.
Annunci online

  Ismael [ Il superstite del Pequod ]
         
















Non te lo chiedo per favore: non calpestarmi







Perduta nazione, avito suolo
Isole tra i monti, strade pei mari
Unico asilo ed eterno conforto
Per te prosperiamo
Liberi e reverenti





Due che hanno visto giusto





La situazione mediorientale spiegata
meglio che in mille editoriali





In memoria di Diamond
"Dimebag" Darrell
, e di tutti gli
interminabili pomeriggi di
gioventù trascorsi a sgomitare
sotto la sferza selvaggia
della sua chitarra!





Where I belong:



Il movimento liberale giovanile fondato e presieduto da Francesco Lorenzetti



Edoardo Ferrarese

Crea il tuo badge


Testate, think tank & community:





















Direttore Giancarlo Loquenzi
















































MY BEST SHOTS:

Meglio il Saruman monetarista
o il Sam vegetariano?

Sul proporzionale

Un sindaco efferato

Mineo-gate

La verità ribadita.
Grazie alla blogosfera


Le fiamme sopra Parigi

Religione e omosessualità -
Condannati per reato d'opinione


Buon anno e felice Epifania
con l'intemerata
laica-ma-non-laicista


Ipocralismi
(ipocrisie e moralismi)


Il sofferto capolavoro
di Arik


Munich

Jimmy, Fini e i joint

Il Programma dell'Unione:
non si fa, si fabbrica


Jin-Roh - Uomini e lupi

Cento domande sull'Islam

Il Caimano

Buona la seconda

Cinque minuti a mezzanotte

After-midnight abstracts

Martini l'apostata

Hanno già ricominciato
a farci "ridere"


What is the Matrix?

Federalismo e Democrazia

La riserva è scesa in campo

La Signora delle contumelie

Mimmu 'u Guardasigilli

Il Codice da Vinci

La lussazione

Pensierini bioetici

Referendum day...
compromission day


Centrodestra, anno zero

Padoa-Schioppa VS Bersani:
vince la politica

Paths of Glory -
Ciò ch'è fatto è reso


La guerra infinita,
l'ipocrisia al governo

United 93

Multilateralismo dalemiano:
molta astuzia, poca prospettiva

8 Settembre,
festa degli ondivaghi


Com'era il mondo

Propaganda welfare

La semplicità del Papa

Telecomgate, Prodi poteva
non sapere. Non è
la prima volta


Tra il Dio incarnato
e il Dio incartato


Più tasse per tutti.
E più inflazione

Miami Vice

Ipotesi su Gesù

Buona l'anima,
malo il vino


USA 2006:
l'America plurale


Laicità e diritto naturale,
ovvero: del cortocircuito
giacobino


La mossa del Casini

Né bio né equo
né solidale. Quindi
massimamente etico


Apocalypto

Pannella e la morte
per procura


Fassino, le sberle, la rivincita

Tri-dazer

"Prodienko": torti e ragioni

L'antiPACStico

Uno sguardo all'America
del prossimo futuro


Or sono tre anni

Come Prodi
cadono le foglie al vento


Life to lifeless

Proibizionismi all'orizzonte?

Ennesima political compass

A New Republic

300

Uomini, caporali
e parlamentari


Immigrazione e libertà

L'innatismo dei predestinati

Libertari o gobettiani?

Sarko e Silvio

Cronache straboscopiche

Sex Crimes & the Vatican

Michela Vittoria Brambilla

La valanga veronese

Gods of Metal 2007

Se Milano piange,
Parma non ride


Gianfranco, Daniela
e il  moralismo farisaico


Un altro partito liberale?
No, grazie


La battaglia che fermò
l'impero romano


Harry Potter 5

Mario e i miglioristi sognatori

L'Arciprete e il Cavaliere

Scemenze che vanno distinte

Cor magis tibi Sena pandit

Gli interrogativi di Walter

Il liberismo
è davvero di sinistra?


Fenomenologia del Grillo

Le cronache
del Ghiaccio e del Fuoco


Liberalismo

Eutanasia in progress

Rivalutiamo pure Hobbes,
ma solo oltre confine


Rosmini for dummies

Sapessi com'è strano/
morire democristiano


La Libertà e la Legge

Bioetica
autunno-inverno


Il caso Bianzino

Luigi Sturzo for dummies

Papa e Sapienza,
Fede e Ragione


USA 2008: Mac is back!

I figli di Hurin

Aborto all'italiana

Urbanistica di cronaca
e di mercato

Contro le tasse

Liste del Pdl:
guardiamo la luna,
non il dito


Cattolicesimo,
protestantesimo
e capitalismo


In difesa di Darwin/
Dimenticare Darwin


Multiculturalismo o razzismo?

Coerenza o completezza?
Il caso delle norme edili


Il teatrino fa comodo a tutti

Un'impronta illiberale?

La scelta di Eluana

La fine dell'economia

Il Cavaliere Oscuro

Il quoziente etico

Fallitalia

Quel che resta della crisi

 
 
 
 
 
 
 
 
 
Liberalizzazioni:
cosa resta da fare?

#1  #2


Il punto sulle bersanizzazioni
#1  #2  #3


Un giorno di libertà
#1  #2  #3


Metabio(gen)etica
#1  #2  #3  #4


Per il bene dell'Italia
#1  #2  #3  #4  #5
#6  #7  #8  #9  #10 


IsmaelVille
#1  #2  #3  #4  #5
#6 #6.1 #7  T13


Spigolature internautiche

"Uòlter Veltroni
a tajà er nastro
so' tutti bboni"

            by Giggimassi


"Far l'amore
col preservativo
è come fare il bagno
con lo scafandro"

                (Anonimo)


"Non sono né del partito
rivoluzionario né del
partito conservatore.
Ma tuttavia e dopotutto
tengo più al secondo che al
primo. Infatti dal secondo
differisco nei mezzi
piuttosto che nel fine,
mentre dal primo differisco,
insieme, nei mezzi e nel fine.
La libertà è la prima delle
mie passioni. Questa è la
verità"


      Alexis De Tocqueville
                    (by Zamax)


"Se Dio si candida,
lo stolto pensa alle elezioni
invece che al problema
dell'elezione"


            Giuliano Ferrara


"Io credo soltanto nella parola.
La parola ferisce, la parola
convince, la parola placa.
Questo, per me, è il senso
dello scrivere"


                    Ennio Flaiano
                (by Il Paroliere)


"L'ideazione di un sistema
resistente è atto creativo
che solo in parte si basa su
dati scientifici; la sensibilità
statica che lo determina, se
pure necessaria conseguenza
dello studio dell'equilibrio e
della resistenza dei materiali,
resta, come la sensibilità
estetica, una capacità
puramente personale, o per
meglio dire il frutto della
comprensione ed assimilazione,
compiutesi nello spirito del
progettista, delle leggi
del mondo fisico"


