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Non te lo chiedo per favore: non calpestarmi







Perduta nazione, avito suolo
Isole tra i monti, strade pei mari
Unico asilo ed eterno conforto
Per te prosperiamo
Liberi e reverenti





Due che hanno visto giusto





La situazione mediorientale spiegata
meglio che in mille editoriali





In memoria di Diamond
"Dimebag" Darrell
, e di tutti gli
interminabili pomeriggi di
gioventù trascorsi a sgomitare
sotto la sferza selvaggia
della sua chitarra!





Where I belong:



Il movimento liberale giovanile fondato e presieduto da Francesco Lorenzetti



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con l'intemerata
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Ipocralismi
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Il sofferto capolavoro
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Cento domande sull'Islam

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Né bio né equo
né solidale. Quindi
massimamente etico


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Liberalizzazioni:
cosa resta da fare?

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#1  #2  #3


Un giorno di libertà
#1  #2  #3


Metabio(gen)etica
#1  #2  #3  #4


Per il bene dell'Italia
#1  #2  #3  #4  #5
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IsmaelVille
#1  #2  #3  #4  #5
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Spigolature internautiche

"Uòlter Veltroni
a tajà er nastro
so' tutti bboni"

            by Giggimassi


"Far l'amore
col preservativo
è come fare il bagno
con lo scafandro"

                (Anonimo)


"Non sono né del partito
rivoluzionario né del
partito conservatore.
Ma tuttavia e dopotutto
tengo più al secondo che al
primo. Infatti dal secondo
differisco nei mezzi
piuttosto che nel fine,
mentre dal primo differisco,
insieme, nei mezzi e nel fine.
La libertà è la prima delle
mie passioni. Questa è la
verità"


      Alexis De Tocqueville
                    (by Zamax)


"Se Dio si candida,
lo stolto pensa alle elezioni
invece che al problema
dell'elezione"


            Giuliano Ferrara


"Io credo soltanto nella parola.
La parola ferisce, la parola
convince, la parola placa.
Questo, per me, è il senso
dello scrivere"


                    Ennio Flaiano
                (by Il Paroliere)


"L'ideazione di un sistema
resistente è atto creativo
che solo in parte si basa su
dati scientifici; la sensibilità
statica che lo determina, se
pure necessaria conseguenza
dello studio dell'equilibrio e
della resistenza dei materiali,
resta, come la sensibilità
estetica, una capacità
puramente personale, o per
meglio dire il frutto della
comprensione ed assimilazione,
compiutesi nello spirito del
progettista, delle leggi
del mondo fisico"


                       Pier Luigi Nervi
(Scienza o Arte del Costruire)


"L'unica cosa necessaria
per il trionfo del male
è l'inerzia dei buoni"

                         Edmund Burke
              (by Torre di Babele)


"Un governo così grande da
darti tutto quello che vuoi
è anche abbastanza grande
da toglierti tutto quello che hai"


               Barry M. Goldwater
          (by Retorica e Logica)


"L'amore è donare quello
che non si ha a qualcuno
che non lo vuole"


                     Jacques Lacan
                       (by Bernardo)


"Sono un conservatore nel
senso inteso da Hannah Arendt,
che si preoccupava della
preservazione del mondo.
Oggi comunque non c'è più
ordine costituito, ma solo
un cambiamento costituito.
La nostra sola tradizione è
il progresso. Viviamo in nome
del movimento e del
cambiamento continuo.
In questo contesto, io mi
considero un rivoluzionario,
perché ormai la sola
rivoluzione possibile è quella
che interrompe le derive
contemporanee"

               Alain Finkielkraut
                            (by Temis)


"Parliamo di politica:
quando si mangia?"


                 Alberto Mingardi


"Quella delle domeniche
a piedi è una messa rosso-
islamica, basata sulla nostalgia
del bel tempo della austerity
'regalataci' dall'Opec nel 1973.
E' un rito di espiazione e
autoflagellazione, direbbe un
Ernesto De Martino. E' una
autopunizione per aver pensato
di andare in auto a casa della
mamma, direbbe Freud. E' una
purga rivoluzionaria per
distruggere i beni di consumo
e tornare al valore d'uso,
direbbe Karl Marx"


                  Paolo Della Sala


"Quando uno conosce bene
una cosa se ne ha a male
se qualcun altro ne parla"


                          by Cruman


"Il vero conservatore sa che
a problemi nuovi occorrono
risposte nuove, ispirate a
principi permanenti"


             Giuseppe Prezzolini
  by Camelot Destra Ideale


"Una donna lo sa: le donne
adorano odiarsi. E' una cosa
vezzosa, niente di grave: solo
un po' di veleno qua e là, uno
sgambetto un sorriso e una
pugnalata alle spalle.
Non possiamo resistere"


              Annalena Benini


"Gli elettori delegano
il peccato ai potenti, così
possono immaginare
di non essere colpevoli
di nulla"


          Paolo Della Sala, again


"L'utilitarista deve nascondere
giudizi di valore da qualche
parte, per prendere decisioni
in base al suo principio,
e la teoria morale che ha
non è quindi l'utilitarismo,
ma lo specifico criterio
decisionale adottato"


                          LibertyFirst


"Non c'è più nessuno
a cui sparare, signore.
Se si tratterà solo di
costruire scuole e ospedali,
è a questo che serve l'esercito?"


