché male indirizzate) nei confronti dell’immigrazione clandestina, al netto della stupidità comiziale nel rivendicarle, è un “ricatto” al quale un’alleanza di centrodestra dovrebbe sottostare abbastanza serenamente. Inventarsi di finanziare la spesa corrente intaccando le riserve aurifere della Banca d’Italia o di mettere in discussione una controriforma della previdenza già dispendiosa sono diktat sempre e comunque nefasti, perché inconsulti.
Senza attardarmi su quale delle due tipologie di “ricatto” dovrebbe allettare maggiormente i liberali, torno a ribadire che destra e sinistra sono discrimini tuttora carichi di significato, perché rispondono a domande senza tempo. La legge è conseguenza della morale o viceversa? L’ordine della Storia emerge dalla storia dell’Ordine o viceversa? La domanda è conseguenza dell’offerta o viceversa? Le tradizioni pongono un argine alle pretese del potere o la legislazione deve indirizzare gli usi e costumi? La filosofia vince sulla gnosi o viceversa?
Non voglio semplificare troppo le sfumature di gradazione delle risposte che ciascuno può dare a queste domande, ma solo evidenziare come determinati interrogativi rappresentino spartiacque validi per ripartire “di qua o di là” tutte le famiglie politiche, compresa quella liberale. Sicché nel contingente i liberali possono eccome essere “di destra” o “di sinistra”. E nello specifico non tutte le prese di posizione estremistiche si equivalgono.
La caduta delle ideologie (in realtà, del solo comunismo) ha solamente fatto sì che la competizione elettorale non dovesse necessariamente disputarsi tra statalismi contrapposti: è quindi inutile invocare trasversalismi decisionisti tanto ambigui quanto insussistenti.




12 aprile 2007

Immigrazione e libertà

Il rapporto sulla popolazione straniera regolarmente presente in Italia, pubblicato ieri dall’Istat, dà modo di riflettere con cognizione di causa su un fenomeno che riguarda sempre più massicciamente il nostro paese. Secondo le cifre fornite nell’indagine, la stima del numero di immigrati riferita al 1° Gennaio 2006 – 2.767.964 persone, cifra ottenuta “sommando i dati sui minorenni di cittadinanza estera residenti con quelli sugli adulti stranieri muniti di permesso di soggiorno” – ha subito un’impennata con la regolarizzazione di quasi seicentomila lavoratori nel 2003. La ripartizione del dato complessivo tra le varie nazionalità vede una forte presenza di romeni (271.491), di albanesi (256.916) e di marocchini (239.728). Rispetto al 2004, i permessi crescono al Nord-Ovest (+5,6%) e al Nord-Est (+16,4%), mentre calano al Centro (-4,6%), al Sud (-23%) e nelle Isole (-13,3%). Emergono dunque una discreta predominanza dell’immigrazione proveniente dall’Europa orientale – peraltro meno politicamente incasellabile di quella in arrivo dal Nord Africa – e l’intensa attrattività esercitata dalle aree più produttive d’Italia. [segue su Robinik.net]




5 aprile 2007

Milton Friedman - Una biografia intellettuale

di Antonio Martino
Rubbettino/Leonardo Facco, 198 pp., € 13,00

“L’evidenza dei fatti non può mai ‘provare’ la validità di un’ipotesi;
può solo non riuscire a smentirla”
Milton Friedman

