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Non te lo chiedo per favore: non calpestarmi







Perduta nazione, avito suolo
Isole tra i monti, strade pei mari
Unico asilo ed eterno conforto
Per te prosperiamo
Liberi e reverenti





Due che hanno visto giusto





La situazione mediorientale spiegata
meglio che in mille editoriali





In memoria di Diamond
"Dimebag" Darrell
, e di tutti gli
interminabili pomeriggi di
gioventù trascorsi a sgomitare
sotto la sferza selvaggia
della sua chitarra!





Where I belong:



Il movimento liberale giovanile fondato e presieduto da Francesco Lorenzetti



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Multilateralismo dalemiano:
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Liberalizzazioni:
cosa resta da fare?

#1  #2


Il punto sulle bersanizzazioni
#1  #2  #3


Un giorno di libertà
#1  #2  #3


Metabio(gen)etica
#1  #2  #3  #4


Per il bene dell'Italia
#1  #2  #3  #4  #5
#6  #7  #8  #9  #10 


IsmaelVille
#1  #2  #3  #4  #5
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Spigolature internautiche

"Uòlter Veltroni
a tajà er nastro
so' tutti bboni"

            by Giggimassi


"Far l'amore
col preservativo
è come fare il bagno
con lo scafandro"

                (Anonimo)


"Non sono né del partito
rivoluzionario né del
partito conservatore.
Ma tuttavia e dopotutto
tengo più al secondo che al
primo. Infatti dal secondo
differisco nei mezzi
piuttosto che nel fine,
mentre dal primo differisco,
insieme, nei mezzi e nel fine.
La libertà è la prima delle
mie passioni. Questa è la
verità"


      Alexis De Tocqueville
                    (by Zamax)


"Se Dio si candida,
lo stolto pensa alle elezioni
invece che al problema
dell'elezione"


            Giuliano Ferrara


"Io credo soltanto nella parola.
La parola ferisce, la parola
convince, la parola placa.
Questo, per me, è il senso
dello scrivere"


                    Ennio Flaiano
                (by Il Paroliere)


"L'ideazione di un sistema
resistente è atto creativo
che solo in parte si basa su
dati scientifici; la sensibilità
statica che lo determina, se
pure necessaria conseguenza
dello studio dell'equilibrio e
della resistenza dei materiali,
resta, come la sensibilità
estetica, una capacità
puramente personale, o per
meglio dire il frutto della
comprensione ed assimilazione,
compiutesi nello spirito del
progettista, delle leggi
del mondo fisico"


                       Pier Luigi Nervi
(Scienza o Arte del Costruire)


"L'unica cosa necessaria
per il trionfo del male
è l'inerzia dei buoni"

                         Edmund Burke
              (by Torre di Babele)


"Un governo così grande da
darti tutto quello che vuoi
è anche abbastanza grande
da toglierti tutto quello che hai"


               Barry M. Goldwater
          (by Retorica e Logica)


"L'amore è donare quello
che non si ha a qualcuno
che non lo vuole"


                     Jacques Lacan
                       (by Bernardo)


"Sono un conservatore nel
senso inteso da Hannah Arendt,
che si preoccupava della
preservazione del mondo.
Oggi comunque non c'è più
ordine costituito, ma solo
un cambiamento costituito.
La nostra sola tradizione è
il progresso. Viviamo in nome
del movimento e del
cambiamento continuo.
In questo contesto, io mi
considero un rivoluzionario,
perché ormai la sola
rivoluzione possibile è quella
che interrompe le derive
contemporanee"

               Alain Finkielkraut
                            (by Temis)


"Parliamo di politica:
quando si mangia?"


                 Alberto Mingardi


"Quella delle domeniche
a piedi è una messa rosso-
islamica, basata sulla nostalgia
del bel tempo della austerity
'regalataci' dall'Opec nel 1973.
E' un rito di espiazione e
autoflagellazione, direbbe un
Ernesto De Martino. E' una
autopunizione per aver pensato
di andare in auto a casa della
mamma, direbbe Freud. E' una
purga rivoluzionaria per
distruggere i beni di consumo
e tornare al valore d'uso,
direbbe Karl Marx"


                  Paolo Della Sala


"Quando uno conosce bene
una cosa se ne ha a male
se qualcun altro ne parla"


                          by Cruman


"Il vero conservatore sa che
a problemi nuovi occorrono
risposte nuove, ispirate a
principi permanenti"