                   Michael Ledeen


"L'idealista è uno che,
partendo dal corretto
presupposto che le rose hanno
un profumo migliore dei cavoli,
usa le rose per fare la zuppa"


                  Antonio Martino


"Sono sempre i migliori
ad andarsene dai forum"


                           Malvino


"Sapientia deriva da assaporare,
serve altro commento che non sia
mettere in moto il pensiero,
il ragionamento critico
come sapore delle cose?"


                                 adlimina


"Se gli economisti fossero
in grado di prevedere l'economia
non sarebbero tali, cioè non
avrebbero bisogno di insegnare
per sbarcare il lunario"


                            Mario


"Chi è sovente accigliato,
chi alza spesso il ditino
ammonitore, chi giudica
severamente il mondo
è uno che nel mondo
ci si trova male"


                             Gianni Pardo


The unprofessional blog

L'autore dichiara apertamente
che gli audaci parti del suo
intelletto avrebbero bisogno
del conforto di dottrina
specialistica in più materie,
nessuna delle quali minimamente
padroneggiata: pregasi notare
- sia ricordato qui una volta
per tutte - che di siffatti
scrupoli accademici è
privilegio della corporazione
dei dilettanti infischiarsene
allegramente (TNX Zamax)


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15 dicembre 2006

Né bio né equo né solidale. Quindi massimamente etico

La scorsa settimana un’inchiesta del settimanale The Economist, poi ripresa da Carlo Stagnaro sul Foglio di sabato e da un post di Fausto Carioti, metteva pesantemente sotto accusa i falsi miti dell’agricoltura biologica, della distribuzione sostenibile e del commercio equo e solidale. Pura iconoclastia, se si tiene presente quale posizione occupi il consumo consapevole nella scala di valori “razionale” che – teoricamente – dovrebbe attestare la superiorità antropologica intrinseca alla mentalità progressista.
Il servizio del magazine londinese cominciava la sua opera demolitrice sfatando la leggenda del cibo organico e smascherandone il carattere retrogrado. La produzione di generi agricoli tra il 1950 e il 2000, infatti, è triplicata a fronte di un aumento della superficie coltivata totale del solo 10%. Pur commettendo l’errore di attribuire tutto il merito di questo efficientamento all’impiego dei concimi chimici – giacché, a onor del vero, molte delle innovazioni di cui si è avvalsa l’agrotecnica si devono ai progressi e alla diffusione su larga scala della meccanizzazione –, il dato indica impietosamente che un troppo vasto revival del biologico comporterebbe il ritorno allo sfruttamento estensivo dei suoli. La fine che farebbero ettari ed ettari di foresta pluviale in un simile scenario è facilmente immaginabile; un po’ meno lo sono i benefici alimentari derivanti da una dieta “bio”, visto e considerato che, come sottolinea Carioti, “non vi è alcuna prova scientifica che il cibo coltivato con i metodi convenzionali sia in qualsivoglia modo dannoso per la salute, o che il cibo prodotto con metodi organici abbia proprietà nutrizionali più elevate”.
Secondo bersaglio, il commercio equo e solidale. Che esce assai malconcio dal vaglio critico toccatogli, ritrovandosi degradato a mera distorsione allocativa o, se si preferisce, a marketing sotto mentite spoglie ideologiche. Innanzitutto, la disponibilità a pagare un sovrapprezzo in premio all’ipotetica “eticità” attribuita a uno specifico circuito merceologico, da una parte, costringe i produttori a esso estranei a ridurre notevolmente i loro margini di guadagno per reggere la concorrenza e, dall’altra, incoraggia i beneficiari dell’extra profitto a non diversificare l’offerta e a non investire in ricerca e sviluppo. Inoltre, stando al resoconto di Stagnaro, “la certificazione equa e solidale viene di norma concessa sulla base di pregiudizi politici, e in particolare tende a favorire le cooperative, escludendo le imprese famigliari”. Un particolare che dovrebbe destare più di una perplessità, nell’ambito del solidarismo cattolico. Non è banale rimarcare, infine, che solo il 10% dell’introito equo e solidale giunge all’origine della filiera produttiva: il resto viene ripartito tra dettaglio e distribuzione.
Se non bastasse il conflitto d’interessi tra l’impegno a favore del terzo mondo e l’esortazione ad acquistare cibi prodotti localmente – perciò non necessariamente biologici e senz’altro non caritatevoli verso i paesi poveri –, per dissolvere quest’altra illusione valgano allora considerazioni di tipo logistico. Trasportare una tonnellata di derrate dall’origine a una rivendita generica – come può esserlo un supermercato – comporta un dispendio energetico minore che movimentare tra un negozietto limitrofo e l’altro mille automezzi privati per consentire a ciascuno di essi di raccogliere un chilo di merce. Prendendo in considerazione anche il costo dei processi produttivi, poi, si scopre che, importando beni da aree in cui il fabbisogno energetico è minore a parità di valore aggiunto, il risparmio economico e la sostenibilità ambientale crescono a prescindere dalle distanze geografiche.
Il sottofondo ideologico su cui germina l’eterogenesi “equa e solidale” dei fini, a ben vedere, è dato dalla rielaborazione in chiave pauperista dei peggiori retaggi del marxismo, in quanto il valore delle merci si pretende determinato a priori esclusivamente dalla remunerazione dei loro fattori produttivi. Lo scarto tra prezzo e costo, in quest’ottica, è automaticamente un furto di salario (plusvalore assoluto) e/o di ore lavorate (plusvalore relativo). Ben si capiscono, pertanto, le ragioni dell’estrema sfiducia nel libero mercato che traspare dallo shopping no-global, e che si traduce nell’ennesima variante del pregiudizio anticapitalista. Posto in questa prospettiva, lo scambio tramite nuda compravendita appare condannato a scontare un fardello di lacune etiche congenite, da colmare aggiungendo alla soddisfazione di esigenze particolari la garanzia di contribuire al “bene comune”. Ma tale forma mentis utilitarista dimentica che il mercato, nel riconoscere a tutti i suoi agenti il diritto alla pacifica contrattazione, è già eticamente orientato al massimo grado possibile, poiché la certezza della proprietà privata rappresenta la più alta espressione di rispetto reciproco. Dubitarne – magari a causa dell’inquietudine che proviamo nel misurarci con il disagio esistente in realtà lontane da noi – può indurre nella tentazione di intromettersi a sproposito nel corso naturale degli eventi, di fatto limitando l’altrui sovranità proprietaria, con esiti inintenzionali del tutto imponderabili e spesso assai dannosi.




