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  Ismael [ Il superstite del Pequod ]
         
















Non te lo chiedo per favore: non calpestarmi







Perduta nazione, avito suolo
Isole tra i monti, strade pei mari
Unico asilo ed eterno conforto
Per te prosperiamo
Liberi e reverenti





Due che hanno visto giusto





La situazione mediorientale spiegata
meglio che in mille editoriali





In memoria di Diamond
"Dimebag" Darrell
, e di tutti gli
interminabili pomeriggi di
gioventù trascorsi a sgomitare
sotto la sferza selvaggia
della sua chitarra!





Where I belong:



Il movimento liberale giovanile fondato e presieduto da Francesco Lorenzetti



Edoardo Ferrarese

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Testate, think tank & community:





















Direttore Giancarlo Loquenzi
















































MY BEST SHOTS:

Meglio il Saruman monetarista
o il Sam vegetariano?

Sul proporzionale

Un sindaco efferato

Mineo-gate

La verità ribadita.
Grazie alla blogosfera


Le fiamme sopra Parigi

Religione e omosessualità -
Condannati per reato d'opinione


Buon anno e felice Epifania
con l'intemerata
laica-ma-non-laicista


Ipocralismi
(ipocrisie e moralismi)


Il sofferto capolavoro
di Arik


Munich

Jimmy, Fini e i joint

Il Programma dell'Unione:
non si fa, si fabbrica


Jin-Roh - Uomini e lupi

Cento domande sull'Islam

Il Caimano

Buona la seconda

Cinque minuti a mezzanotte

After-midnight abstracts

Martini l'apostata

Hanno già ricominciato
a farci "ridere"


What is the Matrix?

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La Signora delle contumelie

Mimmu 'u Guardasigilli

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La lussazione

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Centrodestra, anno zero

Padoa-Schioppa VS Bersani:
vince la politica

Paths of Glory -
Ciò ch'è fatto è reso


La guerra infinita,
l'ipocrisia al governo

United 93

Multilateralismo dalemiano:
molta astuzia, poca prospettiva

8 Settembre,
festa degli ondivaghi


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Propaganda welfare

La semplicità del Papa

Telecomgate, Prodi poteva
non sapere. Non è
la prima volta


Tra il Dio incarnato
e il Dio incartato


Più tasse per tutti.
E più inflazione

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Ipotesi su Gesù

Buona l'anima,
malo il vino


USA 2006:
l'America plurale


Laicità e diritto naturale,
ovvero: del cortocircuito
giacobino


La mossa del Casini

Né bio né equo
né solidale. Quindi
massimamente etico


Apocalypto

Pannella e la morte
per procura


Fassino, le sberle, la rivincita

Tri-dazer

"Prodienko": torti e ragioni

L'antiPACStico

Uno sguardo all'America
del prossimo futuro


Or sono tre anni

Come Prodi
cadono le foglie al vento


Life to lifeless

Proibizionismi all'orizzonte?

Ennesima political compass

A New Republic

300

Uomini, caporali
e parlamentari


Immigrazione e libertà

L'innatismo dei predestinati

Libertari o gobettiani?

Sarko e Silvio

Cronache straboscopiche

Sex Crimes & the Vatican

Michela Vittoria Brambilla

La valanga veronese

Gods of Metal 2007

Se Milano piange,
Parma non ride


Gianfranco, Daniela
e il  moralismo farisaico


Un altro partito liberale?
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La battaglia che fermò
l'impero romano


Harry Potter 5

Mario e i miglioristi sognatori

L'Arciprete e il Cavaliere

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Gli interrogativi di Walter

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è davvero di sinistra?


Fenomenologia del Grillo

Le cronache
del Ghiaccio e del Fuoco


Liberalismo

Eutanasia in progress

Rivalutiamo pure Hobbes,
ma solo oltre confine


Rosmini for dummies

Sapessi com'è strano/
morire democristiano


La Libertà e la Legge

Bioetica
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Il caso Bianzino

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Papa e Sapienza,
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USA 2008: Mac is back!

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Urbanistica di cronaca
e di mercato

Contro le tasse

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guardiamo la luna,
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Cattolicesimo,
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e capitalismo


In difesa di Darwin/
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Il caso delle norme edili


Il teatrino fa comodo a tutti

Un'impronta illiberale?

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La fine dell'economia

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Il quoziente etico

Fallitalia

Quel che resta della crisi

 
 
 
 
 
 
 
 
 
Liberalizzazioni:
cosa resta da fare?

