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  Ismael [ Il superstite del Pequod ]
         
















Non te lo chiedo per favore: non calpestarmi







Perduta nazione, avito suolo
Isole tra i monti, strade pei mari
Unico asilo ed eterno conforto
Per te prosperiamo
Liberi e reverenti





Due che hanno visto giusto





La situazione mediorientale spiegata
meglio che in mille editoriali





In memoria di Diamond
"Dimebag" Darrell
, e di tutti gli
interminabili pomeriggi di
gioventù trascorsi a sgomitare
sotto la sferza selvaggia
della sua chitarra!





Where I belong:



Il movimento liberale giovanile fondato e presieduto da Francesco Lorenzetti



Edoardo Ferrarese

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MY BEST SHOTS:

Meglio il Saruman monetarista
o il Sam vegetariano?

Sul proporzionale

Un sindaco efferato

Mineo-gate

La verità ribadita.
Grazie alla blogosfera


Le fiamme sopra Parigi

Religione e omosessualità -
Condannati per reato d'opinione


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con l'intemerata
laica-ma-non-laicista


Ipocralismi
(ipocrisie e moralismi)


Il sofferto capolavoro
di Arik


Munich

Jimmy, Fini e i joint

Il Programma dell'Unione:
non si fa, si fabbrica


Jin-Roh - Uomini e lupi

Cento domande sull'Islam

Il Caimano

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Il Codice da Vinci

La lussazione

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Centrodestra, anno zero

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vince la politica

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La guerra infinita,
l'ipocrisia al governo

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8 Settembre,
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e il Dio incartato


Più tasse per tutti.
E più inflazione

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Ipotesi su Gesù

Buona l'anima,
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l'America plurale


Laicità e diritto naturale,
ovvero: del cortocircuito
giacobino


La mossa del Casini

Né bio né equo
né solidale. Quindi
massimamente etico


Apocalypto

Pannella e la morte
per procura


Fassino, le sberle, la rivincita

Tri-dazer

"Prodienko": torti e ragioni

L'antiPACStico

Uno sguardo all'America
del prossimo futuro


Or sono tre anni

Come Prodi
cadono le foglie al vento


Life to lifeless

Proibizionismi all'orizzonte?

Ennesima political compass

A New Republic

300

Uomini, caporali
e parlamentari


Immigrazione e libertà

L'innatismo dei predestinati

Libertari o gobettiani?

Sarko e Silvio

Cronache straboscopiche

Sex Crimes & the Vatican

Michela Vittoria Brambilla

La valanga veronese

Gods of Metal 2007

Se Milano piange,
Parma non ride


Gianfranco, Daniela
e il  moralismo farisaico


Un altro partito liberale?
No, grazie


La battaglia che fermò
l'impero romano


Harry Potter 5

Mario e i miglioristi sognatori

L'Arciprete e il Cavaliere

Scemenze che vanno distinte

Cor magis tibi Sena pandit

Gli interrogativi di Walter

Il liberismo
è davvero di sinistra?


Fenomenologia del Grillo

Le cronache
del Ghiaccio e del Fuoco


Liberalismo

Eutanasia in progress

Rivalutiamo pure Hobbes,
ma solo oltre confine


Rosmini for dummies

Sapessi com'è strano/
morire democristiano


La Libertà e la Legge

Bioetica
autunno-inverno


Il caso Bianzino

Luigi Sturzo for dummies

Papa e Sapienza,
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I figli di Hurin

Aborto all'italiana

Urbanistica di cronaca
e di mercato

Contro le tasse

Liste del Pdl:
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Cattolicesimo,
protestantesimo
e capitalismo


In difesa di Darwin/
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Multiculturalismo o razzismo?

Coerenza o completezza?
Il caso delle norme edili


Il teatrino fa comodo a tutti

Un'impronta illiberale?

La scelta di Eluana

La fine dell'economia

Il Cavaliere Oscuro

Il quoziente etico

Fallitalia

Quel che resta della crisi

 
 
 
 
 
 
 
 
 
Liberalizzazioni:
cosa resta da fare?

#1  #2


Il punto sulle bersanizzazioni
#1  #2  #3


Un giorno di libertà
#1  #2  #3


Metabio(gen)etica
#1  #2  #3  #4


Per il bene dell'Italia
#1  #2  #3  #4  #5
#6  #7  #8  #9  #10 


IsmaelVille
#1  #2  #3  #4  #5
#6 #6.1 #7  T13


Spigolature internautiche

"Uòlter Veltroni
a tajà er nastro
so' tutti bboni"

            by Giggimassi


"Far l'amore
col preservativo
è come fare il bagno
con lo scafandro"

                (Anonimo)


"Non sono né del partito
rivoluzionario né del
partito conservatore.
Ma tuttavia e dopotutto
tengo più al secondo che al
primo. Infatti dal secondo
differisco nei mezzi
piuttosto che nel fine,
mentre dal primo differisco,
insieme, nei mezzi e nel fine.
La libertà è la prima delle
mie passioni. Questa è la
verità"


      Alexis De Tocqueville
                    (by Zamax)


"Se Dio si candida,
lo stolto pensa alle elezioni
invece che al problema
dell'elezione"


            Giuliano Ferrara


"Io credo soltanto nella parola.
La parola ferisce, la parola
convince, la parola placa.
Questo, per me, è il senso
dello scrivere"


                    Ennio Flaiano
                (by Il Paroliere)


"L'ideazione di un sistema
resistente è atto creativo
che solo in parte si basa su
dati scientifici; la sensibilità
statica che lo determina, se
pure necessaria conseguenza
dello studio dell'equilibrio e
della resistenza dei materiali,
resta, come la sensibilità
estetica, una capacità
puramente personale, o per
meglio dire il frutto della
comprensione ed assimilazione,
compiutesi nello spirito del
progettista, delle leggi
del mondo fisico"


                       Pier Luigi Nervi
(Scienza o Arte del Costruire)


"L'unica cosa necessaria
per il trionfo del male
è l'inerzia dei buoni"

                         Edmund Burke
              (by Torre di Babele)


"Un governo così grande da
darti tutto quello che vuoi
è anche abbastanza grande
da toglierti tutto quello che hai"


               Barry M. Goldwater
          (by Retorica e Logica)


"L'amore è donare quello
che non si ha a qualcuno
che non lo vuole"


                     Jacques Lacan
                       (by Bernardo)


"Sono un conservatore nel
senso inteso da Hannah Arendt,
che si preoccupava della
preservazione del mondo.
Oggi comunque non c'è più
ordine costituito, ma solo
un cambiamento costituito.
La nostra sola tradizione è
il progresso. Viviamo in nome
del movimento e del
cambiamento continuo.
In questo contesto, io mi
considero un rivoluzionario,
perché ormai la sola
rivoluzione possibile è quella
che interrompe le derive
contemporanee"

               Alain Finkielkraut
                            (by Temis)


"Parliamo di politica:
quando si mangia?"


                 Alberto Mingardi


"Quella delle domeniche
a piedi è una messa rosso-
islamica, basata sulla nostalgia
del bel tempo della austerity
'regalataci' dall'Opec nel 1973.
E' un rito di espiazione e
autoflagellazione, direbbe un
Ernesto De Martino. E' una
autopunizione per aver pensato
di andare in auto a casa della
mamma, direbbe Freud. E' una
purga rivoluzionaria per
distruggere i beni di consumo
e tornare al valore d'uso,
direbbe Karl Marx"


                  Paolo Della Sala


"Quando uno conosce bene
una cosa se ne ha a male
se qualcun altro ne parla"


                          by Cruman


"Il vero conservatore sa che
a problemi nuovi occorrono
risposte nuove, ispirate a
principi permanenti"


             Giuseppe Prezzolini
  by Camelot Destra Ideale


"Una donna lo sa: le donne
adorano odiarsi. E' una cosa
vezzosa, niente di grave: solo
un po' di veleno qua e là, uno
sgambetto un sorriso e una
pugnalata alle spalle.
Non possiamo resistere"


              Annalena Benini


"Gli elettori delegano
il peccato ai potenti, così
possono immaginare
di non essere colpevoli
di nulla"


          Paolo Della Sala, again


"L'utilitarista deve nascondere
giudizi di valore da qualche
parte, per prendere decisioni
in base al suo principio,
e la teoria morale che ha
non è quindi l'utilitarismo,
ma lo specifico criterio
decisionale adottato"


                          LibertyFirst


"Non c'è più nessuno
a cui sparare, signore.
Se si tratterà solo di
costruire scuole e ospedali,
è a questo che serve l'esercito?"


                   Michael Ledeen


"L'idealista è uno che,
partendo dal corretto
presupposto che le rose hanno
un profumo migliore dei cavoli,
usa le rose per fare la zuppa"


                  Antonio Martino


"Sono sempre i migliori
ad andarsene dai forum"


                           Malvino


"Sapientia deriva da assaporare,
serve altro commento che non sia
mettere in moto il pensiero,
il ragionamento critico
come sapore delle cose?"