11 gennaio 2006

La Verità su Tolkien – Perché non era fascista e neanche ambientalista

di Alberto Mingardi e Carlo Stagnaro

172 pp, Liberal Edizioni, € 18

 

Al tolkieniano maturo non può sfuggire il ruolo strettamente comprimario ricoperto dalla politica, specialmente se appiattita sulle meschine convenienze dell’attualità, all’interno della produzione letteraria del Professore per antonomasia. In essa, infatti, i risvolti più spiccatamente “politici” si mescolano all’insieme di parole universali - Bene e Male, Potere e Obbedienza, ineffabilità, lotta all’idolatria, Caduta, Sacrificio e Redenzione - attorno al quale ruota una narrazione di poderoso respiro epico e mitologico, piuttosto che allegorico o metaforico.
Eppure, forse proprio nella consapevolezza di essersi trovati ad analizzare un ciclo di opere ricche di tematiche immanenti ad ogni età dell’uomo, molti dei critici che hanno tentato una ricognizione nella galassia tolkieniana, spesso allevati in una temperie “decostruzionista” decisamente inadatta allo scopo, hanno anche affibbiato al suo demiurgo la casacca di questa o quella famiglia politica.
Trasformando così un confronto potenzialmente molto edificante in una grottesca tribuna elettorale, superficiale nelle premesse e approssimativa negli sviluppi, che s’insinua furbescamente tra gli spiragli logici connessi alle “molteplici applicabilità” della vicenda fantastica.
Del resto, se è la scarsa circolazione di quei presupposti filosofici e teologici, che sarebbero indispensabili per una corretta introduzione a Tolkien, la causa delle appropriazioni politiche indebite che ne hanno coinvolto l’opera, rimane valido anche il ragionamento inverso. Cioè che un guinzaglio ideologico troppo stretto conduce automaticamente sui sentieri interpretativi più aberranti.
Perciò, se l'anno scorso avevo salutato con gioia i modi e le forme del contributo offerto dai ragazzi di “Uno sguardo fino al mare”, ottimo auspicio sul fronte dell’esegesi pura, oggi non posso non accogliere con altrettanta soddisfazione questo “libello militante”, curato da una coppia di giovani che, nell’ambito giornalistico, inizia a godere di una certa notorietà. Abbeveratisi alle “ulmiche” acque del Lario e del Tigullio rispettivamente, Mingardi (1981) e Stagnaro (1977) mettono già da diversi anni la loro penna al servizio del liberalismo prodigandosi nella ricerca multidisciplinare e nell’attività pubblicistica, ultimamente sfociate nella direzione dei dipartimenti di “Globalizzazione e concorrenza” ed “Ecologia di mercato” presso l’Istituto Bruno Leoni di Torino.
Con questo pamphlet, nato dalla rielaborazione di una serie di saggi precedentemente redatti dagli stessi autori, i due saggisti non intendono assolutamente proporre una “introduzione a Tolkien” organica ed esaustiva sul piano scientifico e filologico, bensì una sfida alle politicizzazioni passate e presenti, che sappia restituire l’opera di Tolkien alla sua autentica traiettoria simbolica, superiore ai partiti e alla contingenza in generale. E se, come ricordavo all’inizio, è lo stesso Tolkien ad ammonirci che


“Ne Il Signore degli Anelli il conflitto fondamentale non riguarda la libertà, che tuttavia è compresa. Riguarda Dio, e il diritto che Lui solo ha di ricevere onori divini. [...] Direi che il racconto non tratta in realtà del potere e del dominio, due cose che si limitano ad avviare gli avvenimenti; tratta della morte e del desiderio di immortalità. [...] Potrei dire che se il racconto tratta di “qualcosa” (oltre che di se stesso), questo qualcosa non è, come tutti sembrano supporre, il “potere”. La ricerca del potere è solo il motore che mette in moto gli avvenimenti, ed è relativamente poco importante, penso. Il racconto riguarda principalmente la morte e l’immortalità, e le scappatoie: la longevità e la memoria.”(1)