             Giuseppe Prezzolini
  by Camelot Destra Ideale


"Una donna lo sa: le donne
adorano odiarsi. E' una cosa
vezzosa, niente di grave: solo
un po' di veleno qua e là, uno
sgambetto un sorriso e una
pugnalata alle spalle.
Non possiamo resistere"


              Annalena Benini


"Gli elettori delegano
il peccato ai potenti, così
possono immaginare
di non essere colpevoli
di nulla"


          Paolo Della Sala, again


"L'utilitarista deve nascondere
giudizi di valore da qualche
parte, per prendere decisioni
in base al suo principio,
e la teoria morale che ha
non è quindi l'utilitarismo,
ma lo specifico criterio
decisionale adottato"


                          LibertyFirst


"Non c'è più nessuno
a cui sparare, signore.
Se si tratterà solo di
costruire scuole e ospedali,
è a questo che serve l'esercito?"


                   Michael Ledeen


"L'idealista è uno che,
partendo dal corretto
presupposto che le rose hanno
un profumo migliore dei cavoli,
usa le rose per fare la zuppa"


                  Antonio Martino


"Sono sempre i migliori
ad andarsene dai forum"


                           Malvino


"Sapientia deriva da assaporare,
serve altro commento che non sia
mettere in moto il pensiero,
il ragionamento critico
come sapore delle cose?"


                                 adlimina


"Se gli economisti fossero
in grado di prevedere l'economia
non sarebbero tali, cioè non
avrebbero bisogno di insegnare
per sbarcare il lunario"


                            Mario


"Chi è sovente accigliato,
chi alza spesso il ditino
ammonitore, chi giudica
severamente il mondo
è uno che nel mondo
ci si trova male"


                             Gianni Pardo


The unprofessional blog

L'autore dichiara apertamente
che gli audaci parti del suo
intelletto avrebbero bisogno
del conforto di dottrina
specialistica in più materie,
nessuna delle quali minimamente
padroneggiata: pregasi notare
- sia ricordato qui una volta
per tutte - che di siffatti
scrupoli accademici è
privilegio della corporazione
dei dilettanti infischiarsene
allegramente (TNX Zamax)


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1 ottobre 2008

Burn after reading

Sulla tragedia del divenire che lambisce la farsa – e viceversa – i fratelli Coen hanno costruito un’inconfondibile poetica d’autore. Fino al memorabile Non è un paese per vecchi la linea è stata seguita lavorando sulle storie, alla ricerca di percorsi tramici da avviluppare per immagini. Nel film premio Oscar testo e metatesto concertavano l’identificazione psicologica dello spettatore con lo sceriffo Bell, catapultando l’osservatore esterno nello stesso spaesamento provato dal protagonista davanti al vuoto di senso nel suo manifestarsi sordo e improvviso.
Con Burn after reading i due cineasti di Minneapolis imboccano un sentiero espressivo affatto diverso. Anziché sulla narrazione si concentrano sulla caratterizzazione, seguendo un indirizzo concettuale – ma assolutamente non estetico – vagamente hitchcockiano. Il McGuffin non è niente o quasi, cosicché rimane spazio per una drammaturgia proclamantesi libera dall’obbligo di dipendere dal “fuori scena”. Non per nulla il film ha i suoi momenti migliori nei siparietti surreali (su tutti la messa in funzione di un singolare lettino “snodato”) e nelle istantanee sulle nevrosi caratteriali (specialmente quelle “ginniche”) che esaltano la fisicità della recitazione. Il cast esce sublimato da tanto riguardo per l’interpretazione di ruoli topici: se dopo Jesse James la bravura di Brad Pitt non dovrebbe più stupire nessuno, colpisce invece il borghese piccolo piccolo incarnato senza strafare coi manierismi gigioni da George Clooney. Molto convincenti anche Frances McDormand (già vista in Fargo) e Richard Jenkins (il manager Ted, il personaggio meglio riuscito del gruppo). Un po’ imballato John Malkovich, ma lo prevede la parte.
A fare le spese del nuovo corso coeniano è proprio il marchingegno narrativo alla base di questo polittico semiserio – sfilacciato in tre sottotrame da subito restie a combaciare e, nell’ultima mezzora, cigolante quanto basta per supporre che stavolta chiudere la partita debba aver procurato più di un grattacapo ai due cosceneggiatori. Senza troppo infierire sul pretestuoso ammiccamento alla satira antigovernativa che mette capo alla pellicola, va detto che da autori tanto celebrati ci si aspetta ben altra finezza d’elisione.
Come molti altri tentativi di cesellare il contenitore a discapito del – o a prescindere dal – contenuto, anche questo si risolve in uno sterile esercizio di stile. In attesa di The wrestler, il primo film-evento dell’annata cinematografica si rivela una mezza delusione.