                                 adlimina


"Se gli economisti fossero
in grado di prevedere l'economia
non sarebbero tali, cioè non
avrebbero bisogno di insegnare
per sbarcare il lunario"


                            Mario


"Chi è sovente accigliato,
chi alza spesso il ditino
ammonitore, chi giudica
severamente il mondo
è uno che nel mondo
ci si trova male"


                             Gianni Pardo


The unprofessional blog

L'autore dichiara apertamente
che gli audaci parti del suo
intelletto avrebbero bisogno
del conforto di dottrina
specialistica in più materie,
nessuna delle quali minimamente
padroneggiata: pregasi notare
- sia ricordato qui una volta
per tutte - che di siffatti
scrupoli accademici è
privilegio della corporazione
dei dilettanti infischiarsene
allegramente (TNX Zamax)


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Wikio - Top dei blogs - Politica


16 novembre 2007

Link per oggi, 16/11/2007

 “Oggi si comincia a prendere atto di come lo sfruttamento dell'atomo sia più "verde", più ambientalista rispetto ad altre tecnologie; si accetta anche l'idea che le fonti energetiche cosiddette "alternative", da sempre considerate a basso impatto ambientale (energia solare, energia eolica, eccetera), hanno caratteristiche di erraticità e imprevedibilità nella resa tali da renderle di fatto improponibili per un Paese ad elevata industrializzazione e caratterizzato da una domanda energetica destinata a crescere esponenzialmente” – Alessandro Moroni, Nucleare: conversioni in atto

“In quasi tutti i paesi del mondo esistono leggi che proibiscono l’esercizio di molte professioni senza un adeguato titolo di studio e una licenza. Parlare troppo del valore legale del titolo di studio significa dimenticare il vero problema del mondo accademico italiano, e cioè la mancanza di concorrenza fra atenei, ed il vero problema della pubblica amministrazione e delle professioni in genere: mancanza di incentivi, ordini professionali che limitano la concorrenza. Parliamo di questo, please” – Andrea Moro, Il valore legale del titolo di studio: cos’è?




4 ottobre 2007

Due segnalazioni o tre

“Grillo è diventato il paladino dell'antipolitica. Peccato che la politica sia un elemento insostituibile della vita di relazione; al rapporto in continuo e dinamico equilibrio tra governanti e governati Grillo e i suoi epigoni vorrebbero sostituire il governo dell'assemblea permanentemente convocata: la «Piazza», come usiamo dire oggi. Quella Piazza che è sempre stata l'anticamera delle dittature, come la Storia insegna” – Alessandro Moroni, Grillo e grillismi

“Non è vero che l’evasione è un problema che riguarda l’intero paese in modo uniforme. Inoltre, è impensabile, dati i livelli di efficienza degli apparati statali, ridurre i livelli di evasione delle regioni del Nord, già uguali o migliori di quelli europei, senza introdurre uno stato di polizia ancor più illiberale e intrusivo di quello che già esiste” – Alberto Lusiani, Padoa Schioppa e l’evasione fiscale [hat tip: Abr]




23 agosto 2007

Cor magis tibi Sena pandit

Ieri ha lanciato qualche tracciante tattico, ma oggi Ale Moroni, a difesa dell’amatissimo Palio di Siena, schiera compattamente una simbolica contraerea. E il maresciallo di terra è il celebre Franco Cardini.
Molto del manifesto morale redatto dallo storico fiorentino, in realtà, non mi appartiene: la calca rorida, le grida frastornanti, il machiavellico mercanteggiare. Epperò, d’altro canto, molto mi è familiare e merita ampiamente l’ospitata: la fierezza nel parteggiare per l’attaccamento agli umori inveterati che maturano nello studio e nella riflessione, la libera adesione alle “tradizioni viventi” di casa propria ma, soprattutto, la fascinazione per la rara coessenza dell’Ora e del Sempre. Roba forte, che scorre nelle vene e nei nervi.
Ale Moroni, amico e compagno di tante conversazioni natalizie e pasquali, è uomo di intense passioni e di peculiare cultura (andare qui e qui per farne esperienza diretta). Nel Palio, come dirà lui stesso più sotto, gli vive un pezzo dell’identità nascosta che ciascuno di noi scopre disseminata per il mondo. Buona lettura!


di Alessandro “Verdefoglia” Moroni

Mi hai chiesto un intervento personale, arrivando al punto di lusingarmi affermando che “un tuo minisaggio sul Palio in esclusiva per il blog sarebbe uno scoop sensazionale”. La tentazione era ghiotta: faccio appena in tempo a tornare dalla più bella città del mondo (senza tema di smentita!), alla Festa della quale per tanti anni ho sacrificato i ben più ameni e rilassanti intrattenimenti usufruibili in Luglio ed Agosto ai 4 angoli del globo, e cosa trovo ospitate sulle tue pagine? Le solite superficiali frettolosità – sì, oggi sono in vena di eufemismi… – sul Palio. Quello che più mi ha addolorato, alcune di esse scritte da penne che un’intensa attività di lurking dei link da te continuamente proposti mi aveva fatto apprezzare, e non poco. Tra gli altri, un contributo additato ai quattro venti come esemplare (tant’è che financo tu te lo sei letto 4 volte!) innegabilmente ben scritto, ma che sta a una corretta e approfondita descrizione del Palio di Siena quanto la Batracomiomachia può accostarsi all'Iliade, o Tersite rassomigliare a Diomede. D’altronde non vedo come avrebbe potuto essere altrimenti, visto che – dichiaratamente – è stato vergato da una neofita del Palio. Logico che tu pensassi che frequentando Siena e la sua Festa dall’ormai remoto 1981 avrei potuto aggiungere un contributo non banale. E invece no: vuoi perché ancora tutto preso a leccarmi le ferite dall’ennesima sconfitta patita dalla Contrada che amo (un appassionato di Palio, ancorché non Senese, non fa il tifo per una Contrada, la ama), da Giovedì scorso ufficialmente entrata nel diciottesimo anno consecutivo senza vittorie, vuoi perché l’età che inesorabilmente avanza mi sottrae anche gli ultimi rimasugli di vis polemica, ho ritenuto di soprassedere e di cedere la parola ad un senese autentico, sia pure per un solo ramo familiare: il Professor Franco Cardini, Ordinario di Storia Medievale presso l'Università degli Studi di Firenze. Mi sono preso la briga di editare, conservandone quindi uno stralcio perfettamente adeguato alla discussione in essere, la sua Introduzione al testo “Il Palio”, Sitcom Editore 2006, raccolta saggistica a carattere storico-antropologico. Premetto che non si tratta dello scritto più esaustivo ed erudito redatto dal Prof. Cardini sull’argomento in questione: se ho scelto in particolare questo contributo, che ha tra i suoi meriti quello di confermare, ribaltandoli sfacciatamente in positivo, alcuni dei luoghi comuni inerenti alla Festa, è stato per due motivi peculiari. Anzitutto perché rende perfettamente giustizia a quel modo di essere (prima ancora che di scrivere) peculiarmente sulfureo, dissacrante, sarcastico e ferocemente icastico che rappresenta – da sempre e per sempre – la senesità, che trova appunto nel Palio la sua quintessenza, festival del politically uncorrect se mai ci fu. In secondo luogo, perché lo trovo rappresentativo – diciamo al 102% volendo essere conservativi – non solo di come io vedo e soprattutto vivo il Palio, ma anche della mia indole personale spremuta fino al midollo. C’è in particolare un passaggio verso la fine che mi ha commosso perché è esageratamente vero, quando si spiega che non basta una vita per capire il Palio fino in fondo, pure se in un solo istante ti trapassa l’anima tu gli appartieni per la vita, e lui a te. È quel che è successo a me: così, semplicemente.

E così in qualche modo ti ho accontentato, caro Edo aka Ismael: c’è molto di me in questo pezzo.

Soddisfatto?!?

PER FORZA E PER AMORE
di Franco Cardini

  Dire che il Palio di Siena è una festa non vuol dir nulla. Così come paragonarlo ad altre feste, pur bellissime e che vantano a loro volta un'illustre tradizione, equivale soltanto a confondere le acque e le idee ed è, ancor prima che improponibile, offensivo. Forse, quanto a dignità e a profondità antropologica, solo il buzkashi afghano, quella splendida e barbara corsa che trova riscontri nell'antichità indoeuropea ed euroasiatica, può reggere il paragone.
 
Il Palio è un mito e un rito. Il Palio è lo spirito della Città, è la "Terra in Piazza", è l'afrore dei barberi (1) sudati, è il suono delle campane e il grido della folla che s'innalza verso il cielo come il filo sottile d'incenso che arriva fino al trono di Dio.
 
Il Palio è il Palio. Tanto nomini, nullum par elogium.
 
