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Perduta nazione, avito suolo
Isole tra i monti, strade pei mari
Unico asilo ed eterno conforto
Per te prosperiamo
Liberi e reverenti

Due che hanno visto giusto

La situazione mediorientale spiegata
meglio che in mille editoriali

In memoria di Diamond
"Dimebag" Darrell, e di tutti gli
interminabili pomeriggi di
gioventù trascorsi a sgomitare
sotto la sferza selvaggia
della sua chitarra!
Where I belong:



Edoardo Ferrarese

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Meglio il Saruman monetarista
o il Sam vegetariano?
Sul proporzionale
Un sindaco efferato
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Grazie alla blogosfera
Le fiamme sopra Parigi
Religione e omosessualità -
Condannati per reato d'opinione
Buon anno e felice Epifania
con l'intemerata
laica-ma-non-laicista
Ipocralismi
(ipocrisie e moralismi)
Il sofferto capolavoro
di Arik
Munich
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Cento domande sull'Islam
Il Caimano
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Mimmu 'u Guardasigilli
Il Codice da Vinci
La lussazione
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Ipotesi su Gesù
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l'America plurale
Laicità e diritto naturale,
ovvero: del cortocircuito
giacobino
La mossa del Casini
Né bio né equo
né solidale. Quindi
massimamente etico
Apocalypto
Pannella e la morte
per procura
Fassino, le sberle, la rivincita
Tri-dazer
"Prodienko": torti e ragioni
L'antiPACStico
Uno sguardo all'America
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Proibizionismi all'orizzonte?
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Libertari o gobettiani?
Sarko e Silvio
Cronache straboscopiche
Sex Crimes & the Vatican
Michela Vittoria Brambilla
La valanga veronese
Gods of Metal 2007
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Parma non ride
Gianfranco, Daniela
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Un altro partito liberale?
No, grazie
La battaglia che fermò
l'impero romano
Harry Potter 5
Mario e i miglioristi sognatori
L'Arciprete e il Cavaliere
Scemenze che vanno distinte
Cor magis tibi Sena pandit
Gli interrogativi di Walter
Il liberismo
è davvero di sinistra?
Fenomenologia del Grillo
Le cronache
del Ghiaccio e del Fuoco
Liberalismo
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Mondo senza fine
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ma solo oltre confine
Rosmini for dummies
Sapessi com'è strano/
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La Libertà e la Legge
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autunno-inverno
Il caso Bianzino
Luigi Sturzo for dummies
Papa e Sapienza,
Fede e Ragione
USA 2008: Mac is back!
I figli di Hurin
Aborto all'italiana
Urbanistica di cronaca
e di mercato
Contro le tasse
L'innegabile evidenza
dell'anschluss
Liste del Pdl:
guardiamo la luna,
non il dito
Cattolicesimo,
protestantesimo
e capitalismo
In difesa di Darwin/
Dimenticare Darwin
Multiculturalismo o razzismo?
Coerenza o completezza?
Il caso delle norme edili
Il teatrino fa comodo a tutti
Un'impronta illiberale?
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Il Cavaliere Oscuro
Il quoziente etico
Fallitalia
Quel che resta della crisi
Liberalizzazioni:
cosa resta da fare?
#1 #2
Il punto sulle bersanizzazioni
#1 #2 #3
Un giorno di libertà
#1 #2 #3
Metabio(gen)etica
#1 #2 #3 #4
Per il bene dell'Italia
#1 #2 #3 #4 #5
#6 #7 #8 #9 #10
IsmaelVille
#1 #2 #3 #4 #5
#6 #6.1 #7 T13
Spigolature internautiche
"Uòlter Veltroni
a tajà er nastro
so' tutti bboni"
by Giggimassi
"Far l'amore
col preservativo
è come fare il bagno
con lo scafandro"
(Anonimo)
"Non sono né del partito
rivoluzionario né del
partito conservatore.
Ma tuttavia e dopotutto
tengo più al secondo che al
primo. Infatti dal secondo
differisco nei mezzi
piuttosto che nel fine,
mentre dal primo differisco,
insieme, nei mezzi e nel fine.
La libertà è la prima delle
mie passioni. Questa è la
verità"
Alexis De Tocqueville
(by Zamax)
"Se Dio si candida,
lo stolto pensa alle elezioni
invece che al problema
dell'elezione"
Giuliano Ferrara
"Io credo soltanto nella parola.
La parola ferisce, la parola
convince, la parola placa.
Questo, per me, è il senso
dello scrivere"
Ennio Flaiano
(by Il Paroliere)
"L'ideazione di un sistema
resistente è atto creativo
che solo in parte si basa su
dati scientifici; la sensibilità
statica che lo determina, se
pure necessaria conseguenza
dello studio dell'equilibrio e
della resistenza dei materiali,
resta, come la sensibilità
estetica, una capacità
puramente personale, o per
meglio dire il frutto della
comprensione ed assimilazione,
compiutesi nello spirito del
progettista, delle leggi
del mondo fisico"
Pier Luigi Nervi
(Scienza o Arte del Costruire)
"L'unica cosa necessaria
per il trionfo del male
è l'inerzia dei buoni"
Edmund Burke
(by Torre di Babele)
"Un governo così grande da
darti tutto quello che vuoi
è anche abbastanza grande
da toglierti tutto quello che hai"
Barry M. Goldwater
(by Retorica e Logica)
"L'amore è donare quello
che non si ha a qualcuno
che non lo vuole"
Jacques Lacan
(by Bernardo)
"Sono un conservatore nel
senso inteso da Hannah Arendt,
che si preoccupava della
preservazione del mondo.
Oggi comunque non c'è più
ordine costituito, ma solo
un cambiamento costituito.
La nostra sola tradizione è
il progresso. Viviamo in nome
del movimento e del
cambiamento continuo.
In questo contesto, io mi
considero un rivoluzionario,
perché ormai la sola
rivoluzione possibile è quella
che interrompe le derive
contemporanee"
Alain Finkielkraut
(by Temis)
"Parliamo di politica:
quando si mangia?"
Alberto Mingardi
"Quella delle domeniche
a piedi è una messa rosso-
islamica, basata sulla nostalgia
del bel tempo della austerity
'regalataci' dall'Opec nel 1973.