#1  #2


Il punto sulle bersanizzazioni
#1  #2  #3


Un giorno di libertà
#1  #2  #3


Metabio(gen)etica
#1  #2  #3  #4


Per il bene dell'Italia
#1  #2  #3  #4  #5
#6  #7  #8  #9  #10 


IsmaelVille
#1  #2  #3  #4  #5
#6 #6.1 #7  T13


Spigolature internautiche

"Uòlter Veltroni
a tajà er nastro
so' tutti bboni"

            by Giggimassi


"Far l'amore
col preservativo
è come fare il bagno
con lo scafandro"

                (Anonimo)


"Non sono né del partito
rivoluzionario né del
partito conservatore.
Ma tuttavia e dopotutto
tengo più al secondo che al
primo. Infatti dal secondo
differisco nei mezzi
piuttosto che nel fine,
mentre dal primo differisco,
insieme, nei mezzi e nel fine.
La libertà è la prima delle
mie passioni. Questa è la
verità"


      Alexis De Tocqueville
                    (by Zamax)


"Se Dio si candida,
lo stolto pensa alle elezioni
invece che al problema
dell'elezione"


            Giuliano Ferrara


"Io credo soltanto nella parola.
La parola ferisce, la parola
convince, la parola placa.
Questo, per me, è il senso
dello scrivere"


                    Ennio Flaiano
                (by Il Paroliere)


"L'ideazione di un sistema
resistente è atto creativo
che solo in parte si basa su
dati scientifici; la sensibilità
statica che lo determina, se
pure necessaria conseguenza
dello studio dell'equilibrio e
della resistenza dei materiali,
resta, come la sensibilità
estetica, una capacità
puramente personale, o per
meglio dire il frutto della
comprensione ed assimilazione,
compiutesi nello spirito del
progettista, delle leggi
del mondo fisico"


                       Pier Luigi Nervi
(Scienza o Arte del Costruire)


"L'unica cosa necessaria
per il trionfo del male
è l'inerzia dei buoni"

                         Edmund Burke
              (by Torre di Babele)


"Un governo così grande da
darti tutto quello che vuoi
è anche abbastanza grande
da toglierti tutto quello che hai"


               Barry M. Goldwater
          (by Retorica e Logica)


"L'amore è donare quello
che non si ha a qualcuno
che non lo vuole"


                     Jacques Lacan
                       (by Bernardo)


"Sono un conservatore nel
senso inteso da Hannah Arendt,
che si preoccupava della
preservazione del mondo.
Oggi comunque non c'è più
ordine costituito, ma solo
un cambiamento costituito.
La nostra sola tradizione è
il progresso. Viviamo in nome
del movimento e del
cambiamento continuo.
In questo contesto, io mi
considero un rivoluzionario,
perché ormai la sola
rivoluzione possibile è quella
che interrompe le derive
contemporanee"

               Alain Finkielkraut
                            (by Temis)


"Parliamo di politica:
quando si mangia?"


                 Alberto Mingardi


"Quella delle domeniche
a piedi è una messa rosso-
islamica, basata sulla nostalgia
del bel tempo della austerity
'regalataci' dall'Opec nel 1973.
E' un rito di espiazione e
autoflagellazione, direbbe un
Ernesto De Martino. E' una
autopunizione per aver pensato
di andare in auto a casa della
mamma, direbbe Freud. E' una
purga rivoluzionaria per
distruggere i beni di consumo
e tornare al valore d'uso,
direbbe Karl Marx"


                  Paolo Della Sala


"Quando uno conosce bene
una cosa se ne ha a male
se qualcun altro ne parla"


                          by Cruman


"Il vero conservatore sa che
a problemi nuovi occorrono
risposte nuove, ispirate a
principi permanenti"


             Giuseppe Prezzolini
  by Camelot Destra Ideale


"Una donna lo sa: le donne
adorano odiarsi. E' una cosa
vezzosa, niente di grave: solo
un po' di veleno qua e là, uno
sgambetto un sorriso e una
pugnalata alle spalle.
Non possiamo resistere"


              Annalena Benini


"Gli elettori delegano
il peccato ai potenti, così
possono immaginare
di non essere colpevoli
di nulla"


          Paolo Della Sala, again


"L'utilitarista deve nascondere
giudizi di valore da qualche
parte, per prendere decisioni
in base al suo principio,
e la teoria morale che ha
non è quindi l'utilitarismo,
ma lo specifico criterio
decisionale adottato"


                          LibertyFirst


"Non c'è più nessuno
a cui sparare, signore.
Se si tratterà solo di
costruire scuole e ospedali,
è a questo che serve l'esercito?"


                   Michael Ledeen


"L'idealista è uno che,
partendo dal corretto
presupposto che le rose hanno
un profumo migliore dei cavoli,
usa le rose per fare la zuppa"


                  Antonio Martino


"Sono sempre i migliori
ad andarsene dai forum"


                           Malvino


"Sapientia deriva da assaporare,
serve altro commento che non sia
mettere in moto il pensiero,
il ragionamento critico
come sapore delle cose?"