Round-up: “l’arte dei Coen è essenzialmente fatta di disgiunzioni – oggetti trovati da qualche parte (il cinema, soprattutto) e privati dei loro naturali contesti e delle loro abituali associazioni. L’empatia, intesa nel modo tradizionale, è semplicemente esclusa dalle premesse stesse del cinema dei Nostri” [Roberto Tallarita]




27 dicembre 2007

L'assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford

Sparatorie a ripetizione, inseguimenti a rotta di collo, mandriani dalla salivazione esuberante, battute ad alto tasso di testosterone. Se non fosse stato affidato a una produzione semi-indipendente, L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford avrebbe potuto pedissequamente rispondere a questo profilo stilistico (e a dire il vero uno dei tratti identificativi di cui sopra è ben presente, specie all’inizio, ma è il meno stereotipante dei quattro).
Invece la pellicola adattata e diretta da Andrew Dominik, basata su un romanzo di Ron Hansen, fende la plumbea nuvolaglia dei “cinepanettoni” natalizi con un raggio di luminoso cinema d’autore. Il titolo prolisso, ritenuto maldestramente rivelatorio da alcuni commentatori, è in realtà la dichiarazione d’intenti che sigilla la confezione dell’oggetto narrativo: attraverso di essa si enuclea uno specifico filmico segnato dalla completa rinuncia alla segretezza espositiva per gli sbocchi di una trama che, specie presso il pubblico nordamericano, appartengono da lunga pezza alla cultura popolare “di genere”. La consapevolezza del finale già scritto traspare da buona parte delle finestre simboliche strategicamente dislocate tra una sequenza e l’altra, concretandosi in forma di presagi che rimandano a un appuntamento con la sorte (l’irrompere del convoglio nel buio notturno della rapina al treno ne è l’esempio più eclatante). Anche la sfocatura del contorno immagine, che deforma l’apertura di ciascuno degli “atti” in cui è suddivisa l’opera, mette in rilievo figurativo il riepilogo di una vicenda data per conosciuta.
Libero da obblighi nei riguardi della gradualità di individuazione del suo acme, il plot può incamminarsi su percorsi di senso allineati lungo la rigenerazione in chiave psicologica del tema western per antonomasia, cioè il duello uno contro uno. Tanto più il giovane Robert Ford (un sorprendente Casey Affleck) si rende conto di essere un bandito sciatto e la pallida imitazione di un pistolero, quanto più cresce il suo rancore verso il mentore mancato Jesse James (un Brad Pitt intenso e corrugato) e il nucleo drammaturgico del film verte sulla guerra di nervi tra il leggendario fuorilegge e i suoi sempre più infidi complici, rispettivamente baricentro e terminali di un tesissimo esame di coscienza reciproco. Una pioggia di dialoghi in campo-controcampo con alternanza di sguardi a filo di macchina, spesso esasperati da raccordi a ingrandire sull’asse ottico, è la tecnica adottata per cinematografare la suddetta sfida verbale e il gioco di trappole dialettiche e mezze verità che ne deriva.
Per una curiosa combinazione, in un breve lasso di tempo sono usciti nelle sale due film che, pur appartenendo a generi diversi come il Sole e la Luna, trattano entrambi del complesso d’inferiorità sebbene da opposte angolazioni tramiche – vale a dire questo Jesse James e il divertente Fred Claus. Nella simpatica commedia di David Dobkin, l’antagonismo del fratello rinnegato di Babbo Natale (che lavora nel ramo pignoramenti, uno spunto forse non sviluppato al pieno delle sue potenzialità) si risolve con una riconciliazione di ruoli nell’immancabile lieto fine, mentre nell’atipico western di Dominik il frusto desiderio di emulazione del proprio idolo degrada vieppiù in un risentimento omicida che lambisce i canoni formali della tragedia edipica padre-figlio.
Note dolenti di questa piacevole sorpresa sotto l’albero sono l’abuso della voce fuori campo, espediente che spesso impone una lettura guidata dei numerosi simbolismi presenti, le dozzinali incursioni metadiscorsive in chiusura, con un banale quadretto sulla diversa e selettiva interdipendenza che si instaura tra pubblico e celebrità a seconda dell’innato carisma di quest’ultima, e la sforbiciabile sottotrama relativa alle doti di corteggiatore di Dick Liddil (Paul Schneider, interessante).
Difetti che al film in questione precludono l’eccellenza, non certo l’alta qualità complessiva.