                       Pier Luigi Nervi
(Scienza o Arte del Costruire)


"L'unica cosa necessaria
per il trionfo del male
è l'inerzia dei buoni"

                         Edmund Burke
              (by Torre di Babele)


"Un governo così grande da
darti tutto quello che vuoi
è anche abbastanza grande
da toglierti tutto quello che hai"


               Barry M. Goldwater
          (by Retorica e Logica)


"L'amore è donare quello
che non si ha a qualcuno
che non lo vuole"


                     Jacques Lacan
                       (by Bernardo)


"Sono un conservatore nel
senso inteso da Hannah Arendt,
che si preoccupava della
preservazione del mondo.
Oggi comunque non c'è più
ordine costituito, ma solo
un cambiamento costituito.
La nostra sola tradizione è
il progresso. Viviamo in nome
del movimento e del
cambiamento continuo.
In questo contesto, io mi
considero un rivoluzionario,
perché ormai la sola
rivoluzione possibile è quella
che interrompe le derive
contemporanee"

               Alain Finkielkraut
                            (by Temis)


"Parliamo di politica:
quando si mangia?"


                 Alberto Mingardi


"Quella delle domeniche
a piedi è una messa rosso-
islamica, basata sulla nostalgia
del bel tempo della austerity
'regalataci' dall'Opec nel 1973.
E' un rito di espiazione e
autoflagellazione, direbbe un
Ernesto De Martino. E' una
autopunizione per aver pensato
di andare in auto a casa della
mamma, direbbe Freud. E' una
purga rivoluzionaria per
distruggere i beni di consumo
e tornare al valore d'uso,
direbbe Karl Marx"


                  Paolo Della Sala


"Quando uno conosce bene
una cosa se ne ha a male
se qualcun altro ne parla"


                          by Cruman


"Il vero conservatore sa che
a problemi nuovi occorrono
risposte nuove, ispirate a
principi permanenti"


             Giuseppe Prezzolini
  by Camelot Destra Ideale


"Una donna lo sa: le donne
adorano odiarsi. E' una cosa
vezzosa, niente di grave: solo
un po' di veleno qua e là, uno
sgambetto un sorriso e una
pugnalata alle spalle.
Non possiamo resistere"


              Annalena Benini


"Gli elettori delegano
il peccato ai potenti, così
possono immaginare
di non essere colpevoli
di nulla"


          Paolo Della Sala, again


"L'utilitarista deve nascondere
giudizi di valore da qualche
parte, per prendere decisioni
in base al suo principio,
e la teoria morale che ha
non è quindi l'utilitarismo,
ma lo specifico criterio
decisionale adottato"


                          LibertyFirst


"Non c'è più nessuno
a cui sparare, signore.
Se si tratterà solo di
costruire scuole e ospedali,
è a questo che serve l'esercito?"


                   Michael Ledeen


"L'idealista è uno che,
partendo dal corretto
presupposto che le rose hanno
un profumo migliore dei cavoli,
usa le rose per fare la zuppa"


                  Antonio Martino


"Sono sempre i migliori
ad andarsene dai forum"


                           Malvino


"Sapientia deriva da assaporare,
serve altro commento che non sia
mettere in moto il pensiero,
il ragionamento critico
come sapore delle cose?"


                                 adlimina


"Se gli economisti fossero
in grado di prevedere l'economia
non sarebbero tali, cioè non
avrebbero bisogno di insegnare
per sbarcare il lunario"


                            Mario


"Chi è sovente accigliato,
chi alza spesso il ditino
ammonitore, chi giudica
severamente il mondo
è uno che nel mondo
ci si trova male"


                             Gianni Pardo


The unprofessional blog

L'autore dichiara apertamente
che gli audaci parti del suo
intelletto avrebbero bisogno
del conforto di dottrina
specialistica in più materie,
nessuna delle quali minimamente
padroneggiata: pregasi notare
- sia ricordato qui una volta
per tutte - che di siffatti
scrupoli accademici è
privilegio della corporazione
dei dilettanti infischiarsene
allegramente (TNX Zamax)


Disclaimer
A norma della legge 62/2001
questo blog, aggiornato senza
periodicità, non è una testata
giornalistica né un prodotto
editoriale.
L'autore dichiara di non
essere responsabile dei
commenti inseriti nei post.
Eventuali commenti dei
lettori, lesivi dell'onorabilità
o dell'immagine di persone
terze, non sono da attribuirsi
al titolare.


Copyright
Tutti i testi presenti su questo
blog, salvo dove diversamente
indicato, sono da considerarsi
proprietà intellettuale
dell'autore. Senza il consenso
esplicito del titolare, è vietata
la riproduzione totale o parziale
di tali contenuti a scopo di lucro.
Il mancato rispetto di queste
indicazioni sarà perseguito
in sede legale, secondo i termini
previsti dalle leggi vigenti.


Creative Commons License
Questo/a opera è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons.

Wikio - Top dei blogs - Politica


15 novembre 2011

Anche la speme fugge i sepolcri?

Probabilmente si rivelerà un’orazione funebre prematura, se non altro per l’insolente audacia con cui l’uomo ha ripetutamente mostrato di sapersi reinventare, ma trovo lo stesso che valga la pena di spendere qualche riflessione sul lascito della vicenda berlusconiana sin qui.

Il bilancio da trarre – specie per chi, come me, ha creduto in ogni occasione utile alla scommessa del Cavaliere – si diparte da voci molto poco materiche ma, nondimeno, perviene a saldi assolutamente concreti. Innanzitutto: in cosa è consistita la sfida lanciata dal capopopolo di Arcore, se ne proiettiamo la sostanza in una dimensione simbolica? Se il pensiero corresse pedissequamente alle corrive giaculatorie sulla (incompiuta) “rivoluzione liberale”, esso finirebbe immediatamente in un vicolo cieco. L’afflitto richiamo all’ormai mitologico “spirito del ‘94”, proveniente anche e soprattutto da commentatori più delusi che ostili, lascia trasparire l’indebita derubricazione di un disegno sistematico, finalizzato a trasformare radicalmente il rapporto tra politica ed elettorato, ai “motti di sintesi” prescelti nell’intento di anticiparne alcuni possibili sviluppi (meno tasse per tutti, meno stato più mercato, e così via). Non occorrevano particolari virtù precognitive, ad ogni buon conto, per sospettare che, amaggior ragione dopo la disfatta referendaria sulle riforme istituzionali, un ulteriore eventuale mandato berlusconiano avrebbe avuto carattere residuale, specialmente sotto il profilo dello slancio riformatore.