                                 adlimina


"Se gli economisti fossero
in grado di prevedere l'economia
non sarebbero tali, cioè non
avrebbero bisogno di insegnare
per sbarcare il lunario"


                            Mario


"Chi è sovente accigliato,
chi alza spesso il ditino
ammonitore, chi giudica
severamente il mondo
è uno che nel mondo
ci si trova male"


                             Gianni Pardo


The unprofessional blog

L'autore dichiara apertamente
che gli audaci parti del suo
intelletto avrebbero bisogno
del conforto di dottrina
specialistica in più materie,
nessuna delle quali minimamente
padroneggiata: pregasi notare
- sia ricordato qui una volta
per tutte - che di siffatti
scrupoli accademici è
privilegio della corporazione
dei dilettanti infischiarsene
allegramente (TNX Zamax)


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periodicità, non è una testata
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21 marzo 2008

Dall'essere all'umano

 L’inacidito sfogo col quale Luca Sofri si proclama “dalla parte dei bambini” mi dà modo di soffermarmi nuovamente sulle contraffazioni retoriche tipiche della mentalità progressista, o riformista che dir si voglia, anche di quella a più marcata vocazione liberale. Sorvolando sul contorcimento argomentativo che vanifica quelle poche righe di invettiva, laddove la stessa gratuità rimproverata ai “fanatici squilibrati” convinti che il matrimonio sia “un’altra cosa” rispetto alle unioni gay rifulge inconcussa nel lapidario giudizio finale del post, vale invece la pena di notare come la forma mentis del sinistrismo si possa quasi sempre ricondurre a una concezione essenzialista del linguaggio. [continua su Movimento Arancione]

Trackback: Phastidio, The Italian Bankruptcy


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permalink | inviato da Ismael il 21/3/2008 alle 10:9 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa



17 febbraio 2008

Aborto all'italiana

Come scrive molto correttamente Giancarlo Loquenzi, “quando si ritiene di avere dei «valori» da difendere, recintare il territorio e innalzare i vessilli è il modo migliore per trasformarli in rendite”. Ha più senso, allora, puntare su grandi contenitori partitici, postideologici e aconfessionali, all’interno dei quali i principi etici possano essere “interpretati e difesi senza riferimento a professioni di fede”. Mi rifaccio a questi estratti perché la più recente “guerra culturale” dichiarata da Giuliano Ferrara, che ha la moratoria contro l’aborto come obiettivo strategico e la presentazione di una lista pro-life alle prossime elezioni come piano tattico, mi lascia alquanto perplesso.
Tutta l’iniziativa, anche a detta del suo promotore, non può prescindere dalla doppia evidenza che le donne non si possono obbligare a partorire e che l’aborto clandestino è una barbarie disumana. [continua su Movimento Arancione]