E' un rito di espiazione e
autoflagellazione, direbbe un
Ernesto De Martino. E' una
autopunizione per aver pensato
di andare in auto a casa della
mamma, direbbe Freud. E' una
purga rivoluzionaria per
distruggere i beni di consumo
e tornare al valore d'uso,
direbbe Karl Marx"
Paolo Della Sala
"Quando uno conosce bene
una cosa se ne ha a male
se qualcun altro ne parla"
by Cruman
"Il vero conservatore sa che
a problemi nuovi occorrono
risposte nuove, ispirate a
principi permanenti"
Giuseppe Prezzolini
by Camelot Destra Ideale
"Una donna lo sa: le donne
adorano odiarsi. E' una cosa
vezzosa, niente di grave: solo
un po' di veleno qua e là, uno
sgambetto un sorriso e una
pugnalata alle spalle.
Non possiamo resistere"
Annalena Benini
"Gli elettori delegano
il peccato ai potenti, così
possono immaginare
di non essere colpevoli
di nulla"
Paolo Della Sala, again
"L'utilitarista deve nascondere
giudizi di valore da qualche
parte, per prendere decisioni
in base al suo principio,
e la teoria morale che ha
non è quindi l'utilitarismo,
ma lo specifico criterio
decisionale adottato"
LibertyFirst
"Non c'è più nessuno
a cui sparare, signore.
Se si tratterà solo di
costruire scuole e ospedali,
è a questo che serve l'esercito?"
Michael Ledeen
"L'idealista è uno che,
partendo dal corretto
presupposto che le rose hanno
un profumo migliore dei cavoli,
usa le rose per fare la zuppa"
Antonio Martino
"Sono sempre i migliori
ad andarsene dai forum"
Malvino
"Sapientia deriva da assaporare,
serve altro commento che non sia
mettere in moto il pensiero,
il ragionamento critico
come sapore delle cose?"
adlimina
"Se gli economisti fossero
in grado di prevedere l'economia
non sarebbero tali, cioè non
avrebbero bisogno di insegnare
per sbarcare il lunario"
Mario
"Chi è sovente accigliato,
chi alza spesso il ditino
ammonitore, chi giudica
severamente il mondo
è uno che nel mondo
ci si trova male"
Gianni Pardo
The unprofessional blog
L'autore dichiara apertamente
che gli audaci parti del suo
intelletto avrebbero bisogno
del conforto di dottrina
specialistica in più materie,
nessuna delle quali minimamente
padroneggiata: pregasi notare
- sia ricordato qui una volta
per tutte - che di siffatti
scrupoli accademici è
privilegio della corporazione
dei dilettanti infischiarsene
allegramente (TNX Zamax)
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18 dicembre 2009
La Bibbia di Satana/Diritto, natura e ragione
di Anton Szandor LaVey Arcana – collana “Controculture”, 253 pp., € 14,00
e di Murray Newton Rothbard Rubbettino, 172 pp., € 9,00
a Laura
Aprendo la Bibbia – quella tradizionale, per il momento – leggiamo che il Maligno si qualifica come tale nell’instillare a Eva la superbia di poter attingere su base squisitamente volontaristica la perfetta scienza delle cose. Il passo (Gn 3, 4-5) è inequivocabile: “Ma il serpente disse alla donna: «Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che, quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male»”. Laddove il riferimento mangereccio, com’è risaputo, va al frutto dell’albero della Conoscenza. In pochissime battute emerge così il centro tematico dell’interrogativo che lacera l’umanità dacché si tiene registro di una qualche forma di dibattito filosofico: il pensiero strutturato risponde a un principio sovraindividuale o è una facoltà soggettiva? E a seguire: con le sue sole forze psicofisiche, l’uomo è in grado di autogestirsi l’immanenza nella direzione di un progressivo miglioramento individuale e collettivo? “Se non c’è Dio, io sono Dio” diceva Dostoevskij. Lo stesso asserto, ancorché privo dello struggimento teologico-morale affettato dal romanziere russo nel motteggiarlo, è raccolto e sviluppato nel cult-book del papa satanico Lavey. L’occultista naturalizzato californiano, deceduto nel 1997 non prima di aver investito del titolo di reverendo la nota shockstar Marilyn Manson, con questo suo libro del 1969 volle dare alle stampe uno zibaldone pop-filosofico in orbita su un’ellissi avente Nietzsche e Mill come fuochi, entro il cui perimetro Satana funge da archetipo intellettuale di un ben preciso pattern etico e gnoseologico. Esso si può sbozzare nel modo seguente: dotato del giusto viatico conoscitivo (per esempio attraverso idonei percorsi iniziatici), l’individuo si salva da sé. Appunto il paradigma gnosticheggiante assunto dalla Genesi nientemeno che a fomite del peccato originale e che, da solo, ben sintetizza l’essenza delle concezioni filosofiche atomiste e/o a vario titolo nichiliste. Il manifesto satanista include tutti i punti deboli della tradizione di pensiero cui si rifà più o meno apertamente, senza però mantenerne intatti gli elevati standard speculativi. Difetto, quest’ultimo, se vogliamo comprensibile, dato un taglio mediale dell’opera senz’altro divulgativo – nonostante l’ultimo terzo del volume si diffonda in un tonitruante quanto pittoresco esoterismo (quello delle Chiavi di Enoch). Ma gli aspetti problematici della trattazione, ripeto, sono soprattutto concettuali e ricalcano fedelmente il repertorio di contraddizioni in termini tipico dei relativismi, siano essi somministrati nella variante “forte”, in quella “debole” o in un eterogeneo cocktail delle due come nella fattispecie. Per averne contezza basta ritagliare qualche brano dal testo e ragionare sia sul senso dei singoli estratti che sul livello di coerenza logica ravvisabile dal loro confronto: “Tra queste pagine troverete la verità…e l’immaginazione. L’una è necessaria all’altra e viceversa; ma ognuna deve essere considerata per quello che è” (p. 23). E già qui mancherebbero le definizioni da stipulare per “verità” e “immaginazione” nonché l’illustrazione del rapporto di interdipendenza tra le due idee, ma almeno sembra venir fornita una premessa teorica, un’ipotesi di lavoro. Tuttavia, poco più avanti, si legge: “Tutto ciò che è dichiarato ‘verità’ si dimostra in realtà una vuota finzione; lasciate che sia gettata senza troppe cerimonie nello spazio oscuro tra gli dei morti, gli imperi morti, le filosofie morte e altri inutili detriti!” (p. 35). Gettare la verità nel linguaggio significa per forza di cose tradirla, d’accordo, ma la comparazione dei due fraseggi succitati non può non evidenziare una stridente e grossolana discrepanza teoretica. Per di più la seconda proposizione, se presa alla lettera, nega bilateralmente se stessa, come se un cretese proclamasse che tutti i cretesi mentono. A proposito di varianti sul tema del paradosso di Epimenide: “Cambiando i contesti, nessun ideale umano può rimanere certo!” (p. 35). E ancora: “La verità, da sola, non ha mai reso libero nessuno. Soltanto il DUBBIO può provocare l’emancipazione mentale. Senza il meraviglioso elemento del dubbio, la porta attraverso cui passa la verità sarebbe chiusa a doppia mandata” (p. 43). Vigente la prima affermazione, il satanismo si iscriverebbe d’ufficio tra le