No, il cuore dell’iniziativa forzista (in passato, quando l’impulso appariva giovane e forte) e pidiellina (oggi che è moribondo, almeno a detta del giornalista collettivo) pulsava sul piano intensionale – scritto proprio così, con la esse. In altre parole, tra mutevoli fortune, Silvio Berlusconi è stato in grado di proporre una piattaforma politica intrinsecamente “in credito” con le alternative, anche senza il completo beneficio della controprova e/o davanti all’evidenza di promesse in larghissima misura disattese. Le scaturigini di questo capitale reputazionale detenuto a priori, di questa attendibilità congenita, si appunta(va)no al ben preciso archetipo incarnato dall’ex premier. L’epica berlusconiana ha saputo costruirsi attorno a suggestioni collaudate e, allorché impersonate da un temperamento più o meno alla loro altezza, tutto sommato persuasive. Mi riferisco ovviamente al romanzo verista dell’impresario arricchitosi col talento, del capitano coraggioso che rinuncia a godersi l’opulenza per scendere a battersi nell’agone politico. Ma soprattutto del manager che applica al governo della cosa pubblica un modello di gestione “aziendale”, agile e potente strumento per mettere fuori causa il patriziato politico, il mandarinato ministeriale, i padronati sindacali e confindustriali – detto altrimenti, i cartelli corporativi allestiti dai gruppi di potere non elettivi per tutelare interessi particolari di vario ordine e grado.

Curiosa e affascinante contraddizione: il leader carismatico dello schieramento conservatore, in Italia, negli ultimi diciassette anni è stato un teorico della disintermediazione totale tra il popolo e la sua guida. Ovvero l’esatto opposto di ciò che asseriscono, da qualche secolo a questa parte, le dottrine promosse dai “padri nobili” della schiatta politico-filosofica in senso lato destrorsa. Gli esempi si sprecano, dal Cicerone che ammoniva “potestas in populo, auctoritas in senatu” al Tocqueville che, dell’ancien régime, salvava proprio i corpi sociali intermedi in funzione anti-plebiscitaria. Addirittura, nella storia italiana recente, uno scontro frontale con i “poteri forti” spesso più narratologico che effettivo ha determinato, presso la parte moderata e conservatrice degli aventi diritto al voto, il “preconcetto positivo” di cui sopra.

Ebbene, dopo l’ultimo fragoroso tonfo, per quanto foriero di verdetti nel caso tutt’altro che definitivi, si può ben dare per acquisita almeno una certezza: il venire meno dell’illusione per cui si possa prendere a calci lo status quo ante “da destra”. No, non è trasferendo in ambito politico i processi decisionali della libera impresa che si risolve il problema di fare sintesi tra interessi divergenti. No, non tutto è lex mercatoria, nel senso che gli affari umani scontano anche circostanze impossibilitate a esaurirsi nella predefinizione, mediante la stesura di termini contrattuali inderogabili; esiste anche l’universo delle “mutate condizioni al contorno”, dello spregio alla parola data, dell’imponderabilità. E no, i mandati popolari, come qualunque altra risorsa di questo mondo, non si mantengono coesi all’infinito senza l’ausilio dei principi permanenti e dei contropoteri necessari a incanalarne l’abbrivo verso finalità socio-politiche compatibili con la realtà storica.

Quando le consapevolezze suddette penetrano a fondo nella coscienza critica della gente, come continua ad accadere in questi giorni davanti all’ennesimo crepuscolo del Cav, lo scarto pregiudiziale che finora ha contraddistinto nel bene i sottintesi del linguaggio berlusconiano si corrompe nel suo inverso diametrale, secondo un effetto analogo all’antipatia che suscitano le celebrità vittime della sovraesposizione mediatica. Bene che vada, si finisce per maturare la convinzione che non vi sia poi molta differenza tra un capitalista prestato alla politica e un ottimate bocconiano, se sono entrambi obbligati a districarsi nella stessa giungla di veti incrociati e di vincoli sovraordinati (questi ultimi imposti dai mercati internazionali e/o dalle istituzioni europee).

Per propiziare la speranza della memoria, Ugo Foscolo scrisse che “chi la scure asterrà pio dalle devote frondi men si dorrà di consanguinei lutti”, nella mia personalissima lettura stando a significare che, per coltivare l’ambizione di incidere sul presente e sul futuro, occorre saper riplasmare pazientemente le vestigia del passato, anziché demolirle a palle incatenate. La destra italiana deve ripartire dall’ardua missione di cambiare il sistema dal di dentro, senza lasciarsi sedurre da scorciatoie provvidenzialistiche: quelle appartengono evidentemente al dominio dell’irrealtà, se non le ha sapute percorrere nemmeno uno come Berlusconi.




31 dicembre 2010

La domanda di San Silvestro

Perduta la sua prima battaglia parlamentare sulla sfiducia all’esecutivo, la fronda finiana sta arrangiando in chiave diminutiva certe tesi precostituite. Sta cioè riconvertendo ad uso autoconsolatorio le stesse ragioni di dissenso che, nelle intenzioni degli ideologi al seguito del Presidente della Camera, sarebbero dovute servire ad aprire una faglia insanabile nella maggioranza di centrodestra a propulsione berlusconiana. Essenzialmente si tratta di una riproposizione pleomorfa del medesimo, piccato sotto-testo che anima i malumori dei “futuristi” sin dalle loro scaturigini. La direttrice narrativa, tracciata contro l’immobilismo di un premier che “regna senza governare”, dopo la mala parata del 14 Dicembre individua tre assi tematici di diversa plausibilità – dove quest’ultima, per tirannia del testo sul con-testo, si mostra inversamente proporzionale all’occasionalità di ciascuna variazione sul tema.

Il primo spunto suggerisce che il Governo, con l’esile maggioranza che si ritrova adesso, comunque sia andata non potrà che sopravvivere a spese del suo già modesto slancio riformatore. La volpe e l’uva: considerando che lo scopo dell’assalto frontale all’esecutivo era la destrutturazione degli equilibri parlamentari, la magra consolazione dello stentato predominio altrui prende il sapore del malinconico ripiego dialettico. In secondo luogo viene lo sdegno per il trasformismo: possibile che la maggioranza strablindata (?) uscita dalle urne nel 2008 abbia dovuto prezzolare rinforzi tra esponenti dell’opposizione? Vigente il premierato materiale che contraddistingue la cosiddetta “Seconda Repubblica”, in effetti l’assenza del vincolo di mandato prevista dalla Costituzione (art. 67) si stempera in una consolidata prassi di segno opposto. Argomento che sarebbe dovuto valere innanzitutto per i finiani, però.