La parola agli esperti: “A Dominik interessa scandagliare la frustrazione del moccioso che uccide il suo mito per non averlo saputo scalare: è Casey Affleck, inchiodato dalla regia introspettiva a una sola espressione (più azzeccato il ‘fratello’ Sam Rockwell)” [Alessio Guzzano]; “Non c’è fondo alla densità psicologica di questi personaggi. Sono spietati, affabili, sospettosi, gentili, imprevedibili, riconoscenti, meschini: esseri umani. Senza premura, senza schematismi Dominik intona una ballata malinconica di caratteri tormentati, una sinfonia struggente intrisa di nichilismo” [Alessandro Baratti]

Trackback: Phastidio, Tradition [Year-End Open Tracback]




31 ottobre 2006

Babel

Dall’accoppiata regista/sceneggiatore salita alla ribalta con Amores Perros e 21 Grammi arrivano altri 144 minuti di suggestioni drammaturgiche al calor bianco. Voci di divorzio inseguono il sodalizio d’autore instauratosi tra Alejandro Gonzales Inarritu e Guillermo Arriaga, specie dopo lo sgarbo commesso da quest’ultimo allorché ha osato mettere la sua penna all’estemporaneo servizio del Tommy Lee Jones de Le Tre Sepolture. Ciononostante la peculiare cifra stilistica del duo messicano si mantiene intatta, anche seguendo la scia figurativa ulteriormente delineatasi con l’ermetico “western itinerante” diretto dal protagonista di US Marshals. L’architettura filmica di Babel, infatti, ripropone un canone estetico che rifiuta di piegarsi alla nuda esposizione di uno sviluppo narrativo lineare, ma preferisce decostruire la fabula in moduli-base da ricomporre in senso visivo e cronologico al fine di orchestrare una riflessione morale dai contorni espressivi assai sfumati.
Il tema del riverbero babelico dell’incomunicabilità che sancisce il logoramento dei rapporti umani (nella fattispecie filiali e coniugali) è qui visitato come contemporanea causa ed effetto di una straniante molteplicità di menomazioni percettive. L’alterazione sensoriale allontana soggetti vicini e avvicina soggetti lontani, i quali si trovano tutti abbandonati in ambienti simbolicamente vasti e desertici: da uno psichedelico formicaio metropolitano nipponico all’entroterra marocchino alla prateria californiana. Su ogni scenario si dipanano vicende che alludono alla rigenerazione degli affetti conseguente al rischio di smarrirli definitivamente e, tramite il repertorio di soluzioni audiovisive adottate dal regista, si leggono varie esemplificazioni di minorità psicofisica e morale bisognosa di cure ed espiata con travaglio. L’isolamento di una sordomuta (particolarmente enfatizzato nel serratissimo bridge di montaggio che, tra le luci stroboscopiche di una discoteca, alterna passaggi sonori martellanti a sequenze silenziose lasciando invariato il contenuto filmato), le sofferenze di una turista raggiunta da un proiettile vagante (trasmesse per antifrasi, inquadrando il viso di Cate Blanchett mentre aspira avidamente qualche boccata di canapa lenitiva), l’angoscia di un’incauta governante (dispersa nell’outback californiano a patire affannosamente il caldo e la sete per aver trascinato due bambini oltre confine), la candida incoscienza di due ingenui pastorelli (puniti per analogia, poiché infine fatti segno a una spietata pioggia di piombo): ciascuna sottotrama parallela, non senza qualche didascalismo e qualche sofisticazione di troppo, si snoda attraverso il faticoso recupero di sintonia tra figure inclini alla resa comunicativa da un lato e renitenti all’ascolto dall’altro. Sottoposto a questa elevata temperatura di significato, l’aspetto “politico” di alcuni risvolti tramici – penso allo spaccato sulla miseria nordafricana, all’accanimento con cui le autorità statunitensi vengono ritratte nel combattere l’immigrazione clandestina e, più in generale, alla panoramica sul mondo post-11 Settembre – si discioglie in un crogiolo narrativo che fonde tematiche proiettate ben oltre la mutevolezza dell’attualità.
Benché alcune diramazioni della trama rimangano irrisolte – la sorte toccata al chicano Santiago dopo aver seminato la polizia di frontiera, ad esempio, oppure quella dei fuggiaschi marocchini in seguito all’arresto – o inopinatamente ellittiche – il ritrovamento dei due bambini sperduti nella prateria – e l’abbondante minutaggio non faccia che appesantire la fruizione di un film “impegnato” come questo, sarebbe oltremodo ingeneroso non dare a Babel quel che è di Babel. Una mano autoriale coraggiosa e per nulla omologata, come detto, ma non solo. C’è anche un cast in stato di grazia, che vede senza dubbio troneggiare per alchimia e intensità la coppia Cate Blanchett/Brad Pitt (ma sono ancora in molti a non perdonare allo statuario interprete di Fight Club una bellezza evidentemente ritenuta eccessiva, per poter essere giudicato un bravo attore), ma lascia molto spazio anche alle convincenti prove di Adriana Barraza (la governante ispanica) e di Rinko Kikuchi (la sordomuta giapponese), entrambe impegnate in ruoli ingrati e complessi.
Difficile che all’Oscar Babel possa passare inosservato.