25 agosto 2007

Abortion International

Rompendo la sua pluriennale neutralità sul tema dell’aborto, Amnesty International apre all’interruzione volontaria di gravidanza in caso di stupro. Al netto delle ragioni di opportunità politica e umanitaria che possono aver spinto la nota associazione per i diritti umani a optare per un’apertura “selettiva”, ritengo che questa presa di posizione rispecchi una pesante incongruenza logica di fondo. Se è pacifico scagionare il feto da ogni colpa concernente l’atto di violenza mediante il quale è stato concepito, infatti, non si capisce secondo quale principio sia lo stupro a rendere il rifiuto di una gravidanza più accettabile che nel caso – per esempio – di malformazione fetale o di probabili complicanze perinatali. La commistione tra linea di principio e linea di fatto, in merito ai “temi etici”, è sempre foriera di assunzioni contraddittorie.
In fatto di aborto non ho mai adoperato mezzi termini: è un omicidio. Come ebbi modo di rilevare scrivendo a proposito dello statuto morale dell’embrione, gran parte della retorica filoabortista riposa su un’aleatoria nozione di processo. Per inciso, tralascio qui ogni estesa confutazione dell’argomento “libertario” in favore dell’IVG poiché, essendo coinvolti nella fattispecie abortiva dai tre soggetti (madre, figlio, medico) in su, qualsiasi discorso inerente l’autodeterminazione “individuale” mi pare destituito di fondamento. Tornando invece all’insieme di trasformazioni che dallo zigote conducono al neonato, il primo impedimento scontato dal funzionalismo determinista – che afferma di poter segmentare la gestazione in un numero discreto di stadi sequenziali ben distinti – consiste nell’impossibilità di scomporre univocamente la cronologia dei “fatti biologici” che si susseguono durante la gravidanza. Accanto a un’indeterminazione temporale (qualunque testo di biologia scrive che la fusione dei gameti dura “intorno alle 24 ore” o che l’annidamento uterino ha inizio “a partire dal sesto giorno”) ve n’è una di tipo “frattale”, nel senso che la fine di alcune fasi della gravidanza avviene con ritardo rispetto all’inizio di certe altre (gli organi cominciano a formarsi a partire dalla terza settimana dalla fecondazione, ma la chiusura del tubo neurale – che prelude allo sviluppo del sistema nervoso – si completa attorno alla quarta settimana).
Ma anche ammettendo una discretizzazione la più conservativa possibile delle discontinuità che articolano il processo gestazionale, cosa che le normative in vigore oggigiorno non fanno, l’ostacolo insormontabile per ogni prospettiva funzionalista rimarrebbe tuttavia la mancata corrispondenza tra il carattere quantitativo di tali “fratture” – inerenti l’accrescimento di grandezze quali l’età, il peso, in senso lato le facoltà cognitive – e l’attributo qualitativo che si pretende di conferire alla “cosa in sé” da un certo punto in avanti. Non è banale osservare che disporre di una funzione non significa necessariamente saperne fare uso. Il tentativo di introdurre, quale variabile di una valutazione tecnico-giuridica, la causa formale del processo-uomo attraverso la definizione di “persona” equivale perciò a caricare il riconoscimento del diritto alla vita di un indebito requisito eticizzante. Oltre a essere scorretto formalmente, ciò difetta anche di laicità metodologica. La discontinuità qualitativa fondamentale a monte del processo-uomo è situata all’atto della fecondazione, per cui l’attribuzione dei diritti umani essenziali non può essere progressiva e/o successiva rispetto a quel momento.
Ciononostante, le considerazioni di cui sopra costituirebbero un presidio etico e giuridico invalicabile sia in linea di fatto che in linea di principio se e solo se il concepito e la madre si trovassero in stato di reciproca terzietà, cioè se fossero fisicamente separati. È questo il caso della fecondazione assistita. La specificità dell’aborto, al contrario, risiede proprio nel “conflitto di interessi” tra soggetti cointegrati e sperequati all’origine. Di qui l’incoercibilità fattuale della gravidanza, che si esplicita nel paradosso per cui volerne vietare restrittivamente l’interruzione porta di frequente alla morte di due individui anziché uno e, in generale, mette la pratica dell’aborto in mano a veri e propri “dilettanti allo sbaraglio”. Lasciate da parte le opinioni sommarie, va dunque detto che un diritto intrinseco non è di per sé stesso incondizionato.
Le peculiarità così descritte per l’aborto valgono a prescindere dai motivi che spingono una donna a interrompere una gravidanza indesiderata. Scrivere una legge con spirito liberale, come ho già avuto occasione di spiegare, implica non particolareggiare circostanze generali (e, viceversa, non generalizzare situazioni particolari). Ecco perché l’eccezione che Amnesty concede al solo caso dell’aborto per stupro, sul piano della logica formale, è del tutto arbitraria. Ed ecco perché una legislazione liberale considera legittimo – ma non per forza lecito, attenzione – abortire anche per ragioni clamorosamente futili come la contraccezione postuma.
In tal senso, appare quantomeno bizzarra l’idea – abbracciata da quanti benedicono l’aborto con il crisma del “diritto positivo” – stando alla quale l’interruzione di gravidanza legalizzata favorirebbe la “presa di coscienza” e l’educazione sessuale delle donne. Forse che l’esigenza di diffondere una sensibilizzazione culturale specifica (per quanto peculiare) si contrappone alla censura dei comportamenti illeciti e alla tutela dei diritti individuali? Che ci si dimentichi con sospetta intermittenza del ruolo di prevenzione svolto dai ritrovati anticoncezionali di massa?
Aveva ragione da vendere l’ottimo Zamax, allorché ebbe a scrivere: “L’autentica libertà civile implica che alla progressiva liceità dei comportamenti pubblici e privati si accompagni l’incondizionato diritto di critica morale pubblico e privato. Questo è in Italia l’unico patto stipulabile tra cosiddetti laici e cosiddetti cattolici”, laddove io mi permetterei solamente di sostituire “liceità” con “legittimazione”.

Trackback: Phastidio, Punitive Psychiatry in China [Weekend Open Trackback]