Riesce più interessante e fondata l’obiezione circa la forma-partito ormai stabilmente assunta dal Pdl, cioè l’autentico motore delle divergenze in seno al centrodestra. Il popolo del Cav. si conferma una riedizione di Forza Italia, con dialogo interno azzerato e strutture territoriali ridotte a ectoplasmi di comitati politici. Fermo restando che, alla vigilia della confluenza pidiellina, solo per gli anacoreti di lungo corso era lecito nutrire aspettative di altro tenore, il “testo” di cui sopra si rifà allora a una critica del leaderismo plebiscitario perfettamente legittima – purché mossa con un minimo di coerenza. Volere la democrazia interna ma avercela col “bizantinismo” decisionale; sognare un partito in vorticoso fermento periferico ma tenere in gran dispetto i “costi della politica”; sapere già che reperire risorse economiche liberali, vigente l'attuale disciplina del finanziamento ai partiti, non significa inaugurare la “contendibilità” bensì gettarsi nel pozzo di san Patrizio della giustizia a orologeria – ma riempirsi comunque la bocca di legalismo etico: sono tutte spie di un bagaglio polemico fatto di poche idee molto confuse. Il tatarellismo e i suoi apostoli – quella che è la koinè eziologica del pretoriano di Fli – escono malconci dal varo del partito unico. Il Pdl non è e non potrà mai essere una grande An. Tuttavia tale presa d’atto non giustifica l’aggrapparsi a opinioni sommarie, disordinate e contraddittorie.

Su un piano più elevato, rifiutare l’idea per cui il consenso a un “capo carismatico” coincida ipso facto con l’adesione sostanziale a una piattaforma politica significa ridare peso ai contenuti, ovvero affermare la preminenza del messaggio sul mezzo. Cioè dire che i principi valgono più dei loro passeggeri e spesso smemorati corifei, che le parole non potranno mai esaurire la molteplicità fenomenica, che il pensabile non è già stato pensato del tutto. Bello, ma – lo dico senza ironia alcuna – un tantino fuori dal mondo contemporaneo, nel quale imperversano gli uomini della provvidenza (e non potrebbe essere altrimenti, vista l’eterogeneità e la vastità dei corpi elettorali). Di più, com’è possibile gettare le basi della rinascita programmatica destrorsa su un sottofondo progressista? La questione antropologica in salsa finiana è appaltata alla componente ex-radicale ed ex-repubblicana di Fli. Due cucine ideologiche unite da un ricettario ben noto, ascrivibile all’abolizione del carattere metaforico dei linguaggi, sulla scorta della quale il possesso di sé diviene “autoproprietà” (fine vita), l’individuo “persona” (aborto), il matrimonio “coppia” (famiglia) e così via, verso un mondo completamente mondato dai titoli e dai diritti soggettivi. Una destra consapevole della propria ragion d’essere dovrebbe sostenere visioni opposte, appunto in accordo con il sommario filosofico indegnamente riassunto poc’anzi.

Perciò la domanda di fine anno che rivolgo ai minarchici e ai conservatori “old-right”, allergici, come me, alla boria di chi pensava che fare le serpi in seno fosse il passatempo di un paio d’anni e non la vocazione di tutta una vita, è la seguente: come si fa a coniugare lo spirito riformatore con la massimizzazione del consenso elettorale, sapendo che quest’ultimo si lega al mantenimento di sovrabbondanti fette di status quo centralista, statalista e assistenzialista? Chi risponde senza profetizzare disastri imminenti (bella forza!) vince una cena a prezzi popolari.








14 aprile 2010

Due narrazioni politiche a confronto

I vellutati esercizi di wishful thinking che taluni notisti, zelanti ripetitori dei loro sottogruppi politici di riferimento o – meno prosaicamente – di un ego assai restio alla contrizione, riescono puntualmente a compitare all’indomani dei “momenti topici” del caso (elezioni, referendum, impulsi legislativi a vario titolo degni di rilievo) non possono non rimarcare la preminenza della dialettica in un “mondo narrativo” altrove autoproclamatosi determinista a oltranza.

Prendi le ultime Regionali, per esempio. Il bilancio che ne trae la pubblicistica in senso lato finiana è, riassumendo, più o meno il seguente: Berlusconi è in declino, una Lega clerisocialista va progressivamente incorporandosi l’elettorato settentrionale mentre – anzi: poiché – il Pdl si limita a risultare un comitato elettorale verticistico, succube di linee programmatiche dettate al suo esterno e incapace di far concretamente valere la sua larga maggioranza parlamentare. Il tutto condito dall’immancabile strutturalismo di maniera, in forza del quale i temi etici non contano mai nulla e si vota sempre col portafoglio.

Senza fare troppo mistero di un certo straniamento, mi permetto di individuare qualche toppa malmessa, qualche incrinatura logica nell’impianto argomentativo appena schematizzato. Anzitutto è opportuno tenere presente che l’idea di un persistente leaderismo in seno al partito di maggioranza relativa e quella di un’avviata parabola discendente del premier si negano l’una con l’altra, almeno nell’immediato. Considerato che l’astensionismo è stato trasversale a sufficienza da non colpire a senso unico, per di più nel pieno di una dirompente crisi economica e in concomitanza con un’ottima occasione per scaricarne le tossine contro la classe politica (un’elezione di medio termine), probabilmente va scartata la seconda ipotesi. E quindi va recuperata la consapevolezza che il modello di partito-carisma, nel quale dottrina e profeta si tengono in uno, ovvero mezzo e messaggio coincidono, tiene abbastanza da far sì che il consenso per un “uomo solo al comando” definisca in sé l’adesione sostanziale a un certo schieramento politico. Piaccia o meno (e a me piace molto poco, detto per inciso), questo personalismo provvidenzialista è la vera cifra della politica contemporanea, anche ben al di fuori dei confini italiani: si pensi a fenomeni della retorica “nuovista”, deliberatamente avara di contenuti progettuali precisi, come Barack Obama e David Cameron. Casomai è la peculiare combinazione della tendenza generale così enucleata con l’annosa propensione del ceto imprenditoriale e intellettuale italiano, nelle sue molteplici forme di collateralità al potere pubblico del momento, a sfruttarla come alibi per giustificare la mancata assunzione di responsabilità riguardo agli esiti dell’azione di governo, a fornire interessanti spunti di riflessione.

