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  Ismael [ Il superstite del Pequod ]
         
















Non te lo chiedo per favore: non calpestarmi







Perduta nazione, avito suolo
Isole tra i monti, strade pei mari
Unico asilo ed eterno conforto
Per te prosperiamo
Liberi e reverenti





Due che hanno visto giusto





La situazione mediorientale spiegata
meglio che in mille editoriali





In memoria di Diamond
"Dimebag" Darrell
, e di tutti gli
interminabili pomeriggi di
gioventù trascorsi a sgomitare
sotto la sferza selvaggia
della sua chitarra!





Where I belong:



Il movimento liberale giovanile fondato e presieduto da Francesco Lorenzetti



Edoardo Ferrarese

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Testate, think tank & community:





















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MY BEST SHOTS:

Meglio il Saruman monetarista
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Le fiamme sopra Parigi

Religione e omosessualità -
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Buon anno e felice Epifania
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Ipocralismi
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La lussazione

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Multilateralismo dalemiano:
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e il Dio incartato


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Ipotesi su Gesù

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USA 2006:
l'America plurale


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La mossa del Casini

Né bio né equo
né solidale. Quindi
massimamente etico


Apocalypto

Pannella e la morte
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"Prodienko": torti e ragioni

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Come Prodi
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Life to lifeless

Proibizionismi all'orizzonte?

Ennesima political compass

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300

Uomini, caporali
e parlamentari


Immigrazione e libertà

L'innatismo dei predestinati

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Sarko e Silvio

Cronache straboscopiche

Sex Crimes & the Vatican

Michela Vittoria Brambilla

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Gianfranco, Daniela
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La battaglia che fermò
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Liberalizzazioni:
cosa resta da fare?

#1  #2


Il punto sulle bersanizzazioni
#1  #2  #3


Un giorno di libertà
#1  #2  #3


Metabio(gen)etica
#1  #2  #3  #4


Per il bene dell'Italia
#1  #2  #3  #4  #5
#6  #7  #8  #9  #10 


IsmaelVille
#1  #2  #3  #4  #5
#6 #6.1 #7  T13


Spigolature internautiche

"Uòlter Veltroni
a tajà er nastro
so' tutti bboni"

            by Giggimassi


"Far l'amore
col preservativo
è come fare il bagno
con lo scafandro"

                (Anonimo)


"Non sono né del partito
rivoluzionario né del
partito conservatore.
Ma tuttavia e dopotutto
tengo più al secondo che al
primo. Infatti dal secondo
differisco nei mezzi
piuttosto che nel fine,
mentre dal primo differisco,
insieme, nei mezzi e nel fine.
La libertà è la prima delle
mie passioni. Questa è la
verità"


      Alexis De Tocqueville
                    (by Zamax)


"Se Dio si candida,
lo stolto pensa alle elezioni
invece che al problema
dell'elezione"


            Giuliano Ferrara


"Io credo soltanto nella parola.
La parola ferisce, la parola
convince, la parola placa.
Questo, per me, è il senso
dello scrivere"


                    Ennio Flaiano
                (by Il Paroliere)


"L'ideazione di un sistema
resistente è atto creativo
che solo in parte si basa su
dati scientifici; la sensibilità
statica che lo determina, se
pure necessaria conseguenza
dello studio dell'equilibrio e
della resistenza dei materiali,
resta, come la sensibilità
estetica, una capacità
puramente personale, o per
meglio dire il frutto della
comprensione ed assimilazione,
compiutesi nello spirito del
progettista, delle leggi
del mondo fisico"


                       Pier Luigi Nervi
(Scienza o Arte del Costruire)


"L'unica cosa necessaria
per il trionfo del male
è l'inerzia dei buoni"

                         Edmund Burke
              (by Torre di Babele)


"Un governo così grande da
darti tutto quello che vuoi
è anche abbastanza grande
da toglierti tutto quello che hai"


               Barry M. Goldwater
          (by Retorica e Logica)


"L'amore è donare quello
che non si ha a qualcuno
che non lo vuole"


                     Jacques Lacan
                       (by Bernardo)


"Sono un conservatore nel
senso inteso da Hannah Arendt,
che si preoccupava della
preservazione del mondo.
Oggi comunque non c'è più
ordine costituito, ma solo
un cambiamento costituito.
La nostra sola tradizione è
il progresso. Viviamo in nome
del movimento e del
cambiamento continuo.
In questo contesto, io mi
considero un rivoluzionario,
perché ormai la sola
rivoluzione possibile è quella
che interrompe le derive
contemporanee"

               Alain Finkielkraut
                            (by Temis)


"Parliamo di politica:
quando si mangia?"


                 Alberto Mingardi


"Quella delle domeniche
a piedi è una messa rosso-
islamica, basata sulla nostalgia
del bel tempo della austerity
'regalataci' dall'Opec nel 1973.
E' un rito di espiazione e
autoflagellazione, direbbe un
Ernesto De Martino. E' una
autopunizione per aver pensato
di andare in auto a casa della
mamma, direbbe Freud. E' una
purga rivoluzionaria per
distruggere i beni di consumo
e tornare al valore d'uso,
direbbe Karl Marx"


                  Paolo Della Sala


"Quando uno conosce bene
una cosa se ne ha a male
se qualcun altro ne parla"


                          by Cruman


"Il vero conservatore sa che
a problemi nuovi occorrono
risposte nuove, ispirate a
principi permanenti"


             Giuseppe Prezzolini
  by Camelot Destra Ideale


"Una donna lo sa: le donne
adorano odiarsi. E' una cosa
vezzosa, niente di grave: solo
un po' di veleno qua e là, uno
sgambetto un sorriso e una
pugnalata alle spalle.
Non possiamo resistere"


              Annalena Benini


"Gli elettori delegano
il peccato ai potenti, così
possono immaginare
di non essere colpevoli
di nulla"


          Paolo Della Sala, again


"L'utilitarista deve nascondere
giudizi di valore da qualche
parte, per prendere decisioni
in base al suo principio,
e la teoria morale che ha
non è quindi l'utilitarismo,
ma lo specifico criterio
decisionale adottato"


                          LibertyFirst


"Non c'è più nessuno
a cui sparare, signore.
Se si tratterà solo di
costruire scuole e ospedali,
è a questo che serve l'esercito?"