La storia della teoria economica novecentesca – e, concretamente, dell’azione politica intrapresa sulla base di essa – si può rappresentare in metafora come la lotta tra due titani. Uno fu John Maynard Keynes (1883-1946): elitista, aristocratico e abile “consigliere del Principe”, con il suo contributo al pensiero economico seppe enormemente influenzare il terzo quarto del secolo scorso. L’altro fu Milton Friedman (1912-2006): figlio di ebrei poverissimi emigrati negli USA dall’Europa orientale, prese in mano le redini della Scuola di Chicago e lasciò la sua impronta soprattutto sulla decade dominata dal binomio Reagan/Thatcher. Con questo compendio biografico dell’avventura intellettuale di Friedman, da discepolo affettuoso e riconoscente, l’ex ministro della Difesa rende conto anzitutto della contrapposizione totale tra due concezioni della scienza, della politica e della convivenza associata.
Una riflessione che Antonio Martino sottopone al lettore solo al termine della sua monografia – ripubblicata in versione integrale nel 2005 con il patrocinio dell’Istituto Bruno Leoni – va forse richiamata subito. Tirando le somme sui caratteri costitutivi e metodologici del cosiddetto monetarismo, vale a dire il complesso di ipotesi teoriche del quale Friedman è ovunque considerato il capofila, l’autore si domanda: “Cosa c’è di ‘-istico’ nelle teorie monetarie di Friedman? Il suffisso ‘-ismo’, infatti, sembrerebbe suggerire l’esistenza di un pregiudizio ideologico, una forse irrazionale predilezione per una dottrina sociale, per una filosofia politica [...]. [Ma] anche se Friedman è per molti versi l’economista liberista per antonomasia, il ‘monetarismo’ costituisce semplicemente un’ipotesi scientifica, uno strumento tecnico che può servire, e serve, benissimo qualsiasi padrone”. È importante sottolineare che il lavoro di ricerca friedmaniano pervenne a conclusioni sempre rigorosamente avvalorate da una scrupolosa raccolta di dati empirici, poi elaborati tramite compensazione e modellazione numerica.
Colui che annunciò al mondo l’avvento di una verità rivelata, tramite la palingenesi di una sistemazione teorica tanto onnicomprensiva quanto sprovvista di avallo sperimentale, fu proprio un peso massimo dell’Accademia togata come Keynes. Egli si lasciò andare ad “affermazioni di portata biblica, sia sul risparmio che sugli investimenti, ‘senza un briciolo di supporto empirico’. Ci viene chiesto di accettarle perché conformi alla sua ‘conoscenza della natura umana’, oltre a non meglio precisati ‘fatti particolareggiati dell’esperienza’”. In altre e più prosaiche parole, Keynes fu uno dei tanti – tantissimi! – profeti che scesero dalla Montagna folgorati dalla Visione e dissero ai loro seguaci: armiamoci e partite. Già agli albori della rivoluzione keynesiana, oltretutto, sul reale tenore divulgativo del Verbo aleggiava il sospetto della mimesi pura e semplice, in quanto “anche gli scritti di Keynes appartenevano ai classici nel senso di Stigler [tutti ne parlano ma nessuno li ha letti, NdIs], dal momento che il Trattato sulla moneta era raramente citato, la Riforma monetaria semplicemente ignorata ed il numero di coloro che avevano effettivamente letto la Teoria generale era insignificante”.
Ma in cosa consistette la tanto acclamata teoria keynesiana? Nata prendendo le mosse dalla necessità di spiegare le cause strutturali della Grande Depressione (1929-1933), essa ruota attorno alla legge detta “del ristagno secolare”, ossia alla tesi secondo cui la propensione al risparmio cresce all’aumentare del reddito. Si tratta di un classico esempio di “legge inesorabile del destino storico”, di un teleologismo gabellato per autoevidente. Le variabili e le inferenze in gioco vengono descritte con grande chiarezza da Martino: “se quanto la collettività produce (l’offerta globale, il reddito prodotto) è maggiore di quanto la collettività è disposta ad acquistare (la domanda globale, la spesa aggregata), i produttori ridurranno i prezzi oppure [...] contrarranno la produzione. Perché un dato livello di reddito prodotto possa essere mantenuto, quindi, è necessario che la collettività effettui una spesa complessiva di pari importo, in modo che quanto viene prodotto sia effettivamente venduto. Altrimenti, il livello di produzione e di reddito si contrarranno, perché ogni produttore cercherà di produrre solo quanto riesce a vendere. Nel tentativo di ridurre la produzione, infine, verrà ridotto l’impiego dei fattori produttivi, compresa la manodopera, con conseguente disoccupazione. È questa, in  parole povere, la recessione dovuta all’insufficienza della domanda globale: una diminuzione di reddito prodotto e di occupazione determinata da una spesa globale troppo bassa. E questo è anche ciò che determinò, per unanime ammissione, la Grande Depressione”.
Per Keynes, la spiegazione della dinamica recessiva è da rinvenire in un eccesso di risparmio globale, a sua volta automaticamente causato dall’aumento dei redditi. All’ottusa pertinacia dei privati-risparmiatori può porre rimedio solo una politica di bilancio “anticiclica”, capace cioè di stimolare la somma di consumi e investimenti durante le crisi e di frenare la domanda globale durante le fasi espansive. Lo strumento principe per attivare questo sorta di volano macroeconomico è la politica di bilancio: deficit (più uscite) in caso di domanda insufficiente, avanzo (più entrate) allorché la spesa aggregata va in esubero. Vale la pena di tenere presente come la legittimazione dei disavanzi di bilancio – vero grande portato storico del keynesismo – di fatto abolì l’antica prassi del pareggio contabile, da sempre posta a salvaguardia di una gestione responsabile e trasparente della cosa pubblica. L’esplosione dei deficit di bilancio che derivò da cotanta “rivoluzione modernizzatrice”, inoltre, rese frequente (quando non necessario) il ricorso all’inflazione da ripianamento. Unitamente all’adozione di sistemi tributari altamente progressivi, l’artificioso rigonfiamento dei redditi imponibili fa scattare aliquote marginali più elevate e, quindi, consente all’erario di mettere a bilancio maggiori entrate. È il fenomeno che la vellutata anglofonia degli economisti ha denominato fiscal drag, ma sarebbe meglio ribattezzarlo grassazione fiscale.
Tuttavia l’aumento dell’inflazione, per Keynes, non rappresenta un problema. Casomai può offrire allettanti opportunità su diversi fronti, tra cui quello del tasso d’interesse: “Uno squilibrio monetario [...] si riversa sul mercato dei titoli a reddito fisso: se c’è ‘troppa’moneta in circolazione (più di quanta il pubblico sia disposto a detenere), la gente acquista titoli a reddito fisso; se, invece, ce n’è ‘troppo poca’ (meno di quanta la gente vorrebbe possedere), il pubblico venderà obbligazioni, nel tentativo di procurarsi la liquidità desiderata. [...] Se [...] aumenta la quantità di moneta in circolazione, la domanda di titoli a reddito fisso aumenta; l’aumento del corso delle obbligazioni si traduce in una diminuzione del rendimento; il più basso tasso d’interesse, a sua volta, stimolerà gli investimenti e, quindi, la domanda globale”. Vi sarebbe poi l’asserito rapporto di proporzionalità inversa tra inflazione e disoccupazione. Nelle parole di Friedrich A. Von Hayek a commento delle vedute keynesiane in materia: “La causa normale della disoccupazione diffusa consist[e] in salari reali troppo elevati. Il passo successivo [è] rappresentato dalla proposizione che una riduzione diretta dei salari monetari [possa] essere realizzata solo attraverso una lotta così penosa e prolungata da non poter essere presa in considerazione. Quindi [...] i salari devono essere ridotti in virtù del processo di riduzione del valore della moneta. Questa è in realtà l’essenza della politica di ‘pieno impiego’”. Oppure, infine, la messa in circolazione di valuta estera funzionerebbe come dispositivo stabilizzatore del mercato dei cambi: “Quando si verifica un eccesso di domanda di divise estere, quando cioè la quantità di valuta estera che gli operatori intendono acquistare è maggiore dell’offerta, la banca centrale, per impedire che la moneta nazionale si svaluti (che, cioè il prezzo della valuta estera aumenti), vende divise estere”.