Una chiave per comprendere il progressivo radicamento del leghismo si ottiene proprio a partire dal sussistere del gattopardismo di cui sopra. Si è detto e scritto di un Carroccio mercantilista e filoclericale, con l’aggravante di aver opportunisticamente rinnegato passate fidelizzazioni liberiste e neopagane; si è argomentato circa il ricatto padano cui l’intera maggioranza dovrebbe sottostare, con l’unica via d’uscita di differenziarsi agli occhi del “Nord produttivo” sposando la linea liberal dettata dal Presidente della Camera. Ho l’impressione che si tratti di letture parziali, incapaci di cogliere un dato politico-culturale d’insieme. A parte il fatto che non si capisce come mai, se ad avere peso sono solo i redditi e le misure politiche annunciate per difenderli, il voto “verde” sia così territorialmente segmentato, a non convincere è proprio l’idea che basti alzare una certa bandiera ideologica per apparire credibili quali suoi effettivi realizzatori politici. Una forza partitica in grado di raccogliere seguito interclassista e interconfessionale – giacché difficilmente l’incontro di dottrina sociale cattolica, sciovinismo agroalimentare, lotta all’immigrazione clandestina e stretta securitaria può definirsi altrimenti – oltre ad azzeccare un tema unificante, deve proporre personale attendibile a priori. La Lega, per arrivare al punto centrale della questione, non solo ha saputo porsi come il partito dell’equità orizzontale, ma ha anche interrotto la consuetudine di candidare utili idioti, mandatari di un notabilato sempre attento a mantenersi cautamente defilato (una specialità che in ambito pidiellino trova campioni indiscussi). Lo strapaese settentrionale, più che temere la mondializzazione o piangere la perdita di fantomatici “paradisi perduti”, non ne può più di immigrati che approfittano senza ritegno di un welfare al quale non hanno contribuito nemmeno in minima parte, di dover rispettare meticolosissimi vincoli burocratici, edilizi, igienico-sanitari, per poi subire la concorrenza di spregiudicati esercenti extracomunitari da un lato e di prodotti di ignota origine dall’altro, né di vedersi iscrivere a ruolo per aver pagato l’Ici con un’ora di ritardo quando in altre parti del Paese l’evasione è dilagante e sistematicamente impunita. Se a questa situazione si somma la comoda ignavia degli ambienti intellettuali e/o altolocati, sempre pronti a prodursi in leziose e stizzite ostentazioni di pensiero indipendente senza mai mettersi politicamente in gioco in prima persona, ben si capisce l’esasperazione di sempre più ampi strati popolari. Che fanno di necessità virtù e vanno a sbattere la testa laddove sono anche “solo” l’idraulico o l’infermiere a voler combattere ingiustizie, ma perlomeno in modo coeso e con la garanzia di farsi carico di eventuali insuccessi.

Al Pdl occorre senz’altro sciogliere il nodo dell’identità politica, per tornare ad abbinare alla “stabilità” di marca leghista l’imprescindibile contraltare della “crescita”. Ma spingere nella direzione di una differenziazione purchessia, per giunta di segno ideologico contrario alle esigenze di equità manifestate da un elettorato sempre più vasto e consolidato, significherebbe solamente fare il gioco del pervicace tatticismo caro agli eredi dello statalismo nero (non a caso svelti a intuire come la declinazione più attuale del dirigismo, dopo l’era dell’imporre e quella del vietare, consista nel modulare attentamente il permettere). Nei prossimi anni sarà già tanto se si riuscirà ad affiancare all’attuazione del “federalismo fiscale” bossiano una riformicchia tributaria improntata alla semplificazione, cioè al disboscamento dell’intrico di deduzioni, detrazioni, esenzioni, crediti, incentivi e disincentivi all’oggi in vigore.

Il compito di far capire che il “pari trattamento” davanti alle regole si conquista anche e soprattutto deflazionando la massa normativa spetterebbe a chi ha già ricevuto adeguata “evangelizzazione” in materia. Peccato si tratti quasi sempre di personaggi usi a lamentare il deficit di riformismo di una realtà socio-culturale spesso e volentieri ritenuta irriformabile per sue tare morali congenite, perciò destinata a precipitare in un baratro del fato più che a emendare autonomamente i suoi difetti costitutivi. Un partito preso sterile, oltre che contraddittorio.




27 marzo 2009

Congiunzione di due mondi

Dopo una convivenza di prova durata un quindicennio, Forza Italia e Alleanza Nazionale sono in procinto di convolare a nozze. Saranno giuste nozze? Tutto dipende dagli assetti organici che il nuovo partito metterà a regime di prassi interna, con speciale riferimento alla cultura politica che l’attribuzione delle relative funzioni decisionali intenderà rispecchiare.
No, non mi interessa perorare la causa di questa o quella particolare “anima” ideologica destinata a confluire nel nuovo soggetto unitario. È difficile comprendere come un partito a vocazione maggioritaria possa costituirsi se non alla stregua di laboratorio dialettico in cui operare una sintesi di posizioni anche molto lontane tra loro. [continua su Movimento Arancione]




8 ottobre 2008

Federalismo fiscale, aria di fregatura

In Italia, quando l’adozione di un progetto di riforma viene salutata dall’approvazione generalizzata della classe politica, bisogna preoccuparsi. L’accordo tagliato per soddisfare le esigenze di contraenti eterogenei e discordanti come gli apparati istituzionali del fu Belpaese al gran completo, infatti, può essere stipulato solo al ribasso. Un pregiudizio che la lettura della sintesi di federalismo fiscale emanata la settimana scorsa dal Consiglio dei Ministri non fa che alimentare.

Leggi che “è stata in particolare stabilita l’autonomia di entrata e di spesa di Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni, con l’attribuzione a tali enti di tributi propri e di compartecipazioni al gettito di tributi erariali riferibile al loro territorio” e ti domandi se le prove tecniche di vessazione svoltesi col passaggio ai Comuni delle funzioni catastali siano state solo un assaggio – e quanto rappresentativo – della grassazione prossima ventura. Si delinea l’obiettivo di responsabilizzare i centri di spesa tramite il “riferimento ai costi corrispondenti ad una media buona amministrazione (costi standard)” e non può non porsi il dilemma di come definire i benchmark di un siffatto parametro aureo dell’efficiente amministrazione. Il beneplacito di sindaci e presidenti di regione verso criteri contabili tanto ambigui, a voler ricamare qualche malizia sull’inedita concordia tra enti territoriali litigiosi come i nostri, instilla il dubbio che i futuri metri di paragone probabilmente non saranno Lombardia e Veneto. Quando poi l’estensore partorisce sotto forma di captatio benevolentiae la constatazione che l’onere tributario complessivo dovrà mantenersi invariato o tutt’al più ridursi, verrebbe da chiedergli come sarà possibile conciliare quest’ultima linea-guida con le prime due.

Il federalismo, tecnicamente, è la trascrizione politica della collusione formale come rapporto economico. Non si tratta necessariamente di un patto tra “amici”, come la storia americana – malgrado la paciosa etimologia del termine foedus – dimostra. Esso, rispecchiando sul piano costituzionale la legittima diversificazione delle “parti” regionali rispetto al “tutto” statale, garantisce il carattere transitorio dell’etica pubblica anche in senso orizzontale. In quello verticale, com’è noto, agisce la laicità come metodo proprio dei sistemi liberali. Assieme, queste modalità funzionali “ortogonali” concorrono nel perseguire una forma di governo delle aspettative sociali per l’appunto super partes. Il che comporta la consegna della fermezza di fronte alla sperequazione: libertà e uguaglianza sono finalità irriducibili a coerenza.