Per me, senese solo da parte di una delle mie nonne e quindi contradaiolo impuro e bastardo  poco più d'un barbaro straniero, con l'aggravante del sangue fiorentino – il Palio è il ricordo del sole a picco, della polvere, della sete, delle ore d'attesa; è il suono del tamburo che mi rintrona le orecchie e mi si ripercuote dentro, alla bocca dello stomaco, e mi sale fino agli occhi e mi scorre sulle guance per la commozione. Il Palio è il Segno di Croce che il Sacerdote traccia sul cavallo della Contrada mentre lo esorta con la benedizione antica “Va' e torna vincitore”. È l'attesa spasmodica dei sorteggi, della tratta (2) e della mossa (3); sono i mille auspici delle ore precedenti la corsa; è l'urlo di gioia ubriaca e assassina che saluta la vittoria, il “Daccelo!!!” minaccioso e trionfale che suona come uno stupro e una coltellata e sale dalla Piazza del Campo a ferire il cielo, e non sai se è più Te Deum o più bestemmia. È la disperazione di quando cade il fantino della tua Contrada. Sono i propositi di rivalsa e di vendetta di quando si perde e tutte le storie sui tradimenti e la scalogna per spiegare la sconfitta. È l'allegria della cena della Vittoria, e il cavallo ospite d'onore, coccolato come una bella ragazza e viziato come un bambino.
 
Nemmeno la storia basta a comprenderlo, a circoscriverlo, ad esaurirlo. Né quella vera, né quella inventata. Dico a voi, noiosi falsari che v’incaponite a “dimostrare l’autenticità” delle “origini storiche” della corsa e del premio e la loro “continuità” dalle origini ai giorni nostri, come se a questo mondo valesse solo il ricordare e invece l’immaginare e il reinventare non valesse un fico. Ma l’avete dimenticata la grande lezione di Lucien Febvre, che ci ha insegnato che l’uomo non ricorda nulla ma ricostruisce sempre?
 
Il Palio non è solo la storia di Siena, ne è l’essenza. La passione, il gusto forte dello stare in Piazza e di respirar la polvere, la devozione per Maria Nostra Signora che coinvolge tutti i figli della Civitas Virginis, atei compresi.
 
Antica festa crudele. Anni fa un celebre uomo di teatro fiorentino, molto impegnato in battaglie animaliste, si pose a capo d’una crociata antipaliesca. Morivan troppi cavalli, era una barbarie, una vergogna; e annunziarono, lui e i suoi seguaci, una “marcia su Siena” che avevan in animo di organizzare, quell’estate, per impedire il ripetersi dello scempio. “Davvero vengono?” si chiese un Contradaiolo col tono dubbioso di chi pensa che sarebbe stato troppo bello. Ricorderò sempre il sorriso feroce e il digrignar guerriero dei denti di Duccio, fiero nicchiaiolo (4), quando rispose “Volesse Iddio...”.
 
Il Palio dura tutto l’anno si dice, ed è vero. Passata la festa e finita la nottata delle bevute e delle scazzottate all’alba del 3 luglio e del 17 agosto si è di nuovo tutti lì, ché si ricomincia. Il Palio è una corsa truccata, la più corrotta di tutte, affermano scandalizzati i nipotini di Tartuffe credendo di condannarlo irreversibilmente: invece è proprio così, e gli si rende onore dicendolo. Alla faccia di tutti gli ipocriti e di tutte le ipocrisie. Vincere, bisogna: a tutti i costi. Quant’era scemo il signor De Coubertin, con quel suo insulso “l’importante è partecipare”! Macché, vincere, e costi quel che costi. C’è una sola cosa che conta e vale quanto e magari perfino di più della vittoria: la sconfitta e l’umiliazione dell'avversario. E, aggiungono i Contradaioli delle Contrade più fiere: non c’è nulla di più triste del “non avere nemici in Piazza”. Ma questa è una sentenza contestata: ché in fondo, non aver nemici tra le altre Contrade significa un po’ averle nemiche tutte.
 
Tutti possono comprare, tutti possono essere dei venduti. Come in guerra e in amore, pur di portare il Cencio (5) a casa tutto è lecito. E così, in questa danza circolare della menzogna alla fine tutto e tutti sono tanto corrotti e falsati che la corsa risulta limpida e pulita nella sua bella ferocia. E vince sempre il migliore, cioè chi arriva per primo perché Dio e la Fortuna hanno voluto così.
 
Il Nunc e il Semper. L’attimo fuggente della corsa, quei tre giri di Carriera che passano in un attimo e che sembrano un’eternità, la gioia e la rabbia di un istante dopo, l’urlare, lo spingersi, l’abbracciarsi, lo scazzottarsi. E il lungo ciclo dell’anno che non finisce mai perché ricomincia subito e di continuo, l’Eterno Ritorno dei riti del dopo-Palio ch’è subito la preparazione del prossimo, i battesimi alla fontanella di Contrada, i cenini a tema e le conferenze e i concerti, il ci-vediamo-in-Contrada e le feste per il Santo Patrono Contradaiolo, il custodire geloso i Drappelloni vinti e le monture della Comparsa (6). E l’orgoglio altero di chi ricorda l'anno che si fece Cappotto (7), e la tristezza stizzita di chi non riesce da tanti anni a togliersi la Cuffia della Nonna (8).
 
Cor magis tibi Sena pandit: sempre di più e per sempre, d’estate quando si muore dal caldo afoso ma si è contenti perché a Firenze bollono e d’inverno quando si trema di freddo ma si è felici perché Firenze è più umida e ci si bubbola anche quando ci sono un paio di gradi in più. Io ho solo la nonna senese, per il resto sono fiorentino e me ne vanto, ma prima ancora sono Ghibellino e me ne glorio: e a Montaperti c’ero anch’io, ho detto e ripetuto che dirlo è una scemenza, però lo dico lo stesso e allora gloria eterna a Farinata degli Uberti, a Messer Provenzan Salvani e soprattutto a Bocca degli Abati cavaliere e al suo ferro ben tranciante, e sputi sulla manaccia di Iacopo Nacca de’ Pazzi finita nel fango e calpestata da’ nostri cavalli insieme col maledetto gonfalone del Fiore “per division fatto vermiglio”; e accidenti anche a Dante per quel che ne ha detto nel Trentaduesimo dell'Inferno, e sempre a morte i Guelfi cani…
 
Non è sufficiente una vita per capirlo a fondo, il Palio: eppure l’amarlo per sempre e il comprenderlo appieno, come in una folgorazione, è questione di un attimo. Un barbaglio di sole riflesso da una corazza che per un attimo t’acceca, una bandiera che ti schiaffeggia le gote, l’urlo della folla e il pregar sommesso della vecchietta o del ragazzo che ti stanno accanto per caso, nella calca, e seguono disperatamente dal mezzo della Piazza il balenar di caschi colorati dei fantini, di nerbi di bue agitati in aria, di punte delle orecchie e di spennacchiere dei barberi. Se una sola di queste cose ti tocca una volta il cuore e ti trapassa l'anima tu sei suo per tutta la vita, per sempre.
 
Sei del Palio, e il Palio è tuo.

(1) i cavalli
(2) assegnazione dei cavalli alle Contrade
(3) la partenza della corsa
(4) Contradaiolo del Nicchio
(5) toscanismo per "Palio"
(6) i figuranti che sfilano in Piazza il giorno del Palio
(7) vincere entrambi i Palii di uno stesso anno
(8) la Contrada che non vince da più tempo

Update (25-08-2007) - Causa atavico malfunzionamento del Cannocchio, abr ha proseguito le sue riflessioni qui.