Gli studi e le ricerche di Friedman consentirono di riformulare – quando non di confutare – radicalmente tutte le prospettive sopra illustrate. Nell’ottica che presiede alla teoria quantitativa della moneta – espressione più idonea dello spregiativo monetarismo a definire la produzione scientifica friedmaniana –, “la moneta rappresenta una delle attività patrimoniali e compete, nelle preferenze del pubblico, con una vasta gamma di attività, sia finanziarie che ‘reali’”, alla stregua di qualunque altra categoria merceologica. Perciò anche per la moneta un eccesso di offerta rispetto alla domanda – tramite l’input inflazionistico ceteris paribus – alla lunga genera deprezzamento, cioè calo del potere d’acquisto.
In primo luogo, secondo Friedman “un aumento della quantità di moneta avrà sempre un effetto di stimolo alla domanda globale, sia che venga realizzato per finanziare un deficit pubblico, sia che abbia luogo a saldo del bilancio pubblico invariato. Un deficit, invece, a meno che non determini un aumento della quantità di moneta, non influisce sul livello della domanda globale. La politica di bilancio in senso stretto [...] è quindi inefficace”. I benefici effetti sulla spesa aggregata registrati a margine di politiche di bilancio espansive, quindi, non vanno attribuiti al ricircolo forzoso di danaro manlevato ai contribuenti, bensì all’aumento di inflazione sfruttato per finanziarle. Non vanno poi dimenticate le voci di spesa tipicamente privilegiate dalla mano pubblica: “Il governo si indebita per finanziare spese per trasferimenti; quando un privato prende a prestito, invece, per lo più lo fa per effettuare investimenti. La domanda di credito dei privati, in altri termini, è prevalentemente (anche se non esclusivamente) destinata a soddisfare esigenze di investimento, mentre quella pubblica viene spesso destinata prevalentemente al consumo. Il disavanzo, quindi, sottrae fondi all’investimento per destinarli al consumo; il suo effetto netto è una minore accumulazione di capitale (in inglese: capital consumption, consumo di capitale), con conseguente minore crescita economica”.
La visione keynesiana del ruolo della moneta nella formazione della domanda globale – indiretto perché mediato dal tasso d’interesse, eventuale perché privo di un nesso di causalità vero e proprio con la spesa aggregata – viene a cadere sulla mancata distinzione tra tasso nominale e tasso reale d’interesse. Perché investire al 5% di rendimento in assenza di inflazione equivale infatti a investire al 10% quando l’inflazione è del 5%. Su questo banale rudimento di matematica finanziaria il marchingegno keynesiano si inceppa senza speranza. Ciò che rileva non è “il” tasso d’interesse, ma lo scarto tra il tasso nominale e quello d’inflazione, cioè il tasso reale d’interesse. Del resto è sufficiente il comune buonsenso per intuire che la moderazione monetaria conduce a bassi tassi reali, mentre viceversa la politica del permissivismo inflazionistico genera tassi reali molto elevati. L’inflazione può stimolare un certo “effetto liquidità” solo se imprevista, e solo a breve termine.
Ecco spiegata l’erronea lettura keynesiana della Grande Depressione: l’idea che l’autorità monetaria federale avesse attuato una politica espansiva, incredibilmente desunta dal perdurare di bassi tassi durante la crisi, e che quest’ultima nulla avesse potuto contro l’inesorabilità del “ristagno secolare”, è semplicemente sbagliata alla radice. La recessione del ’29, al contrario, fu determinata da una dirompente pressione deflazionistica. Malgrado la prospettiva keynesiana si focalizzi sull’investimento finanziario per il tramite del tasso d’interesse semplice, la quantità di moneta ha un’influenza diretta sulla spesa aggregata, perché il pubblico impiega denaro anche nell’acquisto di beni durevoli e quasi-durevoli (per esempio immobili e mezzi di locomozione). Money matters.
Il tempestivo adeguamento delle rivendicazioni salariali all’abbattimento del valore della moneta, magari ottenuto tramite clausole di indicizzazione quali la “scala mobile” di berlingueriana memoria, smonta poi l’ipotesi keynesiana dello stabile tradeoff tra inflazione e disoccupazione. Scrive Martino: “Quando l’inflazione effettiva viene correttamente prevista, l’effetto espansivo sull’occupazione scompare perché le richieste salariali incorporano il tasso atteso d’inflazione e questa, quindi, non riesce a ridurre i salari reali. [...] Per poter ridurre durevolmente la disoccupazione al di sotto del livello ‘naturale’, quindi, non basta che ci sia inflazione, è anche necessario che essa sia sempre superiore a quella attesa, cioè che acceleri continuamente. [...] Quanto maggiore è il tasso d’inflazione di cui il Paese ha esperienza, tanto minore sarà la probabilità che l’inflazione colga di sorpresa la collettività. [...] Nei paesi con consolidata esperienza inflazionistica [...] le aspettative si formano e modificano con grande facilità”.
Quanto alla parità valutaria programmata, l’analisi friedmaniana porta a considerazioni altrettanto impietose: “Se l’eccesso di domanda di divise estere non è un fenomeno passeggero, destinato ad esaurirsi spontaneamente, ma continua nel tempo, la banca centrale dovrà continuare ad attingere alle riserve ufficiali per impedire la variazione del cambio. Le riserve, prima o poi, si esauriranno e, se nulla cambia, anche l’indebitamento e la concessione di prestiti esteri serviranno solo a posporre l’inevitabile. Il tentativo di controllare il cambio sarà servito soltanto a rendere possibile la crisi di bilancia dei pagamenti, il deficit [...], il tutto al costo di far contrarre al Paese debiti con l’estero”. Parole che dovrebbero far riflettere attentamente gli impudenti che, a suo tempo, ritennero opportuno analizzare il default argentino (dovuto proprio all’ostinata parificazione valutaria tra Peso e Dollaro USA) straparlando di monetarismo e di liberismo. Per la verità il “monetarismo” non è nemmeno la naturale antistrofe del liberismo: “Un gran numero di economisti liberisti di scuola ‘austriaca’, seguaci delle idee di F. A. Hayek e Ludwig Von Mises, propendono per la denazionalizzazione della moneta [...] e la concorrenza tra monete. Altri liberisti ritengono desiderabile un ritorno al sistema aureo o ad un sistema in cui il valore della moneta sia in qualche modo ancorato ad una base reale (un paniere di beni, per esempio)”.
Nel capitolo conclusivo (“L’ideologo della libertà”), che ricapitola le più celebri proposte politiche liberali, liberiste e libertarie avanzate da Milton Friedman fuor di impegno specialistico (dal buono scuola al buono sanità, dall’imposta negativa sul reddito al fervente antiproibizionismo), fa capolino l’unico neo concettuale che mi permetto di rimproverare alla pur eccellente trattazione di Antonio Martino. Alla domanda – retorica – Friedman conservatore? Martino risponde alimentando un vecchio equivoco di significato – peraltro tipico di molta letteratura e pubblicistica liberale – riguardante la categoria politica del conservatorismo, visto quasi come sinonimo di reazione o di misoneismo. “Il conservatorismo – scriveva Hayek – è naturalmente incapace di offrire un’alternativa alla direzione verso cui muoviamo. [...] Ciò che il liberale deve chiedersi, prima di tutto, non è a che velocità o quanto avanti dobbiamo andare, ma in che direzione dobbiamo andare”. Occorre forse ricordare che il liberalesimo si pone sul piano del metodo, facendo capo all’epistemologia così ben sintetizzata dall’esergo “falsificazionista” scelto per questa recensione, precisamente negando che la Storia proceda verso una “direzione” univoca e meno che mai inesorabile. L’applicazione di tale assunto al merito politico ha potuto attecchire in area conservativa grazie al suo rigetto dell’annoso paradigma etico ed esistenziale secondo cui “nel lungo termine saremo tutti morti”. Ma il merito e il metodo sono piani distinti: il liberalesimo è l’unica forma pre-, peri- e meta-politica di conservatorismo possibile (in quanto pone la libertà come oggetto primario di un sistema associato) e il conservatorismo è l’unica sostanza politica compatibile al liberalesimo (giacché mira a conservarne l'oggetto).