13 gennaio 2007

Pannella e la morte per procura

Tra i soliti frizzi e lazzi, enfaticamente consustanziali al suo carisma politico da oltre cinquant’anni a questa parte, a Otto e Mezzo di Mercoledì sera Marco Pannella è riuscito a incuneare almeno un avvincente spunto di riflessione.
Secondo il leader radicale vi sarebbe assoluta coerenza nel battersi contro la pena di morte e, contemporaneamente, nel sostenere la legalizzazione dell’eutanasia. La discriminante fondamentale per stabilire l’ammissibilità o meno di istanze relative alle circostanze di fine vita, a suo dire, starebbe in pratica nella “dispersività” della loro sorgente decisionale. La condanna a morte va fermamente proibita perché comminata da un ente collettivo (lo stato), mentre la sedazione terminale su richiesta è del tutto lecita in quanto riconducibile alla libertà individuale.
Quando scrivevo che l’aborto, la guerra e la pena di morte sono eventualità poste su piani moralmente distinti ma eticamente convergenti”, non facevo che mettere in termini appena più generici le premesse logiche allo stesso problema implicitamente avvertito anche da Pannella. Lo stato di diritto, infatti, esiste proprio per impedire che le questioni di vita e di morte siano gestite in regime di privativa e/o di unilateralità arbitraria, ma paradossalmente non può sanzionare a posteriori le infrazioni al nucleo prescrittivo fondamentale – il “non uccidere” di mosaica memoria – se non contemplando nei suoi ordinamenti la somministrazione controllata della morte. Così i bambini muoiono in pancia, i condannati salgono sul patibolo e gli eserciti hanno licenza di uccidere, sempre a causa della fuoriuscita di due o più soggetti da un sistema (la democrazia) a chiusura assiomatica (non uccidere, ma anche non rubare) non perfettamente stagna.
La chiave della mia critica agli argomenti di Pannella sta nella specificazione due o più soggetti: lo stato, come detto, trae la sua stessa ragion d’essere dalla necessità di frapposizione normativa tra individui decisi ad autogestirsi la morte (anzi, in un’ottica rigorosamente minarchica ogni ulteriore restrizione andrebbe considerata un’inutile e dispotica sovrastruttura). Come avviene per le guerre e le esecuzioni, anche nella biopolitica è una scelta collettiva, tradotta in diritto positivo nelle sedi istituzionali preposte, a perimetrare l’insieme delle azioni e delle procedure lecite e a definire, più in generale, l’ambito delle fattibilità contrattuali. Ecco perché il discrimine pannelliano tra decisioni collettive e individuali è incongruo: eutanasia e pena di morte sono entrambe fattispecie conseguenti a un monopolio centralizzato della forza. Sono poste su piani distinti ma convergenti, per l’appunto.
Casomai stupisce che alla guida storica di un movimento politico radicalmente libertario sembri maggiormente rimarchevole un’azione collettiva – alla quale, kissingerianamente, è addirittura impossibile attribuire qualità individuali come la moralità – di un’analoga scelta personale o comunque ascrivibile a un numero ridotto di soggetti morali responsabilizzabili. Per Pannella sarebbe più grave se un corpo elettorale eleggesse democraticamente un dittatore sanguinario che se un uomo si scegliesse il suo assassino. Ma i due scenari scaturiscono dallo stesso cortocircuito logico per cui, da un assunto di libertà “piena” sui beni primari, si realizza che la disponibilità di sé può porsi unicamente in termini parziali e negativi, cioè solo come diritto di alienarsi, di disincarnarsi, di privarsi del mezzo necessario per porre in essere la libertà stessa. Dunque che le libertà di “essere suicidati” o di essere dominati non sono che delle mistificazioni retoriche, costituendo pertanto istanze inammissibili, in un sistema di governo edificato entro il triangolo vita-libertà-proprietà.




5 gennaio 2007

Della morte e dello sdoppiamento morale

L’aborto, la guerra e la pena di morte sono eventualità poste su piani moralmente distinti ma eticamente convergenti. Si tratta di circostanze che hanno luogo in contesti tendenzialmente diversi (anche se l’esecuzione capitale, in realtà, è pratica sovente coessenziale allo sforzo bellico), ma recano tutte e tre il segno del paradosso per cui un protocollo di uccisione viene attuato con il beneplacito di autorità costituite proprio allo scopo di sottrarre l’uomo allo stato di natura, altrimenti noto come “legge del più forte”.
Sotto un profilo fieramente astratto, si può (forse addirittura si deve) affermare che il numero ideale di interruzioni di gravidanza, di conflitti armati e di condanne a morte è sempre e ovunque lo stesso: zero.
Tuttavia la realtà storica va oltre le astrazioni concepite per modellarla e idealizzarla. Perciò capita non di rado che un paradosso ne scacci un altro, potenzialmente ancor più devastante nel minacciare l’integrità morale e materiale dei contraenti un patto sociale. Voler difendere la vita – sommo bene individuale che la pace tutela a livello collettivo – senza se e senza ma è un obiettivo lodevole in punta di teoria, ma nella pratica diventa un atteggiamento talmente categorico da rischiare di aver sbocco nei suoi opposti: la madre può morire assieme al figlio per colpa della mammana, interi popoli possono pagare con l’assoggettamento o lo sterminio la neutralità a oltranza, un precario ordine democratico può suggerire la prospettiva di tirannidi a buon mercato.
Per scongiurare la terza delle ipotesi così sommariamente elencate, anche nel caso di Saddam Hussein si è reso necessario ribadire che, per i dittatori, il patibolo non può non essere un eterno rischio del mestiere.
Del resto, voler sbarrare a ogni costo la strada a quell’insieme di fattispecie penali ancestrali, naturalmente predisposte all’elusione di divieti positivi assoluti, espone all’odioso esercizio di svariate forme di doppia morale. Molto si è detto sull’aborto clandestino, che prima della legalizzazione fu a lungo accettato in ossequio a certi rigidi punti di principio; ma è raro sentir ammettere in giro che gli ultimi sessant’anni di fittizia pax europea sono il frutto del sistematico dirottamento di fondi militari allo stato sociale, con cui il vecchio continente ha pilatescamente scaricato per oltre mezzo secolo l’onere della difesa dell’occidente sulle spalle di Israele e Stati Uniti. Ed è ancor più raro che l’orgoglioso rigetto della pena capitale, quasi sempre avvolto nelle migliori antifone progressiste, renda giustizia delle tante vittime dell’induzione al suicidio, fenomeno che abbonda laddove il compito di castigare la “feccia” viene pudicamente affidato al mobbing giudiziario e/o carcerario. I casi Moroni e Gardini, tanto per fare i nomi di due illustri suicidi del recente passato italiano, dovrebbero gridare vendetta dinanzi ai compunti moralisti che dal nostro paese giustizialista si impancano a castigatori della “barbara impiccagione” di Saddam, non ultimi gli attuali presidenti della Repubblica e del Consiglio dei Ministri.
Infine non stupisce che, pure in questo specifico frangente, sia l’avanguardia intellettuale di sinistra a dimostrarsi nuovamente indiscussa maestra nell’elevare il canone della doppia morale a cifra dialettica multiuso. Paolo MieliAdriano Sofri parlano come un sol uomo, allorché entrambi si inerpicano su sdrucciolevoli ragionamenti tesi a dimostrare la giustificabilità dell’esecuzione sommaria toccata a Mussolini contro lo sconcio della sentenza comminata al raìs di Baghdad dopo regolare processo. Idem come sopra: occhio non vede, cuore non duole. Sulla stessa falsariga, non molti mesi fa, si è cercato di far passare per via referendaria la manipolazione genetica e la selezione in laboratorio di individui di specie umana purché molto ridotti in peso, età e cognizione. Per il futuro, chissà cosa bolle in pentola.