vittime illustri dell’impermanenza degli ideali così enunciata. La cultura del dubbio, poi, per ambire alla consistenza dottrinale, deve fondarsi su presupposti che non coincidano col dubbio medesimo – e quindi riconoscere schiettamente che non di tutto è lecito dubitare – evitando di caricare esigenze metafisiche sulle gracili spalle di un semplice metodo . Altrimenti, di nuovo, ci si trova di fronte al controsenso per cui il significato di un sommario ideologico contiene in sé gli elementi della propria negazione. Se soltanto il dubbio libera, in altre parole, tale asserzione va protetta dall’utilizzo dell’incertezza contro di essa. Il versante nicciano del’esposizione non rende giustizia al suo padre nobile: il filosofo di Röcken non cadde mai in aporie tanto banali, perché non rifiutava assolutamente la verità come orizzonte noumenico di riferimento. Egli si “limitò” ad analizzarne filologicamente la radicale alterità rispetto alla ragione umana – col guaio di avanzare a sua volta una tesi veritativa, ma questa è un’altra storia. Nemmeno il lato milliano del saggio se la passa benissimo. Se la morale sessuale satanica “incoraggia qualsiasi forma di espressione sessuale che si possa desiderare, con il limite di non nuocere ad alcuno” (p. 78), i riti propiziatori illustrati più oltre da Lavey si basano sul controllo di tre forze psichiche, una delle quali “è quella della distruzione. Questa è una cerimonia usata per rabbia, irritazione, sdegno, disprezzo o per semplice odio. È conosciuta come malocchio, maledizione o agente distruttivo” (p. 130). E in proposito va tenuta presente l’ulteriore raccomandazione: “Sii sicuro che NULLA ti importi se la vittima predestinata viva o muoia; prima di lanciare la tua maledizione e, quando causerà la sua distruzione, divertiti anziché provare rimorso” (p. 132). Vale la pena di sottolineare che Lavey non fu certo un mago da strapazzo, ma più che altro un convinto fautore della tortura psicologica (dei nemici), dell’autostima (verso se stessi, chiaramente) e dell’empatia (con gli amici). Cionondimeno la discrasia di precetto rimane: di base il prossimo va rispettato o circuito? A far problema è il liberalismo di maniera concentrato nella frasetta “posso fare ciò che voglio finché non danneggio gli altri”. Sembra il tripudio della chiarezza adamantina, mentre invece l’umanità si arrovella da sempre su cosa debba rientrare nella categoria del nocumento. Stabilire dove porre il confine tra danno morale e materiale rinvia alla più classica regressio ad infinitum, per eludere la quale la modernità ha creduto di riparare agilmente nel diritto negativo. Uno strumento che però ha il difetto di trasformare la libertà in un fine politico, sicché tra eccezioni, esenzioni, controllori da controllare e incentivi da offrire selettivamente per bilanciare le asimmetrie informative il liberale diventa liberalsocialista (Mill docet, non a caso). Nel frattempo, per giunta, la domanda relativa alla compatibilità tra deferenza verso il prossimo e fattiva induzione al suicidio del medesimo, in caso di “offesa” da parte sua, rimane senza risposta.
La piccola miniera di paralogismi e questioni irrisolte scavata da Lavey col suo libro, in ogni caso, contribuisce ad accreditare il punto di vista secondo cui le filosofie individualiste, liberali o libertarie debbano rifarsi a un ethos consequenzialista (ovvero pragmatico, utilitarista, edonista). Di avviso molto diverso fu sicuramente Murray Rothbard, campione del libertarismo statunitense. Agnostico professo, l’anarco-capitalista newyorkese fu anche un convinto sostenitore della continuità teorica tra la Scolastica medievale e le moderne libertà negative. La “linea madre” giusnaturalista, nella visione rothbardiana, traccia l’asse di un percorso comune alle innumerevoli sfaccettature del liberalismo. Dove per alcuni palpitano le ragioni della contingenza e dell’opportunità, per Rothbard regna l’assoluto morale. Quindi l’eudemonia aristotelica –la felicità che consegue alla rettitudine, semplificando – anziché l’utilità. Logico allora che da questa antologia di scritti giovanili emerga un piccato dissenso nei confronti delle scuole di pensiero avverse a quella “continuista”. Rothbard ne ha per Hayek, per il suo maestro Von Mises, per Cutten, per Robbins, ma in particolar modo per Leo Strauss e per Karl Polanyi. I suoi bersagli elettivi sono essenzialmente due: l’atavismo consuetudinario di stampo hayekiano e la frattura straussiana tra lex tomista e ius lockeano. Per un verso prosegue la diatriba tra old-whiggism e right-libertarianism, con gli usi e costumi contrapposti ai diritti universali, mentre per l’altro tornano a scontrarsi la lettura “cattolica” e quella “protestante” della nascita del liberalismo. Come spesso gli è capitato, anche qui Rothbard dà prova di frizzanti doti retoriche, eppure le sue controdeduzioni al vetriolo non fanno che girare attorno al cuore pulsante delle tematiche affrontate senza nemmeno scalfirne il quid. Allarmato dai rischi della common law, l’autore ritiene di sottrarsi al mare in tempesta della catallassi sotto l’ombrello dell’assioma di non aggressione. Ma si è già accennato a quanta ineludibile base dialettica sostenga in radice la nozione di danno e, nel contempo, abbiamo altresì spiegato che la “assenza di impedimenti” è formula vuota di contenuto morale (per approfondire il tema vedi qui). Nella sua pregevole introduzione Roberta Modugno non manca di difendere la lezione hayekiana dalla caricatura fattane da Rothbard: “In Hayek quel che è fondamentale è il concetto di evoluzione culturale […] che riguarda la genesi e lo sviluppo di istituzioni, quali, tra le altre, la religione, il diritto, il mercato e, in generale, i sistemi autogenerantisi e autoregolantisi che vanno a formare la complessità della società” (p. 26). E poi: “deprecabile è stato, per Hayek, l’affermarsi del razionalismo di matrice cartesiana. Questa tradizione, infatti, ha ignorato la distinzione tra taxis e cosmos, cioè a dire tra sistemi e associazioni la cui struttura formale è caratterizzata da un ordine costruito e quei sistemi che, invece, sono cresciuti e si sono affermati attraverso un processo di evoluzione e si configurano perciò come ordini spontanei” (pp. 31-32). Saranno poi sconclusionati e teoricamente infondati gli scritti straussiani, ma parimenti latita la spiegazione del perché il moderno passaggio da legge a diritto costituirebbe un “affinamento” e non un drastico cambiamento di prospettiva nell’intendere il rapporto tra individuo e autorità. Inoltre, se il divorzio tra fatti e valori può – giustamente – lasciare spazio a svariate ubbie epistemologiche, perché allora non approfondire il legame elettivo tra le proposizioni prescrittive e le valutazioni che si possono dare circa gli stessi “fatti” di cui sopra? Quello che Rothbard vede come fumo negli occhi, in conclusione, è l’inabrogabilità dei beni pubblici derivante dalla concreta “messa in opera” del diritto come scienza del giusto e dell’ingiusto. I fondamenti della giurisprudenza penale, in quest’ottica, si formalizzano come postulati fluidi invece che come assiomi rigidi, a dispetto di ogni cognitivismo etico, e non si possono dedurre univocamente col solo ausilio di una ragione universale. L’errore rothbardiano sta a mio avviso nel considerare sinonimi, chissà se più per equivoco ideologico o per riflesso mentale, gli attributi “pubblico” e “statale”: ma è proprio una volta rappacificato con la molteplice declinabilità del potere costituito che il libertarismo guadagna forse qualche speranza di promuoversi da libro dei sogni a plausibile agenda politica.