                   Michael Ledeen


"L'idealista è uno che,
partendo dal corretto
presupposto che le rose hanno
un profumo migliore dei cavoli,
usa le rose per fare la zuppa"


                  Antonio Martino


"Sono sempre i migliori
ad andarsene dai forum"


                           Malvino


"Sapientia deriva da assaporare,
serve altro commento che non sia
mettere in moto il pensiero,
il ragionamento critico
come sapore delle cose?"


                                 adlimina


"Se gli economisti fossero
in grado di prevedere l'economia
non sarebbero tali, cioè non
avrebbero bisogno di insegnare
per sbarcare il lunario"


                            Mario


"Chi è sovente accigliato,
chi alza spesso il ditino
ammonitore, chi giudica
severamente il mondo
è uno che nel mondo
ci si trova male"


                             Gianni Pardo


The unprofessional blog

L'autore dichiara apertamente
che gli audaci parti del suo
intelletto avrebbero bisogno
del conforto di dottrina
specialistica in più materie,
nessuna delle quali minimamente
padroneggiata: pregasi notare
- sia ricordato qui una volta
per tutte - che di siffatti
scrupoli accademici è
privilegio della corporazione
dei dilettanti infischiarsene
allegramente (TNX Zamax)


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5 novembre 2008

USA 2008: my concession post

Seguendo l’esempio del candidato alla Casa Bianca da me sostenuto “a distanza”, nel mio piccolo mi congratulo anch’io con il nuovo Presidente degli Stati Uniti. Ad ogni modo sarebbe inutile voler celare dietro una facciata cavalleresca tutta la delusione che provo nel deporre idealmente le armi. Ritengo che con la sconfitta di McCain l’America abbia perso l’opportunità di confrontarsi con un uomo ammirevole, benché davvero troppo impulsivo. Si sa quanto ampio sia l’intervallo nelle alterne fortune delle personalità istintive: nel bene vengono idolatrate oltre misura, nel male biasimate senza pietà. Old John adesso si prepara a fronteggiare molte critiche. La raccolta fondi striminzita e la conseguente povertà di mezzi; le temerarie dichiarazioni sul buono stato di salute dell’economia americana alla vigilia della tempesta bancarottiera; la scelta di una candidata vice tanto discutibile; ma soprattutto l’inopinato appoggio al piano salvabanche varato dall’amministrazione Bush. Solo un ragionato rifiuto in quel frangente avrebbe corroborato la reputazione di maverick tanto sbandierata dal senatore dell’Arizona e, al contempo, mostrato la discontinuità della nuova piattaforma Repubblicana rispetto alla vecchia.
Ma è un ben misero appiglio quello offertoci dal senno di poi: di fronte a un avversario come Obama, in questa particolare fase storica ed economica, la percentuale di 51 a 48 sembrerebbe perfino consolante, se alle Presidenziali USA il voto popolare rappresentasse più di una semplice curiosità. Il nuovo inquilino del 1600 di Pennsylvania Avenue non ha sbagliato un colpo durante la lunghissima campagna elettorale che l’ha visto impegnato durante l’anno appena trascorso. Basterebbe solo fare mente locale sul fatto che ha saputo mettere in cassaforte il doppio dei fondi raccolti dal suo avversario – e sulla valenza morale di questo dato agli occhi del calvinista medio – per comprendere come mai queste elezioni fossero decise ancora prima di avere luogo. Ora si potrebbe recriminare sulla sistematica diffamazione dell’avversario che ha fatto la cifra contenutistica dalla propaganda obamiana e su quanto i principali mezzi di informazione americani ne abbiano amplificato la risonanza. Oppure pontificare – non senza ragioni, capiamoci bene – sulla politica-spettacolo che, fallita in Francia con Ségolène Royal, risorge oltreoceano, peraltro indicando una chiara linea di tendenza (meno contenuti vincolanti, più contenitore carismatico) per il futuro dell’Occidente “elettorale” nel suo complesso. Ma sarebbe solo un modo intellettualmente poco onesto di nascondersi che Barack Obama ha saputo trasmettere fiducia in tempi bui e incarnare “da Sinistra” il sogno americano. Lo ha fatto recitando un copione cesellato da serque di sceneggiatori professionali, certo, gli stessi americani lo comprendono benissimo. Ma se è vero che il mezzo è il messaggio, come si è appena finito di dire, allora poco importa: conta sapersi fare portavoce con la giusta dose di originalità dell’idea americana – ossia che lo spirito antecede le strutture, che tramite la dedizione e la forza di volontà si ottengono risultati capaci di sovvertire l’ordine materiale del mondo. E in questo Obama è stato (giudicato) più convincente.
Viene dunque il momento degli interrogativi per ambo gli schieramenti, progressista e conservatore. Il neo Presidente disporrà dei mezzi per attuare fino in fondo la sua politica radicalmente liberal? Di sicuro gli sarà matematicamente difficoltoso reperire solo nei tagli alla Difesa le risorse per l’europeizzazione della Sanità e del Welfare. E poi: quanto ha pesato sulla tenuta del voto WASP in suo favore la non belligeranza, magari stipulata lontano dai riflettori, con i Clinton e con l’establishment Democratico in generale? Quale e quanto il tributo da pagare all’unità di partito in termini di libertà decisionale?
Sul fronte opposto, la disfatta subita evoca il ricordo degli anni ’60. Gli esigui segnali in controtendenza – lo scampato (?) pericolo di una maggioranza Democratica a prova di filibustering al Senato, le bocciature referendarie all’introduzione del matrimonio omosessuale avutesi in alcuni Stati – rinfrancano a malapena i preparativi per la traversata del deserto che attende il GOP. Chi e soprattutto cosa proporre, in vista dei prossimi appuntamenti elettorali? Jindal? Pawlenty? Gingrich con un nuovo contratto da sottoporre all’America? E il contenuto ha ancora l’importanza capitale attribuitagli dalla pubblicistica conservatrice? Si parla di rivitalizzare la Old Right: figurarsi se non me ne compiaccio, ma siamo sicuri che non sia stato proprio il conservatorismo compassionevole bushiano a evitare ai Repubblicani lo stesso tracollo dei Tories britannici, incapaci di rispondere alla domanda di protezione sociale che – piaccia o meno – caratterizza le aspettative politiche in tutte le democrazie occidentali?
Rinunciare a parte della propria identità culturale per esercitare attivamente il potere: questo, anche nella sconfitta, è il lacerante paradosso dei conservatori.