27 dicembre 2006

Invito alla lettura di Tolkien

di Emilia Lodigiani
Mursia, 204 pp., € 9,50


“Desideravo i draghi con tutto il mio cuore”
J. R. R. Tolkien


Con il fisiologico sopirsi del clamore (multi)mediatico che ha accompagnato l’uscita e lo straordinario successo della trasposizione cinematografica de Il Signore degli Anelli, il riflusso dell’alta marea editoriale cresciuta durante la seconda giovinezza della Terra di Mezzo permette, da un lato, di valutare quali contributi critici si siano dimostrati abbastanza consistenti da rimanere a riva e, dall’altro, di stabilire una gerarchia di valore tra le più quotate pubblicazioni succedutesi nel comune proposito di “introdurre a Tolkien”.
Non deve sorprendere se, nel vasto mercato dei commentari tolkieniani, una pietra miliare di prima grandezza è tuttora rappresentata dalla presente monografia, redatta nel 1982 da Emilia Lodigiani. Pur avendo anticipato di una ventina d’anni la Tolkien-mania di celluloide, infatti, questo Invito ha fissato per primo il canone d’approccio che meglio si addice all’inquadramento “specialistico” della poietica tolkieniana, ossia la competente applicazione delle metodologie analitico-documentali all’esclusiva portata degli studiosi di scienze umane. Tutta la pubblicistica specifica successiva, fiorita a margine degli sfracelli dei film di Peter Jackson al botteghino, è quasi sempre caratterizzata dal taglio perlopiù generalista che è usuale conferire alla copertura editoriale dei fenomeni di costume in pieno fermento. Ma tra una sezione dedicata alle fanfiction (racconti brevi dei fan ispirati all’opera del loro beniamino), un’altra riservata ai cosplay (le sfilate a tema in costume) e qualche avventuroso accostamento topico (frequentissimo quello tra Tolkien e George Lucas, per esempio), molte delle pubblicazioni italiane più recenti garantiscono anche il doveroso apporto di critica letteraria strettamente intesa, ovunque secondo modalità assertive in forte debito di emulazione con il lavoro svolto dalla Lodigiani.
Nel volumetto scritto dalla fondatrice di Iperborea acquistano centralità l’esame approfondito dell’opera tolkieniana, con particolare riguardo ai suoi temi portanti tipicamente novecenteschi, e uno scrupoloso riepilogo delle fonti mitologiche di cui Tolkien si riteneva un moderno compilatore. Il corretto posizionamento politico-ideologico del professore oxoniense o il suo rapporto con una pluralità di voci critiche la più polifonica possibile, rispettivamente fili conduttori di due ottimi esempi di “tolkienismo corsaro” quali La Verità su Tolkien e Uno Sguardo fino al Mare, vengono sbrigati alla stregua di problematiche secondarie, come si evince anche dal numero di pagine (circa un quarto del totale) occupate da tali motivi. In merito al primo, ci si limita a ricordare l’appartenenza di Tolkien al pittoresco club letterario degli Inklings (gli imbrattacarte, volendo tradurre un po’ liberamente). Questo “Parnaso Inglese”, come alcuni biografi hanno definito gli Inklings, non costituì una cerchia artistica unitaria, in quanto furono molto poche le influenze reciproche tra i suoi membri. Tuttavia si può parlare di una comune visione filosofica di fondo, come spiega l’autrice: “una cultura che rivela un certo carattere revivalistico, con le sue nostalgie-utopie, le sue ricerche di mitologie e cosmogonie remote che incarnino quelle verità eterne che sole danno senso alla storia umana. Borghesi, non amano il progressismo materialista della propria classe, non si riconoscono nel mondo presente, ma rifuggono dalla politica e dalla scienza come forze trasformatrici: cercano una terza via, quella dell’arte, per restituire a una società decadente l’equilibrio perduto. [...] La base filosofica latente è il neoplatonismo in una delle sue tante reviviscenze e la forma da loro adottata è quella di cristianesimo romantico [...]. Conservatori, ma non reazionari, generalmente poco coerenti nelle loro utopie, sognano un mondo senza conflitti di classe, dove ogni individuo ha un compito ben definito all’interno della società (un mondo di artigiani, forse) e dove l’arte può ritornare a fornire il legame spezzato tra l’umanità e Dio”.
Dal canto suo, il breve capitolo conclusivo La Critica passa in rivista il reference bibliografico disponibile all’epoca della prima redazione, che dopo quasi venticinque anni di invecchiamento esibisce una comprensibile obsolescenza. Ciononostante la Lodigiani apre quest’ultima sezione con un cappello introduttivo contenente alcune perspicaci osservazioni sul perché della scarsa affinità tra Tolkien e il contesto culturale italico e, più in generale, neolatino: “non abbiamo una radicata tradizione di letteratura di fantasia né passata né recente: l’Ariosto, forse unica grande eccezione, è allo stesso tempo sintomatico del nostro atteggiamento congenito verso il fantastico e il meraviglioso: il suo poema cavalleresco è in chiave ironico-parodistica; e perfino nel mondo delle nostre fiabe tradizionali (si veda ad esempio la raccolta Fiabe Italiane curata da Calvino), il salto nel fantastico avviene sempre (quando avviene) attraverso l’esagerazione, l’assurdo, il comico, con una sottintesa e ammiccante incredulità verso ciò che si sta raccontando. Abituati alla canzonatura, alla farsa e alla risata, siamo un po’ imbarazzati nell’accettare la serietà di un’invenzione fantastica che ha invece alle sue spalle un’ininterrotta tradizione letteraria”.
Evasi gli aspetti laterali del “fenomeno Tolkien”, la Lodigiani estrae i ferri del mestiere. Ed esplora la produzione tolkieniana nel suo complesso, isolandone i nodi simbolici e le aree tematiche di maggior interesse, per riagganciarsi infine alle fonti mitologiche anglosassoni e scandinave che il genio linguistico dell’Emeritus Fellow ha saputo attualizzare e ridurre a nuova unità.
L’analisi comparata delle opere minori (vale a dire Albero e Foglia e i “tre divertimenti” Il Cacciatore di Draghi, Le Avventure di Tom Bombadil e Le Lettere di Babbo Natale) serve a delineare con estrema chiarezza la cifra stilistica e la concezione dell’arte caratteristiche di Tolkien. “L’artista diventa «Incantatore», ricco del potere magico della parola. [...] «Eppure la sua potenza, per quanto egli la creda grande, non è in nessun modo arbitraria e illimitata. Egli la può tenere soltanto finché si conformi strettamente alle regole della sua arte o a quelle che si potrebbero chiamare le leggi della natura come sono da lui concepite». Così Fraser nel Ramo d’Oro descrive il potere del mago presso i popoli primitivi, descrizione che equivale a quella che Tolkien dà dello scrittore; [...] e così è nel mondo della poesia. «In principio era il Verbo»: la parola è all’origine di tutte le cose e il suo potere resta il più assoluto ed eterno. [...] La parola distingue l’uomo dalle altre creature e lo avvicina al suo Fattore, dandogli a sua volta la possibilità di creare, di dar vita alla materia, proprio come Dio ha spirato il suo soffio immortale nell’inerte argilla rendendola «un’anima vivente»: «Creiamo secondo la legge che ci ha creato». [...] «Ristoro, Evasione e Gioia» [...] sono i doni che le fiabe apportano a chi vi si accosta non tanto con l’interesse dello studioso, ma con la disponibilità a lasciarsi di nuovo stupire, rapire e incantare [...], e cioè a chi sa vivere l’esperienza estetica in modo tale che essa non solo aumenti in lui l’amore per l’arte, ma sia capace anche di influenzare e cambiare la sua visione del mondo. [...] «Immergendo il pane, l’oro, il cavallo, la mela o le strade stesse nel mito, non ci astraiamo dalla realtà: la riscopriamo di nuovo», conferma anche Lewis in una sua critica al Signore degli Anelli.
L’estesa disamina della letteratura tolkieniana implicitamente riconosciuta come “maggiore” ha il merito di rintracciare nell’avventura intellettuale del Nostro il progressivo dipanarsi del dissidio interiore tra due anime creative, quella del glottologo di professione e quella del narratore per diletto. Mentre la prima fornisce il tessuto connettivo per assegnare una “architettura di significato” a mondi immaginari di sempre maggiore respiro epico e storico, la seconda rende la loro ideazione comunicabile all’esterno tramite l’inestricabile abbraccio tra sensus e littera, forma e contenuto. A una prima fase, nella quale Tolkien sopperiva alle sue lacune di storyteller rifacendosi ai classici registri dello humor inglese e della trivialità fiabesca (Alex Lewis), la prolungata lotta tra l’erudito e il romanziere fece seguire una profonda maturazione stilistica, sfociata però nell’incapacità di tirare una volta per tutte le fila di un corpus narrativo ormai divenuto colossale e incontrollabile. “Sempre più irretito nella ragnatela di problemi teologici e filosofici che si era lentamente intessuta intorno ai suoi racconti (inevitabile, data l’ambizione del progetto), continuava a correggere, ampliare, tagliare e riscrivere ciò che aveva già scritto, ogni volta ripartendo dall’inizio, come testimoniano la quantità di materiale che giace ancora inedito e la scarsa unitarietà dell’opera, che conserva appunto il carattere di «raccolta»”.
La cangiante tonalità espressiva che informa gli archi narrativi tesi tra le diverse opere di Tolkien riflette un travagliato percorso di affinamento artistico: dapprima la fiaba (Lo Hobbit) incontra l’orrore e diventa mito (Il Signore degli Anelli), quindi l’epos conosce la maledizione collettiva e si compie in tragedia (Il Silmarillion). Tra l’affresco di redenzione universale dipinto con la Guerra dell’Anello e le premesse gettate nel corso degli “eventi remoti”, raccontati nell’opera tolkieniana postuma, intercorre un profondo divario concettuale, naturale mimesi dello iato biblico tra Antico e Nuovo Testamento. “La molla della metamorfosi, il talismano magico che si è frapposto come una lente di ingrandimento tra il mondo di Bilbo e quello di Frodo è l’Anello, il cui disegno nascosto è già individuabile nell’apparente labirinto di trame e intrecci [...]: ed è così che l’inoffensivo cerchietto d’oro trovato da Bilbo e da lui poi usato soprattutto per evitare visite indesiderate, si trasforma nel Grande Anello del Potere della Trilogia”. Il passaggio di consegne tra zio e nipote porta a definire un eroismo dai contorni vocazionali fortemente permeati di misericordia evangelica: è proprio in questo tratto “oblativo” che Frodo si differenzia da Bilbo come Enea si distingue da Ulisse (Edoardo Rialti). “Frodo assume il ruolo di eroe di un’avventura il cui scopo si presenta fin dalla partenza negativo: «Bilbo era partito alla caccia di un tesoro e ne era ritornato, io invece vado a perdere un tesoro e senza ritorno possibile, a quanto capisco» [...]. Una Quest rovesciata che dà senso profetico al mito contemporaneo di Tolkien: il «mito della rinuncia» contrapposto a quelli di Prometeo, di Ulisse o di Faust in cui la civiltà occidentale ama vedere riflessa la sua irrequieta e tormentata anima. Frodo è l’anti-Faust [...]. È l’ennesima espressione del profondo bisogno di una rigenerazione morale e culturale della civiltà occidentale e l’illusione che l’arte possa farsene strumento”. Ne Il Silmarillion l’illusione traligna nell’incubo: “la Quest nasce da una non-rinuncia, da una divorante e faustiana ambizione, da una sete di possesso e di dominio che trovano aperta espressione in un giuramento d’odio: secoli di storia, tutta la Prima Era, si svolgono lungo il filo sottile della maledizione: regni sorgono splendidi e potenti, regge e foreste si popolano, amori e amicizie riscaldano i cuori, ma non sono che effimere illusioni, fragili veli stesi a celare l’abisso di tormento e disperazione in cui tutto irrimediabilmente precipita”.
Il Tolkien calato nel suo tempo e nel suo filone letterario va però ascritto a un apporto creativo esplicitatosi anche e soprattutto nella raccolta di narrazioni epiche arcaiche, poiché la mitopoiesi del Professore verte più sul lavoro di ricodifica e trasmissione che non in quello di produzione ex nihilo, laddove il senso di «invenzione» sta nell’etimo del termine – trovata, scoperta, rinvenimento – e non nel significato corrente di «ideazione dal nulla» o in quello, traslato, di «bugia» (Marco Respinti). Nei carmi mitologici ed eroici dell’Edda e del Beowulf, nella poesia scaldica e nelle saghe – cioè nel materiale che costituisce gran parte delle fonti di Tolkien – sono già presenti molti dei temi e delle parole attorno ai quali ruota la saga della Terra di Mezzo. Nell’Edda Nuova o di Snorri, ad esempio, si ritrovano quasi tutti i nomi dei Nani di Tolkien (peraltro ivi attribuiti a creature significativamente “forgiate nella terra”); Ent in anglosassone significa «gigante»; il re Frodhi tramandato dalle saghe nordiche è un mitico sovrano della pace e della concordia, e la silloge di fili d’Arianna etimo-filologici potrebbe continuare a lungo. All’origine dell’«invenzione» romanzesca ve n’è quindi una linguistica, che consiste nella “idea di colmare una lacuna, [nel]la meditazione su dei suoni, [ne]l gusto di accostare parole e inventare termini che avrebbero potuto (o addirittura dovuto) esistere, ma che, per la stessa casualità con cui il fato regge i destini degli uomini come delle lingue, non sono mai venuti alla luce”.
All’utilizzo, tipicamente novecentesco e borghese, del romanzo quale «genere proprio del cambiamento» (M. Bachtin), l’estetica tolkieniana unisce dunque la consapevolezza squisitamente filologica che «ogni linguaggio contiene gli elementi di una concezione del mondo» (Antonio Gramsci). La monumentale epica contemporanea scolpita dall’Emeritus Fellow attinge all’intimo contatto del suo artefice con le cause finali e formali del logos, la parola creatrice, ovvero poggia su una adamantina comprensione dei come e dei perché i vocaboli nascono e variano il loro campo significante. La Caduta collettiva e/o individuale, esemplificata dal rifiuto dell’Eden primigenio e dal successivo ingresso nella Storia, si manifesta innanzitutto sul piano del linguaggio. Immerso nella “caducità storica” per sua stessa volontà, l’intelletto – facoltà spesso a doppio taglio – si confronta con la necessaria parzialità di qualsiasi approccio “linguistico” a una realtà in costante mutamento: nella Storia, le parole sono conseguenza degli oggetti che designano. L’umanissimo desiderio di capovolgere questo paradigma, cioè di mettere il proprio Verbo al «principio» delle cose, di fatto equivale a voler emulare prerogative divine che – si badi bene – nell’uomo creato «a immagine e somiglianza» di Dio ci sono. Ma quando desidera i draghi “con tutto il cuore”, la creatura razionale si misura con due soluzioni poietiche radicalmente alternative. Essa può assurgere a collaboratrice e prosecutrice “artistica” dell’opera divina, popolando veri e propri mondi secondari con i frutti – siano essi draghi o quant’altro – di un atto sub-creativo in piena sintonia con il dono di vita amorevolmente elargito dal Padre. Oppure può avanzare l’assurda pretesa di “destoricizzare la Storia”, decidendo di pervertire il suo contributo al disegno universale nella possessiva rivendicazione di una propria particolare visione del mondo (Edoardo Rialti), cercando di far apparire i draghi (cioè la mostruosità) nel mondo primario in una sorta di “ribellione al reale”. È il contrappunto archetipico tra arte e tecnica, raffigurato a livello simbolico attraverso la personificazione del conflitto tra doppioni, della contrapposizione – tutta legata all’uso o all’abuso dell’ingegno creativo – tra un elemento buono e una sua controparte pervertita (*). Gandalf e Saruman, Frodo e Gollum, Théoden e Denethor, Faramir e Boromir: sono solo alcune delle antinomie che lacerano la Terra di Mezzo. Perfino la personalità subcreativa di Tolkien stesso, come già accennato, è scissa da un dualismo del genere. Ma va sottolineato che “il bene corrisponde al restare fedeli alla propria natura che è originariamente buona, ma poiché la libera scelta è condizione umana, la possibilità di corrompersi è sempre presente e il bene finisce ad essere una continua conquista. In Tolkien il mondo non è aprioristicamente diviso in buoni e cattivi: ciascuno è il prodotto delle proprie decisioni. È questo il significato del tema del Sosia (o controfigura): ad ogni personaggio positivo corrisponde un alter ego negativo”.
Se mi si chiedesse di segnalare le pecche sostanziali di questo Invito, ne indicherei solo due. Primo, lo scarso risalto dato alla stragrande maggioranza del materiale tolkieniano postumo il quale, oltre che da Il Silmarillion, è costituito anche dall’immensa History of Middle Earth, di cui il trittico Racconti Incompiuti-Perduti-Ritrovati (affrontato dalla Lodigiani nel rapidissimo volgere di tre pagine e mezza) rappresenta solo un estratto, ancorché cospicuo. Nel testo in mio possesso, l’autrice dichiara di aver aggiunto le brevi note relative ai Racconti solo in sede di ristampa, per cui immagino che tale carenza di trattazione sia dovuta esclusivamente alla prossimità temporale tra l’uscita di quei libri e la prima edizione del presente volume. In secondo luogo, è opportuno avvertire che il carattere “introduttivo” di questo saggio è più che altro millantato per farlo rientrare nella collana tematica Invito alla lettura di... Considerando la densità della prosa e la familiarità con gli argomenti trattati che presuppone nel lettore, è impensabile ritenerlo un agile viatico per neofiti: al limite, esso può fornire un buon trampolino di lancio per passare da una conoscenza “filmica” della Terra di Mezzo a un approfondimento più rigoroso.
Di pecche formali propriamente dette non ce ne sono, pur non mancando gli inevitabili (e pertanto giustificabilissimi) effetti dell’invecchiamento, agente usurante che la saggistica accusa in modo particolare: la punteggiatura desueta, ma soprattutto la scarsa reperibilità. E quest’ultimo è davvero un peccato, per un libro che non può non stazionare ad libitum sul comodino di ogni tolkieniano che si rispetti.

