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Perduta nazione, avito suolo
Isole tra i monti, strade pei mari
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Due che hanno visto giusto





La situazione mediorientale spiegata
meglio che in mille editoriali





In memoria di Diamond
"Dimebag" Darrell
, e di tutti gli
interminabili pomeriggi di
gioventù trascorsi a sgomitare
sotto la sferza selvaggia
della sua chitarra!





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Il movimento liberale giovanile fondato e presieduto da Francesco Lorenzetti



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Ipocralismi
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Spigolature internautiche

"Uòlter Veltroni
a tajà er nastro
so' tutti bboni"

            by Giggimassi


"Far l'amore
col preservativo
è come fare il bagno
con lo scafandro"

                (Anonimo)


"Non sono né del partito
rivoluzionario né del
partito conservatore.
Ma tuttavia e dopotutto
tengo più al secondo che al
primo. Infatti dal secondo
differisco nei mezzi
piuttosto che nel fine,
mentre dal primo differisco,
insieme, nei mezzi e nel fine.
La libertà è la prima delle
mie passioni. Questa è la
verità"


      Alexis De Tocqueville
                    (by Zamax)


"Se Dio si candida,
lo stolto pensa alle elezioni
invece che al problema
dell'elezione"


            Giuliano Ferrara


"Io credo soltanto nella parola.
La parola ferisce, la parola
convince, la parola placa.
Questo, per me, è il senso
dello scrivere"


                    Ennio Flaiano
                (by Il Paroliere)


"L'ideazione di un sistema
resistente è atto creativo
che solo in parte si basa su
dati scientifici; la sensibilità
statica che lo determina, se
pure necessaria conseguenza
dello studio dell'equilibrio e
della resistenza dei materiali,
resta, come la sensibilità
estetica, una capacità
puramente personale, o per
meglio dire il frutto della
comprensione ed assimilazione,
compiutesi nello spirito del
progettista, delle leggi
del mondo fisico"


                       Pier Luigi Nervi
(Scienza o Arte del Costruire)


"L'unica cosa necessaria
per il trionfo del male
è l'inerzia dei buoni"

                         Edmund Burke
              (by Torre di Babele)


"Un governo così grande da
darti tutto quello che vuoi
è anche abbastanza grande
da toglierti tutto quello che hai"


               Barry M. Goldwater
          (by Retorica e Logica)


"L'amore è donare quello
che non si ha a qualcuno
che non lo vuole"


                     Jacques Lacan
                       (by Bernardo)


"Sono un conservatore nel
senso inteso da Hannah Arendt,
che si preoccupava della
preservazione del mondo.
Oggi comunque non c'è più
ordine costituito, ma solo
un cambiamento costituito.
La nostra sola tradizione è
il progresso. Viviamo in nome
del movimento e del
cambiamento continuo.
In questo contesto, io mi
considero un rivoluzionario,
perché ormai la sola
rivoluzione possibile è quella
che interrompe le derive
contemporanee"

               Alain Finkielkraut
                            (by Temis)


"Parliamo di politica:
quando si mangia?"


                 Alberto Mingardi


"Quella delle domeniche
a piedi è una messa rosso-
islamica, basata sulla nostalgia
del bel tempo della austerity
'regalataci' dall'Opec nel 1973.
E' un rito di espiazione e
autoflagellazione, direbbe un
Ernesto De Martino. E' una
autopunizione per aver pensato
di andare in auto a casa della
mamma, direbbe Freud. E' una
purga rivoluzionaria per
distruggere i beni di consumo
e tornare al valore d'uso,
direbbe Karl Marx"


                  Paolo Della Sala


"Quando uno conosce bene
una cosa se ne ha a male
se qualcun altro ne parla"


                          by Cruman


"Il vero conservatore sa che
a problemi nuovi occorrono
risposte nuove, ispirate a
principi permanenti"


             Giuseppe Prezzolini
  by Camelot Destra Ideale


"Una donna lo sa: le donne
adorano odiarsi. E' una cosa
vezzosa, niente di grave: solo
un po' di veleno qua e là, uno
sgambetto un sorriso e una
pugnalata alle spalle.
Non possiamo resistere"


              Annalena Benini


"Gli elettori delegano
il peccato ai potenti, così
possono immaginare
di non essere colpevoli
di nulla"


          Paolo Della Sala, again


"L'utilitarista deve nascondere
giudizi di valore da qualche
parte, per prendere decisioni
in base al suo principio,
e la teoria morale che ha
non è quindi l'utilitarismo,
ma lo specifico criterio
decisionale adottato"


                          LibertyFirst


"Non c'è più nessuno
a cui sparare, signore.
Se si tratterà solo di
costruire scuole e ospedali,
è a questo che serve l'esercito?"


                   Michael Ledeen


"L'idealista è uno che,
partendo dal corretto
presupposto che le rose hanno
un profumo migliore dei cavoli,
usa le rose per fare la zuppa"


                  Antonio Martino


"Sono sempre i migliori
ad andarsene dai forum"


                           Malvino


"Sapientia deriva da assaporare,
serve altro commento che non sia
mettere in moto il pensiero,
il ragionamento critico
come sapore delle cose?"


                                 adlimina


"Se gli economisti fossero
in grado di prevedere l'economia
non sarebbero tali, cioè non
avrebbero bisogno di insegnare
per sbarcare il lunario"


                            Mario


"Chi è sovente accigliato,
chi alza spesso il ditino
ammonitore, chi giudica
severamente il mondo
è uno che nel mondo
ci si trova male"


                             Gianni Pardo


The unprofessional blog

L'autore dichiara apertamente
che gli audaci parti del suo
intelletto avrebbero bisogno
del conforto di dottrina
specialistica in più materie,
nessuna delle quali minimamente
padroneggiata: pregasi notare
- sia ricordato qui una volta
per tutte - che di siffatti
scrupoli accademici è
privilegio della corporazione
dei dilettanti infischiarsene
allegramente (TNX Zamax)


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15 novembre 2011

Anche la speme fugge i sepolcri?

Probabilmente si rivelerà un’orazione funebre prematura, se non altro per l’insolente audacia con cui l’uomo ha ripetutamente mostrato di sapersi reinventare, ma trovo lo stesso che valga la pena di spendere qualche riflessione sul lascito della vicenda berlusconiana sin qui.