Sullo stesso film: Colinmckenzie




13 novembre 2005

Mystic River

Non si possono comprendere le passioni contrastanti suscitate dalla filmografia di Clint Eastwood senza avere ben presenti i caratteri fondamentali della sua impronta di regista. Essi consistono nella lezione d’autore impartitagli a suo tempo da Sergio Leone, cioè regia essenziale e incisiva al servizio di una trama scritta a regola d’arte. Un simile viatico mette in risalto una scelta di fondo molto impegnativa, cioè quella di privilegiare il lato strutturale rispetto al “rivestimento visivo”, nell’affrontare il difficile compito di realizzare un film. Volendo adoperare un lessico a me molto familiare, si potrebbe dire che il vecchio Clint si concentra moltissimo sulla progettazione, prima che sulla costruzione esecutiva dell’edificio (filmico). Il che significa rinunciare alle vanità creativiste e a tutti gli alibi che queste ultime sanno garantire, specie presso certa critica, ma anche dividersi i meriti e i demeriti con uno staff di adeguata caratura - quindi tutt’altro che docile o genuflesso.
Dunque il nodo centrale da sciogliere fa capo alla scelta e alla scrittura del soggetto, se si cerca una chiave stilistica dei lavori di Clint Eastwood. Un indirizzo agli antipodi del tazebao cinefilo regalatoci da Quentin Tarantino con Kill Bill, ad esempio, nel quale la trama è praticamente subalterna alla ricerca del compiacimento visivo.
Puntare sulla trama, a ben vedere, è insieme l’idea più banale e più coraggiosa per chi decide di “raccontare” per professione: permette di semplificare la vita al pubblico con l’accesso a differenti livelli di immedesimazione e di comprensione, concede alla regia un buon margine di creatività senza il rischio della pesantezza o dell’ermetismo concettuale, ma di contro espone a tonfi clamorosi nel caso in cui il soggetto prescelto sia di scarso valore. Può avvenire per mancanza di adattabilità, per motivi tecnici come un casting sciagurato, a causa del rapporto eccessivamente intimo che spesso si instaura tra il regista e i suoi riferimenti intellettual-elettivi, e per mille ragioni ancora.
Con cui si chiarisce come mai lo stesso regista riesca ad alternare melensaggini tromboniche, retoriche e facilone quali se ne sono viste e sentite in “Million Dollar Baby” con un capolavoro del calibro di “Mystic River”. Il tragitto è stato dalle stelle alle stalle, ci auguriamo vivamente che all’andata segua il ritorno.
Il romanzo di Dennis Lehane al quale si ispira il film, adattato da Brian Helgeland, contiene tutto lo slancio tragico di Dostoevskij intessuto con il meglio del poliziesco americano ad alta tensione emotiva.
Un film che prende le mosse tra remote atmosfere proletarie macchiate dalla violenza, per poi spostarsi con destrezza sullo spietato debito di sangue e disperazione che il fato riscuote agli innocenti e agli indifesi.
La vicenda ricorda più che vagamente “Sleepers”, film di qualche anno fa con Brad Pitt, Vittorio Gassmann e Kevin Bacon, quest’ultimo evidentemente incline al thriller di coscienza. Solo che, mentre in quel caso la trama evolve alla ricerca di un’analogia con “Il conte di Montecristo”, quindi rintraccia nella giustizia vendicativa il suo approdo naturale, in MR prende il sopravvento l’introspezione dei recessi più inquietanti dell’anima umana. E si erge prepotentemente sullo sfondo il bisogno di redenzione, ferito dalle laceranti ambiguità del male, con cui i capri espiatori predestinati accettano di farsi inghiottire nel fiume (mistico, per l’appunto) dei peccati del mondo. L’estremo sacrificio quindi, anche se iniquo, scaccia i demoni e restituisce speranza perfino a chi meriterebbe i peggiori castighi.
Solo merito di un soggetto ad alto tasso di pathos, allora? Assolutamente no: la regia, innanzitutto, si giova di ampi territori da esplorare con mano ferma. Ci sono le dissolvenze sfumate che convogliano la tensione verso i punti di rottura, gli sguardi angosciosi perfettamente inquadrati, e poi le due magnifiche sequenze in simultanea inserite nei momenti culminanti della vicenda.
E poi svettano per lo straziante temperamento drammatico Sean Penn e Tim Robbins, due eccezionali professionisti. Assisti ai loro pianti e pensi che da bambino, tra le altre cose, sognavi di diventare un attore così. Altro che le rigide maschere pietrificate esibite ultimamente da Hillary Swank e dal pur grandissimo Clint “due espressioni” Eastwood.
Il tutto contornato da una fotografia in linea col clima generale della narrazione, cupa e opaca tranne che nelle rare scene soleggiate.
Col senno di poi, si fa largo il rimpianto per il mezzo siluramento rifilato ad un simile capolavoro in occasione degli Oscar di due anni fa; anche dando per scontatissimi i premi ai due straordinari interpreti, forse si poteva ricorrere all’estrema ratio di separare i riconoscimenti al miglior film e alla miglior regia. D’altra parte, lo spiritoso e cicciuto individuo che se li è meritati entrambi (lo conoscete? E’ un neozelandese col pallino per il Signore degli Anelli...) era in lista d’attesa già da un paio di edizioni. Proprio vero che l’unica altra istituzione dotata di un tempismo paragonabile a quello dell’Academy è l’ONU. E credo di aver detto tutto.