Sullo stesso argomento: Zamax




6 aprile 2006

Caro Senatore

Al direttore – Confesso di aver letto, anch’io “non senza vergogna”, la lettera di Alberto Mingardi (il Foglio di martedì): ancor più perché è un amico e un liberale. Pazienza per l’assolutismo che lo induce all’errore logico di porre il suo dilemma – se il cordoglio generalizzato per il povero Tommi, che lo irrita (sic), sia dovuto o all’impotenza della vittima o all’uso di mezzi teatrali (sic) per ucciderlo – a valle di un’assunzione aprioristica, che aborto e omicidio siano la stessa cosa. Ignorando la radicale distinzione che ne fanno, da un lato, le molteplici e differenti opinioni in merito che attraversano la dottrina della chiesa nei secoli e, dall’altro, il codice prima della depenalizzazione. Pazienza per non voler considerare quanto i filosofi hanno discettato sulla differenza tra vita in potenza e in atto. Ma non ho pazienza se penso alle donne, migliaia e migliaia, italiane e viventi, che sono passate attraverso il trauma dell’aborto, e forse ancora ne portano i segni, e alla ripulsa che provano – e noi con loro – a sentirsi equiparate agli assassini di Tommi. Chi ha il diritto di criminalizzarle? O se penso a quanti domenica non riuscivano a leggere i giornali, tanto le lacrime gli offuscavano gli occhi, e ai bambini delle scuole che hanno provato dolore per Tommi: perché dovrebbero vergognarsi del loro sentimento? E mi ritraggo dal pensare al disumano sovraccarico imposto alla mamma di Tommi privandola persino del proprio individuale dolore, dissolto e disperso nella genericità di un male così diverso dal suo. Io rispetto le opinioni di chi, a differenza di me, ha bisogno della metafisica per fondare la propria etica. Ma esiste un comune senso dell’etica: ignorarlo è ideologismo. Soprattutto, Alberto, un’etica che offenda la carità non può essere etica.
                                                                                