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25 settembre 2009
Io sono mio?
Qualche settimana fa Alberto Mingardi ha postato un articolo nel quale, in buona sostanza, si sosteneva la legalizzazione del commercio d’organi anche – è il tratto saliente della riflessione mingardiana – qualora prelevati da donatori volontari viventi. A conti fatti mi trovo d’accordo con molti dei punti di caduta individuati nel pezzo ma, come spesso mi capita confrontandomi con l’argomentare liberale “classico”, poco o niente con le premesse logiche del ragionamento svolto [continua su Chicago Blog]
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18 giugno 2009
Tre pillole politiche
1. A margine dell’incresciosa vicenda Noemi-Papi è salito nuovamente alla ribalta il tema della morale politica, purtroppo ancora una volta secondo il frusto paradigma del bipolarismo etico invalso riguardo a qualunque “materia del contendere” di minima rilevanza pubblica. Su un fronte ha voce il moderno fariseismo per il quale i precetti comportamentali vanno sempre serviti in carta patinata, ovvero promossi da uomini coerenti con essi, per ambire a guadagnarsi l’agognata credibilità. Tralasciando la fallacia logica annessa al ritenere la coerenza un valore in sé, vale la pena di ricordare che il piano ideale e il piano concreto, benché convergenti sotto il profilo prasseologico, sono distinti sotto quello concettuale. Linea di fatto e linea di principio si giustappongono dialetticamente senza mai dissolversi l’una nell’altra, ovvero: se un ladro mi dice che rubare è sbagliato, al ladro devo dare ragione in linea di principio salvo domandargli conto del suo illecito in linea di fatto. Nel senso che appunto il concetto di illecito – o di peccato, per chi si rifà a una morale confessionale – va inteso al servizio del discernimento, non già della dannazione, per essere interpretato correttamente. Dal versante opposto si propende per una sorta di utilitarismo crociano applicato al culto della personalità che contraddistingue sempre più il rapporto tra i corpi elettorali e gli “uomini soli al comando” di turno. In sostanza si dice che il politico onesto è il politico capace: faccia quello che gli pare dalla cintola in giù, purché sappia trarmi in salvo dalla crisi, dal digital divide, dal logorio della vita moderna – purché sappia cioè far funzionare il marchingegno statale di modo da massimizzare l’utilità collettiva. Si tratta di due diverse varianti dello stesso relativismo per cui il bene e il male non esistono come essenze autonome a priori, ma emergono dalla concomitanza di fattori per lo più contingenti/strumentali/formali. Invece sarebbe il caso di tenere presente che vigilare sui vizi privati dei potenti non serve tanto a sconfessarne le virtù pubbliche, quanto a impedire che le posizioni di responsabilità siano ricoperte da persone a vario titolo ricattabili. Silvio Berlusconi è andato al compleanno di Noemi Letizia a favore di una serqua di telecamere, quindi nella fattispecie ha messo deliberatamente in piazza il rapporto che lo lega a questa ragazzina: se si trattasse davvero di una relazione amorosa, al premier andrebbe diagnosticato l’autolesionismo acuto. Ma se il Cav. coltivasse tresche occulte d’abitudine, in quale e quanta misura si troverebbe sotto minaccia di scandalo a mezzo stampa? E tale “minaccia” come si servirebbe del potere in mano al Presidente del Consiglio? Premendo magari per favori politici anche a scapito dell’equo trattamento della cittadinanza tutta? 2. Per spezzare l’asse Fanfani-Almirante che orienta il gradiente politico-culturale del neonato Pdl, Gianfranco Fini ha scelto di fungere da cuneo repubblicano nell’intento di incrinare il monolite statalista da cui il soggetto unitario di centrodestra par muovere i primi passi. Come un Ugo La Malfa redivivo, tanto per rimanere in similitudine. È molto interessante – e molto urgente, a giudicare da spropositi come la legge Calabrò – porgere alla Destra italiana il tema della laicità. Corrivo e insignificante, invece, è pensare di riuscire nell’opera recitando a memoria slogan imparaticci e apodittici, anziché proponendo elaborazioni nuove e originali. Sarà che quelle richiedono tempo e fatica senza poi garantire qualche titolone brutalmente sintetico sulle prime pagine dei quotidiani? Per un conservatore, la laicità è un dovere dello Stato, non un obbligo del cittadino – ciò che diviene nell’azione politica impegnata a scorrelare disponibilità di risorse e stile di vita. Bene: ma come conciliare questo assunto alla temperie dell’oggi, in cui cresce la domanda di protezione sociale in tutti i campi? Come presidiare i confini tra la libertà negativa (politica) e libertà positiva (morale) laddove aumenta la domanda di realizzare, anziché “solo” di garantire, i diritti essenziali? 3. Bipartitista convinto da sempre, i tre quesiti referendari di Domenica e Lunedì mi mettono abbastanza in crisi. Sulla terza scheda nulla quaestio, voto sì perché la candidatura multi-circoscrizione è un privilegio sibaritico. Ma la prima e la seconda offrono l’opportunità di adottare una norma condivisibile solo a certe condizioni, nessuna delle quali allegabile a una consultazione abrogativa. Ebbi un problema analogo ai referendum sulla procreazione, allorché – sebbene favorevole all’eterologa – barrai il no sulla seconda scheda nel dubbio (dirimente) circa l’anonimato del donatore esterno alla coppia. Stavolta mi fa problema l’impossibilità di sapere a priori se un eventuale assetto bipartitico futuro sarà corredato dall’indispensabile ausilio delle primarie. Anzi, visto che probabilmente il testo del porcellum rimarrà invariato tranne le parti in predicato di abolizione, ho viceversa la certezza che una (improbabile) vittoria dei sì non farebbe che accentuare la partitocrazia castale arroccatasi sul meccanismo delle liste bloccate. Per tagliare la testa al toro voterò sì sulla scheda numero uno e non ritirerò la numero due: fingerò di credere alla favola del Senato federale e lascerò che nella camera alta ci si avvii coerentemente a privilegiare il pluralismo rappresentativo.