nondimeno l’obiettivo di definire il pensiero politico dell’oxoniense deve necessariamente rifarsi alla sua visione di Potere e Libertà, almeno per com’è possibile estrapolarla dai numerosi scritti a nostra disposizione. Tale operazione conoscitiva, come si vedrà, conduce alla ricostruzione di un’estetica anarchica in senso conservativo e conservativa in senso cristiano.
Con i due rapidi capitoli iniziali (“Introduzione” e “Una vita normale”), il lettore può usufruire di un breve excursus sulla biografia di Tolkien e sulle variegate reazioni suscitate un po’ ovunque dall’avvento della sua opera. Impensabile, tuttavia, considerare l’infarinatura di cui sopra un valido sostituto alla lettura approfondita delle fonti letterarie: la funzione del doppio preambolo è di ripassare velocemente alcune notizie basilari. Così, repetita iuvant, si cattura l’inattualità della mitologia nel secolo delle avanguardie, della psicanalisi, della narrativa da laboratorio semiotico. E si torna sull’”eucatastrofe stilistica” scatenata da Tolkien, col rifiuto del racconto del “vero” introspettivo e il recupero del racconto dell’esistenza, fondato su grandi avventure che capitano a persone del tutto normali e non, viceversa, su storie banalissime interiorizzate da psicologie logorroiche e depressive.
Dopodiché si passa al primo dei tre atti che compongono il libro (“Un Anello per domarli”), che si propone a tutti gli effetti come la “pars destruens” di questo lavoro. Individuato nell’Anello il vero protagonista della vicenda, è pacifico inquadrarlo come l’esemplificazione strumentale del Potere Assoluto per eccellenza. Di conseguenza, sfruttando il viatico che deriva da una chiave di lettura del genere, si dipana una linea d’analisi basata sul raffronto dei malefici influssi esercitati dall’Unico sui personaggi che, di volta in volta, si trovano a cimentarvisi. “Il potere dà assuefazione - incapacità di rinunciarvi e, al tempo stesso, odio per la propria condizione - come una droga”(2). Dallo sconvolgimento causato nelle semplici personalità di Bilbo, di Frodo e financo di Sam (che rimangono “feriti” dal contatto con l’Anello e visibilmente sedotti dalla brama di potere, specie in procinto di separarsi dal loro “gingillo”), si passa alla completa corruzione psicofisica di Gollum, e ancora allo sdegnoso rifiuto opposto dai saggi (Gandalf e Galadriel) alle lusinghe del Dominio. Il tutto per formalizzare l’idea, ben presente negli scritti del Professore, che l’essenza del potere “ontologico” risiede nella volontà di potenza dell’uomo sull’uomo. Un potere che si manifesta come mera contraffazione dell’unica volontà creatrice originaria, in quanto riduce i suoi sottoposti a semplici oggetti.
Cose inanimate, sottratte alla ragione morale individuale. E’ nel suo epistolario che Tolkien, con il passaggio forse più di ogni altro stampigliato nel citazionismo monco e tendenzioso di casa nostra (maliziosamente dimentico delle chiose), chiarisce una volta per tutte il suo pensiero al riguardo:


“le mie opinioni inclinano sempre più verso l’anarchia (intesa filosoficamente come abolizione di ogni controllo, non come uomini barbuti che lanciano bombe), oppure verso una monarchia non costituzionale. Arresterei chiunque usi la parola Stato (intendendo qualsiasi cosa che non sia la terra inglese e i suoi abitanti, cioè qualcosa che non ha né poteri né diritti né intelligenza); e dopo avergli dato la possibilità di ritrattare, lo giustizierei se rimanesse della sua idea!”(3)


Anzi, “se potessimo tornare ai nomi propri sarebbe molto meglio. Governo è un sostantivo astratto che indica l’arte e il modo di governare e sarebbe offensivo scriverlo con una G maiuscola come per riferirsi al popolo. Se la gente avesse l’abitudine di riferirsi al ‘Consiglio di Re Giorgio, Winston e la sua banda’, si farebbero dei grandi passi avanti e rallenterebbe questo pericoloso scivolare verso la Lorocrazia”.(4)