Il bilancio da trarre – specie per chi, come me, ha creduto in ogni occasione utile alla scommessa del Cavaliere – si diparte da voci molto poco materiche ma, nondimeno, perviene a saldi assolutamente concreti. Innanzitutto: in cosa è consistita la sfida lanciata dal capopopolo di Arcore, se ne proiettiamo la sostanza in una dimensione simbolica? Se il pensiero corresse pedissequamente alle corrive giaculatorie sulla (incompiuta) “rivoluzione liberale”, esso finirebbe immediatamente in un vicolo cieco. L’afflitto richiamo all’ormai mitologico “spirito del ‘94”, proveniente anche e soprattutto da commentatori più delusi che ostili, lascia trasparire l’indebita derubricazione di un disegno sistematico, finalizzato a trasformare radicalmente il rapporto tra politica ed elettorato, ai “motti di sintesi” prescelti nell’intento di anticiparne alcuni possibili sviluppi (meno tasse per tutti, meno stato più mercato, e così via). Non occorrevano particolari virtù precognitive, ad ogni buon conto, per sospettare che, amaggior ragione dopo la disfatta referendaria sulle riforme istituzionali, un ulteriore eventuale mandato berlusconiano avrebbe avuto carattere residuale, specialmente sotto il profilo dello slancio riformatore.

No, il cuore dell’iniziativa forzista (in passato, quando l’impulso appariva giovane e forte) e pidiellina (oggi che è moribondo, almeno a detta del giornalista collettivo) pulsava sul piano intensionale – scritto proprio così, con la esse. In altre parole, tra mutevoli fortune, Silvio Berlusconi è stato in grado di proporre una piattaforma politica intrinsecamente “in credito” con le alternative, anche senza il completo beneficio della controprova e/o davanti all’evidenza di promesse in larghissima misura disattese. Le scaturigini di questo capitale reputazionale detenuto a priori, di questa attendibilità congenita, si appunta(va)no al ben preciso archetipo incarnato dall’ex premier. L’epica berlusconiana ha saputo costruirsi attorno a suggestioni collaudate e, allorché impersonate da un temperamento più o meno alla loro altezza, tutto sommato persuasive. Mi riferisco ovviamente al romanzo verista dell’impresario arricchitosi col talento, del capitano coraggioso che rinuncia a godersi l’opulenza per scendere a battersi nell’agone politico. Ma soprattutto del manager che applica al governo della cosa pubblica un modello di gestione “aziendale”, agile e potente strumento per mettere fuori causa il patriziato politico, il mandarinato ministeriale, i padronati sindacali e confindustriali – detto altrimenti, i cartelli corporativi allestiti dai gruppi di potere non elettivi per tutelare interessi particolari di vario ordine e grado.

Curiosa e affascinante contraddizione: il leader carismatico dello schieramento conservatore, in Italia, negli ultimi diciassette anni è stato un teorico della disintermediazione totale tra il popolo e la sua guida. Ovvero l’esatto opposto di ciò che asseriscono, da qualche secolo a questa parte, le dottrine promosse dai “padri nobili” della schiatta politico-filosofica in senso lato destrorsa. Gli esempi si sprecano, dal Cicerone che ammoniva “potestas in populo, auctoritas in senatu” al Tocqueville che, dell’ancien régime, salvava proprio i corpi sociali intermedi in funzione anti-plebiscitaria. Addirittura, nella storia italiana recente, uno scontro frontale con i “poteri forti” spesso più narratologico che effettivo ha determinato, presso la parte moderata e conservatrice degli aventi diritto al voto, il “preconcetto positivo” di cui sopra.

Ebbene, dopo l’ultimo fragoroso tonfo, per quanto foriero di verdetti nel caso tutt’altro che definitivi, si può ben dare per acquisita almeno una certezza: il venire meno dell’illusione per cui si possa prendere a calci lo status quo ante “da destra”. No, non è trasferendo in ambito politico i processi decisionali della libera impresa che si risolve il problema di fare sintesi tra interessi divergenti. No, non tutto è lex mercatoria, nel senso che gli affari umani scontano anche circostanze impossibilitate a esaurirsi nella predefinizione, mediante la stesura di termini contrattuali inderogabili; esiste anche l’universo delle “mutate condizioni al contorno”, dello spregio alla parola data, dell’imponderabilità. E no, i mandati popolari, come qualunque altra risorsa di questo mondo, non si mantengono coesi all’infinito senza l’ausilio dei principi permanenti e dei contropoteri necessari a incanalarne l’abbrivo verso finalità socio-politiche compatibili con la realtà storica.

Quando le consapevolezze suddette penetrano a fondo nella coscienza critica della gente, come continua ad accadere in questi giorni davanti all’ennesimo crepuscolo del Cav, lo scarto pregiudiziale che finora ha contraddistinto nel bene i sottintesi del linguaggio berlusconiano si corrompe nel suo inverso diametrale, secondo un effetto analogo all’antipatia che suscitano le celebrità vittime della sovraesposizione mediatica. Bene che vada, si finisce per maturare la convinzione che non vi sia poi molta differenza tra un capitalista prestato alla politica e un ottimate bocconiano, se sono entrambi obbligati a districarsi nella stessa giungla di veti incrociati e di vincoli sovraordinati (questi ultimi imposti dai mercati internazionali e/o dalle istituzioni europee).

Per propiziare la speranza della memoria, Ugo Foscolo scrisse che “chi la scure asterrà pio dalle devote frondi men si dorrà di consanguinei lutti”, nella mia personalissima lettura stando a significare che, per coltivare l’ambizione di incidere sul presente e sul futuro, occorre saper riplasmare pazientemente le vestigia del passato, anziché demolirle a palle incatenate. La destra italiana deve ripartire dall’ardua missione di cambiare il sistema dal di dentro, senza lasciarsi sedurre da scorciatoie provvidenzialistiche: quelle appartengono evidentemente al dominio dell’irrealtà, se non le ha sapute percorrere nemmeno uno come Berlusconi.




31 dicembre 2010

La domanda di San Silvestro

Perduta la sua prima battaglia parlamentare sulla sfiducia all’esecutivo, la fronda finiana sta arrangiando in chiave diminutiva certe tesi precostituite. Sta cioè riconvertendo ad uso autoconsolatorio le stesse ragioni di dissenso che, nelle intenzioni degli ideologi al seguito del Presidente della Camera, sarebbero dovute servire ad aprire una faglia insanabile nella maggioranza di centrodestra a propulsione berlusconiana. Essenzialmente si tratta di una riproposizione pleomorfa del medesimo, piccato sotto-testo che anima i malumori dei “futuristi” sin dalle loro scaturigini. La direttrice narrativa, tracciata contro l’immobilismo di un premier che “regna senza governare”, dopo la mala parata del 14 Dicembre individua tre assi tematici di diversa plausibilità – dove quest’ultima, per tirannia del testo sul con-testo, si mostra inversamente proporzionale all’occasionalità di ciascuna variazione sul tema.