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19 maggio 2009
Cinque volte perduti in Lost
Con il doppio episodio The Incident passa in cavalleria anche la quinta stagione del telefilm-culto che ha rivoluzionato i canoni stilistici e gli standard qualitativi della fiction seriale. Dopo aver toccato il fondo con le ambasce esibite durante buona parte della seconda serie e almeno metà della terza, la saga ideata da J. J. Abrams e Damon Lindelof aveva saputo riprendere quota già solo grazie all’originale trovata – che è stata un po’ il marchio di fabbrica del quarto ciclo – di spezzare la continuità diegetica delle puntate per avanzamento anziché per digressione. Eppure un convincente riallineamento delle tante sottotrame intessute sin qui dai due dioscuri del serial – dopo che il gigantismo dell’intreccio,come detto, ha a lungo dato l’impressione di soffocarne irrimediabilmente la vena creativa – si è avuto solo Mercoledì sera (Giovedì scorso, per noi corsari del peer to peer), al termine di una stagione finalmente capace di bissare i fasti della prima. A mente fredda, dei vecchi fronti narrativi al momento rimangono irrisolti giusto la sorte di Desmond e il significato profondo dalla successione numerica che tanti guai ha procurato a Hugo: non male, se pensiamo allo stato confusionale in cui versava la serie ai tempi dello sciagurato (filmicamente parlando) ricongiungimento di Locke e compagni con i naufraghi “di coda” del volo 815. Come sempre quando si parli di intrattenimento audiovisivo, la rilevanza artistica dei prodotti finiti dipende dall’estetica rappresentata più che dall’etica veicolata, dal sapiente utilizzo dei costituenti mediatici di base (regia, sceneggiatura, fotografia, montaggio, colonna sonora, mixaggio) più che dall’efficace compendio delle tesi care agli autori. Ciononostante è la vicendevole contaminazione del mezzo col messaggio, ovvero l’impiego di una “grammatica espressiva” allo scopo di consentire la coerente trasmissione figurativa di un contenuto implicito, se ben implementata, a rendere palpitante di pathos un’opera d’arte. Non a caso la dualità – o meglio: la co-essenzialità degli opposti – è il tema portante di Lost. A cominciare senz’altro dal connubio arte-tecnica che imposta i percorsi realizzativi della serie. Pensando appunto alla quinta, l’ambivalenza del discorso narrativo si esplicita mediante l’alternanza di capitoli passati e presenti. Stavolta non più latori di eventi diacronici, ma sincronici perché, com’è noto, ora il gruppo dei losties si divide tra epoche differenti, creando una tensione tra “prima” e “dopo” tramite il collaudato espediente di mettere i personaggi provenienti dal futuro nelle condizioni di dovere/volere cambiare il corso della storia. A questo proposito è estremamente significativo che la macchina da presa, nell’ultima puntata, perda il consueto occhio clinico e distaccato, lanciandosi in vivaci travelling, proprio allorché si trova a registrare il lavorio attorno alla bomba a idrogeno (per smontarla e asportarne il nucleo) e alla trivella in azione al Cigno (in procinto di intercettare la sacca di energia “responsabile” di tutta la vicenda), cioè dei filoni tramici più gravidi di pesanti ripercussioni sul futuro. Sembra quasi che l’istanza narrante si ecciti, davanti allo schietto estrinsecarsi della (inutile? fortunata? indifferente?) lotta dell’uomo contro la Caduta mediante la Macchina. Perché in fin dei conti il centro tematico di Lost è dato dall’intersezione tra la già citata linea (est)etica dualista e quest’altro itinerario di senso appena individuato. La mole di suggestioni ricavata da questa stringata chiave di lettura, nondimeno, stupisce per imponenza e per la molteplicità di variazioni simboliche sul tema escogitata dagli autori. Si pensi alla metafora del backgammon o alla missione salvifica dell’iniziativa Dharma ma anche, per rimanere a The Incident, alle schermaglie tra due archetipi semi-divini rivali ai piedi di un colosso raffigurante il dio egizio Sobek (traggo molti di questi riferimenti da un blog di bene informati). Ognuno di questi risvolti concorre a definire una poetica imperniata su una concezione classicheggiante – per la precisione presocratica, ad avviso mio e di Francesco – della dialettica scelta/destino e, soprattutto, della sua interconnessione con l’esistenza di un Principio veritativo. Gli enti contrapposti sul piano ontico si combattono per conferire dinamismo all’universo nell’assoluta unità costitutiva. La “ragione” per cui tutto accade, quindi, si dà e si sottrae senza che l’intelletto – individuale o collettivo – possa interamente figurarsela in termini logico-formali, dunque senza che il “dover fare” – del singolo o di una comunità di individui – si possa sottomettere a opzioni morali definitive e preformate. Kate, in prima battuta, si spende contro il piano di azzeramento atomico degli eventi, sostenendo che è crudele mettere sulla bilancia il detrimento di alcuni a beneficio di altri, ma alla fine partecipa all’attacco. E Juliet si ricrede in modo analogo. Difficile valutare una volta per tutte la bontà di un’azione solo in base alle sue conseguenze o solo compulsandone le intenzioni, perché la morale – ben inserita nella temperie gnoseologica “unitaria” di cui sopra – mal si presta a risolversi secondo partizioni nette. Difficile, soprattutto, è prevedere quali sviluppi linguistici seguirà la sesta serie nell’intento di rispondere o meno agli interrogativi aperti sin qui. Nel caso in cui si scegliesse di voler illustrare l’insistere di una “zona oscura” sull’umana discernibilità delle cose, come si rappresenterà la conseguente fallacia degli indicatori diretti (dunque delle visualizzazioni in scena)? Per adesso è già tantissimo potersi confrontare con un’epica in grado di coniugare impegno e divertimento a questi elevatissimi livelli.