Aggiornamento (12.55): Vedo che le percentuali di voto hanno guadagnato rotondità, rispetto ai dati che circolavano nel momento in cui scrivevo il post. Altro che consolazione!




5 ottobre 2008

Ron Paul: We need to believe in ourselves




31 gennaio 2008

USA 2008: Mac is back!

Un dato emerge con chiarezza dai risultati delle primarie USA svoltesi fin qui, cioè che le presidenziali di Novembre verranno ricordate per aver fatto cadere molte delle consuetudini tradizionalmente legate alla corsa per la Casa Bianca. Hugh Hewitt, nonostante la candidatura del “suo” Mitt Romney stia segnando il passo, si appella ancora al motto “Governors beat Senators”. Brocardo di sicuro effetto, ma a forte rischio di obsolescenza: se le tendenze che vanno delineandosi dopo il voto in Florida troveranno conferma il Martedì Grasso, ci sono elevate probabilità di vedere nominato un senatore da entrambi i partiti. Sorvolando sullo scontato clamore attorno all’eventualità che il prossimo presidente possa essere una donna oppure un afroamericano, il successo dei politici di lungo corso in queste consultazioni rappresenta un fatto di assoluto rilievo. È noto, infatti, come allo yankee medio risulti sgradito l’opportunismo di coloro che, impegnati da lunga pezza nell’ondivaga e remunerativa arte della rappresentanza, durante la loro carriera politica hanno avallato tutto e il suo contrario. Oltreoceano lo chiamano flip-flopping, ovvero barcamenarsi quotidianamente non tra il giusto e lo sbagliato, ma tra l’utile e il controproducente: Hillary Clinton votò a favore dell’intervento in Iraq quando era di moda il patriottismo, ma oggi promette che – se eletta – fisserà una data per il ritiro delle truppe americane dislocate laggiù, tanto per fare un esempio.
Come mai l’elettorato statunitense scende a compromessi con la sua proverbiale intransigenza sui contenuti? A mio avviso perché da ambo le parti non si sono profilate candidature migliori delle due destinate a prevalere. Sul fronte repubblicano, Thompson e Hunter non sono mai stati davvero della partita. Dal canto suo, Huckabee è troppo religioso e lontano dall’ortodossia conservatrice in economia (durante il governatorato in Arkansas alzò le tasse, peccato mortale per ogni right winger che si rispetti). Ron Paul, il mio favorito, è percepito come eccentrico, e meno male che i deludenti risultati ottenuti nelle ultime tornate (appena il 3% in Florida) lo faranno probabilmente desistere dal proposito di candidarsi alle presidenziali da indipendente, con le devastanti conseguenze per il GOP che è facile immaginare. Rudy Giuliani, ahilui, è italiano e cattolico, un combinato di credenziali che in larga parte degli States, piaccia o meno qui nella madrepatria, costituisce ancora un cattivo biglietto da visita. Inoltre ha puntato tutto su una strategia elettorale azzardata e, col facile senno di poi, fallimentare. Romney, benché senz’altro uomo di grande valore, flip-floppeggia alla grande sui temi etici e indulge a un eccesso di retorica (difetto, quest’ultimo, comune anche al suo omologo democratico Obama). Tra i democratici, Bill Richardson ha fatto troppe gaffe, John Edwards è troppo di sinistra e troppo avvocato e Al Gore è troppo impegnato a godersi il Nobel per la Pace. Rimangono dunque solo il già citato Obama, molto amato ma fautore di un ecumenismo bipartisan che – dopo otto anni di presidenza Bush – potrebbe rivelarsi molto meno apprezzato del previsto tra i progressisti americani, e l’ormai probabile candidata novembrina Hillary Clinton. Costei, presso i media della vecchia Europa, è curiosamente dipinta come un’icona femminista, nonostante debba molte delle sue fortune allo status di moglie eccellente.
Ad ogni modo, alla senatrice di New York verrà sicuramente messa in conto una notevole padronanza del politichese senatoriale (qui se ne può trarre un’ottima esemplificazione). Proprio questo tratto malizioso la distingue da un illustre collega come John McCain: il senatore dell’Arizona è sempre stato molto coerente, nella sua peculiarità di liberal schierato a destra. Si tratta di un dettaglio importante, in grado di fornire una valida spiegazione all’inusitata alchimia tra “Mac” e quella base repubblicana che non l’ha mai amato. E, forse, anche di fare la differenza a Novembre.
Un altro luogo comune da sfatare in questo 2008 iconoclasta riguarda l’importanza (non tanto) decisiva dei finanziamenti nel decretare i vincitori delle primarie, visto che Romney insegue McCain nella conta dei delegati (74 a 97) pur avendo speso dieci volte tanto.
Il bello dell’America è tutto racchiuso nel suo sfuggire a qualunque modello di lettura “olistico”, a cui il novero delle regole politiche non scritte può certamente ricondursi. Forse perché, nella nazione occidentale rimasta più all’oscuro della lezione hegeliana, l’impossibilità della reductio ad unum trasforma ogni cittadino, con i processi socio-politici di cui è partecipe, in un piccolo mondo a sé stante e soggetto a imprevedibili dinamiche microevolutive.