Il primo spunto suggerisce che il Governo, con l’esile maggioranza che si ritrova adesso, comunque sia andata non potrà che sopravvivere a spese del suo già modesto slancio riformatore. La volpe e l’uva: considerando che lo scopo dell’assalto frontale all’esecutivo era la destrutturazione degli equilibri parlamentari, la magra consolazione dello stentato predominio altrui prende il sapore del malinconico ripiego dialettico. In secondo luogo viene lo sdegno per il trasformismo: possibile che la maggioranza strablindata (?) uscita dalle urne nel 2008 abbia dovuto prezzolare rinforzi tra esponenti dell’opposizione? Vigente il premierato materiale che contraddistingue la cosiddetta “Seconda Repubblica”, in effetti l’assenza del vincolo di mandato prevista dalla Costituzione (art. 67) si stempera in una consolidata prassi di segno opposto. Argomento che sarebbe dovuto valere innanzitutto per i finiani, però.

Riesce più interessante e fondata l’obiezione circa la forma-partito ormai stabilmente assunta dal Pdl, cioè l’autentico motore delle divergenze in seno al centrodestra. Il popolo del Cav. si conferma una riedizione di Forza Italia, con dialogo interno azzerato e strutture territoriali ridotte a ectoplasmi di comitati politici. Fermo restando che, alla vigilia della confluenza pidiellina, solo per gli anacoreti di lungo corso era lecito nutrire aspettative di altro tenore, il “testo” di cui sopra si rifà allora a una critica del leaderismo plebiscitario perfettamente legittima – purché mossa con un minimo di coerenza. Volere la democrazia interna ma avercela col “bizantinismo” decisionale; sognare un partito in vorticoso fermento periferico ma tenere in gran dispetto i “costi della politica”; sapere già che reperire risorse economiche liberali, vigente l'attuale disciplina del finanziamento ai partiti, non significa inaugurare la “contendibilità” bensì gettarsi nel pozzo di san Patrizio della giustizia a orologeria – ma riempirsi comunque la bocca di legalismo etico: sono tutte spie di un bagaglio polemico fatto di poche idee molto confuse. Il tatarellismo e i suoi apostoli – quella che è la koinè eziologica del pretoriano di Fli – escono malconci dal varo del partito unico. Il Pdl non è e non potrà mai essere una grande An. Tuttavia tale presa d’atto non giustifica l’aggrapparsi a opinioni sommarie, disordinate e contraddittorie.

Su un piano più elevato, rifiutare l’idea per cui il consenso a un “capo carismatico” coincida ipso facto con l’adesione sostanziale a una piattaforma politica significa ridare peso ai contenuti, ovvero affermare la preminenza del messaggio sul mezzo. Cioè dire che i principi valgono più dei loro passeggeri e spesso smemorati corifei, che le parole non potranno mai esaurire la molteplicità fenomenica, che il pensabile non è già stato pensato del tutto. Bello, ma – lo dico senza ironia alcuna – un tantino fuori dal mondo contemporaneo, nel quale imperversano gli uomini della provvidenza (e non potrebbe essere altrimenti, vista l’eterogeneità e la vastità dei corpi elettorali). Di più, com’è possibile gettare le basi della rinascita programmatica destrorsa su un sottofondo progressista? La questione antropologica in salsa finiana è appaltata alla componente ex-radicale ed ex-repubblicana di Fli. Due cucine ideologiche unite da un ricettario ben noto, ascrivibile all’abolizione del carattere metaforico dei linguaggi, sulla scorta della quale il possesso di sé diviene “autoproprietà” (fine vita), l’individuo “persona” (aborto), il matrimonio “coppia” (famiglia) e così via, verso un mondo completamente mondato dai titoli e dai diritti soggettivi. Una destra consapevole della propria ragion d’essere dovrebbe sostenere visioni opposte, appunto in accordo con il sommario filosofico indegnamente riassunto poc’anzi.

Perciò la domanda di fine anno che rivolgo ai minarchici e ai conservatori “old-right”, allergici, come me, alla boria di chi pensava che fare le serpi in seno fosse il passatempo di un paio d’anni e non la vocazione di tutta una vita, è la seguente: come si fa a coniugare lo spirito riformatore con la massimizzazione del consenso elettorale, sapendo che quest’ultimo si lega al mantenimento di sovrabbondanti fette di status quo centralista, statalista e assistenzialista? Chi risponde senza profetizzare disastri imminenti (bella forza!) vince una cena a prezzi popolari.








14 aprile 2010

Due narrazioni politiche a confronto

I vellutati esercizi di wishful thinking che taluni notisti, zelanti ripetitori dei loro sottogruppi politici di riferimento o – meno prosaicamente – di un ego assai restio alla contrizione, riescono puntualmente a compitare all’indomani dei “momenti topici” del caso (elezioni, referendum, impulsi legislativi a vario titolo degni di rilievo) non possono non rimarcare la preminenza della dialettica in un “mondo narrativo” altrove autoproclamatosi determinista a oltranza.

Prendi le ultime Regionali, per esempio. Il bilancio che ne trae la pubblicistica in senso lato finiana è, riassumendo, più o meno il seguente: Berlusconi è in declino, una Lega clerisocialista va progressivamente incorporandosi l’elettorato settentrionale mentre – anzi: poiché – il Pdl si limita a risultare un comitato elettorale verticistico, succube di linee programmatiche dettate al suo esterno e incapace di far concretamente valere la sua larga maggioranza parlamentare. Il tutto condito dall’immancabile strutturalismo di maniera, in forza del quale i temi etici non contano mai nulla e si vota sempre col portafoglio.

Senza fare troppo mistero di un certo straniamento, mi permetto di individuare qualche toppa malmessa, qualche incrinatura logica nell’impianto argomentativo appena schematizzato. Anzitutto è opportuno tenere presente che l’idea di un persistente leaderismo in seno al partito di maggioranza relativa e quella di un’avviata parabola discendente del premier si negano l’una con l’altra, almeno nell’immediato. Considerato che l’astensionismo è stato trasversale a sufficienza da non colpire a senso unico, per di più nel pieno di una dirompente crisi economica e in concomitanza con un’ottima occasione per scaricarne le tossine contro la classe politica (un’elezione di medio termine), probabilmente va scartata la seconda ipotesi. E quindi va recuperata la consapevolezza che il modello di partito-carisma, nel quale dottrina e profeta si tengono in uno, ovvero mezzo e messaggio coincidono, tiene abbastanza da far sì che il consenso per un “uomo solo al comando” definisca in sé l’adesione sostanziale a un certo schieramento politico. Piaccia o meno (e a me piace molto poco, detto per inciso), questo personalismo provvidenzialista è la vera cifra della politica contemporanea, anche ben al di fuori dei confini italiani: si pensi a fenomeni della retorica “nuovista”, deliberatamente avara di contenuti progettuali precisi, come Barack Obama e David Cameron. Casomai è la peculiare combinazione della tendenza generale così enucleata con l’annosa propensione del ceto imprenditoriale e intellettuale italiano, nelle sue molteplici forme di collateralità al potere pubblico del momento, a sfruttarla come alibi per giustificare la mancata assunzione di responsabilità riguardo agli esiti dell’azione di governo, a fornire interessanti spunti di riflessione.