Scrivevo di Lost già qui, ma allora prevaleva un certo scetticismo. È bello ricredersi.
Cinema
Televisione
LOST
| inviato da Ismael il 19/5/2009 alle 17:59 | |
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27 marzo 2009
Congiunzione di due mondi
Dopo una convivenza di prova durata un quindicennio, Forza Italia e Alleanza Nazionale sono in procinto di convolare a nozze. Saranno giuste nozze? Tutto dipende dagli assetti organici che il nuovo partito metterà a regime di prassi interna, con speciale riferimento alla cultura politica che l’attribuzione delle relative funzioni decisionali intenderà rispecchiare. No, non mi interessa perorare la causa di questa o quella particolare “anima” ideologica destinata a confluire nel nuovo soggetto unitario. È difficile comprendere come un partito a vocazione maggioritaria possa costituirsi se non alla stregua di laboratorio dialettico in cui operare una sintesi di posizioni anche molto lontane tra loro. [continua su Movimento Arancione]
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16 marzo 2009
Un luogo chiamato libertà
di Ken Follett Oscar Mondadori, 465 pp., € 9,00
L’anglosfera tardosettecentesca, laboratorio precursore dei conflitti socio-politici innescati dall’industrializzazione e dalla globalizzazione delle attività produttive, è l’ambientazione di questo romanzo storico del 1995, cronologicamente il quarto nella bibliografia “passatista” di Ken Follett. Il racconto si snoda dapprima nella Scozia mineraria, dove le rivendicazioni protosindacali del combattivo Malachi McAsh si scontrano con gli interessi dell’aristocrazia del carbone; poi nella Londra spaccata tra i partiti whig e tory, divisa cioè tra le spinte riformatrici esercitate dalla piccola borghesia commerciale e le esigenze conservative dell’establishment britannico; infine nella Virginia coloniale già percorsa da accesi fremiti indipendentisti, in cui bastano pochi giorni di viaggio per oltrepassare il confine tra ordine civile costituito e libertà assoluta. In sostanza le varie tappe dell’avventura, come d’abitudine in Follett, collocano le vicissitudini dei protagonisti entro diverse cornici di ampio respiro narrativo, che permettono alla poetica dell’opera di esprimersi sotto temperie estetiche di sapiente variabilità. Non siamo ai livelli artistici di Mondo senza fine, quindi nemmeno lontanamente si sfiorano gli impareggiabili fasti de I pilastri della Terra, eppure il talento figurativo di Ken Follett nello scolpire personalità è notevole anche alle basse intensità di gradazione. Si guardi con quanta nettezza l’autore descrive le incomprensioni tra Malachi e la sua amata Lizzie, esplorando i tormenti psicologici di entrambi i personaggi con una sintesi talora capace di stupire per come sa elevarsi a modello rappresentativo di quell’angoscioso ginepraio di fraintendimenti che sono i rapporti tra uomini e donne. Soprattutto torna a porsi con forza il tema follettiano per eccellenza, vale a dire l’erraticità dei giusti. Le figure positive sono anche qui le persone disposte a mettersi in gioco pur di realizzare le proprie aspirazioni, ben sapendo che nulla rende ovunque esuli come il rifiuto di rinunciare a se stessi. Prima di trovare la sua vera casa, Malachi deve spingersi ai limiti del mondo sopravvivendo a insidie micidiali, ma il premio del superstite è il privilegio di abbattere le frontiere del suo universo esistenziale, in un’avventura di ridefinizione del mondo stesso che – per l’appunto – agli spiriti liberi si ripresenta “senza fine”. Peccato che questa pregnanza di contenuto stavolta indossi un vestito intaccato da qualche spiacevole smagliatura, come il finale parecchio tirato via e il rozzo espediente adottato dall’autore per sbarazzarsi di Esther, la gemella di Malachi, quando ormai non sa più cosa farsene. Forse il lato positivo di queste pecche, le quali posizionano il romanzo ben al di sotto delle vette letterarie toccate prima e dopo da Follett, è di rendere Un luogo chiamato libertà un discreto punto di partenza per il neofita follettiano: pur senza fare sfracelli, il libro consente cioè di avvicinarsi alla produzione del romanziere gallese in crescendo anziché, come accade sempre scoprendo un artista dal suo capolavoro, introducendo a una sequela di progressive delusioni.