Laddove, in inglese, il neologismo “theyocracy” suona eufonico con “democracy”. Di nuovo, il motivo genuinamente “politico” dello spirito tolkieniano si esprime nella pretesa, da parte di alcuni uomini, di governare altri uomini tramite una sistematica “pianificazione centralizzata”, del tutto o in parte rivolta ad alterare la Realtà preesistente all’intervento dei pianificatori a oltranza. Obbedienza, consuetudine, dissimulazione: ma Tolkien, da insigne linguista quale era, sapeva benissimo che il potere si nutre anche di una subdola revisione del linguaggio sotto i confortanti veli dell’eufemismo e della perifrasi. E’ infatti nella Contea devastata da Saruman (“il filosofo che volle farsi re”, nell’arguta interpretazione di Mingardi e Stagnaro) che si riversa tutta l’idiosincrasia nutrita dal Professore verso qualsiasi deriva “statolatrica”. Nella fattispecie sintetizzata dalle sopraffazioni di un regime di stampo socialista; per giunta pepetrate nel cuore di quel nucleo comunitario (la Contea, per l’appunto) al quale Tolkien guardava come a un modello di perfetta convivenza. La terra degli Hobbit, un tempo isola di libertà organizzata come una piccola confederazione di “decumani”, si trova suo malgrado soggiogata dai piani agricoli, dalla proliferazione di regole innaturali custodite da gendarmi ad hoc, da un’industria sovrastante ed opprimente. In pratica, essa rimane ferita e sfigurata dalla riduzione dell’impeto creatore dei singoli a squallida ripetizione di meccanismi socio-politici a orologeria. Gli “spartitori” inviati da Saruman (maestro di inganni ammanniti con l’uso spregiudicato della retorica), più che spartire, raccolgono, e se ne vanno “in giro raccogliendo tutto per ‘un’equa distribuzione’: il che significava che loro prendevano tutto e noi niente”(5). Verrebbe da dire: come descrivere il portato del socialismo (e delle sue varianti “militarizzate”, fascismo e nazismo) in quattro e quattr’otto.
Attenzione, perché questo è un punto importante di discrimine: nell’universo di Tolkien si stigmatizza precisamente il potere “dell’uomo sull’uomo”, poiché un cristiano fervente come JRRT non avrebbe mai potuto negare la preminenza del genere umano sul resto del creato. Ecco perché il “nostro”, memore del monito biblico che recita “Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra”(6), non può assolutamente essere sospettato di simpatie ambientaliste. Sottolineando brillantemente questo dato di fatto, per i due saggisti diventa semplice rinvenire l’argomento con cui respingere ogni lettura paganeggiante o “evoliana” del testi tolkieniani. Infatti qualsiasi approccio ideologico a ISDA e al suo mondo costringe necessariamente ad eluderne il sottotesto monoteista, cristiano e cattolico. In un parola, trascendente: per cui sia il culto neopagano della “madre terra”, paventato dallo scrittore ambientalista Patrick Curry(7), sia l’animismo neognostico, adombrato da Gianfranco De Turris(8), sono totalmente estranei all’estetica tolkieniana. E spiace, a questo proposito, dover notare come anche Peter Jackson, per correggere molte delle “fratture sintattiche” venutesi a creare nella sua come in ogni operazione di adattamento, abbia optato per una riverniciatura a tinte verdi - sia pure di modesta portata. “Soggiogheremo il mondo con l’industria” (nel film, Saruman lo annuncia enfaticamente ai suoi) è una battuta che JRRT non si sarebbe mai neppure sognato di concepire, figuriamoci di mettere per iscritto.
Attribuire a Tolkien la volontà di prescindere dalla sua religiosità - della quale, per il vero, è profondamente impregnata tutta la sua produzione - equivale sempre a distorcere i tratti caratteristici della sua cosmogonia. La quale, paradossalmente, risulta in tal modo pervasa da un vago “politeismo precristiano” sia nelle conclusioni tratte dalla vulgata “ambientalista” sia in quelle della controparte “fascista”. Ad opposte (ma altrettanto ideologizzate) condizioni iniziali corrispondono quindi analoghi esiti: i “due Tolkien” sembrano essere praticamente la stessa persona.

Il secondo capitolo (“Il Medio Evo della Terra di Mezzo”) apre una parentesi nel flusso del saggio. L’intenzione degli autori è di ricondurre JRRT al suo “milieu culturale” di appartenenza: un composito mosaico di influenze medievaleggianti ispirato al decentramento feudale, visto come antidoto agli oligopoli collusivi scaturiti all’ombra dello Stato moderno e come motore di una società aperta e concorrenziale. A dire il vero questo proposito è perseguito con qualche soprassalto assai velleitario, nella sua impercorribilità pratica oggigiorno (il ritorno alla prassi del tirannicidio, ad esempio). Ma l’uscita dal seminato, con la scusa di fissare i riferimenti storici cari a Tolkien, permette a Mingardi e Stagnaro di rifrequentare i territori pubblicistici che amano esplorare correntemente in qualità di ricercatori. Praticamente solfeggiando un compendio di cultura libertaria.
E’ però nel terzo capitolo “maggiore” (“Un’epica cristiana”), che i due si trovano ad affrontare le ricadute filosofiche del loro ragionamento a tutto campo, che come s’è detto prende le mosse da un retroterra squisitamente economico e politico.
Sorprende come le tematiche d’approdo si riallaccino a quelle che il più “letterario” “Uno sguardo fino al mare” aveva come punto di partenza, quasi che un’esegesi completa dell’opus magnum tolkieniano ammetta un approccio palindromo. In sintesi, il Potere risalta nel suo carattere di “sintomo esteriore” - con varie modalità e gradazioni di nefandezza a seconda di chi lo manifesta - del dissidio interno che investe qualunque creatura decida di ribellarsi alla natura assegnatale dal disegno divino. Di fatto insorgendo contro la sua stessa “creaturalità”, cioè rifiutando i suoi vincoli naturali costitutivi per rincorrere la disperata chimera di un’impossibile “autodeterminazione”. Ma “una parte”, per quanto possa aggrapparsi alla longevità terrena, non diventa mai “il tutto”. E così, come per il ladro di luce che, constata l’inanità dei suoi scopi, può solo condannarsi alle tenebre, la rivolta contro l’ordine naturale di Dio si esprime con un nichilismo di fondo. Da cui la pretesa di soggiogare il creato ad una propria visione “concorrente” a quella dell’Unico che può vantare prerogative divine. Perciò scatta la brama del Potere, strumento capace di manomettere la Realtà e di depauperare il libero impeto creatore che alberga nella comunione tra Natura e Grazia (ossia il dono di Dio a coloro che accettano la sfida di essere individui). Ecco allora in che senso l’anarchismo di Tolkien è “conservativo”: esso si specchia nell’amore per la realtà sensibile, che solo l’armonia irradiata dal creato può, giustappunto, conservare. E la conservazione, d’altra parte, implica il segno livido della mortalità sulla vita terrena; accettando il quale nella fede, pur tra innumerevoli e atroci sofferenze, perfino il più piccolo Hobbit può aspirare a salvare se stesso e il mondo. Tutto ciò è possibile solo tramite la misericordia, l’amore, la pietà, che innescano una trascendenza densa di virtù cristiana - e cattolica, perché la salvezza è aperta a tutti fino all’ultimo, non è prestabilita a casaccio.
Il male diventa quindi, come nella teodicea agostiniana, una privazione del bene, un bene male indirizzato: gli stessi Saruman e Sauron, sulle prime, progettano di sanare in buona fede il dolore “cosmico” che vedono con chiarezza dall’alto della loro smisurata sapienza. Sbagliato si rivelerà il mezzo, non il fine. Ma il mezzo è il fine per qualunque creatura, anche la più sublime.
In tutto questo, il vero e il giusto sono scolpiti nelle stelle, cioè nei luoghi che illuminano l’autorità dei condottieri legittimi, secondo un principio veritativo colto in maniera particolarmente chiara dai due autori:


“Affinché sia possibile che grandi e piccoli compiano il proprio destino - pur con un margine d’incertezza ineliminabile, quello a cui ci espongono le bizze del libero arbitrio - è necessario disporre di un criterio oggettivo. Il Consiglio di Elrond non vede il palpitare di una discussione democratica, alla quale si affaccino punti di vista ed opinioni strampalati e inconciliabili. Piuttosto, esso sboccia nella visione d’una realtà tutta d’un pezzo, la cui cifra sta nell’idea di verità: la verità esiste, è una per tutti e - facendo uso di quel “lume naturale” ch’è a disposizione persino del più umile degli Hobbit - può essere, almeno in parte, svelata.”*


Al fondo di questa meticolosa disamina, di questo intreccio di pensieri personali e citazioni ad ampio raggio, Mingardi e Stagnaro ritrovano quindi gli elementi filosofici ricorrenti in Sant’Agostino e in San Tommaso d’Aquino. Col risultato di mettere significativamente in risalto l’estrema “coerenza interna” del Prof Tolkien, anche sotto il profilo della patristica, oltre che di derubricare definitivamente a “colore locale” le sue riduzioni orientate ad un ipotetico “relativismo pagano”, quali che ne siano gli estensori.
Il dinamismo delle nuove leve nella critica tolkieniana - forse agevolato dalla facilità con cui ISDA e i suoi derivati si possono scartare, gustare ed assimilare anche fuori dai circuiti letterari ufficiali - lascia sempre meglio sperare nel futuro. Un futuro nel quale, auspicabilmente, ad occupare gli scranni più alti dei dipartimenti universitari e dei “liberi pensatoi” ci saranno proprio i giovani di oggi.


Da ultimo un’avvertenza “logistica”: Liberal, come tutte le case editrici minori, si trova a fare i conti con una pessima distribuzione. Consiglio e tutti coloro i quali fossero interessati a questa pubblicazione di saltare a pie’ pari l’opzione “libreria in carne e ossa”, e magari di tentare con un click qui.

 



(1) 
J. R. R. TOLKIEN, “Il medioevo e il fantastico” (Milano: Luni Editrice, 2000), p. 86.

(2)  THOMAS A. SHIPPEY, “The road to Middle Earth” (London: Grafton, 1992), pp. 126-127.

(3)  J. R. R. TOLKIEN, “La Realtà in trasparenza” (Milano: Rusconi, 1990), p. 74.

(4)  Ivi, p. 74.

(5)  J. R. R. TOLKIEN, “Il Signore degli Anelli” (Milano, Rusconi, 1990), p. 1205.

(6)  Genesi 1, 28.

(7)  PATRICK CURRY, “’Meno rumore e più verde’. L’ideologia di Tolkien per l’Inghilterra”, Endòre 1 (1999). Idem, “Defending Middle Earth. Tolkien: Myth & Modernity” (London: HarperCollins, 1998).

(8)  “Il caso Tolkien” in GIANFRANCO DE TURRIS [a cura di], “JRR Tolkien Creatore di Mondi” (Rimini: Il Cerchio, 1992).

* p. 134 del testo in esame.

 

_____________________________________


Sommario


11 INTRODUZIONE


19 Una vita normale

27 Un Anello per domarli

79 Il Medio Evo della Terra di Mezzo

113 Un’epica cristiana


161 CONCLUSIONI


165 BIBLIOGRAFIA

 

_____________________________________


“l’unica critica che mi ha seccato è che [la Terra di Mezzo] ‘non ha religione’ [...]: è un mondo monoteista di ‘religione naturale’!” - JRRT




10 ottobre 2005

Meglio il Saruman monetarista o il Sam vegetariano?

Chiedo venia, ma questo zibaldone eco-catastrofista mi costringe a infrangere la promessa di concisione pronunciata appena due giorni fa. Perché rappresenta forse la più compiuta epitome dei rischi che si corrono a leggere J.R.R. Tolkien con uno spirito “decostruzionista” in cui mi sia mai capitato di imbattermi. Per due motivi: primo, perché offre davvero un esempio del “tralignamento” sempre in agguato a camminare con troppa disinvoltura sul filo logico tra “analogia” (che risiede nella libertà di mettere in relazione una bella storia con le proprie convinzioni ed esperienze) e “allegoria” (che significa attribuire ad un autore la volontà di concedere ai suoi fruitori un unico livello interpretativo, nel nostro caso quello di un’improbabile “teologia del danno ambientale”). Secondo, e più importante, perché tenta di far “passare in giudicato” alcune ipotesi che ritiene oggettive, fattuali, incontrovertibili, senza con ciò sottoporle al vaglio di una discussione a più voci. Nello specifico, ripercorrendo tutto il bagaglio scientifico-emozionale legato a futuri scenari di barbarie postpetrolifera.