Chi volesse leggere la recensione di Introduzione a Tolkien, ottimamente scritta da Alessandro Moroni, la può trovare qui.


(*) Lo stesso tema, osservato da un’originale prospettiva legata alla “dissociazione” intrinseca all’arte drammatica, viene sviluppato anche nel film The Prestige di Cristopher Nolan, nelle sale da Venerdì scorso. Il trambusto festivo mi impedisce di commentarlo estesamente, ma basti dire che si tratta di una pellicola basata su un intrigante dialogo tra testi, sottotesti e veicoli espressivi. Forse pensata per compiacere un pubblico di primi della classe, a tratti artificiosa, ma di buonissima fattura ed elevato stimolo intellettuale. Dispiace solo che il prestigio finale proprio non le riesca.




6 febbraio 2006

Tutti i figli della Bomba

Se volete liberarvi dalle molte imprecisioni storiografiche e dai moltissimi luoghi comuni che circondano il Progetto Manhattan, ovverosia il gruppo di lavoro che tenne a battesimo l’arma nucleare, potete consultare il dossier in tre puntate (quiqui e qui) completato proprio quest'oggi da Alessandro Moroni.
Per quanto attiene la fabbricazione e l’impiego degli strumenti di offesa, il posto di vista di Alessandro non è propriamente al di sopra della parti: il suo contributo si inquadra infatti all’interno delle attività svolte dal Sermig torinese, un’associazione missionaria cattolica fondata quarant’anni orsono da Ernesto Olivero. Per cui la filosofia che anima questo resoconto - a partire dal cappello introduttivo sulle armi che "uccidono quattro volte" - tradisce volutamente il suo segno antimilitarista (sia pure in un'accezione inedita, per chi è avvezzo al pacifismo militante di matrice rossastra).
Ma, come accade quasi sempre, è proprio la schietta dichiarazione della propria "parrocchia" di appartenenza, unita all’estrema competenza in materia (Alessandro è fisico nucleare) a far guadagnare all’estensore una notevole dose di obiettiva franchezza. Garantisce un weapon libertarian come il sottoscritto!




4 dicembre 2005

La Passione di Cristo

Per gentile concessione di Alessandro "Verdefoglia" Moroni (flagg61@libero.it).


"In ambito artistico le buone intenzioni non contano: tutte le realizzazioni peggiori sono il risultato di buone intenzioni".