Libri
Letteratura
Ken Follett
| inviato da Ismael il 16/3/2009 alle 9:44 | |
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23 febbraio 2009
Chi sono i nemici della scienza?
di Giorgio Israel Lindau, 332 pp., € 21,50
“un matematico digiuno di dimostrazioni è l’equivalente di un meccanico che non abbia mai smontato e rimontato un motore”
A cosa “serve” fare le aste e i cerchietti, risolvere chilometriche espressioni algebriche, scomporre un testo in sintagmi e complementi, imparare a menadito date, battaglie o bacini idrografici, esercitarsi nel solfeggio? Non è forse meglio l’apprendimento diretto, guadagnato “sul campo”, di conoscenze pratiche anziché, come vuole un popolare luogo comune, rimanere “senza niente in mano” dopo aver conseguito titoli di studio teorici? Giorgio Israel, con questo saggio, prosegue nella ricognizione faccia dopo faccia del poliedro accresciutosi sulla mala cultura scientifica: in Liberarsi dei demoni dall’ideologia scientista promanavano i veleni dell’odio di sé antioccidentale, mentre qui ne emerge il dilagare della diseducazione didattica. [continua su Movimento Arancione]
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16 gennaio 2009
Israele, lo Stato, la Giustizia
Le immagini e le notizie in arrivo dalla polveriera israelo-palestinese obbligano a entrare ancora una volta nel merito della questione mediorientale. Come ogni polemos di vecchia data che si rispetti, anche questa pluridecennale contesa viaggia in parallelo all’evolversi di un contrappunto dialettico agguerrito quasi quanto il suo precipitato bellico. Sotto il profilo contingente, pur con tutta la buona volontà “equidistante” del caso”, è ben difficile mettere sullo stesso piano i danni collaterali provocati dalle operazioni di un esercito regolare, agente su mandato di una sovranità libera e democratica, e gli attentati di gruppi terroristici finalizzati all’indiscriminata carneficina di civili inermi. Da un lato aleggiano le “nebbie della guerra”, ovvero l’intrico di cinici machiavellismi e di nobili ideali che alimenta la supremazia della legittima ragion di stato, dall’altro domina un crimine organizzato su vasta scala. Non c’è partita. Eppure basta osservare la problematica nella sua interezza storica per coglierne aspetti assai meno definiti e, per paradossale che possa sembrare, tanto meno risolvibili nell’immanente quanto più lo sguardo si spinge in profondità. Facciamo mente locale sul sionismo: la dottrina che rivendica il diritto degli ebrei ad avere un “focolare nazionale” in Israele, rifacendosi alla Legge del Ritorno, offre loro una sorta di cittadinanza garantita. Le basi di tale prerogativa sono, di fatto, ataviche. Ma cosa diremmo se in Italia sorgesse un movimento d’opinione finalizzato al ripristino della sovranità romana sull’Europa che, in fin dei conti, aveva luogo duemila anni fa proprio come l’ultima potestà giudaica sulla Terrasanta prima del ’48? Chi ha letto L’amico ritrovato di Fred Uhlmann ricorderà che, nel libro, anche il padre del protagonista esprime una perplessità analoga. È possibile obiettare che la fondazione ufficiale di Israele fu preceduta dalla diffusa – e salatissima – vendita a consorzi di migranti ebrei degli estesi appezzamenti di terra palestinese allora in mano ai maggiorenti ottomani. Ma se degli investitori iraniani comprassero la Calabria un lotto dopo l’altro, la Calabria entrerebbe a far parte dell’Iran? A ragionare in termini rigidamente storici e “conseguenti”, come si vede, è arduo non parteggiare per Israele seguendo umori almeno un po’ gratuiti. Tuttavia deve pur esserci un criterio capace di sostenere in radice le evidenti ragioni israeliane, pur con tutte le loro umanissime screziature, al di là del mero pregiudizio. Ancora una volta ci viene in soccorso l’etica, segnatamente applicata al concetto stesso di stato-nazione. Quel era la temperie culturale in cui fiorirono gli stati moderni? Pensando all'Ottocento, secolo d'oro del nazionalismo, la si può individuare nello sforzo di istituire comunità di cittadini unite nel perseguire determinati fini politico-morali. La “legittimità” di una qualsiasi “ragion distato” deriva quindi da una strategia di autorappresentazione ben precisa, mai suscettibile di fondamento causale dimostrabile, che non può non assumere i contorni di una teologia secolare. Com'è stato detto mille volte, è impossibile riempire di senso nozioni quali “bene comune”, “utilità collettiva” o “volontà generale” estrapolandole dagli stessi contesti di significato in cui vengono impiegate, a meno di non avventurarsi nel terreno minato della retorica. Lo stesso carattere metapolitico, come dice Francesco, vale per la Giustizia, valore portante dell'ebraismo: a ben vedere, il sionismo ottocentesco segnò la presa d'atto che è impossibile prescindere da un ordine politico sovrano nell'intento di vivere in pace le proprie peculiarità, come gli ebrei della diaspora avevano tentato di fare per due millenni. O, per dirlo altrimenti, che l'autorità costituita è tanto trascendente e autoreferenziale rispetto al consesso civile quanto necessaria al sostentamento di qualunque “associazione di tendenza”. Ora si potrebbe arguire che “ordine politico” non è per forza sinonimo di “stato”, che “diritto” e “legge” sono cose diverse, che “piccolo è bello” e così via, ripercorrendo le tipiche – e per quanto mi riguarda giustissime – suggestioni paleolibertarie. Qui però interessa stabilire una prevalenza tra “un modello di come la democrazia basata sui valori della morale testamentaria e della fiducia nella ragione di matrice greca possa avere ancora senso per il mondo” (Giorgio Israel) e il “poterismo” reclamato dai soldati dell'Islam insurrezionalista. Potere come impreteribile ausilio del diritto negativo contro potere come idolo politico: date due opzioni fondative siffatte, una ragione che abbia a cuore la ricerca di ciò che è universalmente necessario non può che risolversi per la prima – a meno di non perdersi nei giochi di parole dell'immanentismo integrale, laddove un'ermeneutica efficace può giustificare tutto e il suo contrario.
Politica estera
Filosofia morale
Israele
| inviato da Ismael il 16/1/2009 alle 10:59 | |
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3 gennaio 2009
La Verità dimenticata
di Francesco Cavalla CEDAM, 188 pp., € 14,46
“Nessuna conoscenza particolare è necessaria, essendo necessario sapere di ogni cosa solo ciò che è in tutte”
“qual è l'autentica funzione della logica, quella di garantire alcune certezze o quella di costringere l'uomo a constatare la loro scarsa rilevanza rispetto a tutto ciò che non può venire detto né organizzato nelle stesse forme della logica?”