Giusto perché ho dedicato a questi temi la disamina del libro di Mingardi e Stagnaro, che tratta le stesse questioni e col quale mi trovo d’accordo al 99%, vedrò di non ripetermi troppo.

Mi sembra di poter affermare senza tema di smentita che ci troviamo nuovamente di fronte ad un tentativo di sfumare “in verde” l’epos immaginato dal prof Tolkien, con le parole e i riferimenti culturali tipici di questa “scuola di pensiero” (non la voglio chiamare vulgata per puro fair play).

Per prima cosa, mettiamo (per la duemillesima volta...) alcuni paletti essenziali per discutere di ISDA con un minimo di cognizione di causa. Il Signore degli Anelli non vede la contrapposizione stentorea tra Buoni e Cattivi, calata in un agone da epica strapaesana denso di voluti agganci tematici con l’attualità. L’avventura si incentra piuttosto sulla tenzone psicologica e storica intorno al Libero Arbitrio, combattuto, in politica come nel buio della singola coscienza, tra la disponibilità ad obbedire la Provvidenza e la volontà di essere obbediti dai propri simili. Un realismo inattuale tanto da essere sempre valido. E’ proprio in virtù di tale realismo che, secondo Paolo Barbiano di Belgiojoso, è opportuno leggere ISDA come “una parabola, quel genere letterario che riesce meglio a rendere quello che Tolkien aveva definito applicabilità del pensiero all’esperienza del lettore. Questo concetto di applicabilità lascia molta libertà d’interpretazione dei suoi scritti.”

Tutto questo, però, non significa affatto che qualunque interpretazione sia plausibile in quanto spontanea, poiché l’attualizzazione del racconto tolkieniano può avere luogo se e solo se “il lettore vuole accettare questo mondo come un mondo cristiano”. Ora, questo Macsporan non solo sorvola sulla necessità di inquadrare Tokien nel contenitore culturale suo proprio, ma, forte di questo disconoscimento tra il furbo e lo sbadato, azzarda un’interpretazione estetica del romanzo completamente errata. Mi riferisco in particolare al paragrafo in cui individua nel “coraggio” la virtù centrale condivisa dai popoli liberi della Terra di Mezzo. Sbagliato. Le virtù innalzate a baluardo contro il Male sono le quattro cardinali: la prudenza di Gandalf (e di Sam), la giustizia di Aragorn, Merry e Pipino, la fortezza di Frodo, Legolas e Gimli, la temperanza di Elrond e Galadriel.

La chiave di volta tolta la quale crolla tutta l’arcata argomentativa ivi proposta sta proprio nella malintesa identificazione di una estetica (suppergiù medievaleggiante, pagana e precristiana) con l’etica che vi palpita, indiscutibilmente cristiana. Nella versione di questo signore, sembra di assistere alle vicende di eroi muscolosi e temerari, pronti a brandire la spada contro il destino cinico e baro manovrato da un “fato relativista”, che gioca a dadi con l’umanità. Non è così; queste suggestioni appartengono forse al genere fantasy “sword & sorcery” che si è fatto reggere bordone dal successo di ISDA, non a ISDA stesso.

Anche nel nostro caso, allora, si torna a vedere con chiarezza la forzatura che risiede nel piegare l’epopea tolkieniana a qualsivoglia lettura “obbligata”: lo smarrimento della completezza simbolica che la contraddistingue. Menomato delle sue fondamenta, l’universo di ISDA può voler dire tutto e il contrario di tutto. Anche il falso conclamato. Si prenda ad esempio la (ridicola) ricostruzione della dittatura di Saruman sulla Contea. Stando a Macsporan, sembra quasi che la vittoria contro lo stregone di Isengard avvenga grazie al recupero di un fantomatico “egualitarismo sociale”, per di più accompagnato dall’impegno a istituire “un livello di organizzazione sociale superiore a quello locale”. Qui si scambia la cura con il male! Chi ha pianificato la “equa distribuzione” dei raccolti è Saruman, chi ha accentrato il governo della Contea sulla sua persona è di nuovo egli stesso. Nella Contea libera dal giogo del totalitarismo esistevano invece le gerarchie nobiliari (i Conti Tuc) e sociali (i ricchi Baggins di Hobbiville), così come il suo sistema di governo non viene affatto “sottaciuto”, ma descritto in tutto il suo minimalismo: una confederazione di quattro decumani (entità localistiche, quindi) retta da un Sindaco, a sua volta depositario dell’autorità concessagli da un Re più teorico che pratico. Ancora, sembra che nella visione personale di questo signore gli Hobbit siano delle simpatiche palle di pelo, buone e zuccherose. Al contrario, anch’essi sanno essere gretti e corruttibili (Lobelia e Lotho, ad esempio), anche se la loro integrità si salvaguarda grazie ad un’atavica predisposizione all’isolazionismo e al disinteresse per “i grandi temi di politica”. Proprio quelli che Macsporan gli vorrebbe far veicolare!

Ma è tutta l’ottica ambientalista a non attagliarsi minimamente a ciò che Tolkien ha immaginato accadesse nella Terra di Mezzo. Un mondo segnato dal susseguirsi di catastrofi e di progressive “riconquiste dell’Eden”, certo, ma il tema portante di tutta l’impalcatura mitologica assemblata dal Professore è che la tracotanza dei malvagi non è rivolta verso la “Madre Terra”, se non come riflesso secondario di una sfida che è al Cielo. La hybris sboccia sempre nell’usurpazione del sacro, del vero, del reale. Mettere a fuoco solo l’impatto ambientale della malvagità svilisce tremendamente un respiro narrativo così enormemente ampio!