Una chiave per comprendere il progressivo radicamento del leghismo si ottiene proprio a partire dal sussistere del gattopardismo di cui sopra. Si è detto e scritto di un Carroccio mercantilista e filoclericale, con l’aggravante di aver opportunisticamente rinnegato passate fidelizzazioni liberiste e neopagane; si è argomentato circa il ricatto padano cui l’intera maggioranza dovrebbe sottostare, con l’unica via d’uscita di differenziarsi agli occhi del “Nord produttivo” sposando la linea liberal dettata dal Presidente della Camera. Ho l’impressione che si tratti di letture parziali, incapaci di cogliere un dato politico-culturale d’insieme. A parte il fatto che non si capisce come mai, se ad avere peso sono solo i redditi e le misure politiche annunciate per difenderli, il voto “verde” sia così territorialmente segmentato, a non convincere è proprio l’idea che basti alzare una certa bandiera ideologica per apparire credibili quali suoi effettivi realizzatori politici. Una forza partitica in grado di raccogliere seguito interclassista e interconfessionale – giacché difficilmente l’incontro di dottrina sociale cattolica, sciovinismo agroalimentare, lotta all’immigrazione clandestina e stretta securitaria può definirsi altrimenti – oltre ad azzeccare un tema unificante, deve proporre personale attendibile a priori. La Lega, per arrivare al punto centrale della questione, non solo ha saputo porsi come il partito dell’equità orizzontale, ma ha anche interrotto la consuetudine di candidare utili idioti, mandatari di un notabilato sempre attento a mantenersi cautamente defilato (una specialità che in ambito pidiellino trova campioni indiscussi). Lo strapaese settentrionale, più che temere la mondializzazione o piangere la perdita di fantomatici “paradisi perduti”, non ne può più di immigrati che approfittano senza ritegno di un welfare al quale non hanno contribuito nemmeno in minima parte, di dover rispettare meticolosissimi vincoli burocratici, edilizi, igienico-sanitari, per poi subire la concorrenza di spregiudicati esercenti extracomunitari da un lato e di prodotti di ignota origine dall’altro, né di vedersi iscrivere a ruolo per aver pagato l’Ici con un’ora di ritardo quando in altre parti del Paese l’evasione è dilagante e sistematicamente impunita. Se a questa situazione si somma la comoda ignavia degli ambienti intellettuali e/o altolocati, sempre pronti a prodursi in leziose e stizzite ostentazioni di pensiero indipendente senza mai mettersi politicamente in gioco in prima persona, ben si capisce l’esasperazione di sempre più ampi strati popolari. Che fanno di necessità virtù e vanno a sbattere la testa laddove sono anche “solo” l’idraulico o l’infermiere a voler combattere ingiustizie, ma perlomeno in modo coeso e con la garanzia di farsi carico di eventuali insuccessi.

Al Pdl occorre senz’altro sciogliere il nodo dell’identità politica, per tornare ad abbinare alla “stabilità” di marca leghista l’imprescindibile contraltare della “crescita”. Ma spingere nella direzione di una differenziazione purchessia, per giunta di segno ideologico contrario alle esigenze di equità manifestate da un elettorato sempre più vasto e consolidato, significherebbe solamente fare il gioco del pervicace tatticismo caro agli eredi dello statalismo nero (non a caso svelti a intuire come la declinazione più attuale del dirigismo, dopo l’era dell’imporre e quella del vietare, consista nel modulare attentamente il permettere). Nei prossimi anni sarà già tanto se si riuscirà ad affiancare all’attuazione del “federalismo fiscale” bossiano una riformicchia tributaria improntata alla semplificazione, cioè al disboscamento dell’intrico di deduzioni, detrazioni, esenzioni, crediti, incentivi e disincentivi all’oggi in vigore.

Il compito di far capire che il “pari trattamento” davanti alle regole si conquista anche e soprattutto deflazionando la massa normativa spetterebbe a chi ha già ricevuto adeguata “evangelizzazione” in materia. Peccato si tratti quasi sempre di personaggi usi a lamentare il deficit di riformismo di una realtà socio-culturale spesso e volentieri ritenuta irriformabile per sue tare morali congenite, perciò destinata a precipitare in un baratro del fato più che a emendare autonomamente i suoi difetti costitutivi. Un partito preso sterile, oltre che contraddittorio.