15 febbraio 2007

Uno sguardo all'America del prossimo futuro

Mancano ancora due anni all’insediamento del prossimo presidente USA, eppure l’interesse dei media per la corsa alla Casa Bianca del 2008 sta già montando. I motivi di un clamore tanto precoce stanno nella fortuita combinazione di apparenti “stranezze” che promettono di incidere trasversalmente i confini della geografia politica americana.
Per comprenderne la natura, è necessario tenere presente che nel sistema elettorale yankee – severamente ancorato a un metodo ultra-maggioritario anche al caro prezzo di sacrificare al bipartitismo gran parte della partecipazione al voto – non esistono una “destra” e una “sinistra” a collocazione partitica fissa. Gli Stati Uniti sono una democrazia capitalistica, nella quale il successo politico si misura con la capacità di mobilitare risorse finanziarie a sostegno di una piattaforma ideale, data dalla risultante degli interessi particolari espressi da platee elettorali vastissime. All’interno di queste ultime, in ambedue i partiti nazionali, trovano spazio istanze riconducibili a tutte le culture politiche, con pesi specifici variabili a seconda del periodo storico a cui si faccia riferimento. Prima che Lyndon Johnson apponesse la sua firma sull’atto di de-segregazione dei neri (1964), ad esempio, nel Partito Democratico era presente una vivace e nutrita ala conservatrice e i Repubblicani rappresentavano la confederazione interconfessionale delle chiese protestanti americane. La dialettica interna alle due compagini, com’è noto, si risolve attraverso il meccanismo delle elezioni primarie, che sanciscono tramite una vera e propria asta – ovvero: le vince letteralmente chi offre di più – la personalità individuale più adatta a incarnare la compositio oppositorum su cui si basa la formazione delle classi dirigenti d’oltreoceano.
Ecco perché, a dispetto delle sciatte corrispondenze offerte dagli inviati italiani negli USA, non deve stupire il profilo politico estremamente singolare che contraddistingue i probabili futuri candidati alla carica più importante del mondo.
I due frontrunners repubblicani – John McCain e Rudolph Giuliani – esercitano paradossalmente maggiore attrattiva sull’elettorato indipendente che non su quello conservatore o “di destra”. Questo perché il primo, 72enne senatore dell’Arizona, è considerato pregiudizialmente ostile alla destra cristiana, verso la quale ha avuto uscite anche molto polemiche, oltre che un egocentrico di dubbia affidabilità. Interventista in politica estera e ortodosso senza eccessi in bioetica, gli basterebbe forse un buon candidato vice per stemperare l’immagine di vecchio anticonformista “a prescindere” che comunica all’esterno.
L’ex sindaco di New York, dal canto suo, è ritenuto ancora più liberal di McCain sui temi sociali: pro-choice e favorevole al matrimonio gay, ha vissuto per qualche tempo con due suoi amici “pacsati” e ha marciato vestito da donna alle parate dell’orgoglio omosessuale. Il giudice italo-americano, tuttavia, può rassicurare i repubblicani più destroversi giocando sulla distinzione tra le sue convinzioni etiche personali e i provvedimenti politici che intende assumere o preservare: Giuliani, infatti, sarebbe contrario all’aborto, ma ne sostiene la depenalizzazione come male minore. È poi fresco di pronuncia l’endorsement che Ted Olson, ex vice Procuratore Generale degli Stati Uniti, ha rivolto al “sindaco d’America”. Una frase per tutte: “Le vedute di Rudy su molti, molti punti di principio si dimostreranno compatibili con quelle delle persone appartenenti alla comunità politica conservatrice”.
Mitt Romney ha ricoperto fino allo scorso Novembre la carica di governatore del Massachussets (un po’ come se vi fosse stato per anni un forzista alla guida dell’Emilia-Romagna) e l’altro giorno ha annunciato ufficialmente la sua discesa in campo. Anche lui presenta un identikit politico assai composito: contrario alle nozze omosessuali e alla clonazione terapeutica, è però favorevole alla ricerca sulle cellule staminali embrionali. Oltrettutto è mormone e, come tale, facente capo a una morale confessionale scarsamente compatibile con la democrazia liberale, in quanto – similmente all’islamismo – la dottrina che professa afferma di poter obiettare alla legge positiva. Per esempio riguardo alla poligamia, che i mormoni ammettono e, nelle comunità agricole, incoraggiano: ironico che, tra tutti i papabili nelle fila del GOP, l’unico ad essersi sposato con una donna sola sia proprio Romney (gli altri sono tutti pluridivorziati).
Newt Gingrich è decisamente il mio candidato ideale. Artefice del Contratto con l’America, che nel ‘94 ha riportato i repubblicani in maggioranza a Capitol Hill dopo quarant’anni di egemonia democratica, Gingrich personifica alla grande il programma di taglio delle tasse e di “cura dimagrante” per l’apparato statale in grado di attrarre ogni buon federalista. In vista dell’appuntamento presidenziale del 2008, Newt sta comportandosi come un novello Cincinnato. Percorrendo in lungo e in largo gli USA con le sue ricette ultra-liberiste per riformare la sanità, l’energia e la sicurezza nazionale, l’ex professore di storia cerca di ovviare alla sue scarse entrature nella macchina organizzativa del partito coagulando attorno a sé un consenso di lungo termine presso la base elettorale – e difendendo un’immagine da candidato restio a sporcarsi con la politica attiva ma decisivo-per-il-nostro-tempo (vedi Fortune).
Jeb Bush, il fratello del presidente, sarebbe il miglior articolo del lotto se gli Stati Uniti fossero una monarchia e non una repubblica. Chiude l’esperienza da governatore dello stato-chiave della Florida con un gradimento al 60%, attira voti centristi benché ideologicamente molto più “a destra” di George W. ed è ovviamente il più gradito alla base conservatrice, ma il terzo Bush in vent’anni sarebbe davvero troppo. Si pensa che possa presentarsi in ticket con il prossimo candidato repubblicano e, di conseguenza, rimandare la sua nomination di qualche legislatura.
Su tutti i candidati del GOP, ovviamente, pende la spada di Damocle del conflitto iracheno. Proprio Newt Gingrich si dice convinto che, se non migliora la situazione a Baghdad, “vincere sarà durissimo”.
E i democratici? Il partito dell’asinello, per le issues fortemente progressiste che hanno preso il sopravvento al suo interno da parecchio tempo a questa parte, mi interessa molto meno del suo diretto concorrente. Ignoro quale tipo di ragionamento possa spingere Christian Rocca, uno degli unici due americanisti attendibili rimasti nel panorama giornalistico italiano (l’altro è Maurizio Molinari), ad asserire che Hillary Clinton abbia già la vittoria in tasca. Personalmente l’irresistibile ascesa dell’illustre consorte, analogamente a quella di Ségolene Royal in Francia, mi sembra galleggiare su una fragile bolla mediatica. Non va meglio con Barack Hussein Obama, variante coloured del sogno kennedyano, il quale somiglia a un Rutelli all’ennesima potenza: anche lui – come la Clinton, per la verità – pensa di poter drenare in scioltezza voti religiosi agli avversari semplicemente riempiendosi la bocca con il nome di Dio. Probabilmente considera gli americani degli ingenui pronti a ingoiarsi la sua retorica tutta d’un fiato, e si sbaglia di grosso. Ancora meno avvincente è la strategia attendista adottata da Al Gore, che rimane all’inguatto nella speranza di potersi approfittare delle numerose giravolte compiute dalla Clinton sulla politica estera e di difesa.
Più interessante è invece l’incrinatura tra conservatori e libertari aperta dal sorgere, nel midwest, di figure democratiche moderate (come il governatore del New Mexico Bill Richardson) e liberal-populiste (come il suo collega del Montana Brian Schweitzer), capifila di quei bluedogs che hanno guidato i dems alla riconquista dei due rami del Parlamento. La coalizione reaganiana, cementata dalla battaglia comune contro le tasse e lo stato, rischia di perdere la sua componente libertaria a causa dell’attivismo religioso dei social conservatives sul fronte etico. I riformisti finiranno tra le braccia dei democratici? Dubito anche di questo perché, se al partito dell’asinello riuscisse contemporaneamente – anche solo in parte – la manovra inclusiva di cui sopra nei confronti dell’elettorato cristiano, il conflitto tra posizioni laiche e confessionali non farebbe che spostarsi da “destra” a “sinistra”. Dove si mescolerebbe con esiti esplosivi allo statalismo fiscale che alligna tra i progressisti.
Mentre gli americani dispongono del sistema politico più idoneo a far germogliare idee e contaminazioni sempre nuove e avvincenti, in Italia tengono banco la fusione fredda tra cattolici adulti e postcomunisti e l’utilizzo dell’identità cristiana a mo’ di bandierina politica micro-reazionaria. Sospiro.

Per saperne (molto) di più: Camillo, Alla conquista della West Wing, S’avanza uno strano liberal, I quattro candidati-ombra sulla riva del PotomacHillary sì, Hillary no e Metro-Republicans


