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14 marzo 2007

Life to lifeless

Le precedenti tappe della discussione: Chiara Lalli raccoglie e sviluppa un particolare spunto di riflessione (L’interruttore della vita), io mi permetto di generalizzarne una confutazione (Di embrioni ed espiantati) e Giuseppe Regalzi replica punto per punto alle mie osservazioni (Dall’embrione alla morte cerebrale). Un primo estratto dallo scritto di Giuseppe:

In che senso «la morte cerebrale decreta la fine della vita»? La stranezza del predicato («decreta») è una chiara spia di forzatura e di commistione dei piani: casomai è la legge a decretare la fine della vita facendo ricorso alla morte cerebrale (in Italia la legge 578/1994, art. 1: «La morte si identifica con la cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell’encefalo»). Compiendo comunque uno sforzo interpretativo, se prendiamo «decreta la fine della vita» nel senso di «annuncia la fine vicina e ineluttabile della vita», ci troviamo di fronte al paradosso di dichiarare morto uno che ancora non lo è, ma che lo sarà solo tra «poco»; un «poco» che il progresso tecnico tende oltretutto a dilatare sempre di più: siamo arrivati di recente a una donna in stato di gravidanza dichiarata in morte cerebrale e tenuta in vita artificialmente per ben 25 giorni [...], e si trovano in letteratura casi di sopravvivenza protratta per molti mesi [...]; addirittura, sarebbe stato osservato un paziente clinicamente in morte cerebrale sopravvissuto per anni col solo ausilio di un respiratore [...]!

Talvolta, quando discuto per iscritto, inserisco nelle mie (modeste) disquisizioni qualche piccolo magnete lessicale, allo scopo di anticipare e stimolare un certo tipo di controargomentazione da parte del mio interlocutore. Il determinismo diagnostico annesso a quel “decreta” voleva appunto suscitare un’obiezione che facesse aggio sul modo, affatto probabilistico, con cui la medicina conosce l’oggetto della sua indagine (in questo senso definivo il primo piano di confronto “gnoseologico”).
Non lo insegno certo io a Giuseppe: la formulazione di una diagnosi e di una prognosi medica avviene su basi teoriche e pratiche profondamente legate al metodo dell’inferenza statistica, in cui l’enunciazione di una tesi dipende dal livello di fiducia nel verificarsi di un dato insieme di eventi. La raccolta di un quadro clinico, costituendo un’evidenza empirica più o meno dettagliata, permette quindi di avallare o respingere una certa ipotesi di partenza. In altre parole, la scienza medica non ha mai certezze assolute, ma “solo” un livello di confidenza – auspicabilmente il più elevato possibile – con l’avverarsi di una previsione. Io non me ne intendo, ma presumo che la letteratura specialistica pulluli di clamorosi affronti all’asserto medico. Oltre ai casi puntualmente riportati da Giuseppe, c’è per esempio la storia di un signore di 84 anni, risvegliatosi in sala mortuaria mentre era addirittura sprovvisto di qualsiasi sostentamento elettromeccanico. Oppure l’incredibile vicenda di Woody, il bambino “miracolato” di cui pochi giorni fa ha scritto anche Bioetiche.
Quanto illustrato, casomai, rende difficoltoso attribuire al sapere scientifico il crisma di pensiero “forte”, ma non può e non deve incoraggiare atteggiamenti improntati allo scetticismo o all’attendismo a priori. All’accertamento della morte cerebrale (elettroencefalogramma piatto, assenza di respirazione spontanea e di riflessi del tronco cerebrale), un pool formato da medico legale, anestesista-rianimatore e neurologo deve far seguire una scrupolosa osservazione dei segni vitali, protratta da sei ore per gli adulti a ventiquattro per i bambini con meno di un anno. Dopodiché si possono staccare gli apparecchi per la respirazione e la circolazione artificiale: se nei due minuti successivi la respirazione non riprende spontaneamente, si dichiara la morte e si procede all’espianto. Insomma, nella stragrande maggioranza dei casi (ciò che, sotto un profilo operativo inferenziale, vale a dire sempre), la morte cerebrale deve considerarsi il prodromo di un decesso sicuro benché artificialmente dilazionato. L’ampliamento dello scarto cronologico tra le cause e i pieni effetti della morte – comunque presente in natura: nei casi di morte per decapitazione, il muscolo cardiaco pulsa ancora per un po’ – è dovuto all’evoluzione delle tecniche di trapianto chirurgico, che richiedono il prelievo degli organi a cuore battente.
La sorte di un embrione, entro un certo periodo di tempo dal congelamento, può avere esiti differenti dalla morte – per esempio tramite l’adozione – pur restando nell’ambito delle evidenze biomediche ordinarie. Perciò distruggerlo non è sempre l’unica alternativa praticabile, né un’opzione conoscitivamente analoga alla dichiarazione di morte cerebrale. Sposando integralmente la tesi dell’indeterminazione del decesso, peraltro, si potrebbe indulgere all’idea – poco sensata – secondo cui è meglio lasciare gli embrioni sovrannumerari in freezer ad libitum, anziché prendere atto su base probabilistica del loro deperimento per raggiunti limiti di “età” e destinarli alla ricerca. Oppure, mutatis mutandis, si potrebbe concludere che occorre vietare del tutto l’espianto di organi.
Ancora Giuseppe:

Qual è l’argomento di chi invoca il parallelo tra morte cerebrale e vita embrionale? Un individuo morto cerebralmente è indubbiamente un essere umano, nel senso di appartenente alla specie Homo sapiens; quali che siano le convenzioni giuridiche, è altrettanto chiaramente biologicamente vivo: la stragrande maggioranza delle sue cellule è viva, il suo cuore pulsa (per quanto aiutato da una macchina), il sangue scorre, i prodotti del metabolismo si accumulano, etc. Allo stesso tempo, non è più una persona: il cervello è distrutto, e non può più sostenere la coscienza. Questo individuo si trova insomma nella medesima condizione di un embrione: un essere umano biologicamente vivo, ma privo della dimensione personale; che nel primo caso si tratti di una condizione patologica e nel secondo no è del tutto irrilevante ai nostri fini.

Siamo sicuri? Eppure dovrebbe sorgere un interrogativo dirimente, in margine a tutti i fatti clinici straordinari che la letteratura medica offre (e con particolare riferimento a quelli ricordati poc’anzi): come mai si è ritenuto opportuno rendere conto di quegli episodi fuori dalla norma attraverso studi accurati, invece di procedere tranquillamente al prelievo degli organi nel loro come in qualunque altro caso di elettroencefalogramma piatto?
Non è superfluo tenere presente che la Legge 644/1975 fornisce indicazioni precise, circa le procedure di donazione degli organi. L’art. 6 ne vieta il prelievo ove il soggetto abbia esplicitamente negato il proprio assenso in vita, e anche quando vi sia opposizione scritta da parte del coniuge non separato o di parenti fino al secondo grado.
Come mai la scienza avverte l’esigenza di presidiare l’eccezionalità e la legge mette questi paletti? Forse perché entrambe ravvisano il mutamento del substrato reale dell’«essere» umano (da cui il mio richiamo all’ontologia comparata) durante le varie fasi del ciclo vitale che attraversa. A differenza di un embrione, il morto cerebrale ha avuto modo di esprimere le sue volontà in merito a(d alcuni de)i trattamenti che intende ricevere a fine vita, o quantomeno ha chi garantisca per lui al riguardo. Inoltre tali indicazioni vertono su circostanze future, in quanto legate a patologie assenti o ancora prive di conseguenze invalidanti sulla facoltà di parola, e possono comunque essere ridiscusse dal personale curante nel caso in cui il decorso clinico le renda inattuali (anche in via del tutto eccezionale).
La situazione dell’embrione crioconservato impiantabile è diversa: oltre a non essersi ovviamente potuto esprimere sul “dopo”, hic et nunc esso non è affatto “a fine vita”. Né in senso lato (lo stadio embrionale si situa a inizio vita), né in senso stretto (deve ancora sopraggiungere l’inutilizzabilità dell’embrione a fini riproduttivi). Per di più, i suoi “tutori” possono scegliere di metterlo al mondo o di permettere che altri tentino di farlo al posto loro, non solo di invocarne l’intangibilità. Per tutti questi motivi, la fase vitale in cui si trova l’embrione si distingue ontologicamente da quella in cui versa un morto cerebrale.
Giuseppe passa poi al terzo dei piani di confronto che proponevo:

Qui purtroppo, indubbiamente per miei limiti personali, non riesco a capire assolutamente cosa voglia dire Ismael; non posso quindi rispondere – anche se tenderei ad escludere di aver mai pensato che «l’individualità arrechi coercizione a una persona sana» (qualunque cosa significhino queste parole).

Mi spiace non essermi spiegato bene. Intendevo solo dire che la “terzietà condizionata” di un embrione deriva da un atto giocoforza coercitivo nei suoi confronti. Lo stesso, per ragioni diverse, può dirsi di un bambino; ma non di un morto cerebrale, che non si trova in quel medesimo stato necessariamente a prescindere da una sua volontà espressa in precedenza. L’individualità riscontrata nei due termini di paragone appartiene dunque a percorsi fenomenici assai differenti.

Se solo sapesse Ismael chi sto citando! Di certo – come si vede – non uno che sottoscriveva la concezione relazionale della persona, e neppure un socialista [...]