Franco Debenedetti

Caro Senatore, pur confidando nella capacità di Alberto Mingardi di difendersi da sé, ove mai egli ritenesse opportuno rivolgerLe una controreplica, in qualità di “mingardiano” di ferro mi sento investito in prima persona dal portato etico e logico delle Sue riflessioni. E pazienza, se pazienza dev’essere, per la curiosa aporia che La porta a contestare il fondativismo metafisico appellandosi alle discettazioni di coloro i quali – chierici e filosofi – della metafisica imperniata sul bimillenario asse atto-potenza hanno fatto un ambito conoscitivo imprescindibile. Pazienza per l’imprecisa categoria giuridica – la “depenalizzazione” – da Lei applicata ad una fattispecie penale sanata invece tramite il ricorso al dispositivo della legalizzazione – che, sul piano dello spirito normativo, sancisce non già una sospensione “in deroga” del reato di omicidio, bensì la totale liceità di uno dei contesti specifici nel quale, in precedenza, si riteneva che quest’ultimo si configurasse. Pazienza per l’annoso sotterfugio dialettico, affioramento carsico della mentalità liberal, che gioca sulla subordinazione concettuale della “vita umana” (fenomenologia) alla “persona” (diritto positivo). Ma la pazienza ha un limite per tutti e, per quanto mi riguarda, si esaurisce allorché un equivoco indebito – ossia l’implicita criminalizzazione delle donne volontariamente sottopostesi ad aborto clinico – viene assunto a cardine di un’accusa tanto infamante quanto infondata nei confronti miei e di chi la pensa come me. Se vi è un dato indubitabile, nella mischia di valori e controvalori che confliggono sul cedevole terreno dell’etica pubblica, è che proprio le donne “passate attraverso il trauma dell’aborto” costituiscono forse l’unica categoria esentata “d’ufficio” dall’onere della colpevolizzazione in materia di interruzione di gravidanza. Solo loro, infatti, hanno sperimentato e interiorizzato una consapevolezza di quel “trauma” tale da non richiedere alcun supplemento di penalità. L’accusa di cattiva coscienza, nei termini in cui viene posta anche dal sottoscritto, è rivolta a tutti gli altri, a tutti noi, spettatori ipocritamente partecipi degli artati psicodrammi che (giustamente, beninteso) accompagnano notizie come il prezzolato assassinio di un infante mentre, negli ospedali, creature appena meno cresciute muoiono “a migliaia” nella grigia serialità che l’indifferenza generalizzata demanda quotidianamente al detto “occhio non vede, cuore non duole” declinato in punta di diritto. Anch’io non accetto che il dolore altrui venga appiattito su orizzonti astrattamente “collettivi” o “individuali” a seconda delle convenienze e delle circostanze: è particolare e irripetibile quello della mamma di Tommi come lo è quello di tutte le reduci da ivg, a dispetto della dissolta e generica “dispersione” che Lei sembra attribuire a questa seconda casistica. Consci di quanto detto sin qui, non ci troveremmo forse a maneggiare una legislazione maggiormente “individualista”, valutando caso per caso le coordinate sociali e psicologiche che contribuiscono a determinare ciascun rifiuto della gravidanza, anziché consegnando all’arbitrio di un’indiscriminata legalizzazione la disciplina dell’aborto, peraltro in spregio alla volontà e ai diritti soggettivi di un concepito inchiodato ad una minorità primitiva e punitiva? Non è, il Diritto, lo strumento con cui le civiltà organizzate tentano di emendare le ingiustizie e le disparità intrinseche allo “stato di natura”? Mi creda, Senatore, quando dico che le nostre divergenze derivano non dalla discrasia tra macilente sagome metafisiche da un lato e realistico buon senso dall’altro, ma dall’eterna lotta tra etica deontologica ed etica utilitaristica, entrambe saldamente – ma diversamente – ancorate all’elemento “materico” dell’Essere. E mi permetta di riprendere quanto stamane Le ha risposto Giuliano Ferrara, nel ripeterLe che la carità, in ordine a certe problematiche, è meglio lasciarla dove si trova: nel secchio con un miliardo di aborti. Confrontiamoci piuttosto a partire da quanto unifica i nostri punti di vista, cioè la coabitazione di quell’area semantica che permette a Lei come a me di riconoscere nell’aborto un “trauma” e un “male”. Con stima e rispetto, un saluto.