Questa frase di Oscar Wilde è quantomai indicata ad etichettare “la Passione secondo Mel".
Mi sia consentito un inciso: uno dei miei sogni adolescenziali ricorrenti è sempre stato quello di diventare un giorno un regista famoso e di avere la possibilità, a un certo punto della mia carriera, di realizzare un film su Gesù. Gli avrei dato il titolo "Il Sangue e la Carne", e avrei fatto in modo che venissero opportunamente sottolineati quegli aspetti di "corporalità" che certa iconografia tradizionale si è sempre rifiutata di applicare al Nazareno. Ben presto, non appena ho avuto certezza del fatto che i miei sogni da ragazzino non avrebbero mai fatto breccia nella mediocrità del quotidiano, ho provveduto a trasferire altrove la mia speranza e aspettativa: un giorno, mi sono sempre detto, un regista fortemente ispirato avrebbe dato corpo ai miei sogni e fatto giustizia di tutti i disgustosi e dolciastri Zeffirellismi, passati e futuri. Peccato davvero che la realtà spesso si faccia beffe, e atrocemente, dei tuoi desideri, perché nel momento in cui le circostanze sembrano permetterne la realizzazione il brusco risveglio ti annuncia che è stato partorito un mostricciattolo.
In tutta franchezza, non saprei indicare quale tra i registi di nome avrebbe mai potuto cimentarsi nell'impresa di restituirci un Cristo realisticamente martoriato e anche di salvaguardarne i contenuti di spiritualità, frammisti all'unicità del messaggio: forse nessuno tra loro, probabilmente sarebbe servito un enfant terrible di nuova generazione, indipendente e ispirato al punto giusto. In ogni caso: chiunque, ma non Mel Gibson; che trovo già palesemente sopravvalutato come attore, e non diciamo poi quanto lo sia come regista.
E' un peccato, voglio dire, che una buona idea sia balenata alla mente sbagliata.
In tempi nei quali la serenità e indipendenza di giudizio è una chimera persino quando si discute di come fare un nodo alla cravatta, figuriamoci se un film avente come protagonista un certo falegname ebreo nato sotto Augusto e morto sotto Tiberio poteva mai riuscire ad essere giudicato per quello che è: cioè un film, e soltanto un film. Perché tanto basterebbe... In fondo non aveva torto chi ha tirato in ballo la trilogia “tolkieniana” di Peter Jackson come elemento di paragone. Perché sì, certo, non stiamo parlando dello stesso tipo di coinvolgimento emotivo: ma è indubbio che, tanto nell'uno quanto nell'altro caso, l'ingombranza del soggetto ispiratore condanni un film ad essere giudicato come "qualcosa di più e di diverso da ciò che è". Il che è assolutamente indebito perché, in base alla premessa, qui siamo proprio di fronte al caso in cui una felice idea iniziale è stata sviluppata malissimo a causa dell'infelicissima e pesantissima mano del regista e cosceneggiatore; e a me personalmente importa poco o nulla il fatto in sé, che l'assunto da cui è partito Mel Gibson sia, non sia, o quanto sia filologico e correttamente fondato nel testo.
Cattolico convinto, non sono però di quelli che anni fa si stracciarono le vesti all'apparire del così disinvolto (in un'ottica tradizionale) Cristo di Scorsese. Un regista deve avere assoluta libertà d'azione e d'interpretazione, a prescindere dal fatto che il protagonista del film che realizza sia il Cristo, Frodo Baggins o un qualche ammuffito re Assiro-Babilonese contemporaneo di Re Davide. Non mi piacque il film di Scorsese e continua a non piacermi, perché cade in un errore assai comune, ma imperdonabile in un regista del calibro dell'italo-americano, che è quello di far calzare a forza a un'epoca remota la sensibilità e i canoni di giudizio del nostro milieu culturale. Un Crocifisso di 2000 anni fa che si interroga sui significati universali dell'esistenza con l'hindsight tipico di un uomo del nostro tempo è una clamorosa scorrettezza concettuale, sinonimo di miopia assoluta, oppure di totale malafede: l'una e l'altra esecrabili...ma non divaghiamo.
Per poter dare un'idea di quanto sia vero affermare che qualche buono spunto sotto il profilo esegetico e storicistico Gibson l'abbia colto, sarà il caso di tracciare una breve cornice ambientale.
Per l'occupante romano,la Giudea rappresentava sicuramente, all'epoca dei primi anni dell'Impero, la Provincia più turbolenta del mondo. Fieri del loro "splendido isolamento" culturale e, soprattutto, religioso, i suoi abitanti si erano sempre rifiutati alla politica di assimilazione che Roma aveva attuato con successo fin dagli albori della sua espansione; d'altro canto, è proprio per il tenace attaccamento ai propri valori esclusivi se il popolo ebraico ha potuto sopravvivere a 10000 anni di storia, infinitamente più a lungo di quanto abbiano potuto sopravvivere i loro numerosi eversori, Egizi, Babilonesi, Persiani, Macedoni, Romani, Arabi e Turchi (in rigoroso ordine di apparizione). Un governatore romano a Gerusalemme doveva dare per scontata la necessità di doversela vedere con una rivolta di serie proporzioni praticamente ogni anno del suo mandato; più varie seccature connesse all'ambiguo ruolo giocato dai membri del Sinedrio, ufficialmente gli interlocutori privilegiati per l'occupante ma ovviamente molto portati a cavalcare la tigre del malcontento popolare non appena l'occasione si fosse presentata sufficientemente propizia. E, soprattutto, dall'età Augustea in avanti si trattava di vedersela con la "questione Messianica".
A causa di oscure profezie contenute in quel complesso ginepraio che per i Romani indubbiamente costituiva la Sacra Scrittura degli Ebrei, l'attenzione di tutto il mondo mediterraneo in quegli anni andava a concentrarsi sulla Palestina. Da lì, si diceva, doveva sorgere un Profeta destinato a restaurare la gloria di Davide, per il riscatto di Israele e, per chi non era ebreo, probabilmente di tutto il mondo non Romano. La forza di suggestione di tali profezie frammista alla superstizione che ovviamente all'epoca regnava sovrana, non disgiunta dall'opportunismo di qualche avventuriero locale, faceva sì che non passassero due-tre anni senza che a Gerusalemme e dintorni sorgesse qualche personaggio con la precisa convinzione di "essere qualcuno". E siccome la valenza delle "redenzione di Israele" acquisiva un'ovvia connotazione politica, ecco che il personaggio in questione cominciava a radunare intorno a sé un manipolo di seguaci fanaticamente convinti dalle sue parole circa il fatto che il momento della cacciata degli invasori sacrileghi fosse prossimo, con l'ovvia conseguenza tale per cui al malcapitato Governatore Romano toccava periodicamente di fare uscire un distaccamento di cavalleria dagli accampamenti per cancellare dalla faccia della terra il sobillatore e i suoi cenciosissimi seguaci; e, manco a dirlo, la cosa non era mai indolore, perché - in un contesto politicamente già surriscaldato - costituiva garanzia di ulteriori e ben difficilmente sopibili problemi.
Insomma, essere nominati dall'Imperatore Governatori in Giudea assomigliava molto di più a una punizione che non a una promozione! E così sicuramente deve averla vissuta Ponzio Pilato, che a quanto ci è dato di sapere non era in fondo né migliore né peggiore di tanti colleghi che l'hanno preceduto o che gli sono subentrati nella carica. Un oscuro funzionario imperiale che tanto avrebbe preferito chiudere la sua carriera in qualche angolo del mondo magari ancora più remoto ma sicuramente più tranquillo.
Quando gli è stato condotto innanzi Gesù, indubbiamente deve averlo guardato con lo stesso sguardo, disgustato e distratto, con cui soleva guardare una delle tante seccature di routine con le quali doveva misurarsi quasi quotidianamente. Ma possiamo tranquillamente presumere che il suo interesse, quel maledetto giorno, si sia progressivamente accresciuto. Infatti, deve essergli presto risultato palese non solo l'assoluta inconsistenza dell'accusa (ma questo potrebbe non avere fatto testo, in quanto tutte le accuse di ordine religioso apparivano speciose e risibili ad un pagano del I secolo, ultrascettico e imbevuto di cultura ellenistica stoicizzante), ma anche il fatto che, palesemente, nessuno tra gli accusati che mai gli era toccato di giudicare gli erano apparsi altrettanto inoffensivi di quel Galileo dall'aria insolitamente assente ed enigmatica per essere un uomo seriamente candidato alla crocifissione...
È vero che Pilato abbia consapevolmente empatizzato con Gesù, fino al punto di fare quanto la sua posizione gli consentisse per cercare di liberarlo? A dar retta ai Vangeli (tutti e 4, sbaglia chi vede delle contraddizioni tra le diverse redazioni, perlomeno a questo livello) sembra plausibile di sì, perché altrimenti non si spiegherebbe il particolare della flagellazione (esplicitamente citata in 3 casi su 4...).
La flagellazione romana era un rituale per certi aspetti peggiore di una condanna a morte: chi vi veniva sottoposto non infrequentemente non sopravviveva all'esperienza o, bene che gli andasse, ne usciva menomato, storpio, e certamente non aveva alcuna possibilità reale di riuscire a dimenticarsi di esservi stato sottoposto. Il flagrum era effettivamente molto simile a quello che è stato utilizzato nel film: un manico che terminava in un numero variabile di cordicelle flessibili, a ognuna delle quali veniva legato un frammento d'osso. Praticamente ogni scudisciata che ti arrivava si portava via una fettina della tua carne, oltre che tracciarti un solco indelebile nella pelle. Insomma, non è casuale che crocifissione e flagellazione fossero tra loro alternative: un condannato a morte tramite crocifissione non veniva mai sottoposto preventivamente alla flagellazione, perché sarebbe stato quasi come ucciderlo due volte; e persino in un'epoca nella quale la vita umana (soprattutto quella dei non-cittadini romani...) valeva sensibilmente meno del già poco che vale oggi (!) si aveva nettissima la percezione che uccidere un uomo una volta fosse più che sufficiente.
Quindi Pilato non avrebbe avuto alcun motivo sensato per fare flagellare Gesù, se non proprio il fatto di sperare che, presentandolo ai notabili ebrei e alla folla dopo avergli fatto subire un simile supplizio, questi fossero indotti a desistere dai loro propositi di morte. La particolare crudeltà con cui quella specifica flagellazione è stata condotta a termine avrebbe quindi avuto questa motivazione di fondo, con l'aggiunta del fatto che, con ogni probabilità, la naturale simpatia provata da Pilato per Gesù non arrivava al punto da indurre il primo a sincerarsi del fatto che gli aguzzini non usassero la mano troppo pesante col secondo...
Sia come sia, il Governatore Romano non aveva probabilmente fatto i conti con il fatto che il Sinedrio ebraico aveva già da tempo decretato la morte di Gesù, per i motivi che nei Vangeli sono ben documentati e che risalgono a diversi mesi, se non anni, prima della festa di Pasqua che coincise con la Passione. Ben lungi dall'essere un semplice e in fondo banale sobillatore politico, come "aspirante Messia" Gesù incarnava il ruolo all'opposto di come per decenni se l'era immaginato la fantasia popolare: sovvertendo, rovesciandolo come un guanto, l'edificio religioso sul quale da secoli si basava l'Ebraismo e che la casta rabbinica, che esprimeva nel Fariseismo il vertice anche culturale del tempo, tendeva invece a conservare e a difendere gelosamente contro ogni influsso esterno (soprattutto di natura grecizzante ed ellenistico) che già riusciva a penetrare anche in un contesto naturalmente chiuso come quello della Palestina dell'età Augustea.