Vai a vedere: The Politico, The Page, The Right Nation, Le Guerre Civili, L'Occidentale




4 novembre 2007

Operazione endorsement - Why I support Ron Paul


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permalink | inviato da Ismael il 4/11/2007 alle 17:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (14) | Versione per la stampa



15 febbraio 2007

Uno sguardo all'America del prossimo futuro

Mancano ancora due anni all’insediamento del prossimo presidente USA, eppure l’interesse dei media per la corsa alla Casa Bianca del 2008 sta già montando. I motivi di un clamore tanto precoce stanno nella fortuita combinazione di apparenti “stranezze” che promettono di incidere trasversalmente i confini della geografia politica americana.
Per comprenderne la natura, è necessario tenere presente che nel sistema elettorale yankee – severamente ancorato a un metodo ultra-maggioritario anche al caro prezzo di sacrificare al bipartitismo gran parte della partecipazione al voto – non esistono una “destra” e una “sinistra” a collocazione partitica fissa. Gli Stati Uniti sono una democrazia capitalistica, nella quale il successo politico si misura con la capacità di mobilitare risorse finanziarie a sostegno di una piattaforma ideale, data dalla risultante degli interessi particolari espressi da platee elettorali vastissime. All’interno di queste ultime, in ambedue i partiti nazionali, trovano spazio istanze riconducibili a tutte le culture politiche, con pesi specifici variabili a seconda del periodo storico a cui si faccia riferimento. Prima che Lyndon Johnson apponesse la sua firma sull’atto di de-segregazione dei neri (1964), ad esempio, nel Partito Democratico era presente una vivace e nutrita ala conservatrice e i Repubblicani rappresentavano la confederazione interconfessionale delle chiese protestanti americane. La dialettica interna alle due compagini, com’è noto, si risolve attraverso il meccanismo delle elezioni primarie, che sanciscono tramite una vera e propria asta – ovvero: le vince letteralmente chi offre di più – la personalità individuale più adatta a incarnare la compositio oppositorum su cui si basa la formazione delle classi dirigenti d’oltreoceano.
Ecco perché, a dispetto delle sciatte corrispondenze offerte dagli inviati italiani negli USA, non deve stupire il profilo politico estremamente singolare che contraddistingue i probabili futuri candidati alla carica più importante del mondo.
I due frontrunners repubblicani – John McCain e Rudolph Giuliani – esercitano paradossalmente maggiore attrattiva sull’elettorato indipendente che non su quello conservatore o “di destra”. Questo perché il primo, 72enne senatore dell’Arizona, è considerato pregiudizialmente ostile alla destra cristiana, verso la quale ha avuto uscite anche molto polemiche, oltre che un egocentrico di dubbia affidabilità. Interventista in politica estera e ortodosso senza eccessi in bioetica, gli basterebbe forse un buon candidato vice per stemperare l’immagine di vecchio anticonformista “a prescindere” che comunica all’esterno.
L’ex sindaco di New York, dal canto suo, è ritenuto ancora più liberal di McCain sui temi sociali: pro-choice e favorevole al matrimonio gay, ha vissuto per qualche tempo con due suoi amici “pacsati” e ha marciato vestito da donna alle parate dell’orgoglio omosessuale. Il giudice italo-americano, tuttavia, può rassicurare i repubblicani più destroversi giocando sulla distinzione tra le sue convinzioni etiche personali e i provvedimenti politici che intende assumere o preservare: Giuliani, infatti, sarebbe contrario all’aborto, ma ne sostiene la depenalizzazione come male minore. È poi fresco di pronuncia l’endorsement che Ted Olson, ex vice Procuratore Generale degli Stati Uniti, ha rivolto al “sindaco d’America”. Una frase per tutte: “Le vedute di Rudy su molti, molti punti di principio si dimostreranno compatibili con quelle delle persone appartenenti alla comunità politica conservatrice”.
Mitt Romney ha ricoperto fino allo scorso Novembre la carica di governatore del Massachussets (un po’ come se vi fosse stato per anni un forzista alla guida dell’Emilia-Romagna) e l’altro giorno ha annunciato ufficialmente la sua discesa in campo. Anche lui presenta un identikit politico assai composito: contrario alle nozze omosessuali e alla clonazione terapeutica, è però favorevole alla ricerca sulle cellule staminali embrionali. Oltrettutto è mormone e, come tale, facente capo a una morale confessionale scarsamente compatibile con la democrazia liberale, in quanto – similmente all’islamismo – la dottrina che professa afferma di poter obiettare alla legge positiva. Per esempio riguardo alla poligamia, che i mormoni ammettono e, nelle comunità agricole, incoraggiano: ironico che, tra tutti i papabili nelle fila del GOP, l’unico ad essersi sposato con una donna sola sia proprio Romney (gli altri sono tutti pluridivorziati).