Il “federalismo solidale” diviene allora un ossimoro maestoso, di quelli che fanno la gioia dei politici impegnati a fare sintesi di materia e antimateria. Nel futuro le regioni in deficit dovranno rassegnarsi a sottoscrivere titoli di debito a uso interno con le controparti virtuose. A meno di non riempire di raziocinio inattaccabile il principio secondo cui i confederati economicamente bisognosi vantano una sorta di “credito interregionale” automatico nei confronti dei partner più cospicui, naturalmente.




8 agosto 2008

Liberticidio di mezza estate

Quest’anno l’Italia agostana si scopre in balia di un’insolita ondata di divieti creativi. Ovunque furoreggiano campagne “moralizzatrici” che, come di consueto nel fu Bel Paese, aggrediscono svariati malcostumi secondo il ben noto canone inverso dell’intervento ad hoc. Non provvedimenti strutturali a cui ottemperare organicamente, ma ordinanze comunali “caso per caso”, grida manzoniane verosimilmente in contrasto con chissà quante norme pregresse e/o sovraordinate – oltre che portatrici insane di iperregolamentazione maligna.
Sì, perché vietare i castelli di sabbia o il déshabillé nelle località turistiche vuol dire trasformare in violazione dilagante un comportamento del tutto legittimo fino a poco prima dell’interdizione. E il sanzionamento di infrazioni così statuite dà quindi luogo all’odiosa discrezionalità della repressione a casaccio o, peggio, indirizzata verso bersagli politicamente convenienti. Il sindaco che vieta alle comitive dai tre elementi in su di stazionare nei parchi pubblici; quell’altro che multa chi fuma nei parchi giochi; il gestore di impianti sportivi che non permette di fotografare i bambini in piscina. Sono tutti esempi di un atteggiamento ben preciso da parte delle autorità, improntato a presumere la colpevolezza di cittadini ritenuti, di volta in volta, potenziali teppisti, untori o pedofili.
L’impossibilità di punire uniformemente (leggasi equamente) simili fattispecie si somma quindi alla diffidenza reciproca tra amministrazioni e collettività alimentata da questo proibizionismo a tutto campo. L’equivoco alla base di certe rigide disposizioni consiste infatti nell’idea che l’applicazione di una normativa meticolosa “moralizzi” il costume pubblico. Mentre nei fatti accade esattamente l’opposto: il “bene” cristallizzato nei regolamenti specifici viene (forse) rispettato per timore di una condanna esecutiva, non per libera e spontanea adesione a un’etica riconosciuta come giusta, nell’ambito di una neutralizzazione politicistica della legge morale. Logico poi che premesse del genere facciano da apripista alla mentalità degli “italiani brava gente”, laddove l’indiscriminata presunzione di colpevolezza viene ricambiata con furbizie assortite e senso civico assai volatile. Del resto solo chi dà fiducia può legittimamente usare severità con l’incoscienza; ma in caso contrario, se ad esempio il trattamento riservato all’italiano medio disegna il corridoio comportamentale di un eterno minorenne, non si potrà condannare fino in fondo il reo per “averci provato” e ci si dovrà accontentare di una sorta di paternalismo perdonista a singhiozzo.
Al saldo libertà/responsabilità non si scappa. Viene dunque da chiedersi come mai appaia tanto conveniente, nell’Italia di oggi, riparare sotto l’egida delle norme anziché produrre consuetudine interagendo tra uomini liberi. Perché a un vicino di ombrellone molesto non si può chiedere un po’ di tregua? Perché a uno che fuma vicino ai bambini non si può domandare di spostarsi? La risposta a tali interrogativi ci riporta alla scarsità di fiducia. Dovrebbe essere l’esperienza, come tempo fa scriveva un saggio amico, a insegnare “alla comunità degli individui, nonostante la sua vulnerabilità all’azione disonesta, il vantaggio della fiducia reciproca, che piano piano fonda una moralità collettiva col tempo destinata a trovare espressione nella legge”. La pretesa di rifondare la “moralità collettiva” di cui sopra tramite l’officina legislativa – capovolgendo il paradigma riassunto tra virgolette – erode allora la morale stessa, negandone l’autonomia individuale ed essenziale, e prosciuga la fiducia che dovrebbe irrorarla.
Per uscire dalla spirale draconiana che stritola l’Italia urgono riforme in grado di restituire le persone a una dimensione morale più autentica, nella quale rinunciare all’omologante prontuario normativo e tornare a farsi carico “fisicamente” delle responsabilità. Occorre rassegnarsi all’impossibilità di determinare le circostanze interamente a priori: chi mi vieta di mangiare il panino sulla scalinata di Palazzo Barbieri si illude del contrario.