Qui non è ovviamente il caso di addentrarci in un'esegesi Neotestamentaria che ci porterebbe lontanissimo, ma è incontestabile che gli esponenti dell'Ebraismo ufficiale dovettero fronteggiare il caso, curioso e di difficilissima soluzione, di un falegname Galileo di punto in bianco riscopertosi Profeta, il quale andava proclamando l'amore universale offerto a tutti (nemici compresi) come dono di sé, la Salvezza derivante dalla Fede e dall'Amore gratuito di Dio anziché dallo scrupolo con il quale si osservava la Legge e soprattutto, scandalo degli scandali, offerta a tutti, indipendentemente dall'appartenenza all'Ebraismo, di nascita o acquisito che fosse...messaggi peraltro accompagnati dall'atteggiamento di sfida di uno che non aveva problemi a gettare in faccia ai Dottori della Legge, con serenità disarmante, frasi del tipo "le puttane e gli esattori delle tasse (gli ebrei più asserviti al potere romano e come tali addirittura indegni di essere toccati per un ebreo osservante dell'epoca) vi passano davanti nel Regno di Dio", con tutte le devastanti implicazioni di sovvertimento sociale che potevano implicare.
Logico quindi che da parte loro non vi fosse alcuna possibilità di reazione che non contemplasse l'eliminazione fisica...cosa che i membri del Sinedrio, l'organismo Ebraico religioso più importante dell'epoca, avrebbero fatto ben volentieri fin dall'inizio della predicazione di Gesù, e non dopo averlo lasciato parlare per tre anni! Ma il fatto è che, notoriamente, il Sinedrio non aveva alcun potere di deliberare la morte di chicchessia, perché ovviamente l'occupante Romano aveva avocato a sé tale potere, da cui la necessità di riuscire a "prendere in castagna" Gesù con qualche accusa che non fosse di natura esclusivamente religiosa, ma che potesse far storcere il naso anche all'autorità romana. Cosa molto più facile a dirsi che non a farsi, perché abbiamo appena detto che il Nazareno aveva ben altro di cui occuparsi che non fossero i Romani; per cui fu solo dopo tre anni di questa ingombrante predicazione che saltò fuori l'idea di sfruttare una certa frase, opportunamente alterata nella lettera e nello spirito, con la quale Gesù si sarebbe autoproclamato "Re dei Giudei", l'unica tra le accuse possibili che chiamasse direttamente in causa il dominio imperiale e offrisse la chance di far condannare Gesù da Pilato, dopo averlo arrestato e giudicato "in proprio"; con tutto ciò che ne è seguito.
La ricostruzione storica di cui sopra dovrebbe smontare alcune, almeno, delle accuse mosse al film in base a pregiudizi molto più ideologici che cinematografici.
Film eccessivamente violento? A dar retta ai testi evangelici, la Passione di Cristo fu una cosa orribile e insolitamente "peggiorativa" rispetto al già crudelissimo "standard" di una crocifissione: perché vi si aggiunsero la flagellazione e tutte le torture inflitte dai romani, con le quali Pilato sperava di non dovere poi anche uccidere un prigioniero già così "severamente punito". Nessun messaggio di speranza? Il film verte, in base al suo titolo, sulla Passione; logico quindi che eventi, sia precedenti sia successivi, al tema trattato siano presentati di scorcio e molto sommariamente; il fatto poi che con un regista e sceneggiatore di talento fosse possibile far passare più efficacemente il messaggio Cristiano pur basandosi sul solo racconto della Passione è pur vero, ma è la fondamentale imperizia del regista ad averlo reso impossibile, non certo la scelta del soggetto del film e il modo, fondamentalmente coerente, con cui è stato sviluppato. Film ideologicamente antisemita e politicamente scorretto in quanto va artatamente ad alimentare l'antipatia, per non dire l'odio, nei confronti degli Ebrei in un momento storico nel quale decisamente non se ne sentirebbe il bisogno? Nei Vangeli i fatti sono descritti nel modo al quale ho fatto sopra riferimento, Gibson magari carica un po' certe cose ma non è che, da un punto di vista strettamente narrativo, ci metta poi molto del suo; e poi, insomma, sarebbe anche il caso di finirla di continuare ad esprimere giudizi che non sono altro che il prodotto della nostra cattiva coscienza! Ovvio che a nessuno verrebbe in mente una cosa del genere se non fossimo passati attraverso la devastante esperienza dell'Olocausto; ma il tutto sembra piuttosto pretestuoso, visto che tutto l'episodio della cattura, processo ed esecuzione di Gesù di Nazareth vide come protagonisti e testimoni non più di qualche centinaio di persone (e il film, per quanto faccia, non può certo smentire questo assunto)... come sia possibile chiamare sul banco degli imputati gli Ebrei di ogni epoca intesi come Popolo francamente mi sfugge; sarebbe un po' come chiamare a correi del Nazismo tutti i tedeschi di ogni tempo e di ogni epoca. La sommossa popolare che accompagnò il supplizio di Gesù fu in parte spontanea, in parte orchestrata ad arte, ma va vista pur sempre come parte di quegli effetti di "imprevedibile mostruosità" determinati dalla "discesa in piazza del popolo", triste archetipo valido per ogni epoca; e chi ha studiato tali fenomeni da un posto di vista sociologico sicuramente non può stupirsi di come un "Osanna" possa tramutarsi in un "Crucifige" a distanza di soli 5 giorni: questo sarebbe assolutamente valido oggi, figuriamoci quindi 2000 anni fa.
Piuttosto, sarei più propenso a dare la Croce addosso (visto che siamo in tema!) al film, per il fatto che un'opera d'arte che si presume animata da scrupoli storicistici e filologici non può cadere in clamorosi infortuni, quali il fatto di far trasportare dal Cristo la Croce "tutta intera". Un minimo di analisi storica ci conduce alla conoscenza del fatto che i condannati al Supplitium Servilis dovevano trasportare sul luogo dell'esecuzione il solo Patibulum, che poi altro non sarebbe che il legno orizzontale della croce, quello al quale il condannato veniva poi inchiodato (quello verticale veniva piantato solidamente nel terreno qualche ora prima dell'esecuzione stessa). Siccome i due "ladroni" nel film portano effettivamente il solo Patibulum, mentre solo al Cristo viene riservata la Croce tutta intera, ci vien fatto di pensare che Gibson certe cose le sappia benissimo, ma che indulga a certe scelte per mera ricerca dell'effetto compassionevole. Altrettanto imperdonabile è la scelta di far trafiggere i condannati da fori nei palmi delle mani, come vuole l'iconografia tradizionale, anziché nei polsi come pretenderebbero le regole dell'anatomia umana (la cartilagine dei palmi delle mani non ha resistenza sufficiente per reggere il peso di tutto il corpo) e come correttamente raffigurato da quel "testimone silenzioso" della Passione che è la Sacra Sindone.
Ma anche queste sono osservazioni marginali alle quali non ha molto senso appigliarsi, sono ben altri i motivi che inducono ad un giudizio sostanzialmente negativo nei confronti del lavoro.
Perché, ribadisco, un film ha tutto il diritto di essere stroncato o incensato utilizzando solo ed esclusivamente i criteri preposti ad una valutazione puramente cinematografica. Come premesso, siamo di fronte all'inadeguatezza di fondo di Mel Gibson nel ruolo di regista e sceneggiatore.
Perché accostarsi a un tema spinoso come quello della Passione a partire da una propensione naturale al gusto Horror “gotico” significa certezza di fallimento: a quel punto il realismo, pur correttamente perseguito, sfocia nel grottesco, nel sardonico, nel caricaturale. E ci sarebbe voluto un regista del calibro di Kubrick per raccontare il Cristo in chiave sardonica e grand-guignolesca sortendo l'effetto: in mano a chiunque altro il risultato poteva essere solo quello di sfociare in effetti di comicità involontaria (e figuriamoci poi un americano di sensibilità grossolana quale Gibson...). La caricatura dell'orrore di un supplizio sottrae realismo al tutto, e rimangono solo gli effetti da splatter di serie B: si veda quello che succede nei ripetuti interventi di Satana (manco a dirlo incarnato in sembianze femminili) con contorno classicissimo di serpenti, manifestazioni di bambini in funzioni Apostatiche e Anti-Cristologiche e tutto il più vieto armamentario di tradizione, ivi incluse manifestazioni demoniache di pre-dannazione anche nei confronti di chi ancora non è defunto (e che quindi, in un'ottica Cristiana, avrebbe ancora tutte le possibilità di salvarsi...) ed effettacci di routine quali corvi che strappano gli occhi ai condannati, eccetera, eccetera. Insomma, forse non ha avuto torto chi si è lamentato del fatto che le profonde convinzioni religiose di Gibson lo inducono ad affrontare l'episodio che sta alla base del Nuovo Testamento con una tipica sensibilità veterotestamentaria o medievale (due aspetti strettamente confinanti, come sappiamo); ma il tutto, aggiungo io, filtrato attraverso una sensibilità personale a confronto della quale l'inventore di Freddy Krueger ha realizzato una pietra miliare nella storia del cinema.
La flagellazione romana era un orribile atto di barbarie, reso ancora più insostenibile dalla crudeltà gratuita degli aguzzini preposti alla bisogna? Va bene, ma per presentarlo si doveva per forza insistere su questo tema per tutta la durata del film? Non era possibile presentarlo con maggior efficacia (e tanto più grande tragicità) circoscrivendo l'elemento in un contesto preciso e più limitato nello spazio e nel tempo?
Il lavoro di Gibson fallisce, nella sostanza, l'intento di fondo di trasmettere sobriamente il senso del messaggio Cristiano attraverso il racconto, crudo, sanguigno, carnale ma circostanziato della Passione, per il semplice motivo che di crudele ma sobrio e circostanziato non c'è nulla, nel suo film: c'è solo l'effetto involontariamente caricaturale che sottrae coesione e fa perdere di vista l'essenziale. Ovviamente, occasionalmente può capitare che una particolare sequenza ti colpisca e ti rimanga impressa, soprattutto in qualche flashback (ad onta del puerile e poco fantasioso continuo ricorso al rallentatore), nell'uso delle lingue dell'epoca (io non ho trovato troppo americanizzato il latino degli attori che impersonano gli occupanti) e nella recitazione (piuttosto bravi tutti, incluse le tre vituperatissime "ex-ragazze" di casa nostra, Bellucci Gerini e Celentano). E aggiungerò, ma questa è una nota puramente personale e quindi molto soggettiva, che nonostante tutto questo Cristo gotico, a tratti didascalico e sovente splatter-oriented mi si imprime dentro più di quello insopportabilmente mieloso, zuccheroso e "santinesco" di Zeffirelli... e, quasi quasi, anche più di quello inutilmente pomposo, pretestuosamente intellettualizzato e nella sostanza autoreferenziale di Scorsese (non però di quello tragicamente ieratico di Pasolini). Ma siamo pur sempre alla logica dell'orologio fermo, al quale capita anche, due volte al giorno, di segnare l'ora esatta: rimane il fatto che siamo di fronte ad una ghiotta occasione perduta, e che il risultato globale è, se non negativo, certamente mediocre. Peccato.