Newt Gingrich è decisamente il mio candidato ideale. Artefice del Contratto con l’America, che nel ‘94 ha riportato i repubblicani in maggioranza a Capitol Hill dopo quarant’anni di egemonia democratica, Gingrich personifica alla grande il programma di taglio delle tasse e di “cura dimagrante” per l’apparato statale in grado di attrarre ogni buon federalista. In vista dell’appuntamento presidenziale del 2008, Newt sta comportandosi come un novello Cincinnato. Percorrendo in lungo e in largo gli USA con le sue ricette ultra-liberiste per riformare la sanità, l’energia e la sicurezza nazionale, l’ex professore di storia cerca di ovviare alla sue scarse entrature nella macchina organizzativa del partito coagulando attorno a sé un consenso di lungo termine presso la base elettorale – e difendendo un’immagine da candidato restio a sporcarsi con la politica attiva ma decisivo-per-il-nostro-tempo (vedi Fortune).
Jeb Bush, il fratello del presidente, sarebbe il miglior articolo del lotto se gli Stati Uniti fossero una monarchia e non una repubblica. Chiude l’esperienza da governatore dello stato-chiave della Florida con un gradimento al 60%, attira voti centristi benché ideologicamente molto più “a destra” di George W. ed è ovviamente il più gradito alla base conservatrice, ma il terzo Bush in vent’anni sarebbe davvero troppo. Si pensa che possa presentarsi in ticket con il prossimo candidato repubblicano e, di conseguenza, rimandare la sua nomination di qualche legislatura.
Su tutti i candidati del GOP, ovviamente, pende la spada di Damocle del conflitto iracheno. Proprio Newt Gingrich si dice convinto che, se non migliora la situazione a Baghdad, “vincere sarà durissimo”.
E i democratici? Il partito dell’asinello, per le issues fortemente progressiste che hanno preso il sopravvento al suo interno da parecchio tempo a questa parte, mi interessa molto meno del suo diretto concorrente. Ignoro quale tipo di ragionamento possa spingere Christian Rocca, uno degli unici due americanisti attendibili rimasti nel panorama giornalistico italiano (l’altro è Maurizio Molinari), ad asserire che Hillary Clinton abbia già la vittoria in tasca. Personalmente l’irresistibile ascesa dell’illustre consorte, analogamente a quella di Ségolene Royal in Francia, mi sembra galleggiare su una fragile bolla mediatica. Non va meglio con Barack Hussein Obama, variante coloured del sogno kennedyano, il quale somiglia a un Rutelli all’ennesima potenza: anche lui – come la Clinton, per la verità – pensa di poter drenare in scioltezza voti religiosi agli avversari semplicemente riempiendosi la bocca con il nome di Dio. Probabilmente considera gli americani degli ingenui pronti a ingoiarsi la sua retorica tutta d’un fiato, e si sbaglia di grosso. Ancora meno avvincente è la strategia attendista adottata da Al Gore, che rimane all’inguatto nella speranza di potersi approfittare delle numerose giravolte compiute dalla Clinton sulla politica estera e di difesa.
Più interessante è invece l’incrinatura tra conservatori e libertari aperta dal sorgere, nel midwest, di figure democratiche moderate (come il governatore del New Mexico Bill Richardson) e liberal-populiste (come il suo collega del Montana Brian Schweitzer), capifila di quei bluedogs che hanno guidato i dems alla riconquista dei due rami del Parlamento. La coalizione reaganiana, cementata dalla battaglia comune contro le tasse e lo stato, rischia di perdere la sua componente libertaria a causa dell’attivismo religioso dei social conservatives sul fronte etico. I riformisti finiranno tra le braccia dei democratici? Dubito anche di questo perché, se al partito dell’asinello riuscisse contemporaneamente – anche solo in parte – la manovra inclusiva di cui sopra nei confronti dell’elettorato cristiano, il conflitto tra posizioni laiche e confessionali non farebbe che spostarsi da “destra” a “sinistra”. Dove si mescolerebbe con esiti esplosivi allo statalismo fiscale che alligna tra i progressisti.
Mentre gli americani dispongono del sistema politico più idoneo a far germogliare idee e contaminazioni sempre nuove e avvincenti, in Italia tengono banco la fusione fredda tra cattolici adulti e postcomunisti e l’utilizzo dell’identità cristiana a mo’ di bandierina politica micro-reazionaria. Sospiro.