23 giugno 2008

Il teatrino fa comodo a tutti

L’evoluzione del quadro politico italiano sta facendo registrare un deciso “indietro tutta”, nel percorso di avvicinamento programmatico e di tregua civile che aveva segnato i rapporti tra gli opposti schieramenti almeno fino alla formazione del nuovo governo. I giorni dell’idillio bipartisan tra Silvio e Walter sembrano già un lontano ricordo. A quanto pare, il faticoso lavoro di convergenza al vertice che andava prospettandosi sulle riforme “di sistema” dev’essere apparso eccessivamente ingrato, rispetto al gioco delle parti fatto di schermaglie a corta gittata cui il bipolarismo italiano ci ha abituati.
La contesa politica dovrebbe permettere di arrivare all’attuazione di un progetto di governo muovendosi entro un’architettura istituzionale il più possibile maneggevole e condivisa (America docet). L’Italia, com’è noto, si è sempre fondata e rifondata contro le parti di volta in volta sconfitte in seno al suo burrascoso consesso civile: contro il cattolicesimo temporale, contro l’italietta liberale, contro l’italiaccia fascista, contro le ruberie del pentapartito. Di fatto, con la caduta del proporzionale puro si è cercato di introdurre surrettiziamente un premierato materiale, di modo da aggirare l’irrilevanza della politica e la supremazia dei poteri non elettivi – i due prezzi da pagare per riscattare l’atavica allergia italiana all’assunzione di responsabilità chiare e distinte. Il risultato, a quindici anni dal referendum sul maggioritario, è nuovamente sotto gli occhi di tutti: i proclami decisionisti si scontrano con le farragini procedurali e svaporano nell’effetto-annuncio, la buona volontà dialogante si lascia corrompere dalla tentazione piazzaiola e il confronto costruttivo traligna nell’ultimatum.
Lo status quo mostra il suo lato confortevole, per un verso allettando il personale politico con la prospettiva di una navigazione a vista giustificabile a buon mercato – dato che la colpa dell’immobilismo è sempre scaricabile sul “sistema”, oggettivamente congegnato per essere irriformabile quale che sia l’ampiezza dei mandati popolari. Per l’altro mettendo in palio la comoda investitura a condottieri della lotta per bande perenne sancita dalla Costituzione – la quale, fondando la Repubblica sul feticcio ideologico del lavoro, attizza deliberatamente un conflitto sociale continuativo. Perché spartirsi le responsabilità di un riassetto istituzionale, se giocare a indiani e cowboy mantiene i grandi numeri del consenso – e le relative posizioni di potere – pressoché invariabili? Perché riformare le prerogative degli organi politico-decisionali, se la scusa dei “pochi poteri del Presidente del Consiglio” mette agevolmente al riparo dalle critiche dei delusi? È molto più semplice lasciare gli italiani a beccarsi come i capponi di Renzo Tramaglino.
Visto che riproporre schiettamente il Lodo Schifani sarebbe troppo impegnativo, ecco allora la scorciatoia di condire una più modesta selezione di priorità giudiziarie (sulla legittimità della quale si potrebbe aprire un interessante dibattito: dire che viola l’obbligatorietà dell’azione penale non è diverso dal sostenere l’incostituzionalità di qualsiasi ritocco alla progressività fiscale. Se si mette mano al come, secondo me, non si altera per forza il cosa) con esternazioni pirotecniche sui complotti degli immancabili magistrati rossi. E riecco, d’altro canto, la mobilitazione della coscienza civile progressista contro le nuove leggi-vergogna del Cavaliere.
A costo di essere ripetitivo e scontato, ribadisco che l’andazzo di cui sopra si deve al centralismo, modalità operativa che, oltre alla macchina statale, riguarda pure i partiti e il mercato del lavoro. Fino a non molto tempo addietro, mi illudevo che la situazione si potesse correggere gradualmente, tramite processi di riforma incrementali, conservativi. Ma la mentalità necessaria per risolversi – e un po’ rassegnarsi – a governare il cambiamento giorno dopo giorno è totalmente estranea al substrato culturale italiano, perfino presso le fasce socio-elettorali che in teoria dovrebbero averla a cuore. L’incolmabile voragine tra immobilismo e riformismo “per strappi” dà la misura dei mali nostrani, nell’ambito di un contesto politico drammaticamente menomato di un vero e proprio conservatorismo. Altro che normalizzazione: la strada verso una sensibilizzazione federalista e liberale dell’Italia è ancora lunghissima e pensare di poterla placidamente lastricare di laicità jeffersoniana sa di velleitarismo. Errore madornale sarebbe affrontarla arroccandosi nel purismo ideologico; piaccia o meno, occorre perseverare nel dragaggio del liberalismo latente tra l’elettorato di grossi contenitori partitici. Rimanere con niente per aver voluto tutto sarebbe sciocco e infantile.




8 maggio 2008

Berlusca 4 - The final cut

A dispetto delle malelingue messe in circolazione dai pennaioli di regime, che adombravano ritardi nella formazione del governo causa pugnaci duelli all’ultima poltrona fra i vincitori delle elezioni, il quarto gabinetto Berlusconi è venuto alla luce nel minor tempo consentito dai nostri pachidermici riti istituzionali. [continua su Movimento Arancione]




13 marzo 2008

Liste del Pdl: guardiamo la Luna, non il dito

Com’era prevedibile, anche le liste del Popolo della Libertà sono state motivo di delusione, mugugni e polemiche. Nonché di pretestuosa indignazione antifascista all’indirizzo di Giuseppe Ciarrapico.
Cominciamo da qui. L’idea di rendermi anche solo lontanamente complice dell’elezione a senatore del noto maneggione ciociaro mi ripugna, eppure lo strumentale ingigantimento mediatico del caso che lo riguarda non può essere subito in silenzio. Basta leggere la tanto vituperata intervista “nera” che il Ciarra ha rilasciato a La Repubblica, infatti, per rendersi conto di come la notizia della scandalosa esternazione nostalgica sia frutto di una deliberata coartazione fraseologica. Dire che “Il fascismo mi ha dato sofferenze e gioie. Mai rinnegato, mai confuso, mai intorpidita la mente da pensieri sconclusionati e antistorici”, fatta la tara alla sintassi un tantino telegrafica, può solo significare che l’uomo non rinnega la propria adesione giovanile al regime mussoliniano, ferma restando l’assurdità di volerlo riesumare a Duce morto. Altrimenti non si spiegherebbe quel riferimento simil-pragmatico ai “pensieri sconclusionati e antistorici”. In ogni caso, non sarà certo la Sinistra amica di Bassolino e compromessa con gente tipo Romano Misserville a dispensare tronfie lezioni di etica politica o a brandire l’opportunistico manganello dell’antifascismo militante.
Comunque sia le schermaglie propagandistiche fanno sorridere, se confrontate ai pesanti malumori suscitati dalle candidature pidielline presso molti osservatori normalmente bendisposti verso il centrodestra. Più che altro per il carattere superficiale e fuori bersaglio, quando non addirittura snob e contraddittorio, di tante prese di posizione critiche lette e sentite negli ultimi giorni. Il migliorismo liberale, come sempre assai zelante nell’esprimere il comodo dissenso “indipendente” che gli compete, a mio avviso sta argomentando il suo malcontento nel modo sbagliato.
Da un lato si accusano entrambi i partiti maggiori di disomogeneità ideologica, sicura fonte di spaccature trasversali sui temi più disparati, ma dall’altro, nel contempo, li si stigmatizza per aver candidato figuranti di infimo profilo, sbingibottoni e yesmen – caricando magari la reprimenda di toni elegiaci per l’assenza dalle liste di questo o quel bel nome del liberalismo di vaglia. Epperò delle due l’una: o abbiamo un problema con la scarsa disciplina di partito o ce l’abbiamo con l’eccessivo inquadramento. La prima ipotesi fa pensare a un difetto di leadership (da cui non stupirebbe l’affiorare di umori liberali non localizzati dai radar partitocratici alla stesura delle liste), la seconda al suo opposto (nel qual caso l’abbondanza di fedine liberali immacolate tra gli eletti non avrebbe alcun rilievo). Facendo mente locale, è facile comprendere che la situazione del Pdl, specie dopo la rottura con i dorotei casiniani, si avvicina maggiormente alla seconda casistica che non alla prima.
Perciò diventa un vuoto esercizio retorico rimpiangere i Rivolta, gli Sterpa e i Biondi: tanto oggi più che mai si decide tutto ad Arcore. Ecco perché gli strali antistatalisti, per acquistare consistenza politica, dovrebbero appuntarsi all’involuzione fanfaniana del Cav. in persona, non all’obbediente asservimento della probabile futura maggioranza di governo alla volontà del Capo (peraltro abbastanza giustificato, col parlamentarismo a colpi di fiducia che contraddistingue il nostro sistema istituzionale).
Berlusconi che avalla il Tremonti nemico della “tecnofinanza”, che annuncia di voler preservare l’italianità di Alitalia e che punta sull’inflazione edilizia a scopi sociali: questo, non altro, deve destare le nostre preoccupazioni di liberali e di conservatori.