23 novembre 2005

Guiapolitica

Sul Foglio di oggi, Guia Soncini si produce in uno dei suoi proverbiali exploit umoralistici a metà tra il polemico e il divertito. Solo che stavolta non è in ballo il resoconto dell’ultima puntata di Desperate Housewives piuttosto che la conta ormonale del “reality” di turno: si parla di aborto. Purtroppo con i toni paradossali di sempre, come il titolo del pezzo (“Guia e l’aborto - un problema che non riguarda coloro che ne parlano”) preannuncia abbastanza efficacemente.
Senza fare le pulci agli argomenti della Soncini troppo minuziosamente, mi preme qui soffermarmi solo su qualche passaggio del suo articolo. Come accennavo, la riflessione di Guia cammina funambolica sul filo del paradosso giocoso, per cui va affrontata senza esagerare nel risentirsene. Ma già lo svolgimento del titolo lascia spazio a qualche obiezione. Scrive la Soncini: “A dibattere di quel che devi fare se ti accade di aspettare un figlio senza averne alcuna voglia sono sempre uomini senza figli (vescovi e non) e donne ormai al sicuro da quello scivoloso crinale che è l’arco dell’età riproduttiva”. Riservare il diritto di esprimersi su un tema eticamente e giuridicamente sensibile solo alle categorie da esso effettivamente investite mi sembra però un partito un po’ deboluccio. Di omicidio e di furto si può discutere anche senza esserne stati vittime o senza ritenersene minacciati, perché vengono considerate tematiche di rilevanza generale.
Ma proseguiamo. Nel seguito la Soncini parla delle donne che, dopo aver in un primo momento optato per l’interruzione di gravidanza, cambiano idea grazie all’intervento del volontariato pro-life. La caustica articolista certo non nasconde di considerarle poco più che oche giulive: “Vanno protette, le idiote, quelle che credono ‘che all’ottava settimana sia un grumo’ e quando vedono l’immagine con le braccine sono così commosse che improvvisamente sono pronte a essere madri? Vanno salvate da loro stesse? E, se sì, è più protettivo nei loro confronti forzarle a riprodursi, mettendo al mondo figli indesiderati (al netto della poetica poi-sei-contenta), o lasciar perdere, ché la maternità è questione che necessita un po’ di sale in zucca, e non si capisce perché aprire una salumeria richieda una licenza e prendersi a vita la responsabilità di un altro essere umano neppure richieda un test psicoattitudinale? (Sì, sì: i figli si sono sempre fatti senza tante storie. Sì, sì: torniamo nelle caverne)”.
Siamo quindi a preconizzare la certificazione di idoneità prenatale, posto che sì, l’interruzione volontaria di gravidanza va “protetta” (altrimenti non esisterebbe nemmeno una legge in materia, no?). Va bene, è un’indicazione surreale finché si vuole, provocatoria finché si è stanchi di ripeterlo, ma fondata su petizioni di principio abbastanza sostanziali. Le persone volubili, magari povere di temperamento o semplicemente indigenti come le “extracomunitarie”, le “pocotenenti” e le “tredicenni”, andrebbero sottoposte ad una sorta di vidimazione psicofisica preliminare finalizzata all’ottenimento di un nulla osta a procreare. Evito di snocciolare le analogie di queste tesi con l’eugenetica storica, malgrado la loro elencazione possa offrire una nutrita serie di spunti di riflessione.
Eppure non si può non sottolineare come anche delle semplici allusioni (“torniamo nelle caverne”) bastino da sole a prefigurare un’idea di “progresso” ben precisa. La modernità, in pratica, consisterebbe nell’inserire anche la famiglia naturale - che è “tradizionale” causa forza maggiore - nel novero dei “desideri individuali” da autorizzare all’interno di strutture pubbliche ad hoc, per lo più sulla base di parametri burocratici e/o efficientistici. Con ciò inverando per via tecnocratica quella “totale equiparazione” tra la genitorialità naturale e i suoi surrogati biopolitici che si profila all’orizzonte come un approdo liberatorio, per tutti i seguaci del paradigma “desiderio più volontà più possibilità uguale felicità”.
Invece i retrogradi continueranno a riprodursi “come conigli”, forse addirittura nell’ingenua convinzione che proprio la congiunzione tra due corpi e due anime amanti sia l’unico “miracolo profano” capace, previa cessione di una quotaparte della propria “individualità”, di sottrarre il potere più immenso - quello di dare la vita – alle grinfie modernizzatrici del Potere Costituito.
La Soncini, certo, può rivendicare alle donne quel che da sempre è delle donne (“sono una che può dare la vita, e anche decidere di non darla. Spiacente, è una discussione impari”), ma sicuramente contraddicendo tutte le credenziali “progressiste” di cui mena vanto, con un appello tanto accorato allo “stato di natura” che pone la donna incinta materialmente al di sopra del figlio che porta in grembo. La “legge del più forte”, invocata a ragione da Guia, non va molto d’accordo col positivismo giuridico, credo.
Del resto è proprio la cultura moderna che, nel celebrare la separazione tra eros e riproduzione alla stregua di un inedito traguardo, ritiene di aver guadagnato alla pianificazione raziocinante il governo della “fertilità” in senso lato, anziché riconoscere di essere caduta vittima di una sottile (e collaudatissima) forma di idolatria, peraltro altamente contraddittoria in termini. Forse ha ragione la Soncini: di questo passo si torna dritti nelle caverne. Luccicanti e ipertecnologiche, ma pur sempre caverne.

UPDATE: oggi, sempre su Il Foglio, anche Jacques Testart (padre della prima bambina francese "nata" in provetta) affronta problematiche molto vicine a quelle coinvolte in qualsiasi discussione di biopolitica. In coda all'intervista rilasciata al bravissimo Giulio Meotti, lo scienziato afferma: "Ciò che è davvero allarmante nella presente situazione è la facilità con cui stanno persuadendo (le èlites biotecnologiche, NdI) le nostre menti all'idea che gli esseri umani sono puramente il prodotto dei propri geni. Potremo identificare tratti genetici come la calvizie, la statura, l'obesità, il quoziente intellettivo. Sono processi inconsci di purificazione genetica. Dove la sessualità sarà finalmente del tutto libera dalla procreazione e camuffata sotto il pretesto della 'libertà della coppia'. Si tratta di una concezione magica dell'evoluzione, sottomessa alla promessa mistica di un paradiso dove l'uomo è materiale da produzione".
Temi scottanti, quindi, e impossibili da maneggiare con gli strumenti della pura "contrattualistica di mercato", in quanto non tutti i soggetti che vi ricadono sono pienamente consapevoli delle loro scelte. Mi conforta sapere che i miei stessi interrogativi sono materia di discussione anche ai piani alti della cultura ufficiale.



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