Per saperne (molto) di più: Camillo, Alla conquista della West Wing, S’avanza uno strano liberal, I quattro candidati-ombra sulla riva del PotomacHillary sì, Hillary no e Metro-Republicans


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9 novembre 2006

USA 2006: l'America plurale

Le elezioni di medio termine appena svoltesi negli Stati Uniti hanno decretato una sonora sconfitta del Partito Repubblicano. Il Grand Old Party, dopo dodici anni di predominio assoluto nei due rami del Congresso, cede la maggioranza sia alla Camera Bassa (i democratici si sono già aggiudicati 227 seggi sicuri su 435) che al Senato Federale (il partito dell’asinello ha strappato agli avversari anche il Montana e la Virginia, conquistando un totale di 51 seggi su 100). Il quadro della debacle repubblicana si completa con la rimonta democratica alla guida dei governatorati: la conta dei capi di stato – che fino a ieri vedeva un netto vantaggio del partito presidenziale per 28 a 22 – è uscita perfettamente capovolta dalla tornata elettorale.
I media italiani e internazionali stanno già enfatizzando oltre ogni dire la valenza referendaria anti-Bush che questi risultati assumerebbero, ponendo l’accento sulla presunta bocciatura che la cittadinanza statunitense avrebbe emesso nei riguardi del presidente in generale e della sua politica estera in particolare. Gli exit poll, per il poco che sono in grado di dire, confermano invece che il dissenso espresso dall’elettorato americano riflette un sentimento di prudente disaffezione verso un prolungato ciclo monocratico, secondo una dinamica tipicamente anglosassone di attivo “contenimento del potere”. La guerra irachena, sondaggi post-voto alla mano, occupa solamente – per un tema tanto soggetto a martellamento mediatico continuo – la quarta posizione, nella scala di priorità trasmessa alle urne dal corpo elettorale yankee. Al primo posto si trova l’indiziata numero uno di ogni sistema di consenso politico anglo-protestante che si rispetti, ossia l’etica pubblica. Per un partito ai vertici del potere periferico e centrale da oltre un decennio è fisiologico sconfinare nella tracotanza del voto di scambio dilagante, nel lobbismo ai limiti della legalità, nella corruzione che lubrifica i notabilati. Il già menzionato stato del Montana ha passato la mano anche al fine di sanzionare definitivamente il senatore uscente Conrad Burns per gli scandali che lo hanno visto coinvolto; gli affari Abramoff, DeLay e Foley – quest’ultimo strumentalizzato attraverso una campagna moralista piccina piccina, che la dice lunga sull’intolleranza dei tolleranti di professione – hanno fatto il resto.
Senza contare poi la tendenza a governare in modo invadente e spendaccione che le lunghe permanenze al potere incoraggiano. Le risultanze di autorevoli ricerche economiche dimostrano che, in regime di “governo unificato” (potere legislativo ed esecutivo nelle mani di uno stesso partito), la spesa pubblica americana è mediamente superiore che nei periodi di “governo diviso”. Buona parte della base repubblicana, formata dal connubio fiscale tra libertari e conservatori, ha registrato troppi segni di cedimento a politiche dispendiose – i programmi MediCare e MedicAid, gli Health Savings Accounts e, in questo senso, lo stesso intervento in Iraq – e si è regolata di conseguenza, astenendosi o votando altrove.
Le conseguenze politiche immediate di questi esiti elettorali sono molteplici. La prima, potenzialmente la più rilevante, è la revisione in senso restrittivo dei poteri del presidente in tempo di guerra che un Congresso democratico sarà agevolmente in grado di ottenere. Confortati da numerose sentenze della Corte Suprema, i democratici cercheranno di vincolare l’assunzione di provvedimenti straordinari da parte dell’esecutivo – quali la cornice legale per gli interrogatori dei prigionieri oltre confine, per la loro detenzione in strutture carcerarie “franche” come Guantanamo, per le intercettazioni delle telefonate dall’estero e così via – al voto delle camere. La seconda, già in atto con le dimissioni di Donald Rumsfeld, è quello che in Italia chiameremmo un rimpasto di governo. Per ora l’operazione sembra circoscritta al siluramento del controverso segretario alla Difesa, accusato – soprattutto da analisti conservatori e neoconservatori – di aver condotto l’occupazione irachena al risparmio, impostando il dispiegamento di uomini e mezzi in accordo con i dettami della “guerra leggera”. Non è da escludere, però, che la ritirata di George W. Bush possa anche costare il posto di ambasciatore all’ONU al falco John Bolton, la cui nomina non è ancora stata ratificata dal Senato. Escluderei invece un allontanamento di Dick Cheney, sulla cui eventualità una composizione “ostile” delle assemblee non ha alcuna voce in capitolo. In terzo luogo, la vittoria democratica scompagina i giochi del fronte avverso in vista delle presidenziali del 2008 che, con l’agone libero dai tradizionalmente più appetibili vicepresidenti uscenti e/o generalissimi pluridecorati, sembrano lasciare un discreto spazio di manovra a congressisti, governatori e amministratori locali più o meno in carica. Tra i governatori repubblicani i papabili rimasti sono Mitt Romney (Massachussetts) e, benché l’interessato neghi e il clamore sul suo nome sia stato (deliberatamente?) silenziato, Jeb Bush (Florida), il fratello del presidente. Le elezioni di Midterm hanno fatto strame dei congressisti più quotati tra i conservatori, cioè George Allen (Virginia) e Bill Frist (Tennessee). Rimarrebbe John McCain (Arizona), tanto amato dagli elettori indipendenti quanto inviso all’establishment repubblicano. In ascesa le quotazioni di due sindaci consecutivi di New York, Rudolph Giuliani e Michael Bloomberg. Forse, però, l’azzoppamento dei candidati alla nomination repubblicana provenienti dal Senato – vivaio politico che condanna i suoi appartenenti, ove siano in corsa per la Casa Bianca, alla pubblica esposizione di stati di servizio il più delle volte decisamente flip-flop – può rivelarsi un’inattesa fortuna, per il partito dell’elefantino.
E per il “qui e dopo”? Quali ripercussioni avranno queste ultime elezioni sugli assetti culturali degli Stati Uniti? Si è trattato forse di un plebiscito progressista, che cancella ogni speculazione pubblicistica a proposito della Right Nation – la nazione giusta perché di destra – proprio nei giorni in cui la blogosfera italiana tiene a battesimo l’aggregatore eponimo di quella galassia culturale?
In realtà la stringente determinazione di coordinate politiche e sociologiche unificanti, per un paese vasto come gli USA, non può nemmeno darsi, se non facendo riferimento ad un ristretto gruppo di principi filosofici fondativi. I quali rimandano alla Dichiarazione d’Indipendenza: vita, libertà, proprietà. Opportunità di imperniare la convivenza associata non su chissà quale “modello sociale” di riduzione ad unum delle singole individualità, ma sulla liceità di tutto ciò che non è esplicitamente proibito.
Per cui un giudizio sugli orizzonti culturali americani, stavolta come sempre, non può che rimanere sospeso a dati contrastanti e frammentari. Se è vero che la rivincita democratica si deve in gran parte al contributo di deputati e senatori moderati e talora populisti, lo è anche la netta vittoria, tra i 205 referendum che hanno accompagnato le elezioni, di una misura a sfondo socialista come l’innalzamento del salario minimo, approvato in cinque stati su cinque. Se è vero che sul matrimonio gay è stata messa una pietra tombale in sette casi su otto, lo è altrettanto che il Sud Dakota ha respinto il divieto integrale di aborto e che il Missouri ha aperto alla ricerca sulle staminali embrionali.
Forse, dopotutto, il sogno americano non è uno solo, ma ce ne sono tanti. Tanti quanti sono gli americani.