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3 febbraio 2007

Il punto sulle bersanizzazioni/3

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Ma veniamo alle truffe realmente colossali, ché finora si è scherzato. Con il furto dei cosiddetti conti correnti “dormienti”, cioè inutilizzati da almeno dieci anni e automaticamente dati per abbandonati, il governo Prodi assumerà nella Pubblica Amministrazione dai 300 ai 350 mila precari. Che, sommati alle assunzioni programmate nel settore scolastico (150 mila in tre anni), significano un bacino clientelare pari a 500 mila unità. Per non tacere dell’indotto familiare che tale regalia di massa si trascinerà dietro: si parla in ogni caso di voti a centinaia di migliaia. Il bagno di statalizzazione così enumerato fa il paio con la strombazzata riforma del pubblico impiego, che l’esecutivo ha voluto includere nel suo piano di ristrutturazione del sistema-Italia in senso liberale. Quest’ultima parola, ormai sottoposta a un pauroso livello di pressione inflazionistica, grida vendetta per l’ennesima ferita infertale da un martellamento mediatico senza precedenti per mistificazione politica e diffusione di informazioni tendenziose.
Nel testo di riforma, la mobilità dei dipendenti è prevista solo se volontaria e il personale non dirigente è sottratto dalle valutazioni di efficienza e produttività, che riguardano comunque le strutture operative nel loro complesso, ma mai il rendimento dei singoli impiegati. Tali “verifiche”, lungi dall’essere affidate ad autorità esterne e imparziali, saranno condotte da Amministrazioni Pubbliche e sindacati, in palese conflitto d’interessi rispetto alla loro reciproca funzione di controllo.
L’input di sindacalizzazione negli apparati dello stato configura un enorme rischio per gli equilibri democratici – già piuttosto labili – dell’Italia. I controlli di efficienza e produttività si risolveranno in una massiccia “mobbizzazione” degli elementi non iscritti al sindacato, troppo reazionari, e nella prevedibile messe di favoritismi nei confronti degli sfaticati con la tessera giusta in tasca.
Si sente parlare, a buon diritto, di “cogestione sindacale dei poteri pubblici”: la concertazione dell’assetto degli organici e degli avanzamenti di carriera tra sindacato a Pubblica Amministrazione esibisce pesanti pregiudiziali di incostituzionalità. Essa violerebbe i principi della “imparzialità dell’amministrazione” (art. 97, comma 1) e dei dipendenti pubblici “al servizio esclusivo della Nazione” (art. 98, comma 1). Un golpe strisciante, in altri termini.
Per chiudere in bellezza, qualche nota sul fondo infrastrutturale (F2I) tenuto a battesimo da Tommaso Padoa-Schioppa nei giorni scorsi. Trattasi di società di gestione del risparmio nata lo scorso anno su iniziativa della Cassa Depositi e Prestiti. La Cassa ne detiene il 14%; Unicredit e Intesa/San Paolo hanno il 10% a testa; fondazione Cariplo, fondazione Cassa di Risparmio di Torino e fondazione MPS il 5,7% ciascuna. Stessa quota spetta a un consorzio di altre quattro fondazioni bancarie: CR di Bologna/Padova, Cuneo, Forlì e Rovigo. Il 3% va alla cassa previdenziale dei geometri. Può darsi che entrino nell’azionariato Lehman e un’altra banca straniera con il 15% a testa. La leva finanziaria permetterebbe al fondo di raggiungere anche i 10 miliardi di Euro di partecipazioni.
L’ex ministro Giulio Tremonti, ospite di Otto e Mezzo Martedì sera, difendeva il monopolio della mano pubblica nella realizzazione di infrastrutture di rete di interesse collettivo. Ma cifre tanto enormi possono significare soltanto il progetto di acquisire – in parte nazionalizzandoli – beni infrastrutturali già esistenti, non di costruirne ex novo. Questo IRI “frammisto” e consociativo fornirebbe una possente diga per marginalizzare l’impresa privata italiana e, nel contempo, darebbe corpo all’unico punto programmatico compiutamente formulato in quel casellario di anacoluti e sgrammaticature varie che è il maxi-programma elettorale dell’Unione: il conferimento al settore pubblico del controllo delle reti di distribuzione. Snam Rete Gas e la rete fissa di Telecom Italia – già adocchiata mesi addietro dal consulente prodiano Angelo Rovati – sarebbero le prime ghiotte prede del mega-consorzio. Ecco perché Antonio Catricalà, per conto dell’Antitrust, e Lamberto Cardia, in nome della Consob, si oppongono a una misura all’apparenza dettata dal buonsenso liberale come la separazione di rete (Snam) e distribuzione (Eni) in materia di risorse energetiche: temono che a un’implementazione anti-mercato se ne sostituisca un’altra ben peggiore. Ed ecco perché tante banche facoltose scelgono di impegnare i loro soldi a interessi verosimilmente più bassi di quelli di mercato: meglio incassare profitti bassi ma sicuri che alti ma incerti. Si fa all’italiana, per giunta, poiché molte delle risorse finanziarie provengono dai forzieri dello stato, che a sua volta si gode la supremazia su un fondo misto pur possedendone percentuali azionarie relativamente basse.
Confusione di cause ed effetti; uso spregiudicato della terminologia liberista davanti ai microfoni; sistematico riassetto degli equilibri di mercato in favore degli amici degli amici; il tutto dietro le parole d’ordine del peggior consumerismo all’americana, in cui si sostanziano le residue velleità di lotta di classe da parte di tanti tartufi baffuti.
Abrogare il “liberalismo” e riaprire l’era del liberalesimo: questa dovrà essere la prima autentica liberalizzazione politico-culturale del nuovo secolo.

Per saperne (molto) di più: Jim Momo, Così si puntella il regime, Riforma degli statali, una truffa clamorosa e pericolosaAltro che riforma, un attentato alla Pubblica Amministrazione e E intanto Prodi ricostituisce il suo impero pubblico.

                                                                                                       3.Fine




2 febbraio 2007

Il punto sulle bersanizzazioni/2

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Terzo e ultimo troncone, di gran lunga il più pingue, quello relativo agli imbrogli veri e propri. La liberalizzazione dell’erogazione dei carburanti si limita a colpire l’anello terminale – quello più debole – di una catena commerciale gravata solo in minima parte dal ricarico tariffario applicato dai benzinai. Il grosso del prezzo alla pompa, infatti, è determinato da oneri fiscali come tasse e accise. Questi ultimi investono pure le tariffe dei biglietti aerei, di cui le compagnie low cost non potranno più pubblicizzare gli importi netti. Un divieto che cerca di attutire la percezione della concorrenzialità dei voli economici presso l’utenza, nella malcelata intenzione di favorire anche su questo fronte Alitalia e i suoi prezzi spropositati. Nel ramo assicurazioni, l’abolizione del vincolo monomandatario per gli agenti agisce nuovamente a valle di una filiera che andrebbe riformata all’origine. L’esistenza di prodotti assicurativi obbligatori per legge – come l’RC auto – fa sì che le compagnie offerenti si facciano cartello, vanificando completamente la possibilità di distribuire polizze equipollenti di diverse “marche”, perché i prezzi rimangono grossomodo gli stessi per tutte. Il problema, per farla breve, sta precisamente nell’obbligo di sottoscrivere certe assicurazioni.
L’intervento del governo sui costi fissi di ricarica, poi, è forse la “sòla” per eccellenza del pacchetto Bersani-2. Risparmiando al lettore la solita tirata liberista sullo stato che si intromette nei prezzi autonomamente determinati da un’impresa privata, bisogna far presente che questa misura si dimostrerà sicuramente inefficace, in quanto i gestori di telefonia mobile si limiteranno a compensare il mancato introito da commessa forfetaria aumentando il costo orario delle chiamate. Il Ministero per lo Sviluppo Economico, inoltre, rivela un deficit di confronto documentale – preoccupante, nel contesto di un governo che fa della collegialità la sua cifra politica distintiva – con i dicasteri e le Authority coinvolti nelle sue iniziative. A Bersani sarebbe bastato prendere visione di un’indagine congiunta dell’Antitrust e dell’Autorità per le tlc, commissionata dal Ministero per le Telecomunicazioni durante la scorsa legislatura, per scoprire che dal ‘93 in Italia vige una tassa di concessione governativa sui contratti a bolletta. Il mercato italiano della telefonia mobile, a cui fa riferimento il balzello suddetto, è sbilanciato per quasi il 90% a favore delle carte prepagate per questo motivo, non a causa di chissà quale arcano complotto architettato dai gestori.
A proposito di tlc e Antitrust: per aver affermato l’ovvio, ossia che porre un tetto alla raccolta pubblicitaria di un’azienda che si occupa di...raccolta pubblicitaria equivale a limitarne i ricavi ope legis, Antonio Catricalà rischia di finire appeso all’infamante sospetto di intelligenza con l’odiata Mediaset berlusconiana. Il ddl Gentiloni, calcolando le quote di mercato occupate dai soggetti presenti nel circuito televisivo nazionale solo sulla base degli introiti pubblicitari, va giudicato alla stregua di una ritorsione mirata. Una legge seria ed equilibrata includerebbe nella platea di calcolo anche il canone RAI e gli abbonamenti della pay-TV, ma soprattutto liberalizzerebbe l’accesso alle frequenze televisive e privatizzerebbe per almeno due terzi la TV di stato. Vabbè, la speranza è l’ultima a morire.
Simile alla fregatura rifilata al grande pubblico sui costi fissi di ricarica telefonica è l’abolizione della commissione bancaria di massimo scoperto. Da profano: è un costo fisso applicato a un prodotto bancario che implichi, per l’appunto, uno scoperto di conto corrente. Una nota trionfale di Adusbef e Federconsumatori quantifica i benefici del provvedimento in 40,9 miliardi di Euro “scippati ogni anno con artifizi e raggiri, nonostante sentenze di Cassazione”. Peccato che gli istituti di credito abbiano solo l’imbarazzo della scelta, ove decidano di adottare contromisure tecniche per far fronte al venire meno di un ricavo accessorio. Gli basta applicare tassi di interesse più elevati o escogitare nuove commissioni fisse, ad esempio, e il gioco è fatto.