Il mio inciso sibillino non alludeva alle parole di qualche “venerato maestro” del pensiero liberale. Si limitava a forzare con un po’ di sarcasmo le idee di un signore che, se mi pizzicasse a canzonarlo con tanta irriverenza, mi ridurrebbe a carne trita (solo metaforicamente, spero, ma non ci metterei la mano sul fuoco).
Scherzi a parte, la nozione lockiana di identità personale non può non accompagnarsi a qualche indispensabile chiosa. Prima di tutto, il Saggio sull’intelletto umano è un trattato di gnoseologia, non di filosofia giuridica. Esso si colloca in linea di discendenza diretta dalla Scolastica medievale, in quanto affronta il problema (plurisecolare) del rapporto tra soggetto conoscente e oggetto conosciuto. Questo imponente nodo tematico, in estrema sintesi, viene sciolto teorizzando una “terza via” tra l’idealismo platonico e il razionalismo cartesiano: l’essenza e la totalità del reale oltrepassano le facoltà conoscitive dell’uomo, ma nondimeno vanno evitati atteggiamenti di rassegnata sfiducia nell’intelligibilità delle cose. Guardacaso è proprio l’approccio che sostenevo io a proposito di conoscenza medica, all’inizio del post.
Il pieno sviluppo dell’identità personale, per Locke, rientra nella completa disponibilità delle doti intellettuali che, al loro massimo potenziale cognitivo, consentono di connettere unitariamente un insieme di idee semplici nell’idea complessa di sostanza. La quale, infine, dà modo di mettere la percezione soggettiva in continua dialettica con le sensazioni e le riflessioni empiriche tratte dal mondo esterno. Non si tratta certo di un requisito minimo per disporre del diritto alla vita.
In secondo luogo, per apprendere le posizioni lockiane riguardo al diritto e alla politica, è necessario considerare scritti come la celebre Lettera sulla tolleranza. La posizione antiassolutista di Locke perora l’espulsione dal consesso civile inglese dei cattolici – emissari di una potenza straniera – e, attenzione, degli atei – giacché questi, negando Dio, abbattono la sorgente dei diritti naturali dell’individuo (tra cui quello alla vita).
Ovviamente le tesi di Locke vanno contestualizzate storicamente e attualizzate. Ma di sicuro esse non annoverano quella concezione dell’identità personale tra i prerequisiti per ambire al diritto di vivere, in quanto ne rimarrebbero esclusi i bambini e gli idioti (esplicitamente presi in considerazione nell’Essay per esemplificare l’inesistenza dei principi innati).
Il pensiero old-whig, a ben vedere, fu (è) improntato non a negare la realtà oggettiva della norma (morale e positiva), ma a sottoporla alla ricezione critica esercitata dalla coscienza individuale. Ma se non vi fosse un’interdipendenza costruttiva tra diritti oggettivi e soggettivi – magari con i primi subordinati alla presunzione eteronoma della “personalità dialettica” lockiana, a sua volta necessaria al riconoscimento dei secondi – si tornerebbe a privilegiare la concezione relazionale della persona cara ai collettivismi, larvati o meno che siano.

siamo proprio sicuri che lo sviluppo embrionale e fetale di un essere umano sia un processo privo di soluzione di continuità? Eppure sono tante le fasi ben distinte di questo processo, tanti gli eventi unici e ben delimitati: non è forse vero che il cuore comincia a battere in un dato istante? Ci può essere il dubbio se ci troviamo di fronte a un’increspatura del muscolo o a una contrazione vera e propria, ma certo non ci troviamo di fronte a un processo continuo... Con la coscienza la situazione non è differente: la formazione di sinapsi e l’inizio dell’attività neuronale (segnalata dall’elettroencefalogramma) iniziano verso la 24ª settimana di gestazione; che l’emersione della coscienza sia collegata a questi eventi è un’interpretazione estremamente prudenziale dell’evidenza scientifica [...]


Non posso che ribadire come la coscienza, intesa quale tratto distintivo della personalità, sia inidonea a esprimere una condizione necessaria per il diritto alla vita. Casomai ne definisce una sufficiente. Bisognerebbe inoltre mettersi d’accordo sul concetto di “soluzione di continuità” che, a quanto mi risulta, delinea la cesura netta tra una fase di un processo e l’inizio della successiva (oppure il termine del processo medesimo). Soprattutto, esso deve permettere di affermare un nesso oggettivo tra il verificarsi di un “salto” in una serie discretizzata di eventi e lo scadere di un lasso temporale prefissato. Invece dobbiamo fare i conti con “il dubbio se ci troviamo di fronte a un’increspatura del muscolo o a una contrazione vera e propria”. Trovo che non sia un dubbio di poco conto, come tutti quelli analoghi a esso.

Aggiornamento - Per vie private gli avevo chiesto un'opinione spassionata, ma lui mi ha preso in parola. Troppa grazia, Bernardo!

Aggiornamento 2 (18-03-2007) - È arrivata la controreplica di Giuseppe. Direi che a questo punto gli elementi per una riflessione equilibrata sul tema ci sono tutti.


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