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7 settembre 2006

Thank you for smoking

Può sembrare strano, ma per quanto si sia arrivati a disporre dei mezzi di comunicazione più sofisticati, accessibili ed integrati, le incomprensioni dovute all’applicazione delle più elementari norme di buona creanza (viatico di tutti coloro che badano ad infastidire il prossimo il meno possibile) e di moderazione nel godere dei piaceri nocivi per la salute (cioè praticamente tutti) non fanno che moltiplicarsi nell’incomunicabilità generalizzata. Fino ad esorbitare dalla sfera privata per giungere di gran carriera in tribunale, in parlamento o in televisione. E se basta una mano sulla spalla nelle circostanze sbagliate per meritarsi l’accusa di sexual harassment, figuriamoci quale può essere il biasimo indirizzato verso le cattive abitudini incolpate di causare malattie anche passivamente o, peggio, di veicolare la socializzazione estemporanea distogliendo la gente dal solitario “produci consuma crepa”.
Il fumo di sigaretta – anche se il gran clamore suscitato in oltre vent’anni di processi collettivi contro le multinazionali del tabacco lascerebbe pensare diversamente – è solo il penultimo arrivato, nella lista dei malcostumi nel mirino del perbenismo organizzato (l’ultimo è l’inquinamento). Alcool e armi lo hanno abbondantemente preceduto. L’abuso di cibi grassi, chissà. In America, le corporazioni produttrici di generi passibili di scomunica salutista si difendono mettendo in moto serque di avvocati e di lobbisti, vale a dire parlatori di professione capaci di esercitare pressione dialettica – sovente anche finanziaria - in favore dei loro mandanti presso la pubblica opinione, le rappresentanze parlamentari e il mondo dei media. Il compito principale di questi promotori “a tema”, poco o punto discosto da quello di un principe del foro o di un attivista politico, consiste nell’avvalorare tesi preconfezionate mediante uno spregiudicato uso della retorica e della persuasione. A seconda della convenienza il bianco diventa nero, il giusto sbagliato e viceversa: sofismo puro, che presuppone – spesso con dolo – la piena consapevolezza dei suoi destinatari.
Con Thank you for smoking, Jason Reitman (figlio dell’Ivan regista di Ghostbusters) cala sullo sfondo di questa realtà una vicenda imbevuta di umorismo nero e di urticanti scorrettezze politiche. Aaron Eckhart, sfacciato portavoce di un centro ricerche che studia e divulga le improbabili virtù terapeutiche del tabagismo, intuisce come il cinema possa essere – e, in un passato nemmeno troppo remoto, sia effettivamente stato – un formidabile volano di pubblicità occulta per le “bionde”. Se caricato di sottintesi sessuali come ai tempi di Humphrey Bogart, anziché di implicazioni psicopatologiche come da Attrazione fatale in avanti, il fumo ritorna attraente. La faccia di bronzo del protagonista dovrà vedersela con un’avvenente reporter a caccia di scoop sugli oscuri retroscena del lobbismo, con un figlio bisognoso di riferimenti morali, con una simpatica coppia di colleghi – rispettivamente emissari dei fabbricanti di armi e dei produttori di alcolici – e con uno zelante senatore, manco a dirlo democratico ed eletto nel deaniano Vermont, personificazione di ogni possibile correttismo politico. Da una sceneggiatura essenziale scaturisce, una volta tanto, un buon uso della libertà di movimento che ne deriva da parte del regista. Le soluzioni visive adottate, se prese singolarmente, non sono originali, ma concorrono a formare una struttura narrativa che, nell’era della scrittura inutilmente prolissa, fa quasi gridare al capolavoro per fluidità e asciuttezza. Nel turbinio di bassezze e di meschinità che, in un perverso gioco al massacro appeso all’inderogabile necessità del “mutuo da pagare” come unico chiodo morale, vede i protagonisti della vicenda rincorrersi di slealtà in slealtà, il frequente utilizzo della voce fuori campo si fa perdonare con carrellate (sull’aereo) o sardonici fermo-immagine, talvolta muniti di sottopancia o di icone in sovrimpressione. Gli intermezzi di raccordo in esterna sono ridotti al minimo, oppure velocizzati e desaturati, per non spezzare la continuità delle riprese indoor – tutte pervase di atmosfere oscillanti tra un soffuso vintage (il club dei fumatori e la sede del centro ricerche) e un tocco di cinema da camera con parentesi on the road. Bello anche il sostegno extradialogico offerto dalla ripresa di certi elementi materici (la valigetta sul sedile posteriore, prima presente e poi assente, rafforza la percezione di un’avvenuta corruttela; oppure il poster pubblicitario del formaggio cheddar nello studio del senatore, che fornisce al protagonista il pretesto per ritorcere il salutismo contro il suo avversario durante l’audizione finale).
Su ogni considerazione tecnica prevale però il plauso alla riuscita di alcuni gustosi siparietti per fisicità di contatto tra dialoghi e recitazione; dove va aggiunto che, a tal proposito, il doppiaggio italiano è perfettamente all’altezza della situazione. Il figlioletto che psicanalizza spietatamente entrambi i genitori per spingerli ad agire secondo i suoi comodi è da antologia, così come il feroce sarcasmo ai danni delle manie esterofile, del fighettinismo e della ruffianeria che circondano l’ambiente hollywoodiano – per l’occasione rappresentato da un esilarante manager in kimono, disponibile a collaborare al progetto di “rivalutazione cinematografica” del tabacco. Ma l’apice della dissacrazione viene raggiunto quando, durante una delle loro abituali riunioni a pranzo, i tre lobbisti MDM (Mercanti Di Morte) litigano per stabilire quale dei loro asset provochi più morti al giorno, facendosene un punto d’onore. Merita infine una riflessione il messaggio morale, quasi un apologo anti-utilitaristico, che sottende la breve vicenda: è rinunciando a perseguire con ogni mezzo – lecito o illecito – i propri interessi a breve termine che, per paradossale che possa sembrare, si ipotecano con maggiore lungimiranza futuri guadagni, si trasmette all’esterno quel pizzico di idealismo che cementa gli affetti e si spiazzano irrimediabilmente i rivali.
Per il modo irriverente di trattare certe tematiche, mi sembra il classico film da sconsigliare ai pedanti che, stretta la boccuccia a culo di gallina e irrigidito il ditino inquisitore, usano ammonire contriti che “sulle cose serie non si scherza”.




7 novembre 2005

La verità ribadita. Grazie alla blogosfera

Il senso profondo delle iniziative aggreganti in stile Tocqueville, a ben vedere, è di favorire la divulgazione di notizie e dati “alternativi” a quelli forniti dall’establishment giornalistico. Per cui riprendo volentieri l’infilata di link che, a partire dall’ottimo The Right Nation e passando per l’altrettanto formidabile Nasigoreng, riesce forse a liberare dai luoghi comuni anche le menti più refrattarie al revisionismo in chiave filo-USA. O magari, senza farsi troppe illusioni, semplicemente a fornire una valida pezza d’appoggio contro il ritornello sugli USA-che-vendevano-armi-a-Saddam. I dati di seguito riprodotti, così come la tabella originale, sono rintracciabili seguendo i link di cui sopra.

 

VENDORS          $Millions       %

 

USSR                 17,503      50,78

 

France                5,221       15,15

 

China                  5,192       15,06

 

Czechoslovackia    1,540        4,47

 

Poland                 1,626        4,72

 

Brazil                   0,724        2,10

 

Egypt                  0,568        1,65

 

Romania               0,524        1,52

 

Denmark              0,226         0,66

 

Libya                  0,200          0,58

 

USA                    0,200         0,58

 

Il prospetto si riferisce al periodo compreso tra il 1980 e il 1990, per cui fino alla vigilia dell’embargo scattato con la Guerra del Golfo. C’è da supporre, come giustamente fa Nasigoreng, che in seguito alle sanzioni commerciali i primi tre partner abbiano ulteriormente intensificato i loro scambi con l’Iraq. Ricapitolando: negli anni ’80 Russia, Cina e Francia provvedevano da sole all’80% delle forniture militari incamerate dall’Iraq, mentre gli USA non raggiungevano lo 0,6%.
Le suddette percentuali rafforzano una lettura del passato scenario mesopotamico assai più equilibrata di quella tuttora in voga presso i massmedia. Cioè portano a ritenere che l’appoggio USA al regime saddamita si sia limitato esclusivamente alla sfera diplomatica, in linea con la filosofia “realista” di Kissinger e Schultz riassumibile nel motto: “i nemici dei miei nemici sono miei amici”.
L’inverso speculare del determinato (e per certi versi allarmante) idealismo neocon. In effetti, ancora non si è capito come si possano contestare gli attuali orientamenti americani in politica estera addebitando loro il cinismo diplomatico, di segno ideologico totalmente opposto, applicato oltre vent’anni orsono da capicordata ormai completamente fuori causa. Un onere, quello della chiarificazione, che spetta ai pedissequi seguaci di certi stereotipi, credo.