Per saperne (molto) di più: Carlo StagnaroLiberalizzazioni (con annessa lenzuolata scritta per Il Giornale); PhastidioLiberalizzazioni alle vongole: la commissione di massimo scoperto e Rieducare Catricalà


2.Continua




1 febbraio 2007

Il punto sulle bersanizzazioni/1

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Da spassoso che è quando si riduce al consueto, puerile florilegio di estrapolazioni saccheggiate all’avventuroso milieu di “padri nobili” (Locke, Jefferson, Tocqueville, Stuart Mill, talvolta perfino Von Hayek) allestito alla misera bisogna relativista d’oggigiorno, il continuo richiamo ai punti qualificanti della cultura politica liberale da parte della sinistra postcomunista, ora che dovrebbe avvalorare sul piano teorico una concreta azione di governo, sta facendosi vieppiù irritante. Proviamo dunque a riepilogare lo “stato di avanzamento” maturato dal programma unionista di liberalizzazioni alla data odierna.
Prima di tutto viene il capitolo “pietra sopra”. I servizi pubblici locali: benché l’annunciato ddl Lanzillotta prometta di occuparsene nel dettaglio, la piaga del mini-statalismo periferico in capo alle aziende municipalizzate richiederebbe una terapia d’urto che, data la coloritura politica di circa il 75% degli enti locali italiani, sarebbe ingenuo aspettarsi da questo governo. La cura da cavallo antidirigista – ossia la minaccia di tagliare i trasferimenti ai comuni, alle province e alle regioni che si rifiutino di diminuire drasticamente le loro partecipazioni ai capitali delle municipalizzate – non verrà certo somministrata da un esecutivo che sta ai nostri amministratori locali come la Chiesa sta ai suoi vescovi, se ne può stare certi. Le poste: il settore è semplicemente blindato, senza contare il conflitto di interessi tra i ministeri delle Comunicazioni e del Tesoro, che si spartiscono l’agenzia postale nazionale in regime di comproprietà. Va ricordato che è la Comunità Europea a imporci di liberalizzare i servizi postali entro il 2009. Il trasporto aereo: per rendere la compagnia di bandiera più appetitosa in vista della sua ormai prossima messa all’incanto, il ministro Bianchi ha deciso non solo di non aprire un mercato già molto protetto in partenza, ma di chiuderlo ulteriormente. Oltre a voler limitare le tratte percorribili per i competitori stranieri, il governo si riserva inoltre di “recuperare un più attivo ruolo di indirizzo e di controllo” su tutto il comparto.
Viene poi il turno delle grandi incompiute. Corporazioni professionali: l’abolizione dei limiti massimi e minimi alle tariffe – seppure contrastato da circolari interne fatte girare dagli Ordini, nelle quali si esortano i professionisti ad attenersi al rispetto del “decoro” nel dimettere gli onorari – e del divieto di pubblicità costituiscono senza dubbio dei passi avanti nella giusta direzione. Ma sono due provvedimenti che non si propongono nemmeno alla lontana di sciogliere il nodo davvero cruciale nella disciplina delle professioni in Italia, cioè la sostituzione degli Ordini con una pluralità di libere associazioni. Licenze delle auto pubbliche: buona l’idea di aprire il mercato dei taxi per decreto, ma la materia – stante la riforma del Titolo V della Costituzione voluta dalla sinistra – rimane di competenza locale. E i sindaci, per scongiurare vertenze di categoria che si preannunciavano prolungate e defatiganti, hanno ripristinato i privilegi sibaritici appannaggio dei tassinari.

Per saperne (molto) di più: Carlo StagnaroLiberalizzazioni (con annessa lenzuolata scritta per Il Giornale)


1.Continua




16 novembre 2006

Laicità e diritto naturale, ovvero: del cortocircuito giacobino

Con un post di ieri, Jim Momo torna su un tema che costituisce il nerbo stesso del radicalismo, sintetizzando con agilità la forma mentis del liberal. Essa spinge il liberalismo classico oltre la neutralità dello Stato nei confronti delle molte possibili opzioni morali confessionali, arrivando a predicare la totale separazione tra diritto positivo ed etica pubblica. La legge è conseguenza del costume o viceversa? Le parole traggono senso dalle cose o viceversa? L’ordine della storia emerge dalla storia dell’ordine o viceversa? Federico Punzi sembra non avere dubbi: viceversa. Alcuni passaggi salienti della sua riflessione:

 

“La laicità è una concezione non autoritaria e non etica del diritto, un metodo che respinge qualsiasi pretesa di dare un fondamento etico o uno scopo educativo alla legge, provengano esse dalla Chiesa, dai partiti, o da qualsiasi normale cittadino che intenda trasferire la sua etica «buona» in leggi per tutti. [...] Il processo deliberativo democratico che porta alla produzione delle regole della nostra convivenza dovrebbe rimanere off-limits per schemi morali e ideologici che tocchino, limitandole, le libertà individuali, qualunque sia la loro origine. [...] la laicità, quella «nuova», non si contrappone alla religione così, per gusto, per vezzo anti-religioso, bensì a qualsiasi pretesa, confessionale o ideologica, di monopolizzare l'etica pubblica, negando pari dignità morale ad altre visioni etiche della vita. [...] è davvero laico solo lo Stato che non assuma per legge alcuna visione etica, neanche su temi come la famiglia, il sesso, o la scienza; e in generale non attribuisca alle leggi, al diritto positivo, alcuna funzione «educativa»".

 

La scissione di contestualità tra la legge e il bene è però un iperuranio platonico, un’utopia senza approdo, forse una meta cui tendere indefinitamente – non certo un indirizzo giuridico realmente praticabile. Il bene, il buono e il bello attirano in forme e modi differenti ciascun individuo senziente, perciò generano la necessità di comporre i conflitti intersoggettivi che sorgono da tale contrasto di finalità. La composizione delle vertenze scatenate dall’egoismo intrinseco alla coscienza isolata, è vero, deve avvenire il più possibile attraverso quel “miracolo profano” che è la contrattazione, cioè l’unica dialettica che permetta di portare liberamente a sintesi un insieme di due o più volontà in lotta. Ma, per quanto il terreno della prassi contrattuale possa essere – auspicabilmente! – ampio e percorribile al massimo grado, il perimetro che lo delimita non può non trovare recinzione in presupposti logici senza i quali la contendibilità divorerebbe se stessa, sprigionando un paradosso dopo l’altro.
Il divieto di poligamia, di schiavitù, di omicidio, di furto, presidiano altrettanti capisaldi etici irrinunciabili, per sistemi politici fondati su principi validi erga omnes – dunque costanti nel tempo e indisponibili alle fantasie giuspositiviste di questo o quel legislatore. È contro logica pensare che possa svilupparsi un’autentica contrattazione laddove manchino basilari precondizioni di equità tra le parti in trattativa, quali la libertà di scelta e l’assunzione bilaterale di impegni vincolanti. Perciò alcuni diritti appartengono all’individuo di specie umana in quanto tale, non sono materia su cui poter mercanteggiare e, soprattutto, mantengono la loro validità anche senza previo accordo tra il titolare di questa “polizza di garanzia” e il suo prossimo. In un sistema basato sull’uguaglianza tra uomini e donne non sono ammesse discriminazioni sessiste, nemmeno se compiute su base volontaria, dunque no alla poligamia. In un sistema basato sulla libertà quest’ultima, stando a quanto si è appena detto, non è un bene disponibile al mercimonio, dunque no alla tratta degli schiavi. In un sistema basato sul diritto alla vita e alla proprietà sono poi vietati il furto e l’omicidio. Il tutto in un quadro normativo all’interno del quale la giurisprudenza inerente i danni materiali fa il paio con quella riguardante i danni morali, s’intende. Se fossero messi in discussione anche questi argini logici supremi, non esisterebbero il libero mercato e la contrattazione, giacché la volizione non conoscerebbe il freno della giustizia applicata.
La laicità è la modalità funzionale della democrazia, nel senso che permette di alleggerire la convivenza associata da restrizionismi confessionali immotivati - ossia ispirati al rispetto di codici comportamentali non necessariamente coincidenti con l’etica pubblica – lasciando lo spazio civico a disposizione di una pluralità di concezioni morali. Pertanto il non cattolico non dovrà osservare la castità prematrimoniale, il non islamico non dovrà digiunare durante il Ramadan, il non induista non dovrà rispettare la suddivisione sociale in caste e così via. Ma a nessuno sarà concesso obiettare ai diritti essenziali che determinano una cittadinanza comune. Il peccato non è necessariamente reato, in altre parole, ma il reato è quasi sempre anche un peccato. Ha ragione Punzi, quando conclude:

 

“[...] non facciamo del relativismo sul concetto di laicità. Essa ha un contenuto, non è solo forma, ovvero la sua forma è contenuto. E prende forma nella libertà, nella supremazia della ragione, nella democrazia, nell'individuo quale elemento centrale ed insostituibile del mondo in cui viviamo”.

 

Ciò significa che la democrazia è informata da una struttura di significato, che ne definisce i contorni operativi e attuativi. Lo stato – l’utente collettivo della laicità siffatta – è quindi “etico” nel suo stesso funzionare laicamente, perché difende sempre un confine tra il lecito e l’illecito.
Le etiche sono però molteplici. Quella genuinamente liberale e libertaria è l’etica individualista, che prevede l’intervento dell’autorità solo a posteriori, nei casi di totale inconciliabilità tra le rivendicazioni dei privati: è il paradigma a monte della common law anglosassone.
Dal canto suo il diavolaccio collettivista si nasconde nei dettagli, tra un inciso e l’altro. In verità non stupisce affatto, a margine del commento di Jim Momo sulle elezioni di midterm, leggere che “la democrazia non sarà bella o buona, ma è utile, serve, in una qualche misura funziona”. Il cortocircuito utilitarista esemplificato da questa estrapolazione è biforcuto. Da un lato, infatti, mette l’una contro l’altro una procedura (la democrazia) e il suo modo di funzionamento (la laicità), affermando una pura formalità della prima disarmonica con la (anche) sostanzialità del secondo. Dall’altro antepone l’«utile» per molti, stabilito a priori in via autoritativa, al «buono» per il singolo, passo terminale di una libera contrattazione. Con ciò, paradossalmente, sposando proprio la “concezione autoritaria del diritto” che fa tanto orrore a Jim Momo.
Questa apparente contraddizione non deve sorprendere più di tanto. La “nuova laicità” a cui fa riferimento Punzi è un pervertimento totalitario della vecchia. Si tratta di un’atavica tentazione umana: prendersi una vacanza dalla vita, uscire dal tempo, dimenticare responsabilità, legami e doveri, nella smisurata presunzione di avere una “seconda patria” in cui tutto ciò che si fa deve essere gratuito e innocente a norma di legge positiva (equanime nel riconoscere “pari dignità”, cioè corso legale, a qualunque “visione etica della vita”). È la dittatura dell’Io, che scambia la coscienza per la sorgente della legge morale, mentre casomai è nella coscienza che avviene l’incontro tra l’Io e la legge morale.
Storicamente, tale “totalitarismo interiore” ha aperto la strada alle peggiori dittature: si pensi solo alle conseguenze di Weimar, repubblica ideale per ogni liberal che si rispetti. Il larvato utilitarismo in salsa radicale, quindi, lungi dal difendere la vera libertà, prepara un nugolo di piccole tirannidi individuali a cadere esauste ai piedi del monarca assoluto, al quale domandare in ginocchio la soddisfazione che giammai si ottiene nella mortale illusione di bastare totalmente a se stessi.




3 ottobre 2006

Più tasse per tutti. E più inflazione

Dietro l’esangue coloritura retorica che tratteggia sul filo della “giustizia sociale” i comunicati stampa governativi a latere della Finanziaria 2007, il ventaglio di finalità socio-politiche perseguite dal (poco) vice (e molto) ministro Visco reca il segno di un impianto ideologico votato ad una visione d’insieme affatto dissimile dal laburismo puro e semplice. Essa, fondendo il socialismo classico e la lezione keynesiana (limitatamente ai provvedimenti da adottare durante i cicli recessivi), vede l’applicazione delle teorie “marginaliste” come l’espressione di una lotta di classe al contrario, combattuta dai pochi ricchi padroni contro i molti deboli subordinati.
Prima di approfondire ulteriormente questo aspetto, è il caso di illustrare i numeri della manovra varata tra sabato e domenica dal Consiglio dei Ministri. La Finanziaria 2007 vale 33,4 miliardi di euro. Di questi, 14,8 sono destinati al risanamento dei conti pubblici (la discesa al 2,8% nel rapporto deficit/PIL) e i rimanenti 18,6 al rilancio dello sviluppo. Secondo il governo, 18 miliardi dovrebbero arrivare da un aumento della pressione fiscale e 15 da tagli alla spesa più o meno strutturali. A dire il vero, quest’ultima cifra sta già suscitando una ridda di reazioni tra il serio e il faceto: le minori uscite, infatti, sembrano composte solo da una serie di decentramenti della leva tributaria perlopiù occulti. Secondo un articolo pubblicato su lavoce.info e ripreso da Il Foglio di oggi, la manovra prodiana potrebbe contare sulle entrate per l’84% del suo importo totale.
Gli enti locali sopportano minori trasferimenti per un totale di 4 miliardi e 300 milioni, stanti però il ripristino delle quote addizionali sull’Irpef (abolite dal precedente governo) e il mantenimento della libera modulazione dell’Ici. Per cui, su questo versante, mettere a bilancio sotto la voce “tagli” un introito fiscale stornato alla tassazione periferica appare come un espediente contabile in stretto rapporto di parentela più con la tanto derisa “finanza creativa” che con l’idea di “serietà al governo”. Lo stesso dicasi per i tagli alla sanità, in parte compensati da una stretta sui ticket pari a 6-700 milioni di euro e comprensivi delle passività accumulate dal sistema sanitario l’anno scorso. Ma riallocare titoli di debito non significa averne evaso il pagamento: questo genere di operazioni va sotto il nome di cartolarizzazione. Cioè, guardacaso, proprio il cavallo di battaglia del “colbertista creativo”, Giulio Tremonti. Anche l’intervento sul Tfr rientra nell’ambito dell’appianamento di sofferenze mediante il loro discarico dal settore pubblico a quello privato. I soldi accantonati per la liquidazione sono un debito che le imprese contraggono con i loro dipendenti. Sottrarli al tasso agevolato di maturazione per lanciare un salvagente all’Inps equivale, da un lato, a riaffermare il principio secondo cui il dissesto delle casse statali (provocato da politici irresponsabili e da personale largamente improduttivo) è un problema del cittadino-schiavo e, dall’altro, ad assegnare agli istituti di credito il ruolo di monopolisti del finanziamento – a tasso tutt’altro che di favore – all’impresa.
Altri numeri e considerazioni in diretta da questo post di Jim Momo:

 