18 dicembre 2009

La Bibbia di Satana/Diritto, natura e ragione

di Anton Szandor LaVey
Arcana – collana “Controculture”, 253 pp., € 14,00

e di Murray Newton Rothbard
Rubbettino, 172 pp., € 9,00

a Laura

Aprendo la Bibbia – quella tradizionale, per il momento – leggiamo che il Maligno si qualifica come tale nell’instillare a Eva la superbia di poter attingere su base squisitamente volontaristica la perfetta scienza delle cose. Il passo (Gn 3, 4-5) è inequivocabile: “Ma il serpente disse alla donna: «Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che, quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male»”. Laddove il riferimento mangereccio, com’è risaputo, va al frutto dell’albero della Conoscenza. In pochissime battute emerge così il centro tematico dell’interrogativo che lacera l’umanità dacché si tiene registro di una qualche forma di dibattito filosofico: il pensiero strutturato risponde a un principio sovraindividuale o è una facoltà soggettiva? E a seguire: con le sue sole forze psicofisiche, l’uomo è in grado di autogestirsi l’immanenza nella direzione di un progressivo miglioramento individuale e collettivo?
“Se non c’è Dio, io sono Dio” diceva Dostoevskij. Lo stesso asserto, ancorché privo dello struggimento teologico-morale affettato dal romanziere russo nel motteggiarlo, è raccolto e sviluppato nel cult-book del papa satanico Lavey. L’occultista naturalizzato californiano, deceduto nel 1997 non prima di aver investito del titolo di reverendo la nota shockstar Marilyn Manson, con questo suo libro del 1969 volle dare alle stampe uno zibaldone pop-filosofico in orbita su un’ellissi avente Nietzsche e Mill come fuochi, entro il cui perimetro Satana funge da archetipo intellettuale di un ben preciso pattern etico e gnoseologico. Esso si può sbozzare nel modo seguente: dotato del giusto viatico conoscitivo (per esempio attraverso idonei percorsi iniziatici), l’individuo si salva da sé. Appunto il paradigma gnosticheggiante assunto dalla Genesi nientemeno che a fomite del peccato originale e che, da solo, ben sintetizza l’essenza delle concezioni filosofiche atomiste e/o a vario titolo nichiliste.
Il manifesto satanista include tutti i punti deboli della tradizione di pensiero cui si rifà più o meno apertamente, senza però mantenerne intatti gli elevati standard speculativi. Difetto, quest’ultimo, se vogliamo comprensibile, dato un taglio mediale dell’opera senz’altro divulgativo – nonostante l’ultimo terzo del volume si diffonda in un tonitruante quanto pittoresco esoterismo (quello delle Chiavi di Enoch). Ma gli aspetti problematici della trattazione, ripeto, sono soprattutto concettuali e ricalcano fedelmente il repertorio di contraddizioni in termini tipico dei relativismi, siano essi somministrati nella variante “forte”, in quella “debole” o in un eterogeneo cocktail delle due come nella fattispecie. Per averne contezza basta ritagliare qualche brano dal testo e ragionare sia sul senso dei singoli estratti che sul livello di coerenza logica ravvisabile dal loro confronto: “Tra queste pagine troverete la verità…e l’immaginazione. L’una è necessaria all’altra e viceversa; ma ognuna deve essere considerata per quello che è” (p. 23). E già qui mancherebbero le definizioni da stipulare per “verità” e “immaginazione” nonché l’illustrazione del rapporto di interdipendenza tra le due idee, ma almeno sembra venir fornita una premessa teorica, un’ipotesi di lavoro. Tuttavia, poco più avanti, si legge: “Tutto ciò che è dichiarato ‘verità’ si dimostra in realtà una vuota finzione; lasciate che sia gettata senza troppe cerimonie nello spazio oscuro tra gli dei morti, gli imperi morti, le filosofie morte e altri inutili detriti!” (p. 35). Gettare la verità nel linguaggio significa per forza di cose tradirla, d’accordo, ma la comparazione dei due fraseggi succitati non può non evidenziare una stridente e grossolana discrepanza teoretica. Per di più la seconda proposizione, se presa alla lettera, nega bilateralmente se stessa, come se un cretese proclamasse che tutti i cretesi mentono. A proposito di varianti sul tema del paradosso di Epimenide: “Cambiando i contesti, nessun ideale umano può rimanere certo!” (p. 35). E ancora: “La verità, da sola, non ha mai reso libero nessuno. Soltanto il DUBBIO può provocare l’emancipazione mentale. Senza il meraviglioso elemento del dubbio, la porta attraverso cui passa la verità sarebbe chiusa a doppia mandata” (p. 43). Vigente la prima affermazione, il satanismo si iscriverebbe d’ufficio tra le vittime illustri dell’impermanenza degli ideali così enunciata. La cultura del dubbio, poi, per ambire alla consistenza dottrinale, deve fondarsi su presupposti che non coincidano col dubbio medesimo – e quindi riconoscere schiettamente che non di tutto è lecito dubitare – evitando di caricare esigenze metafisiche sulle gracili spalle di un semplice metodo . Altrimenti, di nuovo, ci si trova di fronte al controsenso per cui il significato di un sommario ideologico contiene in sé gli elementi della propria negazione. Se soltanto il dubbio libera, in altre parole, tale asserzione va protetta dall’utilizzo dell’incertezza contro di essa. Il versante nicciano del’esposizione non rende giustizia al suo padre nobile: il filosofo di Röcken non cadde mai in aporie tanto banali, perché non rifiutava assolutamente la verità come orizzonte noumenico di riferimento. Egli si “limitò” ad analizzarne filologicamente la radicale alterità rispetto alla ragione umana – col guaio di avanzare a sua volta una tesi veritativa, ma questa è un’altra storia. Nemmeno il lato milliano del saggio se la passa benissimo. Se la morale sessuale satanica “incoraggia qualsiasi forma di espressione sessuale che si possa desiderare, con il limite di non nuocere ad alcuno (p. 78), i riti propiziatori illustrati più oltre da Lavey si basano sul controllo di tre forze psichiche, una delle quali “è quella della distruzione. Questa è una cerimonia usata per rabbia, irritazione, sdegno, disprezzo o per semplice odio. È conosciuta come malocchio, maledizione o agente distruttivo” (p. 130). E in proposito va tenuta presente l’ulteriore raccomandazione: “Sii sicuro che NULLA ti importi se la vittima predestinata viva o muoia; prima di lanciare la tua maledizione e, quando causerà la sua distruzione, divertiti anziché provare rimorso” (p. 132). Vale la pena di sottolineare che Lavey non fu certo un mago da strapazzo, ma più che altro un convinto fautore della tortura psicologica (dei nemici), dell’autostima (verso se stessi, chiaramente) e dell’empatia (con gli amici). Cionondimeno la discrasia di precetto rimane: di base il prossimo va rispettato o circuito? A far problema è il liberalismo di maniera concentrato nella frasetta “posso fare ciò che voglio finché non danneggio gli altri”. Sembra il tripudio della chiarezza adamantina, mentre invece l’umanità si arrovella da sempre su cosa debba rientrare nella categoria del nocumento. Stabilire dove porre il confine tra danno morale e materiale rinvia alla più classica regressio ad infinitum, per eludere la quale la modernità ha creduto di riparare agilmente nel diritto negativo. Uno strumento che però ha il difetto di trasformare la libertà in un fine politico, sicché tra eccezioni, esenzioni, controllori da controllare e incentivi da offrire selettivamente per bilanciare le asimmetrie informative il liberale diventa liberalsocialista (Mill docet, non a caso). Nel frattempo, per giunta, la domanda relativa alla compatibilità tra deferenza verso il prossimo e fattiva induzione al suicidio del medesimo, in caso di “offesa” da parte sua, rimane senza risposta.
La piccola miniera di paralogismi e questioni irrisolte scavata da Lavey col suo libro, in ogni caso, contribuisce ad accreditare il punto di vista secondo cui le filosofie individualiste, liberali o libertarie debbano rifarsi a un ethos consequenzialista (ovvero pragmatico, utilitarista, edonista). Di avviso molto diverso fu sicuramente Murray Rothbard, campione del libertarismo statunitense. Agnostico professo, l’anarco-capitalista newyorkese fu anche un convinto sostenitore della continuità teorica tra la Scolastica medievale e le moderne libertà negative. La “linea madre” giusnaturalista, nella visione rothbardiana, traccia l’asse di un percorso comune alle innumerevoli sfaccettature del liberalismo. Dove per alcuni palpitano le ragioni della contingenza e dell’opportunità, per Rothbard regna l’assoluto morale. Quindi l’eudemonia aristotelica –la felicità che consegue alla rettitudine, semplificando – anziché l’utilità. Logico allora che da questa antologia di scritti giovanili emerga un piccato dissenso nei confronti delle scuole di pensiero avverse a quella “continuista”. Rothbard ne ha per Hayek, per il suo maestro Von Mises, per Cutten, per Robbins, ma in particolar modo per Leo Strauss e per Karl Polanyi. I suoi bersagli elettivi sono essenzialmente due: l’atavismo consuetudinario di stampo hayekiano e la frattura straussiana tra lex tomista e ius lockeano. Per un verso prosegue la diatriba tra old-whiggism e right-libertarianism, con gli usi e costumi contrapposti ai diritti universali, mentre per l’altro tornano a scontrarsi la lettura “cattolica” e quella “protestante” della nascita del liberalismo. Come spesso gli è capitato, anche qui Rothbard dà prova di frizzanti doti retoriche, eppure le sue controdeduzioni al vetriolo non fanno che girare attorno al cuore pulsante delle tematiche affrontate senza nemmeno scalfirne il quid. Allarmato dai rischi della common law, l’autore ritiene di sottrarsi al mare in tempesta della catallassi sotto l’ombrello dell’assioma di non aggressione. Ma si è già accennato a quanta ineludibile base dialettica sostenga in radice la nozione di danno e, nel contempo, abbiamo altresì spiegato che la “assenza di impedimenti” è formula vuota di contenuto morale (per approfondire il tema vedi qui). Nella sua pregevole introduzione Roberta Modugno non manca di difendere la lezione hayekiana dalla caricatura fattane da Rothbard: “In Hayek quel che è fondamentale è il concetto di evoluzione culturale […] che riguarda la genesi e lo sviluppo di istituzioni, quali, tra le altre, la religione, il diritto, il mercato e, in generale, i sistemi autogenerantisi e autoregolantisi che vanno a formare la complessità della società” (p. 26). E poi: “deprecabile è stato, per Hayek, l’affermarsi del razionalismo di matrice cartesiana. Questa tradizione, infatti, ha ignorato la distinzione tra taxis e cosmos, cioè a dire tra sistemi e associazioni la cui struttura formale è caratterizzata da un ordine costruito e quei sistemi che, invece, sono cresciuti e si sono affermati attraverso un processo di evoluzione e si configurano perciò come ordini spontanei” (pp. 31-32). Saranno poi sconclusionati e teoricamente infondati gli scritti straussiani, ma parimenti latita la spiegazione del perché il moderno passaggio da legge a diritto costituirebbe un “affinamento” e non un drastico cambiamento di prospettiva nell’intendere il rapporto tra individuo e autorità. Inoltre, se il divorzio tra fatti e valori può – giustamente – lasciare spazio a svariate ubbie epistemologiche, perché allora non approfondire il legame elettivo tra le proposizioni prescrittive e le valutazioni che si possono dare circa gli stessi “fatti” di cui sopra?
Quello che Rothbard vede come fumo negli occhi, in conclusione, è l’inabrogabilità dei beni pubblici derivante dalla concreta “messa in opera” del diritto come scienza del giusto e dell’ingiusto. I fondamenti della giurisprudenza penale, in quest’ottica, si formalizzano come postulati fluidi invece che come assiomi rigidi, a dispetto di ogni cognitivismo etico, e non si possono dedurre univocamente col solo ausilio di una ragione universale. L’errore rothbardiano sta a mio avviso nel considerare sinonimi, chissà se più per equivoco ideologico o per riflesso mentale, gli attributi “pubblico” e “statale”: ma è proprio una volta rappacificato con la molteplice declinabilità del potere costituito che il libertarismo guadagna forse qualche speranza di promuoversi da libro dei sogni a plausibile agenda politica.