13 ottobre 2005

2 in 1

FIGHT CLUB

 

Brad Pitt, comunque la si rigiri con la litote che “non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace” (adagio peraltro molto discutibile), è decisamente un bell’uomo. E nell’opinione di molti il torrido nitore del suo torso, i bicipiti tirati a lucido, il turgore lascivo delle labbra possono diventare motivo di invidia ormonale o di avversione preconcetta sul piano professionale, al punto che spesso sembra automatico liquidare l’attore americano come il tipico bisteccone inespressivo, un adone salito alla ribalta più per i favori di Madre Natura che per le sue doti drammatiche.

A dispetto di ogni snobismo, invece, anche in Fight Club il nostro belloccio butterato riesce a coniugare avvenenza e buona recitazione, con una prova all’altezza dei suoi precedenti più illustri. Ebbene sì, gente, pure Kalifornia, L’Esercito delle 12 Scimmie e Seven sono stati degni rappresentanti di una carriera forse altalenante, ma di tutto rispetto.

Probabilmente non è un caso nemmeno che dietro a due dei fiori all’occhiello di cui sopra ci sia il celebre David Fincher, regista noto per lo stile molto “televisivo” delle sue riprese - e per questo duramente contestato da tutta quella critica retrò che, se solo potesse, manterrebbe in auge non dico gli stilemi anni ’50, ma forse addirittura le proiezioni mute con tanto di pianoforte dal vivo.

Fincher nasce come membro di un manifesto cinematografico denominato guarda caso “Propaganda”, che riunisce al suo interno una nutrita schiera di reduci dal mondo degli spot e dei videoclip musicali. In linea di massima questa cerchia di cineasti, sempre aperti all’utilizzo delle tecniche di ripresa più accattivanti in arrivo dal piccolo schermo, si prefigge la promozione delle tendenze filmiche giovanili anche in chiave impegnata.

E cosa c’è di meglio, per concretizzare l’agognato connubio tra intrattenimento effervescente e riflessione adulta, di un soggetto postpunk partorito da quello strano camionista pazzoide con pretese anarco-sciamaniche di Chuck Palahniuk?