Almeno per quanto riguarda il sottoscritto, il ripensamento critico non si manifesta mai nei tempi e nei modi di una folgorazione apocalittica e totalizzante. Esso consiste invece nell'arricchimento continuo, incrementale, di un'architettura teoretica consapevolmente precaria, quindi alla costante ricerca di nuovi territori speculativi che, annessi al dominio concettuale pregresso, sappiano estenderne il raggio verso ulteriori e probabilmente ancor più instabili frontiere. È appunto una sensazione di “crescita” più che di “palinodia” a pervadermi, dopo aver sfogliato l'ultima pagina di questo libro. [continua su Movimento Arancione]
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19 dicembre 2008
Salta anche il patto Molotov-Ribbentrop
Non cessa di consolidarsi l'analogia – puramente formale e tutta giocata sul filo del paradosso, s'intende – tra le sorti della Germania nazista e quelle del Partito Democratico veltroniano. Prima l'annessione dell'Austria morotea e adesso la rottura dell'alleanza strategica con un partner politico ideologicamente agli antipodi da molti punti di vista, ma indispensabile per non avere nemici su due fronti. Va bene, lo ammetto: l'accostamento sinottico dei due accadimenti presenta più di una discrepanza. Là l'inopinata apertura delle ostilità avvenne a guerra in corso, mentre qui il “conflitto” elettorale (nazionale) si è concluso da un pezzo. Là il tradimento fu unidirezionale (tedesco), qui lo scambio di accuse in merito alle responsabilità della frattura sta mostrando ampi margini di reciprocità. Senza contare che l'aggredito, all'epoca, fece deliberatamente causa comune con i nemici dell'aggressore: risvolto, quest'ultimo, del tutto privo di corrispettivi proponibili nel presente politico italo-sinistrese. Rimanendo alle somiglianze, comunque, è interessante ragionare sui possibili sviluppi della crisi tra Pd e Di Pietro. Sul suo blog l'ottimo Gianni Pardo cita una dichiarazione rilasciata da Maria Paola Merloni, ministro ombra per le Politiche Comunitarie, a margine dell'offensiva giudiziaria che sta affossando (Campania) o ha affossato (Abruzzo) la classe dirigente democratica: “Secondo me dietro tutte queste inchieste giudiziarie che riguardano il Pd c'è Antonio Di Pietro, che peraltro è l'unico che ci guadagna. Forse la magistratura ha scelto il suo partito come il nuovo referente”. Fa bene Pardo a proseguire sviscerando alcuni sottotesti di quel “nuovo”; fra poco entrerò anch'io nel merito in modo da affrontarne gli aspetti meno contingenti. Per il momento fermiamoci al dato politico dell'esternazione, con la tripletta di alternative che a mio avviso pone. La prima: la manovra a tenaglia delle procure esaurisce presto la sua furia distruttiva e assume i contorni di un semplice avvertimento. Come a dire che l'atteggiamento dialogante del Pd con la maggioranza, specie sulla riforma dell'ordinamento giudiziario, va rinnegato a favore di un ricompattamento della Sinistra attorno al “giustizialismo” spinto. Il che significherebbe in buona sostanza alzare nuovamente i toni dello scontro su conflitto d'interessi, leggi-vergogna e involuzione autocratica, con tanti saluti all'impudente spirito bipartisan che l'opposizione “moderata” ha creduto di potersi permettere in questi primi mesi di legislatura. La seconda: l'operazione è finalizzata al ripristino dell'Unione prodiana. Saremmo davanti a uno scenario, se non fattivamente congegnato, sicuramente assai apprezzabile da una componente margheritina sempre più alla ricerca di triangolazioni con l'ultrasinistra in chiave anti-diessina. La terza: lo scopo ultimo del polverone è provocare la morte in culla del neonato soggetto unitario progressista. Una sorta di “opzione nucleare”, vien fatto di dire. Laddove non può sfuggire che il fattore comune a tutte e tre le suddette realizzazioni concrete della “DDR” prossima ventura si individua facilmente nel tramonto del veltronismo, ammesso e non concesso che di quest'ultimo si possa rinvenire una cifra politica vera e propria. È facile immaginare l'obiezione “dipietrista” al partito preso secondo cui, dietro all'intera vicenda, si insinua un disegno eterodiretto e persecutorio. Producendo sterminate biblioteche di pezze d'appoggio (veline tribunalizie, mattinali di polizia giudiziaria, sbobinature di intercettazioni e quant'altro) si troverebbe sicuramente il modo di agitare il feticcio dogmatico dei “fatti”. L'essenza del travaglismo – così come del veicolo di trionfo retorico più gettonato tra le blogstar – si riduce in effetti a questo: guardare con minuziosa acribia il dito sminuendo sapientemente l'importanza di ogni discorso sulla Luna. Oppure evadendone la disamina mediante un'ermeneutica tanto frettolosa quanto reiterata. Volendo invece mettere in discussione proprio il nucleo fondativo della mentalità giustizialista, non si può non sottolineare ancora una volta il carattere ricattatorio dell'assetto giudiziario italiano. Frutto della confusione tra separazione e divisione dei poteri nonché del costruttivismo implicito nel combinato autoreferenzialità/obbligatorietà dell'azione penale, esso si traduce nel coacervo di piccole grandi vessazioni che in parte esemplificavo una settimana fa. Generalizzando: in un sistema politico nel quale l'iperregolamentazione genera illegalità latente diffusa, è legittimo ritenere che la volontà – giocoforza circoscritta nel tempo e nello spazio – di punire le trasgressioni sia discrezionale a intenti punitivi più o meno espliciti. È solo perché sono persuaso da questo argomento che mi ispira fiducia l'idea di riformare il sistema giudiziario in senso “anglosassone”, cioè improntato a una concezione autenticamente giurisprudenziale del diritto. Non già perché sia plausibile capovolgere i rapporti di causa ed effetto al punto di credere che la mentalità e il costume siano conseguenze della cornice procedurale architettata dall'alto, sarebbe contraddittorio. Ecco per quale motivo si resta interdetti di fronte ai timori chi, su posizioni liberali e garantiste, dubita che gli italiani e la loro classe dirigente, moralmente e culturalmente tarati come sono, siano in grado di confrontarsi responsabilmente con la prassi della libertà applicata. Tale è infatti il sottofondo ideologico di coloro che confidano nell'indipendenza dei controllori a prescindere e nella coessenziale nozione di “interesse generale” - dei giacobini, per essere chiari. Anzi, nello specifico di quei liberali votatisi al giacobinismo per il loro forte pregiudizio anti-italiano. Se stavate cercando di spiegarvi la forma mentis del liberalismo dipietrista – e la ragione per cui l'Italia dei Valori siede tra le fila dell'ELDR a Strasburgo, tanto per riallacciarmi all'intelligente provocazione lanciata giorni fa da LC – forse queste mie considerazioni conclusive fanno al caso vostro.
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