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28 ottobre 2005

Il Brasile al disarmo

Se seguite questo link, potete trovare un articolo denso e coinvolgente di Alessandro Moroni a proposito del referendum per l’abolizione del commercio privato di armi da fuoco, tenutosi domenica scorsa in Brasile e, come ormai si sa, bocciato abbastanza sonoramente. L’analisi offre un punto di vista senz’altro alternativo a quello maggiormente in voga tra i libertari. Sebbene io sia molto sospettoso nei confronti del monopolio statale della forza, non posso nascondermi che una sana “libertà d’arme” deve essere preceduta da una cultura della proprietà individuale ben sedimentata nel corpo sociale. In assenza di chiari diritti di proprietà privata, l’autodifesa dalla violenza altrui non è nemmeno concepibile, mancando a tutti gli  effetti lo stesso “bene” da difendere. E questo è proprio il caso dei paesi più poveri, quali appunto il Brasile, dove una fetta sterminata di popolazione non “possiede” alcunché.

Mi sembra che Alessandro, rammentando il successo della campagna per la consegna volontaria delle armi da fuoco, tenutasi l’anno scorso, riesca ad intravedere una soluzione del problema in grado di conciliare la dismissione degli arsenali privati con la libera adesione dei singoli.

Ma soprattutto concludendo che “a poco serve disarmare la mano, se non si disarma il cuore” si centra il nocciolo della questione. I cuori, infatti, induriscono fino a dimenticare ogni riguardo verso il prossimo tanto più se assumono la negazione della realizzazione individuale come un’abitudine, una costante quotidiana. Per amare il prossimo nostro come noi stessi occorre...amare noi stessi: ma senza la libertà di guadagnare e di ricavarsi uno spazio personale davvero esclusivo, l’amor proprio non può sorgere. Prima la costruzione di un “recinto di autodeterminazione”, poi la scoperta del conseguente rispetto per gli altri, e solo da ultimo la possibilità di difendersi. Modificare la catena significa stravolgere gli equilibri che regolano la vita associata.

Una volta di più il Sud del mondo sfida la mentalità lineare dei suoi dirimpettai abbienti,  nell’urgenza sempre più pressante di affrancarsi dall’autocrazia e di aprirsi al libero mercato.


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