25 settembre 2009

Io sono mio?

Qualche settimana fa Alberto Mingardi ha postato un articolo nel quale, in buona sostanza, si sosteneva la legalizzazione del commercio d’organi anche – è il tratto saliente della riflessione mingardiana – qualora prelevati da donatori volontari viventi. A conti fatti mi trovo d’accordo con molti dei punti di caduta individuati nel pezzo ma, come spesso mi capita confrontandomi con l’argomentare liberale “classico”, poco o niente con le premesse logiche del ragionamento svolto [continua su Chicago Blog]




18 giugno 2009

Tre pillole politiche

1. A margine dell’incresciosa vicenda Noemi-Papi è salito nuovamente alla ribalta il tema della morale politica, purtroppo ancora una volta secondo il frusto paradigma del bipolarismo etico invalso riguardo a qualunque “materia del contendere” di minima rilevanza pubblica. Su un fronte ha voce il moderno fariseismo per il quale i precetti comportamentali vanno sempre serviti in carta patinata, ovvero promossi da uomini coerenti con essi, per ambire a guadagnarsi l’agognata credibilità. Tralasciando la fallacia logica annessa al ritenere la coerenza un valore in sé, vale la pena di ricordare che il piano ideale e il piano concreto, benché convergenti sotto il profilo prasseologico, sono distinti sotto quello concettuale. Linea di fatto e linea di principio si giustappongono dialetticamente senza mai dissolversi l’una nell’altra, ovvero: se un ladro mi dice che rubare è sbagliato, al ladro devo dare ragione in linea di principio salvo domandargli conto del suo illecito in linea di fatto. Nel senso che appunto il concetto di illecito – o di peccato, per chi si rifà a una morale confessionale – va inteso al servizio del discernimento, non già della dannazione, per essere interpretato correttamente. Dal versante opposto si propende per una sorta di utilitarismo crociano applicato al culto della personalità che contraddistingue sempre più il rapporto tra i corpi elettorali e gli “uomini soli al comando” di turno. In sostanza si dice che il politico onesto è il politico capace: faccia quello che gli pare dalla cintola in giù, purché sappia trarmi in salvo dalla crisi, dal digital divide, dal logorio della vita moderna – purché sappia cioè far funzionare il marchingegno statale di modo da massimizzare l’utilità collettiva. Si tratta di due diverse varianti dello stesso relativismo per cui il bene e il male non esistono come essenze autonome a priori, ma emergono dalla concomitanza di fattori per lo più contingenti/strumentali/formali. Invece sarebbe il caso di tenere presente che vigilare sui vizi privati dei potenti non serve tanto a sconfessarne le virtù pubbliche, quanto a impedire che le posizioni di responsabilità siano ricoperte da persone a vario titolo ricattabili. Silvio Berlusconi è andato al compleanno di Noemi Letizia a favore di una serqua di telecamere, quindi nella fattispecie ha messo deliberatamente in piazza il rapporto che lo lega a questa ragazzina: se si trattasse davvero di una relazione amorosa, al premier andrebbe diagnosticato l’autolesionismo acuto. Ma se il Cav. coltivasse tresche occulte d’abitudine, in quale e quanta misura si troverebbe sotto minaccia di scandalo a mezzo stampa? E tale “minaccia” come si servirebbe del potere in mano al Presidente del Consiglio? Premendo magari per favori politici anche a scapito dell’equo trattamento della cittadinanza tutta?