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28 ottobre 2005

Mineo-gate

Tempi grami, per l’informazione giornalistica in arrivo dagli USA. L’italiano (ma forse il discorso vale per un soggetto più ampio, l’europeo) che desiderasse conoscere nei dettagli la situazione politica d’oltreoceano, infatti, vedrebbe la sua curiosità infrangersi contro il muro di pregiudizio, scarsa professionalità e wishful thinking (leggasi “dissonanza cognitiva”) colpevolmente eretto dai nostri corrispondenti di stanza in America. Il livello di distorsione preconcetta della realtà, praticata quotidianamente dalla pletora di lenoni che dovrebbe tenerci informati, segna com’è ovvio un vero e proprio “picco permanente” dacché George W. Bush ha varcato la soglia della Casa Bianca.

Metti allora di ascoltare l’ennesima mistificazione affastellata dall’ineffabile Corradino Mineo; metti il disappunto di scoprire che le sue discutibili cronache, di recente, sono state promosse dal Tg3 al Tg1; metti pure che, ironia del destino, l’euforia per l’avanzamento di carriera travolga cotanta vedetta in pieno “CIAgate”. I casi sono due: o, data la complessità dell’intricata vicenda in questione, ci si abbandona all’atto di fede, oppure si volge lo sguardo altrove. Ammesso, beninteso, che si sappia a che santo votarsi.

Personalmente, all’infuori dei bravi Maurizio Molinari (La Stampa) e Christian Rocca (Il Foglio), trovo che il paesaggio giornalistico italiano non offra nulla che non si possa agevolmente sostituire con una navigata “motu proprio” su internet.

Il telegiornale della prima rete di ieri, per tornare ai fatti, suggeriva oscure connessioni tra la bufala pseudo-spionistica circa il contrabbando di uranio tra Niger e Iraq e il discorso sullo Stato dell’Unione con cui Bush, nel gennaio 2003, sancì di fatto l’inizio delle ostilità con Saddam. La tesi si riassume così: non solo la presenza delle armi di distruzione di massa, ma anche il traffico illecito di materia prima per confezionarle sarebbe un’astuta trovata da spendere sui tavoli diplomatici onusiani.

Nella fattispecie, per trovare il bandolo del garbuglio che sembra aver inguaiato Lewis “Scooter” Libby e Karl “The Architect” Rove, possono tornare utili gli articoli del già citato Christian Rocca disponibili qui e qui.

Riassumendone all’osso il contenuto, emerge che l’idea della bufala è frutto di una curiosa iniziativa assunta da un’ex spia italiana (e te pareva...) al soldo dei francesi, la quale, pur di intascarne i denari, non ha esitato a riempire i suoi mandanti di panzane. Avveniva tra il 1999 e il 2000 (epoca Clinton e Amato, per capirci). E come attestano sia la Commissione sull’Intelligence del Senato di Washington sia la Commissione Butler britannica, i francesi stessi confermarono in sede ufficiale l’attendibilità di quei documenti, nel frattempo trasmessi agli USA via fax dall’Ambasciata a Roma. Sta di fatto, però, che le informative in mano all’intelligence americana già prima del recapito del falso fascicolo italo-francese, avvenuto il 9 ottobre 2002, fossero ritenute “più ampie” nel descrivere i movimenti in materiale radioattivo in terra d’Africa.

Furono questi ultimi dossier “allargati” - di provenienza inglese - a fornire le basi per le fatidiche “16 parole” con cui Bush alluse ai sospetti scambi afro-iracheni nel suo celebre discorso, non già la farlocca documentazione italiana e francese. Parole, quelle del presidente americano, così pronunciate: “Il governo inglese ha appreso che Saddam Hussein ha recentemente cercato di acquisire significative quantità di uranio dall’Africa”. Cercato di acquisire, non “comprato”; Africa, non “Niger”. Paradossalmente, quindi, proprio ignorando la stravaganza delle prove falsate il governo americano si è procurato un abbaglio nell’uso di quelle, erroneamente ritenute veritiere, fornite dagli inglesi. Nessun “uso spregiudicato” di informazioni infondate - come scrivono Repubblica e il blog di Luttazzi, e come proclama Corradino Mineo da New York -, casomai il contrario.

Sul flusso di comunicazioni riservate tra l’Africa e gli Stati Uniti durante il 2002, poi, si innestano le vicissitudini della coppia Joe Wilson/Valerie Plame. Il primo, ex ambasciatore in Niger, fu inviato laggiù per controllare la circolazione di uranio direttamente sul posto. Tempo otto giorni e l’inviato, al suo rientro in patria l’8 marzo 2002, confermò che sì, gli abboccamenti tra alcuni delegati di Niger e Iraq c’erano stati, benché senza sviluppi degni di nota. Poi, nel giro di qualche mese (6 luglio 2003), Wilson ritratta e, con un articolo sul New York Times, accusa la Casa Bianca di aver falsificato le prove sulle armi di Saddam. Una settimana dopo arriva come una bomba la controaccusa di Bob Novak, editorialista conservatore ma anti-Bush, che punta il dito contro la moglie di Wilson, Valerie Plame, colpevole a suo dire di “conflitto di interessi”. Secondo Novak la Plame, in qualità di agente CIA, avrebbe pilotato l’affidamento della missione africana al marito confidando nella sua ostilità a Bush (i coniugi sono entrambi liberal), per poi orchestrare uno scandalo a scoppio ritardato.

Apriti cielo. L’identità segreta dell’agente Plame è bruciata: chi sono le fonti di Novak? E perché la giornalista Judith Miller, che non ha mai scritto una sola riga sull’intera faccenda, è stata sbattuta in galera per 85 giorni? C’entrerà la sua fonte più illustre, cioè Lewis Libby? Domande alle quali cercherà di rispondere l’inchiesta indipendente che potrebbe partire in queste ore, ma che per il momento rimangono sotto una coltre si mistero.

Lo so, è un casino pazzesco, una trama da capogiro per la mole di personaggi che coinvolge contemporaneamente. Ragione in più per aspettarsi un’informazione corretta e asciutta a riguardo. Ma la distinzione tra “cronaca” e “analisi”, ormai, sembra essere un fondamentale caro a ben pochi operatori dell’informazione.



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