“Avete un'auto? Il bollo aumenta. Vivete in una casa in affitto? Più tasse sugli affitti. Siete giovani, ai primi lavori, pochi euro e contratto parasubordinato? Pagherete più contributi. Lavorate in proprio? Più contributi lo stesso. Siete dipendenti a tempo indeterminato? Uno 0,3% in più lo versate anche voi. Guadagnate 75mila euro l'anno lordi? Pagherete più Irpef. Ne guadagnate solo 40mila? Fa lo stesso. Avete investito i vostri risparmi sul mercato finanziario? Più tasse su Bot e titoli. Nel tritacarne ci siamo finiti proprio tutti, per un verso o per l'altro.
Tasse è la parola chiave della Finanziaria. I leader dell'Unione hanno mentito in campagna elettorale, assicurando che non sarebbero state ritoccate le aliquote Irpef.
Non solo a partire dai 75mila euro, le aliquote di tutte le fasce di reddito sono state riviste al rialzo. Sono 11 milioni i contribuenti colpiti dagli aggravi: i 9 milioni che hanno un reddito tra 15mila e 26mila euro passano dal 23 al 27% (tra i 26mila e i 28mila euro, invece, si cala dal 33 al 27%); un milione e mezzo di contribuenti che guadagnano tra i 28mila e i 33.500 euro passa dal 33 al 38% (tra i 33,500 e i 55mila si cala impercettibilmente, dal 39 al 38%); altri 600 mila contribuenti, con reddito tra i 55mila e i 75mila euro, passano da un'aliquota del 39 a una del 41%; infine, per i 250 mila compresi tra 75mila e i 100mila euro di reddito l'aliquota passa dal 39 al 43%. Questi ultimi, si è detto, sono solo l'1,5% dei contribuenti, ma ciò non fa che confermare il sospetto che centinaia di migliaia di contribuenti facciano di tutto per evitare di comparire in quest'ultima fascia. Quelli che vi rimangono, gli unici che per onestà o per obbligo subiscono il salasso, da questa rimodulazione vengono tartassati ancor di più, con il rischio concreto che comincino a chiedersi: "Ma chi me lo fa fare?".
Lo stesso Prodi ha ammesso che la soglia di un effettivo risparmio fiscale si colloca intorno ai 40mila euro lordi. Per i redditi inferiori l'aumento delle aliquote sarebbe compensato dalle detrazioni, mentre al di sopra dei 40 mila euro di reddito esse comunque non ripagano dei soldi sborsati per l'aumento dell'aliquota. Ma attenzione: vi dicono che quanti guadagnano tra i 1.500 e i 1.800 euro netti al mese risparmieranno tra i 43 e i 61 euro di tasse, sempre al mese, ma ciò vale solo per un lavoratore dipendente, con moglie e due figli a carico (sotto i tre anni). E per tutti gli altri? Aliquota più alta e detrazioni minime o inesistenti. [...]
Ai lavoratori ciò che viene restituito con la riduzione del cuneo fiscale viene in parte prelevato con l'aumento dei contributi, che colpisce tutti: 3 punti percentuali per i parasubordinati, 2 per i milioni di lavoratori autonomi, e uno 0,3% per tutti i dipendenti. Viene innalzato al 20% il prelievo su Bot, plusvalenze azionarie e compravendite di titoli. Anche ai redditi da affitto verrà applicata un'aliquota del 20%, ma non si vede come questo aumento dovrebbe favorire l'emersione contro gli affitti in nero. Diviene obbligatoria, senza distinzioni per zona, la polizza anti-calamità sulla casa, con relativo effetto distorsivo, come già l'obbligatorietà della Rc auto, del mercato assicurativo a danno dei consumatori.
[...] Oltre a questa gran massa di aumenti fiscali, ciò che è più grave di questa Finanziaria è che non prevede - nonostante il Governo si fosse impegnato con il Parlamento nel Dpef - riforme strutturali e incisive della spesa pubblica in nessuno dei quattro pilastri fondamentali: pubblico impiego, pensioni, enti locali, sanità. I sindacati vedono raddoppiati, rispetto al «tetto invalicabile» posto inizialmente da Padoa Schioppa, i fondi per il rinnovo dei contratti dei dipendenti pubblici, ancora da negoziare. Invece di licenziare i «fannulloni», il Governo prepara aumenti di stipendio a pioggia, in alcun modo legati alla produttività.”

 

Per riallacciarsi alla tematica di apertura, va aggiunto solo che lo sparuto “mercatismo di sinistra” – professato da radicali, popolari margheritini e destra Ds sotto l’egida del comune idolo Francesco Giavazzi – si richiama sì all’utilizzo di strumenti giusti, ma per i motivi sbagliati. Motivi di sinistra che, semplificandone il tracciato argomentativo per ragioni di sintesi, convergono sulla convinzione che diminuire le tasse, combattere l’inflazione e agevolare l’iniziativa individuale siano misure funzionali a “stimolare i consumi”, agendo quindi sul lato della domanda. Cioè ad intervenire sulle dinamiche macroeconomiche in completa unità d’intenti col social/Keynesiano Visco, il quale tassa i padroncini e abbatte il cuneo fiscale con lo stesso obiettivo. Occorre sgomberare il campo dal suddetto equivoco una volta per tutte: l’effetto Laffer, conseguenza pratica delle teorie di economisti come Von Mises, Von Hayek e Milton Friedman, ha lo scopo di incentivare l’offerta.
Abbassando la pressione fiscale anche e soprattutto sui quintili di reddito numericamente più esigui ma quantitativamente più elevati, sciogliendo nel contempo l’abbraccio mortale tra padronati industriali e cartelli sindacali, un’azione politica siffatta si prefigge di agevolare il capitalista nell’offrire lavoro e nel reinvestire gli utili netti, ma non solo. Essa vuole anche spingere il dipendente ad offrire più forza lavoro, meglio remunerata e maggiormente protratta nell’arco della giornata lavorativa e della vita professionale. Senza contare lo sviluppo della propensione al risparmio – vale a dire il contrario del consumo immediato – che questo orientamento politico punta a favorire. Il motivo del perché tale piattaforma economica, storia degli ultimi trent’anni alla mano, sia stata sposata nella totalità dei casi dal polo conservatore sta tutto nell’agile riepilogo dei suoi fondamentali.
Uno stimolo della domanda, d’altro canto, si può ottenere anche con strumenti di minor costo sociale iniziale della deregulation – abbassando i tassi nominali d’interesse, ad esempio. Ma sempre – e qui casca invariabilmente l’asino per le sinistre di ogni ordine e grado – con l’infausta conseguenza di generare spinte inflazionistiche. Perché la domanda deve essere conseguenza di un accrescimento dell’offerta, non viceversa. Il taglio del cuneo fiscale, nella fattispecie, viene ripartito alle imprese per il 60% e ai lavoratori per il 40%, con un duplice risultato.
Primo, si premia l’industria adoperando il criterio della stazza, variabile spesso campata su molteplici rendite di connivenza col potere sindacale e politico; per di più mentre il comparto imprenditoriale di grosso calibro non manifesta la benché minima intenzione o capacità di incrementare il valore aggiunto dei suoi asset. Secondo, si aumentano le retribuzioni nette dei dipendenti mantenendo invariata la loro produttività. Non ci vuole un premio Nobel per individuare un focolaio di inflazione in un intervento del genere. L’accresciuta domanda, oltre che sull’andamento dei prezzi al consumo, si scaricherà anche sul commercio con l’estero, specialmente con le economie emergenti. Più tasse, più inflazione, ma anche più Cina per tutti, dunque. Io sarei d’accordo – al netto di una politica commerciale attivamente impegnata a far rispettare poche, chiare regole di base, naturalmente – ma, a quanto mi risulta, gli indirizzi programmatici dell’Unione erano altri. Forse qui basta dire “più balle per tutti”, per capire come gira l’antifona.
Stamattina apprendiamo tutti con sollievo che Visco e Padoa-Schioppa promettono di abbassare le tasse dal 2008. Riprendendo uno dei leitmotiv umoristici che il barzellettiere Rutelli amava spendere nell’agone preelettorale di Ballarò, si potrebbe rispondere loro: e noi, allora, vi votiamo nel 2008.


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