Nel film Edward Norton impersona un perito assicurativo represso e insonne, assuefatto all’alienazione consumista metropolitana fino al punto di dover esorcizzare i suoi disturbi psicofisici partecipando di straforo alle terapie di gruppo per malati gravi. Attingendo all’orgia di lacrime dei tubercolotici, dei malati terminali e, per urticante analogia, dei monorchidi freschi di tumore ai testicoli, scopre un vero e proprio fast-food serale dell’autoconsolazione. Sarà l’incontro con una compagna di sedute altrettanto abusiva (Helena Bonham Carter, moglie di Tim Burton) e con l’eccentrico piazzista Tyler Durden (Pitt) a sconvolgere definitivamente la sua vita.

Le idee di regia pubblicitaria spuntano numerose specialmente durante le prime battute della vicenda, con montaggi sincopati (il preambolo introduttivo sul protagonista tra letto e ufficio), interessanti sintesi visive (il salotto digitale che si tramuta in un compulsivo catalogo IKEA), prese ravvicinate di particolari salienti (il fornello manomesso) ed esilaranti siparietti sardonici (mentre ripercorre le poco edificanti gesta di Tyler, Edward Norton guarda dritto in camera, smascherando volutamente la finzione scenica). Espedienti simpatici e incisivi, che però si rivelano meri divertissement accessori quando si accompagnano alla voce fuori campo, cioè laddove ammettono apertamente di non potersi sostenere da sé.

In effetti Fight Club riesce a dare il meglio proprio quando si concentra sul nucleo duro della trama e abbandona le stravaganze visive - pur rimanendo costantemente sopra le righe e fedele ad un marchio di fabbrica che, se ben dosato, sa trasmettere una tensione emotiva tutta particolare.

Le tematiche sviluppate dal film, infatti, vertono senza dubbio sulla crisi della mascolinità e sul rischio della plastificazione collettiva nella civiltà dell’effimero, ma concorrono a formare un centro simbolico molto più ampio. Attorno ad esso ruotano temi di portata universale come l’apocalisse, la fascinazione maschile per l’estetica della militia, i limiti del materialismo fine a se stesso.

(inizio area spoiler vari ed eventuali) L’ambiguità degli esseri umani - nella fattispecie dei maschi - è materia ingombrante, perché va rappresentata su due binari paralleli, razionale ed emotivo. Al dualismo di contenuto deve in pratica corrisponderne uno semiotico, ed entrambi vanno adeguatamente dosati nei loro elementi di contrasto narrativo. Kubrick, per esempio, partiva quasi sempre dal “razionale” per terminare con l’”emotivo”. Per Spielberg, viceversa, vale l’opposto. In Fight Club si assiste alla ricerca di un equilibrio tra i due aspetti dapprima incerto, poi però sempre più convincente.

La lotta ancestrale tra il benessere artificioso indotto dal progresso organizzato e l’impulso di ribellione contro un bagaglio di restrizioni e sofferenze percepito come innaturale, da sempre dissidio individuale e collettivo, si riflette sullo scontro tra due opposte personalità. Brad Pitt interpreta la coscienza nichilista di Edward Norton, quindi la volontà di disfarsi dalle inibizioni e dalle sovrastrutture, mentre il protagonista tenta di mediare tra gli opposti eccessi dell’inquadramento impiegatizio da una parte e dell’insurrezione fuori controllo dall’altra. E’ infatti quando il disegno messianico-sovversivo di Durden/Pitt prende forma compiutamente, dopo un crescendo di proseliti tra boxe clandestina, goliardiche bravate antisistema nonché veri e propri atti terroristici, che le sue conseguenze si dimostrano altrettanto alienanti, inique e autodistruttive di quelle causate dall’intruppamento in buon ordine. Ma, seppure votata ad un inesorabile ritorno allo “stato di natura” dionisiaco, la ricetta Durden offre dei risvolti allettanti per il maschio moderno, specie nelle sue battute iniziali. Il combattimento sotterraneo, rito sanguinoso e catacombale, riesce davvero a sublimare l’aggressività maschile repressa, rivelando la natura stessa della guerra: una valvola di sfogo per la rabbia accumulata in mezzo al traffico, tra i sorrisi di circostanza, in una parola per tutti i veleni insiti nell’indissolubile legame tra “civiltà” e “ipocrisia”.