2. Per spezzare l’asse Fanfani-Almirante che orienta il gradiente politico-culturale del neonato Pdl, Gianfranco Fini ha scelto di fungere da cuneo repubblicano nell’intento di incrinare il monolite statalista da cui il soggetto unitario di centrodestra par muovere i primi passi. Come un Ugo La Malfa redivivo, tanto per rimanere in similitudine. È molto interessante – e molto urgente, a giudicare da spropositi come la legge Calabrò – porgere alla Destra italiana il tema della laicità. Corrivo e insignificante, invece, è pensare di riuscire nell’opera recitando a memoria slogan imparaticci e apodittici, anziché proponendo elaborazioni nuove e originali. Sarà che quelle richiedono tempo e fatica senza poi garantire qualche titolone brutalmente sintetico sulle prime pagine dei quotidiani? Per un conservatore, la laicità è un dovere dello Stato, non un obbligo del cittadino – ciò che diviene nell’azione politica impegnata a scorrelare disponibilità di risorse e stile di vita. Bene: ma come conciliare questo assunto alla temperie dell’oggi, in cui cresce la domanda di protezione sociale in tutti i campi? Come presidiare i confini tra la libertà negativa (politica) e libertà positiva (morale) laddove aumenta la domanda di realizzare, anziché “solo” di garantire, i diritti essenziali?

3. Bipartitista convinto da sempre, i tre quesiti referendari di Domenica e Lunedì mi mettono abbastanza in crisi. Sulla terza scheda nulla quaestio, voto sì perché la candidatura multi-circoscrizione è un privilegio sibaritico. Ma la prima e la seconda offrono l’opportunità di adottare una norma condivisibile solo a certe condizioni, nessuna delle quali allegabile a una consultazione abrogativa. Ebbi un problema analogo ai referendum sulla procreazione, allorché – sebbene favorevole all’eterologa – barrai il no sulla seconda scheda nel dubbio (dirimente) circa l’anonimato del donatore esterno alla coppia. Stavolta mi fa problema l’impossibilità di sapere a priori se un eventuale assetto bipartitico futuro sarà corredato dall’indispensabile ausilio delle primarie. Anzi, visto che probabilmente il testo del porcellum rimarrà invariato tranne le parti in predicato di abolizione, ho viceversa la certezza che una (improbabile) vittoria dei sì non farebbe che accentuare la partitocrazia castale arroccatasi sul meccanismo delle liste bloccate. Per tagliare la testa al toro voterò sì sulla scheda numero uno e non ritirerò la numero due: fingerò di credere alla favola del Senato federale e lascerò che nella camera alta ci si avvii coerentemente a privilegiare il pluralismo rappresentativo.




27 marzo 2009

Congiunzione di due mondi

Dopo una convivenza di prova durata un quindicennio, Forza Italia e Alleanza Nazionale sono in procinto di convolare a nozze. Saranno giuste nozze? Tutto dipende dagli assetti organici che il nuovo partito metterà a regime di prassi interna, con speciale riferimento alla cultura politica che l’attribuzione delle relative funzioni decisionali intenderà rispecchiare.
No, non mi interessa perorare la causa di questa o quella particolare “anima” ideologica destinata a confluire nel nuovo soggetto unitario. È difficile comprendere come un partito a vocazione maggioritaria possa costituirsi se non alla stregua di laboratorio dialettico in cui operare una sintesi di posizioni anche molto lontane tra loro. [continua su Movimento Arancione]




19 dicembre 2008

Salta anche il patto Molotov-Ribbentrop

Non cessa di consolidarsi l'analogia – puramente formale e tutta giocata sul filo del paradosso, s'intende – tra le sorti della Germania nazista e quelle del Partito Democratico veltroniano. Prima l'annessione dell'Austria morotea e adesso la rottura dell'alleanza strategica con un partner politico ideologicamente agli antipodi da molti punti di vista, ma indispensabile per non avere nemici su due fronti. Va bene, lo ammetto: l'accostamento sinottico dei due accadimenti presenta più di una discrepanza. Là l'inopinata apertura delle ostilità avvenne a guerra in corso, mentre qui il “conflitto” elettorale (nazionale) si è concluso da un pezzo. Là il tradimento fu unidirezionale (tedesco), qui lo scambio di accuse in merito alle responsabilità della frattura sta mostrando ampi margini di reciprocità. Senza contare che l'aggredito, all'epoca, fece deliberatamente causa comune con i nemici dell'aggressore: risvolto, quest'ultimo, del tutto privo di corrispettivi proponibili nel presente politico italo-sinistrese.
Rimanendo alle somiglianze, comunque, è interessante ragionare sui possibili sviluppi della crisi tra Pd e Di Pietro. Sul suo blog l'ottimo Gianni Pardo cita una dichiarazione rilasciata da Maria Paola Merloni, ministro ombra per le Politiche Comunitarie, a margine dell'offensiva giudiziaria che sta affossando (Campania) o ha affossato (Abruzzo) la classe dirigente democratica: “Secondo me dietro tutte queste inchieste giudiziarie che riguardano il Pd c'è Antonio Di Pietro, che peraltro è l'unico che ci guadagna. Forse la magistratura ha scelto il suo partito come il nuovo referente”
. Fa bene Pardo a proseguire sviscerando alcuni sottotesti di quel “nuovo”; fra poco entrerò anch'io nel merito in modo da affrontarne gli aspetti meno contingenti.
Per il momento fermiamoci al dato politico dell'esternazione, con la tripletta di alternative che a mio avviso pone. La prima: la manovra a tenaglia delle procure esaurisce presto la sua furia distruttiva e assume i contorni di un semplice avvertimento. Come a dire che l'atteggiamento dialogante del Pd con la maggioranza, specie sulla riforma dell'ordinamento giudiziario, va rinnegato a favore di un ricompattamento della Sinistra attorno al “giustizialismo” spinto. Il che significherebbe in buona sostanza alzare nuovamente i toni dello scontro su conflitto d'interessi, leggi-vergogna e involuzione autocratica, con tanti saluti all'impudente spirito bipartisan che l'opposizione “moderata” ha creduto di potersi permettere in questi primi mesi di legislatura. La seconda: l'operazione è finalizzata al ripristino dell'Unione prodiana. Saremmo davanti a uno scenario, se non fattivamente congegnato, sicuramente assai apprezzabile da una componente margheritina sempre più alla ricerca di triangolazioni con l'ultrasinistra in chiave anti-diessina. La terza: lo scopo ultimo del polverone è provocare la morte in culla del neonato soggetto unitario progressista. Una sorta di “opzione nucleare”, vien fatto di dire. Laddove non può sfuggire che il fattore comune a tutte e tre le suddette realizzazioni concrete della “DDR” prossima ventura si individua facilmente nel tramonto del veltronismo, ammesso e non concesso che di quest'ultimo si possa rinvenire una cifra politica vera e propria.
È facile immaginare l'obiezione “dipietrista” al partito preso secondo cui, dietro all'intera vicenda, si insinua un disegno eterodiretto e persecutorio. Producendo sterminate biblioteche di pezze d'appoggio (veline tribunalizie, mattinali di polizia giudiziaria, sbobinature di intercettazioni e quant'altro) si troverebbe sicuramente il modo di agitare il feticcio dogmatico dei “fatti”. L'essenza del travaglismo – così come del veicolo di trionfo retorico più gettonato tra le blogstar – si riduce in effetti a questo: guardare con minuziosa acribia il dito sminuendo sapientemente l'importanza di ogni discorso sulla Luna. Oppure evadendone la disamina mediante un'ermeneutica tanto frettolosa quanto reiterata.
Volendo invece mettere in discussione proprio il nucleo fondativo della mentalità giustizialista, non si può non sottolineare ancora una volta il carattere ricattatorio dell'assetto giudiziario italiano. Frutto della confusione tra separazione e divisione dei poteri nonché del costruttivismo implicito nel combinato autoreferenzialità/obbligatorietà dell'azione penale, esso si traduce nel coacervo di piccole grandi vessazioni che in parte esemplificavo una settimana fa. Generalizzando: in un sistema politico nel quale l'iperregolamentazione genera illegalità latente diffusa, è legittimo ritenere che la volontà – giocoforza circoscritta nel tempo e nello spazio – di punire le trasgressioni sia discrezionale a intenti punitivi più o meno espliciti. È solo perché sono persuaso da questo argomento che mi ispira fiducia l'idea di riformare il sistema giudiziario in senso “anglosassone”, cioè improntato a una concezione autenticamente giurisprudenziale del diritto. Non già perché sia plausibile capovolgere i rapporti di causa ed effetto al punto di credere che la mentalità e il costume siano conseguenze della cornice procedurale architettata dall'alto, sarebbe contraddittorio.
Ecco per quale motivo si resta interdetti di fronte ai timori chi, su posizioni liberali e garantiste, dubita che gli italiani e la loro classe dirigente, moralmente e culturalmente tarati come sono, siano in grado di confrontarsi responsabilmente con la prassi della libertà applicata. Tale è infatti il sottofondo ideologico di coloro che confidano nell'indipendenza dei controllori a prescindere e nella coessenziale nozione di “interesse generale” - dei giacobini, per essere chiari. Anzi, nello specifico di quei liberali votatisi al giacobinismo per il loro forte pregiudizio anti-italiano. Se stavate cercando di spiegarvi la forma mentis del liberalismo dipietrista – e la ragione per cui l'Italia dei Valori siede tra le fila dell'ELDR a Strasburgo, tanto per riallacciarmi all'intelligente provocazione lanciata giorni fa da LC – forse queste mie considerazioni conclusive fanno al caso vostro.