Vai a vedere: Nequidnimis




23 novembre 2007

Sapessi com'è strano/morire democristiano

Silvio Berlusconi ha fatto benissimo a congedare seccamente i turiferari dello statalismo bianconero, quei Casini e Fini che Marco Pannella – con una battuta degna dei suoi tempi d’oro – ha definito i pilastri di un redivivo “asse Fanfani-Almirante”. La colpa della pigrizia riformatrice sofferta dal secondo governo di centrodestra può infatti ricadere solo sugli eredi della politica clientelare, capillarmente ramificata negli organigrammi del pubblico impiego e delle strutture di partito più organizzate, i quali temono che il federalismo e l’economia di mercato possano sottrarre loro il controllo dei serbatoi d’interesse (cioè di voti) a lungo cooptati.
Quello che lascia interdetti, casomai, è la tattica scelta dal Cav. per avere mani libere. Il dialogo con Veltroni sull’ipotesi di un nuovo sistema elettorale a impianto proporzionale, che riporterebbe le lancette della storia italiana indietro di quindici anni, secondo me può avere al massimo tre spiegazioni compatibili con la ragione politica del berlusconismo.
La prima è anche la più scontata: il capo del neonato partito dal doppio genitivo (del popolo della libertà), ben sapendo che i negoziatori del Pd daranno per irricevibile la condizione di voto anticipato in caso di accordo bipartisan sulla legge elettorale, punta a dominare l’area di centrodestra servendosi dell’eventuale bipartitismo post referendum Guzzetta. In un simile scenario, il completo padronato berlusconiano sulla ex Cdl avrebbe dalla sua la scusa pronta di diverse e più “collegiali” intenzioni manifestate tramite le attuali aperture proporzionaliste. E poi diventerebbe più chiaro il movente dell’operazione-Brambilla, con annessa registrazione di nome e simbolo del PdL l’estate scorsa.
Una seconda ipotesi potrebbe essere che Berlusconi abbia voluto anticipare con una mossa a sorpresa la bocciatura dei quesiti referendari da parte della Consulta. Nel caso in cui il tracollo della seconda “rivoluzione maggioritaria” azzerasse il conto alla rovescia che minaccia la già precaria stabilità del governo, per il leader dell’ormai giubilata Forza Italia si renderebbe necessaria una diversa strategia di logoramento antiprodiano. Per cui l’asse temporaneo con Veltroni – in teoria capace di assestare il colpo mortale alla cifra politica dell’ulivismo, ossia la coabitazione tra sinistra affarista e sinistra marxista indotta dalla camicia di forza maggioritaria – farebbe decisamente alla bisogna.
La terza possibile interpretazione del quadro politico odierno nega la seconda. Fino a non più di un mese fa, per Romano Prodi la trattativa sul proporzionale e su non meglio precisate “riforme istituzionali” rappresentava l’unico modo di prolungare la permanenza in carica del suo esecutivo. Forse Berlusconi vuole che il titolo di leader dell’opposizione, garantitogli dalla presenza del suo avversario storico sullo stesso palcoscenico politico, resti in mano sua fino al giorno in cui il governo imploderà una volta per tutte. Con la conseguente, trionfale rivincita nelle urne subito dopo.
Ma il gioco della fantapolitica perde ogni interesse, quando le sorti del nostro sgangherato consorzio civile rischiano di essere riconsegnate alla formula elettorale meglio calibrata sulle triste esigenze dei capitalisti senza capitale, dei boiardi in servizio permanente, del flautato solidarismo “centrista”, dei furbetti di via Solferino, della Camera dei Fasci e delle Corporazioni nota col nome di “concertazione” – e qui mi fermo, perché le gite allo zoo mi annoiano.
Non vorrei morire democristiano tra democristiani, insomma. Sarebbe perfino più frustrante che fare il liberista in compagnia dei nipotini di Giorgio e Amintore.



sfoglia     febbraio        aprile
 


Ultime cose
Il mio profilo



11 Settembre
1972
2twins/M&A
Accessibile
A Conservative Mind
Aislinn
Alef
Alessio Guzzano
Alexandra Amberson
Astrolabio
Atroce Pensiero
Azioneparallela
Benedetto Della Vedova
Bernardo
Bioetiche
Bourbaki
Broncobilly
Cadavrexquis
Calamity Jane
Camillo
Cantor
Carlo Panella
Carlo Scognamiglio
Carlo Zucchi
Ce lo dice Hillman
Climate Audit
Coast2Coast
Crossroads
Davide Giacalone
David the Gray
Daw
Deborah Fait
De Libero Arbitrio
DestraLab
DMC (un amico di vecchia data)
El Boaro
Face the Truth
ffdes
Filosofo austro-ungarico
Freedomland
From being to becoming
Germany News
Gianni Pardo
Giorgio Israel
Giovanni Boggero
Giovanni Maria Ruggiero
Giulia NY
Green Report
Greg Mankiw
Happy Trails
Harry
House of Maedhros
Hugh Hewitt
Ideas Have Consequences
Il blog dell'Anarca
Il bosco dei 100 acri
Il Castello
Il Filo a Piombo
Il Megafono
Il piccolo Zaccheo
Il Politico
Ingrandimenti
In Visigoth
Ipazia
Italian Libertarians
JimMomo
Joyce
Karamazov
Karl Kraus
Krillix
L'apota
La Cittadella
La Pulce di Voltaire
La voce del Gongoro
Le Guerre Civili
Lew Rockwell
L'estinto
Lexi
Liberali per Israele
Liberalizzazioni
Lino Jannuzzi
Little Green Footballs
Lo PseudoSauro
Lo Schiavo
Lo straniero di Elea
L'Ussaro
Macromonitor
Mario Sechi
Marco Taradash
Massimo Fini
Mau
Michael Ledeen
Miss Prissy
Mondo Ingegneri
Napoli Viva
Neocon Italiani
Ne quid nimis
Noise from America
Numendor
Oggettivista
Orpheus
Otimaster
Paolo Longhi
Parbleu!
Passaggio al Bosco
Pensiero Conservatore
Perla Scandinava
Phastidio
Principessa Lea
Processi di mercato
Realismo Energetico
Riflessioni di un Conservatore
Robinik
Schegge di Vetro
Snow Crash
SocraticaMente
Starsailor
The Mote in God's eye
The Right Nation
Topgonzo
Ultima Thule
Valentina Meliadò
Ventinove Settembre
Walking Class
Watergate
Wellington
Wind Rose Hotel
Zamax
Zona Franca


Blog letto 1 volte

Feed RSS di questo blog Rss 2.0
Feed ATOM di questo blog Atom