Privato di Marte e costretto ad Apollo, l’uomo ricorre a Dioniso. Ma se per il “branco”, ormai incamminato verso una fatale regressione di massa, non c’è più alcuna speranza di salvezza (il “Progetto Mayhem” di Tyler si conclude con la demolizione totale della Città), l’individuo dispone di uno spiraglio di redenzione: la realtà. Proprio quando riconosce in Tyler un’emanazione del suo ego, il protagonista intravede una possibile via d’uscita per liberarsi della sua devastante presenza. Durante la colluttazione finale è una telecamera a circuito chiuso - cioè un prodotto dell’ingegno e della ragione - a riprendere la realtà per quella che è. Cosa che ad un santone immaginario, per quanto radicato nella “naturalità”, non potrà mai riuscire del tutto. Per cui, tratto in inganno da una simulazione di suicidio, egli cede il passo ad un equilibrio interiore che, tra l’altro, permette al maschio di ricongiungersi serenamente alla femmina. E, per estensione, alla femminilità.

All’apocalisse pare non presentarsi alternativa, ma solo un rimedio ex post. Finale poco rassicurante, ma senz’altro da inserire nel contesto in cui il film uscì (era il 1998), fortemente permeato di suggestioni millenaristiche. (fine spoiler)

Dove Pitt giostra egregiamente l’estrema fisicità del suo personaggio, Norton si produce in un’interpretazione cerebrale, di metodo, all’altezza del miglior De Niro. Il dialogo scenico tra i due genera un coinvolgimento assieme viscerale ed intellettuale, di grande potenza evocativa.

Un film che sarebbe stato perfetto, se solo avesse optato per una fotografia più cupa, in linea con l’atmosfera generale, e per una colonna sonora meno beceramente elettronica - oltre che per una maggiore sobrietà iniziale. Ma cionondimeno rimane di sicuro uno dei grandi cult degli anni ’90.

 

LITIGI D’AMORE

 

Se esiste una certezza immune da qualsiasi relativismo, quella riguarda indubbiamente la dabbenaggine con cui la distribuzione italiana riesce ad intitolare i film stranieri. Garantito, se sono arguti li traducono e li banalizzano, mentre se sono composti da due parole striminzite li lasciano invariati. Da cui l’uscita di Contact, The Ring, Signs, Shall We Dance e, dulcis in fundo, Cellular. Al quale, per colmo di semplicità, bastava aggiungere un’inoffensiva vocale e l’articolo “il”.

Per contro, capita pure che The Upside of Anger - che più o meno sta per “il lato buono della rabbia” - si trasformi in Litigi d’Amore, cioè che da un azzeccatissimo richiamo tematico si passi ad una stucchevole esca per appassionati di sitcom.

Titoli fuorvianti a parte, siamo dalle parti della commedia dolceamara: l’ex campione di baseball Kevin Costner insidia con qualche contrattempo una ultraquarantenne appena abbandonata dal marito, la quale per di più porta in dote quattro figlie vivaci e battagliere. I due, assidui bevitori mattutini, impareranno a rinunciare alla rabbia tra zuffe familiari, crisi d’identità e dolorose riconciliazioni filiali. Gli improbabili amori delle ragazze, il malessere fisico di una di loro e un funerale imprevisto faranno il resto.

Non un film che punta a diventare la pietra di paragone del suo genere, però un lavoro decisamente riuscito senz’altro sì: dialoghi brillanti e densi di umorismo e disincanto, regia leggera ma mai scontata (di rara comicità il due di picche nello studio radiofonico), interpreti affilate e isteriche.

Se Fight Club racconta la rabbia al maschile, Litigi d’Amore si occupa del rancore femminino. Offensiva e bellicosa la prima, difensivo e spietato il secondo. Se soltanto la voce fuori campo della figlia minore non snocciolasse la morale della favola in chiusura, offrendo pillole di buonismo in salsa giovanilistica, non ci si potrebbe proprio lamentare. Invece il timore di suggerire conclusioni impegnative - cioè che la rabbia è l’unico anticorpo psicologico quando il mondo ci crolla addosso, e che senza non resterebbe altro che la morte - deve aver spaventato il regista, il quale, anziché lasciare allo spettatore il compito di formarsi un’opinione autonoma, ha preferito imboccarlo con una tiritera precotta sulle meravigliose “persone che si diventa dopo”.

Sarà, in ogni caso è bello aver ritrovato un bravo Kevin Costner dopo mondi sommersi, uomini del giorno dopo e cloni di Elvis on the road.



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