“Il mondo del Signore degli Anelli è post-catastrofico”, dice Macsporan - e qui si passa alla mia confutazione delle sue tesi di fondo. Anche il nostro mondo, gli ribatterei, lo è. Anzi, dal Big Bang in avanti l’intero universo si espande a suon di cataclismi cosmici, e questo senza che l’uomo abbia contribuito con assiduità all’accumulo dei gas-serra. Né avveniva nell’800 d.C., quando le temperature erano di tre gradi più alte senza la giustificazione delle ciminiere a pieno regime. Ma la comparsa dell’Uomo ha inverato l’inedita opportunità di opporre l’ingegno alle mostruosità di cui la Natura (Madre, forse, ma quasi mai amorevole e misericordiosa) è capace. La Natura, a dispetto della catarsi postatomica paventata da Macsporan, non ci accoglierà nel suo seno tra zampilli d’acqua cristallina e canti di gioia se solo sapremo “voltare le spalle all’Anello e all’Ombra”, ma ci riprecipiterà nella pestilenza, negli tsunami, negli uragani dai quali, senza lo sviluppo della tecnologia, non avremmo mai potuto proteggerci. Ciò che spaventa e sorprende dell’ideologia ambientalista è proprio la sua riduzione dell’Uomo a “variabile dipendente” dell’ecosistema eletto ad unico fine dell’agire intellettivo. Un “declassamento” dell’homunculus da cui traspare la sua cuginanza ideologica con l’eugenetica, anch’essa sorta come scienza positiva del sovraffollamento e osannata dai salotti accademici ufficiali del suo tempo, per poi rivelare solo con anni di ritardo le macabre implicazioni che il ritenere l’uomo un “virus” (razziale o ecologico) inevitabilmente comporta. A questo proposito, va detto come siano ormai anche autorevoli personalità “liberal” come Michael Chrichton ad avversare l’ambientalismo. Tra le somme tirate da Macsporan, vi è poi l’auspicio di una dieta vegetariana, elemento non secondario del falansterio bucolico che attende l’umanità previo scatenamento di una guerra nucleare per l’approvvigionamento energetico: come faccia il maggior riguardo riservato a piante e animali, accomunate dalla preminenza sull’uomo, ad informare il benché minimo tassello tematico tolkieniano, rimane un mistero.

Nel minisaggio si affacciano anche molte altre tesi tipiche della misinterpretazione “sinistrogira” del testo tolkieniano. Il binomio tra “profitto e potere” è una di queste: identificare il potere politico (che spesso non fa aggio su alcun esplicito assenso da parte di chi vi è sottoposto) con quello economico (basato sull’accettazione bilaterale di ben precise clausole contrattuali) è un vero cavallo di battaglia per chi intravede in Tolkien un noglobal ante litteram. Ma come la mettiamo, allora, col “profitto” incamerato dai dolci e pacifici Hobbit con la vendita dell’erba-pipa ai quattro angoli del mondo conosciuto? La verità è che il potere e il mercato, lungi dall’essere alleati, il più delle volte sanno essere nient’altro che mortali nemici.

Per finire, è noto come l’espediente retorico preferito da Saruman fosse rovesciare sugli interlocutori il processo alle intenzioni che, al contrario, sempre si preannunciava ai suoi danni. Macsporan fa lo stesso quando maledice gli “odierni vermilingui”, mallevadori dell’economia di mercato, e parimenti si improvvisa turiferario dei “maghi buoni della nostra era”, gli ecologisti.

Forse mette le mani avanti perché sa che il “Picco petrolifero”, passato o futuro che sia, vuole fomentare le paure dei profani disegnando scenari futuribili impiccati alla “fine del petrolio”, vista (o attesa?) puntualmente come la fine dell’energia che alimenta il sistema industriale capitalistico. Per esemplificare la barbarie prossima ventura, Macsporan accenna al Medioevo europeo. Di grazia, per l’esaurimento di quale risorsa energetica quel periodo avrebbe avuto luogo? Probabilmente - o magari no - gli sfugge che nessuna risorsa energetica è mai stata portata ad esaurimento nel corso della storia, perché la scarsità è governata dalla formazione del prezzo all’incontro tra domanda e offerta Quando quest’ultima si contrae, obbliga la prima ad assecondarla. Quando la prima si allarga a dismisura, quest’ultima reagisce alzando la base d’asta. Varrebbe anche per il petrolio, se non esistessero vasti consorzi di nazioni produttrici (per lo più rette da regimi politicamente dirigisti e/o instabili) che ostacolano la prospezione di nuovi giacimenti in regime di privativa. Ma l’età della pietra non è finita con la fine delle pietre: il carbone e il nucleare puliti, assieme all’efficientamento dei consumi perseguito dall’ingegneria meccanica e all’introduzione dei motori misti elettro-endotermici, ci consentiranno di continuare ad esercitare il privilegio riservato agli uomini. Ovvero quello di plasmare l’ambiente secondo le proprie esigenze, alla faccia di chi ci vorrebbe veder tornare alla pastorizia e al vomere aratro. Con quale esplosione del latifondismo estensivo (e del disboscamento) è facile immaginare: come tutte le ideologie illiberali, anche l’ambientalismo si morde infine la coda.



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