11 dicembre 2008

La giustizia della libertà

Rileggendo il decalogo aureo per un equo svolgimento delle ispezioni tributarie stilato dalla LIFE, ma anche ripensando all'esternazione sull'antistatalismo “consustanziale” alla mentalità veneta con cui Vincenzo Visco, non più di un anno e mezzo fa, credeva di criminalizzare a buon mercato un intero popolo, viene da pensare che l'Italia, così come tutto il mondo occidentale, sia attraversata da una spaccatura verticale che taglia in due la coscienza antropologica delle persone.
Alla radice di questo muro contro muro, sicuramente, pesa la – per così dire “rodata” – contrapposizione tra coloro che ritengono fondato il nesso di causalità “pagare tutti e poi pagare meno” e quanti, viceversa, capovolgono quel rapporto causa/effetto e rivendicano il diritto a vedersi applicate aliquote sostenibili prima di aderire al modello di conformità fiscale definito dal potere pubblico. I sostenitori della prima alternativa hanno nella giustizia il loro valore politico di riferimento, mentre per i fautori della seconda prevale la libertà. Si tratta di parole vaghe e, sul piano delle realizzazioni pratiche, obbligate a confondersi e mescolarsi continuamente. Da un lato vi è la fiducia nelle virtù dell'amministrazione istituzionalizzata, dall'altro si pone maggiormente l'accento sull'intrapresa spontanea: termini in tensione e in ultima analisi irriducibili a coerenza, ma anche indispensabili l'uno all'altro.
La giustizia nel “pagare tutti”, per dirsi tale, non può non rinviare all'esigenza di un limite alla tassazione. E la libertà – specie se negativa: impedire agli altri di impedire a me – necessita della problematica, ma imprescindibile, distinzione tra sfera pubblica e sfera privata. Le prese di posizione sommarie suscitate dallo scontro ideologico frontale fanno quasi sempre perdere di vista l'ineluttabilità della “compenetrazione di essenze” appena individuata.
Da acceso difensore della metafisica “di seconda specie”, dimentico spesso di circostanziare che la richiesta di meno tasse prima ha principalmente l'intento di concorrere al rientro nella legalità per chiunque sia vittima dell'ingiustizia ispettiva – unico naturale frutto di una fiscalità labirintica e opprimente. Mi succede spesso di contestare la sicumera di certi contribuenti che – animati da senso civico autentico, vediamo di capirci – si vantano e illudono di aver pagato le tasse “fino all'ultimo centesimo”. Ma basta un tocco di retroattività e/o di malizia per mettere alla gogna anche il cittadino più onesto. È risaputo che la Guardia di Finanza, quando esce, un verbale lo porta a casa comunque. E la stessa spada di Damocle pende sui titolari di attività soggette a vincoli antincendio o igienico-sanitari (fatto salvo il generalmente meno oneroso risvolto patrimoniale di questa seconda classe di “esazioni”).
Di questo si parla, non di altro, quando si portano avanti le istanze della semplificazione fiscale e dell'alleggerimento impositivo: della volontà di posizionarsi con certezza entro il perimetro della legalità, finalmente liberi da ogni ricatto asservito alla guerra tra ceti in cui sfocia la “spaccatura verticale” cui ci si richiamava all'inizio.




18 novembre 2008

Le istituzioni e la libertà

di Raimondo Cubeddu
Liberilibri, 302 pp., € 14,00

È raro che la filosofia politica di matrice liberale si mostri pienamente consapevole dell’ineliminabile divario teso tra essenze ed enti. Il più delle volte l’elaborazione teorica “d’area” tende a concepire in termini di perfetta identificazione il rapporto – invero problematico – tra linguaggio e realtà politica, sicché ad esempio si assiste frequentemente alla sbrigativa equiparazione tra “pluralismo etico” e “stato laico”. Come se determinati assetti istituzionali non costituissero l’annosa e perfettibile messa in opera della libertà individuale su un piano metaforico – o non performassero, per dirlo con un gioco di parole, la realizzazione dell’irrealizzabilità connaturata al loro oggetto ideale. [continua su Movimento Arancione]



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